L’angoscia borghese ai tempi della pandemia

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Il collasso o l’implosione del nostro sistema economico sotto stress sanitario globale potrebbe essere una gigantesca opportunità. È piuttosto impopolare dirlo, troppo diretto e franco, ma molto sensato. Anche io la penso così. Ma orientando la nostra bussola sui nostri bisogni umani più intimi, risvegliati alla vita dal rallentamento delle agende quotidiane, come se molti di noi fossero finalmente, vivaddio, usciti alla luce del sole dalla Caverna di Platone, commettiamo forse una meschinità che ha già purtroppo preso possesso dell’informazione televisiva. Si parla pochissimo dell’origine di questa malattia, dei pipistrelli e dei pangolini (specie in via di estinzione, ricordiamolo) che probabilmente sono i numeri uno nella catena di trasmissione di questa zoonosi. Molti di noi sono cioè molto impegnati, e a ragione, a discutere delle conseguenze positive di uno stop forzato ( a Milano, secondo Ispra, i particolati da combustione sono già crollati del 30%), ma dimenticano che i protagonisti occulti dell’emergenza sono le 42 specie animali selvatiche vendute fino a poco tempo fa nei mercati alimentari come quello di Wuhan. Dietro tutto questo c’è il commercio di specie selvatiche e, quindi, lo svuotamento delle foreste del Pianeta (la empty forest sindrome, su cui i ricercatori lanciano l’allarme dagli anni Ottanta).

Non una parola sul ruolo dello sfruttamento delle faune, in questa crisi globale, è venuta da Stefano Massini, nel suo lungo editoriale a PIAZZA PULITA che ha condensato in 10 punti cosa non sarà più come prima, a emergenza finita. E non una parola si trova, su questo aspetto, neppure nel pur ottimo editoriale di Marco Revelli su IL MANIFESTO: “Il fatto che il provvedimento preso appaia al tempo stesso terribile e ragionevole – un ossimoro – ci dice quanto a fondo in effetti il male sia arrivato a toccarci «nell’osso e nella carne» (per usare le parole che nel libro di Giobbe il satana rivolge a dio), polverizzando d’un colpo ogni nostra consolidata abitudine. Ogni precedente «pensato» orientato alla convivenza civile in un «sistema sociale», travolto dalle nuove – pre-umane, dis-umane – regole dei «sistemi viventi». (…) In questa luce anche il virus probabilmente si «umanizzerebbe». Non nel senso di diventare meno feroce. Ma di rivelare quella specifica ferocia tipica di noi «ultimi uomini». Di offrire davvero, come aveva intuito Susan Sontag, la malattia come metafora di una condizione umana e sociale. In fondo, la sua logica selettivamente darwiniana in base alle chances di sopravvivenza, non è la stessa che almeno un paio di decenni di egemonia neoliberista ci hanno inculcato con il principio di prestazione, dichiarando inutili gli improduttivi (i «vecchi», in primis) e meritevoli i vincenti?”. 

Le due questioni, enormi, che abbiamo davanti sono allora due. La tenuta del capitalismo e la sua pertinenza con la crisi ecologica del XXI secolo, la eventualità cioè che il capitalismo non sia fisiologicamente in grado di rispondere ad una emergenza di questa portata, come ha proposto il New York Times nella sua nota editoriale The Interpreter (When efficiency isn’t enough); e la nostra relazione storica con le faune della Terra, cioè l’atteggiamento che abbiamo tenuto nei confronti delle altre specie negli ultimi 75 anni. 

Perché una pandemia sprigionatasi dalla trasmissione animale-uomo di una zoonosi sconosciuta è una esternalità, nel linguaggio del capitalismo. Cioè un effetto collaterale della produzione di profitto. Certo che si sapeva che avrebbe potuto verificarsi, vedi la SARS. Vedi Ebola. Anche il cambiamento climatico e le estinzioni sono una esternalità, del resto. Ma come ha scritto lo scorso 11 marzo Yanis Varoufakis “é impossibile riconoscere il pericolo del cambiamento climatico, impegnarsi a fronteggiarlo e continuare a pensare al capitalismo come a un sistema naturale che è in grado di svoltare rapidamente per diffondere e condividere una prosperità green. Trump ha ragione: il cambiamento climatico è la Waterloo del capitalismo. Semplicemente non c’è un percorso verosimile verso la stabilizzazione del clima che possa mantenersi coerente con i principali pilastri del capitalismo. Il sistema in cui viviamo, a differenza di quello raccontato dai libri di testo delle facoltà di economia, si trasforma in un meccanismo patologico, in un meccanismo che ha una dinamica interna di riciclo di se stesso: gli oligopoli estraggono valore deperibile dagli esseri umani e dalla natura ad una velocità pazzesca, finanziati dalla finazializzazione che produce debito, e che, a sua volta, alimenta gli oligopoli che accaparrano risorse”. Dobbiamo riflettere quindi, adesso che il tempo per pensare, comodi sul divano, non manca, che l’ossatura dell’organismo socio-economico in cui riponevamo tutta la nostra fiducia, lo stesso che ha tagliato migliaia di posti letto negli ospedali in nome della spending review, “non accetterà mai i limiti della crescita fisica e i limiti del prelievo necessari per contenere il cambiamento climatico, perché non sopravvivrebbe”. 

Mai come in questo passaggio negli ultimi 75 anni l’angoscia borghese assomiglia allo smascheramento impudico di colui che è stato colto in fragrante, un Nikolaj Stavrogin che non può più giustificarsi neppure con il proprio cinismo.

Questo non è solo il tempo della zoonosi di Wuhan. Ci troviamo in una condizione planetaria di ciò che gli ecologi chiamano “shift” e cioè un passaggio di livello, nella struttura ecologica e biologica, attraverso un cambiamento brusco, più o meno rapido, che prima altera e poi modifica in modo permanente i biomi. La velocità con cui avviene questa trasformazione degli ecosistemi (tipo di vegetazione, catene trofiche e ciclo dei nutrienti, composizione delle specie animali presenti) varia, ma è indubbio che l’intero Pianeta sia ormai entrato in una fase di “regime shifts” per azione diretta e combinata dei cambiamenti climatici, della defaunazione, dell’estinzione e dello sfruttamento delle risorse naturali per le attività umane. Ne hanno parlato diffusamente qualche giorno fa in una Communication su NATURE ( volume 11, Article number: 1175 (2020))  Gregory S. Cooper, Simon Willcock e John A. Dearing. Il concetto chiave della loro ricerca, condotta lavorando su 12 modelli matematici differenti, è questo: il passaggio di livello (shift) “si verifica in modo sproporzionatamente più veloce negli ecosistemi più grandi”. Come l’Amazzonia e le barriere coralline dei Caraibi. 

Gli shift rapidi sono fuori dal nostro controllo e coinvolgono l’organizzazione fondamentale del fenomeno biologico sul nostro Pianeta. Il data base internazionale REGIMESHIFT.ORG ne conta, già in corso, 28. Questo è il contesto geografico, storico, ecologico e di conseguenza economico in cui la pandemia si espande, conquistando ogni aspetto della nostra esistenza. Qualunque cronaca dello scottante presente deve, per motivi deontologici, dire alla gente comune che il disastro in corso è un destino condiviso di uomini e animali, in cui gli animali hanno già pagato un tributo enorme di sofferenza. 

La falsa sicurezza di una società che ignora il potere della sventura

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Ci è di botto piombata addosso una consapevolezza antica, che i Greci inserivano nella costituzione stessa del cosmo: la sventura improvvisa. Il colpo del destino che cambia tutte le carte in tavola, soprattutto dove c’era una saccente prosperità economica. I miti più impressionanti della storia ellenica ruotano attorno a questa categoria di realtà, la tragedia, spuntata dal nulla là ove, un attimo prima, c’era il potere: Edipo, Ippolito, Agamennone. Sono nomi che molti di noi non hanno mai sentito prima, o hanno preferito dimenticare, e che invece faremmo bene a riesumare dalle polverose soffitte della nostra coscienza rimbambita e assopita.

L’appello alla “Milano che lavora” firmato e condiviso, lo scorso 28 febbraio, da Beppe Sala ben rappresenta il climax della arroganza culturale cui ci siamo abituati da tempo immemorabile, certi che convincersi della propria superiorità regionale, genetica o culturale (se mai si può parlare di cultura di fronte a certa povertà di concetti e intendimento) fosse un diritto assoluto. Migliaia di milanesi imbecilli hanno accolto con fervore il proclama di Sala, sentendosi iscritti al club della Italia che conta e produce, anche quando ingurgita aperitivi discettando del nulla. È bastata una settimana perché questa prospettiva cieca, muta e sorda venisse smascherata per quello che è: l’ennesima dimostrazione di una inquietante ignoranza sul vero colore dei tempi che stiamo vivendo. 

Negli anni davanti a noi il rischio, la fatalità, il pericolo non verranno solo dagli effetti dei cambiamenti climatici (inondazioni, ondate di calore, piogge torrenziali), ma anche dalla risposta sociale non deterministica a questi stessi trend ecologici. Come riporta infatti oggi un articolo uscito sulla PNAS ( Interactions between changing climate and biodiversity: Shaping humanity’s future): “Benché le traiettorie fondamentali di questi cambiamenti siano ben conosciuti, molte delle probabili conseguenze sono avvolte nell’incertezza a causa delle ancora poco chiare interazioni tra differenti fattori di cambiamento e, quindi, dei loro effetti finali sugli ecosistemi e sulle società”. 

I tipping point ( punti di non ritorno) ecologici sono anche punti di svolta, imprevedibile, sul piano sociale. Il fatto che, dinanzi ad una emergenza sanitaria globale, le istituzioni debbano fare appello al buon senso, evidentemente scarso, dei più giovani; o anche il fatto che occorra spiegare ai bambini, iperviziati ed ipercoccolati, che non è tempo di vacanza, ma di obbedienza, ecco, tutto questo dimostra che non siamo affatto preparati a fronteggiare restrizioni psicologiche e materiali severe al nostro egoismo consumistico. Ma che non siamo neppure pronti a smantellare, per prendere finalmente ossigeno, la pusillanimità che ci hanno insegnato essere, per quanti almeno hanno scelto di crederci, la migliore forma di adattamento sociale. 

Abbiamo coltivato con cieca determinazione una sicurezza autoprotettiva che, ora, si rivela immensamente fragile, e cioè costruita su pregiudizi storici che hanno sorretto l’economia rapace degli ultimi decenni senza incontrare opposizione civile, oltre che politica. Questa sicurezza si è espressa sia nei confronti delle questioni ambientali che verso le diseguaglianze sociali, le disparità di reddito e la cosiddetta austerity. Convinti che un sistema sanitario nazionale moderno fosse inossidabile e immortale ( e quindi che, tutto sommato, neppure i tagli al personale e ai posti letto potessero comprometterne l’efficienza), abbiamo permesso che i nostri ospedali fossero considerati una voce di bilancio da ridimensionare con sforbiciate neo-liberiste. Convinti che il destino delle faune del Pianeta non ci riguardasse, nelle nostre belle e narcisistiche vite urbane, abbiamo ritenuto inutile informarci sui lager cinesi in cui vengono allevati, trafficati, ammassati e macellati animali appartenenti a specie protette, in via di estinzione o semplicemente sempre più rare a causa della defaunazione. Quanti dei giornalisti accreditati impegnati in dirette tv 24 ore su 24, su ogni sorta di emittente, hanno ricordato al pubblico sbalordito e impotente che il destino di genette e pangolini, in Cina, è ormai anche il nostro?

La guerra insegna molto sulla natura degli esseri umani. La violazione delle quarantena, le denunce, le fughe verso il Meridione in piena notte sono tutti sintomi della impreparazione psicologica collettiva ad uno stato di minaccia permanente. Questa impreparazione deriva dalle gestione politica delle nostre vite e delle nostre menti in un regime culturale di abbassamento programmato dell’attenzione, della osservazione, della partecipazione alla propria epoca e ai suoi problemi più scottanti. Perché va detto ai milioni di Italiani che non sanno neppure cosa sia il wildlife trade e non hanno mai considerato opportuno mettersi a leggere giornali nelle loro giornate oberate di business o di notifiche facebook, che una minaccia di portata bellica l’abbiamo sopra le nostre teste da decenni e si chiama catastrofe ecologica. Il coprifuoco nazionale ha scoperchiato il vaso di Pandora e denunciato il fallimento dell’ambientalismo: nessuna mobilitazione del tipo di quella in corso adesso nel nostro Paese è stata mai pianificata contro la morte del Pianeta. Meglio, nessuna di questo genere verrà mai tradotta in Decreto Legge, per foreste, lupi, leoni, insetti, api. 

Ciò che infatti manca radicalmente è il consenso generale sulle misure estreme, perché molti pensano di far per se stessi, di fregarsene, di minimizzare. Come fanno del resto, nello stesso identico modo, quando si viene a parlare di clima e defaunazione. Ma il consenso alla “guerra totale” a scopo di sopravvivenza lo hai, mostruosa lezione tedesca del 1943-44, quando ti sei preparato il terreno con anni di propaganda, di lavorio metodico, di informazione capillare, se vogliamo vedere l’aspetto più nobile di una diffusione a tappeto di una visione della realtà potente, innovativa, in una parola: nuova. L’entusiasmo ipnotizzato dinanzi al discorso di Goebbels allo Sportpalast di Berlino il 18 febbraio 1943, un entusiasmo criminale, capace di prolungare la guerra per ancora due anni, capace di ingaggiare mente e cuore di milioni di tedeschi in altri mesi di assassinii e crimini contro l’umanità, dovrebbe farci tremare. 

Se c’è un aspetto del nostro carattere ipermoderno e avvizzito nelle comodità che abbiamo sotto gli occhi in questo principio di marzo è la totale mancanza di una coscienza pubblica, diffusa sulla possibilità di eventi catastrofici improvvisi. Della sventura, che fa dire ad Odisseo nel XIX canto dell’Odissea “ero il primo tra gli uomini, e Zeus mi abbatté”. 

Ed è invece questo che dovremmo pretendere dalla classe politica, la costruzione assennata e competente di un comune sentire sulla ormai conclamata catastrofe della biosfera. 

Photo Credit: Fabio Saracino, Castel del Monte, Abruzzo. Da leggere la sua cronaca Facebook di queste giornate. Arguta e controcorrente. 

Sì, è ok non avere figli

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Auspicare il controllo della demografia umana è anti-femminista, disumano e razzista. È questa l’accusa mossa da Meehan Crist, writer in residence in Biological Sciences alla Columbia University, New York, lo scorso 14 febbraio in un public talk al British Museum di Londra organizzato dalla prestigiosa London Review of Books all’interno della rassegna Winter Lectures. Sotto le ben mascherate spoglie di un ragionamento a tutto tondo sulla tenuta civile di un modello sociale fondato sull’uso dei combustibili fossili non meno che dalla libertà di scelta, la Crist ha in realtà articolato una accusa infamante nei confronti di parte dell’ambientalismo militante. Arrivando ad affermare lche parlare di riduzione delle nascite significherebbe avere simpatie per il nazionalsocialismo e chissà quale fantasia eugenetica. Per Crist, infatti, i movimenti e i ricercatori con pubblicazioni in peer review che predicano la necessità di ridurre la popolazione umana traggono ispirazione dalla “Ecologia Profonda e dal Terzo Reich”. La London Review of Books non è nuova ad ospitare scritti che denunciano il discorso sulle nascite, con un taglio decisamente conservatore, viziato da uno snobismo neanche troppo celato.

Ma l’intervento del 14 febbraio di Meehan Crist al British Museum è una altra cosa, per la gravità sconsiderata delle affermazioni contenute in un discorso solo apparentemente conciliante e moderato, che si pronuncia invece a tutto tondo con toni spropositati e disinformati a difendere un antropocentrismo sempre più pericoloso. Mentre è purtroppo impensabile che in un Paese cattolico come l’Italia il dibattito sulla sovrappopolazione raggiunga mai una visibilità pubblica consistente, resta il fatto che affrontare il tabù della riproduzione umana è diventato un banco di prova per l’onestà intellettuale, fuori e dentro i soliti campi dell’ecologismo militante o accademico. Non sarebbe infatti giusto rimanere in silenzio di fronte ad attacchi così sconsiderati al sacro santo diritto di difendere il “Pianeta vivente” partendo da un punto di vista non religioso, non tradizionale e non paternalistico.

Secondo Population Matters, il think tank londinese che si occupa di divulgare consapevolezza sulla incompatibilità tra la demografia umana e il futuro del Pianeta “il pezzo della Crist ripete lo stanco, anacronistico e convenzionale luogo comune sulle campagne che riguardano la popolazione, ancor in voga per alcune persone, a dispetto di ogni evidenza della suo essere erroneo. Fondamentalmente, la sua analisi consiste in questo, che sollevare preoccupazioni sulla popolazione o proporre famiglie più piccole come soluzione ai problemi ambientali escluda per definizione tutte le altre soluzioni. Parlare di popolazione significa allora essere o cechi o complici di razzismo, colonialismo e desiderio di controllo del corpo delle donne”. 

In effetti, almeno all’inizio, la Crist riconosce che il diritto di scelta se diventare madre o meno “comincia a sfocare rapidamente, quando ammettiamo che le condizioni per la prosperità degli esseri umani sono distribuite in modo così diseguale e che, in una epoca di catastrofe ecologica, fronteggiamo uno spettro di possibilità per il futuro in cui queste stesse condizioni non esisteranno più in modo affidabile”. Dunque avere un figlio non è più soltanto un moto intimo e irrazionale, ma, anche, ormai, “un atto politico, che con sempre maggior forza ci richiese di confrontarci non solo con la complessità biopolitica della gravidanza e della nascita, ma anche con le eredità interconnesse del colonialismo, del razzismo e del patriarcato”, sulla linea di confine, insomma, tra ciò che è personale e ciò che funziona su di un piano globale. 

Ma è proprio questo principio, il fatto incontestabile che ogni nostra decisione è un prisma di risonanze al di fuori della nostra diretta sfera di influenza, che Meehan Crist non riesce a mantenere saldo. E a scandagliare con la necessaria lucidità. 

La responsabilità maggiore dello stato attuale del Pianeta, infatti, non sarebbe ascrivibile secondo Meehan Crist alla direzione che la nostra civiltà avrebbe imboccato negli ultimi 2 secoli, quanto piuttosto di un capitalismo aggressivo e immorale, un regista nascosto più simile al Grande Fratello di Orwell che alla moderna struttura economico-finanziaria delle società avanzate. Il gioco di prestigio delle multinazionali coincide con l’invenzione, per Crist, della “impronta ecologica (carbon footprint)”, strumento indispensabile per caricare sulle spalle del singolo cittadino la colpa del disastro del Pianeta e del cambiamento climatico. All’altro estremo di questa “strategia della colpevolizzazione” starebbe l’ideologia malthusiana della sovrappopolazione. Anche Bill McKibben, probabilmente il giornalista ambientale più famoso al mondo, fondatore di 350.org e pioniere del giornalismo scientifico sui cambiamenti climatici, non sarebbe immune da questo revanscismo malthusiano, visto che “più di 20 anni fa, nel suo libro Maybe One (Forse Uno) confezionò un sermone neo-malthusiano per i suoi seguaci americani a proposito del danno, limitato, che avrebbe recato al Pianeta rendere un solo figlio una norma culturale”. 

Meehan Crist ritiene che “recentemente, la logica della impronta di carbonio sia stata associata alle idee sulla popolazione umana in un modo allarmante”. E si lancia in esempi che non sono tratti dalla cronaca ambientale o ambientalista, ma dalla cronaca politica in contesti di esercizio distorto delle libertà democratiche. La faziosità di questi esempi è sconcertante: una campagna di sterilizzazione forzata su donne che avevano già avuto 2 o 3 figli in Uzbekistan; o o su donne positive all’HIV in Cile, Namibia e Sudafrica. 

Ma c’è di più. Le pericolose idee ecologiste troverebbero una eco nell’appello sottoscritto da 11mila scienziati (gente che pubblica in peer review, non su giornali scandalistici di provincia, sia chiaro) nel novembre 2019 su BioScience per arginare il collasso della biodiversità. Uno degli autori, William Ripple, che è uno dei massimi esperti di grandi carnivori e di metapopolazioni, tra le azioni indispensabili cita l’avere meno figli. “Ma questa utopia è difficile da immaginare senza al contempo pensare al bagno di sangue che ci condurrebbe lì”, scrive la Crist, supponendo che chi è per la pillola anticoncezionale abbia in testa lo sterminio programmato di qualche milione di persone. “La stessa aritmetica nutre le fantasie eco-fasciste che attraversano la destra on line Deep Green e hanno contribuito ad incitare le sparatorie di massa in Texas e Nuova Zelanda. In queste oscure visioni del futuro, la purezza razziale salverà il Pianeta. Confini chiusi e veganismo”. E tutto questo dal momento che “la Ecologia Profonda e il Terzo Reich servono da ispirazione”; inoltre “sarebbe fin troppo azzardato ignorare la tendenza dell’anti-umanismo (e in particolare trend come la sociobiologia, il Malthusianesimo e la Ecologia Profonda) nel nutrire politicamente il Darwinismo sociale”. E questo è davvero singolare, perché anche qui in Italia verifichiamo ogni giorno come la Destra razzista non abbia alcun interesse nell’ambiente. E come, invece, appellandosi al Cristianesimo, invochi il sacro valore della famiglia, magari anche numerosa. 

La Crist ignora palesemente i numeri e i risultati del Rapporto Ipbes del 2019, che ci dice fino a che punto la perdita di habitat sia una concausa della estinzione di massa in corso. E scrivendo che “desiderare meno figli è un terribile punto di partenza per ogni politica” Crist dimostra di non conoscere neppure il dibattito sulla tenuta ed utilità dei parchi nazionali nella conservazione, o le valutazioni attorno dei limiti genetici delle popolazioni isolate e frammentate di qualunque specie. Non conosce insomma il concetto di spazio in biologia ed ecologia. 

Ognuno di noi è responsabile del ruolo e delle scelte che compie nella epoca storica in cui gli è toccato in sorte di vivere. Di più, ognuno di noi ha il dovere di essere consapevole delle evidenze scientifiche che definiscono non solo le condizioni ecologiche ed evolutive della nostra presenza sul Pianeta, ma anche delle conseguenze che tutto questo implica all’interno della storia della civiltà. Non possiamo fare finta di niente e acconciare la nostra coscienza, sull’avere figli, come donne e uomini dell’Ottocento. Il grande psicoanalista Wilfred Bion sosteneva che il soggetto, ossia l’Io pensante, è chiamato a prendersi la responsabilità non solo di ciò che ha fatto, ma anche di ciò che ha compreso di se stesso e della sua storia. Altro che “mettere sulle spalle degli individui singoli la responsabilità della crisi climatica è barbarico”: ma a cosa mai sarebbe servito il petrolio estratto negli ultimi 70 anni? Per produrre un profitto astratto per la BP o la ENI? Non lo abbiamo forse bruciato per avere lo stile di vita a cui siamo così ferocemente affezionati?

“Proprio come per gli attivisti che lavorano sulla plastica e il rewilding sanno che i loro non sono gli unici problemi sul tavolo, e nemmeno le uniche soluzioni, così chi fa campagne sulla popolazione riconosce che affrontare la demografia è soltanto una delle molte azioni essenziali alla salvezza del nostro Pianeta. Credere che la popolazione sia un problema non significa affatto sostenere l’attuale sistema economico”, puntualizza Popolation Matters, “considerare innocenti le compagnie petrolifere o tenere in scarsa considerazione le diseguaglianze globali, essere un fan del consumismo e non pensare ad affrontare tutte queste questioni. È assurdo trarre simili conclusioni, un segno di ignoranza o anche peggio (…) E in modo analogo, ritenere i cambiamenti nello stile di vita a livello individuale validi e basati su solide giustificazioni non sposta il biasimo da fattori istituzionali, politici od economici”. 

La cultura del consumo, o del super-consumo, è infatti l’altra faccia della presunzione di poterci riprodurre all’infinito. La stessa demografia in espansione è una esigenza del capitalismo, che ha bisogno di consumatori su statistiche infinite; e il consumismo, da parte sua, presuppone le negazione sistematica degli offsett, ossia degli effetti collaterali della produzione sui sistemi naturali. Senza miliardi di consumatori neppure la migliore compagnia petrolifera potrebbe avere i conti in attivo. Il ragionamento di Meehan Crist contiene infatti un determinante vizio di logica: il super-consumo non nasce per decisione degli amministratori delegati delle compagnie petrolifere con piattaforme off-shore, ma è una esigenza antropologica inscritta nelle premesse della Rivoluzione Industriale, come ha spiegato Peter Sloterdijk.

Il consumismo-capitalismo trova nelle riserve energetiche fossili (petrolio e gas) il carburante per ciò che Sloterdijk chiama “Lebensentlastung” e cioè sgravio dalla fatica di conquistare il pane per vivere, dalla maledizione del lavoro nei campi durato per millenni. Il desiderio assoluto di vivere meglio, di avere di più, di avere qualcosa. È da questo motore psicologico che si avvia il processo di costruire delle economie moderne a incremento progressivo di tecnologia. Senza lo sgravio, sarebbe stato impensabile sia progettare il sogno di una democrazia infinita sia sostenere una demografia in espansione infinita. 

Ciò che più conta, non si tratta ora di tentare, con ben misere possibilità di successo, un ridimensionamento del super-consumo, quanto piuttosto di invertire le aspettative esistenziali e materiali che le fonti fossili hanno generato nella umanità attuale. Tra queste aspettative vi è il sentimento, evidentemente condiviso da Crist, che la nostra specie non debba fare un passo indietro e cominciare a pagare il conto. Non certo per disegnare un risarcimento ideologico verso le altre specie, ma sostanzialmente per comprendere che senza le altre specie, quindi senza habitat ampi e integri, una Terra sovrappopolata non sarà più vivibile. Perché non sarà più un Pianeta magnifico, ma un enorme ghetto. 

Con buon pace e serenità dei partiti politici che sostengono pacchetti di banalità disinformate come quelle propinate al British Museum da Meehan Crist, la “capacità di carico” degli ecosistemi non è una idea “eco-fascista” ma un parametro scientifico affidabile che sta a fondamento di molto di ciò che sappiamo ad oggi sulla defaunazione, sulla estinzione e sui tipping point, i punti di non ritorno dei sistemi biologici oltre i quali si aprono scenari del tutto inediti e imprevedibili. Inoltre, la dimensione culturale del progresso non è un espediente retorico della BP, ci spiace. Il progresso è un costrutto culturale europeo di elaborazione illuministico-settecentesca, pervasivo e ancora radicato nella nostra stessa idea di Occidente e di economia, tanto da funzionare tutt’oggi nella logica impossibile, ancorché diffusissima, dello “sviluppo sostenibile” e della “crescita verde”.  

“Per me, avere un bambino ha significato avere un impegno con la vita e stringere un legame con le possibilità di un futuro ancora umano su questo Pianeta sempre più caldo. Significa chiudere con la purezza morale”. Schopenhauer si sarebbe fatto una crassa risata. Perché qui non c’è in ballo nessuna purezza morale, ma la sconcertante brutalità della biologia. Se vogliamo davvero attribuire un significato metafisico alle capacità cerebrali umane, allora dovremmo accettare il fatto che la responsabilità di essere ciò che siamo, una specie in grado di far fuori tutte le altre, è l’imperativo etico più consistente in un atteggiamento maturo verso la Terra. 

Nelle parole di Population Matters: “Quando si arriva a parlare di popolazione, ci sono due domande a cui le persone preoccupate dovrebbero rispondere: contribuisce ai nostri problemi e ci sono soluzioni etiche, pratiche ed efficaci che possiamo dispiegare ? La risposta è un empatico sì ad entrambe. Certamente il numero di noi che richiede terra, acqua, cibo, energia, infrastrutture e merci varie crea pressione sulle risorse naturali e sull’ambiente, ci sono una quantità enorme di evidenze scientifiche robuste a suffragare questa semplice intuizione. Ciò non vuol dire che atteggiamenti consumistici, sprechi e una distribuzione ineguale di ricchezze, con la ingiustizia sistematica che ne deriva, siano irrelevanti, certo che no; significa, invece, che vedere le cose in termini binari del tipo di un aut/aut è controproducente e semplicistico. Quando si arriva finalmente alle soluzioni, è ancora più assurdo pretendere che non ci siano modi etici per ridurre i nostri numeri. I tassi di fertilità sono già stati abbassati in modo etico ed efficace attraverso il rafforzamento di buone soluzioni in tutto il mondo, e le proiezioni delle Nazioni Unite mostrano che anche piccoli cambiamenti nella fertilità possono avere un effetto rilevante sui numeri complessivi in poche generazioni”. 

African Oil Dream, da Johannesburg uno schiaffo al perbenismo climatico di noi Europei

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L’Africa ha bisogno dei combustibili fossili e il cambiamento climatico non può essere una scusa per tagliar fuori centinaia di milioni di africani dal diritto all’elettricità. Questa la presa di posizione, fermissima, di NJ Ayuk,  Executive Chairman della  AFRICAN ENERGY CHAMBER, di Johannesburg, Sudafrica, un network di imprenditori, dignitari e soggetti governativi che collaborano per l’implementazione della reti energetiche sul continente. 

Una bordata non da poco al perbenismo climatico di noi Europei. 

Ma, soprattutto, Ayul ha sollevato la questione della autonomia decisionale dei Paesi africani nella transizione energetica: “dovrebbero essere gli Africani, e non della gente che viene da fuori con aria saccente, a decidere quando è il momento giusto per chiudere con i carburanti fossili in Africa, se mai avverrà. Mettere sotto pressione l’Africa perché agisca in un altro modo è un insulto, un atteggiamento non certo migliore che gettarci aiuti stranieri presupponendo che gli Africani siano incapaci di costruire un futuro migliore per se stessi. È anche una forma di ipocrisia da parte di Paesi e persone che godono della sicurezza, della più lunga aspettativa di vita, dei comfort e delle opportunità economiche associate con una disponibilità di energia abbondante e affidabile, dire:  Forza, Africa, è ora, basta combustibili fossili per te ! Misure estreme per tempi di emergenza !”.

L’intervento di Ayuk è in aperta polemica con le istituzioni occidentali come la World Bank e la Banca Europea per gli Investimenti (EIB) e di quello che Ayuk ritiene essere un approccio occidentale al problema del cambiamento climatico. Ayuk, che ha ribadito le sue posizioni alla BBC in una intervista in diretta alle 6.30 del mattino lo scorso 3 marzo, ha scritto: “sono d’accordo sul fatto che il cambiamento climatico debba essere preso seriamente, ma non possiamo accettare risposte sull’onda di forti emozioni (knee-jerk). Non possiamo derubare il nostro continente dei benefici significativi realizzabili con operazioni su petrolio e gas, grazie alle opportunità economiche fornite dalla monetizzazione delle risorse naturali in iniziative di importanza critica sull’energia prodotta dal gas. Non sono assolutamente per uno stop sui programmi delle rinnovabili, devono essere implementati e spero lo saranno di più. Sto semplicemente dicendo che è troppo presto per un approccio aut-aut tra fonti verdi e fonti fossili”.

Dal futuro energetico dell’Africa dipende buona parte del destino energetico del Pianeta. E la ragione sta in un indice di analisi della realtà che continua ad essere il convitato di pietra del dibattito ambientale: la demografia umana. Lo ha spiegato con ricchezza di dettagli la EIA (International Energy Agency) nel rapporto AFRICA ENERGY OUTLOOK 2019. 

La popolazione africana è la più giovane del mondo, Entro il 2040 una persona su due al mondo sarà africana e nel 2023 il continente sarà più popolato della Cina e dell’India. Questo significa che “più di mezzo miliardo di persone andranno ad ingrossare la popolazione urbana africana entro il 2040, più di quante ne abbia assorbite in 20 anni il boom economico ed energetico cinese”. E tuttavia “oggi, 600 milioni di persone non hanno accesso all’elettricità e circa 900 milioni di persone non possono cucinare con una fonte di energia pulita; finora, gli sforzi dispiegati per fornire i moderni servizi di uso dell’elettricità sono riusciti a fronteggiare in modo inadeguato la crescita della popolazione”.

Tutto questo, mentre le emissioni di gas serra del continente valgono solo per il 2% del totale mondiale. Un altro parametro, tuttavia, è ancora più indicativo: ad oggi, in Africa c’è il più basso indice al mondo di proprietà di un qualche apparecchio per la refrigerazione degli ambienti (condizionatore, ventilatore e così via). Eppure, riporta la EIA, nel 2018 le persone che avrebbero avuto bisogno di un condizionatore erano 700 milioni, che nel 2040 saliranno a 1200 milioni. Tutto questo in uno scenario di cambiamento climatico. 

Sempre secondo lo AFRICA ENERGY OUTLOOK 2019, l’Africa negli anni a venire sarà sempre più una potenza globale sui mercati del petrolio e del gas: “la crescita prevista nella domanda di petrolio è più alta di quella cinese e seconda soltanto a quella dell’India, poiché il volume delle autovetture è destinato a più che raddoppiare (e la maggior parte di queste auto avrà una scarsa efficienza energetica) e il GPL (gas liquefatto) si sta imponendo come carburante pulito per cucinare. Il peso crescente dell’Africa si fa sentire anche sui mercati di gas naturale, essendo il continente la terza fonte, al mondo, per il soddisfacimento della domanda di gas naturale”. 

In anni recenti “una serie di scoperte significative di depositi di gas naturale sono avvenute in Egitto, Africa Orientale (Mozambico e Tanzania), Africa occidentale (Senegal e Mauritania) e Africa meridionale, che valgono, insieme, per il 40% delle scoperte di gas, nel mondo, tra il 2011 e il 2018”. 

Nel cocktail energetico dei prossimi decenni avranno il loro posto il biogas, l’etanolo e il gas naturale: “la domanda di elettricità in Africa, attualmente, è di 700 terawatt/ora, con le economie del Nord Africa e del Sud Africa che valgono per il 70% del totale. Eppure”, continua la EIA, “sono i Paesi dell’africa sub-sahariana che fronteggeranno la crescita di domanda più consistente nella entro il 2040”. Il potenziale per il solare è enorme: ad oggi sono attivi impianti a pannelli solo per 5 gigawatts, meno dell’1% del totale globale, ma che potrebbero salire a 320 gigawatts nel 2040; l’eolico è in espansione in Etiopia, Kenya, Senegal e Sudafrica. 

Ma ci sono anche altri fattori da considerare. 

Elettricità vuol dire investimenti enormi non solo negli impianti di produzione, ma anche nelle reti di diffusione. Esigenza che si somma alle preoccupazioni ambientali per il boom di collegamenti infrastrutturali e le loro implicazioni sui restanti bacini di foreste e biodiversità. Il destino dei primati, e delle ultime popolazioni di grandi scimmie, è particolarmente buio e ormai in rotta di collisione con la fame di energia e di strade del continente, come hanno dimostrato numerosi studi recenti. 

Le osservazioni di NJ Ayuk (la AFRICAN ENERGY CHAMBER non ha dato risposta ad una mia email con la richiesta di ulteriori delucidazioni) denunciano un nervo scoperto dell’intera costruzione negoziale, ma anche culturale, delle trattative sul clima. La comunione di intenti globale sul passaggio alle rinnovabili ed ad una qualche transizione dalla economia fossile ad un modello più coerente con la catastrofe ambientale è solo una illusione. I punti forti delle affermazioni di Ayul ci riportano indietro nel tempo, al 1992, quando la questione post-coloniale della giustizia climatica è diventata argomento politico. Sarebbe ridicolo sostenere che l’irrigidimento delle posizioni degli attori in campo si siano ammorbidite in questi 28 anni. 

Fino a che punto il risentimento e il disagio post-coloniale lavorino nei corridoi sotterranei del disastro ambientale traspare da un reportage spettacolare di Bill McKibben scritto per il New Yorker ( tra parentesi, lo stesso magazine per cui scrive Jonathan Franzen) nel 2017: The Race to Solar Power in Africa. McKibben, spostandosi tra Ghana, Costa d’Avorio e Tanzania, ha documentato il tipo di imprenditoria che sta ampliando il mercato del solare in Africa: “molti imprenditori occidentali vedono l’energia solare in Africa come una opportunità per raggiungere un mercato ampio e fare così dei profitti considerevoli”. Questi imprenditori sono spesso persone che hanno lavorato nella Silicon Valley; una degli intervistati, Nicole Poindexter, fondatrice e C.E.O. della Black Star, è stata trader sui derivati con una laurea ad Harvard. Lo stesso McKibben, arrivando negli uffici di una altra compagnia, la Off-Grid Electric ad Arusha, in Tanzania, ammette “l’atmosfera ricordava Palo Alto o Mountain View”.

Le domande poste da NJ Ayuk contengono, allora, quanto meno un legittimo dubbio. Sulla pertinenza e sulla opportunità di espandere il discorso sul clima oltre la confortevole zona di benessere psicologico dell’Occidente, smettendola di parlare sempre dal nostro punto di vista. Bisogna spostarsi sulle rinnovabili, ma farlo non è un passaggio indolore o una autostrada ad una sola corsia, come vorrebbero farci credere i sostenitori acritici di Greta Thunberg. La faccenda è molto più complicata e coinvolge anche il retaggio culturale di stagioni storiche che vorremmo dimenticate, ma che sono ancora vive e vegete. Quanto meno nella percezione psicologica che molte nazioni africane hanno del nostro atteggiamento nel pieno del collasso del Pianeta. E, signori e signori, la percezione dell’opinione pubblica è il più dirompente e sottovalutato dei fattori politici. Come ha detto la climatologa Kate Marvel, climatologa del Goddard Institute for Space Studies della NASA: “You can’t put the legacy of colonialism in a climate model”. 

World Wildlife Day 2020, comincia il biodiversity super year

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Ogni forma di vita sul Pianeta è degna di protezione. Questo il motto del World Wildlife Day che si celebrerà domani, 3 marzo. Una dichiarazione di intenti nient’affatto superflua in un anno che la IUCN ha già definito “biodiversity super year”, per via del lungo percorso negoziale che dovrebbe portarci, il prossimo autunno, alla stesura di un accordo globale per gli ecosistemi e le faune analogo alla carta di Parigi per il clima del 2015. 

Lo scopo della giornata sarà diffondere consapevolezza sul legame imprescindibile tra le faune selvatiche e la nostra sopravvivenza. “Sustaining all life on Earth” è però soprattutto, mi pare, se pur sotto il velo di Maja dell’equilibrismo di circostanza, un richiamo politico e culturale. È giunto il momento storico di concedere alle faune della Terra il diritto alla prosperità.

E tuttavia non dobbiamo negarci, ha scritto Carl Safina sul magazine di informazione ambientale della Università di Yale, che i tempi sono lugubri. I numeri sulla biodiversità non ci restituiscono semplicemente una condizione generale di declino, ma più precisamente quelli di una catastrofe globale. La defaunazione è, più ancora dell’estinzione, il nostro contesto quotidiano: l’assottigliamento progressivo dell’abbondanza numerica degli individui che compongono una singola specie. “Ogni specie, presa individualmente, non ha abbastanza voce per vocalizzare questa opera tragica. Ma, mentre la sofferenza cresce come in un coro di voci, le specie, insieme, cantano il dolore degli esseri viventi”, dice Safina. E a questo punto è essenziale riconoscere che “il diluvio universale siamo noi, i miliardi di persone, cresciuti sino a ingolfare il mondo”.

In un contesto di disperazione che pietrifica il sentimento orgoglioso che abbiamo di noi stessi – perché le evidenze scientifiche ci dicono che la nostra specie si dimostra incompatibile con la vita su questo Pianeta – Safina ricorda però l’importanza assoluta dell’impegno del singolo, in ogni singola, benché apparentemente insignificante, azione a protezione di una specie locale, di un bosco, di un angolo di habitat lacustre vicino a casa che ancora pullula di animali e di piante. Infatti, “negli inizi incerti e traballanti di uno sforzo individuale, possono esserci in incubazione grandi cose”. 

Per questo 2 marzo, allora, ho scelto di raccogliere storie di animali e scoperte scientifiche che non hanno fatto 10K sui social media, ma che, ciascuna a suo modo, racconta perché le faune selvatiche sono quanto di più meraviglioso e prezioso abbiamo al mondo. 

Il 12 febbraio scorso, AFRICA GEOGRAPHIC ha reso noto che in Gabon, in una area contigua allo Ivindo National Park, le fotocamere a trappola hanno documentato la presenza di 4 tassi melanistici (Mellivora capensis). I ricercatori che studiano le foreste tropicali del Gabon non pensavano che qui ci fosse questa specie, né tanto meno ne avevano mai visto degli esemplari neri. La notizia ha fatto seguito a quella resa pubblica su Twitter lo scorso 11 agosto: un leopardo fotografato sempre con una foto-trappola in Guinea Equatoriale. La scoperta è stata segnalato dall’ecologo e primatologo David Fernandez della Università di Bristol. Sempre in Guinea Equatoriale è stata documentata la presenza dei gorilla di montagna e di alcuni scimpanzé nel Monta Alen National Park ( su Twitter: @dfer_phd). Perché queste notizie sono importanti: l’Africa Occidentale ed Equatoriale non è ancora completamente defaunizzata, è anzi un hot spot importantissimo per quello che è rimasto in lembi di foreste tropicali primarie. 

I più recenti studi genetici hanno scoperto che il lupo hymalaiano è una specie a sé stante di lupo. Perché questa notizia è importante: le popolazioni di una specie hanno caratteristiche genetiche uniche, adattative. Ogni paesaggio potrebbe quindi ospitare una sottospecie o addirittura una specie a parte. Per questo la conservazione di tutti gli habitat ancora ecologicamente funzionanti è cruciale. 

Lo scorso 28 gennaio la Corte Suprema in India ha deciso che si può tentare di reintrodurre su suolo nazionale il ghepardo africano. Il ghepardo asiatico è infatti stato spazzato via dal subcontinente il secolo scorso. Come cioè possa essere anche lontanamente logico in un contesto demografico come quello indiano, lo ha detto un vignettista geniale su Twitter (Green Humour at @thetoonguy). Tigre e leopardo accolgono un ghepardo sullo sfondo di una metropoli industriale e gli dicono: “Benvenuto in India. Ti abbiamo preparato una pedana elettronica per esercitarci con lo sprint, perché non ci sono davvero abbastanza spazi aperti, qui, per il tuo savanna lifestyle”. La vignetta è stat pubblicata il 29 gennaio. Perché questa ironia contiene una verità amara di cui dovremmo occuparci: la demografia umana è sempre più incompatibile con la presenza dei grandi predatori, soprattutto dei grandi felini.

Il 23 gennaio il brillante e giovane ecologo del Texas Jay Lombardi ha postato su Twitter una foto raccolta con foto-trappola di un avvistamento eccezionale: un bobcat con un pattern di strisce e macchie simile all’ocelotto. L’esemplare, fotografato il 31 gennaio 2019, è stato avvistato nel Texas meridionale. Secondo Lombardi (@JayLombardi87), questo disegno inusuale del manto potrebbe essere prodotto da un gene recessivo. Perché questa notizia è strepitosa: una volta queste specie di felini popolavano il sud degli Stati Uniti. In Texas c’erano anche i giaguari. Oggi i felini sono in buona misura stati estirpati dai loro habitat americani, come accade all’ocelotto, rarissimo da queste parti. Una protezione più stretta concederebbe margini di recupero a specie estremamente resilienti e plastiche, come ovunque nel mondo sono i felini.

Secondo i dati raccolti dalla Landmark Foundation, Sud Africa, le province del Capo Occidentale e Orientale (Western and Eastern Capes) sono popolate ancora da circa 553 leopardi, divisi in 3 gruppi geneticamente distinti che però mostrano i primi segni di inbreeding. Spesso i pastori perseguitano i leopardi così come uccidono i caracal, per evitare danni alle pecore. Perché questa notizia è importante: aumentare la connettività tra le aree protette o semi protette è indispensabile perché le popolazioni recuperino numericamente . La connettività è uno degli obiettivi della conservazione al 2050, uno dei grandi temi in discussione in attesa del documento di Kunming. 

La guerra fantasma contro il Pianeta attraverso il prisma di Marc Bloch

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Non sappiamo se siamo in guerra. Non sappiamo neppure se questo possa essere definito un conflitto, perché le forze armate sono per ora lontane dalle nazioni maggiormente responsabili dello scontro. Non ci sono neppure dichiarazioni di belligeranza palesi, impugnabili, depositate nelle cancellerie di mezzo mondo, in questa crisi ecologica. Neil Levy, che insegna al Centre for Practical Ethics di Oxford ritiene ad esempio che questo passaggio storico non assomigli né ad un evento bellico né ad una grande recessione economica. 

Il motivo è presto detto: a differenza di qualunque evento bellico, anche il più sanguinoso e crudele, la catastrofe ecologica non finirà con la firma di un trattato di pace. Le evidenze scientifiche a nostra disposizione ci dicono invece che la traiettoria ormai imboccata a tutta velocità è per certi aspetti irreversibile. Uno studio uscito nell’ottobre del 2018 sulla PNAS ( Mammal diversity will take millions of years to recover from the current biodiversity crisis ) avverte che gli esseri umani hanno già spazzato via dalla faccia della Terra 2 milioni e mezzo di storia evolutiva, corrispondente a 300 specie di mammiferi. Se anche oggi traducessimo in politiche concrete misure di protezione severissime contro l’emorragia di estinzione, servirebbero ai mammiferi e alle altre forme di vita del Pianeta tra i 5 e i 7 milioni di anni per tornare a condizioni numeriche pre-umane. Per quanto riguarda il clima, l’anidride carbonica pompata in atmosfera negli ultimi 150 anni ha innescato effetti domino dall’esito imprevedibile, spingendo almeno 9 parametri ecologici e fisici al punto di non ritorno. Li ha elencati e discussi CARBONBRIEF. Tra questi 9: la trasformazione della foresta amazzonica in una savana, l’interruzione della AMOC (Atlantic Meridional Overturning Circulation, la circolazione di acque calde e fredde nel sistema Atlantico-Artico che produce il clima temperato di metà Europa occidentale); lo scioglimento del permafrost in Alaska e Siberia e il conseguente “biome shift”, cioè lo spostamento verso nord degli habitat di taiga e foresta boreale; l’alterazione del sistema monsonico dell’Africa Occidentale e quindi del Sahel. 

Per i pochi che usano informarsi sullo stato del Pianeta questo significa soltanto una cosa: una crescente, oscura angoscia. Non tanto il sentimento di impotenza personale, quanto piuttosto la consapevolezza di una perdita irreversibile che diventerà motivo di afflizione per tutte le generazioni dopo di noi. 

Si ripropone dunque anche a noi una domanda che ha tormentato per un secolo gli intellettuali russi dell’Ottocento: che fare? 

Un buon suggerimento, anzi, una lunga lista di buone intenzioni improntate a rara saggezza, proviene da Marc Bloch, uno dei più grandi storici del Novecento. Ha parlato di lui, incrociando, io credo, anche il nostro presente ecologico, Alessandro Barbero in una lectio magistralis di stupefacente freschezza disponibile su YouTube: Alessandro Barbero spiega Marc Bloch. 

Bloch intanto fu uomo di studio, di biblioteche e di campi di battaglia in egual misura. Decorato nella Prima Guerra Mondiale, combatté fino all’Armistizio anche nella Seconda, perché non si tirò mai indietro al richiamo della sua patria e dell’urgenza storica e infatti poi finì con coraggio a servire nella Resistenza. Decisione che gli costò la vita. Bloch, spiega Barbero, rivoluzionò la storiografia francese perché comprese, nelle trincee di fango, sangue e materiale cerebrale esploso dei suoi compagni, che “la storia non è fatta solo di grandi imprese, ma è fatta di tutto, non c’è nulla nella vita che non interessi ad uno storico”. Un metodo non troppo dissimile da quello di Charles Darwin. 

Nel 1929 Bloch fondò, insieme all’amico Lucien Febvre, la rivista Les Annales, che infatti prendeva in considerazione ambiti dell’esperienza umana mai prima considerati: la psicologia della testimonianza, la storia dei prezzi e dei salari, l’antropologia, per via dei riti e delle credenze religiose. E molto altro.

Barbero porta un esempio straordinario della mentalità di Bloch, che aveva capito quanto i dettagli apparentemente volgari, rozzi, insignificanti, polverosi siano invece gli indizi dei movimenti sotterranei di pensiero e materiali che, alla fine, producono gli eventi estremi e mastodontici, come ad esempio una guerra. Barbero racconta infatti come Marc Bloch, cattedratico della Sorbona, si fosse messo a studiare l’abitudine delle massaie francesi di preparare la marmellata al principio dell’autunno.

Ma perché tutte queste confetture? Perché lo zucchero nel 1935 costa poco. É sempre stato così? Certo che no, scopre Bloch. É così adesso, perché lo zucchero in commercio viene dalla barbabietola, e non dalla costosa canna da zucchero caraibica. Le barbabietole le seminiamo anche qui a casa nostra. Ai tempi delle nostre trisavole non ci si poteva permettere questo “rito borghese”. Ed ecco, allora, “una storia dimenticata della nostra storia di Francia”. 

Concentrati come siamo sulle statistiche roboanti del cambiamento climatico, sulla lettura macroscopica delle trasformazioni ecologiche in corso, prestiamo poca attenzione alle alterazioni funzionali che sono sotto i nostri occhi. Al fatto, ad esempio, che quest’anno non abbiamo avuto l’inverno. O alla fioritura anticipata dei ciliegi, durante il Carnevale. Eppure, nulla di ciò a cui siamo avvezzi, anche nella nostra dieta, è scontato o eterno: tutto, invece, è ormai entrato in una spirale di sottrazione, deperimento, scomparsa.

La marmellata di Bloch che racconta la storia di Francia è il confine su cui si infrange anche la ricerca di un consenso sui sacrifici necessari ad arginare il declino del Pianeta. Perché solo attraverso minuzie di questo genere, per lo più ignorate dal giornalismo ambientale da salotto, la catastrofe diventa finalmente tangibile ed evidente. Pensiamo a cosa accadrebbe se questa estate l’acqua venisse razionata e i parrucchieri dovessero tagliare il numero di pacchetti “sciampo e piega” per le loro clienti. O se un ridimensionamento della nostra disponibilità energetica imponesse a migliaia di massaie di rinunciare a stirare camice e lenzuola. Il fatto che una guerra non sia mai stata dichiarata o che non ci troviamo sotto bombardamenti nemici non significa che non siamo entrati da tempo in una condizione radicale. 

Bloch, tra le altre cose, quando si trovò al fronte durante l’invasione nazista in Francia, scrisse anche che la sua generazione scopriva troppo tardi quanto snob fosse stato il ritiro dorato degli anni precedenti. La comoda vita sprofondati in poltrona a comporre saggistica sofisticata in ottimo francese. Mentre la società civile franava su se stessa. Ogni individuo conta, quanto alla costruzione della comunità, scrisse Bloch. E anche qui abbiamo di che attingere sul nostro presente, non per sentirsi meno disperati, ma più partecipi di sicuro: sentirsi responsabili del nostro tempo è un dovere civile. 

Ecocidio e cronocidio nel pensiero di Emmanuel Dongala

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Il nostro Paese vive una contraddizione surreale. Pur essendo sulla rotta obbligata dei movimenti migratori dall’Africa sub-sahariana e tropicale verso le coste europee, continua a guardare alle genti africane con lo sguardo degli anni Sessanta. Fermate cento persone a caso e chiedete loro se hanno mai letto uno scrittore africano. Forse la maggior parte oserà rispondere che non sapeva neppure l’avesse, l’Africa, una letteratura degna di nota. E invece sì, l’ha eccome, e penso valga la pensa riflettere, parecchio, sul capolavoro di Emmanuel Dongala, L’uomo di vento, edizioni Epochè 2010.

Questo romanzo, che nel 1988 valse all’autore il prestigioso Grand Prix Littéraire d’Afrique Noir, riesce a tenere insieme tre discorsi: il colonialismo e le sue conseguenze sull’economia regionale delle nazioni africane, lo sfruttamento delle risorse naturali e quindi la crisi ecologica, e infine ciò che qui chiamerò cronocidio. Il cronocidio è la distruzione programmata del passato sotto forma di legame con gli antenati, identità culturale e relazione con gli ecosistemi di origine. In questo caso, con la foresta tropicale del Congo Brazzaville. Pur non affrontando direttamente la questione ambientale, Dongala riesce a porre in sequenza causa-effetto la visione economica coloniale e post-coloniale con la disintegrazione del passato comune, della eredità ancestrale che era, un tempo, il collante sociale delle popolazioni africane. 

Facendo questo, però, Dongala parla anche al cuore occidentale. A noi. Perché in questo libro è l’uomo bianco che fa fuori il suo stesso passato per riuscire nell’impresa di mettere a profitto il mondo intero, foreste, animali e persone. Nella costruzione di questo ordine economico rapace, è stato indispensabile, per l’uomo occidentale, disinnescare il simbolismo del passato, per consegnare intenzioni e volontà politiche alla sola edificazione di un presente di prosperità. Una delle caratteristiche più impressionanti del capitalismo moderno è infatti la liquidazione del passato. Nulla conta se non il vantaggio del presente. E Dongala sembra averlo compreso da uno scacchiere geografico lontano migliaia di chilometri dalle biblioteche delle grandi capitali europee. 

L’ecocidio presuppone quindi il cronocidio, cioè la negazione della relazione fondamentale che lega gli uomini al loro passato. Agli antenati, alla tradizione, e alla propria storia biologica, cioè alla filogenesi. Il capitalismo avanzato nega alle economie “in via di sviluppo” il loro, proprio passato, liquidando al contempo l’appartenenza umana alla parabola evolutiva del Pianeta. 

Prima di inoltrarci nei concetti di ecocidio e di cronocidio, voglio fare una premessa: Dongala non assolve gli Africani incolpando i soli Occidentali. Anzi, denuncia la complicità dei capi villaggio, la corruzione e la meschinità degli maggiorenti che per avidità aprirono le porte allo straniero. Si sente nel romanzo, quindi, una lontana eco del capolavoro di Romain Gary Le radici del cielo (Neri Pozza). La realtà non è tutta bianca e tutta nera, ed è per questo che è così disperata e intricata. Anzi, Dongala suggerisce qui che sono proprio le vittime a doversi prendere la responsabilità di quanto è accaduto, facendo dire al protagonista, Mandala Mankunku: “bisognerà fare tutto il possibile perché le generazioni future non pensino che tutto ciò sia accaduto solo per colpa degli stranieri. Non bisogna mai dimenticare, padre, la propria cupidigia e le proprie debolezze”. 

Direi che, visti i tempi che viviamo, potremmo anche aggiungere una glossa a questo ragionamento: dovremmo fare del nostro meglio per evitare che le prossime generazioni ignorino la nostra inerzia e indifferenza verso i cambiamenti ecologici e la catastrofe di estinzione. 

Vediamo allora cosa si intende per ecocidio.

L’ecocidio è “il danno esteso, la distruzione o la perdita di un ecosistema, o di più ecosistemi, di un dato territorio, o per deliberata azione umana o per altre ragioni, portato ad un punto tale da aver compromesso o compromettere seriamente in futuro il pacifico uso di quel territorio da parte dei suoi abitanti”. Questa è la definizione di ecocidio proposta da Polly Higgins, l’avvocato inglese che si è battuta fino alla sua prematura morte, a poco più di 50 anni, nel 2019, per l’inserimento di questo reato nello Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale dell’Aja. All’articolo 5 lo Statuto elenca le cinque tipologie di crimini “di rilevanza internazionale” che rientrano nella giurisdizione della Corte: genocidio, crimini contro l’umanità, crimini di guerra, crimini di aggressione. La Higgins e il suo gruppo premevano perché a questa lista venisse aggiunto il crimine di ecocidio. E questo perché “una legge di imputazione del crimine di ecocidio avrebbe una azione di deterrenza per gli investitori nei confronti di pratiche ecocidiarie e li metterebbe in guardia dal sottoscriverle. Persone con responsabilità decisionali di alto livello – i CEO e i ministri di governo – diventerebbero responsabili di ecocidio dal punto di vista personale e criminale, ad esempio avendo preso parte a pratiche ecocidiarie o avendo fornito i permessi per esse quando conoscevano o avrebbero dovuto conoscerne le conseguenze”, riporta STOPECOCIDE.EARTH. 

Il cronocidio, invece, è un sottoprodotto del capitalismo. È la presunzione che non esista un legame strutturante con il patrimonio culturale acquisito e che, quindi, economia e tecnologia possano espandersi in completa libertà ed autonomia, all’infinito, con il solo scopo di massimizzare il profitto del presente. Il cronocidio presuppone dunque di liberarsi dai vincoli della tradizione che definiscono anche i limiti di uso delle risorse – umane, animali, naturali – varcata la soglia dei quali gli effetti collaterali del loro impiego massivo superano i vantaggi ottenuti. Nella cultura del cronocidio il passato non ha più valore, a meno che non venga messo a reddito, come accade ad esempio con il patrimonio artistico, che non rappresenta più un contesto simbolico in cui riconoscersi e ritrovarsi, ma è diventato passatempo e turismo.  Ma la dismissione industriale del passato è all’opera anche sul Pianeta Terra, con i suoi ecosistemi e le sue faune. È da questo punto di vista che, credo, si possa impiegare la metafora stessa di Dongala e cioè “la morte degli Antenati”. 

Il vecchio Lukeni, il decano vecchio e saggio del villaggio (siamo nel Congo Brazzaville di inizio Novecento) dice a Mankunku: “la storia di un popolo non deve morire con coloro che l’hanno vissuta, dev’essere trasmessa di bocca in bocca, di memoria in memoria”. Per Mankunku la morte di Lukeni sarebbe una disgrazia irrecuperabile: “non possiamo perdere tutto quello che sa, un popolo non può vivere senza memoria”. E tuttavia, Mankunku è troppo giovane per non appartenere ad una epoca di mezzo, in cui la sua sete di conoscenza trova un terreno fertile nelle novità scientifiche e tecnologiche introdotte in Congo dai Francesi: “Non basta più essere gli anelli di trasmissione del sapere degli Antenati e nemmeno essere soltanto i depositari di un sapere stabilito per sempre”.

Lukeni sa che nelle parole di Mankunku c’è l’esigenza di una rottura, di una distruzione che non può tener buono il passato, se vuole affermarsi. In questa volontà di cambiamento (che Dongala non identifica con il progresso, ma con il desiderio umano di uscire dai propri confini) gli Antenati non possono più avere cittadinanza. Inutili, come gli sciamani dinanzi a un medico laureato in Medicina a Parigi: “il grande disegno che nei secoli abbiamo tracciato insieme noi e i nostri Antenati (…) sono vissuto fino ad oggi in una società il cui ideale era la propria perpetrazione. I nostri Antenati e noi stessi l’avevamo costruita così bene da aver paura di qualsiasi individuo che si discostasse dalle norme ammesse, perché il minimo falso movimento, il minimo elemento sottratto o aggiunto rischiava di far crollare l’intero edificio”. 

Le conseguenze della rottura con gli Antenati, in una civiltà in cui l’intero cosmo sociale si reggeva sulla linea di continuità spirituale e legislativa con le generazioni antiche, innesca degli effetti domino dirompenti. Il primo francese che arriva al villaggio e strappa al Capo la firma sulla concessione d’uso del suo regno festeggia sparando con un fucile inglese a decine di elefanti (oggi in Brazzaville e in Gabon gli elefanti si contano al lumicino). Arrivano i cash crops da esportazione (caucciù e palma da olio). E infatti “la foresta era diventata ostile perché non capiva quella sete di distruzione che li aveva improvvisamente invasi (…) celava sempre più accuratamente i frutti commestibili e la selvaggina. E loro ne avevano talmente paura da odiarla. La fiducia tra la foresta e gli uomini, che erano sempre vissuti in simbiosi materiale e spirituale, si era rotta: si escludevano mutualmente, gli uni erano diventati parassiti dell’altra e vice versa”. Oggi abbiamo studi scientifici in peer review su questi effetti ecologici sistemici, che si chiamano sindrome della foresta vuota e defaunazione. 

I colonizzatori francesi avevano smesso già da un pezzo, in patria, di credere negli Antenati. La rivoluzione industriale, in senso strettamente marxista, ha imposto una agenda di lavoro che esclude la devozione per il passato in quanto ostacolo all’efficienza produttiva. Il fatto che ogni oggetto sia replicabile in serie, in catena di montaggio, priva qualunque manufatto delle sua unicità estetica e simbolica. La creazione artigianale, artistica  e intellettuale non potrà più invecchiare e scivolare nel passato come punto di riferimento per il futuro; potrà solo eclissarsi, surclassata dal nuovo. I colonizzatori francesi hanno imparato fino in fondo, insieme ai loro amici europei delle nazioni europee, la lezione fondamentale dell’Illuminismo Settecentesco: la trionfale parabola umana è progresso. 

Senza cronocidio, il progresso è impossibile, ma anche impensabile. Ma “nella savana senz’anima abbandonata dal respiro degli Antenati urlano le trombe”, come ha scritto il poeta senegalese Birago Diop. Uccidere il passato consente di aprire le porte ad una era di conquiste (la medicina, la ferrovia, la fine delle uccisioni rituali, ad esempio dei neonati gemelli o albini, l’astronomia, la chimica), ma riduce l’esperienza del mondo di ciascun essere vivente al suo sfruttamento economico e politico. 

Potremmo quindi, tenendo buona la definizione di ecocidio, così ridefinire il cronocidio: “la perdita di un orizzonte culturale normativo, in una data cultura, che determina il progressivo assottigliamento della nozione di limite per deliberata azione umana nei processi di uso delle risorse, animali e umane, sino al punto da compromettere le condizioni di esistenza psicologiche, emotive e civili della comunità che ne soffre”. 

È il nipote del vecchio Lukeni, laureato in chimica industriale negli Stati Uniti, che dice nel modo più limpido possibile dove la liquidazione del “mondo degli Antenati” abbia condotto bianchi europei e neri africani: “Prima della colonizzazione, tu e tutti quelli della tua generazione vivevate in un mondo chiuso, un sistema chiuso dove gli scambi con l’esterno erano controllabili e reversibili. Allora era semplice tenere il mondo sotto controllo. Dopo l’arrivo della colonizzazione, il sistema è diventato incontrollabilmente aperto, ogni cosa tende naturalmente verso un disordine più grande. Non si può più distinguere facilmente causa ed effetto. In questo senso tu hai ragione, le cose sono più complicate di prima, gli Antenati e il loro mondo equilibrato non hanno più posto”.