Sudafrica, è fuori controllo l’esportazione illegale di rettili e anfibi

(Lo Huaxi Street Market di Taiwan, da Google)

Persiste, ebbene sì, indisturbato il rischio epidemiologico da circolazione di specie selvatiche senza controlli giuridici affidabili. Da tempo il Sudafrica ne è protagonista. Ma non solo per quanto riguarda il destino dei mammiferi, come i grandi felini. Anche nel traffico internazionale di anfibi e rettili selvatici, attraverso una rete di compratori e rivenditori che commerciano migliaia di animali prelevati dai loro habitat wild senza nessuna regolamentazione profilattica. C’è di che allarmarsi, e molto seriamente, leggendo il report Plundered: South Africa’s Cold-Blooded International Reptile Trade, la terza parte di The Extinction Business, l’enorme investigazione delle due Ngo sudafricane Ban Animal Trading e EMS Foundation dentro il lato infame e oscuro del traffico di specie selvatiche di cui il Sudafrica è, purtroppo, diventato un big player. Il business dell’estinzione, di cui ho parlato diffusamente su questo magazine (a proposito dell’allevamento in batteria di leoni, nel 2018: South Africa’s Lion Bone Trade) e su LA STAMPA (per il traffico di ghepardi verso la Cina, quest’anno a maggio: Breaking Point: Uncovering South Africa’s Shameful Live Wildlife Trade with China), è una minaccia sanitaria su scala globale, che è stata debitamente tenuta sotto silenzio in questi mesi di pandemia e che svela invece un trend economico in ascesa. Un trend che si può riassumere, come emerge anche in questo lavoro di BAN ed EMS, nella volontà politicamente pianificata di sfruttare le risorse biologiche nel modo più indiscriminato possibile, impoverendo ancora di più nazioni – come appunto il Sudafrica, il Benin, il Ghana – già povere, che sono avviate a ritrovarsi con un patrimonio biologico gravemente compromesso negli anni a venire, a tutto vantaggio di flussi di denaro che avvantaggiano Paesi in una posizione di “parassitismo ecologico” sempre più spietato. 

Il solo Sudafrica possiede qualcosa come 400 specie native di rettili. Una miniera d’oro per una classe politica che non riesce a imporre una svolta etica nella propria gestione di una eredità ecologica straordinaria. 

Probabilmente migliaia di anfibi e rettili, spiega il report, finiscononel circuito globale della carne selvatica (bushmeat): tartarughe e anche rane (come ad esempio la rana toro africana, Pyxicephalus adspersus, che gli investigatori hanno trovato in scatole di vetro, ancora vive, nello street market di Tianjin nel 2018). 

Naturalmente questo è un fenomeno non certo solo asiatico o cinese. Tra il 2013 e il 2018 l’Angola ( uno dei mercati di carne selvatica più grandi al mondo) ha importato esemplari di 25 specie di rettili sudafricani listati in CITES (per lo più serpenti). Nonostante i rischi intrinseci allo spostamento, tra continenti, di specie animali fuori dal contesto selvatico di origine, “la scala del commercio globale di animali selvatici, benché enorme, è poco documentato e la sua estensione non completamente chiara. Il commercio di specie selvatiche stimola ormai l’uccisione di animali selvatici nei loro habitat, portando allo loro estirpazione, a perdita di biodiversità e infine al collasso degli ecosistemi”. 

L’ennesima riprova della correlazione fatale tra defaunazione, rischio epidemiologico e crisi ecologica.

Un aspetto ancora più inquietante, tuttavia, è che l’unica arma attualmente disponibile per controllare e regolamentare il commercio di animali, e cioè l’accordo CITES, è una lancia spuntata, come già avevano dimostrato le investigazioni del 2018 e dell’estate del 2020: “entrambi i report discutono diffusamente come buchi e controlli inefficaci nel sistema dei permessi, che include CITES, di fatto rendono possibile il riciclaggio internazionale e il contrabbando di animali selvatici vivi. Una situazione analoga si applica al commercio, anche questo globale, di rettili e di anfibi vivi”. 

Il Sudafrica è, purtroppo, un paese modello in questo senso: “almeno 4500 rettili e anfibi esotici e indigeni sono stati esportati dal Sudafrica fra il 2013 e il maggio 2020”. Tra questi un numero non rintracciabile di 262 serpenti è finito anche nei pet café, caffetterie che tengono, a scopo ornamentale e ricreativo, animali esotici vivi, come in Corea del Sud.

“Il commercio internazionale nella maggior parte dei rettili, degli anfibi e delle aracnidi è sostanzialmente non regolato, spesso illegale e costituisce una industria in crescita in Sudafrica.  I dati sul commercio di queste specie sono inaffidabili e insufficienti, perché la maggior parte dei Paesi non tiene registrazioni o raccolte dati, benché le specie siano listate nelle Appendici della CITES.  Una causa di questo è che, a differenza delle specie cosiddette carismatiche come leoni, elefanti, tigri e primati – percepiti come animali con un più alto valore intrinseco – i rettili, che includono specie come serpenti, lucertole, testuggini, tartarughe, alligatori e coccodrilli, sono considerati e percepiti dal pubblico come creature meno desiderabili, oggetto di stereotipi negativi, e quindi mancano dell’appeal di specie sentite come più vicine all’uomo”. 

Eppure, i rettili sono gli animali che patiscono più crudeltà nel wildlife trade. I rivenditori e gli allevatori tengono in conto tassi di mortalità inconcepibili per i mammiferi: fino al 70% di perdite lungo i diversi passaggi della filiera. Il 50% dei rettili in vendita come pet sono stati catturati in the wild e poi passati per animali nati in cattività. É il crescere della domanda che spinge il mercato a catturare esemplari selvatici, una via più rapida rispetto al mettere in piedi un allevamento. Gli habitat vengono così svuotati, come ha documentato un articolo uscito nel 2018 su BIOLOGICAL CONSERVATION: “analizzando il commercio di specie di serpenti listate in CITES dal 1975 al 2018 questo studio ha trovato che la maggior parte degli animali sono ancora oggi di origine selvatica”. E negli allevamenti vige lo stesso regime di sfruttamento biologico invalso per i mammiferi del Sudafrica: “per rifornire di pet il mercato, chi lavora per gli appassionanti seleziona geneticamente animali che hanno un certo colore e una certa forma”. 

In Sudafrica, le ambiguità e le carenze legislative che consentono agli imprenditori di fare soldi in questo settore sono sfacciate. Ad esempio, nel distretto del Gauteng, a cui appartiene anche la municipalità di Johannesburg, quando un animale è confiscato dal Dipartimento dello Sviluppo Agricolo e Rurale e consegnato ad uno zoo, o portato in uno zoo da gente comune, questo animale viene immediatamente classificato, da un punto di vista giuridico, come animale “nato in cattività”. E può quindi essere venduto ed esportato. BAN e EMS hanno raccolto prove che indicano che lo Johannesburg Zoo  “è il più grande fornitore di tartarughe leopardo ai commercianti di wildlife del Sudafrica con destinazione mercato internazionale di animali da compagnia”. Ma non è il solo: “I National Zoological Gardens (ossia il Pretoria Zoo) sono stati e probabilmente ancora sono il principale fornitore di tartarughe leopardo per il rivenditore di specie selvatiche Mike Bester. La maggior parte delle leopardo sono state esportate a pet shop, allevatori e online trader di Hong Kong e Germania e come animali da compagnia e cibo a Taiwan e Tailandia”. 

Ma in che modo l’accordo CITES è insufficiente ? 

Intanto, c’è una scappatoia per far passare le dogane anche ad animali listati in Appendix I, cioè le specie a rischio di estinzione che non potrebbero essere commercializzate in nessun modo, intere e vive, o fatte a pezzi (pelle, denti, unghie, pelliccia). Ciò può avvenire, come già aveva spiegato il report Breaking Point lo scorso giugno, se questi animali “sono allevati in cattività in una struttura registrata con CITES e se il commercio avviene per scopi non commerciali”. E cioè, ad esempio, a scopo di conservazione della specie, come sostengono molti zoo. Ma il punto debole è nel modo in cui funzionano i regolamenti CITES per importare ed esportare specie selvatiche: “Sotto la regolamentazione CITES, il Paese che esporta non è tecnicamente tenuto a controllare se gli indirizzi di esportazione sono legittimi. I permessi CITES funzionano ancora con un sistema manuale, soggetto a vaste frodi. Le dichiarazioni false fornite da commercianti, agenti ed esportatori sono dappertutto e anche una volta scoperte non c’è ad oggi una singola violazione che sia stata perseguita. La trasparenza e la responsabilità, due degli elementi di base della governance, sono notoriamente assenti dal sistema di regolamentazione. La tracciabilità, che ha una funzione critica per monitorare e verificare, è, in modo simile, assente e inaffidabile. In altre parole, identificare la vera origine di un qualsiasi animale è di fatto impossibile. Una volta che gli animali lasciano il Sudafrica, non si può più sapere dove vadano a finire”. 

Una seconda carenza di CITES è che “CITES non classifica gli zoo come strutture a scopo commerciale o come imprese”.Gli animali registrati come “nati in cattività” possono quindi tranquillamente essere venduti, perché  la Convezione (CITES) non attribuisce agli zoo la funzione di venditore o di intermediario con i compratori e i broker. Anche se di fatto in un Paese come il Sudafrica, ricchissimo di biodiversità, ce l’hanno eccome. 

Terzo punto, il disallineamento tra i propositi e i principi fondativi di CITES e le regolamentazioni nazionali, che possono bypassare CITES o sfruttarne i punti deboli per favorire gli interessi dei wildlife trader. “La maggior parte delle specie indigene di tartarughe esportate come pet e come cibo sono listate in Appendix II, eccetto che per la tartaruga elmetto. L’Appendix II include specie che non necessariamente sono minacciate di estinzione, ma il cui commercio deve essere rigorosamente controllato e regolato, in modo da evitarne un utilizzo incompatibile con la loro sopravvivenza”, spiegano BAN ed EMS.

“Il commercio di tartarughe non è neanche lontanamente  controllato con serietà in Sudafrica. Le destinazioni finali degli animali per lo più sono sconosciute prima dell’esportazione. L’Autorità scientifica sudafricana non ha messo a punto un NDF completo per le specie di tartarughe indigene, con lo scopo di determinare quale possa essere l’effetto della rimozione di esemplari catturati allo stato selvatico sulla popolazione selvatica. Un NDF è il documento di “non-detriment finding” previsto da CITES per le specie listate in Appendix II, necessario prima del rilascio di un permesso di esportazione”. 

Scenario analogo per i serpenti. “La maggioranza delle specie indigene di serpenti e di lucertole del Sudafrica non sono classificate in CITES. Gli animali possono quindi essere esportati senza che i wildlife trader siano tenuti a dichiarare se quegli animali sono stati catturati allo stato selvatico o allevati in cattività, e lo scopo dell’esportazione non è richiesto”. Di conseguenza, “le autorità sudafricane hanno una scarsa conoscenza del tipo di esportazioni internazionali che coinvolgono specie indigene di serpenti”. Nell’arco temporale preso in esame (2013-2020) il 70% dei serpenti sudafricani è così giunto nelle mani dei pet shop, di siti on line che li hanno rivenduti e di pet café. Uno dei maggiori compratori è stato il Pakistan. 

E, infine, non è inusuale che chi traffica in rettili fuori e dentro le cornici giuridiche ufficiali si occupi anche di mammiferi.  Il report descrive l’attività di Shakeel Malkani, proprietario e direttore di una impresa denominata Animal and Birds Exporter South Africa. Malkani è un pakistano che vive in Sudafrica. È conosciuto per aver esportato una lunga lista di animali oltre confine: uccelli esotici e scimmie in Bangladesh e Pakistan, fennec in Bangladesh e Oman; cuccioli di leone africano, procioni, licaoni, kinkajou, coatis, sciacalli dal dorso nero e serval in Bangladesh. Nel 2019 Malkani ha impacchettato e venduto anche rettili del Madagascar. 

Ma, come dicevamo all’inizio, quel che è massimamente rilevante è che il traffico di animali è internazionale e nessun Paese, neppure nel compiaciuto Occidente, può dirsi innocente. 

L’Unione Europea è “la destinazione principale dei rettili esportati e contrabbandati dal Sudafrica, per lo più come pet. In Cecoslovacchia gli animali sono al terzo posto nella lista dei beni di contrabbando, dopo droga e armi, con le tartarughe tra le vittime più frequenti”. L’Olanda è uno dei big player nel Vecchio Continente.

L’Africa Occidentale (Benin, Togo e Ghana) è la regione del mondo che esporta più rettili, dopo l’America Centrale e Meridionale. Il Ghana ha come mercato di riferimento l’Europa.

La Corea del Sud è il principale importatore di pelli di coccodrillo e di pitone e di rettili non listati in CITES. Gli “animal café” allevano i rettili e li rivendono. 

Il Giappone è il più grande consumatore di animali da compagnia esotici e un punto di ritrovo riconosciuto per i trafficanti di tartarughe. 

I mercati di Karachi, in Pakistan, sono il posto con il più alto numero di specie listate in CITES in vendita in tutto il Paese, alla luce del sole. 

La Russia traffica in rettili rari, anche perché gli zoo privati sono “un status symbol per la gente molto benestante e quindi l’allevamento e il commercio in animali esotici è un business che rende molto bene”. Inoltre, gli zoo russi permettono, del tutto legalmente, di rifornirsi di animali selvaggi quando necessario. 

Taiwan è leader nell’esportazione di rane e di rettili verso il Giappone, ma traffica anche in tartarughe-stella provenienti dall’India ed è naturalmente un “transit hub” con la Cina. Rane, tartarughe e serpenti sono mangiate comunemente a Taiwan. 

Come ha riferito di recente THE ATLANTIC cominciano a non essere poche le voci di coloro che criticano l’impostazione di CITES, per un motivo o per l’altro. Sabri Zain, di TRAFFIC, ritiene che “CITES dipende troppo dal sistema dei divieti, mentre dovrebbe invece aiutare ad assicurare un uso sostenibile delle specie selvatiche che vada incontro ai bisogni delle persone salvaguardando la natura”. Michael ’t Sas-Rolfes, un economista specializzato in sostenibilità e wildlife trade che lavora ad Oxford, definisce CITES “un paziente malato terminale che ha bisogno di seria attenzione”. Se i divieti possono innescare un effetto rebound, e cioè aumentare il bracconaggio e il prelievo illegale, secondo alcuni esperti CITES non è efficace perché, riferisce sempre THE ATLANTIC, il trattato è semplicemente ormai inadeguato per l’ampiezza del problema che dovrebbe regolamentare. Nel 2010 il bando sul commercio dell’anguilla europea già criticamente minacciata “a causa della domanda gastronomica dalla Cina e dal Giappone”, ha motivato la pesca illegale a lavorare ancora meglio. Ogni anno, secondo una stima del 2019, vengono contrabbandate dall’Europa all’Asia 350 milioni di anguille. Brett Scheffers, un ecologo della Università della Florida, è convinto che la wildlife economy è destinata a crescere nei prossimi anni, pandemia o non pandemia: “allo stato attuale delle cose, più di 7.600 specie di uccelli, mammiferi, anfibi e rettili vengono commerciati su scala globale, ma Scheffers ritiene che altre 4000 potrebbero aggiungersi in futuro”.

In questo contesto internazionale, in un tipo di crisi biologica di questo tipo, acquista ancora maggiore rilevanza la proposta avanzata lo scorso giugno da Gerardo Ceballos, Paul R. Ehrlich e Peter H. Raven, ossia i tre massimi esperti di estinzione al lavoro oggi (in aggiunta a Rodolfo Dirzo della Stanford) nello studio “Vertebrates on the brink as indicators of biological annihilation and the sixth mass extinction”, uscito sulla PNAS. La proposta è chiara. La prima cosa da fare è classificare come “criticamente minacciate” in Red List tutte le specie sotto i 5mila individui, e quindi, di riflesso, escluderle tutte dal commercio. La seconda proposta è, visto il silenzio dei grandi media, ancora più sensazionale: elevare la crisi di estinzione a emergenza mondiale e quindi inserire la conservazione delle specie in un accordo globale vincolante entro questo decennio. Commercio compreso. 

Al principio del 2021, mentre l’uscita dal tunnel della pandemia viene sbandierato dai Governi come punto di approdo di una deriva ormai alla fine, la verità è purtroppo un’altra. Manca, su scala internazionale, una cornice giuridica in grado di arginare lo sfruttamento della risorsa biologica, che rappresenta una minaccia sanitaria ed ecologica di portata immane. CITES “non è adeguata al suo scopo (not fit for purpose)”, concludono BAN ed EMS, al termine di un lunghissimo viaggio che, in maniera appropriata, hanno definito sin dal 2018 the extinction business

Se vuoi saperne di più: Wildlife Economy: Africa, Asia e Sud America – dove e perché mangiamo specie in via di estinzione.

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Un anno insieme

(It’s a shame to quarrel on Christmas day, Minami Moroashi 2015 – Charles Dickens Museum London )

Cari lettori, care lettrici,

Da qualche anno un post-it giallo campeggia sullo stipite della porta all’ingresso della mia cucina: “Believing in evolution is just a description about you”, ossia “Credere nell’evoluzione delle specie ti descrive”. Ti qualifica, rende noto il tuo carattere, è un indizio della concezione che hai della vita. Avventurosa e aperta al caso, oppure chiusa in se stessa e ostile all’ignoto. Il motivo per cui questo motto sta dove sta in casa mia è che, da sempre, penso che la biologia evolutiva, e quindi i fondamenti della evoluzione delle specie, oggi arricchiti dalla genetica, sia il faro nella notte nella protezione delle biodiversità. Troppo spesso gli ecologisti confondono il sentimentalismo con la scienza. C’è però un secondo motivo per cui il riferimento all’evoluzione delle specie domina i miei pensieri e i miei programmi. 

Io credo nell’evoluzione, proprio come atteggiamento, indole, Weltanschauung. Questo per me non significa solo che il caso (la mutazione a random che viene poi passata al setaccio della selezione naturale e diventa ereditaria) è il grande scultore del mondo vivente, ma anche che la sperimentazione (il fatto che ad ogni generazione siano possibili cambiamenti capaci di imprimere una certa direzione alla specie) dovrebbe essere la nostra migliore strategia psicologica nei marosi dell’esistenza. Al di fuori e ben al di là di opportunismi, meschinità di facciata, adulazione, tutte caratteristiche scambiate, ahimè, per virtù. 

Saper osare qualcosa di originale, questa è la lezione che dovremmo imparare dall’evoluzione degli esseri viventi.

Ed è questo lo spirito, il progetto, la colonna vertebrale di Tracking Extinction. Non basta fare informazione sulla sesta estinzione di massa, bisogna anche fornire una interpretazione di quanto accade al fenomeno della vita biologica. Serve un pensiero ben documentato, ma che sia un pensiero sulla scomparsa delle specie animali e vegetali dal nostro sguardo, dal nostro animo e dal nostro futuro. Serve il giornalismo e serve anche il racconto scientifico. Per tutte queste ragioni Tracking Extinction si distingue da ciò che trovate sulle principali testate giornalistiche italiane. 

Voi la sapete bene. 

Lo scorso ottobre mi è stato proposto di scrivere per uno di questi giornali. La proposta era condizionata all’accettazione, oltre che di una retribuzione da fame, di un piano editoriale preciso: “dobbiamo dare un messaggio positivo”. Ho rifiutato, dicendo un NO clamoroso. Non credo che sia compito di un giornalista fornire un messaggio comodo, di circostanza e abbastanza morbido da soddisfare il bisogno di comfort dell’establishment. Penso, invece, che ormai è indispensabile dire la verità. Anche quando in ballo c’è la sesta estinzione di massa, con tutte le sue ambiguità culturali ed ecologiche. 

Potete immaginare, suppongo, che scegliere di percorrere una via indipendente, senza la protezione di un editore big player, è una decisione non comune. Dimostra una certa intraprendenza. È una decisione che vien fuori da quel tipo di fede nell’evoluzione di cui vi parlavo prima. Questo è un magazine che accetta la sfida ed entra in partita senza trucchi: non uso le Adds di Google e di Facebook per avere traffico. In compenso, sapete bene che cosa avete letto e ascoltato qui: 60 articoli nel solo 2020, ossia 5 articoli al mese; 33 puntate del podcast, per un totale di 660 minuti di audio.

Per questo vi chiedo di chiudere questo 2020 con una donazione a Tracking Extinction. Se si crede in qualcosa, si è disposti ad andare fino in fondo. Altrimenti, è stato tutto uno scherzo, un gioco, una bagatella, la solita, vecchia storia di cuori spenti e menti annoiate.

Sono certa che voi siate molto di più. Grazie !

Auguri e, statene certi, ci vediamo nel 2021 !

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Humboldt Forum, è Berlino la capitale europea del XXI secolo

Il 16 dicembre sarà ricordato negli annali della nostra vecchia Europa come il giorno dell’inaugurazione del primo museo dell’Antropocene. Alle sette in punto di sera, infatti, in una diretta streaming worldwide, a metà tra una conferenza stampa e uno spettacolo di lussureggiante coreografia tecnologica, affidata al noto presentatore della ZDF Mitri Sirin in completo sartoriale verde scuro, è stato aperto ufficialmente lo Humboldt Forum di Berlino. Il primo museo di questo tipo in Europa (Ambientalista, Etnologico, Ecologico, Storico), che, per quanto abbiamo visto mercoledì, sarà un esperimento aperto, e imprevedibile, su cosa è una collezione heritage oggi e su come costruire un linguaggio totalmente avventuroso sulla civiltà umana, geniale distruttrice del Pianeta Terra. 

Lo Humboldt sarà infatti luogo di commemorazione di delitti coloniali, un tribunale di denuncia dello schema di estinzione delle forme viventi animali e vegetali inscritto nella cavalcata trionfale della Modernità, una collezione dei simboli cangianti del genio umano chiamati arte. Nessuna mostra qui dentro sarà solo una mostra a tema, anzi, ogni mostra sarà un connettore, un medium, per la comprensione e la contemplazione della totalità dell’esperienza dei Sapiens nelle geografie del Pianeta. 

Personalmente, la prima impressione è che lo Humboldt sia un punto di sutura, e di crisi, che proprio nelle sue molteplici e insanabili contraddizioni riesce ad esprimere senza riserve la complessità del nostro secolo e la sua pericolosità forse fatale. Una pericolosità che sta anche nella bellezza mozzafiato di un edificio i cui soffitti sono alti 40 metri, ridotto in polvere o poco più dalle bombe alleate del 1943-45, raso al suolo il 7 settembre del 1950 da Walter Ulbricht, Staatchef della DDR, in quanto “simbolo dell’assolutismo prussiano” e rinato sotto mentite spoglie nel 1976 come “palazzo della Repubblica Comunista”. 

Qui una galleria fotografica splendida dello Schloss dal 1900 al cantiere del 2012. 

Ora il palazzo del Kaiser, in tutto il suo splendore barocco, è tornato. In nome di una non temuta e non taciuta aspirazione alla supremazia in Europa, che Berlino, nel tono compiaciuto e sicuro della conduzione della serata, sbatte in faccia al resto del mondo proponendo, qui, una riconciliazione epocale sotto il segno di una potenza economica meritata e riconquistata. 

Un “cosmografo”, e cioè una installazione a moduli geometrici alta fino al soffitto, si è illuminata dei volti di tutte le persone collegate dal loro pc in diretta e poi, nel corso della serata, delle componenti iconografiche del museo: le statue ottocentesche, ancora nere delle bombe, recuperate e restaurate; i reperti medievali dell’anticipo monastero che sta nelle fondamenta dello Schloss, i capolavori dell’arte asiatica già disposti al primo piano. Un sorta di passage alla Walter Benjamin, in cui diverse epoche sfumano in un tempo sospeso, il nostro, un tempo di transizione e di rischio, che ha sbriciolato la nostra idea di futuro. 

Le statue originali, annerite dalle bombe della Seconda Guerra Mondiale, sul cosmografo multimediale

Un posto “di cui c’è urgente bisogno, che interroga direttamente le nostre società”, ha detto Hartmut Dorgerloh, il Sovrintendente Generale e Presidente del Consiglio Direttivo della Stiftung Humboldt Forum im Berliner Schloss, che è anche uno storico dell’arte e dal 2004 professore onorario alla Humboldt-Universität zu Berlin. Sulla stessa linea Monica Gruetters, il Ministero tedesco della Cultura, che ha insistito sul fatto che lo Humboldt “è un patrimonio per il mondo, una cultura per l’umanità intera” proprio perché dimostra che noi Europei “non siamo al centro del mondo”, ma siamo in un mondo. Le discussioni, anche incattivite, attorno ad una operazione di questo tipo valorizzano, secondo la Gruetters, la vocazione primaria dello Humboldt, che non è un punto di arrivo, ma un punto di partenza della riflessione dell’Europa su stessa. Nessuno vuole negare infatti che la polemica sulla restituzione delle opere africane non si è mai placata. l’Archeologo George Okello Abungu, accademico di Cambridge e direttore generale dei musei del Kenya, ha detto in diretta che “se anche la questione della storia è molto difficile in questo luogo e su questi temi, be’, non c’è posto migliore per affrontare questa complessità”. 

Lo spostamento delle collezioni etnologiche comincerà l’anno prossimo: entro la tarda estate e poi sul finire del 2021 la prima parte dei reperti ed all’inizio del 2022 la seconda parte.

Il foyer dello Schloss durante la show di inaugurazione

È stato ricordato in diretta che “la natura sta collassando davanti ai nostri occhi” e che lo Humboldt è il museo in cui prenderne coscienza.

Senza una prospettiva temporale, infatti, è impossibile capire che cosa ci sta accadendo. I volti delle statue annerite degli dei antichi Mercurio, Armonia e Meleagro che un secolo fa decoravano la facciata dell’edificio spuntano sul cosmografo come volti conosciuti, familiari, congeniti al nostro spirito stanco e assopito. Non sono i volti di civiltà finite o di epoche consunte, sono i nostri stessi volti. È nella continuità, che annichilisce e decompone l’organico, preservando l’idea, che noi Sapiens troviamo le basi della nostra etica.

Ricostruire è dunque pensare. Vale nella scienza, e vale nella antropologia estetica di questo XXI secolo, in cui vediamo con lo stesso sguardo, cogliendone le somiglianze, i volti scolpiti nella pietra, nel legno, nel marmo, nell’avorio e nel bronzo, o dipinti ad olio su tela, le stesse forme genetiche di un animale maestoso che si muove in una terra selvaggia, lontana, eppure così vicina. La fusione totale tra wilderness e arte, ecco di che cosa parlerà lo Humboldt negli anni a venire. 

Mentre quindi si fa cenno alle condizioni eccezionali di questa inaugurazione a causa della epidemia, spunta fuori il riferimento alla “grande moria – The Great Dying” del secolo XVI, quando le malattie esantematiche europee sterminarono i nativi americani contribuendo ad un cambiamento climatico oggi individuato nei carotaggi artici.

Di nuovo, attraverso il SarsCov2, scopriamo qualcosa che sta nei libri di storia. Il caos e la morte di massa non sono eventi eccezionali, ma strumenti di espansione e di costruzione di nicchia. E segnano battute di arresto dopo le quali nulla è più come prima. 

(Bassorilievo Cambogiano)

Questa è l’epoca in cui abbiamo scoperto che il nostro Illuminismo ereditato (progresso, tecnologia, materialismo e positivismo tecnologico, l’Illuminismo dei fratelli von Humbolt) non sono sufficienti per tenere il naso sopra la linea di galleggiamento. O, per come la mette Amitav Gosh, collocando l’esplosione economica asiatica degli anni Novanta nella giusta prospettiva: “l’Asia ha interpretato un altro ruolo fondamentale nel dispiegarsi della Grande Cecità (l’indifferenza e l’inazione nei confronti del cambiamento climatico, NDR), ovvero quello del sempliciotto che, attraversando goffamente il palcoscenico, si imbatte senza rendersene conto nel segreto che è la chiave di tutta la storia (…) Ciò che abbiamo appreso da questo esperimento è che gli stili di vita nati dalla modernità sono praticabili solo per una piccola minoranza delle popolazione mondiale (…) è stata dunque l’Asia a strappare la maschera al fantasma che l’aveva attirata sul palcoscenico della Grande Cecità, ma solo per ritrarsi inorridita da quel che aveva fatto; lo shock è stato tale che ora non osa neppure nominare ciò che ha visto – perché, essendo salita su quel palcoscenico, ora è in trappola come tutti gli altri. L’unica cosa che può dire al coro che aspetta di accoglierla nei suoi ranghi è: Ma voi avevate promesso…e noi vi abbiamo creduto!”.

L’intera specie umana è entrata in un caleidoscopio ermeneutico. Questo è lo Humboldt Forum. Hartmut Dorgerloh ai microfoni della RBB – Rundkunft Berlin Branderburg: “questo sarò un luogo che porta l’Isola dei Musei nel 21 secolo, un luogo che è reattivo nei confronti della nostra epoca (auf unsere Zeit reagiert)” e cioè un luogo in cui “noi proviamo a capirci l’uno con l’altro su come il futuro che ci attende è una vita gli uni accanto agli altri e che abbiamo intenzione di vivere questa vita nella cooperazione reciproca”. 

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Tigre di Amur, indispensabile il vaccino contro il cimurro canino

(Photo Credit: Panthera on Twitter, 16 giugno 2020)

Il potenziale esplosivo di un virus non riguarda solo le comunità umane. Ma anche i grandi carnivori, che sopravvivono in popolazioni frammentate e poco numerose. La tigre di Amur (Panthera tigris altaica), comunemente nota come tigre siberiana, è in cima alla lista e il patogeno killer è il cimurro canino (Canine morbillivirus), un virus della famiglia dei morbillivirus. I risultati di uno studio appena pubblicato sulla PNAS e condotto nell’estremo nord est della Russia (regione del Primorskii e del Sikothe Alin), in Siberia, l’ultimo habitat della tigre di Amur, conferma questa preoccupazione: “il cimurro è stato identificato per la prima volta fra le tigri di Amur nel 2003 e alcuni casi sono stati confermati nel 2010. Gli anticorpi per questa malattia non c’erano nei campioni di 18 tigri esaminati prima del 2000 e sono invece stati trovati in 20 delle 54 tigri prese in considerazione da allora. Il 54%”. 

Stiamo parlando di una specie che ad oggi conta meno di 554 individui allo stato selvaggio, la condizione perfetta perché un solo patogeno particolarmente mortale abbia un effetto catastrofico, insistendo sulla bassa diversità genetica della specie. 

Ma anche questa è una storia che racconta della linea di faglia sempre più rischiosa e pericolosa di “human encroanchment” e cioè del continuo incrocio tra esseri umani e faune selvatiche, perché il cimurro canino è un virus che ha come ospite di elezione il cane domestico. Dove ci sono gli uomini, ci sono anche i cani, e dove ci sono tigri e cani a soccombere sono, ormai, le tigri. Ma c’è una altra questione che emerge qui: la sovrapposizione di fattori ecologici differenti, che, mixati insieme, rendono sempre più difficili gli sforzi di conservazione e protezione di una specie, quando più punti critici vengono superati simultaneamente. A quel punto, l’equazione diventa non lineare e la buona volontà, o i nobili ideali attorno ad uno degli animali più belli del Pianeta, franano su una realtà fragilissima. 

Gli autori forniscono esempi di eventi devastanti che hanno già coinvolto altri carnivori, e il minimo comune denominatore sono patogeni virali provenienti dai cani domestici: “le malattie infettive sono sempre più spesso ritenute una minaccia di estinzione per i carnivori già in pericolo, e i virus, specialmente quelli associati al cane domestico, sono stati la causa del declino massiccio di diverse popolazioni. Tra questi patogeni, il cimurro canino ha causato epidemie tra i leoni del Serengeti (Panthera leo), tra i lupi etiopi (Canis simensis) e tra le volpi della Channel Island, California (Urocyon littoralis)”. Il rischio di estinzione per la tigre di Amur potrebbe essere fatale entro i prossimi 50 anni, se non si trova il modo di arginare la diffusione del cimurro canino. Ma non sono soltanto i cani dei villaggi il vettore-ospite del cimurro, avverte questo studio a cui hanno collaborato alcuni tra i massimi esperti del grande gatto siberiano, come Dave Miquelle, della Wildlife Conservation Society, che ha trascorso ormai quasi 20 anni con le tigri. 

La Amur, infatti, caccia più mammiferi e vive in un habitat in cui ci sono 17 specie di carnivori, anch’essi potenzialmente ospiti del virus: “gli animali selvatici sono ospite-chiave per il cimurro canino e per la sua persistenza in tutto l’estremo oriente russo e sono una importante fonte di contagio per le tigri in questa regione. Ci sono diversi circuiti potenziali di trasmissione del virus dai carnivori selvatici alle tigri. La recente scoperta del virus del cimurro in un cane procione (Nyctereutes procyonoides) ucciso da una tigre nel Primorskii meridionale suggerisce che la predazione sia uno di questi circuiti di infezione. Specie suscettibili (che includono la donnola siberiana, Mustela sibirica, lo zibellino, Martes zibellina, e il cinghiale selvatico) sono stati osservati attorno ai siti di uccisione delle prede della tigre e per questo costruiscono una possibile opportunità di trasmissione indiretta”. 

Individuare tutti gli ospiti per delimitare una area di rischio per la Amur è sostanzialmente impossibile in una area estesa, con temperature polari in inverno e sostanzialmente tagliata fuori da linee di comunicazione facilmente percorribili. Dove domina la tigre la taiga a conifere è incontrastata. Anche per questi motivi, finora, l’attenzione di tutti è stata su campagne di vaccinazione circoscritte ai cani domestici. 

L’obiettivo di questo studio è stato quindi raccogliere e valutare dati epidemiologici che facessero chiarezza sulla importanza nella trasmissione del cimurro alle tigri dei cani, appartenenti a 37 villaggi, e di 8 specie di ospiti selvatici. I campioni sierologici delle tigri sono stati raccolti dal 2000 al 2014 nella Lazovskii Zapovednik e nella leggendaria Sikhote-Alin Biosphere Zapovednik. 

“I dati genetici (sui ceppi di virus, ndr) mostrano che virus strettamente imparenti stanno infettando un ampio gruppo di carnivori selvaggi che funzionano da ospite attraverso una estesa area geografica già da parecchio tempo, ma non ci sono prove di una correlazione con i virus che, invece, circolano tra i cani domestici in questa stessa regione (…) il punto centrale è che, anche senza una comprensione completa del cimurro nei cani, abbiamo ormai sufficienti evidenze per suggerire che interventi focalizzati esclusivamente sui cani domestici non sarebbero efficaci nel prevenire l’infezione delle tigri, proprio per il ruolo degli animali selvatici”. 

In uno studio del 2009 apparso sulla ANIMAL CONSERVATION della Zoological Society London (ZSL) questo contesto ecologico appariva già preoccupante: “molti patogeni, e in particolare i virus, hanno una propensione a cambiare ospiti ed anche ad infettare la stessa popolazione ospite con risultati anche molto differenti. Le co-infezioni, fattori ambientali e una miriade di fattori connessi al tipo di ospite possono interagire provocando una certa suscettibilità alla malattia. Ciò che è chiaro è che coloro che amministrano la fauna selvatica devono ormai essere preparati all’emergere di nuove malattie. Mentre il contatto tra animali domestici e specie selvatiche aumenta e le condizioni ambientali mutano, nuovi schemi di patologie a danno della wildlife, e quindi nuovi schemi di mortalità, verranno inevitabilmente a galla”. 

Gli autori suggeriscono che la vaccinazione delle ultime tigri siberiane sia l’unica via per arginare l’infezione e abbattere il rischio di estinzione, ma seguendo un “low-coverage vaccination approach” e cioè un programma di vaccinazione graduale. Questo team di ricercatori ha già testato una strategia del genere in una ridottissima popolazione di Amur in prossimità del Land of the Leopard National Park, con risultati incoraggianti. “La vaccinazione annuale di 2 tigri per anno ha  ridotto la probabilità di estinzione entro 50 anni dal 15.8% al 5.7%, con un costo annuo, per la campagna, di meno di 30mila dollari americani”. Questa sub-popolazione è “di grande valore per la conservazione della specie, come fonte per ri-colonizzare il nord est della Cina”. 

Tutto questo conferma che, per quanto fragili, gli sforzi di recupero numerico di una specie ridotta a poche centinaia di esemplari sono la strategia di lungo periodo più efficace contro l’intero comparto di fattori distruttivi che nei prossimi decenni andranno intensificandosi. Perché è la quantità di individui di una singola specie l’indice definitivo e inequivocabile del successo nella protezione di un habitat e di tutti i suoi attori, predatori di vertice compresi. 

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La grande illusione

Le analogie storiche sono una grande tentazione. Il loro scopo è portare conforto in un presente disordinato, e angosciato. Ma, anche quando una analogia funziona, non sempre il prisma delle somiglianze viene colto nella sua ampiezza. Da marzo circolano su YouTube alcune lezioni del professor Alessandro Barbero sulla “crisi del Trecento, il brusco cambio di passo nella cultura, e nell’economia, medievali che, nell’immaginario collettivo, è identificato con l’epidemia di peste del 1348, quella del Boccaccio e del Decameron fiorentino. 

A questo punto della nostra epidemia globale, non è però tanto l’analisi delle cause della frattura del Trecento discusse da Barbero che dovrebbe attirare la nostra ansiosa attenzione, quanto piuttosto la sua disamina dell’atteggiamento psicologico che dominava l’Europa in un momento in cui, a partire dal 1315, con il primo fallimento nei raccolti a causa di una stagione insolitamente piovosa e fredda, cominciò a prendere corpo la consapevolezza che il mondo era diverso da come era stato descritto e percepito per secoli. 

L’Europa, argomenta Barbero, usciva da un lunghissimo periodo di crescita economica e il Medioevo stesso, fino ad allora, si configurava come un arco di tempo di enorme durata. È questa coscienza inconscia di una continuità ormai solida, consolidata, che rende lo shock del 1315  (e poi dei successivi raccolti di grano finiti marciti, nel 1316 e nel 1317) così sorprendente, devastante e cupo. “Da secoli gli uomini in Europa sentono di vivere in un mondo razionale, che funziona, un mondo dove un uomo può vivere bene usando la sua intelligenza. L’Europa era ottimista – spiega Alessandro Barbero – ed abituata a crescere, ma questa crescita, ad un certo punto, si inceppa”. 

Quando una civiltà si sente sicura delle proprie premesse, quando avverte nella propria struttura economica e produttiva una conferma delle sue convinzioni culturali e religiose, nutre e sostiene una società che pensa se stessa come definitiva e forte. Per quanto la tradizione possa dunque fornire esempi di brusche interruzioni, una civiltà capace di una notevole solidità interna non è più abituata ad ipotizzare una catastrofe collettiva. La percezione di avere alle spalle un tempo lunghissimo in cui “è sempre andata così” diventa quindi un fattore di coesione sociale robustissimo, che però disarma le intelligenze dinanzi alla imprevedibilità dell’accadere storico, e delle faccende naturali. Questa è una prima, impressionante somiglianza tra il nostro 2020 e la frattura del Trecento.

Anche noi, come gli uomini e le donne del Trecento, siamo infatti avvezzi a pensare alla civiltà contemporanea come ad un blocco di convenzioni, idee, modi di produzione sbozzato e levigato una volta per tutte. Non solo il migliore mai progettato da mente umana, ma soprattutto l’apogeo di un processo di conquista di diritti fondamentali (divorzio, aborto, riscaldamento domestico, frutta esotica in inverno, aria condizionata, carne in tavola tre volte la settimana, voli aerei intercontinentali). Che tutto questo possa franare perché si regge su premesse ecologiche e biologiche altamente misconosciute o sottostimate, è considerato un pensiero disfattista, sciocco e insensato. Della vita moderna la gente comune non coglie più le fondamenta, ma soltanto il comfort e la bellezza. 

E infatti, ciò che risalta con maggiore e negletta evidenza in questo ultimo mese del 2020 è il silenzio sulle cause ecologiche, e quindi il valore ecologico, della pandemia. Stregati e ammaliati da un velo di Maja ricamato ad arte, sembriamo parlare di tutto fuorché di ciò che realmente è accaduto e sta accadendo. Lasciamo che i fatti stessi (una aberrante intrusione nella vita animale non addomesticata) sfumino, lasciando spazio ad una suggestione politica e sanitaria. 

Ci salverà un vaccino, e poi torneremo alla vita di prima. Nessuno, o poco più, nemmeno negli ambienti dove si discute di un reset verde degli assist economici europei, pare accorgersi della enormità e della scala del sintomo globale che il SarsCov2 ha potentemente sbattuto in faccia a quasi 8 miliardi di esseri umani. 

Secondo Barbero, il cambiamento climatico del XIV secolo (che ora i climatologi definiscono “Piccola Età Glaciale” e che era destinato a durare per 5 secoli, fino alle soglie della Rivoluzione Industriale) e una generale condizione di sovrappopolazione furono tra le cause del disastro continentale. In un primo tempo, dinanzi alla penuria alimentare si pensò “se dobbiamo produrre di più, metteremo a coltura più terra”, ma “anche se semini cereali a 1000 metri di altezza, come la segala, queste terre renderanno pochissimo e presto il suolo si esaurirà”. Al volgere della metà del secolo è chiaro quindi l’impensabile: “non ci si può più allargare: è stato raggiunto un limite”.

La grande illusione del volgere del 2020 è la rimozione di una consapevolezza analoga. Che cioè noi si sia giunti ad una frattura epocale, oltre la quale non c’è più il bengodi di un benessere sognato e politicizzato sino all’esasperazione, ma una fatica di vivere di nuovo stampo, esausta: l’effetto rebound di una interpretazione scorretta e fuorviante di noi stessi che va avanti, questa sì, da alcuni secoli ormai. 

In altre parole, ciò che nei prossimi anni a noi vicini diverrà sempre più manifesto è che la modernità stessa è entrata in crisi, per il semplice fatto che non è più in grado di reggersi da sola senza riforlumarsi al cento per cento. È questa riformulazione il senso ultimo della retorica della sostenibilità economica, che tuttavia, come si vede, si spinge ben oltre, per l’ampiezza dei valori culturali e sociali in gioco, un impianto solare o qualche pala eolica.

Per superare la pandemia, bisogna cominciare a pensare sui tempi lunghi. Come i climatologi, i fisici, gli archeologi e i paleontologi.

Ma il sentimento, perché di una affezione emotiva si tratta, di appartenere ad una civiltà definitiva e ormai solida è radicato in un paradosso. Max Weber lo chiamava disincantamento del mondo. Ossia l’affermazione del pensiero razionale con metodo scientifico, che, facendo forza sulla leva di Archimede del calcolo matematico, è capace di spiegare le forze naturali, di usarle a suo vantaggio e di progettare tecnologicamente.

Il disincanto del mondo ci ha regalato, secondo Weber, un formidabile ottimismo e una inusitata fiducia nella infinita ricchezza della vita. Come la scienza è eterna nel suo sorpassare con nuove scoperte quelle del passato, così la nostra esistenza è aperta, nella solidità fornita dal pensiero intellettualistico, ad una sperimentazione infinita: “la vita individuale dell’uomo civilizzato, inserita nel ‘progresso’, nell’infinito, non potrebbe avere, per il suo senso immanente, alcun termine. Infatti c’è sempre ancora un processo ulteriore da compiere dinanzi a chi c’è dentro; nessuno, morendo, è arrivato al culmine, che è posto all’infinito. Abramo o un qualsiasi contadino dei tempi antichi moriva ‘vecchio e sazio della vita’ poiché si trovava nel ciclo organico della vita, poiché la sua vita, anche per quanto riguarda il suo senso, gli aveva portata alla sera del suo giorno ciò che poteva offrirgli, poiché per lui non rimanevano enigmi che desiderasse rivolvere ed egli poteva perciò ‘averne abbastanza’. Ma un uomo civilizzato, il quale è inserito nel processo di progressivo arricchimento della civiltà in fatto di idee, di sapere, di problemi, può diventare sì ‘stanco della vita’, ma non sazio della vita. 

Di ciò che la vita dello spirito continuamente produce egli coglie soltanto la minima parte, e sempre soltanto qualcosa di provvisorio, mai di definitivo: perciò la morte è per lui un accadimento privo di senso. E poiché la morte è priva di senso, lo è anche la vita della cultura in quanto tale, che, proprio in virtù della sua ‘progressività’ priva di senso imprime alla morte un carattere di assurdità”. 

Non c’è dubbio che queste figure culturali ormai congenite nella nostra civiltà umana siano a fondamento di molti dei nostri atteggiamenti pubblici, sfruttati dalla pubblicità come amplificatori del senso della vita, ad esempio nella interpretazione della vecchiaia, della progettazione narcisistica di se stessi e, infine, nella rimozione della catastrofe ecologica dell’orizzonte del possibile.

Se siamo convinti, e lo siamo, che il senso della vita stia in un miglioramento progressivo dell’ordine materiale delle cose, allora per noi la constatazione della impossibilità di mantenere efficace e produttivo questo processo coincide con il crollo di certezze psicologiche profonde. Il lavoro di rafforzamento e di consolidamento della presa umana sul Pianeta e le sue risorse naturali ha richiesto una costanza e una dedizione inimmaginabili per noi, che veniamo alla fine di questo percorso storico. Ma questo lavoro non è avvenuto in sordina, ha invece continuamente emanato, come prodotto di scarto, una assuefazione sempre più insensibile ai suoi risultati e ai suoi successi.

L’assuefazione è un genere di illusione. Inganna, froda e manipola. E maschera la realtà di finzione, facendo invece di questa finzione una realtà alternativa. Questo è lo scenario comune di un 2020 che non si chiude “senza il Natale”, ma senza neppure l’ombra di un principio di realtà. 

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I musei europei contro il riduzionismo green

Era ora. Esattamente come Melville, che immaginò nel Pequod guidato dal capitano Achab gli Stati Uniti stessi, in viaggio verso un ignoto megalomanico e autodistruttivo, oggi, i grandi musei europei stanno mostrando il loro vero volto. Una tempesta annerisce di nubi la linea dell’orizzonte, in pieno oceano. Ma è una tempesta che farà spazio al vento in poppa. La trasfigurazione dei musei da cattedrali indiscutibili di una supremazia millenaria a templi di un ripensamento complessivo dell’avventura dei Sapiens sul Pianeta prende corpo in un dibattito internazionale multiforme, ambientalista al cento per cento, purtroppo ancora lontano dalle pagine dei giornali italiani. Quel che fino a un paio di anni fa (prima di Greta Thunberg, prima di Black Lives Matters e prima del SarsCov2) sembrava solo un bisticcio per diplomatici e accademici, se pur di enorme valore morale, attorno alla questione della restituzione delle opere d’arte africane custodite al Tervuren, in Belgio, al Museé du Quai Branly, a Parigi, allo Humboldt Forum, a Berlino, e al British Museum, a Londra, è invece esploso adesso, a fine anno, come una implosione dell’identità classica di queste istituzioni, avviate a ripensare se stesse su una scala senza precedenti. Dirompente. 

Tra questa impostazione culturale e la pochezza dell’ambientalismo che pensa di risolvere la catastrofe ecologica con una sostituzione tecnologica c’è un abisso di esperienza. Esperienza di vita, e quindi di realtà reale. Storica, insomma. 

Qualunque museo è chiamato a prendere una posizione sulla catastrofe ecologica, e non per buone maniere, conformismo o moda, ma perché i musei sono protagonisti del paradigma di estinzione:  “mentre la scala e la urgenza del cambiamento climatico possono spesso sembrare travolgenti, i musei stanno soltanto ora cominciando a riconoscere di avere un ruolo cruciale da giocare nel dar forma alla risposta che la società saprà dare a questa crisi”, hanno scritto Rodney Harrison Harrison e Colin Sterlin su THE CONVERSATION, in un essay che rimarrà come pietra miliare della neonata liason tra ambientalismo maturo e politica culturale sui beni heritage della nostra Europa.  

Harrison ( che insegna alla UCL di Londra proprio Heritage Studies) e Sterlin (fellow della AHRC Research presso l’Istituto di Archeologia della UCL, dove si occupa di “heritage, museums, cultural memory and the Anthropocene”) propongono, di fatto, di passare da una lettura settoriale, superficiale e cementificata sul presente della crisi ecologica ad una comprensione tridimensionale.

“Come molti studiosi hanno mostrato, le nozioni gerarchiche di razza e cultura, che i musei hanno contribuito a sviluppare e perpetuare, sono state il presupposto di pratiche violente, ovunque nel mondo, e continuano ad esserlo anche oggi. Queste idee rafforzarono anche la visione dell’Europa come felice eccezionale, che aiutò a consolidare e giustificare una relazione nociva con il mondo naturale, incoraggiando a sua volta l’ideale del progresso  e la comprensione della natura esclusivamente come risorsa. Questo atteggiamento è stato ripetutamente messo in discussione come parte di una riforma di queste istituzioni che sia complessiva, antirazzista, anticoloniale e a favore dell’ambiente”. 

È privo di senso, dunque, insistere nel tenere separati, e rigorosamente indipendenti, il discorso sull’arte ereditata ( l’immenso patrimonio occidentale ed europeo in particolare) e lo studio scientifico delle collezioni naturali, che ha nella tassonomia e nella ricerca genetico-molecolare i suoi capisaldi. Tutto ciò che noi Sapiens sappiamo sul mondo si sovrappone a tutto ciò che abbiamo fatto nel mondo.

Continuano Harrison e Sterlin: “ora, sulla lunga scia dell’emergenza climatica ed ecologica, questo dibattito ha un impatto diretto sulla vita sociale, politica ed economica, e quindi lo scopo fondamentale dei musei è chiamato fin dentro la questione (…) Certo non tutti i musei portano il peso delle radici coloniali che permeano il British Museum, eppure la premessa centrale della raccolta di oggetti provenienti dalla natura e di oggetti di origine culturale allo scopo di raccontare un certo tipo di storia ha forgiato il modo in cui la società globale intende oggi la sua posizione nel mondo. (…) L’idea che gli esseri umani esercito ogni sorta di supremazia sulla natura è sempre stata il prodotto di una illusione. I musei – ‘ questi simboli di etilismo e di sobrio immobilismo’, come li definì una volta l’antropologo James Clifford – hanno contribuito a rafforzare questa visione del mondo per troppo tempo. Re-immaginare i musei come pilastri della battaglia contro il cambiamento climatico significa qualcosa di più che pagare il ticket della sostenibilità, riciclando e riducendo le emissioni, per quanto anche queste decisioni siano importanti. Ma questa virata significa soprattutto fare i conti, storicamente, con il ruolo che i musei hanno giocato nel dare sostengo alle principali cause del cambiamento climatico, non meno del colonialismo e del capitalismo (almeno per come lo conosciamo ora) e della modernità industriale”. 

Un esempio di questo nuovo approccio è lo stesso museo di Tervuren – Royal Museum for Central Africa, in Belgio, la raccolta di di arte africana del bacino del Congo più importante del mondo. In questo museo la ricerca in campo biologico è affiancata alla divulgazione e alla conservazione dei manufatti artistici e di valore etnografico (120 mila pezzi), anche grazie alla enorme mole di reperti custoditi: qualcosa come 10 milioni di reperti zoologici (alcuni antichi di secoli e dunque appartenenti, verosimilmente, anche a popolazioni animali oggi estinte) e 80.000 campioni di legno da specie arboree della foresta tropicale del Congo. Lo scorso 5 marzo è uscito su NATURE (in prima pagina) uno studio sulla capacità delle ultime, grandi foreste tropicali umide del mondo di assorbire anidride carbonica e quindi di mitigare l’effetto del riscaldamento dell’atmosfera terrestre. Wannes Hubau, uno dei ricercatori coinvolti, fa ricerca al Tervuren nel campo della “wood biology”, con incursioni nella “storia della vegetazione africana” e nella archeo-botanica. Anche il Tervuren seguì l’esempio del numero di marzo di NATURE, pubblicando nella home page del museo la foto della cover della rivista. Lo studio tracciava un impressionante ponte cronologico nella comprensione della fisiologia delle foreste tropicali umide: “abbiamo raccolto, compilato e analizzato dati da foreste strutturalmente intatte e di antica crescita selezionate dallo African Tropical Rainforest Observation Network27 (217 siti) e da altre fonti (27 siti), in un periodo che va dal 1 gennaio 1968 al 31 dicembre 2014”. I risultati sono più che inquietanti: “prevediamo che, entro il 2030, la ‘carbon sink’ (lo stoccaggio di anidride carbonica) nella biomassa vegetale viva sopra il suolo delle foreste tropicali intatte dell’Africa declinerà del 14% rispetto al periodo 2010-15 (…) la carbon sink amazzonica continua invece il suo rapido declino, che raggiungerà lo zero di assorbimento di CO2 nel 2035”. Poiché le foreste tropicali svolgono un ruolo determinante nello stabilizzare il clima terrestre, il fatto che assorbano meno anidride carbonica perché la loro struttura si sta modificando proprio a causa dei cambiamenti climatici, avrà delle conseguenze precise.

Il “museo Antropocene” è per forza di realtà ispirato e condizionato da un rinnovato storicismo. Se aveva ragione il Dilthey, affermando che “il senso e il significato sorgono solo nell’uomo e nella sua storia”, attraverso la instancabile fluidificazione delle forme, delle interpretazioni e delle esperienze storiche, allora è verosimile che la presa di posizione dei Musei europei a favore di una discussione pubblica sul significato delle collezioni sia una svolta poderosa e viva nella direzione di una coscienza ecologica pervasiva e diffusa. 

“Penso che ogni collezione d’arte racconti, da un punto di vista unico, la storia dell’umano. Con tutte le sue conquiste, con tutte le sue sconfitte”, ha detto Tomaso Montanari, raggiunto via email su questo argomento. “Non solo delle imprese esterne, ma anche di quelle interne, dello spirito. Della lotta con i nostri demoni interni. È un percorso di liberazione”. E ogni riconoscimento è una forma di liberazione: “esattamente un anno fa, l’11 novembre 2019 la National Gallery of Scotland rilasciò un comunicato in cui diceva: ‘riconosciamo che abbiamo la responsabilità di fare tutto quello che possiamo per uscire dall’emergenza climatica. Da molte persone, l’associazione di questo premio con BP (British Petroleum) è considerata in contrasto con quell’obiettivo. E dunque, dopo attenta considerazione, i Trustees delle National Galleries of Scotland hanno deciso che questa sarà l’ultima volta che ospiteranno questa mostra nella forma attuale’. Parole sobrie e misurate: ma così clamorose da far subito il giro del mondo”, aggiunge Montanari. “Pochi mesi prima, 78 protagonisti del mondo dell’arte inglese (tra cui Anish Kapoor e Gary Hume),avevano chiesto alla National Portrait Gallery di Londra di troncare i rapporti con BP, accusata di ‘investire il 97 % del suo capitale disponibile nello sfruttamento di combustibili fossili e il 3 % in energie rinnovabili’. L’evento scozzese era organizzato in partnership proprio col museo londinese, che ora si trova più solo nella difesa della sponsorizzazione petrolifera. In ottobre i soldi BP erano stati già abbandonati dalla Royal Shakespeare Company, e gli attuali destinatari delle campagne anti-fossili sono nientemeno che il British Museum e la Royal Opera House”. 

Una eco di questo sisma europeo s’è avvertito anche in Italia: “i riflessi italiani della coraggiosa scelta del museo scozzese possono essere su un duplice livello. Da una parte è sperabile che essa agisca in senso letterale: e cioè che ai colossi petroliferi (a partire dalla nostra Eni) sia interdetta la possibilità del greenwashing (cioè della ‘ripulitura ambientalista’) attraverso la sponsorizzazione di musei, mostre e restauri. Si può rammentare, per esempio, il restauro della Basilica di Collemaggio all’Aquila, finanziato dall’Eni, che comportò l’intitolazione a Enrico Mattei del parco antistante”.

“Ma c’è anche una chiave di lettura più larga: e insieme più problematica e ancora più promettente. E questa chiave riguarda il rapporto tra i musei e il mercato: che negli ultimi anni in Italia si è così cementato da fare proprio del petrolio la chiave della più abusata metafora pronunciata da ministri e assessori ai Beni culturali. Il patrimonio culturale come ‘petrolio d’Italia’. Se i musei e i curatori di mostre iniziassero a prendere le distanze dall’industria e dalla retorica del lusso, dai marchi di moda, e da tutti gli interessi che usano l’arte per alimentare i bisogni indotti e la suicida crescita infinita, forse sarebbe più semplice far passare l’idea che l’unico sviluppo a cui serve la cultura è il «pieno sviluppo della persona umana».

Comprendere se stessi significa capirsi all’interno della propria epoca e in questo sforzo, titanico, perché dura una intera vita, le collezioni artistiche sono imprescindibili. Non saremmo umani se non sentiamo il bisogno di inventare l’evento artistico. E nei secoli ormai trascorsi, che hanno posto le fondamenta dell’Antropocene, è capitato che la pittura riassumesse le forze consce e inconsce della spinta di espansione della civiltà occidentale, dentro i corpi di animali e  popoli destinati allo sterminio.

L’ha mostrato, con una impaginazione spettacolare ed accattivante anche per il più profano dei curiosi, The New York Times, proponendo una lettura interattiva di “The Death of General Wolfe”, il capolavoro di Benjamin West, dipinto nel 1770. Il quadro ritrae la morte del generale inglese Wolfe sul campo di battaglia il 13 settembre 1759, in quella che passò alla storia come “battaglia delle pianure”, lo scontro che decise, fuori di Quebec City, la vittoria delle aspirazioni coloniali inglesi sugli analoghi progetti francesi nel contesto della Guerra dei Sette Anni, che Churchill definì la prima guerra davvero mondiale della storia. 

Il quadro divenne uno strumento di propaganda fenomenale per l’idea della supremazia inglese, della superiorità bianca ed europea e delle ragioni quasi mitologiche che sostenevano la colonizzazione del Nuovo Mondo: “uno pseudo-reportage in una grande architettura pittorica”. 

La morte di Wolfe è rappresentata come “una visione compressa di eroismo nazionale e di martirio individuale. Wolfe è il santo di un impero, che muore perché la Gran Bretagna possa governare il mondo”. Wolfe è accasciato in una posa che ricorda la Lamentazione di Cristo del Botticelli, ma che risuona anche della suggestione della iconografica dell’antica Roma: “West incanalò questa iconografia cristiana in un apoteosi imperiale (…) la fiction del Nuovo Mondo”. Ed è così che il Nativo, un Moicano, inginocchiato ai suoi piedi, adornato di oggetti che oggi sono al British Museum, figura soltanto come un guerriero senza nome: “una anteprima dell’intero assetto del colonialismo, sordido, indelebile ed irreversibile. Una sorta di peccato originale”. 

È questa irreversibilità che ci raccontano le collezioni heritage dei più importanti musei europei. Sulla impossibilità di tornare indietro affonda il suo mistero ogni forma di responsabilità personale e collettiva, che deve riparare il passato creando qualcosa di non ancora pensato. Max Weber diceva che “la patria non è il Paese dei padri, bensì il Paese dei figli”. Ed è per questo che potremmo azzardare un ragionamento paradossale anche sulla questione delle restituzione delle opere d’arte africane. L’insistenza nel non accettare la restituzione, che può essere intesa anche come una arroganza perpetua impermeabile a qualunque revisionismo, che può essere anche biasimata come un affronto, potrebbe invece aiutarci a comprendere l’entità dei crimini di cui stiamo parlando. I crimini di estinzione contro le faune di interi ecosistemi, l’alterazione degli equilibri ecologici di interi continenti, la sterminio e lo spostamento coatto di milioni di esseri umani non sono atti reversibili. Sono azioni umane, predeterminate, che hanno scolpito il mondo del XXI secolo in ogni sua molecola. 

Foto di apertura: Figura umana della tribù Lang-Ntumu o Ngumba, Cameroon – Berlino – Bode Museum; Ritratto di condottiero (1580) di France Pourbus il Vecchio, Parma – Galleria della Pilotta.

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I mega-incendi stanno ridisegnando la biodiversità globale

(Photo Credit: Frank Cone)

I mega-incendi in California, Australia e Siberia non sono solo il sintomo del cambiamento irreversibile cui stanno andando incontro i pattern climatici del Pianeta. L’intero “regime degli incendi” su scala globale è mutato e il fuoco è una ulteriore minaccia di estinzione per le specie animali e vegetali, su quattro continenti. Si ritiene che nei prossimi decenni gli incendi saranno più numerosi non solo nelle foreste boreali del Canada e della Russia, ma anche nelle foreste miste e nella foreste a cespugli bassi dell’Australia, dell’Europa Meridionale (ad esempio in Sicilia) e negli Stati Uniti Occidentali. 

Così come per le “megadrought”, gli eventi di siccità estrema capaci di durare anni, anche i “megafire” sono ormai una realtà del XXI secolo, a causa del riscaldamento dell’atmosfera: “di fatto, proprio perché il cambiamento climatico ha spinto la porzione di oceano entro il circolo Polare Artico oltre il suo punto di non ritorno (tipping point), e ci aspettiamo quindi che l’Artico sia privo di ghiaccio in estate al crescere delle temperature globali, le siccità saranno peggiori e questo significa che il mondo è entrato nella era dei mega-incendi. Secondo gli scienziati che li studiano, gli incendi di enormi proporzioni si comportano in un modo mai visto e quindi i metodi tradizionalmente usati per combattere il fuoco non sono adeguati a questa nuova realtà”.

Ora un assessment molto esteso sul ruolo crescente degli incendi sugli ecosistemi del Pianeta in Antropocene apparso su SCIENCE ( “Fire and biodiversity in the Anthropocene”) fa il punto sull’impatto che il fuoco avrà sempre di più in futuro nel condizionare la sopravvivenza e la resilienza della biodiversità su 4 continenti: “la conservazione della diversità biologica della Terra sarà possibile solo riconoscendo il ruolo critico del fuoco nel plasmare gli ecosistemi, e nel fornire una risposta. I cambiamenti globali nel regime degli incendi continueranno ed amplificheranno le interazioni tra fattori antropogenici”. 

Non ci sarà quindi solo un Pianeta più caldo nei decenni a venire, ma anche una biosfera differente. Il fuoco è uno dei fattori che renderanno gli habitat e la composizione di specie animali e vegetali che li compongono diversi da quelli attuali. 

Due aspetti a questo proposito sono particolarmente importanti. 

Il primo di questi aspetti ecologici è il cosiddetto “biotic mix” e cioè il puzzle di specie imposto dalle attività umane in ecosistemi che si sono evoluti con una composizione di specie animali e vegetali ormai alterato: “gli esseri umani hanno redistribuito le specie sul Pianeta e facendolo hanno creato nuovi assemblage che modificano la disponibilità di materiale infiammabile, il comportamento del fuoco e anche le dinamiche successive ad un incendio. In molte parti del mondo, le piante invasive hanno aumentato l’infiammabilità degli ambienti e la frequenza del fuoco. Anche gli animali invasivi possono alterare il regime degli incendi, perché condizionano la disponibilità del materiale organico che prende fuoco. La distribuzione delle interazioni biotiche e la rimozione delle specie può influenzare il fuoco e i suoi effetti associati alla biodiversità. Evidenze sperimentali indicano che la rimozione dei grandi mammiferi erbivori in Africa e in Nord America, ad esempio, altera la struttura degli ecosistemi e aumenta gli incendi”. 

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Nel Wyoming occidentale i puma cedono il passo ai lupi

(Photo Credit : Neil Wight – Teton Cougar Project Panthera)

È una magnifica, crudele epopea di predatori. Nella regione nord occidentale del Wyoming, il lupo grigio ha un ruolo ecologico dominante come predatore di vertice, tanto da limitare il numero dei puma. Questo è il risultato di uno studio condotto da Panthera e pubblicato sulla PROCEEDINGS OF THE ROYAL SOCIETY B, che descrive un equilibrio tra predatori inaspettato nelle foreste degli Stati Uniti occidentali. Per la prima volta, infatti, sono stati raccolti dati convincenti  sul fatto che qui il lupo grigio (quello dello Yellowstone, per intenderci) ha un impatto sulle popolazioni di puma peggiore degli effetti prodotti dalla caccia sportiva. Lo studio, durato 17 anni a partire dal 2000, condotto su 147 puma in un range di 2.300 chilometri quadrati, è ora una bussola per designare strategie di conservazione più dettagliate e specifiche per entrambi questi predatori. Mentre il lupo ha prosperato, i puma sono diminuiti del 48%. 

Il puma (Puma concolor) condivide con il giaguaro il destino di felino un tempo diffuso in buona parte di entrambi i continenti americani. Benché non sia classificato come felino a rischio in Red List, è una di quelle specie che reclama spazio e per cui servirebbero piani di protezione e di conservazione molto ambiziosi e coraggiosi negli Stati Uniti, soprattutto sull’enorme asse geografico Yellowstone-Yukon, fin dentro la taiga canadese.

Essendo un felino molto plastico, cioè capace di adattarsi ad habitat differenti per vegetazione e clima, il puma potrebbe stare potenzialmente, di nuovo, dappertutto. Nel 2013 il National Geographic pubblicava una foto quasi surreale di un puma che camminava nel buio alle spalle della scritta Hollywood, sulle colline della California: “negli ultimi 40 anni, i puma hanno continuato ad espandersi negli Stati Uniti occidentali. Sono spuntati anche a est, nelle Grandi Pianure, hanno fondato nuovi gruppi nel Missouri Breaks del Montana, nel Nord e nel Sud Dakota, e, più di recente, nel Nebraska occidentale. Di fatto, un numero crescente di avvistamenti confermati – più di 200 dal 1990 –  hanno svelato che i puma visitano praticamente ogni stato del Midwest, e anche le province del Canada, a nord”. 

All’inizio degli anni Duemila, l’interrogativo a cui il Teton Cougar Project di Panthera voleva dare una risposta ruotava attorno alle minacce che condizionano l’abbondanza o la scarsità di puma nel West Wyoming:  la caccia sportiva, i lupi o la scarsità di prede. Al momento dell’inizio della ricerca erano già disponibili dati sul fatto che il lupo grigio può influenzare negativamente le dinamiche ecologiche del puma, ad esempio il tipo di prede scelte e il modo in cui il felino sfrutta le risorse del suo habitat. Questo quadro è stato confermato e rafforzato, fornendo per la prima volta prove consistenti su come i lupi compromettono la sopravvivenza dei puma, riducendone la fitness riproduttiva. I lupi sono infatti anche i principali killer dei piccoli di puma. 

Anche la caccia da trofeo ha comunque il suo ruolo, avverte lo staff di Panthera, benché in questa regione del Wyoming si cacci molto meno che nel resto dei territori occidentali degli Stati Uniti. Da un punto di vista quantitativo, dal 200o al 2017 l’impatto medio annuale della caccia sportiva sull’equilibrio delle popolazioni di puma è stato equivalente a quello di 20 lupi.

“Gli ecosistemi sono interconnessi e quindi bisogna lavorare insieme sulla conservazione e sulla gestione delle specie selvatiche per una strategia multi-specie”

Il direttore del Panthera Puma Program, Mark Elbroch: “i puma modellano la loro vita attorno ai lupi, ma nessuno poteva immaginarsi che i lupi li condizionino addirittura di più della caccia da trofeo degli esseri umani. Questi risultati dovrebbe essere considerati nelle nostre valutazioni sulla gestione delle aree in cui coesistono questi due carnivori. E quindi se dovremmo o meno consentirne la caccia”. È infatti chiaro che il numero di puma può diminuire rapidamente dove viene reintrodotto il lupo e dove il lupo, tornato al suo antico territorio, recupera: “questo studio sui puma dimostra una volta di più che gli ecosistemi sono interconnessi e che quindi bisogna lavorare insieme sulla conservazione e sulla gestione delle specie selvatiche per una strategia multi-specie, totalmente opposta ad una visione focalizzata su una singola specie”. 

Le evidenze raccolte sono utili per più di un motivo. Elbroch: “Questi risultati ci forniscono uno sguardo approfondito, storico dentro gli ecosistemi del Nord America. E suggeriscono che i puma, probabilmente, sono sempre stati meno numerosi di quanto siano oggi in molte parti dell’Ovest proprio perché i lupi controllavano il loro numero”. 

(Credits: Panthera)

Anche Howard Quigley, Panthera Conservation Science Executive Director, dà una lettura allargata dello studio: “queste scoperte non devono in alcun modo essere distorte a favore di un incoraggiamento su base scientifica alla caccia sul lupo grigio. Al contrario, se vogliamo proteggere questi predatori di vertice la cui sopravvivenza è davvero critica, per i loro ecosistemi e le comunità umane che li circondano, la scienza indica chiaramente che la strada da percorre è ridurre o eliminare la caccia sportiva sul puma, o, quanto meno, assumere un approccio molto conservativo laddove i puma convivono con i lupi”. 

(Credits: Panthera)
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L’approccio alla pandemia è riduttivo, avverte l’IPBES

(Photo Credit: IPBES Press Kit)

Lo scorso 29 ottobre l’IPBES ha reso pubblico per la stampa (che in Italia lo ha ignorato) un report molto dettagliato sulle pandemie da zoonosi, come il SarsCov2, e la loro correlazione con il collasso ecologico globale. IPBES – Workshop on biodiversity and pandemics  (un documento in peer review) è il risultato di un lavoro gigantesco messo insieme da 22 esperti di tutto il mondo a luglio di quest’anno, che hanno fatto il punto sulle cause di questa epidemia e sul perché i governi nazionali e la governance internazionale non possono più rimandare la questione dei driver ecologici che sono alla fonte di malattie come il Covid19. Gli scienziati coinvolti hanno discusso i dati attualmente disponibili su 500 malattie zoonotiche di impatto globale e hanno ribadito che la comunità internazionale deve spostarsi su una visione politica “one health”, che miri, allo stesso tempo, alla salvaguardia della salute e integrità di uomini, animali ed ecosistemi. 

L’IPBES denuncia infatti che siamo intrappolati in un “approccio riduzionista”, lo stesso ampiamente impiegato dai media italiani per raccontare l’emergenza nazionale: “il nostro approccio business-as-usual alle pandemie è basato sul contenimento e sul controllo, una volta che la malattia è emersa, e si basa quindi primariamente su un modello di intervento riduzionista, che contempla il vaccino e lo sviluppo di terapie, piuttosto che sul ridurre le cause del rischio di pandemia e quindi sul prevenirle prima che esplodano”. 

Viviamo nella “era delle pandemie” e “venirne fuori richiede opzioni politiche che sostengano un cambiamento trasformativo orientato alla prevenzione”. L’ordine di grandezza qualitativo e quantitativo di questo cambiamento è già stato illustrato dall’IPBES l’anno scorso a maggio, con il mega report che ha spiegato come 1 milione di specie sia ormai in via di estinzione e come la civiltà umana debba svoltare rispetto ad un modello economico fondato sull’espansione illimitata dei profitti e del prelievo di risorse naturali.

Nell’era delle pandemie deve essere chiaro che “le cause sottostanti le pandemie sono le stesse dei cambiamenti ambientali globali che sono alla base della perdita di biodiversità e del cambiamento climatico. Includono il cambio di uso del suolo, l’espansione e l’intensificazione dell’agricoltura, il commercio e il consumo di specie selvatiche (…)”. Infatti,  “la recente crescita esponenziale proprio nel consumo e nel commercio, sotto la spinta della domanda dei Paesi sviluppati e delle economie emergenti, tanto quanto la pressione demografica umana, ha condotto ad una serie di malattie nuove, che originano principalmente nei Paesi in via di sviluppo ad alto tasso di biodiversità, e poi finiscono con il rientrare negli schemi di consumo globale”.

In questi modelli culturali ad enorme tasso di prelievo di risorse naturali ci sono la carne, le pellicce, rettili da compagnia, pelli esotiche, olio di palma per detergenti, cosmetici e alimenti, mammiferi usati come pet. 

Il rapporto IPBES, però, insiste anche sui costi di una zoonosi, di solito taciuti. Come per qualunque altro disastro ecologico, il prezzo da pagare è spalmato su più indici economici e finisce con il refluire nella categoria dell’offsetting, ossia nelle esternalizzazioni che i nostri modelli economici non tengono in considerazione, quando si decide come pianificare politiche produttive e consensi elettorali. 

Eppure, benché ignorate dai giornali e dalle televisioni mainstream, le cifre sui costi della pandemia indicano chiaramente che continuare ad ignorare la correlazione tra collasso ecologico, crisi di estinzione e rischio sanitario costa molto di più che invertire la rotta. Stiamo quindi pagando il dazio di una miopia politica straordinaria e protratta nel tempo, non di misure estemporanee necessarie per evitare migliaia di morti: “è probabile che il Covid19 provochi danni economici di trilioni di dollari, con una stima globale di 8-16 trilioni di dollari a luglio 2020 e di 16 trilioni negli Stati Uniti, se presumiamo un contenimento dell’infezione dovuta al vaccino entro  i primi 4 mesi del 2021. Se ipotizziamo costi simili per le altre pandemie già verificatesi negli ultimi 102 anni (l’influenza del 1918, l’HIV/AIDS e altre ancora) e vi aggiungiamo il peso su base annua di malattie emergenti su scala molto vasta (ad esempio, la SARS, Ebola e altre ancora), e inseriamo nel calcolo anche i 570 miliardi di dollari che ogni anno spendiamo per la influenza stagionale di forte intensità su scala pandemica, il costo dell’emergere di una zoonosi supera 1 trilione di dollari all’anno.L’OCSE ha estimato che in media, nel periodo 2015-2017, ogni anno sono state allocate per la conservazione della biodiversità tra 78 e 91 miliardi di dollari, un investimento che rappresenta una frazione dell’impatto provocato da malattie zoonotiche emergenti. Stime del costo globale di una strategia di prevenzione delle pandemie basate sulle cause che vi stanno dietro, e cioè il commercio di specie selvatiche, il cambio di uso del suolo e una migliore sorveglianza secondo l’approccio One Health, si aggirano tra i 22 e i 31.2 miliardi di dollari, che possono essere ridotti ancora (scendendo tra 17.7 e 26.9 miliardi di dollari), se si calcolano anche i benefici derivanti dalla riforestazione e quindi dal sequestro di carbonio – 2 ordini di grandezza in meno rispetto ai danni economici da pandemia”. 

Il vaccino per il SarsCov2 non chiuderà la partita, ma sarò solo il primo tempo di qualcosa di molto più grande, avverte l’IPBES: “senza strategie preventive, le pandemie emergeranno più spesso, si diffonderanno più rapidamente, uccideranno più persone e si ripercuoteranno sull’economia globale con un impatto ancora più devastante del precedente”. 

Infatti, “sin dal 1918, almeno 6 altre pandemie si sono abbattute sulla salute pubblica, 2 causate da virus influenzati, la HIV/AIDS, la SARS e adesso il Covid19. Queste 6 sono la punta dell’iceberg delle potenziali pandemie. Oggi, una popolazione di 7.8 miliardi di persone è protagonista di progressi nel campo della medicina, dell’industria e dell’agricoltura, che, assommati ad una demografia molto rapida, alla conversione dei terreni agricoli, al cambiamento climatico e alla sostituzione della wildlife con animali da allevamento e al degrado ambientale, definisce l’Antropocene. Il risultato è un incremento nella frequenza di interazioni tra specie selvatiche, specie allevate ed esseri umani, soprattutto nelle regioni tropicali e sub-tropicali (a basse latitudini) ricche di biodiversità selvatica con i suoi microbi. Il rischio di spillover è inoltre più alto anche in conseguenza del cambiamento climatico, che introduce perturbazioni nelle dinamiche di popolazione e nella distribuzione delle specie selvatiche”. 

Vediamo i numeri.   

Il 70% delle malattie emergenti (Ebola, Zika, l’encefalite da Nipah) sono zoonosi, malattie cioè causate da microbi di origine animale. Più di 400 microbi (virus, batteri, protozoi, funghi e altri microrganismi) sono passati sull’uomo negli ultimi 50 anni e la maggior parte aveva un ospite naturale in un animale selvatico. 

Ogni anno emergono oltre 5 nuove malattie che colpiscono l’uomo, e ognuna di queste ha le potenzialità per diventare una pandemia. 

Si stima che ci siano 1.7 milioni di virus ancora sconosciuti in mammiferi e uccelli che fungono da specie ospite. Di questi, 540mila-850mila potrebbero infettare gli esseri umani. 

I serbatoi più importanti dei patogeni con un potenziale sono i mammiferi (in particolare i pipistrelli, i topi e i primati) e alcuni uccelli (soprattutto gli uccelli d’acqua), e i mammiferi da allevamento (ad esempio, maiali, cammelli e polli).  

Il commercio internazionale legale di specie selvatiche è cresciuto in valore del 500% dal 2005 e del 2000% dagli anni Ottanta. Rientrano in queste percentuali il captive breeding, le wild farm e l’allevamento in ranch.

L’Unione Europea e gli Stati Uniti sono i principali consumatori mondiali, perché importano animali selvatici come animali da compagnia. I soli Stati Uniti ne fanno entrare 10-20 milioni all’anno. Il numero delle spedizioni è cresciuto da 7.000 a 13.000 al mese nel periodo dal 2000 al 2015.

Per chi voglia farsi una idea di ciò di cui stiamo parlando quando parliamo di “wildlife trade”, ecco una raccolta di foto shock scattate da grandi fotografi naturalistici.

Anche il cambiamento climatico è un fattore di amplificazione del rischio di nuove pandemie come quella che stiamo vivendo da marzo: “un esempio è l’encefalite trasmessa dalle pulci diffusasi in Scandinavia e la febbre emorragica del virus Crimea-Congo, portata dagli uccelli migratori dell’Africa e delle regioni mediterranee fin nell’Europa temperata e nordica a causa di inverni più miti. Il cambiamento climatico sarà una causa sostanziale del rischio di pandemie nel futuro, perché induce grandi movimenti di genti, specie selvatiche, specie ospite e vettori, e con loro la diffusione dei patogeni (…) portando ad una alterazione delle dinamiche naturali ospite/patogeno”. 

Le specie, infatti, si spostano per rispondere alle sollecitazioni climatiche: “il cambiamento nelle temperature terrestri causerà l’avanzamento geografico (shift) sia nelle zone geografiche degli ospiti che in quelle dei vettori; e anche alterazioni nei cicli vitali dei vettori e degli ospiti, perché saranno in migrazione anche gli esseri umani con i loro animali domestici”. 

Anche le alterazioni nei regimi normali delle piogge stagionali, dal momento che “alterano l’abbondanza di piante da raccolto e influiscono sui cicli biologici delle popolazioni di erbivori, come i roditori” contribuiranno “ ad ulteriori alterazioni nella distribuzione degli animali-serbatoio, alla loro densità di popolazione e al rischio patogeno complessivo”. 

Secondo i dati analizzati dall’IPBES, che, ricordiamolo, pubblica una sintesi di lavori indipendenti provenienti dai migliori centri di ricerca del mondo, “simulazioni sulla perdita di range geografico nello scenario di riscaldamento globale per più di 100mila specie di piante animali indicano, con un aumento di + 2 °C entro il 2100, una perdita di range bioclimatico di più del 50% nel 18% delle specie di insetti (oscillazione 6-35%), 8% delle specie di vertebrati (oscillazione 4-16%) e del 16% delle piante (oscillazione 9-28%)”. Da un punto di vista biologico ed ecologico globale, dunque, si formeranno “nuove comunità di specie selvatiche e quindi nuove relazioni tra queste specie”. Sono scenari ignoti alla scienza, del tutto inesplorati. 

A cambiare è, in poche parole, l’assetto generale nella composizione di specie all’interno delle regioni ancora abbastanza wild da sostenere popolazioni animali diversificate. 

Uno degli aspetti più preoccupanti di questo rapporto è che neppure le strategie di conservazione della biodiversità possono più esimersi dal tenere in considerazione il rischio epidemiologico da zoonosi.

La gravità della situazione è evidente, ad esempio, nel rischio potenziale dei corridoi ecologici, considerati indispensabili per ampliare lo spazio disponibile per gli animali, soprattutto i grandi mammiferi: “i programmi elaborati per facilitare i movimenti della wildlife tra porzioni isolate di paesaggio, ad esempio i cosiddetti corridoi, o per creare paesaggi a mosaico che ospitino wildlife, mandrie e comunità umane, potrebbero creare più occasioni per il contatto e quindi la trasmissione microbica”. 

Una altra questione enorme, ancora una volta, è “la perdita dei predatori e quindi la conseguenze supremazia di specie sinantropiche (che vivono a stretto contatto con l’uomo), che sono anche serbatoio di specifiche malattie”. 

Allevamenti intensivi da carne, rotte commerciali che prevedono il trasporto e l’accatastamento di animali vivi a centinaia se non migliaia di capi, allevamenti di animali da pelliccia: sono tutte condizioni pericolose che aumentano il rischio di “ricombinazione virale”, ossia di mutazioni all’interno di un virus che si adatta rapidamente per colonizzare specie viventi nuove. 

Un esempio di questi giorni è la decisione del governo danese di abbattere 17 milioni di visioni da allevamento perché potrebbero essere già stati infettati da una variante del SarsCov2, che è già passata anche su alcune persone. Secondo il Primo Ministro danese, Mette Frederiksen, sussiste il rischio che “il virus mutato nel visone metta a rischio l’efficacia del vaccino”. 

Allevamenti intensivi da carne, rotte commerciali che prevedono il trasporto e l’accatastamento di animali vivi a centinaia se non migliaia di capi, allevamenti di animali da pelliccia: sono tutte condizioni pericolose che aumentano il rischio di “ricombinazione virale”, ossia di mutazioni all’interno di un virus che si adatta rapidamente per colonizzare specie viventi nuove. Per questo la Danimarca ha deciso di abbattere 17 milioni di visoni, che sono già infettati da una variante del SarsCov2

Esempi analoghi, che possono contare su dati già elaborati, vengono naturalmente anche dall’Asia, ad esempio per il pangolino (Manis javanica), che potrebbe essere stato l’animale di amplificazione per il SarsCov2, cioè la specie che ha fatto da ponte per lo spillover sull’essere umano: “uno studio lungo 10 anni condotto nel Paese di origine ha rivelato che i pangolini catturati non avevano nessun virus, mentre altri 2 gruppi, controllati alla fine della rotta commerciale, portavano tracce di materiale genetico strettamente imparentato con il SarsCov2”.  

Il ratto del bamboo, mangiato in Cina e nel sud est asiatico, secondo una ricerca condotta in Vietnam, è infetto da coronavirus nel 6% degli esemplari ancora all’interno degli allevamenti, nel 21% degli individui nei mercati di animali vivi e nel 56% degli animali ormai arrivati al ristorante.

Oil palm plantation at edge of rainforest where trees are logged to clear land for agriculture in Southeast Asia

Come già accaduto per il Rapporto del maggio 2019, anche stavolta l’IPBES non si limita a puntare il dito contro la civiltà umana del XXI secolo, ma suggerisce alcuni passaggi, stavolta politici, che segnerebbero una rottura, ma anche un avanzamento storico rispetto all’attuale assetto della governance globale sulla protezione della biodiversità. 

Bisogna “lanciare un consiglio intergovernativo di altro livello per la prevenzione delle pandemie, che fornisca cooperazione tra i governi e lavori sui punti di intersezione delle 3 Convenzioni di Rio (Convenzione sulla Biodiversità, accordo CITES per il commercio di specie selvatiche e Convenzione sul Clima).

Questo coordinamento internazionale dovrebbe anche creare le condizioni negoziali per arrivare ad un accordo in cui tutti i Paesi aderenti si impegnino sull’approccio ONE HEALTH. 

ONE HEALTH deve diventare parte integrante dei governi di ogni nazione.

In aggiunta, è necessario mettere in piedi anche una partnership permanente tra la World Organisation for Animal Health (OIE), la Convention on International Trade in Endangered Species of Wild Fauna and Flora (CITES), la Convention on Biological Diversity (CBD), la World Health Organization (WHO), la Food and Agriculture Organization of the United Nations (FAO) e infine la International Union for Conservation of Nature (IUCN).

Ci sono poi misure che riguardano la vita della società civile e delle democrazie rappresentative. 

I costi delle pandemie devono essere conteggiati nei rapporti costi/benefici dei consumi di beni, della produzione, dei progetti di espansione agricola e anche dei budget e della politica in generale.

Bisogna disegnare meccanismi finanziari come i bond, sia a livello di nuove imprese a vocazione ambientalista che come titoli sovrani, per mettere in movimento e generare risorse economiche da destinare alla conservazione della natura e degli ecosistemi. In questa nuova visione potrebbero rientrare anche delle compensazioni per i Paesi con la maggior biodiversità. 

Fare di tutto per promuovere, come linea politica, la transizione a stili alimentari meno dipendenti dal consumo di carne. E quindi spingere per la riduzione dei consumi, anche di quei prodotti che hanno un impatto ambientale abnorme, correlato con le zoonosi, senza escludere, anzi, strumenti di pressione come una maggiore tassazione: olio di palma, legni esotici, pellicce. 

Non c’è dubbio che siamo entrati in una fase della civiltà umana dalle implicazioni biologiche sconvolgenti. Eppure, cercando di orientarci fra sentimenti a cui non sappiamo ancora dare neppure un nome, non è inutile rivolgersi al pensiero di coloro che, con decenni di anticipo, intuirono su quale autostrada senza vie di ritorno si fosse incamminata la modernità. Uno di loro è un cinese, Zhang Shizao, che morì nel 1973 e fu Ministro dell’Istruzione nel governo del suo Paese: “Mentre ogni cosa sotto il cielo è caratterizzata dalla finitezza, solo gli appetiti non conoscono limiti. Quando la quantità di risorse finite viene valutata sulla base di appetiti illimitati, c’è da aspettarsi che tale disponibilità venga meno nel giro di poco. Così come l’esaurimento delle cose finite non tarderà a giungere, se esse saranno usate per soddisfare appetiti insaziabili”.

Photo Credits: IPBES Press Kit

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Londra, Firenze, Berlino: cresce il Museo Antropocene

(Photo Credit: British Museum)

Osservare e comprendere la storia del mondo in modo nuovo è una delle grandi sfide del sapere nel XXI secolo. Geologia, biologia evolutiva e climatologia, letteratura e filosofia sono elementi alla pari nel curriculum Antropocene, cioè in quella sintesi di conoscenze scientifiche e umanistiche che prendono anche il nome, ormai, di “earth system science” o di “shared history”. La storia biologica ed ecologica del nostro Pianeta è stata modificata dalla cultura di Homo sapiens, che nel corso di due milioni e mezzo di anni si è co-evoluto con il clima, le piante, gli animali e la geologia della Terra. A questa consapevolezza, che da qui in avanti segna il modo in cui la civiltà umana elaborerà la propria immaginazione e la propria inventiva, si sta facendo strada anche nei musei. Qualcosa scricchiola nelle grandiose collezioni museali europee perché finalmente è chiaro quale è il significato ermeneutico dei tesori custoditi nei templi laici dell’Occidente. Una reinterpretazione critica di forme, simbolismi e figure è funzionale non solo a meglio capire chi siamo stati negli ultimi secoli, ma soprattutto da dove vengono le questioni più gravi sul tavolo oggi. 

Amitav Ghosh ha spiegato così questa urgenza: “l’Antropocene rappresenta una sfida non solo per le arti e le scienze umane, ma anche per il nostro modo abituale di vedere le cose, e per la cultura contemporanea in generale. Non c’è dubbio che tale sfida nasca dalla complessità del linguaggio tecnico che utilizziamo come lente primaria sul cambiamento climatico, ma di certo deriva anche dalle pratiche e dai presupposti che guidano le arti e le scienze umane. Stabilire come avviene tutto ciò, è, credo, della massima urgenza: potrebbe addirittura essere la chiave per capire perché la cultura contemporanea trovi così difficile affrontare la questione del cambiamento climatico”. Il motivo di tale reticenza è oggi visibile: “la cultura induce desideri – di mezzi di trasporto, elettrodomestici, un certo tipo di giardini e di case – che sono fra i principali motori dell’economia basata sui combustibili fossili (…) i manufatti e le materie prime evocati da tali desideri esprimono e al tempo stesso nascondono la matrice culturale che li ha provocati”. 

Basta soffermarsi sulla pagina Instagram del British Museum di Londra per rendersi conto di cosa sia questa “matrice culturale” e di come la capacità umana di inventare una bellezza astratta, mediata dal pensiero simbolico, coincida con la disponibilità biologica di soggetti, risorse e presenze. 

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Photo Credits Humboldt Forum : SHF/ Giuliani/ Von Giese