La fine del sogno del West Americano

L’alterazione della composizione chimica dell’atmosfera che avvolge il nostro Pianeta fornisce occasioni per aggiungere neologismi alla battaglia politica del secolo: se, cioè, dar corso alla evidenza scientifica, e comprendere che siamo sulla strada per avere, a fine secolo, un aumento delle temperature medie globali di 4 gradi Celsius, oppure continuare a titillare il bisogno di sicurezza dell’opinione pubblica imbastardita da decenni di pigrizia cognitiva. Joe Biden, stanotte, ha definito “climate arsonists” e cioè piromani climatici coloro che scelgono la seconda opzione. Un ossimoro gigante per un problema abnorme che sfugge ormai dal timido e placido controllo politico delle democrazie nazionali e delle aule di rappresentanza internazionali, come ad esempio le Nazioni Unite. Ma la “apocalisse climatica” della costa ovest degli Stati Uniti (la definizione è del LOS ANGELES TIMES), dell’Oregon e della California, segna anche la fine di un mito. Quel sogno americano da esportazione, che è stato uno dei propellenti naturali del consumismo globale: spiagge, sole, surf, ragazze sempre in bikini, maschi alla Point Break (era il 1991), ville in collina, estate perenne. Decine di film, a partire da American Gigolò (1980) hanno nutrito questo sogno edonistico tanto quanto le pellicole più nobili che narravano la caccia all’oro, alle pellicce pregiate e alla libertà in stile Jack London. Noi, in Europa, abbiamo mangiato queste finzioni californiane west come manna nel deserto, pascendoci della imbeccata secondo cui la vita vera, la vita post 1945, la vita del benessere, non potesse non assomigliare alla routine californiana. Insieme a New York (“la città in cui tutti vorrebbero vivere”), la California è stata fino ad oggi un simbolo di tutto ciò che di desiderabile c’è sul Pianeta. Ancora oggi, il “selvaggio west” è percepito come un mito assoluto, che tiene in vita, fino alle contrade esauste della vecchia Europa, i cui giorni di gloria risalgono alle imprese oceaniche di spagnoli e portoghesi, anche nelle nostre coscienze la possibilità, in realtà tarpata e annichilita nei tempi contemporanei, di raggiungere e conquistare una indipendenza anarchica, che ha tagliato i ponti con tutte le costrizioni salvavita (antibiotici, riscaldamento, casa in proprietà, pensione) della borghesia industriale.

C’è un film che questo mito californiano lo ha rappresentato con una tale sfacciataggine da risultare addirittura stomachevole: Play misty for me, del 1971, con Clint Eastwood. Se sei un vincente californiano dormi in una camera da letto che è di fatto un dehors all’aperto. Il clima è così mite, accondiscendente e favorevole al tuo torso nudo che non hai bisogno di comodità da impiegato europeo. Un film che avrebbe potuto pubblicizzare La cultura del narcisismo di Christopher Lasch (1979).

Oggi tutto questo ciarpame – non c’è vita senza sprechi ed esibizioni, la vita è solo divertimento, l’estate perenne è la stagione del cuore – si è rivelato per quello che è. Una menzogna politica, il cui prezzo spaventoso viene ora pagato prima di tutto dalle decine di migliaia di persone che dal 7 settembre ( Oregon Departement of Forestry: All state forests are at extreme fire danger as of Monday, Sept. 7) vivono sotto la minaccia di roghi di proporzioni e intensità mai viste nello Stato. L’unico paragone possibile è con gli wildlfire di un anno esatto fa in Australia, che hanno ucciso 3 milioni di animali selvatici. Lo stesso cielo arancione, la stessa notte che invece è giorno, a causa della cenere e della fuliggine da combustione dei boschi, del bush e delle foreste; la stessa disperazione nel constatare che, come hanno notato numerosi commentatori, il cambiamento climatico è qui, non accadrà in futuro. Lo stiamo già subendo. 

Vista dall’altra parte dell’Atlantico, questa apocalisse segna un punto di non ritorno. È evidente che nei prossimi decenni intere comunità dovranno essere evacuate a causa di impossibili condizioni ambientali. Domenica 13 settembre, se ne discuteva alle 6 di mattina al World Service della BBC. E qualcuno faceva notare, molto opportunamente, che migliaia di persone non possono trovare facilmente casa e sostentamento nelle città come Los Angeles, che già contano migliaia di senza tetto (americani) e un costo della vita altissimo. A sgretolarsi è un intero castello di carta di “a priori”: che ci sia abbastanza acqua per sostenere una popolazione in crescita in uno Stato che patisce sempre più siccità estreme (le mega-drought, che coinvolgono anche Colorado, Arizona e New Mexico), che lo Stato possa reggere una emergenza ambientale prolungata per mesi, con displacement di interi villaggi e costi assicurativi alle stelle. E, soprattutto, che nella urgenza di salvare vite e di spostare persone ci sia abbastanza spazio per abbandonare le contee in fiamme e non sovraccaricare metropoli già esauste per i conflitti e le diseguaglianze sociali. 

Sulle future migrazioni interne agli Stati Uniti Abrahm Lustgarten ha scritto un saggio spettacolare, per quantità di dati e di riferimenti, su PRO PUBLICA ( in collaborazione con The New York Times e con il supporto del Pulitzer Center): Climate Change Will Force a New American Migration. Ascoltando decine di esperti (architetti, assicuratori, scienziati, climatologi) Lustgarten ha costruito una mappa “delle zone pericolose che chiuderanno in una morsa gli Americani nei prossimi 30 anni”. A partire da questo settembre pandemia e roghi si sono sovrapposti in uno “schema di disperazione” che non è più episodico, ma è già perfettamente distinguibile ovunque nella nazione: “La siccità minaccia già regolarmente i campi che producono cibo in tutto l’ovest, mentre devastanti inondazioni allagano le città e i campi dal Dakota al Maryland, causando il collasso delle dighe nel Michigan e l’innalzamento delle linea di costa dei Grandi Laghi”.  

Il cambiamento imposto dal clima (climatic change) è ormai un parametro fondamentale per definire come e dove “la nazione si trova sulla soglia limite di una enorme trasformazione”. Quel che si prospetta è una migrazione interna che muterà tutti gli equilibri geografici, ecologici ed economici del Nord America: “In tutti gli Stati Uniti, circa 162 milioni di persone – quasi 1 su 2 – probabilmente farà esperienza di un declino nella qualità del proprio ambiente, soprattutto in termini di calore e di minore disponibilità di acqua. Per 93 milioni i loro, i cambiamenti potrebbero essere particolarmente severi ed entro il 2070, suggeriscono le nostre analisi, se le emissioni di carbonio continueranno a salire ai ritmi attuali, almeno 4 milioni di Americani potrebbero trovarsi a vivere al limite, in luoghi decisamente al di fuori della nicchia climatica ideale per l’uomo. Il costo della resistenza ad ammettere la nuova realtà climatica sta montando. Le autorità della Florida hanno già riconosciuto che difendere alcune strade ad alta percorrenza contro l’avanzare dell’oceano sarà insostenibile. E il programma nazionale di assicurazione per le inondazioni, per la prima volta, richiede ora che alcuni dei programmi di pagamento siano ritirati a causa della minaccia climatica. Presto, mantenere lo status quo sarà semplicemente troppo costoso”. 

Decisioni nient’affatto semplici si profilano all’orizzonte, dopo decenni di sottovalutazione del rischio: “I politici, che hanno lasciato l’America impreparata, adesso fronteggiano scelte brutali su quali comunità salvare – non di rado a costi esorbitanti – e quali invece sacrificare. Le loro decisioni renderanno inevitabilmente la nazione ancora più divisa al suo interno, con coloro che saranno tagliati fuori relegati a un futuro da incubo, in cui non resterà loro che cavarsela da soli”. Le proiezioni parlano di 28 milioni di persone esposte a mega-incendi anche in Texas, Florida e Georgia. Almeno 100 milioni persone (nel bacino del fiume Missisipi e quindi dalla Louisiana al Wisconsin) sperimenteranno livelli di umidità e calore tali che “lavorare all’aperto o fare sport a scuola potrebbe causare un evento cardiaco”. Un crollo nella produzione agricola si verificherà in Texas, Alabama, Oklahoma, Kansas e Nebraska. 

Dietro questo disastro continentale ci sono convinzioni culturali radicate nel comune sentire americano, non solo tra i Repubblicani o le grandi compagnie petrolifere. Rispetto ai contadini e ai piccoli produttori agricoli dell’Africa “gli Americani sono più ricchi, spesso molto più ricchi, e quindi più protetti dagli shock imposti dal cambiamento climatico, come fossero avvolti in un cappotto termico. Stanno a distanza dalle fonti di cibo e acqua da cui pur dipendono, e sono parte di una cultura che identifica nel denaro la soluzione ad ogni problema. E così, ad esempio, la portata d’acqua media del fiume Colorado, la fonte d’acqua per 40 milioni di Americani occidentali e la spina dorsale della produzione agricola e dell’allevamento di vacche da carne del Paese, è in declino da 33 anni, ma la popolazione del Nevada è raddoppiata.  

Contemporaneamente, oltre 1 milione e mezzo di persone si sono spostate nella area metropolitana di Phoenix, nonostante questa città dipenda dallo stesso fiume e abbia temperature che regolarmente arrivano a 115 gradi (Farenheit). Dai tempi dell’uragano Andrew, che devastò la Florida nel 1992, e benché la Florida sia diventata un simbolo della minaccia dell’innalzamento del livello dei mari, più di 5 milioni di persone si sono spostate sulle coste dello Stato, innescando un boom storico nell’edilizia e nel settore del real estate”. 

A disintegrarsi sono anche i simboli della geografia culturale degli Stati Uniti. 

Neppure l’Oregon è più lo spazio aperto, la frontiera della west coast, che per due secoli ha nutrito le speranze e la capacità di costruzione di una intera nazione. Questo sentimento è stato descritto perfettamente su THE ATLANTIC da Emma Marris: “Il west americano porta il peso di ogni sorta di bagaglio culturale, in buona misura un insieme di luoghi comuni sulla brutalità dei coloni-colonialisti, che in un batter d’occhio si trasforma nel culto, pericolo e tossico, di un duro individualismo e del saper contare solo su se stessi, i miti, insomma, delle opportunità infinite. Eppure, una parte dell’ethos del west, a cui sono sempre stata attaccata, come chiunque nato a Seattle e che ora viva nell’Oregon meridionale, è che a ovest ci sia spazio – spazio per rimanere da soli, per stiracchiarsi ed esprimere se stessi, o per spostarsi e reinventarsi. Quando vivevo sulla East Coast, i tavoli dei ristoranti mi sembrano sempre troppo vicini. I parchi erano troppo affollati. L’orizzonte era soffocato da edifici e da alberi. Tornando ad ovest i miei occhi sono stati di nuovo capaci di mettere a fuoco le montagne, lontane, e la vastità del Pacifico. Se ero annoiata o avevo bisogno di pensare, potevo sempre guidare finché sulla strada ci sarei stata solo io”. Dal 7 di settembre questo non è più possibile a causa dell’assedio del fuoco. La claustrofobia ha sostituito la gioia degli spazi aperti e immensi. Non si può più scappare e nemmeno al chiuso si è al sicuro, perché in circolazione c’è un virus sconosciuto che ha già fatto migliaia di vittime: “l’aria all’interno dello spaccio di alimentari sembra viva per la presenza di migliaia di virus microscopici; l’aria all’esterno, nel parcheggio, è visibilmente densa di pini e abeti inceneriti. Ogni respiro è un problema. In tutto l’ovest chi lavora nell’agricoltura, nell’edilizia e nei servizi è obbligato a respirare fumo e le esalazioni potenzialmente pericolose dei propri clienti. Non hanno un posto sano, pulito per lavorare. La regione dei grandi cieli e di una seconda chance è improvvisamente diventata piccola, affollata e soffocante”. 

Ora nessuno, qui in Europa, oserebbe dire che gli piacerebbe vivere in California o in Oregon. Come in un enorme sussidiario globale, il contesto americano ci restituisce il passaggio epocale, di questo 2021. È arrivato il momento di pagare il conto delle devastazioni ecologiche su scala planetaria. David Attenbourough lo ha sintetizzato nel titolo nel suo ultimo, radicale, documentario per la BBC: “Extinction: the facts“. Fatti e non opinioni.

Di botto, la zoonosi e una stagione di distruzione che, diciamo la verità, abbiamo sempre relegato al ventaglio di possibilità ecologiche tipiche del terzo, quanto, quinto mondo ( i Paesi da cui preleviamo risorse naturali senza scrupolo da 5 secoli), sono addosso a noi. Da questo momento in poi le cose non andranno meglio o un po’ meglio, e nemmeno saranno riparate o riaggiustate. Da questo momento in poi sperimenteremo le conseguenze della nostra condotta moralmente apatica. Perché, se anche saremo a decine di migliaia di chilometri dalle zone rosse a 50 gradi e muri di fuoco, o da chissà quale altra sventura climatica a venire, comune sarà la certezza di vivere nell’epoca della distruzione. 

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Per i parchi nazionali non sarà un biodiversity super year

Il previsto “biodiversity super year” non sarà un successo, quando a Natale tireremo le somme di questo 2020. All’avvicinarsi della data fatidica del 30 settembre, quando la 75esima sessione della Assemblea Generale delle Nazioni Unite, a New York, verrà inaugurata da uno speciale Summit on Biodiversity, come già accadde nel 2014 per l’audizione straordinaria sul clima presenziata da Leonardo Di Caprio, è già chiaro da ora che nulla di sensazionale verrà dichiarato o promulgato. 

Le buone intenzioni, sulla carta, sono anche stavolta ottime. Si legge nel comunicato stampa ufficiale della CBD (Convention on Biological Diversity) che lo scopo del Summit è “dare forza allo sviluppo e alla conseguente adozione di una efficace cornice post 2020 (definizione di obiettivi di conservazione globali che superino gli Aichi Targets 2020, NDR) per la biodiversità globale all’interno della COP15 ( la Cop prevista in ottobre a Kunming, in Cina, che è slittata alla prossima primavera a causa della pandemia, NDR). La cornice post 2020 deve essere ambiziosa, non soltanto negli obiettivi e nei target, ma anche nel fornire i mezzi, finanziari e di altra natura, per raggiungere questi obiettivi, nonché i meccanismi da mettere in campo per rendicontare i progressi raggiunti”. 

Intanto, è evidente che pure i parchi nazionali, le aree protette che sono da decenni gli avamposti più importanti nella protezione di ciò che rimane della diversità biologica del Pianeta, sono ovunque minacciati da una immensa fame di energia, che non ha nulla a che spartire con sbandierati interessi di protezione del patrimonio biologico del Pianeta, ormai da considerarsi bene dell’umanità. 

L’India, la notizia è uscita su SCIENCE il 28 agosto, “ha ridotto le sue foreste e le sue specie selvatiche in una geografia a macchie di leopardo. Tra gennaio e maggio, il ministro dell’Ambiente, delle Foreste e del Cambiamento Climatico ha dato la sua approvazione di clearance  ambientale (cioè l’approvazione a procedere) a 73 progetti entro un raggio di 10 chilometri all’interno di una foresta, inclusi alcuni progetti contigui a foreste che si trovano sotto uno statuto giuridico protetto”, scrive la dottoressa Suvarna Khadakkar, RTM alla Nagpur University (Marahastra, India), Dipartimento di Zoologia. Questi progetti contemplano “costruzioni industriali, strade, miniere e nuove infrastrutture”, che ovviamente portano con sé alterazioni permanenti e fonti di disturbo ambientale, a detrimento di tutto l’habitat. Secondo Khadakkar “23 di queste proposte si trovano in prossimità di zone in cui ci sono specie designate come ‘assolutamente vulnerabili’ per lo India’s Wildlife Protection Act”. Nella lista nera figura anche il Dibru Saikhowa National Park, una foresta tropicale a boscaglia di alberi decidui e pianure soggette a inondazioni, un’area protetta di quasi 700 chilometri quadrati (eppure, sostanzialmente un francobollo) nell’estremo nord-est del Paese, nello Stato di Assam. In concomitanza con il via libera governativo, la Oil India Limited ha annunciato di voler avviare esplorazioni petrolifere a ridosso dei confini del parco. 

Raggiunta via mail, la dottoressa Khadakkar spiega: “la lista pubblicata per il Dibru Saikhowa National Park menziona la presenza di molte specie la cui sopravvivenza è in pericolo a causa di questo progetto: il criticamente minacciato grifone dorso bianco del Bengala (Gyps bengalensis), l’airone pancia Bianca (Ardea insignis) il gharial (Gavialis gangeticus), l’unico coccodrillo della famiglia dei Gavialidi, il leopardo asiatico (Panthera pardus), già vulnerabile, il leopardo delle nevi (Neofelis nebulosa), il bucero bicorne (Buceros bicornis), e la tigre (Panthera tigris), l’elefante asiatico (Elephas maximus), il delfino di fiume del Gange (Platanista gangetica), l’anatra dalle ali bianche (Asarcornis scutulata), e la tartaruga di stagno punteggiata (Geoclemys hamiltonii). Sono tutti classificati sotto lo Schedule 1 dello India’s Wildlife Protection Act”.

A queste specie ne va aggiunta una, il gatto-pescatore (Prionailurus viverrinus), uno “small cat” una volta diffusissimo in tutto il sud est asiatico, in un areale immenso (come molti altri gatti in Asia), che comprendeva anche le Sundarbans, il Nepal, il Bangladesh, il Myanmar, la Tailandia, il Vietnam (qui è ormai funzionalmente estinto), la Cambodia e forse la Malaysia, lo Sri Lanka; c’è, forse, come documentato da MONGABAY quattro anni fa, anche una sottospecie endemica dell’isola di Java, di cui però si ha un solo avvistamento documentato nel 1994. Oggi, il gatto-pescatore, che prospera nelle zone paludose e acquitrinose, rischia di scomparire prima ancora che la sua etologia ed ecologia siano state studiate a fondo. Secondo la WILDLIFE CONSERVATION NETWORK ne sopravvive una popolazione nelle Sundarbans ( dove rimane anche una roccaforte di tigri del Bengala), ma nella regione di Calcutta non è avvistato dal 2011. Oltre alla inquietante demografica umana del subcontinente indiano, è stata l’acquacoltura, ad esempio di gamberetti, a mangiarsi via l’habitat di questo gatto. 

La IUCN Red List non fornisce una cifra complessiva sul totale delle popolazioni rimaste e del numero di individui, ma la diagnosi sulle cause del suo declino generalizzato è sempre la stessa: “le attuali roccaforti globali, e conosciute, del gatto pescatore sono lo Sri Lanka, il Bangladesh, il Bengala occidentale in India e la fascia del Terai Duar, che collega le colline ai piedi del complesso dell’Himalaya in India e in Nepal. La perdita di habitat, insieme alle uccisioni dirette a causa del conflitto con le popolazioni locali in tutto l’areale della specie, hanno portato ad un declino complessivo che si pensa sia dell’ordine del 30% o anche di più negli ultimi 15 anni, e cioè in 3 generazioni”. 

La scoperta di una popolazione urbana di questi gatti a Colombo, nello Sri Lanka, una città che ha 650mila abitanti, apre interrogativi sulla adattabilità e la resilienza della specie, che potrebbe forse rivelarsi un vantaggio nei decenni a venire. È un destino – la progressiva sovrapposizione con gli insediamenti umani e lo sviluppo di nuove strategie adattative – che accomuna il gatto pescatore a quanto sta avvenendo anche ad altri felini. Il caracal abita ormai da tempo le periferie montagnose e boschive di Città del Capo in Sudafrica (Urban Caracal Project, Cape Town); in India, i leopardi sono sempre più frequenti, soprattutto di notte, tra le strade fangose degli slum di Mumbai. 

Una notizia non meno devastante è arrivata dallo Zimbabwe il 3 settembre. Il governo avrebbe dato il permesso ad una impresa cinese per 2 concessioni corrispondenti ad altrettante miniere di carbone all’interno del parco nazionale Hwange e nella adiacente Deka Safari Area. AFRICA GEOGRAPHIC riporta che “le due concessioni si trovano nella parte nord del parco nazionale e sembra che siano state vinte (granted) dalla Afrochi Energy (concessione SG7263 – che include la Deteema Dam e la Masuma Dam) e dallo  Zhongxin Coal Mining Group (concessione) SG5756”. 

Per capire la portata di questa decisione, bisogna ricordare che cosa è lo Hwange: 15mila chilometri quadrati, che ospitano la seconda più grande popolazioni di elefanti in Africa (dopo il Botswana).  Lo Hwange è decisivo ( cioè è uno dei posti in cui la specie giocherà la sua partita con la propria estinzione entro i prossimi 30-40 anni) anche per il leone. Lo Zimbabwe è uno dei 6 Paesi africani ad avere ancora più di 1000 leoni. Ed è uno dei Paesi del continente ad avere le più grandi sub-popolazioni di leoni, perché appartiene, grazie allo Hwange, al “sistema” geografico Okavango-Chobe-Hwange, che comprende le popolazioni di leoni del Botswana centrale e settentrionale (in continuità territoriale ed ecosistemica con il Chobe NP e la Moremi Game Reserve). Lo Hwange è, di conseguenza, una delle ultime 10 roccaforti biologiche della specie, perché ha almeno 500 individui adulti. 

Le antiche tradizioni religiose minacciano le foreste del Nord Africa

Le tradizioni religiose e culturali possono avere un impatto devastante sugli ecosistemi che sono già sottoposti ad uno stress ecologico dovuto alla combinazione di più fattori antropici. Anzi, queste stesse tradizioni sono ormai un fattore di distruzione, a dimostrazione della complessità antropologica della crisi biologica del XXI secolo. È quanto sta accadendo alle foreste del Nord Africa, che, secondo una Lettera pubblicata il 27 agosto scorso su SCIENCE da Rassim Khelifa del Dipartimento di Zoologia della University of British Columbia, a Vancouver, in Canada,  stanno crollando sotto la pressione del taglio sempre più massiccio di alberi destinati alla produzione di carbone da cucina, il cosiddetto charcoal. 

Il charcoal è un combustibile destinato alla cucina diffusissimo in Africa: “il legname raccolto viene convertito in puro carbone lasciandolo bruciare sotto il terreno in un ambiente povero di ossigeno, che elimina l’acqua e concentra componenti del legno come il metano e l’idrogeno. Il risultato è una forma di energia che, all’accensione, sprigiona maggiore calore e rilascia meno gas rispetto al legno. Il charcoal pesa inoltre meno del legno, il che lo rende più facile da trasportare”, spiega una nota del CIFOR (Center for International Forest Research). 

Nel Nord Africa, secondo Khelifa, l’uso di raccogliere legno già morto è una abitudine antica, ma le cose sono cambiate: “La domanda di carbone e il suo prezzo di vendita sono cresciuti e quindi le attività illegali per produrlo si sono moltiplicate”. E la domanda è particolarmente elevata in prossimità della festività religiosa musulmana del sacrificio, lo Eid al-Adha, in cui le carni di pecora debbono essere cotte e cucinate sulla brace: “quest’anno in Algeria il numero di fuochi ha raggiunto un picco il 27 luglio (4 giorni prima dello Eid al-Adha) con 66 roghi simultanei in 20 province. Negli anni a venire il picco potrebbe portare un sostanziale danno ambientale poiché lo Eid al-Adha cadrà durante l’estate, quando la stagione del fuoco nelle foreste è al suo culmine e contenere i roghi diventa difficile. Il modello produttivo e commerciale del charcoal è fatale per la salute delle foreste del Nord Africa dal momento che i profitti dalla vendita aumentano in proporzione alla estensione dell’area di foresta sfruttata. I fuochi impoveriscono il suolo, intensificano la desertificazione ed intensificano il cambiamento climatico”. 

Tutto questo in un contesto biologico molto fragile. Secondo la Convenzione per la Biodiversità (CBD), in Algeria la biodiversità montana è molto ricca e la porzione del Paese che sconfina nel Sahara ha ecosistemi ancora pressoché sconosciuti alla ricerca scientifica. Il Paese ha 121 specie classificate in CITES e 75 sono minacciate di estinzione. Tra queste ci sono 14 specie di mammiferi e 11 di uccelli. La superficie della vegetazione nativa della steppa ha subito una riduzione massiva, del 50% dal 1989. Le specie più a rischio sono proprio alberi: il cipresso Tassili (Cupressus dupreziana), di cui rimangono solo 200 esemplari nella Tassili Biosphere Reserve, il pino nero (Pinus nigra) e il ginepro turifero (Juniperus thurifera), alberi magnifici che solo un secolo e mezzo fa prosperavano in foreste abitate anche dai leoni, oggi estinti.

C’è anche una altra tradizione in Algeria che minaccia la biodiversità locale, documentata sempre da Rassim Khelifa in un contributo su NATURE: la cattura e il mantenimento in cattività del cardellino europeo (Carduelis carduelis). Gli autori hanno studiato “la domesticazione per motivi culturali del cardellino europeo nel Maghreb occidentale (Marocco, Algeria e Tunisia) e gli effetti di lungo periodo del bracconaggio sulle popolazioni selvatiche nel periodo 1990-2016, sulla distribuzione dello home range della specie, sul suo valore socio-economico, sul commercio internazionale e infine sul potenziale danno collaterale arrecato da tutto questo agli uccelli migratori sulle rotte Europa/Africa”. Il cardellino europeo, dall’inizio degli anni ’90, ha perso il 56% della sua distribuzione, in concomitanza con l’instaurarsi di una rete di commercio di esemplari vivi in tutto il Maghreb. 

“In Nord Africa, l’uso di un cardellino come pet risale alla dinastia degli Omayaddi, attorno quindi al 700 d.C., e raggiunge questa regione attraverso l’espansione del loro Califfato. Oggi è ormai parte della cultura di questi Paesi comprare e allevare in gabbia cardellini per via dei loro eleganti colori e della varietà del loro canto. Nel Maghreb occidentale (Marocco, Algeria e Tunisia) il bracconaggio su scala industriale è cominciato nei primi anni Novanta. A seguito di una profonda crisi economica, il bracconaggio sul cardellino è diventato un lavoro e anche un hobby per le genti locali ,che mettono trappole per la specie tutto l’anno, anche durante la stagione riproduttiva. Intrappolare gli uccelli e ucciderli è proibito nel Maghreb occidentale a partire dal 2004 in Algeria, dal 2007 in Tunisia e dal 1962 in Marocco, ma l’applicazione delle leggi sulla conservazione è spesso elusa e quindi l’efficacia di queste leggi è molto opinabile”. 

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Il Covid potrebbe essere la tempesta perfetta per l’Africa. Serve una responsabilità finanziaria globale per le terre selvagge del continente

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L’Africa è a un bivio. La crisi globale innescata dalla pandemia ha portato allo scoperto il lento declino della biodiversità del continente e potrebbe rivelarsi una perfetta tempesta di amplificazione esponenziale per le minacce di matrice umana alla più spettacolare wildlife rimasta sulla Terra. Questa la denuncia di uno studio di eccezionale importanza, ed estremamente accurato, uscito a metà agosto su NATURE Ecology & Evolution, Conserving Africa’s wildlife and wildlands through the Covid-19 crisis and beyond, firmato da un team di ricercatori di punta, tutti esperti di spazi selvaggi e di megafauna africana. Lo studio analizza i due principali fattori di “collasso interno” della conservazione così come finora è stata disegnata e pianificata sul continente: l’enorme dipendenza dal turismo internazionale, che genera proventi di 29 miliardi di dollari all’anno e ha finora funzionato come generatore di posti di lavoro ben qualificati e come supporto alle economie locali; e le donazioni internazionali, provenienti da una costellazione di soggetti, come organizzazioni non governative, filantropi, fondazioni, i quali, tutti insieme, arrivano a coprire il 32% dei costi delle aree protette, fino addirittura al 90% in alcuni Paesi. Entrambe queste fonti di sostentamento si sono prosciugate a causa del freno sull’economia globale dovuto all’emergenza sanitaria. All’incirca il 90% dei tour operator ha messo in conto una contrazione di affari del 75%. Le donazioni saranno al minimo per almeno i prossimi due anni. Durante la crisi del 2008, riporta lo studio, le transizioni di questo comparto crollarono del 40%. Forse per il 2020 e il 2021 andrà anche peggio. È quindi indispensabile rivedere e riformulare i flussi di finanziamento che garantiscono le aree protette, e inventarne di nuovi, per rendere il “sistema della conservazione” più autonomo. 

La conservazione della biodiversità africana è una questione globale, e non periferica o secondaria. Allo stato attuale delle cose, il futuro appare quanto mai incerto, e fosco, considerato che “l’Africa ha 2000 Key Biodiversity Areas e supporta le popolazioni di grandi mammiferi più diversificate e abbondanti del mondo”. E infatti questo studio contiene alcune riflessioni di svolta rispetto al modo tradizionale in cui, anche nel contesto scientifico, viene analizzata l’importanza dell’Africa negli scenari ecologici a venire del nostro Pianeta. Gli autori affermano che “la wildlife africana ha anche un considerevole valore esistenziale, il valore che le persone ricavano dal semplice sapere che essa esiste”. Le società civili delle nazioni più ricche dovrebbero sentirsi coinvolte dal destino della wilderness africana anche per un altro motivo: gli habitat del continente forniscono “servizi ecosistemici” di cui tutti beneficiamo: “il mondo intero beneficia dei servizi eco-sistemici forniti dall’Africa attraverso il sequestro di carbonio; gli ecosistemi africani giocano un ruolo critico nel salvaguardare la salute mentale e fisica dell’umanità”. In gioco non c’è quindi solo una svolta nella struttura internazionale che regge la conservazione (finanziamenti, regolamentazioni globali come gli accordi CITES, collaborazioni tra Ngo, Università e istituti di ricerca e progetti sul campo, turismo, donazioni da privati), ma, forse con ancora maggiore urgenza, una svolta morale da parte dell’opinione pubblica nelle nazioni più benestanti. Una svolta morale che diventi pressione politica. 

Alcuni degli esempi di questa “tempesta perfetta” sono particolarmente preoccupanti. L’Arli National Park in Burkina Faso, che è transfrontaliero con il Benin e il Niger, l’ultima roccaforte degli ultimi leoni dell’Africa occidentale, ha dovuto sospendere tutte le attività finanziate attraverso un grant di 1 milione e mezzo di euro pagato dall’Unione Europea. È probabile che alla fine del periodo di investimento previsto dal piano di finanziamento il Parco dovrà restituire tutti i fondi. In Sudafrica, il SanParks, l’entità para-statale che è incaricata di gestire tutti i parchi nazionali del Paese e può cercare finanziamenti in modo indipendente, dipende quasi esclusivamente dal turismo (l’84% del budget nel 2018) e questo significa, adesso, casse quasi vuote. La Zimbabwe Parks and Wildlife Management Autorithy, nel secondo quadrimestre di quest’anno, ha subito un taglio del 50% dei fondi (3.8 miliardi di dollari), a causa del crollo del turismo. Anche la Ol Pejeta Conservancy in Kenya, che ospita gli ultimi rinoceronti bianchi e gode di una certa popolarità mediatica, è sotto scacco: meno 1.8 miliardi di dollari. In Namibia, per molti motivi un Eden per la wildlife e modello di successo, le Communal Conservancies, ossia le terre di proprietà comune convertite alla protezione delle fauna e talvolta alla caccia da trofeo, hanno subito una contrazione di profitti da turismo di 4.5 milioni di dollari. La tempesta rischia di rallentare e compromettere anche un trend efficace di collaborazione pubblico/privato ( e cioè tra Ngo e le autorità governative preposte alla gestione dei parchi ) che negli anni ha ottenuto notevoli risultati nel valorizzare il “potenziale ecologico” delle aree protette, e, soprattutto, di fondarne di nuove. 

Secondo una ricerca (Models for the collaborative management of Africa’s protected areas) uscita nel 2018 su BIOLOGICAL CONSERVATION, la proliferazione, in tutto il continente, di partnership tra Ngo e governi “rispecchia un trend globale verso una ridotta dipendenza del finanziamento e della gestione statale sulle aree protette a favore invece di una crescente partecipazione di stakeholder nella amministrazione di queste stesse aree, in aggiunta ai cambiamenti giuridici connessi”. Il ruolo delle Ngo private è quindi strategico per rafforzare i territori sotto protezione. L’interruzione del flusso di denaro dalle organizzazioni non governative ha ripercussioni dirette sul potenziale di protezione della geografia selvaggia, e delle faune selvagge. Gli autori hanno analizzato 43 aree protette in 16 nazioni africane, individuando tre modelli pubblico/privato: “la delega totale di gestione (management) dallo Stato ad una Ngo; la co-gestione al 50%; il supporto finanziario e tecnico fornito”.

La delega completa è un modello che sta funzionando in un certo numero di aree protette in Repubblica Centro Africana (CAR), Repubblica Democratica del Congo (DRC), Congo Brazzaville e Chad, Paesi poco conosciuti tra i clienti dei grandi safari di lusso, ma che hanno ancora spettacolari risorse faunistiche e paesaggistiche; ma questo modello è attivo anche in Zambia, Madagascar e Malawi. Il parco nazionale Zakouma in Chad è uno di questi esempi positivi (reintroduzione della giraffa di Kordofan, una specie ormai criticamente minacciata) e lo è pure Akagera, in Rwanda, al centro di eccezionali sforzi di ripopolamento faunistico dopo il genocidio del 1994. Quando c’è co-gestione, le Ngo riescono a portare sul campo un ottimo know-how: funziona così il Virunga National Park. Ma il modello in assoluto più diffuso è l’importazione di competenze finanziarie e tecnico scientifiche. All’interno di questo schema, il personale esterno mantiene un cruciale ruolo di “advisory” in parchi di enorme importanza, e fama, come il Kafue (Zambia), il Ruaha (Tanzania) e la W-Arly. Il supporto tecnico è ormai strutturale allo Tsavo est (Kenya) e al Luangwa (Zambia). 

Ma di quanti soldi stiamo parlando? Queste collaborazioni consentono di coprire costi che possono arrivare a quasi 3000 dollari al chilometro quadrato. In una Lettera pubblicata nel 2013 su ECOLOGY LETTERS (Conserving large carnivores: dollars and fence), le cifre discusse necessarie a garantire gli home range dei grandi predatori africani come i leoni e i leopardi sono da capogiro. Le enormi aree protette transfrontaliere senza recinzioni hanno popolazioni di leoni che tendono a non raggiungere la loro “carrying capacity”, e cioè il limite di individui che un habitat può sostenere (numero di prede disponibili, opportunità riproduttive): queste porzioni di Africa richiedono qualcosa come 2000 dollari americani al chilometro quadrato. Il budget scende a 500 dollari al chilometro quadrato nelle riserve chiuse da recinzioni (fenced), i cui leoni sono costantemente sulla soglia della capacità di carico. Nelle game reserve che consentono la caccia da trofeo ci si assesta, sempre secondo queste stime del 2013, attorno ai 1000 dollari a chilometro quadrato. Secondo una ricerca più recente pubblicata dalla PNAS a ottobre del 2018 ( More than $1 billion needed annually to secure Africa’s protected areas with lions ), la presenza del leone può funzionare come un indicatore (proxy) per capire lo stato di salute di una area protetta in relazione al budget richiesto per mantenere quella popolazioni di leoni. Confrontando i finanziamenti di 282 aree protette di proprietà statale nell’anno 2015, gli autori hanno stimato che “il finanziamento minimo annuale per un chilometro quadrato è, stando all’African Park Network, di 978 dollari, di circa 1.271 dollari per chilometro quadrato in 115 aree protette in cui i leoni siano ad una capacità di carico del 50% e di circa 2.030 dollari per chilometro quadrato in 22 aree senza recinzioni”. In conclusione, occorre “un totale che va da 1.2 a 2.4 miliardi di dollari all’anno” per proteggere le geografie africane con gli ultimi 20-25mila leoni del continente. Oggi, a prescindere dalla pandemia da SarsCov2, attraverso i canali di finanziamento consolidati arrivano in Africa solo 381 milioni di dollari all’anno, che equivalgono a soli 200 dollari per chilometro quadrato. 

La struttura portante della conservazione è insomma largamente insufficiente. 

Appoggiarsi alle Ngo significa quanto meno provare ad intervenire su problemi cronici, perché l’inefficienza non sempre dipende dalla corruzione. Spesso manca il personale e i funzionari necessari a indirizzare il denaro dove più serve. Anche in Paesi che già fanno molto per i propri parchi nazionali, il supporto tecnico e finanziario “ha un senso dove c’è una minaccia specifica o una sfida o anche una opportunità che il governo non è in grado di affrontare da solo”. Questo contesto, economico ed ecologico, apre virtuosamente la porta al coinvolgimento dei privati stranieri. Una strada che, nonostante gli inevitabili pregiudizi e i timori post-coloniali, nessuno si può più permettere di non intraprendere. 

Raggiunto ad Harare, Zimbabwe, via Zoom, Peter Lindsey di Lion Recovery Fund e Wildlife Conservation Network, che lavora anche per il Dipartimento di Zoologia della Università di Pretoria, leading dello studio su NATURE: “La collaborazione tra soggetti del settore privato e i governi sta sicuramente crescendo, ma è ancora una piccola porzione rispetto al suo enorme potenziale. Possiamo dire che in Africa è piuttosto comune, perché è uno strumento importante per i governi, consolidato. Ciò che serve davvero ora è semplificare e rendere più chiare le modalità giuridiche con cui far entrate i privati, perché il potenziale di efficacia di queste partnership è altissimo, come dimostrano molte storie di successo degne di nota in cui i finanziamenti da fonte privata si sono sommate ad un forte know how. La chiarezza interna dell’intero processo legale è la questione-chiave. Il turismo fotografico è senz’altro una fonte di fondi molto rilevante ed è una componente in crescita, che non solo fornisce posti di lavoro di alto profilo professionale, ma costituisce anche la giustificazione per il mantenimento delle aree protette. In regioni remote ad alto potenziale turistico bisogna rendere più semplici i meccanismi per ottenere il visto turistico, in modo da permettere ai visitatori di raggiungere questi territori più agevolmente, bisognerà sicuramente anche potenziare le infrastrutture e garantire la sicurezza. I governi stanno compiendo passi in questa direzione in molti Paesi, c’è un impegno in questo senso. Ma la wildlife deve diventare un asset strategico anche per il turismo domestico, locale, non solo per quello internazionale. E su questo aspetto specifico c’è già un riconoscimento generale qui in Africa, che cioè questo passaggio sia indispensabile, anche se rimane molto lavoro da fare”. 

Devono crescere anche i finanziamenti internazionali. Gli autori propongono una serie di strumenti finanziari, alcuni in fase pilota, altri in discussione, il cui scopo è allargare la base di coinvolgimento nella protezione della biodiversità africana e al contempo rafforzare i meccanismi di redistribuzione dei profitti ricavati dalla wildlife. Alcuni di questi strumenti comprendono: l’impiego dei “crediti” pagabili non solo per il carbonio ( emissioni serra), ma anche per la biodiversità nelle aree ancora selvagge maggiormente in pericoloso di andare perdute per sempre; il pagamento diretto delle nazioni economicamente influenti  perché nazioni ricche di biodiversità risparmino i loro territori selvaggi, come accaduto nel caso della Norvegia e del Gabon; leasing su aree ad alto potenziale di conservazione per prevenire la conversazione ad agricoltura; schemi di “performance payments” per le comunità locali che decidono di conservare le loro specie selvatiche all’interno dei loro habitat; e addirittura  un “conservation basic income”, un reddito garantito per le i villaggi che proteggono la wildlife. Un ulteriore strumento di enorme impatto emotivo per noi occidentali è la proposta di instituire meccanismi di pagamento per i “servizi culturali”, ossia dall’uso pubblicitario, cinematografico ed estetico di immagini di specie africane, soldi che devono finire direttamente sulla conservazione di queste specie. 

Tutto questo significa cambiamento, di modi di pensare e di scale di priorità, per tutti: “Va comunque detto anche questo, che in contesti di super-turismo, ossia di affluenza eccessiva di turisti, è necessario definire un piano di gestione, aumentare i costi di accesso e stabilire una soglia nel numero di persone. I turisti in Africa devono certamente entrare nell’ottica di idee che è importante pagare per compensare l’impronta ambientale di un safari in loco, una compensazione degli offset che non significa affatto pianare alberi esotici, ma, piuttosto, e in modo molto più diretto, contribuire al mantenimento e alla gestione delle aree protette. Ad esempio, i voli aerei per raggiungere la wilderness sono un offset, che deve trovare una via di compensazione capace di produrre benefit per le aree protette, perché le donazioni internazionali non sono abbastanza, ma d’altronde occorre coinvolgere il turismo nel sostegno finanziario agli spazi selvaggi in modo nuovo”, spiega Lindsey. 

“Dobbiamo tenere in considerazione il fatto che la popolazione africana sta crescendo e che quindi serve una ridefinizione e una riflessione su come distribuire il peso della conservazione. Questo significa tradurre in realtà un meccanismo all’interno del quale i Paesi che più inquinano, con la loro maggiore domanda di risorse, lavorino insieme alle nazioni africane per lo scopo comune di mettere da parte territori destinati alla conservazione. La conservazione è uno strumento di sviluppo, ma a patto, ormai, che si appronti un sistema di finanziamento internazionale che riconosca a chi abita le nazioni ricche di biodiversità il ruolo di custodi di un bene insostituibile per la salvezza del mondo intero. Sì, in qualche modo possiamo dire che è arrivato il momento di ‘rendere anche il resto del mondo responsabile per il futuro dell’Africa’. Si può ad esempio cominciare a ragionare su soluzioni di scambio proficuo per tutte le parti. Noi viviamo infatti un controsenso, che un enorme patrimonio biologico si trova in Africa, eppure l’Africa è gravata da un immenso debito. Concedere un risanamento del debito al posto dell’aiuto umanitario e quindi permettere alle nazioni africane di spostare risorse economiche sulla conservazione permetterebbe loro di investire, finalmente, sui loro assist naturalistici, spezzando un circolo vizioso di debito e dipendenza da aiuti esterni”. Il momento storico che stiamo vivendo è quindi di portata decisiva: “Le genti africane possono e devono provare a fare di più, ma noi dobbiamo capire che il fondamento portante di questo ‘di più’ è la conservazione degli spazi selvaggi. L’Africa è ad un punto di svolta, che potrebbe rivelarsi anche un punto di non ritorno. La wildlife è in difficoltà ovunque, ma le peggiori situazioni ci sono dove c’è anche instabilità politica. Alcuni Paesi investono di più, altri meno, eppure il punto è che ovunque osserviamo un deficit di budget. Abbiamo disperatamente bisogno di una prospettiva di lungo periodo, di un lavoro sistematico che mobiliti in modo stabile risorse finanziare per la conservazione”.

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La compassione per gli animali ridotta a ideologia danneggia la conservazione delle specie

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La conservazione è ad un bivio. Ciò che in ambiente scientifico chiamiamo “protezione delle specie animali ancora selvatiche e dei loro habitat”,  e a cui la gente comune usa riferirsi come “natura”, è vicino ad un punto di non ritorno. In un certo senso, abbiamo già superato una soglia limite: senza la gestione umana degli spazi selvaggi nessuna area protetta è in grado di resistere al crescere della pressione antropica, all’espansione dell’agricoltura, delle infrastrutture e delle reti dei trasporti. In Africa, il continente che vanta le più numerose e diversificate popolazioni di grandi mammiferi del Pianeta, a causa della epidemia di SarsCov2  il turismo è crollato del 90%. Ma il turismo assicura il 32% delle aree protette, in certi casi copre addirittura il 90% dei costi delle aree protette. I finanziamenti provenienti dalle donazioni internazionali continueranno a calare per altri due anni. Ci ci aspetta una contrazione di questa fonte di donazioni superiore a quella osservata nel 2008 (7%) e nel 2009 (6.2%), e questo vale per i soldi che arrivano in Africa dagli Stati Uniti d’America. Il risultato finale potrebbe essere un 40% in meno di quello che occorre per mantenere al minino di protezione le aree protette di tutta l’Africa. 

Ovunque, la dipendenza degli ecosistemi ancora integri dalle scelte umane (quelle già conclamate ed effettive, come l’alterazione dell’equilibrio climatico terrestre e lo sfoltimento delle popolazioni animali, e quelle necessarie per salvare il salvabile) impone pratiche “di nuova generazione” nella gestione degli spazi selvaggi, e cioè intrusioni ad alto know how scientifico che hanno come scopo il rafforzamento di caratteristiche ecologiche capaci di fronteggiare le alterazioni sistemiche dei prossimi decenni. Ecco alcune di queste macro-aree di intervento, che corrispondono ad altrettanti campi di ricerca che tentano di capire come sia meglio intervenire per assecondare la resilienza dei biomi ancora funzionanti: le alterazioni strutturali, ad esempio nella composizione della vegetazione (numero e tipo di specie di alberi e piante), dovute al crescere delle temperature; il “range shift” e cioè lo spostamento delle popolazioni animali che tendono a cercare nuove regioni di stanziamento con temperature più simili a quelle degli habitat in cui si sono evolute, ormai troppo caldi; la translocazione delle specie, ossia l’inserimento di individui di una specie in un habitat migliore rispetto a quello di un tempo, ormai troppo compromesso; la ricreazione di comunità animali ; i paesaggi “eterogenei”, paesaggi non più selvaggi ma neppure completamente antropizzati; la stabilità genetica delle popolazioni animali in difficoltà o sotto minaccia, che significa garantire un tasso di riproduzione sufficiente a stabilizzare la specie sul lungo periodo; la colonizzazione assistita, il ripopolamento controllato all’interno di un territorio; la velocità della risposta evolutiva, ossia il monitoraggio del modo in cui le specie riescono a rispondere spontaneamente alle nuove e rapide trasformazioni ambientali; le popolazioni-rifugio, cioè le ultime popolazioni di specie a un passo dall’estinzione, che sopravvivono solo in ristrette geografie-rifugio. 

Alcuni esempi di queste realtà non solo ecologiche, ma direi anche storiche, e cioè strettamente dipendenti dalle caratteristiche intrinseche della nostra era, vengono dagli Stati Uniti e sono state raccontate in un illuminante articolo scritto da Miranda Weisse pubblicato dal blog della Università di Yale. In Wisconsis si discute se spostare più a nord le specie di alberi delle foreste autoctone e se ridurre l’habitat del castoro in modo da permettere ai fiumi di rimanere più freddi senza le loro dighe. Nel Missouri alcuni ritengono si debbano rimuovere le specie di alberi già sotto stress climatico e idrico e quelle che presto cominceranno ad esserlo, sostituendole con specie più adatte a un clima decisamente differente rispetto agli ultimi secoli, come ad esempio la quercia nera e la quercia rossa. Nel Maryland le paludi a canneto, oasi di molte specie di uccelli potrebbero essere drenate e dirottate dove adesso ci sono alberi ad alto fusto. In Alaska, nel Kenai Refuge, alcuni ecologi vorrebbero introdurre il bisonte, perché questa porzione dello Stato, che ora è una woodland (territorio dominato da bosco con alberi ad alto fusto) è destinata a diventare una grassland (distesa di prateria erbosa). 

In un contesto globale di questo tipo è importante capire quale idea di conservazione della natura sia la più efficace e la più appropriata. E non tutti concordano sugli assunti storici e consolidati che negli ultimi decenni sono stati la bibbia della protezione della natura. Si sta facendo strada una tendenza che molti giudicano pericolosa, la cosiddetta “compassionate conservation”. Il dibattito nel mondo anglosassone, quello che in definitiva conta di più e mobilita più risorse e maggiore prestigio scientifico, è feroce e però illuminante. C’è infatti una spaccatura enorme tra la rappresentazione realistica, biologica e genetica dei problemi che abbiamo davanti, e la sua interpretazione, spesso emotiva e acritica, che la fa da maggiore sui social media. 

A giugno del 2019 è uscito su CONSERVATION BIOLOGY un articolo di sintesi della questione intitolato Deconstructing compassionate conservation. Come suggerisce il titolo stesso, questo nuovo indirizzo di pensiero intende privilegiare, su qualunque altro principio-guida di conservazione, il benessere animale. Dal 1995 al 2004 questo tema ha interessato meno di 30 pubblicazioni specialistiche, ma nel solo 2018 sono stati pubblicati 1100 contributi dedicati. Si potrebbe pensare che i motivi di questa crescita esponenziale risiedano nella sconcertante sofferenza inflitta agli animali selvatici su un Pianeta sempre più sovrappopolato e ferocemente sfruttato, ma il contesto è più complesso e preoccupante. Così gli autori spiegano lo scontro di visioni in campo: “il conflitto crescente tra coloro che ritengono che il benessere di un singolo animale sia un assoluto e quelli, invece, che ritengono che l’obiettivo primario sia la conservazione di intere popolazioni all’interno di un landscape”. Il rispetto della sofferenza animale è parte integrante della conservazione così come la conosciamo e non può essere separato da considerazioni generali sulla genetica di specie: “la maggior parte dei conservazionisti più rilevanti sono propensi ad abbracciare la preoccupazione etica per i singoli animali come un elemento importante delle migliori pratiche di conservazione, ma soltanto nella misura in cui essa sia coerente con i metodi di protezione sul landscape-level ( a livello dell’intero ecosistema), il cui successo sia misurabile”. E questo perché, proprio nel pieno della crisi di estinzione, è indispensabile massimizzare i risultati. Tradotto: garantire il massimo di chance al maggior numero di specie, non di individui. 

Ma che cosa propone la “conservazione improntata alla compassione”? I sostenitori di questo approccio sono contro il culling, cioè l’abbattimento selettivo di alcuni individui in popolazioni confinate in riserve e pensano che sia giusto lasciare che la megafauna non nativa e i predatori introdotti in epoca coloniale ( come ad esempio i gatti in Australia nel 1788) prosperi senza nessun controllo. Questi ricercatori arrivano a sostenere che non sia necessario abbattere gli ippopotami africani che Pablo Escobar, per puro piacere personale, introdusse in Colombia, o i topi che devastano i siti di nidificazione degli uccelli nelle isole in cui sono arrivati insieme agli Europei due secoli fa.  

Le considerazioni “etiche” che stanno a fondamento di queste posizioni sono aprioristiche e non tengono in conto gli obiettivi primari della protezione di un intero habitat, che è composto da un assemblage di specie co-evolute con quel territorio, quel clima e quella vegetazione. Gli autori che hanno pubblicato su CONSERVATION BIOLOGY insistono sul fatto che gli strumenti e le procedure finalizzate a proteggere gli habitat sono chiari e definiti: “la creazione di aree protette per mitigare la perdita di habitat e il loro impoverimento; leggi ad hoc per porre fine all’inquinamento, ad un uso eccessivo e alla persecuzione delle specie native; le translocazioni, per stabilire nuove popolazioni di specie minacciate all’interno di quello che una volta era il loro home range storico; interventi sul contesto ambientale (landscape) per facilitare la coesistenza tra specie sensibili e i fattori che le minacciano;  il controllo e la eradicazione delle specie invasive; le pratiche ex situ, come ad esempio colonie di sicurezza tenute in cattività e stoccaggio genetico per mitigare la perdita di diversità genetica quando le minacce non possono essere rimosse rapidamente”. 

Alcune di queste misure non risultano simpatiche all’opinione pubblica, soprattutto quella occidentale, mentre il punto di vista “empatico” mostra un enorme potere di seduzione su un immaginario collettivo che, quasi sempre, non ha la più pallida idea di cosa sia un bioma o una specie. E in particolar modo la gente comune si rifiuta di mettere a fuoco questo, che la protezione delle specie non è un contratto manicheo: “la conservazione è una gestione complessa di componenti tra loro interconnesse, in cui una decisione indirizzata ad una porzione dell’ecosistema può avere conseguenze dirette o indirette per numerose altre parti del sistema. Le scelte compiute dai conservazionisti hanno ripercussioni attraverso tutte le comunità biotiche, non soltanto per le specie target”. 

Capita che non fare nulla per non causare dolore sia ancora peggio: “è importante riconoscere che l’opzione zero azione può recare danno a un numero di individui decisamente più grande del fare ‘male’ solo a pochi.” E anche cintare le aree protette per evitare che individui, ad esempio predatori, entrino in conflitto con i villaggi e i contadini non è una alternativa senza dolore: “l’uso delle recinzioni (fence) introduce ulteriori contraddizioni (…) porre delle restrizioni al movimento degli animali potrebbe danneggiare alcuni individui perché non potranno muoversi liberamente per scegliere le risorse di cui approvvigionarsi o sfuggire ai predatori e agli esemplari con cui sono in competizione”. 

Difficilmente chi conosce gli animali selvatici solo da foto pubblicate su Facebook, o coloro che decidono di astenersi per principio dall’informazione ambientale basata su ricerche scientifiche, scegliendo di sottrarsi ai dilemmi morali imposti dalle contraddizioni intrinseche di un Pianeta vivente stravolto dagli esseri umani, riconoscerà che “il dolore è stato, e sempre sarà, parte della vita sulla Terra, senza via di uscita. Le catene alimentari (food web) implicano di necessità dolore e il dolore di una specie inflitta ad una altra specie, direttamente o indirettamente, poiché tutto ciò che vive compete per le risorse finite del Pianeta”.

E questo dovrebbe portare ad una assunzione forse poco confortante o adulatoria, ma ispirata al buon senso, con tutti i suoi limiti: “poche cose nella conservazione sono semplici. La conservazione che sa adattarsi ad ogni situazione, nella sua unicità, in modo flessibile, è più probabile porti maggiori vantaggi al benessere animale rispetto a regole rigide e di pronta applicazione ritagliate sull’emozione o sull’ideologia”.

Difendere il diritto alla sopravvivenza delle comunità animali su questo Pianeta significa ragionare per specie in senso storico: “una specie biologica è un pool di geni (espressi da organismi capaci di accoppiarsi e di produrre una progenie fertile) e questo significa che una specie è una linea storica di discendenza attraverso la selezione naturale. È per questo motivo che la conservazione delle specie si fonda su argomentazioni evolutive, chiare, e che su analoghi presupposti poggia la conservazione biologica, perché la estinzione di una specie è la fine di una intera linea di discendenza. Quindi, il valore delle comunità animali e degli ecosistemi è molto più grande della somma delle sue parti”. E questo significa, ad esempio, sopprimere le specie invasive che portano all’estinzione le specie native. Anche quando si tratta di gatti e di scoiattoli. 

L’appeal della compassionate conservation si nutre del lavoro sporco dei social media, che privilegiano le conversazioni ad alto tasso emotivo, ma agiscono come un effetto deformante sulla visione complessiva dei problemi ecologici. E questo purtroppo riguarda anche il flusso di donazioni che finanziano i progetti di protezione. Sul contesto africano un contributo durissimo di Gail Thomson ( esperta di carnivori con base in Namibia) è uscito su AFRICA GEOGRAPHIC. Si chiede, retoricamente, Thomson: “dovremmo gestire le specie selvatiche sulla base dei nostri sentimenti per gli animali o in base al bisogno di soluzioni pratiche a problemi reali?”. La sua critica agli avvocati della compassione “senza uccisioni” è radicale, proprio perché il loro sentimentalismo rischia di influenzare i pensieri di chi, allo stato attuale delle cose, con i propri bonifici finanzia la conservazione in Africa: “Attraverso le campagne sui social media possono essere generati milioni di dollari di donazioni inspirati dall’approccio compassionevole alla conservazione, eppure questi dollari non raggiungono le persone che hanno a che fare quotidianamente con le conseguenze reali, nella vita reale, della vita con le specie selvatiche, e quindi nemmeno un dollaro farà davvero la differenza. Infatti, coloro che vivono sulla linea del fronte della conservazione possono non essere affatto d’accordo con questa ideologia e sono anche gli ultimi a ricevere i finanziamenti ottenuti in questo modo. Il modello di conservazione operativo in Namibia, in particolare, va contro i fondamenti della conservazione compassionevole, perché pone al centro i diritti umani e non i diritti degli animali. Non c’è da stupirsi che alcune delle organizzazioni internazionali più ricche che promuovono la ideologia ‘Prima gli animali’ siano assenti dal contesto di conservazione che abbiamo in Namibia”. 

Che ci piaccia o no, due realtà sono ormai incontrovertibili: una etica assoluta non è né intelligente né efficace, ma serve soprattutto a soddisfare i nostri sensi di colpa; con 7 miliardi e 800 milioni di abitanti la Terra ha un gigantesco problema ecologico che si traduce in un abnorme problema di diritti umani, nel dipanarsi del quale si manifesta come problema biologico globale. È l’intera idea che abbiamo della vita ad essere in discussione, ad essere saltata in aria. Siamo all’anno zero di una rivisitazione del nostro ruolo di specie sulla Terra e questo interrogativo si porta dietro ogni interrogativo sulla vita degli altri, animali e vegetali. 

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Sapevo che le condizioni ambientali non sarebbero state delle più propizie, ma ho deciso di tentare ugualmente. Con un po’ in ritardo rispetto all’inizio della tradizionale stagione della semina, il 3 di giugno ho piantato 4 piante di pomodoro sul balcone, interrandole nel terriccio, non trattato con fertilizzanti o erbicidi, di una fioriera in legno lunga un metro e profonda 50 centimetri. Vivendo al terzo piano di una via ad alto traffico su gomma, dove il boato dei motori a scoppio ha stretto alleanza con il cigolio industriale del tram, il mio balcone è letteralmente ricoperto da un pulviscolo onnipresente, nerastro, che,  come ho scoperto nel corso degli anni, contiene una percentuale di particolato metallico, che si fissa sulle foglie di piante e fiori, compromettendone la fotosintesi. Qualunque vegetale arrivi qui, settimana dopo settimana, sviluppa una sindrome da esaurimento: sulle foglie compaiono macchie bianche o gialle, che si allargano sino a inghiottire quasi tutta la clorofilla, lasciando così la pianta indifesa, cachettica, incapace di assorbire la radiazione solare. A giugno mi sentivo incoraggiata dal fatto che, stranamente, gli ortaggi hanno dato prova di riuscire a fronteggiare la sindrome da esaurimento con più energia rispetto a gerani, margherite e salvia. Il pomodoro coltivato sul balcone mi sembrava anche una risposta guerresca, direi legittimamente altezzosa, all’imperativo di un ritorno alla normalità pre-pandemia. Il tentativo di tenere vivo il pensiero, germogliato durante il lockdown, di una vita alternativa al rumore assordante e traffico eterno che sembra essere, a Milano, la massima aspirazione civile. Le quattro piante hanno dato il massimo per un paio di mesi, crescendo con vigore e determinazione, sviluppando un fogliame denso, di un verde indubitabile. Ventisei pomodori sono spuntati sulle cime più alte. Tutto procedeva per il meglio, quando, due settimane fa, le piante sono entrate in crisi. Macchie marroni si allargavano sotto i pomodori, compromettendone la maturazione. Le foglie sbiadivano, mordicchiate da chissà quale insetto straniero. La diagnosi è stata semplice: mancanza di calcio, marciume apicale. Serve un fertilizzante, possibilmente non sintetico. Perfetto: dove lo compro?

La risposta è fin troppo facile. In tre giorni, biologico, consegna sicura: Amazon. Una bottiglia di Pomosano a 9 euro e 90 centesimi. Nessun vivaio aperto in agosto, accessibile con i mezzi pubblici. Nessun fiorista nelle vicinanze, che avesse prodotti per l’orto urbano. Ed è stato così che, mio malgrado, mi sono trovata di nuovo ostaggio del colosso americano, del business più disinvolto che abbia messo il campo del suo esercito di opzioni, vantaggi e semplificazioni nel cervello e nel portafoglio dell’umanità intera. Con Amazon hanno una relazione tossica (quel tipo di innamoramento a senso unico, autodistruttivo che più consuma le sue vittime più pompa di serotonina i loro neuroni) soprattutto gli indigenti occulti, e cioè quelle persone che non possono davvero scegliere come compare, o come muoversi nel fluttuante ecosistema del business on line (scialuppa dei prossimi anni ?). Gli indigenti occulti lo devono benedire Amazon, perché il signor Bezos offre loro ipotesi di guadagno e di vie di uscita (salvare i pomodori e urlare il proprio Merde! In faccia al potere) che nessuna autorità statale o para-umanitaria sembra essere in grado di dispiegare. Chi non può scegliere ha mezze scelte a disposizione, scelte grottesche o sarcastiche, che gli danno la mezza illusione di poterla sfangare. 

Io i miei pomodori biologici li volevo salvare. Non volevo morissero, come se non li avessi amati abbastanza o mi fossi presa cura di loro in modo insufficiente. Non volevo dimostrassero che un orto urbano è una altra bella fola, ottima per chi, di opportunità di scelta, ne ha moltissime e quindi immagina ciò che non può esistere. Insomma, non volevo che i pomodori fallissero, perché avevo sperato di non poter fallire io come avanguardista contraria al ritorno alla normalità. Ma, di fatto, i pomodori mi stavano dicendo, con la loro carenza di calcio, che un terriccio passabile non basta. Non può bastare. E non può bastare perché anche le piante e gli ortaggi, come le foreste, per prosperare, hanno bisogno di una epoca geologica favorevole. Una città asfittica è nefasta per i pomodori, ma il posto dei pomodori, si potrebbe obiettare, non è la città, e se l’intero landscape di cui siamo circondati e permeati non fosse consunto al punto da generare una crisi biologica globale, nemmeno io avrei sentito il bisogno di piantare pomodori su un balcone nero di fuliggine, roso dalla ruggine, in un appartamento in affitto, in un palazzo vetusto in classe energetica G. 

Ed è così che, nella trepidante attesa che Amazon consegni il mio flacone di Pomosano al punto ritiro del Carrefour di CityLife, m’è venuta tra le mani una frase di Max Scheler: “nella plurimillenaria storia dell’umanità noi siamo la prima epoca in cui l’uomo è diventato un enigma a se stesso; in cui non sa più chi è, sapendo tuttavia di non saperlo”. Scheler scriveva questo al tempo della Prima Guerra Mondiale, un’epoca che, oggi, ci appare forte, sicura di sé, ancorché poco consapevole dei rischi micidiali impliciti nei giochi di potere imperiale tra le grandi potenze europee. É credibile che i borghesi in cappello e bastone del 1910 sapessero di non conoscersi a fondo? Non sono in grado di dirlo. Però Scheler aveva intuito il giusto asserendo che l’uomo moderno è un enigma. Non sa dove finisce l’intelligenza e dove comincia l’istinto. Si osserva compiere azioni delle cui conseguenze non gli sono chiari i confini e le implicazioni. Oggi, invece, l’enigma è stato risolto? Direi di sì.

Dai tempi felici del lockdwon in cui il rumore raccapricciante del traffico era sparito dal mio condotto uditivo, ho la sensazione di vivere in un’epoca che sa praticamente tutto di se stessa senza però sapere di sapere tutto; un’epoca che si ignora, pur guardandosi in faccia tutti i giorni. Le evidenze scientifiche del collasso biologico sono così numerose che è diventato noioso leggerne sui giornali. Ogni ricerca conferma la precedente, aggiungendo un micron di paura, orrore e devastazione al quadro generale. Questa settimana abbiamo saputo che le microplastiche sono ormai anche nei tessuti dei nostri organi (lo studio è stato presentato mercoledì 19 agosto alla American Chemical Society). Ebbene, non ci possiamo fare nulla. Se anche la finissimo domani con la porcata della plastica, quello che è in circolo è ormai là fuori e state certi che farà il suo sporco lavoro. Non sappiamo in che cosa consisterà la sua partita con la chimica organica, ma sarà una partita inarrestabile. Anche le estati saranno sempre più calde, pur nella fantascientifica ipotesi che da il minuto dopo aver finito di scrivere questo pezzo il mondo rinsavisca e viri verso la decresciuta energetica. Noi sappiamo tutto di ciò che dovremmo sapere per salvarci la pelle, ma non sappiamo di questa nostra conoscenza pur avendola elaborata, testata e conquistata. Saremo sempre più infelici, ma non sappiamo il perché anche se la causa della nostra infelicità è già stata diagnosticata. E questo avviene perché la costruzione del principio di realtà non è scontata. Avere un principio di realtà non è automatico. Ciò che appare scontato nasconde insidie. Ciò su cui facciamo conto per star bene ( la “normalità”: andare al cinema, andare in palestra, prendere l’aperitivo) è un congegno economico che stupra le nostre doti cognitive sino a farle marcire. Non siamo mai stati soli in questa disfunzione della coscienza, anzi, forse dovremmo essere più ematici e compassionevoli con i poveri disgraziati che non sanno neppure che cosa è l’estinzione delle specie animali o l’effetto serra. Di fronte all’abnorme (pranzare con un dittatore che bercia in pubblico sulla distruzione auspicabile degli ebrei, sapere che quando mangi un trancio di tonno butti più nel fegato plastica) l’essere umano può non capire un accidente, se non che si trova bene così come è. 

Maria von Below, moglie di Klaus von Below, aiutante di campo di Hitler dal 1937 al 1945, ricordando i primi anni del Nazionalsocialismo, disse a Gitta Sereny: “Capisce, non ho mai capito perché, per accettare il fatto di essere state stregate da lui, le persone dovessero svalutare i talenti che Hitler indubbiamente possedeva. Dopo tutto, non si guadagnò la fedeltà di uomini intelligenti e perbene dicendo loro che il suo progetto era l’omicidio e consentendo loro di vede che era moralmente un mostro. Li persuase perché era affascinante. Ma dirlo oggi è una bestemmia (…) Adesso è facile deridere, criticare. I miei figli continuano a chiedermi come ho potuto io – come abbiamo potuto noi – sopportarlo. Ma, mio Dio, era un mondo diverso”. Tra qualche decennio, i nipoti interrogheranno i nonni su questi nostri anni e porranno domande che ora sembrano tanto impossibili quanto inopportune. 

Il giorno in cui ho capito che i pomodori non ce l’avrebbero fatta senza Amazon, ho letto una amara riflessione sul ritorno alla normalità di Omar Sakr, un poeta di origine libanese naturalizzato australiano: “Il mondo è cambiato, eppure il suo peggio persiste. Ci viene ancora chiesto di riconoscere che questa è una situazione eccezionale, che richiede un cambiamento totale dei nostri comportamenti per adattarci e sopravvivere, ma soltanto per il tempo necessario a cambiare per tornare indietro, allo stile di vita che non è soltanto fatto a pezzi dalle sue stesse diseguaglianze, ma che gli esperti hanno già capito contiene imperfezioni fatali per la società umana. Quale è questa normalità a cui siamo costretti a ritornare? Il mio normale è la vita precaria di un poeta della working-class in un paese che odia lui, la sua cultura e le sue comunità. Il mio normale sono i commenti razzisti sul mio lavoro, le minacce di morte e i professionisti dell’odio on line. Il mio normale è il corpo devastato di mia zia, il cancro del mio prozio, l’affitto insostenibile di mia madre. Il mio normale sono i cugini in carcere, assuefatti soltanto alla povertà, alla punizione e all’aggressione della polizia. Il mio normale è la vita su una terra rubata, dove le richieste autodeterminate delle Prime Nazioni e delle loro comunità cono ignorare e le loro morti in custodia continuano. Morte è una parola passiva in questo caso. Il mio normale è il privilegio autentico di sapere in anticipo qualunque condizione sia imposta a me o alla mia famiglia, e che va peggio ai nostri parenti in Libano e in Siria, e che noi abbiamo contribuito a questo. Il mio normale e il vostro normale è una marcia senza sosta verso un clima distrutto, la liquidazione e il ridimensionamento del parere degli scienziati lungo questi decenni che abbiamo alle spalle, la mancanza di leadership e di una visione che osi immaginare qualcosa di sopportabile nella strada davanti a noi”. 

Ho l’impressione che questo “sopportabile” equivalga ad una sorta di matura rassegnazione. Rassegnazione per le opzioni che non ci sono, per le vie d’uscita che non esistono e che molti di noi hanno favoleggiato durante il lockdown perché abbiamo bisogno di pensare ad una soluzione anche quando la vita ci ha detto di NO con la massima chiarezza, un miliardo di volte. È abbastanza evidente che un vaso non può sostituire un campo aperto per delle piante di pomodoro. La normalità fa schifo, ma quasi sempre è semplicemente tutto ciò che abbiamo. 

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Processo all’Europa

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Kanapee, Schwanengarnitur, Johann Valentin Raab, Schreiner, 1809, WüRes.M0453. Würzburg, Residenz, Raum 13c, Toskana-Ausstellung

Zauberer, il mago. I figli di Thomas Mann così soprannominavano il padre, che gioiva di quel nomignolo come fosse una attestazione delle sue buone qualità di padre, lui, che in cuor suo aveva sempre dubitato di poter soffocare le proprie inclinazioni artistiche e omosessuali in una tenerezza esclusiva per la famiglia e i bambini. Un paio d’anni fa, è uscito in Germania Zeit der Zauberer, il tempo degli stregoni, di Wolfram Eilenberger, un brillante storico della filosofia di Friburgo. Il periodo magico è il decennio d’oro della Repubblica di Weimar (1920-1930), in cui quattro “stregoni” rivoluzionarono, incendiarono e riscrissero il pensiero occidentale. Erano Martin Heidegger, Ernst Cassirer, Ludwig Wittgenstein e Walter Benjamin. Stregoni, perché, ognuno a modo suo, s’intestardì nell’elaborare una eccentrica alchimia di ontologia, logica, poesia ed esistenzialismo, giungendo sull’orlo di un abisso di coscienza sulla natura dell’uomo che ha del soprannaturale. Gli Zauberer non stati eccezioni nella storia europea, anzi. E la Germania ha dato i natali a parecchi di loro. Avevo quattordici anni quando lessi il capolavoro di Thomas Mann, i Buddenbrook, durante le vacanze di Natale, in quarta ginnasio. Fu Mann a farmi capire cosa è l’Europa. Eppure, mi dice Christoph, un giovane bibliotecario della Buchhandlung Jacob in Hefnerplatz, a Norimberga, Thomas Mann in Germania è ormai un autore per pochissimi intenditori, accademici o nostalgici, innamorati della bella lingua tedesca di una volta, ad ampie volute sintattiche. Ai giovani non interessa, e se la gente per bene, con un solido stipendio e una carriera, lo nomina ancora è solo per il gusto diffuso di ostentare apprezzamento per gli autori più prestigiosi. Una farsa, molto snob, che incute soggezione e mira quindi a un effetto scenico tanto futile quanto vanesio. Ai tedeschi piace far finta di essere colti, anche se poi sbadigliano sulle pagine concettose di scrittori e poeti troppo ispirati per il freddo pragmatismo del XXI secolo.

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Kanapee, zugehörig zu einer Sitzgarnitur mit 6 Stühlen, Johann Köhler, 1764. Inv. Nr. WüRes.M0465. Würzburg, nördl. Kaiserzimmer, Erstes Gastzimmer, R.19

In questo punto di non ritorno della economia planetaria che è il 2020, quando è ormai evidente anche ai più sprovveduti che i conti non tornano più, l’Europa fronteggia una condizione finora ignota, e cioè mai sperimentata prima, una condizione che potremmo riassumere così: può una civiltà sopravvivere, o determinarsi, solamente attraverso la ricerca del benessere? E quindi: siamo ancora una civiltà? E di conseguenza: siamo dotati degli strumenti necessari a riformare il nostro stile di vita e di pensiero a favore della biologia del Pianeta?

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È un tardo pomeriggio insolitamente freddo, nonostante il sole, quando arrivo alla stazione centrale di Monaco di Baviera. Sono quasi le sei e il quartiere universitario, medicina e farmacologia, attorno alla Goethestrasse brulica di furgoncini che scaricano e caricano merci fuori dei negozi turchi di frutta e verdura. In una vetrina sono esposti polverosi abiti da sposa in rosa stinto, impunturati di perline in plastica. L’insegna di una scuola di lingua per immigrati recita “Eine Sprache, deine Chance”. Lungo il marciapiede, sono parcheggiate due aristocratiche Tesla. Da una, targata Olanda, scende una trentenne bionda con i sandali Birkenstock, un paio di bermuda di lino e un cardigan di cashmere, che attraversa la strada per comprare delle pesche in un fruttivendolo turco. La figlioletta va con lei, mentre il marito, altrettanto biondo, avvia il motore elettrico più sofisticato del mondo e le dice che la aspetta oltre il semaforo. Loro sono tutto ciò che qualunque trentenne europeo vorrebbe essere. 

Niente di più incompatibile di Elon Musk e della grande filosofia del Novecento. Eppure, sono le Tesla a farmi ricordare con quale manuale di sopravvivenza psicologica io sia arrivata in terra tedesca. Martin Heidegger aveva le idee molto chiare su quali fossero le origini del pensiero totalizzante che ha dato forma al mondo moderno finendo con l’inghiottirlo. La metafisica, così dichiarò senza pudore a Friburgo nel 1929 con la prolusione accademica Was ist Metaphysik?, è il modo di pensare che concepisce la realtà solo come ente, e cioè come oggetto, come risorsa naturale, come materiale, come animale da mattatoio. Pur di spiegare l’esistere delle cose, la metafisica ha dimenticato il fondamento della loro esistenza. Ma poiché la metafisica si è dimostrata la tendenza dominante del pensiero occidentale sin dalla Grecia classica, c’è il sospetto, disarmante ancorché sconvolgente, che in ciò che più amiamo di noi stessi – la nostra civiltà umanistica sfociata nella rivoluzione scientifica – si nascondano anche i semi perversi e cattivi della condizione esistenziale del XXI secolo, e cioè la catastrofe di estinzione. Se le cose stessero così, avremmo vissuto in un auto-inganno, una auto-suggestione che però, almeno fino ad ora, è sembrato sprigionare un successo clamoroso. Sarebbe disonesto, passeggiando sulla Goethestrasse, ignorare il sentimento di comfort e sicurezza che lo splendore economico tedesco irradia con convinzione politica. La Tesla al posto della Volkswagen, d’accordo, sarà così sempre più spesso in futuro. Ma se non avessimo pensato il mondo a nostra immagine e somiglianza i nostri desideri non si sarebbero mai avverati. Forse la metafisica è una incompatibilità tra i Sapiens e il Pianeta, ma sta di fatto che vogliamo continuare a sognare. E il sogno si chiama benessere. I nostri sogni sono in guerra con le specie animali. Sono una avventura totale partorita nel cuore dell’Europa, secolo dopo secolo, fino alla apertura delle rotte atlantiche, che hanno dato il via al moderno capitalismo. Ma, come sapeva benissimo Heidegger, una intenzione prima la pensi e poi la agisci. 

Nun weiss man erst was Rosenknospe sei, Jetzt da die Rosenzeit ist vorbei. Un bocciolo di rosa si sa cosa sia, ora che la stagione delle rose è finita.  Così nel 1827 Goethe descriveva il suo tempo vitale ormai alla fine. La grande fioritura è appassita e soltanto ora il suo principio, un bocciolo, è ben visibile, dove prima c’erano corolle numerose e splendenti. L’analogia con l’Antropocene è serrata. In questi giorni di metà luglio, le nazioni europee sono impegnate a dibattere sulla opportunità di miliardi di finanziamento da riversare su piani di recupero economici, forse con qualche impianto di energia rinnovabile in più, forse con qualche parco industriale in più per la produzione di bioplastiche. Una rappresentazione scadente di una concordia spirituale mai fiorita che, come ha scritto Yanis Varoufakis, è riuscita solo nell’azzardo di costruire una unione monetaria prima di aver raggiunto una unione politica. C’è da chiedersi quanti giovani europei sotto i trenta anni sentano una qualche affinità con i presupposti ideali del 15 settembre 1978, quando Valéry Giscard d’Estaigne, Presidente della Repubblica Francese, e Helmut Schmidt, cancelliere della Germania Occidentale, si recarono in pellegrinaggio nella cattedrale di Aachen, per rendere omaggio a Carlo Magno in occasione della firma dell’accordo per l’istituzione del Sistema Monetario Europeo, il precursore dell’euro. Il Germanisches Museum di Norimberga Carlo Magno lo pone nel centro nevralgico di una idea di impero continentale che ha dannato, e vivificato, la nazione tedesca, e quindi l’intero continente, per mille anni. Il Carlo Magno di Lukas Cranach, dipinto attorno al 1510, è un nobile signore dal volto composto, avvolto nella seta, che regge il mondo intero lasciandosi guidare solo da Dio.

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Il Carlo di Duerer, invece, è un cinquantenne del 1511 convinto di sé, severo e razionale, che la spada la tiene alzata e guarda verso una contrada lontana, dove, intuisce, la politica vale molto di più della Bibbia. Lo sfarzoso abito imperiale gli occorre soltanto per questo, a conferma del potere. La forza ha una capacità geopoeietica e mitopoietica. Questo è il gene primitivo della civiltà europea che Carlo il Franco inocula nelle popolazioni semibarbare del continente, e che passerà di generazione in generazione, lavorando senza sosta, senza compassione, senza pietà, senza rimorsi. Fino all’assessment di 237mila popolazioni appartenenti a 515 specie di vertebrati cancellate dalla faccia della Terra da inizio Novecento. 

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A partire dall’estate del 1945 il pragmatico sogno di potenza di Carlo, ridimensionato da una guerra civile in due round che ha stuprato la dignità umana, è ormai superato. La creatività politica europea è sconfitta, giudicata davanti a un Tribunale internazionale, pensionata dagli Americani in quanto incompatibile con un ordine mondiale solido e pacifico imperniato sul commercio e l’industria. Gli Stati Uniti offrono alla Germania, e con più grazia e diplomazia a tutti gli altri Paesi alleati, un accordo di pace quasi frugale nella sua semplicità concettuale: il benessere. Stare bene. Lavatrice. Frigorifero. Auto. A quel punto, per ovvie ragioni non solo belliche, ma sopratutto morali e umanitarie, l’alternativa appariva nella sua mostruosità omicida. E questa altra opzione, sperimentata per intero, era l’ardore con cui Goebbels, nei primi anni, affrontava comizi e riunioni di Partito, convinto che “non ho nessun dubbio su chi scegliere: i giovani, che davvero cercano di creare un nuovo tipo di essere umano” (Diari, 30 giugno 1924). Il sogno, la Phantasie, contro il benessere. La fantasia è l’espansione per il puro gusto di essere grandi, del tipo di grandezza di Federico di Prussia e Maria Teresa d’Austria. E se l’esito è il genocidio, qui o in Africa, chi se ne importa. Non sei forse Europeo? Dedicati alla musica barocca suonata su un clavicembalo, dinanzi ad un quadro che mostra, certo in modo ancora un po’ ingenuo e didattico, una moda recente a cui presto ti affezionerai: la collezione artistica.

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Con l’avvento sulla scena intellettuale europea, da metà Seicento, della raccolta di quadri e poi di reperti naturalistici  il pensiero comincia a prendere il sopravvento sulla realtà biologica. Il secolo di Descartes è il secolo della Guerra dei Trenta Anni, delle streghe bruciate a decine a Bamberga, ma è anche il secolo di Keplero e di Galileo. Oggi, la foga nel collezionare pezzi di mondo è svanita. Abbiamo già tutto. Ma la tassonomia, considerate le sue origini coloniali, riserva materiale bellico inesploso per inaugurare il processo all’Europa.

Il 2 luglio ScienceMag ha reso noto cosa sta succedendo, sotto la spinta del movimento per i diritti civili reali BlackLivesMatter: “Alcuni ricercatori premono per modificare il nome di alcune specie che ritengono opinabili. In tutto il mondo studenti universitari hanno contribuito a diffondere una lista di specie comuni di animali e piante dal nome potenzialmente problematico. Questa lista include uno scorpione, una anitra e una quaglia che portano la dicitura hottentotahottentotta, or hottentottus. Nel 17esimo secolo i colonialisti usavano “ottentotto” come termine dispregiativo per i nativi neri in Africa”. La fame di giustizia non risparmia neppure Linneo, il padre della moderna classificazione degli esseri viventi. Alcuni membri della Entomological Society of America (ESA) hanno chiesto di togliere il suo nome dai Giochi annuali della loro istituzione, perché il grande botanico “assegnò tratti sociali negativi alle popolazioni umane non bianche”. 

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Purtroppo per noi è probabile che avesse ragione Nietzsche. Se sei a Norimberga, non puoi evitare di cenare da Pillhofer, nella Marienvorstadt, uno delle Stube più antiche di Norimberga, fondata nel 1646, che ha un confortevole dehors all’aperto di tavolacci di legno. I proprietari sono gente simpatica e affidabile, che serve cucina bavarese a all’altezza di due stelle Michelin. È l’ora della birra. Fa caldo, ma il vento rinforza. Le previsioni danno tre giorni di temperature invernali e pioggia battente. La giovialità dei tedeschi mi ricorda sempre che il senso di colpa non è una condanna all’ergastolo. È possibile sentirsi in debito e ciò nonostante provarci una altra volta. Nietzsche riteneva che nessuna civiltà che voglia essere pacifica, normale, serena possa esprimere qualcosa di nuovo e di autentico. Nel nostro XXI secolo questo qualcosa di inedito sarebbe una radicale decrescita economica per lasciare alla altre specie il cinquanta per cento del Pianeta. Seguendo il ragionamento di Nietzsche, i guerrafondai del passato europeo, dal Cinquecento in avanti e non certo solo in Germania, intendevano progettare piuttosto che prendere una tazza di tè; il male fu non che pensavano di riuscire ad imporre una idea, costi quel costi (cosa altro avrebbe fatto il Cristianesimo, se non abbattere con la spada chiunque si opponesse al nuovo?), ma che si accorsero di non voler rinunciare al genocidio, quando si trattava di andare fino in fondo. Nella civiltà del benessere tutti gli obiettivi ontologici fondamentali sono già stati raggiunti. Sono saturati. Siamo quindi al punto di aver sostituito il concetto di “Pianeta” con il concetto di “conservazione”. Perché siamo a un punto della storia del mondo in cui dobbiamo pagare per avere una biosfera. In Africa, il continente che “supporta le popolazioni di grandi mammiferi più abbondanti e diversificate del mondo” l’epidemia ha desertificato le fonti di finanziamento delle aree protette, che è tutto ciò che rimane della biodiversità africana. Sono le donazioni a garantire le aree protette. Questo dicono gli autori di uno studio devastante uscito su NATURE Ecology & Evolution (Conserving Africa’s wildlife and wildlands through Covid-19 crisis and beyond): “i contributi dei donatori contano per il 32% dei finanziamenti alle aree protette in Africa, cifra che in alcuni Paesi raggiunge il 70-90% (…) la spina dorsale degli  sforzi di conservazione in Africa consiste di 7.800 aree protette terrestri su una superficie di 5.3 milioni di Km2, il 17% del continente (…) molte aree protette sono di proprietà statale e gestite da autorità governative esperte in wildlife, spesso con il supporto sostanziale del turismo e degli operatori della caccia professionista. Sempre di più ONG dedite alla conservazione e soggetti privati cooperano con i governi per gestire aree protette statali attraverso partnership di tipo collaborativo”. Secondo gli autori è arrivato il momento di comprendere che la wildlife africana è una responsabilità mondiale: “Se consideriamo la loro ricchezza, alcuni Paesi africani portano un peso sproporzionatamente alto per il loro impegno nella conservazione e perciò la comunità internazionale dovrebbe fornire supporto in maniera adeguata, riconoscendo che i tesori naturalisti dell’Africa sono un asset globale; il mondo intero beneficia dei servizi eco-sistemici forniti dall’Africa attraverso il sequestro di carbonio; gli ecosistemi africani giocano un ruolo critico nel salvaguardare la salute mentale e fisica dell’umanità”. 

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La mattina dopo prendo la metropolitana alla Hauptbahhof per raggiungere la Baerenschatze Strasse, dove c’è il Tribunale dello Hauptkriegsverbrecherprozess, il processo contro i principali criminali di guerra dello Stato nazista. All’interno della mia carrozza campeggia una pubblicità della ING Insurance: “Langweilig ist bei uns nur der Weg zur Arbeit”. La noia da noi è solo la strada verso il lavoro. Il bestiale incasellamento di ogni stato emotivo. La liquidazione della noia come nemico giurato della produttività socialmente accettabile. Anche l’efficienza tedesca è una perfomance globale, in cui il Niente, o il vuoto, o l’attesa, sono tare psicologiche. Nessuno di noi, solo guardandosi intorno, potrebbe accorgersi che è in corso una estinzione di massa. Piove e aspetto le 9 sotto una minuscola tettoia all’ingresso del Memorium, il museo del Tribunale di Norimberga. C’è silenzio, i funzionari del tribunale arrivano in ufficio in bicicletta e i tipici condomini tedeschi a tre piani, dalle facciate scolorite e senza tende alle finestre, attendono anche loro, immobili, che il giorno prenda coraggio, raggiunga il suo acme e poi sprofondi di nuovo, come il carro di Apollo, nell’abisso del tempo già finito. Che cosa noi davvero comprendiamo di questo tempo, che ci appartiene, è un enigma simile alle antiche profezie greche. E più cresce il numero di eoni conclusi, più ignari siamo della nostra epoca, che ci sfugge altrettanto. Parlando di sua madre, e dei sentimenti che provò lasciandosi abbracciare dal nazionalsocialismo, Peter Handke ha scritto: “I movimenti che raggiungevano così il loro compimento erano composti in modo che li si osservava svolgersi contemporaneamente nella coscienza (im Bewußtsein) di un numero incalcolabile di persone e allora la vita acquistava una forma (und Das Leben bekam eine Form), in cui si era in buone mani e tuttavia ci si sentiva anche liberi. Quel ritmo divenne esistenziale: come un rituale”. C’è una tale sincerità in queste frasi. Tutti abbiamo bisogno che la nostra vita abbia una forma, perché la forma ci illude della presenza di un significato. E questa forma la subiamo, assumiamo quella immediatamente disponibile, afferriamo ciò che possiamo. Ognuno di noi cerca la propria forma e lo fa per sopravvivere alla sua personale angoscia e se, cercandola, aderisce a crimini contro l’umanità (bellici ed ecologici) c’è nella sua fragilità morale qualcosa di autentico e di vero.

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Perciò, mi interessano i volti dei difensori. L’élite dell’alta borghesia, con titoli di laurea conseguiti nelle migliori università del Paese, che aveva annuito a Hitler sin dai primi anni Venti. Ma ciò che più mi colpisce è il filmato in cui venne ripresa l’entrata in aula di ciascuno degli imputati. Perché si dichiararono non colpevoli (“nicht schuldig!”), a parte il fatto che volevano evitare la pena capitale o anche mostrare un po’ di orgoglio, di strafottenza, di senso di sé, visto che ormai erano uomini finiti? Entrando, si stringevano la mano, come ai vecchi tempi, come in ufficio al Reichstag, a Berlino, nei tempi migliori, per mostrare ancora una volta decoro, educazione, in ossequio alla formalità rassicurante che teneva insieme le macerie di esistenze concluse, il loro personale fallimento come uomini; quella affettata cortesia, persino salottiera, così fuori posto, ora che erano stati denunciati, era un antidoto alla vertigine di aver avuto tra le mani il destino di milioni di uomini e di averlo sentito tra le mani con assoluta leggerezza, proprio come granelli di sabbia, di averlo percepito come una avventura, una tirata, uno scherzo, senza darsi pena dei suoi risvolti omicidi, perché una avventura è pur sempre una avventura. 

Ciò che dovrebbe preoccuparci maggiormente di quel conflitto europeo, ormai, è la nostra reale capacità di trattenerne una impressione vitale. La documentazione dei genocidi pone la questione della conservazione del passato (possiamo davvero ricordare in eterno?), che mostra preoccupanti similitudini con il dibattito sulla protezione delle specie animali in estinzione. Non mi pare casuale che l’UNESCO attribuisca lo stesso termine ai beni artistici e ai luoghi selvaggi del Pianeta che sono “patrimonio dell’umanità” e “world heritage”. Chi è stato convocato, e per ereditare che cosa? È possibile che conservare sia un bisogno della coscienza umana, che però funziona in modo indipendente rispetto alle necessarie doti adattative del singolo individuo. Se fosse così, avremmo una risposta decente e sensata per l’indifferenza delle nuove generazioni verso i capolavori dei secoli trascorsi. Sapremmo cioè che siamo noi in torto, gli ecologisti e i pensatori, a pretendere attenzione e cura per il passato finito (il pool genetico delle specie selvagge, le foreste primarie, la pittura a olio di Duerer, i motivi decorativi medievali della cattedrale di Sankt Sebald a Norimberga), mentre gli altri ostentano semplicemente la propria vitalità, una brutale adesione alla vita in sé, senza i negoziati e i compromessi del continuo rimuginio sul prima e il dopo. Perché non c’è dubbio che il passato possa diventare una malattia, un nosocomio della coscienza, ancora prima di essere humus per qualunque revanscismo politico.

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La questione della conservazione biologica delle specie è quindi la questione della colpa come disposizione esistenziale. Di sicuro, la maggior parte di noi non si sente colpevole della scomparsa degli animali e men che meno sente il bisogno di dichiararsi colpevole davanti al futuro. I giovani non vogliono più una vita compromessa da un impegno politico prolungato nel tempo, che richieda un amore incondizionato per una ideologia. Questo atteggiamento psicologico, è chiaro, compromette però anche l’idea di giustizia che dovrebbe invece sorreggerlo. Se non sono disposto a battermi con forza per una ideologia, allora non sono pronto neppure a riconoscere una istanza assoluta di giustizia. 

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Eppure, nel dopo guerra, abbiamo preteso stabilire dei canoni di giustizia moralmente superiori che avrebbero dato alle generazioni successive il diritto di sentirsi eredi di una età dell’oro, e cioè dell’epoca del benessere. Attorno a Wuerzburg, le colline coltivate a vigneti sono coperte dalla nebbia. Il mio albergo è una modesta pensione proprio di fronte alla Hauptbahnhof ed entrambe assomigliano ad uno scorcio urbano della DDR. Austere fino allo squallore. Uno strano benvenuto dalla città del barocco rasa al suolo il 14 marzo del 1945 dalle bombe incendiarie alleate. Alle 9 e mezza di mattina la Kaiserstrasse è semi deserta, ma eloquente di che cosa sia questo benessere di massa a cui siamo devoti. Le porte dei grandi magazzini Reno, C&A e Deichmann, gonfi di vestiti scadenti, stanno spalancate come bocche sdentate. Alla fine di questa via dello shopping low cost, rattrappita in una melanconia contagiosa, comincia la Promenade, che conduce, scendendo sulla Karmeliten, all’Alte Bruecke sul Meno. Ribattezzo la Kaiserstrasse “via del suicidio”, perché mi pare che solo un folle potrebbe trovare del buon senso in un simile sovraffollamento angoscioso di merce di qualità scadente, inutile, spacciata per festosa abbondanza. Nella giustizia europea post 1945, quella importata e concordata con gli Americani, la giustizia ecologica fu estromessa senza neanche darsi la pena di pensarci, visto che per affermare la nuova giustizia continentale (il benessere industriale) era necessario perseguire una distruzione ancora più oscena del Pianeta. Quindi, questa, che giustizia è stata? 

Una volta impiantata l’ideologia del benessere, nessun umanismo europeo avrebbe mai potuto reggere il confronto con l’espansione del commercio, unica anima rimasta al nuovo ordine mondiale. Novus ab integro saeclorum nascitur ordo. Nel 1945 accadde non semplicemente una sconfitta o una resa senza condizioni; fu concordata una riscrittura del mondo, in cui il saccheggio del Pianeta, inventato dagli Europei cinque secoli fa, diventava democrazia globale. 

Quel giorno di luglio del 1929, a Friburgo, Heidegger propose una tesi dirompente, e cioè che per parlare delle cose del mondo occorra interessarsi al Niente. Una conclusione a cui conduce la struttura stessa della società moderna fondata su basi scientifiche, dal momento che tutte le scienze usano ciò che esiste per farne oggetto d’indagine. Il contesto ontologico in cui questi enti (materie prime, specie animali, fonti di energia) si rendono disponibili all’uomo è però completamente omesso. Diventa Niente. Gli elementi si presentano allo sguardo umano, anche quando non vengono pensati secondo categorie logiche o all’interno del calcolo matematico. Il loro trovarsi nel mondo, a disposizione dell’intelletto, dimora in un altrove, che Heidegger chiama “essere”, riappropriandosi di un termine filosofico quasi dimenticato. Disgraziatamente, la civiltà occidentale, è questa l’ipotesi di Heidegger, ha imparato a pensare la realtà solo in termini “metafisici”, ossia considerando ogni cosa (ente) in quanto oggetto o presenza riducibile a concetto. E quindi è finita in un vicolo cieco, in cui, pur dominando la realtà, non la comprende fino in fondo. L’altrove dimenticato prende quindi le sembianze del Niente scientificamente trascurabile. 

Il paradosso moderno è che questo Niente, che invece è l’essere, diventa comprensibile soltanto quando la realtà composta degli enti che diamo per scontati scompare in uno stato d’animo al limite della vertigine emotiva ed esistenziale: “Accade, nell’esserci dell’uomo uno stato d’animo in grado di portarlo dinanzi al Niente stesso? Questo accadere è possibile, è pure reale, solo per degli attimi, nello stato d’animo fondamentale dell’angoscia (Angst) (…) tutte le cose e noi stessi sprofondiamo in uno stato di indifferenza. Questo, tuttavia, non nel senso che le cose si dileguino, ma nel senso che proprio nel loro allontanarsi le cose si rivolgono a noi”. Nell’abisso dell’angoscia il mondo è ridotto a niente, ma questo niente, come Heidegger aveva spiegato in Essere e Tempo due anni prima, “getta l’esserci di fronte a ciò di cui prova angoscia: il suo autentico poter essere nel mondo (…) l’angoscia schiude pertanto l’esserci come essere-possibile”. La possibilità, in altre parole, che il mondo sia qualcosa di più di ciò che appare; la eventualità che le cose date, messe in vendita, proposte e impacchettate, le cose della Kaiserstrasse, non corrispondano al mondo; il sospetto, anzi, che questo pattume consumistico nasconda lo stato del mondo. La stessa Germania, rasa al suolo nel 1945, è risorta come shopping centre. A Wuerzburg i beni heritage, disintegrati con le bombe incendiarie, sono risorti perché emanano un’aura di valore universale. Servono insomma a nobilitare i negozi della Domstrasse e della Schoenbornstrasse. Questo è metafisica.

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Ma il tiepido vento di ponente già smuove una fitta pioggia di fiori. Devo gioire del verde a cui fui grato per l’ombra? Presto la tempesta lo disperderà, quando ingiallito ondeggerà in autunno. Goethe riconosceva una serenità allo scorrere del tempo. Questo per lui significava che anche nella inesorabilità dei giorni finiti, delle stagioni chiuse per sempre, degli anni archiviati si possono trovare momenti di pace e di serena accettazione del mondo così come è.  Il Meno, quando lo sguardo si apre sull’Alte Bruecke e sulla Marien Festung, residenza dei vescovi principi di Wuerzburg fino al 1719,  possiede questa calma infinita, ancora oggi, e dischiude nel cuore del visitatore tormentato dal presente la possibilità di un respiro più grande. Bisogna salirci a piedi, alla Festung. Trentacinque minuti di cammino in quota, lungo un sentiero a serpentina tra i vigneti, che parte nel cortile della piccola basilica scura di Sankt Burkard costruita nel 1042; bisogna intraprendere questa passeggiata in solitaria, sorvegliati dal volo dei falchi pellegrini, per aggredire il timore che non ci sia rimasta che la metafisica, in cui disperare di tutto, e soprattutto per il destino degli animali. Sotto il sole finalmente rovente, il passo sfiora le viti che portano grappoli ancora verdi e immaturi, i cardi e i fiori di campo. Sì, un pensiero è sempre possibile. Ma c’è qualcosa in noi esseri umani che lo ostacola, anche quando lo vorremmo. Non riusciamo ad essere consapevoli della nostra epoca. Siamo condannati ad una sorta di agnosia temporale. Probabilmente è la struttura evolutiva e neurologica del cervello a tenerci lontani dal realismo necessario a fronteggiare gli effetti macroscopici della distruzione della biosfera. L’area di Wernicke del nostro cervello si è evoluta per osservare e quindi re-immaginare le cose attorno a noi attraverso il linguaggio e l’astrazione simbolica. Osserviamo il mondo non per quello che è, ma attraverso i concetti costruiti da noi. Heidegger vedeva nella metafisica una sorta di destino: “finché rimane animal rationale, l’uomo è animal metaphysicum. Finché l’uomo si considera un essere vivente dotato di ragione, la metafisica, come dice Kant, appartiene alla natura dell’uomo”.

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Siamo in pochi quassù, sopra Wuerzburg, a passeggiare tra le torri della Festung, che, spoglia di turisti, esprime l’inquietudine delle sue pietre vecchie di dieci secoli. Prendo appunti su una panca di legno, benedicendo l’irruzione del sole rovente che persiste a scomparire ad intermittenza, come se le nuvole, per una volta, prendessero il nostro posto nell’interferire con le cose di natura. Il richiamo metallico dei falchi pellegrini si espande dentro il silenzio delle cinta muraria. Come sempre, gli animali indicano una strada. Quasi inconsapevolmente trovo il sentiero che conduce nel fossato del castello vescovile, ora diventato un frutteto con alberi di pere, nespole, gelsi e meli. Da quaggiù gli alberi sono così alti che si ha la sensazione di sprofondare nell’erba, mentre lo sguardo, rivolto verso l’alto, indugia incantato sull’ombra di arancione che già colora le pere del prossimo autunno. Che cosa significa essere eredi? Aprire un armadio in soffitta e scoprirci i nostri vestiti di quando eravamo bambini. Non sono meno nostri per il solo fatto che non ci stanno più.

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E se un giorno hai smesso di essere un bambino, quel giorno è stato il tuo inizio. Le tue decisioni sono le tue origini. Sali con paura, e con orgoglio, i gradini di pietra pericolosi e ripidi della Katzenberg Straße di Bamberg, e ascendi, come Colombo sull’Atlantico in vista del Nuovo Mondo, al Domplatz. Lo spettacolo teatrale in cui l’acropoli di Bamberg precipita il visitatore è prodigioso. A sinistra, Il Bamberger Dom, la cattedrale di San Pietro e San Giorgio fondata nel 1004 e ricostruita dopo un incendio nel 1237. Guglie gotiche, navate robuste, portali labirintici e vertiginosi, un inno monumentale al potere religioso che per secoli ha dovuto mascherare la rapacità materialista della nuova fede europea.

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Di fronte, sul lato occidentale della piazza, l’Alte Hofhaltung, la facciata cinquecentesca che dava accesso alla residenza vescovile.

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A destra, infine, la Neue Residenz barocca del vescovo elettore principe di Bamberg, edificata tra il 1695 e il 1704, a guerre di religione concluse, in principio del secolo in cui, consolidate le basi oltre atlantico, si poteva davvero cominciare a fare sul serio (12milioni e mezzo di deportati africani verso il Nuovo Mondo tra il 1520 e il 1807).

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Questa piazza è una gigantesca rappresentazione del carattere europeo, del modo in cui la ricerca della armonia estetica è sempre coincisa, per noi, con la brutalità del dominio. La pura potenza dell’idea che si costruisce da sé. Nessuno che contempli questa piazza con un minimo di onestà prova compassione spirituale o estasi religiosa o nostalgie cristiane. Qui esplode, nel genio, la volgare spietatezza del progetto europeo. Per questo, all’ombra del Dom, mi viene in mente la mattina cupa di 15 anni fa in cui visitai il santuario di Delfi, in Grecia. Minacciava pioggia e i resti del regno di Apollo, dio della profezia, sorgevano tristi e mutilati.  Il temporale imminente e la poca luce, svelando la verità di quel luogo ormai sconsacrato, riuscirono nel miracolo di restituire la parola alle statue degli dèi e degli eroi conservate nel museo. E ora, in questa piazza, odo di nuovo la loro voce: 

Avete fatto il vostro meglio, Europei! Avete compiuto l’impresa,  sottomettere l’intera biosfera ! Non stupitevi, ora, del presentimento che qualcosa sia giunto alla fine! Vi avevamo pur avvertito che l’impresa era estinzione! Io, Apollo, non ti ho mai rassicurato sulla tua natura divina; non ti ho mai promesso che avrei sconfitto la morte per te; non ti ho mai detto che combattere il dolore non avrebbe richiesto di mobilitare le risorse naturali di ogni angolo del Pianeta; ti ho solo insegnato ad essere il migliore, mettendoti in guardia dall’abisso del tuo talento! Ora, se ti è rimasto un po’ dell’ardimento antico, contempla il buio in cui hai sprofondato te stesso, assorbi le tenebre e nell’oscurità riconosci le origini del mio oracolo!

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Questo è il patrimonio dell’umanità che si respira a Bamberg, tanto più orribile e mostruoso quanto più magnifico si rivela nelle sue invenzioni estetiche ed urbanistiche. Ciò che oggi chiamiamo bellezza non è altro che la creazione dell’impresa: imperi globali, oceanici, capaci di arrivare dappertutto, per il semplice gusto di farlo. C’è qualcosa di talmente ingenuo nella spontaneità con cui tutto questo è avvenuto che, passeggiando per Bamberg, la clemenza e la compassione mitigano l’indignazione per il nostro uso sconsiderato delle risorse naturali. 

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A me pare che Giambattista Tiepolo riuscì ad interpretare questa attitudine mentale dei suoi contemporanei quando dipinse l’affresco dei 4 continenti sul soffitto dello scalone d’onore della Residenz di Wuerzburg.

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Residenz Würzburg, Treppenhaus (R.3), Nord-, West- und Ostwand mit Afrika, Asien und Blick Richtung Amerika

Quest’opera non comunica a chi la contempla soltanto una idea del globo terraqueo così come la immaginavano i contemporanei di Tiepolo nel 1752 in senso strettamente geografico, ma restituisce anche un sentimento di intensa gioia. Stando in piedi alla base della scalinata, il primo continente ad occupare tutto il campo visivo è l’America. Sulla testa un copricapo di piume variopinte rosse e verdi, identico a quello dei Tembe, una popolazione nativa dell’Amazzonia brasiliana, le cui foto hanno ottenuto gli onori della cronaca durante i roghi che hanno devastato l’Amazzonia fra agosto e settembre del 2019. Il Nuovo Mondo ha il braccio teso verso destra, come l’Apollo di Olimpia, a dettare il ritmo della storia al suo nuovo inizio.

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Würzburg, Residenz, Treppenhaus, R. 3, Deckenfresko ‘Apotheose des Fürstbischofs Greiffenclau’; Tiepolo, J.B., 1753, ‘Amerika’, Amerikadarstellung

Salendo di qualche gradino, la visuale si apre a 360 gradi su un cielo rosa pastello, grigio e giallo che è il cosmo. L’intero affresco è cioè concepito perché chi vi entra si senta assorbito dal globo, che gli Europei hanno finalmente reso accessibile. L’effetto tridimensionale è vertiginoso: più si sale, più si diventa parte del mondo intero. L’Asia, seduta sul suo elefante, guarda verso l’America; tra America e Asia un oceano di luce che equivale all’Atlantico e al Pacifico.

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Würzburg, Residenz, Treppenhaus, R. 3, Deckenfresko ‘Apotheose des Fürstbischofs Greiffenclau’; Tiepolo, J.B., 1753, ‘Afrika’ auf Kamel/Dromedar und kniender Diener mit Sonnenschirm, Afrikadarstellung

L’Africa è commercio, cammelli e uno scrigno di spezie, volto accigliato e assorto, geografia di ricchezze. Nel suo equilibrismo barocco questo affresco contiene le ambizioni universali del Settecento europeo: il caos di ciò che è sconosciuto, che però è anche cornucopia di risorse naturali. E questo è metafisica.

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Würzburg, Residenz, Treppenhaus, R. 3, Deckenfresko ‘Apotheose des Fürstbischofs Greiffenclau’; Tiepolo, J.B., 1753, Figur der ‘Asia’, Hut und Kugelstab unterhalb der gemalten Brüstung und Medaillon mit antikisierender Büste eines bärtigen Mannes, Asiendarstellung

Gli antichi dei, i poeti e i maestri sono di conforto in questo dannato collasso globale a cui attribuiamo definizioni insufficienti e imprecise: Antropocene, epidemia, Accordo di Parigi per il clima. E lo sono perché consentono di avvicinarsi, ancora e nonostante tutto, a ciò che Peter Handke chiama durata. Il fruscio dell’erba attraversata dal vento. La persistenza nel tempo e nello spazio. Queste voci, oggi neglette, accompagnano, con spontanea generosità, i rari momenti in cui si avverte di poter respirare a pieni polmoni, lasciando che il sentimento della libertà torni a rallegrarci. Ed è questo che succede al tramonto, mentre su una panchina nel Kornmarkt di Heidelberg, leggo alcune parole di Hoelderlin che ho già letto mille volte, ma che qui, nella sua terra, acquistano tutto un altro potere di evocazione, una forza divinatoria: O ihr, die ihr Das Hoechste und Best sucht, in der Tiefe des Wissens, in Getuemmel des Handelns, im Dunkel der Vergangenheit, im Labyrinthe der Zukunft, in den Graebern oder ueber den Sternen! Wißt ihr seinen Namen? Den Namen des, das Eins und Alles? Seine Name ist Schönheit. (O voi, che cercate quanto di è di più alto e di più più perfetto, nella profondità della sapienza, nel tumulto dell’azione, nel buio del passato, nel labirinto del futuro, nelle tombe e al di sopra delle stelle! Conoscete il suo nome? Il nome di ciò che è uno e tutto? Il suo nome è bellezza). E tutto questo non è metafisica.

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Nell’incedere nitido della parole tedesche, una dopo l’altra, nel loro legarsi e dichiararsi l’una dentro l’altra (ineinander), il mondo prende forma, è vero, ma per rivelarsi. Siamo imprigionati nelle contraddizioni del nostro cervello, che sono evolutive e biologiche prima ancora che essere culturali, ma non per questo siamo condannati a non sentire più accadere le cose del mondo dentro la nostra coscienza. 

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La contro-metafisica, che nei secoli dell’impresa prendeva il nome oggi obsoleto di poesia, è la nostra unica risorsa contro l’avanzare dell’estinzione. E ne sono certa passeggiando per Friburgo, la città di Heidegger, che non sente il dovere di attribuire a lui e a Husserl una targa commemorativa all’esterno della Alte Universitaet: “le placche con i nomi avrebbero un impatto meno commemorativo nel contesto della sfera pubblica rispetto ad un museo che mostra la rilevanza di entrambi i filosofi nei loro rispettivi campi di ricerca e l’influenza che ciascuno di loro ha avuto sulla storia dell’università”, come recita una nota ufficiale dell’ufficio stampa. Mi chiedo per quale motivo è invece significativo il nome di McDonald’s sull’edificio storico della Martinstor. Questa è metafisica. Eppure, alle sette di sera le campane vecchie di mille anni del Muenster, la cattedrale medievale di Friburgo, battono l’ora. Questo è il tempo della passeggiata della sera. Mi attardo tra le bancarelle di vecchi libri, sotto l’ombra gotica. Schiller, Roth, il Romanticismo a Dresda. È questa la semplicità che per molto tempo non ci è più bastata e a cui, tuttavia, agogniamo come cechi in cerca di un cammino. 

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(Durante questo viaggio ho sempre viaggiato in treno, ma non ho seguito una dieta vegana che considero irragionevole, e anti-storica)

Copyright e Credits per le foto degli arredi e dell’affresco del Tiepolo della Residenz di Wuerzburg: Bayerische Verwaltung der staatlichen Schlösser, Gärten und Seen (Bayerische Schloesserverwaltung)

Perché ci conviene occuparci di storia

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La pandemia e le proteste di massa del movimento Black Lives Matters hanno, del tutto improvvisamente, acceso il dibattito sulla storia. Ci siamo accorti che gli ultimi cinque secoli non sono muffa sui libri di scuola, e nemmeno una entità amorfa e cementificata di cui è salutare dimenticarsi il più in fretta possibile. Investite dall’onda d’urto di una malattia globale, le società occidentali, e quindi anche noi, siamo ora costretti a guadare indietro per capire cosa succede davanti ai nostri occhi.

Razzismo, diseguaglianze sociali, degrado ambientale e cambiamenti climatici sono ormai saldati gli uni dentro gli altri in una unica tempesta di instabilità e fermento. 

In un intervento uscito su THECONVERSATION Mark Maslin e Simon Lewis della UCL di Londra hanno centrato in pieno la questione, che nella sua gravità e profondità investe l’intera cultura europea e ogni singola popolazione europea: “geografi e geologi possono dare il loro contributo a questa nuova comprensione del passato, identificando l’inizio dell’Antropocene con l’avvio del colonialismo europeo. Il nostro impatto sul Pianeta è aumentato a partire dal momento in cui i nostri primissimi antenati sono scese dagli alberi, e poi quando abbiamo cacciato alcune specie fino all’estinzione. Molto già tardi, seguendo lo sviluppo dell’agricoltura nelle società dedite anche all’allevamento degli animali, abbiamo cominciato ad alterare anche il clima. Eppure, la Terra è diventato ‘il pianeta degli esseri umani’ con l’emergere di qualcosa di drasticamente diverso. E questo qualcosa è il capitalismo, che è cresciuto sulla scorta dell’espansione europea del 15esimo e del 16esimo secolo, nell’era della colonizzazione e della sottomissione di popoli indigeni in tutto il mondo”. Noi ci troviamo dunque oggi in questa posizione rispetto alla nostra identità storica: “il passaggio a partire dal quale la abnorme influenza umana sugli ecosistemi della Terra prese a coincidere con la brutale colonizzazione europea del mondo intero”. 

Lo spericolato progetto di espansione europea è quindi una eredità che ognuno di noi si porta appresso. In ogni aspetto del suo modo di sentire, di pensare e di consumare risorse naturali. Ormai, la nostra intera esperienza del mondo deriva e dipende da questo patrimonio avvelenato. Di questo, dunque, parla Vite estinte, il secondo volume della serie Tracking Extinction disponibile su Amazon in formato Kindle ed edizione cartacea. Anche quando pensiamo che il declino delle specie animali sia lontano anni luce da noi, anche se non sospettiamo neppure di vivere nell’epoca di una estinzione di massa, questa condizione ecologica dà ritmo e forma alle nostre giornate. Che ci piaccia o no, la storia ha già bussato alla nostra porta. E se prima del SarsCov2 potevamo ancora fare finta di non essere in casa, adesso lo sgradito ospite si è attaccato al campanello e non mollerà la presa. 

È giunto il momento, come ha consigliato l’attivista Tom Rivett-Carnac intervistato dal podcast della BBC Rethink, di “ripensare la storia”. Mettendoci dentro anche il nostro nome e cognome. Il campo di battaglia del passato ha sempre suscitato in noi bianchi occidentali intensi sentimenti di orgoglio e di fierezza. Ma la gloria ereditata (le nostre democrazie, le nostre economie, i nostri stati di diritto) sono fondati sulla miseria, sulla schiavitù e sulla sofferenza di interi continenti.

Ovunque, attorno a noi, questa urgenza – ascoltare la pressione prodigiosa e terrificante della storia che stringe nella sua morsa il presente – si fa sentire attraverso condizioni economiche ed esistenziali totalmente fuori dell’ordinario. Una di queste anomalie destinate a diventare ordinarie è il collasso del turismo mangia-Pianeta.

Christopher de Bellaigue si è chiesto su TheGuardian – Long Read se per caso non stiamo assistendo alla fine del turismo, i cui numeri sono crollati su scala globale, mostrando il vero volto di un settore distruttivo come nessun altro per il Pianeta: “il virus ci ha offerto l’opportunità  di immaginare un mondo diverso, in cui ci decidiamo a decarbonizzare e a muoverci più vicini a casa. L’assenza del turismo ci ha costretti a considerare modi per diversificare l’industria, renderla più indigena e ridurre la sua dipendenza dal disastro che include tutti gli altri disastri: la aviazione civile (…) il turismo non è un diritto come molti viaggiatori delle vacanze pensano. È invece un lusso che va pagato”. 

Vite estinte discute tutto questo a partire da un ossimoro già contenuto nel titolo. Come fa ad essere estinta una vita, se ancora respira e palpita, mangia e cammina? La nostra condizione umana oggi è esattamente questa: siamo 7 miliardi e 800 milioni, numerosi come le stelle del cielo, eppure le condizioni ecologiche fondamentali che sorreggono l’evento biologico, gli equilibri interni dei sistemi biologici, sono compromessi. Una vita estinta è una vita spenta, povera di pensiero, conformista e rassegnata. Una esistenza diventava, pure lei, merce con un codice a barre. 

Possiamo davvero permetterci di stabilire una soglia accettabile di estinzioni entro i prossimi 100 anni?

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Il 2020 avrebbe dovuto essere il super anno della biodiversità, ma il copione è stato riscritto. È stata rimandata al maggio 2021 la conferenza della CBD (Convenzione per la Biodiversità delle Nazioni Unite) programmata a Kunming, in Cina, che ha l’ingrato compito di scrivere un documento globale per la protezione del Pianeta vivente in sostituzione dei fallimentari Obiettivi di Aichi del 2010. Sulla scia della epidemia zoonotica, ricerca e istituzioni di governance internazionale sono in fermento per cercare di imporre la sesta estinzione di massa come rischio globale di categoria massima. 

Lo scorso 2 giugno un gruppo di ricercatori, tra cui Georgina Mace della UCL London, ha proposto di instituire un unico target, valido per ogni Paese, che indichi il numero totale di estinzioni accettabili. Questo nuovo indice di riferimento dovrebbe essere analogo ai +2°C per il cambiamento climatico (la soglia limite di riscaldamento del Pianeta). Un solo numero, chiaro, univoco, “che comprenda tutti i gruppi maggiori di viventi (funghi, piante, invertebrati e vertebrati) attraverso tutti gli ecosistemi (marini, di acqua dolce e terrestri)”. Il nuovo target dovrebbe essere 20: un tasso accettabile di estinzioni deve essere sotto 20 estinzioni all’anno, per i prossimi 100 anni. Gli autori constatano che nell’ultimo decennio non ci sono stati progressi massivi sulla protezione dei sistemi viventi: “Benché la perdita globale di biodiversità prodotta da attività umane sia ampiamente conosciuta, la politica si è dimostrata incapace di arrestare il declino (…) Dei 20 obiettivi di Aichi definiti nel 2010 dalla Convenzione per la Biodiversità delle Nazioni Unite soltanto 4 mostrano progressi positivi, mentre i 12 connessi allo stati di salute della natura sono in peggioramento”. Forse il nuovo target potrebbe galvanizzare la scadente attenzione della società civile per il collasso delle specie animali. Dietro queste speculazioni c’è la pressione di arrivare ad una cornice giuridica almeno in parte vincolante che fissi dei parametri internazionali di conservazione delle specie. L’urgenza del momento è immensa, come ha confermato lo studio più importante sull’estinzione e la defaunazione della Terra uscito dal 2014 ad oggi; studio pubblicato sulla PNAS e firmato da Peter Raven, Gerardo Ceballos e Paul Ehrlich, i ricercatori di maggior spessore in questo ambito insieme al collega di Stanford Rodolfo Dirzo, autore della ricerca del 2014 sulla defaunazione. 

“Se consideriamo una riduzione della loro area di diffusione storica per tutte le 515 specie di vertebrati sull’orlo dell’estinzione, allora le popolazioni di queste specie scomparse dal 1900 raggiungono la cifra sbalorditiva di 237.000”

La ricerca mostra che “l’estinzione nutre l’estinzione” perché la dipartita di una sola specie impoverisce le funzioni ecologiche del suo ecosistema tanto da compromettere anche le specie ancora presenti, privandole di connessioni trofiche essenziali e quindi preparandone la futura estinzione. Questo effetto domino a cascata è uno dei motivi per cui il collasso delle specie sta accelerando: “Quando una specie scompare, un ampio pacchetto di caratteristiche se ne va per sempre, dai geni alle interazioni tra fenotipi e ai comportamenti”, spiegano gli autori. “Ogni volta che una specie o una popolazione svaniscono, la capacità della Terra di mantenere i servizi ecosistemici, che dipendono dalle specie o dalla popolazione coinvolta, ne risulta compromessa. Ogni popolazione è unica e perciò diversa nella sua capacità di adattarsi con successo ad un particolare ecosistema e giocarvi il suo ruolo”. Due misure sarebbero auspicabili da subito: classificare come “criticamente minacciate” in Red List tutte le specie sotto i 5mila individui, e quindi, di riflesso, escluderle tutte dal commercio; elevare la crisi di estinzione a emergenza mondiale e quindi inserire la conservazione delle specie in un accordo globale vincolante entro questo decennio. 

Le conclusioni a cui sono giunti Ceballos, Raven ed Ehrlich (“Se consideriamo una riduzione della loro area di diffusione storica per tutte le 515 specie di vertebrati sull’orlo dell’estinzione, allora le popolazioni di queste specie scomparse dal 1900 raggiungono la cifra sbalorditiva di 237.000”) sollevano seri dubbi sul fatto porre una cifra-simbolo come benchmark per il numero di specie a cui possiamo ragionevolmente rinunciare si poggi su una logica efficace e sensata. 

Ancora oggi, cioè, non sappiamo come si comportano le popolazioni di moltissime specie (mortalità, tassi di riproduzione, suscettibilità al cambiamento climatico, rapporto numerico maschi/femmine); in una analoga zona grigia stanno la conoscenza delle interazioni all’interno degli ecosistemi. “Negli ecosistemi in cui anche l’identità della maggior parte delle specie che ci abitano è ignota, come possono i biologi definire i processi fondamentali delle loro interazioni? Come possiamo predire i cambiamenti degli ecosistemi se alcune delle specie residenti svaniscono, mentre altre prima assenti arrivano come invasori?”, scrive E.O.Wilson in Half Earth. E rincara la dose: “i dati necessari per studi avanzati sulla struttura e la funzione degli ecosistemi nella maggior parte dei casi non esistono. Chiediamo agli ecologi, per la centesima volta, come facciamo a capire i principi profondi della sostenibilità in una foresta o in un fiume se ancora neppure sappiamo l’identità degli insetti, dei nematodi e di altri piccoli animali che mettono in movimento i raffinatissimi meccanismi dei cicli di energia e di sostanze materiali?”. 

Gerardo Ceballos è Executive Director di STOP EXTINCTIONS, una iniziativa internazionale senza precedenti che coinvolge alcune delle menti più brillanti, come lo stesso Ceballos, tra coloro che stanno studiando l’estinzione in corso, l’Università di Stanford (dove insegnano Rodolfo Dirzo e Paul Ehrlich, entrambi Advisory del progetto) e GLOBAL CONSERVATION, l’unica organizzazione di protezione degli habitat la cui missione è finanziare direttamente i parchi nazionali World Heritage (“gli ultimi bastioni di difesa contro la decimazione della wildlife e delle foreste primarie”) nei Paesi più poveri del mondo. Gli obiettivi: rendere accessibile un database di informazioni a fondamento delle decisioni da prendere per conservare habitat e specie; elaborare accordi vincolanti e altri su base volontaria per coinvolgere le nazioni a prendere una posizione seria sull’estinzione; risvegliare la coscienza collettiva su una minaccia esistenziale di proporzioni inimmaginabili. 

“Le conseguenze sugli ecosistemi del globo della perdita di specie sono complesse, estese e diffuse. L’impatto dei fattori umani – ad esempio la crescita demografica, la distruzione degli habitat naturali, l’incremento dell’inquinamento, il cambiamento climatico, il bracconaggio e il commercio di animali selvatici – è stato catastrofico per migliaia di specie ovunque nel mondo”. 

Il principio di precauzione dovrebbe reggere ogni ragionamento sul futuro assetto di un accorgo globale. Ma, come già accaduto altrove, l’imposizione di un atteggiamento di tipo precauzionale si scontra con la tendenza a far quadrare il cerchio della protezione delle specie dentro logiche economiche. Ossia: attribuire valore finanziario alle risorse organiche animate e inanimate, per mantenerle all’interno di processi socio-economici generatori di profitto. Su questo fronte siamo vicini ad un punto di rottura, esemplificato dalla difficoltà del dibattito attorno all’accordo post Aichi, ma anche dal tracollo degli introiti da turismo per la conservazione in Africa. Il circolo di finanziamenti, royalties, investimenti non è in grado di reggersi da solo perché risponde alle stesse regole interne di qualunque business del tardo capitalismo. Sta in piedi solo con un flusso costante di denaro fresco. Possiamo affidare la sopravvivenza della biodiversità del Pianeta a questa dinamica offerta/acquisto?

Il 30 giugno NATURE ha pubblicato una editoriale a commento della proposta del target globale di 20 specie: “altre questioni includono come decidere quali specie conservare e chi dovrebbe fare queste scelte. Un singolo numero darebbe eguale peso a tutte le specie minacciate o dovrebbe invece avere la priorità le specie più importanti per il nostro sostentamento e per le funzioni ecosistemiche?”. Quale istituzione politica dovrebbe cioè avere la responsabilità di scegliere tra la tigre e il leone? Un altro criterio altamente discutibile sarebbe il profitto che le specie iconiche garantiscono (attraverso i safari ad esempio) rispetto a specie molto meno famose, ma non meno funzionali.

Giungere con successo e saggezza ad un accordo globale, parzialmente vincolante, può non risolvere i problemi centrali del collasso biologico del Pianeta. Un rischio è che, come accaduto per l’atmosfera e il clima a partire dal 1993, il concetto stesso di biosfera potrebbe essere risucchiato nel circolo vizioso di un infinito processo negoziale che la biodiversità a pura burocrazia. In quasi 30 anni di vita della Convenzione per il Clima nulla di serio è stato intrapreso per definire la crisi climatica. Siamo davvero convinti che un modello del genere possa adesso funzionare per la biodiversità?

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L’estinzione e la schiavitù sono un trauma globale

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Il razzismo nei confronti dei neri Africani ha le stesse origini della crisi di estinzione. Ricalca gli stessi schemi psichici dell’indifferenza istituzionalizzata per il destino delle specie animali. Appartiene allo stesso schema di civiltà. Tutte le ferite sono state suturate in una unica cicatrice. Questo è il nostro presente nel terzo decennio del XXI secolo.

Finora, abbiamo pensato l’estinzione come un fenomeno automatico, un riflesso lungo, condizionato dalla rapacità umana. Dalla nostra demografia folle e narcisistica. Un effetto collaterale imprevedibile, che nessuno avrebbe mai previsto semplicemente perché nessuno lo aveva mai tenuto in conto. Ma l’era del SarsCov2, portando nel suo grembo la rivolta nera contro il perdurare della discriminazione razziale – assorbita dalle società occidentali con la stessa faciloneria e trascuratezza con cui inaliamo particolati tossici e assumiamo conservanti, addensanti, coloranti e microplastica –  ha reso pubblica una condizione storica globale che non avevamo ancora avuto il coraggio di guardare fin faccia. La catastrofe di estinzione del nostro presente è avviluppata nella storia raccapricciante del capitalismo moderno, dello schiavismo, della messa in catene di una parte dell’umanità allo scopo di rifondare l’umanità. Per diventare moderni, democratici, civili. Dediti, a scadenza regolare, al genocidio, è vero, ma lontano da casa. Nei distretti periferici di un impero extra-nazionale che ancora oggi usa le regioni di prelievo degli schiavi e degli animali come distretti di ricreazione per ricchi: le terre selvagge, i tropici, le savane africane, le foreste primarie, gli oceani profondi, popolati di squali, balene, capodogli. 

Ma a noi Europei la storia non interessa più. Siamo troppo vigliacchi per la storia, dopo il 1945. Abbiamo rinunciato alla vertigine di sprofondare nel passato dei secoli trascorsi, impauriti dalla prospettiva di trovare una faccia che assomigli alla nostra e di connettere così i diversi capitoli geografici della distruzione del Pianeta. E tuttavia senza una immersione totale nell’evento storico, non c’è discorso sull’estinzione che abbia un minimo di realismo. Non ci resta che incontrare gli uomini che fecero l’impresa. Uomini di grande ambizione, ignari del mondo, perché non lo avevano ancora attraversato e sorvolato, che però sognavano di dominarlo, il Pianeta. Il loro sogno, un sogno spropositato e irrazionale, ha prodotto la sesta estinzione. L’estinzione come negazione, come ampliamento, come forza propulsiva, come buio incendiario, come passato che condiziona il presente, condannando anche il futuro allo svilimento biologico perché l’estinzione è un trauma storico e biologico intergenerazionale, e globale. 

L’impresa comincia con Colombo, nel 1492. Ogni nazione europea, proprio in quanto europea, è coinvolta nell’impresa. E noi tutti, in quanto europei, siamo implicati in un progetto globale le cui migliaia di ramificazioni rendono quasi impossibile definire le colpe, i reati, gli esecutori. “Possiamo cominciare a capire l’influenza della schiavitù sull’Inghilterra di oggi soltanto facendoci scorrere davanti, come in un flash, 500 anni di storia umana. A partire dagli ultimi decenni del ‘400, vediamo viaggiatori e mercanti, come ad esempio John Hawkins negli anni sessanta del ‘500, che diventa uno dei primi inglesi a guadagnare fortune dal commercio di africani sequestrati. Dal tardo 17esimo secolo, vediamo poi gli Inglesi diventare i dominatori del traffico di schiavi, surclassando i portoghesi, gli spagnoli e i danesi. La metà di tutti gli africani trasportati in schiavitù nel 18esimo secolo finirono sulle navi britanniche”, scrive Kris Manjapra, docente di storia alla Tuft University, nel Massachusett, Stati Uniti. A cosa serviva questo enorme impegno di esportazione di Africani verso l’America? “La Gran Bretagna non avrebbe mai potuto diventare la prima potenza economica della Terra al volgere dell’Ottocento senza essere a capo della più estesa economia a piantagioni con schiavi, con oltre 800mila persone in stato di schiavitù”. 

E se pensiamo che quel mondo raccontato da Steve McQueen in Dodici anni schiavo e da Toni Morrison in Amatissima sia tramontato e sepolto sotto la vergogna del contegno e dell’oblio, scadiamo nel torpore moralistico: “l’eredità culturale della schiavitù influisce anche sui gusti britannici, dal tè zuccherato, ai servizi in argento, ai vestiti in cotone, fino alle endemiche diseguaglianze di razza e classe sociale che caratterizzano la vita quotidiana”. Le élites inglesi degli anni ’30 avevano mobili in mogano, legno di rosa e tek, i legnami più pregiati delle foreste tropicali umide africane e asiatiche; i tasti dei loro pianoforti erano in avorio; le spazzole e i pettinini per capelli delle signore alla moda erano di tartaruga. Se consideriamo che le classi alto borghesi del Regno Unito, con la loro vocazione imprenditoriale di stampo coloniale, nutrivano le casse dello Stato di lauti introiti, potremmo affermare che addirittura lo sforzo bellico alleato, unito alle forze americane, è stato sostenuto dai proventi vecchi di secoli della schiavitù. Del resto Churchill aveva servito la Corona nella Guerra Boera, in Sudafrica, tra il 1898 e il 1901, e a quel tempo la colonia del Capo aveva già rimescolato le faune native, spazzando via il leone del Capo e sfoltendo le popolazioni di ungulati ed erbivori dei distretti a nord, sul confine con il Botswana. In un unico vortice di dominio, distruzione di equilibri locali e operazioni militari, economiche e culturali orientate ad “agganciare” le colonie al flusso di import/export della madrepatria, genocidio animale e genocidio umano sono sempre avanzati ad eguale velocità. Dipendendo l’uno dall’altro, confondendosi l’uno dentro l’altro, amalgamandosi l’uno con l’altro. 

Nel 1833 il governo inglese stanziò 20 milioni di sterline per compensare i proprietari di schiavi della “perdita” della loro proprietà, puntando così, senza creare troppe frizioni economiche, a rafforzare lo Slavery Abolition Act firmato due anni prima, che bandiva la schiavitù nelle piantagioni. Kris Manjapra spiega come queste compensazioni, pagate dai cittadini inglesi attraverso le tasse, decennio dopo decennio, abbiano costruito la solidità economica e finanziaria delle élites britanniche, fino ai giorni nostri: tra i lontani beneficiari delle compensazioni figura anche l’ex primo ministro inglese David Cameron. I prodotti finiti, ben confezionati, dell’impresa sono atemporali. Non deperiscono e non si decompongono, ma, alla maniera delle particelle organiche, cambiano struttura molecolare passando da una generazione alla successiva, nel corso dei secoli. È così che si stabiliscono tra noi. Le specie estinte, che in questo trasferimento di stato sono state usate come materia prima, vengono trascinate nello stesso processo. Con la loro assenza continuano ad impoverire la struttura ecologica degli ecosistemi a cui appartenevano, preparano la scomparsa di altre specie, rimaste sole, e secolo dopo secolo consegnano al tempo che verrà un assetto biologico interamente dominato da una perdita antica. 

Ma non dovremmo essere troppo sorpresi di tutto questo, perché la nascita delle scienze naturali, senza la quale non esisterebbero neppure studi accurati sull’estinzione, coincide perfettamente con l’affermazione del colonialismo e della schiavitù. La tassonomia e la biologia evolutiva ottengono i loro reperti grazie alle navi degli schiavi. Un anno fa usciva su SCIENCE MAG una lucida disamina sul “debito dei primi scienziati al traffico di schiavi”.Mentre, al principio del ‘700, “la scienza europea sembrava indirizzata alla conquista di tutta la natura” i collezionisti di piante si imbarcano sulle navi dei mercanti di Africani: “poche navi al di fuori della rotta degli schiavi raggiungevano punti chiave in Africa e in America del Sud”. Dozzine di chirurghi e di capitani a bordo delle navi dirette verso le piantagioni collezionavano anche animali e piante, che poi arrivavano negli studi dei ricercatori. I loro appunti e i loro scritti furono decisivi anche per Linneo, il padre della moderna classificazione dei viventi. Migliaia di reperti ottenuti grazie all’appoggio dei capitani di navi riempite fino a scoppiare di centinaia di Africani in catene sono ancora oggi non solo custoditi in tempi della ricerca scientifica come il Museo di Storia Naturale di Kensington, a Londra, ma vengono ancora usati per analisi genetiche. Kathleen Murphy, che insegna alla California Polythecnic University, così riassume: “Non accade spesso di pensare che gli spazi miserabili, disumani, disgraziati delle navi degli schiavi fossero anche spazi dedicati alla storia naturale”. 

Alexandre Antonelli, direttore della sezione scientifica dei Kew Gardens di Londra, che ospitano la più grande collezione al mondo di piante e funghi, ha ripreso la questione lo scorso 25 giugno, per sollecitare la partecipazione della scienza al dibattito sul razzismo contemporaneo: “per centinaia di anni, i Paesi ricchi del Nord hanno sfruttato le risorse naturali e le conoscenze umane del Sud. I botanici del periodo coloniale desideravano imbarcarsi per spedizioni pericolose in nome della scienza, ma alla fine ricevevano il compito di trovare piante che fossero fonte di profitti economici. Molto del lavoro di Kew nel XIX secolo era focalizzato sul movimento di queste piante all’interno dell’Impero Britannico, il che significa che anche noi abbiamo una eredità profondamente radicata nel colonialismo. Le tracce dello sfruttamento coloniale non sono endemiche solo nella botanica, sono dappertutto, a partire dalle diseguaglianze socio-economiche fino alle comunità marginalizzate, fino ai diamanti delle fedi matrimoniali. L’appropriazione indebita continua anche ai nostri giorni: “Gli scienziati si sono appropriati delle conoscenza delle popolazioni indigene e ne hanno sminuito la profonda complessità. I primi abitanti del Brasile e i primi raccoglitori di piante dell’Australia sono rimasti sconosciuti, senza nome, e senza compenso. Sono letteralmente invisibili nella storia. Questo deve cambiare”. 

Kris Manjapra ha condensato l’atteggiamento culturale europeo verso i neri attraverso l’espressione con cui Benjamin Disraeli, il grande politico inglese della fine dell’Ottocento, descriveva le Antille: “Le desolate Antille sono le pietre miliari attorno al collo della Gran Bretagna”. Le Antille erano i Caraibi, le isole delle piantagioni di zucchero: “qui c’è la tipica abitudine inglese di esternalizzare il problema della schiavitù come se si svolgesse in una remota distanza piuttosto che all’interno del cuore di tenebra della nazione”. Rispetto a quegli eventi, alcuni ormai antichi di secoli, dove ci troviamo noi? Ci troviamo in un punto della storia e della società umana che lo scrittore e giornalista americano Ta Nehisi Coates ha chiamato “reparation. Le riparazioni, nel contesto americano, sono il riconoscimento economico di secoli di diseguaglianza istituzionalizzata attraverso politiche abitative, sanitarie, educative, giudiziarie che hanno bloccato gli afro-americani in una cronica inferiorità materiale ed economica rispetto ai bianchi. Qui in Europa si parla anche di “restitution”, ossia di riconoscimento dei crimini contro l’umanità perpetrati dalle nazioni europee per fondare le loro ricchezze e le nostre società moderne, parlamentari e democratiche. Anche gli storici dell’arte africana che premono sui governi di Belgio, Francia e Germania per il ritorno in Africa delle sculture in legno e bronzo rubate dagli Europei oggi custodite nei magnifici musei etnografici di Tervuren, Parigi e Berlino, chiedono una restituzione. Non solo fisica (queste opere non appartengono all’Europa, ma ai popoli che le hanno concepite), ma anche culturale: potrà mai sorgere, ad esempio in Repubblica Democratica del Congo, una identità africana ricomposta e pacificata, se gli antenati sono lontani, in esilio su suolo europeo?

L’accademica americana Christina Sharpe, nel suo dolorosissimo eppure geniale saggio In the wake (edito dalla prestigiosa Duke University Press nel 2016), si è spinta ancora oltre su questa rotta. La Sharpe ha elaborato il concetto di “residence time”, cioè di tempo di residenza nell’oceano atlantico delle molecole organiche dei corpi delle migliaia di africani gettati fuori bordo perché malati, rivoltosi o in sovrannumero. I loro corpi, decomposti, sono diventati parte delle catene trofiche degli oceani del mondo e ancora oggi fluttuano lungo, attraverso e con le correnti oceaniche, passando attraverso le generazioni di specie animali che popolano gli abissi, nutrendo il nostro Pianeta con un passato che non potrà mai più scomparire.  

La Sharpe non esita a ricordare che anche gli africani morti nel Mediterraneo prima di avvistare le cose italiane, a Lampedusa, condividono con i loro antenati dell’Atlantico un identico fato biologico. La scia della nave negreriera, per Sharpe, è una condizione ormai inscritta nella storia umana e nel corpo di qualunque africano patisca ancora oggi le conseguenze dell’impianto dello schiavismo sulla struttura portante del metabolismo europeo. In uno dei suoi corsi intitolato Memory for Forgetting, la Sharpe propose ai suoi studenti (ricchi americani) un parallelismo tra la Shoah e la schiavitù negli Stati Uniti. I giovani esponenti delle future classi dirigenti  di professionisti da 200mila dollari l’anno non riuscivano a capacitarsi della logica dell’analogia storica. Nei campi di sterminio gli Ebrei morivano di fame e di cachessia, mentre i neri delle piantagioni della Virginia e del Mississippi avevano vitto e alloggio. Soltanto dinanzi alla storia di un sopravvissuto del campo di Chelmo, tratta dal documentario cinematografico di Claude Lanzmann, Shoah, un uomo che non avrebbe mai potuto tornare a vivere a Chelmo dopo che i suoi ex vicini non avevano mosso un dito per proteggerlo dalla brutalità omicida delle SS, questi giovani americani capirono che, forse, anche i neri di origine africana non possono vivere con serenità in una nazione che ne ha deciso la schiavitù per legge. “Questa è la condizione degli Stati Uniti dopo la Guerra Civile, per chi era stato uno schiavo e per i loro discendenti; ancora nella piantagione, ancora circondati da quelli che reclamavano un diritto di proprietà su di loro e che combattevano, e ancora combattono per estendere lo stato di cattura e di sottomissione in quanti più modi legali e illegali possibili, dentro il nostro presente”, scrive Sharpe. 

C’è una altra analogia su cui riflettere. Il passato storico non è mai chiuso nei depositi di un museo. Reclama di continuo il suo posto nel presente. Dopo il 1945 la civiltà occidentale ha inteso darsi una patina di verginità e di neutralità storica, che doveva escludere ogni crimine funzionale e strumentale fino all’avvento del Nazismo in Germania. Questo atteggiamento, se anche allora poteva avere una sua giustificazione morale, recuperare credibilità agli occhi della nostra coscienza, si è ritorto contro di noi. Fingere di essere stati umanisti convinti fino al gennaio del 1933 ha ossidato i nostri sensi e il nostro intelletto, impedendoci di vedere cosa stava accadendo alla struttura economica globale del mondo post Seconda Guerra mondiale. E così ora ci troviamo nel XXI secolo con una crisi di estinzione apocalittica, senza neppure averne cognizione. Eppure, non c’è destino di uomini che non sia destino di animali. E come il razzismo istituzionalizzato in secoli di storia, reiterando se stesso fino all’inverosimile, ha intaccato la resilienza sociale degli Stati Uniti, così la sua contropartita biologica ed ecologica – l’annichilimento delle specie animali – si espande ora sulle nostre società sfinite ed esasperate, compromettendo il futuro e condannando chi verrà dopo di noi. Per tutte queste ragioni, la memoria delle 270mila popolazioni animali perdute negli ultimi 5 secoli deve fondersi con la restituzione del ricordo di milioni di schiavi.