I parchi, da soli, non sono sufficienti. A dispetto della mastodontica (ancorché inutile) retorica attorno alla Giornata Mondiale della Biodiversità cresce la consapevolezza scientifica che le aree protette non sono sufficienti per garantire un futuro alla ricchezza biologica della Terra. I parchi nazionali sono riserve. E non bastano. Il punto centrale non è definire una porzione di habitat e recintarla, ma assicurare la connettività tra ecosistemi sotto protezione giuridica, e quindi ricchi di specie animali e vegetali. 

Questa è la “parola magica” – connettività – che soltanto 15 anni fa in pochi pronunciavano, ma che ora, dopo l’accordo di Kunming del 2022 (Global Biodiversity Framework), è diventata davvero cruciale. Se ne parla sulle riviste scientifiche, come condizione fissata proprio dalla COP15 di Montreal per stare dentro la soglia di protezione del 30% della Terra entro il 2030. Ma se ne parla anche sui giornali, quando l’impoverimento biologico del nostro presente (defaunazione) raggiunge la prima pagina. L’accordo di Kunming stabilisce infatti un principio fondamentale: il movimento degli organismi e il flusso di processi naturali, senza impedimenti (strade, industrie, agglomerati urbani, infrastrutture), è essenziale per la conservazione della biodiversità. Questo significa che più che concentrarsi sui singoli parchi nazionali, bisogna pensare ai network di aree protette (transfrontalieri, come il Kawango-Zambesi o il Kgalagadi in Africa; continentali, come nel Nord America lo Yellowstone to Yukon (Y2Y); nazionali, come il Florida Wildlife Corridor). 

Del resto, oggi, soltanto il 17% degli ecosistemi di terra ferma è sotto protezione giuridica. E il 10% dei mari e degli oceani. 

Il Florida Wildlife Corridor è un esempio eccezionale del fatto che la connettività è l’unico futuro accettabile (ed efficace) per le specie selvatiche. Diciotto milioni di acri di “terra selvaggia” sotto protezione dal sud al nord dello Stato, un reticolo di habitat (con corridoi per gli animali sotto e sopra le superstrade) che ha permesso di mantenere la popolazione di puma della Florida, una sottospecie di puma (Puma concolor) endemica ridotta a (forse) 200 esemplari. 

Ma che cosa è la connettività? Dal punto di vista delle specie la connettività è la possibilità di muoversi attraverso l’intero home range. Sotto il profilo ecologico, quindi, connettività significa mantenimento delle funzioni ecologiche di territori interconnessi, geograficamente contigui. È infatti la continuità tra regioni protette a favorire la persistenza delle specie (sopravvivenza sul tempo lungo e fitness riproduttiva). C’è poi un altro fattore decisivo per il futuro. Sappiamo che gli animali tendono a spostarsi a causa dell’aumento delle temperature globali (biome shifting), ovunque, e che, quindi, le aree disegnate come protette oggi quasi sicuramente non saranno sufficienti tra qualche decennio. Perché gli animali avranno bisogno di modificare il proprio home range. Se il loro territorio è un puzzle di più ecosistemi confinanti, le chance di spostarsi con successo saranno maggiori. I circuiti di aree protette tengono vivo l’antico, primordiale gioco dell’adattamento e della deriva genetica. 

“La necessità urgente di fare focus sulla connettività è lampante. La connettività ha un ruolo critico nel mantenere presenti molte specie insieme alle funzioni ecologiche a loro connesse. Ma questa condizione generale è minacciata ed erosa ovunque nel mondo dagli impatti causati dall’uomo”, scrive Jedediah Brodie, un pioniere delle ricerche sulla tenuta filogenetica degli ecosistemi. “Più di 194 milioni di uccelli e 29 milioni di mammiferi rimangono uccisi ogni anno sulle strade europee; quasi 1 miliardo di uccelli muore ogni anno negli Stati Uniti a causa di collisioni contro gli edifici. L’espansione dei sobborghi urbani, dell’agricoltura e la frammentazione delle foreste ostacolano i movimenti di piante e animali”.

I processi di estinzione (riassumibile nella dicitura sesta estinzione di massa) sono causati da questo intreccio di fattori spaziali ed economici. La prima causa di estinzione non è il cambiamento climatico, ma la perdita di habitat. 

Secondo la CBD (Kunming Montreal Framework, Global Biodiversity Framework), “approssimativamente il 25% delle specie appartenenti a gruppi animali o vegetali sotto attento e periodico scrutinio (assessement) sono ormai minacciate e questo ci porta a concludere che all’incirca 1 milione di specie è probabilmente già ad un passo dall’estinguersi”.

La persistenza di una specie ha effetti domino su tutte le altre della comunità animale, e vegetale, in cui è inserita. La conservazione della diversità filogenetica (la diversità evolutiva e storica intrinseca alle comunità animali) dipende così, in una relazione reciproca, dalla geografia delle aree protette, dalle pressioni del clima, dalle dinamiche umane e bio-fisiche del Mondo nel ventunesimo secolo.

Un esempio di queste interazioni su larga scala con impatti giganteschi sulla biodiversità è l’uso del fuoco per ottenere terreni da destinare all’agricoltura industriale. Nel 2014, a causa degli incendi la perdita di foreste tropicali primarie ha fatto un balzo dell’80% rispetto all’anno precedente, un totale di 6.7 milioni di ettari andati in fumo. 

“Il fuoco è un evento naturale in alcuni ecosistemi, ma nelle foreste tropicali è sempre conseguenza di una azione umana. Spesso si appicca il fuoco per ripulire dalla vegetazione una porzione di terra da destinare all’agricoltura e poi le fiamme vanno fuori controllo e si estendono. Ma bisogna anche dire che il 2024 è stato l’anno più caldo di sempre, con condizioni di calore e siccità direttamente riconducibili al cambiamento climatico e a El Niño, che creano le premesse per incendi ancora più estesi e ancora più grandi. L’America Latina (soprattutto Brasile e Bolivia) è stata particolarmente colpita (…) Dall’inizio di questo secolo la ripulitura di tratti di foresta dalla copertura arborea è stata il fattore numero uno del taglio delle foreste tropicali”. 

Secondo il rapporto appena uscito della World Meteorological Organization (WMO Global Annual to Decadal Climate Update 2025-2029), i prossimi 4 anni saranno verosimilmente i più caldi di sempre perché c’è una consistente possibilità che sarà raggiunta la soglia di + 2 °C di aumento delle temperature medie globali. Sono queste interazioni tra i diversi livelli del Sistema Terra (geosfera, criosfera, atmosfera, biosfera) che mettono un punto di domanda clamoroso sui parchi nazionali e le aree protette così come sono disegnati e concepiti oggi. 

Perciò gli ecologi parlano di “connettività funzionale”, perché c’è una connessione tra le caratteristiche dell’habitat e la risposta che le specie mettono in campo. “Il significato della connettività delle funzioni ecologiche tra habitat varia molto di scala. C’è la connessione-degli-home-range, quando gli animali riescono a soddisfare i loro bisogni essenziali su più habitat connessi”, spiega Brodie. “Ma c’è anche la connessione-di-dispersione, quando gli individui di un gruppo abbandonano la terra natale. E poi c’è la connettività-migratoria: gli animali si muovono per stare dietro alla disponibilità di risorse, al cambio di stagione, o in momenti particolari, ma sempre su distanze molto lunghe”. È fondamentale comprendere che “i vari aspetti della connettività sono tutti dinamici. E quindi i costi e i benefici del movimento, delle rotte e dei lunghi viaggi, variano di stagione in stagione, di anno in anno”. 

Il successo, in ecologia, si misura su decenni. Ha una dimensione storica.

Non a caso, il criterio della “integrità ecologica” è considerato ormai il più importante nella definizione di “key biodiversity area” (are-chiave per la biodiversità) della IUCN (“A global standard for the Identification of KBAs”). Il capitale bio-naturale di questo secolo non è una “natura intatta” su modello ottocentesco, ma una natura in grado di rispondere ai cambiamenti antropocenici globali (su scala continentale e atmosferica) perché ricca di opzioni geografiche e genetiche. 

L’opposto della connettività, ossia la situazione planetaria in cui si trova la natura oggi, è la frammentazione degli habitat. L’epoca della iper-valorizzazione museale dei parchi nazionali è finita. In questa fase dell’Antropocene, la ricerca ecologica è invece impegnata a capire come questi frammenti di habitat rispondono, e risponderanno, ai cambiamenti globali e quindi quale tipo di risposta eco-evolutiva le specie intrappolate in questi ecosistemi ridotti e isolati riusciranno ad esprimere. 

Considerato che oggi soltanto il 3% degli ecosistemi della Terra è ancora “intatto” (ecologicamente integro, con serie complete di predatori/erbivori/onnivori e processi trofici funzionanti tra animali/ vegetazione/insetti/ microrganismi del suolo/ funghi), riuscire a capire i trend e le traiettorie adattative di gruppi di specie in territori ancora parzialmente selvaggi sarà determinante non solo per ipotizzare la loro estinzione, ma forse, soprattutto, per avere un quadro d’insieme sulla risposta di pezzi di biosfera alla immane pressione umana. Questa risposta è in corso, e nessuna risposta è scontata.


Per capire che cosa succede agli habitat frammentati, dove origina la frammentazione, ancora una volta, bisogna addentrasi nella profondità storica. Nella eco-storia dei tempi moderni. 

Qualche anno fa un gruppo di ricercatori ha provato a fare il punto su che cosa era successo negli ultimi 35 anni (1980-2015) ad alcuni ecosistemi, di vario tipo, ridotti a frammenti, su cinque continenti. Le informazioni storiche, i dati grezzi, le testimonianze permettono di avere un quadro piuttosto nitido del bacino amazzonico (Amazon Basin), che è probabile abbia già superato il punto di non ritorno verso la trasformazione in un sistema a savana. “L’Amazzonia brasiliana è una frontiera in rapido cambiamento, eppure la maggior parte della foresta è compatta e ancora lontana dallo sbriciolamento critico della continuità geografica. Poi c’è invece la foresta brasiliana atlantica, un paesaggio quasi completamente deforestato, ripulito per lasciar spazio all’agricoltura e all’industria del legname su un arco temporale degli ultimi 3 secoli”. Quello che rimane di una foresta vergine che nel Cinquecento copriva l’intera costa atlantica del Brasile sono francobolli da 1000 ettari profondi 1 chilometro rispetto al margine interno dell’area boschiva. 

La deforestazione della foresta atlantica del Brasile è coeva ai primi passi nel mondo dell’impresa capitalista. Jason Moore ha messo in connessione la deforestazione in Europa tra 1500 e 1600 (funzionale alla supremazia olandese e inglese sui mari) e la deforestazione in Brasile:

“L’emergere del capitalismo dopo il 1450 fu reso possibile da un passaggio di livello (shift) epocale nella scala, nella velocità e negli scopi della trasformazione dell’ambiente nel mondo Atlantico (Ndr, le regioni americane affacciate sull’Atlantico e i Caraibi) e anche oltre. Le deforestazione, protrattasi per l’intero XVII secolo nella regione della Vistola e nella foresta atlantica del Brasile, avvenne in misura tale, e ad un ritmo così forsennato, da superare tra i cinque e i dieci ordini di grandezza la quantità di alberi tagliati nell’Europa medievale.  L’Europa feudale impiegò secoli per deforestare ampie porzioni del continente centro-occidentale. Dopo il 1450, invece, la deforestazione avanzò in decenni. Solo per fare un esempio, nella Piccardia medievale (Francia nord-orientale) ci vollero 200 anni per abbattere 12mila ettari di boschi, a partire dal XII secolo. Quattro secoli dopo, nel Brasile del nord-est, quando era in pieno boom la produzione di zucchero, quindi attorno al 1650, quei 12mila ettari venivano tagliati in un solo anno. Sono indizi preziosi per capire la transizione epocale nelle relazioni di potere, ricchezza, uso della natura che si affermarono nel corso della lunga crisi del Medioevo e che poi confluirono nella espansione successiva al 1450 (Capitalism in the Web of Life, Verso Books 2015, pagina 130). Dopo il 1570 São Tomé, nel nord-est del Brasile, divenne un distretto devoto alla economia dello zucchero, da cui discese la prima, enorme ondata di deforestazione della foresta atlantica brasiliana (ibidem, pagina 131)”.

Quali sono, allora, gli effetti della frammentazione? La prima conseguenza, macroscopica, degli habitat ridotti a frammenti è una degradazione complessiva dell’ecosistema. Il che significa meno ricchezza di specie, meno nutrienti nel metabolismo bio-chimico (ad esempio, la raccolta e distribuzione di semi da parte degli uccelli), meno dinamiche trofiche (per esempio una alterazione degli equilibri di predazione). Confinati in porzioni ristrette, gli animali si muovono meno, e, se una popolazione si riduce al minimo, la ricolonizzazione di un nuovo territorio è molto più difficoltosa.

Il problema della frammentazione suggerisce che un ecosistema intatto, per quanto protetto, debba possedere “tutte le specie conosciute per quell’area dalla documentazione storica” . Benché contestata da alcuni (sarebbe meglio concentrarsi sulla funzione ecologica delle specie, e non sul tipo di specie, perché le funzioni ecologiche possono essere svolte anche da specie non native), questa impostazione torna al punto di partenza, che è il centro di gravità della riflessione attorno a cui girano tutti: la disponibilità di spazio. Questa è l’unica variabile che non può mancare perché la biosfera non sia soltanto un mastodontico condominio umano.

(Foto in copertina: Florida Everglades, parte del Florida Wildlife Corridor)

3 responses to “I parchi nazionali sono riserve. E non bastano”

  1. Grazie Elisabetta, sempre preziosa! Io continuo l’attività in XR, a Milano. Ci eravamo conosciuti attraverso Radio Popolare, nel 2019. Tutto il meglio, Paolo De Giuli

    1. Ciao Paolo, certo che mi ricordo – Erano i mesi in cui tutti speravamo, e pensavamo ardentemente,
      che XR avrebbe finalmente rimesso in moto il motore della Storia. Se vai su Instagram trovi altro materiale
      in versione short: sto potenziando la mia presenza con una serie di video. E’ fondamentale insistere sui limiti dei parchi nazionali, perché una pletora di “intellettuali della domenica” ha fatto passare il secondo messaggio più pericoloso del secolo (il primo: il cambiamento climatico è una questione energetica, e NON una questione di cività): le aree protette sono la biosfera e, non si capisce come, anche se sono riserve non funzionano, sul futuro, come le riserve. Come on: leggiamo Heidegger. Un saluto

  2. Grazie Elisabetta, intanto ho aggiunto IG ai modi per ricevere tue. Rispetto a XR sono rientrato da un anno. La sua presenza è poca certo, ma per me è ancora il gruppo più interessante in giro con cui avere a che fare. A presto, spero

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