Un anno insieme

(It’s a shame to quarrel on Christmas day, Minami Moroashi 2015 – Charles Dickens Museum London )

Cari lettori, care lettrici,

Da qualche anno un post-it giallo campeggia sullo stipite della porta all’ingresso della mia cucina: “Believing in evolution is just a description about you”, ossia “Credere nell’evoluzione delle specie ti descrive”. Ti qualifica, rende noto il tuo carattere, è un indizio della concezione che hai della vita. Avventurosa e aperta al caso, oppure chiusa in se stessa e ostile all’ignoto. Il motivo per cui questo motto sta dove sta in casa mia è che, da sempre, penso che la biologia evolutiva, e quindi i fondamenti della evoluzione delle specie, oggi arricchiti dalla genetica, sia il faro nella notte nella protezione delle biodiversità. Troppo spesso gli ecologisti confondono il sentimentalismo con la scienza. C’è però un secondo motivo per cui il riferimento all’evoluzione delle specie domina i miei pensieri e i miei programmi. 

Io credo nell’evoluzione, proprio come atteggiamento, indole, Weltanschauung. Questo per me non significa solo che il caso (la mutazione a random che viene poi passata al setaccio della selezione naturale e diventa ereditaria) è il grande scultore del mondo vivente, ma anche che la sperimentazione (il fatto che ad ogni generazione siano possibili cambiamenti capaci di imprimere una certa direzione alla specie) dovrebbe essere la nostra migliore strategia psicologica nei marosi dell’esistenza. Al di fuori e ben al di là di opportunismi, meschinità di facciata, adulazione, tutte caratteristiche scambiate, ahimè, per virtù. 

Saper osare qualcosa di originale, questa è la lezione che dovremmo imparare dall’evoluzione degli esseri viventi.

Ed è questo lo spirito, il progetto, la colonna vertebrale di Tracking Extinction. Non basta fare informazione sulla sesta estinzione di massa, bisogna anche fornire una interpretazione di quanto accade al fenomeno della vita biologica. Serve un pensiero ben documentato, ma che sia un pensiero sulla scomparsa delle specie animali e vegetali dal nostro sguardo, dal nostro animo e dal nostro futuro. Serve il giornalismo e serve anche il racconto scientifico. Per tutte queste ragioni Tracking Extinction si distingue da ciò che trovate sulle principali testate giornalistiche italiane. 

Voi la sapete bene. 

Lo scorso ottobre mi è stato proposto di scrivere per uno di questi giornali. La proposta era condizionata all’accettazione, oltre che di una retribuzione da fame, di un piano editoriale preciso: “dobbiamo dare un messaggio positivo”. Ho rifiutato, dicendo un NO clamoroso. Non credo che sia compito di un giornalista fornire un messaggio comodo, di circostanza e abbastanza morbido da soddisfare il bisogno di comfort dell’establishment. Penso, invece, che ormai è indispensabile dire la verità. Anche quando in ballo c’è la sesta estinzione di massa, con tutte le sue ambiguità culturali ed ecologiche. 

Potete immaginare, suppongo, che scegliere di percorrere una via indipendente, senza la protezione di un editore big player, è una decisione non comune. Dimostra una certa intraprendenza. È una decisione che vien fuori da quel tipo di fede nell’evoluzione di cui vi parlavo prima. Questo è un magazine che accetta la sfida ed entra in partita senza trucchi: non uso le Adds di Google e di Facebook per avere traffico. In compenso, sapete bene che cosa avete letto e ascoltato qui: 60 articoli nel solo 2020, ossia 5 articoli al mese; 33 puntate del podcast, per un totale di 660 minuti di audio.

Per questo vi chiedo di chiudere questo 2020 con una donazione a Tracking Extinction. Se si crede in qualcosa, si è disposti ad andare fino in fondo. Altrimenti, è stato tutto uno scherzo, un gioco, una bagatella, la solita, vecchia storia di cuori spenti e menti annoiate.

Sono certa che voi siate molto di più. Grazie !

Auguri e, statene certi, ci vediamo nel 2021 !

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Apre lo Humboldt Forum, Berlino capitale d’Europa

Il primo museo europeo dell'Antropocene tra arte, colonialismo e storia occidentale. Apre lo Humboldt Forum, Berlino capitale d'Europa.
(Photo Credit: Humboldt Forum Press Office)

Il 16 dicembre sarà ricordato negli annali del vecchio continente come il giorno dell’inaugurazione del primo museo europeo dell’Antropocene. Un museo tra arte e colonialismo. Apre lo Humboldt Forum, ed è quindi Berlino la capitale d’Europa del XXI secolo. Lo Humboldt Forum della capitale tedesca sarà il luogo in cui contemplare gli effetti del collasso ecologico e le premesse coloniali dell’attuale assetto mondiale. Sui popoli, sulle foreste, sulle faune del Pianeta.

Un progetto nato quasi venti anni fa, emerso da polemiche politiche di ogni tipo (e nella ferma opposizione della comunità africana di Berlino) che tuttavia raccoglie e sintetizza le istanze culturali più controverse e significative del nostro secolo europeo. O meglio, post europeo. Una serata glamour, con il beneplacito delle istituzioni, marca il giorno zero di una impresa culturale senza precedenti.

Alle sette in punto di sera, infatti, in una diretta streaming worldwide, a metà tra una conferenza stampa e uno spettacolo di lussureggiante coreografia tecnologica, affidata al noto presentatore della ZDF Mitri Sirin in completo sartoriale verde scuro, è stato aperto ufficialmente lo Humboldt Forum di Berlino.

Il primo museo di questo tipo in Europa (Ambientalista, Etnologico, Ecologico, Storico), che, per quanto abbiamo visto mercoledì, sarà un esperimento aperto, e imprevedibile, su cosa è una collezione heritage oggi e su come costruire un linguaggio totalmente avventuroso sulla civiltà umana, geniale distruttrice del Pianeta Terra. 

Lo Humboldt sarà infatti luogo di commemorazione di delitti coloniali, un tribunale di denuncia dello schema di estinzione delle forme viventi animali e vegetali inscritto nella cavalcata trionfale della Modernità, una collezione dei simboli cangianti del genio umano chiamati arte.

Nessuna mostra qui dentro sarà solo una mostra a tema, anzi, ogni mostra sarà un connettore, un medium, per la comprensione e la contemplazione della totalità dell’esperienza dei Sapiens nelle geografie del Pianeta. 

Le origini dello Humboldt Forum

Personalmente, la prima impressione è che lo Humboldt sia un punto di sutura, e di crisi, che proprio nelle sue molteplici e insanabili contraddizioni riesce ad esprimere senza riserve la complessità del nostro secolo e la sua pericolosità forse fatale.

Una pericolosità che sta anche nella bellezza mozzafiato di un edificio i cui soffitti sono alti 40 metri, ridotto in polvere o poco più dalle bombe alleate del 1943-45, raso al suolo il 7 settembre del 1950 da Walter Ulbricht, Staatchef della DDR, in quanto “simbolo dell’assolutismo prussiano” e rinato sotto mentite spoglie nel 1976 come “palazzo della Repubblica Comunista”. 

Qui una galleria fotografica splendida dello Schloss dal 1900 al cantiere del 2012. 

Ora il palazzo del Kaiser, in tutto il suo splendore barocco, è tornato. In nome di una non temuta e non taciuta aspirazione alla supremazia in Europa, che Berlino, nel tono compiaciuto e sicuro della conduzione della serata, sbatte in faccia al resto del mondo proponendo, qui, una riconciliazione epocale sotto il segno di una potenza economica meritata e riconquistata. 

Un “cosmografo”, e cioè una installazione a moduli geometrici alta fino al soffitto, si è illuminata dei volti di tutte le persone collegate dal loro pc in diretta e poi, nel corso della serata, delle componenti iconografiche del museo.

Le statue ottocentesche, ancora nere delle bombe, recuperate e restaurate; i reperti medievali dell’antico monastero che sta nelle fondamenta dello Schloss, i capolavori dell’arte asiatica già disposti al primo piano.

Un sorta di passage alla Walter Benjamin, in cui diverse epoche sfumano in un tempo sospeso, il nostro, un tempo di transizione e di rischio, che ha sbriciolato la nostra idea di futuro. 

Un posto “di cui c’è urgente bisogno, che interroga direttamente le nostre società”, ha detto Hartmut Dorgerloh, il Sovrintendente Generale e Presidente del Consiglio Direttivo della Stiftung Humboldt Forum im Berliner Schloss, che è anche uno storico dell’arte e dal 2004 professore onorario alla Humboldt-Universität zu Berlin.

Sulla stessa linea Monica Gruetters, il Ministero tedesco della Cultura, che ha insistito sul fatto che lo Humboldt “è un patrimonio per il mondo, una cultura per l’umanità intera” proprio perché dimostra che noi Europei “non siamo al centro del mondo”, ma siamo in un mondo.

Le discussioni, anche incattivite, attorno ad una operazione di questo tipo valorizzano, secondo la Gruetters, la vocazione primaria dello Humboldt, che non è un punto di arrivo, ma un punto di partenza della riflessione dell’Europa su stessa.

La polemica sull’arte africana

Nessuno vuole negare infatti che la polemica sulla restituzione delle opere africane non si è mai placata. l’Archeologo George Okello Abungu, accademico di Cambridge e direttore generale dei musei del Kenya, ha detto in diretta che “se anche la questione della storia è molto difficile in questo luogo e su questi temi, be’, non c’è posto migliore per affrontare questa complessità”. 

Lo spostamento delle collezioni etnologiche comincerà l’anno prossimo: entro la tarda estate e poi sul finire del 2021 la prima parte dei reperti ed all’inizio del 2022 la seconda parte.

È stato ricordato in diretta che “la natura sta collassando davanti ai nostri occhi” e che lo Humboldt è il museo in cui prenderne coscienza.

Senza una prospettiva temporale, infatti, è impossibile capire che cosa ci sta accadendo. I volti delle statue annerite degli dei antichi Mercurio, Armonia e Meleagro che un secolo fa decoravano la facciata dell’edificio spuntano sul cosmografo come volti conosciuti, familiari, congeniti al nostro spirito stanco e assopito.

Non sono i volti di civiltà finite o di epoche consunte, sono i nostri stessi volti. È nella continuità, che annichilisce e decompone l’organico, preservando l’idea, che noi Sapiens troviamo le basi della nostra etica.

Ricostruire è dunque pensare. Vale nella scienza, e vale nella antropologia estetica di questo XXI secolo, in cui vediamo con lo stesso sguardo, cogliendone le somiglianze, i volti scolpiti nella pietra, nel legno, nel marmo, nell’avorio e nel bronzo, o dipinti ad olio su tela, le stesse forme genetiche di un animale maestoso che si muove in una terra selvaggia, lontana, eppure così vicina.

La fusione tra wilderness e arte

La fusione totale tra wilderness e arte, ecco di che cosa parlerà lo Humboldt negli anni a venire. 

Mentre quindi si fa cenno alle condizioni eccezionali di questa inaugurazione a causa della epidemia, spunta fuori il riferimento alla “grande moria – The Great Dying” del secolo XVI, quando le malattie esantematiche europee sterminarono i nativi americani contribuendo ad un cambiamento climatico oggi individuato nei carotaggi artici.

Di nuovo, attraverso il SarsCov2, scopriamo qualcosa che sta nei libri di storia. Il caos e la morte di massa non sono eventi eccezionali, ma strumenti di espansione e di costruzione di nicchia. E segnano battute di arresto dopo le quali nulla è più come prima. 

Questa è l’epoca in cui abbiamo scoperto che il nostro Illuminismo ereditato (progresso, tecnologia, materialismo e positivismo tecnologico, l’Illuminismo dei fratelli von Humbolt) non sono sufficienti per tenere il naso sopra la linea di galleggiamento.

O, per come la mette Amitav Gosh, collocando l’esplosione economica asiatica degli anni Novanta nella giusta prospettiva: “l’Asia ha interpretato un altro ruolo fondamentale nel dispiegarsi della Grande Cecità (l’indifferenza e l’inazione nei confronti del cambiamento climatico, NDR), ovvero quello del sempliciotto che, attraversando goffamente il palcoscenico, si imbatte senza rendersene conto nel segreto che è la chiave di tutta la storia”.

“Ciò che abbiamo appreso da questo esperimento è che gli stili di vita nati dalla modernità sono praticabili solo per una piccola minoranza delle popolazione mondiale (…) è stata dunque l’Asia a strappare la maschera al fantasma che l’aveva attirata sul palcoscenico della Grande Cecità, ma solo per ritrarsi inorridita da quel che aveva fatto; lo shock è stato tale che ora non osa neppure nominare ciò che ha visto – perché, essendo salita su quel palcoscenico, ora è in trappola come tutti gli altri. L’unica cosa che può dire al coro che aspetta di accoglierla nei suoi ranghi è: Ma voi avevate promesso…e noi vi abbiamo creduto!”.

L’intera specie umana è entrata in un caleidoscopio ermeneutico. Questo è lo Humboldt Forum.

Hartmut Dorgerloh ai microfoni della RBB – Rundkunft Berlin Branderburg: “questo sarò un luogo che porta l’Isola dei Musei nel 21 secolo, un luogo che è reattivo nei confronti della nostra epoca (auf unsere Zeit reagiert)” e cioè un luogo in cui “noi proviamo a capirci l’uno con l’altro su come il futuro che ci attende è una vita gli uni accanto agli altri e che abbiamo intenzione di vivere questa vita nella cooperazione reciproca”. 

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Il cimurro minaccia la tigre di Amur

Tigre di Amur. Credit: John Goodrich per Panthera Cats.
(Photo Credit: Panthera on Twitter, 16 giugno 2020)

Il potenziale esplosivo di un virus non riguarda solo le comunità umane. Ma anche i grandi carnivori, che sopravvivono in popolazioni frammentate e poco numerose. La tigre di Amur (Panthera tigris altaica), comunemente nota come tigre siberiana, è in cima alla lista.

Il patogeno killer è il cimurro canino (Canine morbillivirus), un virus della famiglia dei morbillivirus. I risultati di uno studio appena pubblicato sulla PNAS e condotto nell’estremo nord est della Russia (regione del Primorskii e del Sikothe Alin), in Siberia, l’ultimo habitat della tigre di Amur, conferma questa preoccupazione.

“Il cimurro è stato identificato per la prima volta fra le tigri di Amur nel 2003 e alcuni casi sono stati confermati nel 2010. Gli anticorpi per questa malattia non c’erano nei campioni di 18 tigri esaminati prima del 2000 e sono invece stati trovati in 20 delle 54 tigri prese in considerazione da allora. Il 54%”. 

Stiamo parlando di una specie che ad oggi conta meno di 554 individui allo stato selvaggio, la condizione perfetta perché un solo patogeno particolarmente mortale abbia un effetto catastrofico, insistendo sulla bassa diversità genetica della specie. 

Ma anche questa è una storia che racconta della linea di faglia sempre più rischiosa e pericolosa di “human encroanchment” e cioè del continuo incrocio tra esseri umani e faune selvatiche, perché il cimurro canino è un virus che ha come ospite di elezione il cane domestico.

Dove ci sono gli uomini, ci sono anche i cani, e dove ci sono tigri e cani a soccombere sono, ormai, le tigri.

Ma c’è una altra questione che emerge qui: la sovrapposizione di fattori ecologici differenti, che, mixati insieme, rendono sempre più difficili gli sforzi di conservazione e protezione di una specie, quando più punti critici vengono superati simultaneamente. A quel punto, l’equazione diventa non lineare e la buona volontà, o i nobili ideali attorno ad uno degli animali più belli del Pianeta, franano su una realtà fragilissima. 

Gli autori forniscono esempi di eventi devastanti che hanno già coinvolto altri carnivori, e il minimo comune denominatore sono patogeni virali provenienti dai cani domestici: “le malattie infettive sono sempre più spesso ritenute una minaccia di estinzione per i carnivori già in pericolo, e i virus, specialmente quelli associati al cane domestico, sono stati la causa del declino massiccio di diverse popolazioni”.

“Tra questi patogeni, il cimurro canino ha causato epidemie tra i leoni del Serengeti (Panthera leo), tra i lupi etiopi (Canis simensis) e tra le volpi della Channel Island, California (Urocyon littoralis)”.

Il rischio di estinzione per la tigre di Amur potrebbe essere fatale entro i prossimi 50 anni, se non si trova il modo di arginare la diffusione del cimurro canino.

Ma non sono soltanto i cani dei villaggi il vettore-ospite del cimurro, avverte questo studio a cui hanno collaborato alcuni tra i massimi esperti del grande gatto siberiano, come Dave Miquelle, della Wildlife Conservation Society, che ha trascorso ormai quasi 20 anni con le tigri. 

La Amur, infatti, caccia più mammiferi e vive in un habitat in cui ci sono 17 specie di carnivori, anch’essi potenzialmente ospiti del virus: “gli animali selvatici sono ospite-chiave per il cimurro canino e per la sua persistenza in tutto l’estremo oriente russo e sono una importante fonte di contagio per le tigri in questa regione. Ci sono diversi circuiti potenziali di trasmissione del virus dai carnivori selvatici alle tigri”.

“La recente scoperta del virus del cimurro in un cane procione (Nyctereutes procyonoides) ucciso da una tigre nel Primorskii meridionale suggerisce che la predazione sia uno di questi circuiti di infezione. Specie suscettibili (che includono la donnola siberiana, Mustela sibirica, lo zibellino, Martes zibellina, e il cinghiale selvatico) sono stati osservati attorno ai siti di uccisione delle prede della tigre e per questo costruiscono una possibile opportunità di trasmissione indiretta”. 

Individuare tutti gli ospiti per delimitare una area di rischio per la Amur è di fatto impossibile in una area estesa, con temperature polari in inverno e tagliata fuori da linee di comunicazione facilmente percorribili. Dove domina la tigre la taiga a conifere è incontrastata. Anche per questi motivi, finora, l’attenzione di tutti è stata su campagne di vaccinazione circoscritte ai cani domestici. 

L’obiettivo di questo studio è stato quindi raccogliere e valutare dati epidemiologici che facessero chiarezza sulla importanza nella trasmissione del cimurro alle tigri dei cani, appartenenti a 37 villaggi, e di 8 specie di ospiti selvatici. I campioni sierologici delle tigri sono stati raccolti dal 2000 al 2014 nella Lazovskii Zapovednik e nella leggendaria Sikhote-Alin Biosphere Zapovednik. 

“I dati genetici (sui ceppi di virus, ndr) mostrano che virus strettamente imparenti stanno infettando un ampio gruppo di carnivori selvaggi che funzionano da ospite attraverso una estesa area geografica già da parecchio tempo, ma non ci sono prove di una correlazione con i virus che, invece, circolano tra i cani domestici in questa stessa regione (…)”

“Il punto centrale è che, anche senza una comprensione completa del cimurro nei cani, abbiamo ormai sufficienti evidenze per suggerire che interventi focalizzati esclusivamente sui cani domestici non sarebbero efficaci nel prevenire l’infezione delle tigri, proprio per il ruolo degli animali selvatici”. 

In uno studio del 2009 apparso sulla ANIMAL CONSERVATION della Zoological Society London (ZSL) questo contesto ecologico appariva già preoccupante: “molti patogeni, e in particolare i virus, hanno una propensione a cambiare ospiti ed anche ad infettare la stessa popolazione ospite con risultati anche molto differenti”.

“Le co-infezioni, fattori ambientali e una miriade di fattori connessi al tipo di ospite possono interagire provocando una certa suscettibilità alla malattia. Ciò che è chiaro è che coloro che amministrano la fauna selvatica devono ormai essere preparati all’emergere di nuove malattie. Mentre il contatto tra animali domestici e specie selvatiche aumenta e le condizioni ambientali mutano, nuovi schemi di patologie a danno della wildlife, e quindi nuovi schemi di mortalità, verranno inevitabilmente a galla”. 

Gli autori suggeriscono che la vaccinazione delle ultime tigri siberiane sia l’unica via per arginare l’infezione e abbattere il rischio di estinzione, ma seguendo un “low-coverage vaccination approach” e cioè un programma di vaccinazione graduale.

Il team di ricercatori ha già testato una strategia del genere in una ridottissima popolazione di Amur in prossimità del Land of the Leopard National Park, con risultati incoraggianti. “La vaccinazione annuale di 2 tigri per anno ha  ridotto la probabilità di estinzione entro 50 anni dal 15.8% al 5.7%, con un costo annuo, per la campagna, di meno di 30mila dollari americani”.

Questa sub-popolazione è “di grande valore per la conservazione della specie, come fonte per ri-colonizzare il nord est della Cina”. 

Tutto questo conferma che, per quanto fragili, gli sforzi di recupero numerico di una specie ridotta a poche centinaia di esemplari sono la strategia di lungo periodo più efficace contro l’intero comparto di fattori distruttivi che nei prossimi decenni andranno intensificandosi.

Perché è la quantità di individui di una singola specie l’indice definitivo e inequivocabile del successo nella protezione di un habitat e di tutti i suoi attori, predatori di vertice compresi. 

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La pandemia e la crisi del Trecento

Le analogie storiche sono una grande tentazione. Il loro scopo è portare conforto in un presente disordinato, e angosciato. Ma, anche quando una analogia funziona, non sempre il prisma delle somiglianze viene colto nella sua ampiezza.

Da marzo circolano su YouTube alcune lezioni del professor Alessandro Barbero sulla “crisi del Trecento, il brusco cambio di passo nella cultura, e nell’economia, medievali che, nell’immaginario collettivo, è identificato con l’epidemia di peste del 1348, quella del Boccaccio e del Decameron fiorentino. 

A questo punto della nostra epidemia globale, non è però tanto l’analisi delle cause della frattura del Trecento discusse da Barbero che dovrebbe attirare la nostra ansiosa attenzione, quanto piuttosto la sua disamina dell’atteggiamento psicologico che dominava l’Europa in un momento in cui, a partire dal 1315, con il primo fallimento nei raccolti a causa di una stagione insolitamente piovosa e fredda, cominciò a prendere corpo la consapevolezza che il mondo era diverso da come era stato descritto e percepito per secoli. 

L’Europa, argomenta Barbero, usciva da un lunghissimo periodo di crescita economica e il Medioevo stesso, fino ad allora, si configurava come un arco di tempo di enorme durata.

È questa coscienza inconscia di una continuità ormai solida, consolidata, che rende lo shock del 1315  (e poi dei successivi raccolti di grano finiti marciti, nel 1316 e nel 1317) così sorprendente, devastante e cupo.

“Da secoli gli uomini in Europa sentono di vivere in un mondo razionale, che funziona, un mondo dove un uomo può vivere bene usando la sua intelligenza. L’Europa era ottimista – spiega Alessandro Barbero – ed abituata a crescere, ma questa crescita, ad un certo punto, si inceppa”. 

Quando una civiltà si sente sicura delle proprie premesse, quando avverte nella propria struttura economica e produttiva una conferma delle sue convinzioni culturali e religiose, nutre e sostiene una società che pensa se stessa come definitiva e forte.

Per quanto la tradizione possa dunque fornire esempi di brusche interruzioni, una civiltà capace di una notevole solidità interna non è più abituata ad ipotizzare una catastrofe collettiva.

La percezione di avere alle spalle un tempo lunghissimo in cui “è sempre andata così” diventa quindi un fattore di coesione sociale robustissimo, che però disarma le intelligenze dinanzi alla imprevedibilità dell’accadere storico, e delle faccende naturali. Questa è una prima, impressionante somiglianza tra il nostro 2020 e la frattura del Trecento.

Anche noi, come gli uomini e le donne del Trecento, siamo infatti avvezzi a pensare alla civiltà contemporanea come ad un blocco di convenzioni, idee, modi di produzione sbozzato e levigato una volta per tutte.

Non solo il migliore mai progettato da mente umana, ma soprattutto l’apogeo di un processo di conquista di diritti fondamentali (divorzio, aborto, riscaldamento domestico, frutta esotica in inverno, aria condizionata, carne in tavola tre volte la settimana, voli aerei intercontinentali).

Che tutto questo possa franare perché si regge su premesse ecologiche e biologiche altamente misconosciute o sottostimate, è considerato un pensiero disfattista, sciocco e insensato. Della vita moderna la gente comune non coglie più le fondamenta, ma soltanto il comfort e la bellezza. 

E infatti, ciò che risalta con maggiore e negletta evidenza in questo ultimo mese del 2020 è il silenzio sulle cause ecologiche, e quindi il valore ecologico, della pandemia. Stregati e ammaliati da un velo di Maja ricamato ad arte, sembriamo parlare di tutto fuorché di ciò che realmente è accaduto e sta accadendo. Lasciamo che i fatti stessi (una aberrante intrusione nella vita animale non addomesticata) sfumino, lasciando spazio ad una suggestione politica e sanitaria. 

Ci salverà un vaccino, e poi torneremo alla vita di prima. Nessuno, o poco più, nemmeno negli ambienti dove si discute di un reset verde degli assist economici europei, pare accorgersi della enormità e della scala del sintomo globale che il SarsCov2 ha potentemente sbattuto in faccia a quasi 8 miliardi di esseri umani. 

Secondo Barbero, il cambiamento climatico del XIV secolo (che ora i climatologi definiscono “Piccola Età Glaciale” e che era destinato a durare per 5 secoli, fino alle soglie della Rivoluzione Industriale) e una generale condizione di sovrappopolazione furono tra le cause del disastro continentale.

In un primo tempo, dinanzi alla penuria alimentare si pensò “se dobbiamo produrre di più, metteremo a coltura più terra”, ma “anche se semini cereali a 1000 metri di altezza, come la segala, queste terre renderanno pochissimo e presto il suolo si esaurirà”. Al volgere della metà del secolo è chiaro quindi l’impensabile: “non ci si può più allargare: è stato raggiunto un limite”.

La grande illusione del volgere del 2020 è la rimozione di una consapevolezza analoga.

Che cioè noi si sia giunti ad una frattura epocale, oltre la quale non c’è più il bengodi di un benessere sognato e politicizzato sino all’esasperazione, ma una fatica di vivere di nuovo stampo, esausta: l’effetto rebound di una interpretazione scorretta e fuorviante di noi stessi che va avanti, questa sì, da alcuni secoli ormai. 

In altre parole, ciò che nei prossimi anni a noi vicini diverrà sempre più manifesto è che la modernità stessa è entrata in crisi, per il semplice fatto che non è più in grado di reggersi da sola senza riforlumarsi al cento per cento.

È questa riformulazione il senso ultimo della retorica della sostenibilità economica, che tuttavia, come si vede, si spinge ben oltre, per l’ampiezza dei valori culturali e sociali in gioco, un impianto solare o qualche pala eolica.

Per superare la pandemia, bisogna cominciare a pensare sui tempi lunghi. Come i climatologi, i fisici, gli archeologi e i paleontologi.

Ma il sentimento, perché di una affezione emotiva si tratta, di appartenere ad una civiltà definitiva e ormai solida è radicato in un paradosso. Max Weber lo chiamava disincantamento del mondo.

Ossia l’affermazione del pensiero razionale con metodo scientifico, che, facendo forza sulla leva di Archimede del calcolo matematico, è capace di spiegare le forze naturali, di usarle a suo vantaggio e di progettare tecnologicamente.

Il disincanto del mondo ci ha regalato, secondo Weber, un formidabile ottimismo e una inusitata fiducia nella infinita ricchezza della vita.

Come la scienza è eterna nel suo sorpassare con nuove scoperte quelle del passato, così la nostra esistenza è aperta, nella solidità fornita dal pensiero intellettualistico, ad una sperimentazione infinita: “la vita individuale dell’uomo civilizzato, inserita nel ‘progresso’, nell’infinito, non potrebbe avere, per il suo senso immanente, alcun termine. Infatti c’è sempre ancora un processo ulteriore da compiere dinanzi a chi c’è dentro; nessuno, morendo, è arrivato al culmine, che è posto all’infinito”.

“Abramo o un qualsiasi contadino dei tempi antichi moriva ‘vecchio e sazio della vita’ poiché si trovava nel ciclo organico della vita, poiché la sua vita, anche per quanto riguarda il suo senso, gli aveva portata alla sera del suo giorno ciò che poteva offrirgli, poiché per lui non rimanevano enigmi che desiderasse rivolvere ed egli poteva perciò ‘averne abbastanza’. Ma un uomo civilizzato, il quale è inserito nel processo di progressivo arricchimento della civiltà in fatto di idee, di sapere, di problemi, può diventare sì ‘stanco della vita’, ma non sazio della vita. 

Di ciò che la vita dello spirito continuamente produce egli coglie soltanto la minima parte, e sempre soltanto qualcosa di provvisorio, mai di definitivo: perciò la morte è per lui un accadimento privo di senso. E poiché la morte è priva di senso, lo è anche la vita della cultura in quanto tale, che, proprio in virtù della sua ‘progressività’ priva di senso imprime alla morte un carattere di assurdità”. 

Non c’è dubbio che queste figure culturali ormai congenite nella nostra civiltà umana siano a fondamento di molti dei nostri atteggiamenti pubblici, sfruttati dalla pubblicità come amplificatori del senso della vita, ad esempio nella interpretazione della vecchiaia, della progettazione narcisistica di se stessi e, infine, nella rimozione della catastrofe ecologica dell’orizzonte del possibile.

Se siamo convinti, e lo siamo, che il senso della vita stia in un miglioramento progressivo dell’ordine materiale delle cose, allora per noi la constatazione della impossibilità di mantenere efficace e produttivo questo processo coincide con il crollo di certezze psicologiche profonde.

Il lavoro di rafforzamento e di consolidamento della presa umana sul Pianeta e le sue risorse naturali ha richiesto una costanza e una dedizione inimmaginabili per noi, che veniamo alla fine di questo percorso storico.

Ma questo lavoro non è avvenuto in sordina, ha invece continuamente emanato, come prodotto di scarto, una assuefazione sempre più insensibile ai suoi risultati e ai suoi successi.

L’assuefazione è un genere di illusione. Inganna, froda e manipola.

E maschera la realtà di finzione, facendo invece di questa finzione una realtà alternativa. Questo è lo scenario comune di un 2020 che non si chiude “senza il Natale”, ma senza neppure l’ombra di un principio di realtà. 

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I musei europei raccontano l’Antropocene

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I musei europei raccontano l’Antropocene. Sono i luoghi di elezione in cui scoprire il mistero della nostra specie. Le grandi collezioni artistiche e naturalistiche europee sono state create al culmine del colonialismo globale. Descrivono l’affermazione e il ruolo del genio europeo nella costruzione del dominio della cultura umana sul Pianeta. Racchiudono quindi le origini e le cause del collasso ecologico a cui diamo il nome di Antropocene.

In queste istituzioni questa consapevolezza storica acquisisce oggi un peso politico.

Quasi due secoli fa, Herman Melville immaginò nel Pequod guidato dal capitano Achab gli Stati Uniti stessi, in viaggio verso un ignoto megalomanico e autodistruttivo. Quell’ignoto era la folle corsa all’accumulazione di ricchezza, simboleggiata dallo sterminio delle balene negli oceani del Pianeta. La caccia alla balena bianca era il culmine della spinta tecnologica, ma anche una follia dall’esito fatale. La civiltà americana mostrava il suo vero volto nel volto di Achab.

Qualcosa di analogo accade ai grandi musei europei. Una tempesta annerisce di nubi la linea dell’orizzonte, in pieno oceano. Ma è una tempesta che farà spazio al vento in poppa. La nuova rotta: riconoscere e ammettere come ebbero origine le collezioni artistiche, e pure quelle naturalistiche. E aggiungere così importanti dettagli alla comprensione della storia dell’Antropocene. Delle sue origini culturali. Schiettamente europee.

Non è un passaggio di poco conto. Anzi, è una rivoluzione. La trasfigurazione dei musei da cattedrali indiscutibili di una supremazia millenaria a templi di un ripensamento complessivo dell’avventura dei Sapiens sul Pianeta.

Tutto è cominciato con il dibattito sulla restituzione delle opere d’arte africane custodite nei musei etnografici europei. Quel che fino a un paio di anni fa (prima di Greta Thunberg, prima di Black Lives Matters e prima del SarsCov2) sembrava solo un bisticcio per diplomatici e accademico attorno ai capolavori ed ai reperti conservati al Tervuren, in Belgio, al Museé du Quai Branly, a Parigi, allo Humboldt Forum, a Berlino, e al British Museum, a Londra, è diventata una critica totale sulla identità classica di queste istituzioni, avviate a ripensare se stesse su una scala dirompente. 

L’origine coloniale delle collezioni

L’assunto di partenza è che le istituzioni culturali non possono più funzionare come torri d’avorio isolate dal contesto ecologico. Anzi, sono chiamate a prendere una posizione sulla catastrofe ecologica. Le ragioni sono molteplici.

I musei sono protagonisti del modo in cui la società civile pensa ed elabora la crisi di estinzione della nostra epoca: “mentre la scala e la urgenza del cambiamento climatico possono spesso sembrare travolgenti, i musei stanno soltanto ora cominciando a riconoscere di avere un ruolo cruciale da giocare nel dar forma alla risposta che la società saprà dare a questa crisi”, hanno scritto Rodney Harrison Harrison e Colin Sterlin su THE CONVERSATION, in un essay che rimarrà come pietra miliare della neonata liason tra ambientalismo maturo e politica culturale sui beni heritage della nostra Europa.  

Questo significa che il patrimonio culturale ed artistico non è solo uno scrigno di bellezza. O uno specchio di contemplazione della creatività umana. Racchiude qualcosa in più.

Harrison (che insegna alla UCL di Londra proprio Heritage Studies) e Sterlin (fellow della AHRC Research presso l’Istituto di Archeologia della UCL, dove si occupa di “heritage, museums, cultural memory and the Anthropocene”) propongono, quindi, di passare da una lettura settoriale, superficiale e cementificata sul presente dei problemi ambientali ad una comprensione tridimensionale.

Aprendo le collezioni e i musei al prisma della interpretazione storica ed ecologica.

“Come molti studiosi hanno mostrato, le nozioni gerarchiche di razza e cultura, che i musei hanno contribuito a sviluppare e perpetuare, sono state il presupposto di pratiche violente, ovunque nel mondo, e continuano ad esserlo anche oggi”.

“Queste idee rafforzarono anche la visione dell’Europa come felice eccezionale, che aiutò a consolidare e giustificare una relazione nociva con il mondo naturale, incoraggiando a sua volta l’ideale del progresso  e la comprensione della natura esclusivamente come risorsa. Questo atteggiamento è stato ripetutamente messo in discussione come parte di una riforma di queste istituzioni che sia complessiva, antirazzista, anticoloniale e a favore dell’ambiente”. 

È privo di senso, dunque, insistere nel tenere separati, e rigorosamente indipendenti, il discorso sull’arte ereditata (l’immenso patrimonio occidentale ed europeo in particolare) e lo studio scientifico delle collezioni naturali, che ha nella tassonomia e nella ricerca genetico-molecolare i suoi capisaldi. Tutto ciò che noi Sapiens sappiamo sul mondo si sovrappone a tutto ciò che abbiamo fatto nel mondo.

Il nuovo ruolo dei musei in Antropocene

Il posto e la funzione sociale dei musei non può che cambiare in Antropocene.

“Certo non tutti i musei portano il peso delle radici coloniali che permeano il British Museum, eppure la premessa centrale della raccolta di oggetti provenienti dalla natura e di oggetti di origine culturale allo scopo di raccontare un certo tipo di storia ha forgiato il modo in cui la società globale intende oggi la sua posizione nel mondo. (…) L’idea che gli esseri umani esercito ogni sorta di supremazia sulla natura è sempre stata il prodotto di una illusione”.

“I musei – ‘ questi simboli di etilismo e di sobrio immobilismo’, come li definì una volta l’antropologo James Clifford – hanno contribuito a rafforzare questa visione del mondo per troppo tempo. Re-immaginare i musei come pilastri della battaglia contro il cambiamento climatico significa qualcosa di più che pagare il ticket della sostenibilità, riciclando e riducendo le emissioni, per quanto anche queste decisioni siano importanti”.

“Ma questa virata significa soprattutto fare i conti, storicamente, con il ruolo che i musei hanno giocato nel dare sostengo alle principali cause del cambiamento climatico, non meno del colonialismo e del capitalismo (almeno per come lo conosciamo ora) e della modernità industriale”. 

Foreste tropicali

Un esempio di questo nuovo approccio è lo stesso museo di Tervuren – Royal Museum for Central Africa, in Belgio, la raccolta di di arte africana del bacino del Congo più importante del mondo. In questo museo la ricerca in campo biologico è affiancata alla divulgazione e alla conservazione dei manufatti artistici e di valore etnografico (120 mila pezzi), anche grazie alla enorme mole di reperti custoditi: qualcosa come 10 milioni di reperti zoologici (alcuni antichi di secoli e dunque appartenenti, verosimilmente, anche a popolazioni animali oggi estinte) e 80.000 campioni di legno da specie arboree della foresta tropicale del Congo.

Lo scorso 5 marzo è uscito su NATURE (in prima pagina) uno studio sulla capacità delle ultime, grandi foreste tropicali umide del mondo di assorbire anidride carbonica e quindi di mitigare l’effetto del riscaldamento dell’atmosfera terrestre.

Wannes Hubau, uno dei ricercatori coinvolti, fa ricerca al Tervuren nel campo della “wood biology”, con incursioni nella “storia della vegetazione africana” e nella archeo-botanica.

Anche il Tervuren seguì l’esempio del numero di marzo di NATURE, pubblicando nella home page del museo la foto della cover della rivista.

Lo studio tracciava un impressionante ponte cronologico nella comprensione della fisiologia delle foreste tropicali umide: “abbiamo raccolto, compilato e analizzato dati da foreste strutturalmente intatte e di antica crescita selezionate dallo African Tropical Rainforest Observation Network27 (217 siti) e da altre fonti (27 siti), in un periodo che va dal 1 gennaio 1968 al 31 dicembre 2014”.I risultati sono più che inquietanti: “prevediamo che, entro il 2030, la ‘carbon sink’ (lo stoccaggio di anidride carbonica) nella biomassa vegetale viva sopra il suolo delle foreste tropicali intatte dell’Africa declinerà del 14% rispetto al periodo 2010-15 (…) la carbon sink amazzonica continua invece il suo rapido declino, che raggiungerà lo zero di assorbimento di CO2 nel 2035”.

Poiché le foreste tropicali svolgono un ruolo determinante nello stabilizzare il clima terrestre, il fatto che assorbano meno anidride carbonica perché la loro struttura si sta modificando proprio a causa dei cambiamenti climatici, avrà delle conseguenze precise.

Storicismo ecologico

Il “museo Antropocene” è per forza di realtà ispirato e condizionato da un rinnovato storicismo. Se aveva ragione il Dilthey, affermando che “il senso e il significato sorgono solo nell’uomo e nella sua storia”, attraverso la instancabile fluidificazione delle forme, delle interpretazioni e delle esperienze storiche, allora è verosimile che la presa di posizione dei Musei europei a favore di una discussione pubblica sul significato delle collezioni sia una svolta poderosa e viva nella direzione di una coscienza ecologica pervasiva e diffusa. 

“Penso che ogni collezione d’arte racconti, da un punto di vista unico, la storia dell’umano. Con tutte le sue conquiste, con tutte le sue sconfitte”, ha detto Tomaso Montanari, raggiunto via email su questo argomento. “Non solo delle imprese esterne, ma anche di quelle interne, dello spirito. Della lotta con i nostri demoni interni. È un percorso di liberazione”.

E ogni riconoscimento è una forma di liberazione: “esattamente un anno fa, l’11 novembre 2019 la National Gallery of Scotland rilasciò un comunicato in cui diceva: ‘riconosciamo che abbiamo la responsabilità di fare tutto quello che possiamo per uscire dall’emergenza climatica. Da molte persone, l’associazione di questo premio con BP (British Petroleum) è considerata in contrasto con quell’obiettivo”.

“E dunque, dopo attenta considerazione, i Trustees delle National Galleries of Scotland hanno deciso che questa sarà l’ultima volta che ospiteranno questa mostra nella forma attuale’. Parole sobrie e misurate: ma così clamorose da far subito il giro del mondo”, aggiunge Montanari.

“Pochi mesi prima, 78 protagonisti del mondo dell’arte inglese (tra cui Anish Kapoor e Gary Hume),avevano chiesto alla National Portrait Gallery di Londra di troncare i rapporti con BP, accusata di ‘investire il 97 % del suo capitale disponibile nello sfruttamento di combustibili fossili e il 3 % in energie rinnovabili’.

L’evento scozzese era organizzato in partnership proprio col museo londinese, che ora si trova più solo nella difesa della sponsorizzazione petrolifera. In ottobre i soldi BP erano stati già abbandonati dalla Royal Shakespeare Company, e gli attuali destinatari delle campagne anti-fossili sono nientemeno che il British Museum e la Royal Opera House”. 

Una eco di questo sisma europeo s’è avvertito anche in Italia: “i riflessi italiani della coraggiosa scelta del museo scozzese possono essere su un duplice livello. Da una parte è sperabile che essa agisca in senso letterale: e cioè che ai colossi petroliferi (a partire dalla nostra Eni) sia interdetta la possibilità del greenwashing (cioè della ‘ripulitura ambientalista’) attraverso la sponsorizzazione di musei, mostre e restauri.

Si può rammentare, per esempio, il restauro della Basilica di Collemaggio all’Aquila, finanziato dall’Eni, che comportò l’intitolazione a Enrico Mattei del parco antistante”.

“Ma c’è anche una chiave di lettura più larga: e insieme più problematica e ancora più promettente. E questa chiave riguarda il rapporto tra i musei e il mercato: che negli ultimi anni in Italia si è così cementato da fare proprio del petrolio la chiave della più abusata metafora pronunciata da ministri e assessori ai Beni culturali.

Il patrimonio culturale come ‘petrolio d’Italia’. Se i musei e i curatori di mostre iniziassero a prendere le distanze dall’industria e dalla retorica del lusso, dai marchi di moda, e da tutti gli interessi che usano l’arte per alimentare i bisogni indotti e la suicida crescita infinita, forse sarebbe più semplice far passare l’idea che l’unico sviluppo a cui serve la cultura è il «pieno sviluppo della persona umana».

Sterminio di uomini e animali

Comprendere se stessi significa capirsi all’interno della propria epoca e in questo sforzo, titanico, perché dura una intera vita, le collezioni artistiche sono imprescindibili. Non saremmo umani se non sentiamo il bisogno di inventare l’evento artistico.

E nei secoli ormai trascorsi, che hanno posto le fondamenta dell’Antropocene, è capitato che la pittura riassumesse le forze consce e inconsce della spinta di espansione della civiltà occidentale, dentro i corpi di animali e  popoli destinati allo sterminio.

L’ha mostrato, con una impaginazione spettacolare ed accattivante anche per il più profano dei curiosi, The New York Times, proponendo una lettura interattiva di “The Death of General Wolfe”, il capolavoro di Benjamin West, dipinto nel 1770.

Il quadro ritrae la morte del generale inglese Wolfe sul campo di battaglia il 13 settembre 1759, in quella che passò alla storia come “battaglia delle pianure”, lo scontro che decise, fuori di Quebec City, la vittoria delle aspirazioni coloniali inglesi sugli analoghi progetti francesi nel contesto della Guerra dei Sette Anni, che Churchill definì la prima guerra davvero mondiale della storia. 

Il quadro divenne uno strumento di propaganda fenomenale per l’idea della supremazia inglese, della superiorità bianca ed europea e delle ragioni quasi mitologiche che sostenevano la colonizzazione del Nuovo Mondo: “uno pseudo-reportage in una grande architettura pittorica”. 

La morte di Wolfe è rappresentata come “una visione compressa di eroismo nazionale e di martirio individuale. Wolfe è il santo di un impero, che muore perché la Gran Bretagna possa governare il mondo”.

Wolfe è accasciato in una posa che ricorda la Lamentazione di Cristo del Botticelli, ma che risuona anche della suggestione della iconografica dell’antica Roma: “West incanalò questa iconografia cristiana in un apoteosi imperiale (…) la fiction del Nuovo Mondo”. Ed è così che il Nativo, un Moicano, inginocchiato ai suoi piedi, adornato di oggetti che oggi sono al British Museum, figura soltanto come un guerriero senza nome: “una anteprima dell’intero assetto del colonialismo, sordido, indelebile ed irreversibile. Una sorta di peccato originale”. 

Responsabilità collettiva

È questa irreversibilità che ci raccontano le collezioni heritage dei più importanti musei europei. Sulla impossibilità di tornare indietro affonda il suo mistero ogni forma di responsabilità personale e collettiva, che deve riparare il passato creando qualcosa di non ancora pensato.

Max Weber diceva che “la patria non è il Paese dei padri, bensì il Paese dei figli”. Ed è per questo che potremmo azzardare un ragionamento paradossale anche sulla questione delle restituzione delle opere d’arte africane. L’insistenza nel non accettare la restituzione, che può essere intesa anche come una arroganza perpetua impermeabile a qualunque revisionismo, che può essere anche biasimata come un affronto, potrebbe invece aiutarci a comprendere l’entità dei crimini di cui stiamo parlando.

I crimini di estinzione contro le faune di interi ecosistemi, l’alterazione degli equilibri ecologici di interi continenti, la sterminio e lo spostamento coatto di milioni di esseri umani non sono atti reversibili. Sono azioni umane, predeterminate, che hanno scolpito il mondo del XXI secolo in ogni sua molecola. 

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Gli effetti dei megaincendi sulla biodiversità

Gli effetti dei megaincendi sulla biodiversità
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Nei prossimi anni i megaincendi avranno un ruolo sempre più massiccio nel riconfigurare la biodiversità del Pianeta. Ridistribuendo le specie da un ecosistema all’altro, gli esseri umani hanno di fatto creato nuovi assemblage di animali che modificano la disponibilità di materiale infiammabile, il comportamento del fuoco e anche le dinamiche successive ad un incendio. Queste le conclusioni di uno studio di sintesi sugli incendi globali uscito su SCIENCE (Fire and Biodiversity in Anthropocene). Gli effetti dei megaincendi sulla biodiversità hanno già dimostrato di essere un driver potente di cambiamenti irreversibili. Tanto che oggi si potrebbe già parlare, accanto a biodiversità, di “pyrodiversity”.

Sappiamo già che le foreste del Pianeta hanno sete. Le siccità sempre più lunghe e sempre più intense hanno provocato uno stress idrico permanente. Se la siccità diventa severa l’albero entra più rapidamente in uno stato di difficoltà metabolica generale. Il risultato è l’aumento della mortalità degli alberi. Una constatazione che, da sola, basta a ridimensionare i facili entusiasmi per la “riforestazione” come strategia di mitigazione dell’innalzamento delle temperature.

I megaincendi in California, Australia e Siberia non sono, quindi, solo il sintomo del cambiamento irreversibile dei pattern climatici del Pianeta. L’intero “regime degli incendi” su scala globale è mutato e il fuoco è una ulteriore minaccia di estinzione per le specie animali e vegetali, su quattro continenti.

Si ritiene che nei prossimi decenni gli incendi saranno più numerosi non solo nelle foreste boreali del Canada e della Russia, ma anche nelle foreste miste e nella foreste a cespugli bassi dell’Australia, dell’Europa Meridionale (ad esempio in Sicilia) e negli Stati Uniti Occidentali. 

Così come per le “megadrought”, gli eventi di siccità estrema capaci di durare anni, anche i “megafire” sono ormai una realtà del XXI secolo, a causa del riscaldamento dell’atmosfera: “di fatto, proprio perché il cambiamento climatico ha spinto la porzione di oceano entro il circolo Polare Artico oltre il suo punto di non ritorno (tipping point), e ci aspettiamo quindi che l’Artico sia privo di ghiaccio in estate al crescere delle temperature globali, le siccità saranno peggiori e questo significa che il mondo è entrato nella era dei mega-incendi.

Secondo gli scienziati che li studiano, gli incendi di enormi proporzioni si comportano in un modo mai visto e quindi i metodi tradizionalmente usati per combattere il fuoco non sono adeguati a questa nuova realtà”“. Così YALE360, il magazine scientifico dell’Università di Yale, in un pezzo intitolato “The Age of Megafires”.

Ora l’assessment molto esteso sul ruolo crescente degli incendi sugli ecosistemi del Pianeta apparso su SCIENCE fa il punto sull’impatto che il fuoco avrà in futuro nel condizionare la sopravvivenza e la resilienza della biodiversità su quattro continenti. Bisogna ricordare che la biosfera ha anch’essa un ruolo nell’equilibrio del sistema climatico terrestre. La biosfera contribuisce infatti a mantenere e regolare la composizione chimica dell’atmosfera e quindi la temperatura della Terra.

“La conservazione della diversità biologica della Terra sarà possibile solo riconoscendo il ruolo critico del fuoco nel plasmare gli ecosistemi, e nel fornire una risposta. I cambiamenti globali nel regime degli incendi continueranno ed amplificheranno le interazioni tra fattori antropogenici”, avvertono gli autori.

Non ci sarà quindi solo un Pianeta più caldo nei decenni a venire, ma anche una biosfera differente. Il fuoco è uno dei fattori che renderanno gli habitat e la composizione di specie animali e vegetali che li abitano diversi da quelli attuali. 

Gli effetti del fuoco sul “mix biotico”

Il primo di questi aspetti ecologici è il cosiddetto “biotic mix” e cioè il puzzle di specie imposto dalle attività umane in ecosistemi che si sono evoluti con una composizione di specie animali e vegetali ormai alterato. “Gli esseri umani hanno redistribuito le specie sul Pianeta e facendolo hanno creato nuovi assemblage che modificano la disponibilità di materiale infiammabile, il comportamento del fuoco e anche le dinamiche successive ad un incendio”.

“In molte parti del mondo, le piante invasive hanno aumentato l’infiammabilità degli ambienti e la frequenza del fuoco. Anche gli animali invasivi possono alterare il regime degli incendi, perché condizionano la disponibilità del materiale organico che prende fuoco”.

“La distribuzione delle interazioni biotiche e la rimozione delle specie può influenzare il fuoco e i suoi effetti associati alla biodiversità. Evidenze sperimentali indicano che la rimozione dei grandi mammiferi erbivori in Africa e in Nord America, ad esempio, altera la struttura degli ecosistemi e aumenta gli incendi”. 

Il secondo aspetto riguarda la struttura ecologica degli ecosistemi con cui abbiamo a che fare oggi. Questi ecosistemi non sono più quelli di due o tre secoli fa e le strategie di protezione e di conservazione dell’imminente futuro non possono più escludere un deciso e pervasivo intervento umano: “ripristinare il regime storico degli incendi è spesso considerato il miglior approccio per la biodiversità e la resilienza ecologica”.

“E tuttavia, ricreare i regimi storici degli incendi in paesaggi già fortemente modificati dai cambiamenti climatici, dall’agricoltura e dalle specie invasive non necessariamente porta ad una conservazione efficace della diversità biologica. Conservare gli organismi richiede di comprendere come gli ecosistemi possono risponde agli incendi che sono a loro volta soggetti a nuovi fattori di stress”.

“Lo studio e la misurazione diretta delle specie, delle popolazioni e degli ecosistemi, il modo in cui cambiano nel corso del tempo, è questo che ci aiuterà a identificare le caratteristiche degli incendi che possono dare una mano alla biodiversità. La strada davanti a noi, quindi, impone una conoscenza approfondita dei paesaggi sia storici sia attuali”. 

Dove il fuoco manca (e servirebbe)

E se da millenni il fuoco sbozza l’ecologia degli habitat del Pianeta, con o senza l’intervento di noi umani, nel XXI secolo incendi disastrosamente estesi provocano danni paragonabili alla scomparsa totale del fuoco là dove gli incendi dovrebbero invece funzionare come fattori attivi nella costruzione della biodiversità, ad esempio favorendo la germinazione dei semi. 

Bisogna considerare che le foreste del Pianeta sono già in declino a causa delle siccità e degli incendi. Molte specie di alberi non si sono evolute per sopravvivere in regimi climatici disastrosamente caldi come quelli sperimentati negli ultimi 3 anni. E soffrono di uno stress termino che aumenta la loro mortalità.

È quindi ormai indispensabile studiare anche la “pyrodiversity”, ossia la relazione tra la biodiversità rimasta e le variazioni spaziali e temporali degli incendi: “ad esempio, una valutazione continentale dei sistemi a savana in Africa ha mostrato che la pirodiversità era importante nelle savane umide”.

“Queste regioni, che hanno una grande variabilità nel volume, nella intensità e nella ricorrenza degli incendi, avevano il 27% in più di specie di mammiferi e il 40% in più di specie di uccelli rispetto alle aree con una minore variabilità nel tipo e nel numero di incendi”. La defaunazione degli ecosistemi comincia a produrre conseguenze anche sul regime degli incendi.

Gli incendi del XXI secolo interferiscono, modulano e plasmano il rischio di estinzione: “molte specie si sono adattate ad uno specifico regime di incendi, e quindi cambiamenti sostanziali al tipo di incendio possono compromettere le popolazioni di quelle specie e alterare gli ecosistemi”.

E’ quindi ormai indispensabile non solo capire cosa succederà alla biodiversità nei decenni a venire, ma anche la pyrodiversity, e cioè la relazione tra la biodiversità rimasta e le variazioni spaziali e temporali degli incendi.

“Per gli animali, i cambiamenti nella frequenza e nella intensità del fuoco possono significare una minore disponibilità di risorse chiave nella ricerca del cibo e di un riparo, limitare la loro capacità di colonizzare di nuovo l’habitat che va riprendendosi dal fuoco, e, nel caso di incendi di vaste proporzioni, aumentare la mortalità”. 

Gimnosperme a rischio di estinzione

Ci sono delle evidenze numeriche degli effetti di queste interazioni ecologiche, combinate all’alzarsi delle temperature e alla continua espansione delle attività economiche umane: “più di 4400 specie terrestri e di acqua dolce appartenenti a un vasto gruppo di taxa e di habitat fronteggiano minacce associate ad un diverso regime di incendi (…) le gimnosperme ( come le conifere, ndr) sono più a rischio di estinzione: il 28% di taxa già classificati come in pericolo, criticamente in pericolo o vulnerabili (IUCN Red List)”. Le specie di savana sono le più minacciate (28%), seguite dalle specie di prateria (26%), delle aree montane (26%), delle praterie a vegetazione bassa (26%) e delle foreste (19%)”. 

Gli autori suggeriscono nuovi modi di considerare il fuoco all’interno degli schemi di protezione della natura. Alcune delle loro proposte prevedono un intervento diretto sul fronte della genetica di specie e delle genetica di popolazione, due aspetti che in genere il grande pubblico sottovaluta quando pensa alla salvaguardia di animali e piante nei loro ambienti originari. 

La prima proposta è di abbinare in modo sistematico i modelli di studio che simulano la dinamica degli incendi con le proiezioni che riproducono la distribuzione delle specie, in modo da poter ipotizzare che cosa succederà nei diversi scenari climatici che, a loro volta, condizioneranno il regime degli incendi. 

Una seconda linea di azione insiste sulla strutture biologica stessa degli ecosistemi: “tra le strategie emergenti c’è la reintroduzione di mammiferi che riducono il materiale infiammabile, barriere verdi che comprendono piante a bassa infiammabilità, lasciare che gli incendi procedano in condizioni adeguate, una gestione genetica, e quindi evolutiva, delle popolazioni attraverso un uso di nuovi genomi”. 

A sostanziare queste ipotesi di lavoro ci sono considerazioni analoghe a quelle che stanno a fondamento delle evidenze sulla necessità di aree protette transfrontaliere su scala continentale, ossia di habitat meno frammentati possibili, che garantiscano il flusso di geni tra le popolazioni di una stessa specie, abbassando così il rischio complessivo di estinzione dovuto a impoverimento del pool genetico e all’effetto combinato di fattori di stress ambientale.

“Gli approcci fondati su informazioni di tipo evolutivo per gestire interi ecosistemi sono una prospettiva relativamente più nuova. Le opzioni per costruire una resilienza ecologica al fuoco includono la gestione di popolazioni animali più grandi e meglio connesse, in modo da assicurare la variabilità genetica”.

Un approccio evolutivo anche per gli incendi

“Un approccio ancora più radicale è usare le traslocazioni (spostare individui di una specie da un ecosistema all’altro, all’interno dello home range storico della specie o anche in nuovi territori, NDR) per rafforzare il flusso di geni e accrescere la adattabilità di una specie ad ambienti adatti al fuoco”.

È uno schema che può essere applicato anche alle specie vegetali: “Conoscere la variazione intraspecifica in alcuni tratti di alcune piante, come ad esempio il tempo necessario per raggiungere la maturità riproduttiva, potrebbe tornare utile agli amministratori di alcuni territori per selezione le popolazioni di piante da spostare altrove, scegliendo quelle meglio equipaggiate per entrare in relazione con i cambiamenti nella frequenza degli incendi”. 

In uno studio pubblicato nel 2010 da un team di ricercatori australiani su EVOLUTIONARY APPLICATION (Building evolutionary resilience for conserving biodiversity under climate change) i motivi per cui è indispensabile ragionare in chiave evolutiva sulla tenuta complessiva degli ecosistemi su un Pianeta verosimilmente sempre più caldo da qui al 2050 sono chiarissimi: “Generalmente gli ecologi riconosco che rapidi tassi di evoluzione sono possibili all’interno di una specie, con conseguenze importanti sulla abbondanza di quella specie e sulla sua distribuzione”.

“Ci sono già prove documentate di una rapida risposta evolutiva al cambiamento climatico in specie i cui individui hanno una vita breve. Questo suggerisce che molti organismi hanno la capacità di rispondere al cambiamento climatico entro uno spazio temporale di decine di anni”. Perché questo avvenga, una specie deve contare su un certo numero di individui e quindi su di un adeguato spazio geografico.

“Queste risposte dipendono dalla presenza di variazioni genetiche nelle popolazioni. In assenza di variazione genetica, sappiamo con abbastanza certezza che aumenta il rischio di estinzione di popolazioni selvatiche. Se invece si riesce a conservare la diversità genetica in vista di una evoluzione adattativa, e se si mettono in campo azioni di ripristino e protezione che aiutino i processi adattativi in situ (negli habitat ancora integri, ndr), le implicazioni di lungo periodo vanno al di là della semplice persistenza di una specie, perché hanno potenzialmente effetti sulla biodiversità e sulla funzionalità degli ecosistemi, compresa la resilienza nel rispondere a condizioni climatiche estreme”. 

La storia recente dei mega-incendi ripropone di nuovo, se mai ce ne fosse stato bisogno, l’importanza dei grandi erbivori per la funzionalità ecologica ad esempio dei sistemi a savana, dove la reintroduzione del rinoceronte bianco (Ceratotherium simum) funzionerebbe come “moderatore” del fuoco, grazie al suo ruolo di ingegnere ambientale sulla vegetazione a basso fusto.

Ma un discorso analogo vale per il bandicoot (Isoodon fusciventer) dell’Australia occidentale, un marsupiale che, scavando gallerie e tane sotterranee, contribuisce a “spezzare” la linea di fuoco e a moderare gli incendi.  

Gli incendi del presente, che sono una preview di quello che vedremo in futuro, aprono una ipoteca sulle chance di sopravvivenza di interi habitat le cui coordinate, per ora, sono solo ipotizzabili, proprio perché ci troviamo in una condizione ecologica che non abbiamo mai vissuto prima.

Il gufo maculato della California

La complessità della situazione, è già visibile negli Stati Uniti in storie emblematiche come questa: “Gli incendi che hanno colpito la California nel 2014 potrebbero offrire una anteprima di ciò che le specie dovranno affrontare. Dopo che le fiamme hanno spazzato in lungo e in largo l’habitat del gufo maculato, già minacciato, molti di questi uccelli hanno abbandonato i luoghi soliti di nidificazione, hanno scoperto i biologi Gavin Jones della Rocky Mountain Research Station e M. Zachariah Peery della University of Wisconsin, a Madison. Nel 2015, quasi il 22% dei siti di nidificazione usati da questi uccelli nel 2014 non era stato occupato e i nidi erano vuoti, spiega Jones”.

“I fuochi di quest’anno (il 2020) potrebbero aggiungere perdita a perdita. I gufi maculati sono stati identificati con un contrassegno e quindi Jones ha potuto verificare che il gufo maculato tende ad evitare le aree bruciate più grandi di 100 ettari, probabilmente perché ha bisogno di alberi più ravvicinati e fitti per trovare ombra, rami e protezione dai predatori. Secondo Peery, con incendi più grandi e più intensi a rischio è l’intero habitat del gufo maculato”. 

Quel che è ormai altrettanto cristallino è che, ormai, la conservazione ha bisogno di un deciso coinvolgimento della opinione pubblica e delle persone comuni per diventare efficace e realistica.

E questo perché, all’alba del terzo decennio del XXI secolo, il destino della biodiversità è interconnesso con le comunità umane e il loro sostentamento ad un livello di interazione e influenza reciproca tale da fare della “natura selvaggia”, in maniera paradossale, l’unico partner possibile per un discorso politico e civile sul futuro umano.

“Porre il sempre più importante ruolo della gente e della loro relazione stretta con la biodiversità al centro degli sforzi per comprendere i cambiamenti nel regime degli incendi, e adattarvisi, è centrale per la riuscita di questa impresa”, concludono gli autori di Fire and biodiversity in the Anthropocene. 

Sono i lupi i top predator del Wyoming

(Photo Credit : Neil Wight – Teton Cougar Project Panthera)
(Photo Credit : Neil Wight – Teton Cougar Project Panthera)

Sono i lupi i top predator del Wyoming. E questa è una magnifica, crudele epopea di carnivori di vertice. Nella regione nord occidentale del Wyoming, il lupo grigio ha un ruolo ecologico dominante come predatore di vertice, tanto da limitare il numero dei puma. Questo è il risultato di uno studio condotto da Panthera e pubblicato sulla PROCEEDINGS OF THE ROYAL SOCIETY B, che descrive un equilibrio tra predatori inaspettato nelle foreste degli Stati Uniti occidentali.

Per la prima volta, infatti, sono stati raccolti dati convincenti  sul fatto che qui il lupo grigio (quello dello Yellowstone, per intenderci) ha un impatto sulle popolazioni di puma peggiore degli effetti prodotti dalla caccia sportiva. Lo studio, durato 17 anni a partire dal 2000, condotto su 147 puma in un range di 2.300 chilometri quadrati, è ora una bussola per designare strategie di conservazione più dettagliate e specifiche per entrambi questi predatori. Mentre il lupo ha prosperato, i puma sono diminuiti del 48%. 

Il puma (Puma concolor) condivide con il giaguaro il destino di felino un tempo diffuso in buona parte di entrambi i continenti americani. Benché non sia classificato come felino a rischio in Red List, è una di quelle specie che reclama spazio e per cui servirebbero piani di protezione e di conservazione molto ambiziosi e coraggiosi negli Stati Uniti, soprattutto sull’enorme asse geografico Yellowstone-Yukon, fin dentro la taiga canadese.

Essendo un felino molto plastico, cioè capace di adattarsi ad habitat differenti per vegetazione e clima, il puma potrebbe stare potenzialmente, di nuovo, dappertutto. Nel 2013 il National Geographic pubblicava una foto quasi surreale di un puma che camminava nel buio alle spalle della scritta Hollywood, sulle colline della California.

“Negli ultimi 40 anni, i puma hanno continuato ad espandersi negli Stati Uniti occidentali. Sono spuntati anche a est, nelle Grandi Pianure, hanno fondato nuovi gruppi nel Missouri Breaks del Montana, nel Nord e nel Sud Dakota, e, più di recente, nel Nebraska occidentale. Di fatto, un numero crescente di avvistamenti confermati – più di 200 dal 1990 –  hanno svelato che i puma visitano praticamente ogni stato del Midwest, e anche le province del Canada, a nord”. 

All’inizio degli anni Duemila, l’interrogativo a cui il Teton Cougar Project di Panthera voleva dare una risposta ruotava attorno alle minacce che condizionano l’abbondanza o la scarsità di puma nel West Wyoming:  la caccia sportiva, i lupi o la scarsità di prede.

Al momento dell’inizio della ricerca erano già disponibili dati sul fatto che il lupo grigio può influenzare negativamente le dinamiche ecologiche del puma, ad esempio il tipo di prede scelte e il modo in cui il felino sfrutta le risorse del suo habitat.

Questo quadro è stato confermato e rafforzato, fornendo per la prima volta prove consistenti su come i lupi compromettono la sopravvivenza dei puma, riducendone la fitness riproduttiva. I lupi sono infatti anche i principali killer dei piccoli di puma. 

Anche la caccia da trofeo ha comunque il suo ruolo, avverte lo staff di Panthera, benché in questa regione del Wyoming si cacci molto meno che nel resto dei territori occidentali degli Stati Uniti. Da un punto di vista quantitativo, dal 200o al 2017 l’impatto medio annuale della caccia sportiva sull’equilibrio delle popolazioni di puma è stato equivalente a quello di 20 lupi.

“Gli ecosistemi sono interconnessi e quindi bisogna lavorare insieme sulla conservazione e sulla gestione delle specie selvatiche per una strategia multi-specie”

Il direttore del Panthera Puma Program, Mark Elbroch: “i puma modellano la loro vita attorno ai lupi, ma nessuno poteva immaginarsi che i lupi li condizionino addirittura di più della caccia da trofeo degli esseri umani. Questi risultati dovrebbe essere considerati nelle nostre valutazioni sulla gestione delle aree in cui coesistono questi due carnivori. E quindi se dovremmo o meno consentirne la caccia”.

È infatti chiaro che il numero di puma può diminuire rapidamente dove viene reintrodotto il lupo e dove il lupo, tornato al suo antico territorio, recupera: “questo studio sui puma dimostra una volta di più che gli ecosistemi sono interconnessi e che quindi bisogna lavorare insieme sulla conservazione e sulla gestione delle specie selvatiche per una strategia multi-specie, totalmente opposta ad una visione focalizzata su una singola specie”. 

Le evidenze raccolte sono utili per più di un motivo. Elbroch: “Questi risultati ci forniscono uno sguardo approfondito, storico dentro gli ecosistemi del Nord America. E suggeriscono che i puma, probabilmente, sono sempre stati meno numerosi di quanto siano oggi in molte parti dell’Ovest proprio perché i lupi controllavano il loro numero”. 

(Credits: Panthera)

Anche Howard Quigley, Panthera Conservation Science Executive Director, dà una lettura allargata dello studio: “queste scoperte non devono in alcun modo essere distorte a favore di un incoraggiamento su base scientifica alla caccia sul lupo grigio. Al contrario, se vogliamo proteggere questi predatori di vertice la cui sopravvivenza è davvero critica, per i loro ecosistemi e le comunità umane che li circondano, la scienza indica chiaramente che la strada da percorre è ridurre o eliminare la caccia sportiva sul puma, o, quanto meno, assumere un approccio molto conservativo laddove i puma convivono con i lupi”. 

(Credits: Panthera)
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L’approccio alla pandemia è riduttivo

IPBES - Workshop on biodiversity and pandemics 
(Photo Credit: IPBES Press Kit)

Lo scorso 29 ottobre l’IPBES ha reso pubblico per la stampa (che in Italia lo ha ignorato) un report molto dettagliato sulle pandemie da zoonosi, come il SarsCov2, e la loro correlazione con il collasso ecologico globale. La conclusione di IPBES – Workshop on biodiversity and pandemics  (un documento in peer review) è chiara: l’approccio alla pandemia è riduttivo.

Il documento è il risultato di un lavoro gigantesco messo insieme da 22 esperti di tutto il mondo a luglio di quest’anno, che hanno fatto il punto sulle cause di questa epidemia e sul perché i governi nazionali e la governance internazionale non possono più rimandare la questione dei driver ecologici che sono alla fonte di malattie come il Covid19.

Gli scienziati coinvolti hanno discusso i dati attualmente disponibili su 500 malattie zoonotiche di impatto globale e hanno ribadito che la comunità internazionale deve spostarsi su una visione politica “one health”, che miri, allo stesso tempo, alla salvaguardia della salute e integrità di uomini, animali ed ecosistemi. 

L’IPBES denuncia infatti che siamo intrappolati in un “approccio riduzionista”, lo stesso ampiamente impiegato dai media italiani per raccontare l’emergenza nazionale: “il nostro approccio business-as-usual alle pandemie è basato sul contenimento e sul controllo, una volta che la malattia è emersa, e si basa quindi primariamente su un modello di intervento riduzionista, che contempla il vaccino e lo sviluppo di terapie, piuttosto che sul ridurre le cause del rischio di pandemia e quindi sul prevenirle prima che esplodano”. 

Viviamo nella “era delle pandemie” e “venirne fuori richiede opzioni politiche che sostengano un cambiamento trasformativo orientato alla prevenzione”.

L’ordine di grandezza qualitativo e quantitativo di questo cambiamento è già stato illustrato dall’IPBES l’anno scorso a maggio, con il mega report che ha spiegato come 1 milione di specie sia ormai in via di estinzione e come la civiltà umana debba svoltare rispetto ad un modello economico fondato sull’espansione illimitata dei profitti e del prelievo di risorse naturali.

Nell’era delle pandemie deve essere chiaro che “le cause sottostanti le pandemie sono le stesse dei cambiamenti ambientali globali che sono alla base della perdita di biodiversità e del cambiamento climatico. Includono il cambio di uso del suolo, l’espansione e l’intensificazione dell’agricoltura, il commercio e il consumo di specie selvatiche (…)”.

Infatti, “la recente crescita esponenziale proprio nel consumo e nel commercio, sotto la spinta della domanda dei Paesi sviluppati e delle economie emergenti, tanto quanto la pressione demografica umana, ha condotto ad una serie di malattie nuove, che originano principalmente nei Paesi in via di sviluppo ad alto tasso di biodiversità, e poi finiscono con il rientrare negli schemi di consumo globale”.

IPBES - Workshop on biodiversity and pandemics 

In questi modelli culturali ad enorme tasso di prelievo di risorse naturali ci sono la carne, le pellicce, rettili da compagnia, pelli esotiche, olio di palma per detergenti, cosmetici e alimenti, mammiferi usati come pet. 

Il rapporto IPBES, però, insiste anche sui costi di una zoonosi, di solito taciuti. Come per qualunque altro disastro ecologico, il prezzo da pagare è spalmato su più indici economici e finisce con il refluire nella categoria dell’offsetting, ossia nelle esternalizzazioni che i nostri modelli economici non tengono in considerazione, quando si decide come pianificare politiche produttive e consensi elettorali. 

Eppure, benché ignorate dai giornali e dalle televisioni mainstream, le cifre sui costi della pandemia indicano chiaramente che continuare ad ignorare la correlazione tra collasso ecologico, crisi di estinzione e rischio sanitario costa molto di più che invertire la rotta.

Stiamo quindi pagando il dazio di una miopia politica straordinaria e protratta nel tempo, non di misure estemporanee necessarie per evitare migliaia di morti: “è probabile che il Covid19 provochi danni economici di trilioni di dollari, con una stima globale di 8-16 trilioni di dollari a luglio 2020 e di 16 trilioni negli Stati Uniti, se presumiamo un contenimento dell’infezione dovuta al vaccino entro  i primi 4 mesi del 2021.

Se ipotizziamo costi simili per le altre pandemie già verificatesi negli ultimi 102 anni (l’influenza del 1918, l’HIV/AIDS e altre ancora) e vi aggiungiamo il peso su base annua di malattie emergenti su scala molto vasta (ad esempio, la SARS, Ebola e altre ancora), e inseriamo nel calcolo anche i 570 miliardi di dollari che ogni anno spendiamo per la influenza stagionale di forte intensità su scala pandemica, il costo dell’emergere di una zoonosi supera 1 trilione di dollari all’anno.

L’OCSE ha estimato che in media, nel periodo 2015-2017, ogni anno sono state allocate per la conservazione della biodiversità tra 78 e 91 miliardi di dollari, un investimento che rappresenta una frazione dell’impatto provocato da malattie zoonotiche emergenti.

Stime del costo globale di una strategia di prevenzione delle pandemie basate sulle cause che vi stanno dietro, e cioè il commercio di specie selvatiche, il cambio di uso del suolo e una migliore sorveglianza secondo l’approccio One Health, si aggirano tra i 22 e i 31.2 miliardi di dollari, che possono essere ridotti ancora (scendendo tra 17.7 e 26.9 miliardi di dollari), se si calcolano anche i benefici derivanti dalla riforestazione e quindi dal sequestro di carbonio – 2 ordini di grandezza in meno rispetto ai danni economici da pandemia”. 

Il vaccino per il SarsCov2 non chiuderà la partita, ma sarò solo il primo tempo di qualcosa di molto più grande, avverte l’IPBES: “senza strategie preventive, le pandemie emergeranno più spesso, si diffonderanno più rapidamente, uccideranno più persone e si ripercuoteranno sull’economia globale con un impatto ancora più devastante del precedente”. 

Infatti, “sin dal 1918, almeno 6 altre pandemie si sono abbattute sulla salute pubblica, 2 causate da virus influenzati, la HIV/AIDS, la SARS e adesso il Covid19.

Queste 6 sono la punta dell’iceberg delle potenziali pandemie. Oggi, una popolazione di 7.8 miliardi di persone è protagonista di progressi nel campo della medicina, dell’industria e dell’agricoltura, che, assommati ad una demografia molto rapida, alla conversione dei terreni agricoli, al cambiamento climatico e alla sostituzione della wildlife con animali da allevamento e al degrado ambientale, definisce l’Antropocene.

Il risultato è un incremento nella frequenza di interazioni tra specie selvatiche, specie allevate ed esseri umani, soprattutto nelle regioni tropicali e sub-tropicali (a basse latitudini) ricche di biodiversità selvatica con i suoi microbi. Il rischio di spillover è inoltre più alto anche in conseguenza del cambiamento climatico, che introduce perturbazioni nelle dinamiche di popolazione e nella distribuzione delle specie selvatiche”. 

IPBES - Workshop on biodiversity and pandemics 

Vediamo i numeri.   

Il 70% delle malattie emergenti (Ebola, Zika, l’encefalite da Nipah) sono zoonosi, malattie cioè causate da microbi di origine animale. Più di 400 microbi (virus, batteri, protozoi, funghi e altri microrganismi) sono passati sull’uomo negli ultimi 50 anni e la maggior parte aveva un ospite naturale in un animale selvatico. 

Ogni anno emergono oltre 5 nuove malattie che colpiscono l’uomo, e ognuna di queste ha le potenzialità per diventare una pandemia. 

Si stima che ci siano 1.7 milioni di virus ancora sconosciuti in mammiferi e uccelli che fungono da specie ospite. Di questi, 540mila-850mila potrebbero infettare gli esseri umani. 

I serbatoi più importanti dei patogeni con un potenziale sono i mammiferi (in particolare i pipistrelli, i topi e i primati) e alcuni uccelli (soprattutto gli uccelli d’acqua), e i mammiferi da allevamento (ad esempio, maiali, cammelli e polli).  

Il commercio internazionale legale di specie selvatiche è cresciuto in valore del 500% dal 2005 e del 2000% dagli anni Ottanta. Rientrano in queste percentuali il captive breeding, le wild farm e l’allevamento in ranch.

L’Unione Europea e gli Stati Uniti sono i principali consumatori mondiali, perché importano animali selvatici come animali da compagnia. I soli Stati Uniti ne fanno entrare 10-20 milioni all’anno. Il numero delle spedizioni è cresciuto da 7.000 a 13.000 al mese nel periodo dal 2000 al 2015.

Per chi voglia farsi una idea di ciò di cui stiamo parlando quando parliamo di “wildlife trade”, ecco una raccolta di foto shock scattate da grandi fotografi naturalistici.

Anche il cambiamento climatico è un fattore di amplificazione del rischio di nuove pandemie come quella che stiamo vivendo da marzo: “un esempio è l’encefalite trasmessa dalle pulci diffusasi in Scandinavia e la febbre emorragica del virus Crimea-Congo, portata dagli uccelli migratori dell’Africa e delle regioni mediterranee fin nell’Europa temperata e nordica a causa di inverni più miti”.

“Il cambiamento climatico sarà una causa sostanziale del rischio di pandemie nel futuro, perché induce grandi movimenti di genti, specie selvatiche, specie ospite e vettori, e con loro la diffusione dei patogeni (…) portando ad una alterazione delle dinamiche naturali ospite/patogeno”. 

Le specie, infatti, si spostano per rispondere alle sollecitazioni climatiche: “il cambiamento nelle temperature terrestri causerà l’avanzamento geografico (shift) sia nelle zone geografiche degli ospiti che in quelle dei vettori; e anche alterazioni nei cicli vitali dei vettori e degli ospiti, perché saranno in migrazione anche gli esseri umani con i loro animali domestici”. 

Anche le alterazioni nei regimi normali delle piogge stagionali, dal momento che “alterano l’abbondanza di piante da raccolto e influiscono sui cicli biologici delle popolazioni di erbivori, come i roditori” contribuiranno “ ad ulteriori alterazioni nella distribuzione degli animali-serbatoio, alla loro densità di popolazione e al rischio patogeno complessivo”. 

Secondo i dati analizzati dall’IPBES, che, ricordiamolo, pubblica una sintesi di lavori indipendenti provenienti dai migliori centri di ricerca del mondo, “simulazioni sulla perdita di range geografico nello scenario di riscaldamento globale per più di 100mila specie di piante animali indicano, con un aumento di + 2 °C entro il 2100, una perdita di range bioclimatico di più del 50% nel 18% delle specie di insetti (oscillazione 6-35%), 8% delle specie di vertebrati (oscillazione 4-16%) e del 16% delle piante (oscillazione 9-28%)”.

Da un punto di vista biologico ed ecologico globale, dunque, si formeranno “nuove comunità di specie selvatiche e quindi nuove relazioni tra queste specie”. Sono scenari ignoti alla scienza, del tutto inesplorati. 

A cambiare è, in poche parole, l’assetto generale nella composizione di specie all’interno delle regioni ancora abbastanza wild da sostenere popolazioni animali diversificate. 

IPBES - Workshop on biodiversity and pandemics 

Uno degli aspetti più preoccupanti di questo rapporto è che neppure le strategie di conservazione della biodiversità possono più esimersi dal tenere in considerazione il rischio epidemiologico da zoonosi.

La gravità della situazione è evidente, ad esempio, nel rischio potenziale dei corridoi ecologici, considerati indispensabili per ampliare lo spazio disponibile per gli animali, soprattutto i grandi mammiferi.

“I programmi elaborati per facilitare i movimenti della wildlife tra porzioni isolate di paesaggio, ad esempio i cosiddetti corridoi, o per creare paesaggi a mosaico che ospitino wildlife, mandrie e comunità umane, potrebbero creare più occasioni per il contatto e quindi la trasmissione microbica”. 

Una altra questione enorme, ancora una volta, è “la perdita dei predatori e quindi la conseguenze supremazia di specie sinantropiche (che vivono a stretto contatto con l’uomo), che sono anche serbatoio di specifiche malattie”. 

Allevamenti intensivi da carne, rotte commerciali che prevedono il trasporto e l’accatastamento di animali vivi a centinaia se non migliaia di capi, allevamenti di animali da pelliccia: sono tutte condizioni pericolose che aumentano il rischio di “ricombinazione virale”, ossia di mutazioni all’interno di un virus che si adatta rapidamente per colonizzare specie viventi nuove. 

Un esempio di questi giorni è la decisione del governo danese di abbattere 17 milioni di visioni da allevamento perché potrebbero essere già stati infettati da una variante del SarsCov2, che è già passata anche su alcune persone. Secondo il Primo Ministro danese, Mette Frederiksen, sussiste il rischio che “il virus mutato nel visone metta a rischio l’efficacia del vaccino”. 

Allevamenti intensivi da carne, rotte commerciali che prevedono il trasporto e l’accatastamento di animali vivi a centinaia se non migliaia di capi, allevamenti di animali da pelliccia: sono tutte condizioni pericolose che aumentano il rischio di “ricombinazione virale”, ossia di mutazioni all’interno di un virus che si adatta rapidamente per colonizzare specie viventi nuove. Per questo la Danimarca ha deciso di abbattere 17 milioni di visoni, che sono già infettati da una variante del SarsCov2

Esempi analoghi, che possono contare su dati già elaborati, vengono naturalmente anche dall’Asia, ad esempio per il pangolino (Manis javanica), che potrebbe essere stato l’animale di amplificazione per il SarsCov2, cioè la specie che ha fatto da ponte per lo spillover sull’essere umano: “uno studio lungo 10 anni condotto nel Paese di origine ha rivelato che i pangolini catturati non avevano nessun virus, mentre altri 2 gruppi, controllati alla fine della rotta commerciale, portavano tracce di materiale genetico strettamente imparentato con il SarsCov2”.  

Il ratto del bamboo, mangiato in Cina e nel sud est asiatico, secondo una ricerca condotta in Vietnam, è infetto da coronavirus nel 6% degli esemplari ancora all’interno degli allevamenti, nel 21% degli individui nei mercati di animali vivi e nel 56% degli animali ormai arrivati al ristorante.

IPBES - Workshop on biodiversity and pandemics 
Oil palm plantation at edge of rainforest where trees are logged to clear land for agriculture in Southeast Asia

Come già accaduto per il Rapporto del maggio 2019, anche stavolta l’IPBES non si limita a puntare il dito contro la civiltà umana del XXI secolo, ma suggerisce alcuni passaggi, stavolta politici, che segnerebbero una rottura, ma anche un avanzamento storico rispetto all’attuale assetto della governance globale sulla protezione della biodiversità. 

Bisogna “lanciare un consiglio intergovernativo di altro livello per la prevenzione delle pandemie, che fornisca cooperazione tra i governi e lavori sui punti di intersezione delle 3 Convenzioni di Rio (Convenzione sulla Biodiversità, accordo CITES per il commercio di specie selvatiche e Convenzione sul Clima).

Questo coordinamento internazionale dovrebbe anche creare le condizioni negoziali per arrivare ad un accordo in cui tutti i Paesi aderenti si impegnino sull’approccio ONE HEALTH. 

ONE HEALTH deve diventare parte integrante dei governi di ogni nazione.

In aggiunta, è necessario mettere in piedi anche una partnership permanente tra la World Organisation for Animal Health (OIE), la Convention on International Trade in Endangered Species of Wild Fauna and Flora (CITES), la Convention on Biological Diversity (CBD), la World Health Organization (WHO), la Food and Agriculture Organization of the United Nations (FAO) e infine la International Union for Conservation of Nature (IUCN).

Ci sono poi misure che riguardano la vita della società civile e delle democrazie rappresentative. 

I costi delle pandemie devono essere conteggiati nei rapporti costi/benefici dei consumi di beni, della produzione, dei progetti di espansione agricola e anche dei budget e della politica in generale.

Bisogna disegnare meccanismi finanziari come i bond, sia a livello di nuove imprese a vocazione ambientalista che come titoli sovrani, per mettere in movimento e generare risorse economiche da destinare alla conservazione della natura e degli ecosistemi. In questa nuova visione potrebbero rientrare anche delle compensazioni per i Paesi con la maggior biodiversità. 

Fare di tutto per promuovere, come linea politica, la transizione a stili alimentari meno dipendenti dal consumo di carne. E quindi spingere per la riduzione dei consumi, anche di quei prodotti che hanno un impatto ambientale abnorme, correlato con le zoonosi, senza escludere, anzi, strumenti di pressione come una maggiore tassazione: olio di palma, legni esotici, pellicce. 

Non c’è dubbio che siamo entrati in una fase della civiltà umana dalle implicazioni biologiche sconvolgenti. Eppure, cercando di orientarci fra sentimenti a cui non sappiamo ancora dare neppure un nome, non è inutile rivolgersi al pensiero di coloro che, con decenni di anticipo, intuirono su quale autostrada senza vie di ritorno si fosse incamminata la modernità.

Uno di loro è un cinese, Zhang Shizao, che morì nel 1973 e fu Ministro dell’Istruzione nel governo del suo Paese: “Mentre ogni cosa sotto il cielo è caratterizzata dalla finitezza, solo gli appetiti non conoscono limiti. Quando la quantità di risorse finite viene valutata sulla base di appetiti illimitati, c’è da aspettarsi che tale disponibilità venga meno nel giro di poco. Così come l’esaurimento delle cose finite non tarderà a giungere, se esse saranno usate per soddisfare appetiti insaziabili”.

Photo Credits: IPBES Press Kit

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Dobbiamo riscrivere la storia del mondo

Dobbiamo riscrivere la storia del mondo. E includere clima ed estinzione nella lettura della civiltà umana.
(Photo Credit: British Museum)
Home » Pagina 3

Rivedere la storia della nostra civiltà. Includere l’ecocidio, il clima e l’estinzione nella storia dei genocidi e della civiltà umana. Comprendere la storia del mondo in modo nuovo è una delle grandi sfide del sapere nel XXI secolo. Dobbiamo riscrivere la storia del mondo.

Geologia, biologia evolutiva e climatologia, letteratura e filosofia sono elementi alla pari nel curriculum Antropocene, cioè in quella sintesi di conoscenze scientifiche e umanistiche che prendono anche il nome, ormai, di “earth system science” o di “shared history”.

La storia biologica ed ecologica del nostro Pianeta è stata modificata dalla cultura di Homo sapiens, che nel corso di due milioni e mezzo di anni si è co-evoluto con il clima, le piante, gli animali e la geologia della Terra. A questa consapevolezza, che da qui in avanti segna il modo in cui la civiltà umana elaborerà la propria immaginazione e la propria inventiva, si sta facendo strada anche nei musei.

Qualcosa scricchiola nelle grandiose collezioni museali europee perché finalmente è chiaro quale è il significato ermeneutico dei tesori custoditi nei templi laici dell’Occidente. Una reinterpretazione critica di forme, simbolismi e figure è funzionale non solo a meglio capire chi siamo stati negli ultimi secoli, ma soprattutto da dove vengono le questioni più gravi sul tavolo oggi. 

Una sfida alla nostra cultura

Amitav Ghosh ha spiegato così questa urgenza: “l’Antropocene rappresenta una sfida non solo per le arti e le scienze umane, ma anche per il nostro modo abituale di vedere le cose, e per la cultura contemporanea in generale. Non c’è dubbio che tale sfida nasca dalla complessità del linguaggio tecnico che utilizziamo come lente primaria sul cambiamento climatico, ma di certo deriva anche dalle pratiche e dai presupposti che guidano le arti e le scienze umane”.

“Stabilire come avviene tutto ciò, è, credo, della massima urgenza: potrebbe addirittura essere la chiave per capire perché la cultura contemporanea trovi così difficile affrontare la questione del cambiamento climatico”.

Il motivo di tale reticenza è oggi visibile: “la cultura induce desideri – di mezzi di trasporto, elettrodomestici, un certo tipo di giardini e di case – che sono fra i principali motori dell’economia basata sui combustibili fossili (…) i manufatti e le materie prime evocati da tali desideri esprimono e al tempo stesso nascondono la matrice culturale che li ha provocati”. 

Basta soffermarsi sulla pagina Instagram del British Museum di Londra per rendersi conto di cosa sia questa “matrice culturale” e di come la capacità umana di inventare una bellezza astratta, mediata dal pensiero simbolico, coincida con la disponibilità biologica di soggetti, risorse e presenze. 

Convivere con un clima estremo

Proprio al British Museum è stata da poco inaugurata una mostra di nuova ispirazione, che cioè impiega il manufatto artistico come galleria antropologica dentro l’esperienza che le comunità umane da sempre fanno del Pianeta: Arctic: culture and climate.

Hartwig Fischer, il direttore del British Museum, ha detto in una nota ufficiale per la stampa: “la mostra Arctic: culture and climate è una mostra ambiziosa e coraggiosa, che riflette il modo in cui il British Museum sta ampliando la sua visione del mondo. Affronta infatti direttamente una questione essenziale, cioè come gli uomini passano convivere con l’impatto di un clima estremo. Il futuro e il passato convergono sul presente, uniti dalle esperienze condivise delle genti Artiche”.

Clima ed estinzione nella storia della civiltà.

La mostra è “il primo sguardo fin dentro la regione del circolo polare artico. Attraverso le conoscenze e le storie dei popoli Artici discute la questione globale di un clima in cambiamento in un mondo entrato in una fase di trasformazione”.

L’estinzione del ghiaccio artico segnerà la fine di popoli che nel più estremo dei climi hanno elaborato la propria ragione di esistere. Un esempio piuttosto semplice e diretto di come clima ed estinzione facciano parte della civiltà. Non c’è esperienza umana che non sia scritta nella biologia del Pianeta.

Quattrocentomila nativi dell’Artico, appartenenti a 40 gruppi etnici diversi, vedranno il loro mondo dissolversi nei prossimi decenni come esito finale di un intreccio di volontà, di intraprendenza e di feedback retroattivi decisi a migliaia di chilometri più a sud.

La loro familiarità estrema con il clima glaciale del Nord ci conferma non solo che il clima ha sempre fatto l’essere umano, costruendo la sua adattabilità e le sue chance di successo, ma anche che il nostro Pianeta è ormai avviato a mutare per sempre, scivolando in una epoca in cui parte della nostra storia culturale sopravviverà solo nelle discipline accademiche di antropologia, archeologia e paleo-climatologia.

La memoria culturale ereditata dell’Artico già ora è condannata a diventare un reperto. Come ha scritto Susan Nerberg nel suo lungo viaggio nella terra del permafrost in estinzione, nell’estremo nord del Canada, “stiamo perdendo il collante che tiene insieme il paesaggio”. Terra e spirito si sciolgono insieme. 

Evoluzione del linguaggio e biodiversità

La cultura e persino il linguaggio sono intrinsecamente connessi con la protezione della biodiversità. E questo perché cultura e linguaggio dipendono dalla biodiversità.

Una OPINION apparsa sulla PNAS lo scorso 27 ottobre (Cultural and linguistic diversities are underappreciated pillars of biodiversity) spiega come, tra le popolazioni native rimaste (in Canada, Brasile e Australia), la ricchezza lessicale sia ricalcata sulle disponibilità di specie animali. L’esistenza degli Evenki della Siberia, ad esempio, ruota attorno alla renna.

“Ci sono almeno 71 distinti concetti endemici per la renna addomesticata e per quella selvatica. Tenendo in considerazione i dialetti e i sinonimi, questo equivale a centinaia di concetti specifici connessi alla renna. Il linguaggio degli Evenki distingue gli animali a seconda delle caratteristiche di età, colore della pelliccia, carattere e comportamento”. 

Estinzione della biodiversità significa, quindi, anche estinzione di interi linguaggi probabilmente antichi di millenni. 

Il “co-sviluppo concettuale” di linguaggio e relazione con l’ambiente circostante ha seguito 4 fasi principali nella storia di Homo sapiens.

L’ultima è la nostra, nel XXI secolo: “a un certo punto, nella storia umana, molta della nostra diversità culturale e linguistica si è ritrovata in stretta connessione, e in derivazione diretta, con la diversità biologica, poiché gli uomini dipendevano dal mondo naturale per la loro sopravvivenza.

La condizione ancestrale di Homo sapiens è la fase zero di questo processo:la cultura e il linguaggio sono semplici manifestazioni dell’ambiente locale”. Da qui in avanti segue tutto il resto.

“Fase 1: attraverso tutte le definite e restanti popolazioni umane la progressione del linguaggio e della cultura ha parzialmente disconnesso le componenti della diversità umana (NdA, le diverse etnie e culture) dalla diversità biologica, ma tali sviluppi non necessariamente impoveriscono qualunque componente della diversità”.

“Fase 2: può verificarsi un impoverimento culturale e linguistico, ad esempio quando, su scala locale, diverse popolazioni umane vengono surclassate da popolazioni più omogenee dal punto di vista culturale e linguistico. L’impoverimento biologico può così seguire la perdita di diversità linguistica o può anche causarla”.

“Fase 3: la disconnessione tra diversità culturale e linguistica e la diversità biologica è ormai completa e conduce alla fine ad un impoverimento di tutte e tre le componenti (NdA, lingua, cultura e biodiversità)”. 

Il linguaggio, declinato nelle lingue parlate sul Pianeta, ha quindi delle “caratteristiche bio-culturali”. Ben oltre i confini delle scienze del passato, comprendere come il clima della Terra e l’estinzione delle specie animali si siano rivelati fattori adattativi per noi ci conduce ad una consapevolezza malinconia, ma solida del nostro presente. Più autentica.

Il fatto che i cambiamenti climatici siano un fattore in gioco nell’estinzione delle specie animali aggiunge una ulteriore incognita sul futuro della diversità linguistica di noi Sapiens: “la conoscenza e il linguaggio sono minacciate dal cambiamento climatico e dai cambiamenti (shift) nella distribuzione delle specie indotti dal clima, il che ci porta a questo interrogativo: come la diversità culturale e linguistica si adatterà alla realtà, quando le specie non saranno più presenti nei loro territori di oggi?”.

L’Africa gli Uffizi

Ognuno di questi capitoli della nostra shared history presuppone un riferimento diretto o indiretto al colonialismo, in senso strettamente politico.

Da secoli conosciamo il patrimonio culturale occidentale come orgoglio di una civiltà bianca. Rileggere questo canone significa mettere a soqquadro l’immagine idealizzata di noi stessi.

Anche laddove lo sguardo dell’esploratore animato dal fervore e dall’entusiasmo della propria superiorità culturale e razziale sembra non trasparire, o non esserci affatto, quella concezione delle cose del mondo permeava di sé la pittura, la scultura, la scienza. 

Da questa impopolare constatazione vien fuori la mostra virtuale On Being Present – Recovering Blackness in the Uffizi Galleries, un progetto sorprendente degli Uffizi di Firenze lanciato a febbraio 2020, che scopre la presenza della gente africana nella pittura italiana del ‘500 e del ‘600.

Di questa impresa degli Uffizi per ridare voce alla comparsa dell’Africa sulla scena artistica europea discute la HKW di Berlino, all’interno del progetto Das ganze Leben, che, dall’anno scorso, si pone l’obiettivo di rinegoziare il valore e il significato delle collezioni in Antropocene, con lo scopo di superare l’ideale classico, ma non più contemporaneo, di raccolta.

Il 29 ottobre, in un talk aperto al pubblico, ne ha parlato a Berlino il direttore degli Uffizi Eike Schmidt insieme ad Angelica Pesarini e Maria Stella Rognoni, che hanno collaborato per la realizzazione di On Being Present.

È una occasione assolutamente inedita, per un museo come gli Uffizi, che tutti collegano istintivamente a Caravaggio, Botticelli e Michelangelo e che però, come ogni altro scrigno di cultura occidentale, nasconde tracce impensabili del nostro incontro con le popolazioni extra-europee.

L’effetto è straniante, in un Paese che attraversa una crisi di immigrazione senza precedenti e tuttavia ancora oggi rifiuta agli stranieri di origine africana il riconoscimento delle civiltà di appartenenza.

Come ha sottolineato Justin Randolph Thompson, direttore e co-fondatore di Black History Month Florence, il fatto che i visitatori, passeggiando per gli Uffizi, non notino gli Africani “non dipende da una lacuna nella loro rappresentazione, perché, anzi, negli spazi principali del museo ci sono almeno 20 figure africane; dipende invece dalla cornice storica e artistica entro cui continua a muoversi lo sguardo del visitatore”. C’è insomma un a priori che genera indifferenza, contribuendo a mantenere l’oscurità dell’oblio. 

Ragionare su questi automatismi culturali non è più eludibile, visti gli effetti globali dell’imperialismo e del colonialismo, effetti che prendono il nome di Antropocene: “queste figure confermano la presenza del continente africano nella coscienza dei committenti di queste opere, in più artisti, nel tempo, e raccontano l’incredibile scambio culturale che era in corso mentre queste opere venivano dipinte, e intanto prendeva forma la storia ufficiale, scritta. Questa presenza è, contemporaneamente, fisica e metafisica. Entrambi gli aspetti hanno contribuito alla costruzione di una storia occidentale, con le sue inclusioni ed omissioni”, insiste Thompson. 

Gli uomini africani ritratti nei quadri degli Uffizi sono il nostro presente rimosso: “La storia fissata per iscritto e continuamente tramandata e aggiornata è una forma al tempo stesso di estinzione e di perdita.

Da secoli l’Italia è una terra di immigrazione: un quinto dei cittadini stranieri in Italia ha origini africane. E tuttavia, le culture delle comunità afro-diasporiche sono come dissolte, rimanendo fuori del canone. Come, e per opera di chi, la storia può essere ri-raccontata in modo nuovo?”, si chiede la HKW.

La responsabilità europea allo Humboldt Forum

Quel che ci aspetta non è una negoziazione ottimista, ma un tipo di responsabilità globale ancora da definire, che non è ancora percolata nel sentire comune: “non c’è presenza guaritrice quando il passato ferito emerge dalla memoria culturale e dai suoi archivi. Il vuoto che ne vien fuori riempie, ma di gesti anche loro svuotati, con una violenza che supera la possibilità di una relazione”, ha scritto nel 2017 Nana Adusei Poku, Senior Academic Advisor al Center for Curatorial Studies and Contemporary Art del Bard College, New York. 

E come sempre tutto questo freme e fermenta a Berlino, che il 17 dicembre prossimo inaugura lo Humboldt Forum, che promette di essere il modello di museo per eccellenza dell’Antropocene, un luogo in cui prenderà vita l’eredità ecologica della nostra civiltà.

In un unico edificio, secondo un modello scientifico e antropologico che mostra analogie, parallelismi e sincronie piuttosto che gerarchie e periodizzazioni, lo Humboldt interroga il ventunesimo secolo della nostra civiltà puntando ad una sintesi concettuale ardimentosa, ma indispensabile. 

Ecco che cosa sarà lo Humboldt: Museo etnologico (dalla primavera del 2021 verranno spostate qui le collezioni dello Ethnologisches Museum, fondato nel 1873, e del Museum für Asiatische Kunst, aperto nel 1906; 20mila oggetti da Asia, Africa, Oceania e Americhe); lo Humboldt Lab, uno spazio per dibattiti scientifici con il pubblico sulla crisi globale, la democrazia e il collasso ecologico con un approccio accademico, ma multidisciplinare.

After Nature, una mostra interattiva che durerà 3 anni, e che proporrà, insieme alla ricostruzione della storia della scienza, “uno sguardo dentro i devastanti effetti che l’umanità ha avuto sugli ecosistemi del mondo, dalla perdita di specie all’emergenza climatica”; se tutto procede come previsto, nella primavera prossima una grandiosa mostra sull’avorio. 

Essendo di fatto la ricostruzione del palazzo imperiale ( Berlin Schloss), lo Humboldt “occupa uno dei siti più stratificati d’Europa dal punto di vista archeologico e degli eventi spartiacque occorsi negli ultimi 800 anni”. Ma le rifrazioni cronologiche sono in realtà molto più ampie.

Il palazzo sorge di fronte al Lustgarten, dirimpetto alla Altes, che contiene le collezioni antiche (greche e romane); e dietro alla Altes c’è la Alte National Galerie, con la pittura del Settecento e dell’Ottocento e poco più in là, verso la cupola del Bode Museum, attende la fine dei restauri il Pergamo Museum, dimora eterna dell’altare di Pergamo, incarnazione dell’angoscia ellenistica di uomini-dei che combattono il caos brandendo le tenebre del potere (Herrschaft, per dirla alla Adorno).

La sensazione è dunque che l’apertura dello Humboldt segnerà il commiato e il lento addio dell’Europa alla civiltà olocenica, preparandosi (quale città migliore di Berlino?) a consegnare ad un futuro radicalmente brutale e diverso ciò che, nel bene e nel male, siamo stati, vivendo fino in fondo la condizione umana evocata da Schelling: “con l’uomo la natura apre gli occhi e osserva di esserci”. Ora siamo noi che osserviamo noi stessi attraverso ciò che abbiamo fatto alla natura. 

Il pensiero della sintesi sull’Antropocene

Ogni sintesi presuppone una riconciliazione. Ed è per questo che si è scelto di dare al museo il nome dei fratelli von Humboldt: “Wilhelm era un filosofo prussiano, un pedagogista, un diplomatico e anche un linguista ( 1767-1835), che introdusse il concetto di educazione olistica.

Il modello Humboldt, come oggi viene chiamato, presupponeva che arti e scienze dovessero convivere con la ricerca, allo scopo di coltivare una conoscenza che fosse cultura nel senso più ampio”. Suo fratello Alexander (1769-1859) fu invece il celebre geografo, naturalista ed esploratore delle Americhe, anche lui convinto sostenitore di “una disciplina del sapere omnicomprensiva, che unificasse scienza e cultura”.

Alexander fu il primo scienziato a intuire una correlazione diretta tra attività umana e cambiamenti climatici.  Dalla sua ispirazione prende avvio quindi anche l’ispirazione dello Humbold: “Ora, in un altro momento cruciale della storia del mondo, i loro nomi sono sinonimi (…) della importanza della natura nel nostro pensare il futuro (…) lo Humboldt Forum fa convergere le scienze, le arti e l’educazione per promuovere il dialogo tra gli esperti e il pubblico, riconoscendo che costruire collegamenti tra le discipline conduce ad una conoscenza completa, che è ciò di cui abbiamo bisogno per affrontare gli urgenti problemi del nostro mondo”.

“L’allestimento, le mostre e le discussioni pubbliche faranno comprendere a tutti che ogni cosa, in natura, così come nel sapere, è interconnesso. Questo concetto, già fortemente presente nell’arte, nella poesia, nella filosofia e nelle science del periodo romantico, è oggi ancora una volta il punto di partenza di un pensiero maturo e avanzato”. 

Black Lives Matter e la pandemia hanno scoperchiato il vaso di Pandora delle diseguaglianze globali ed è per questo che la sezione etnografica del museo, al netto di tutte le polemiche, sarà particolarmente importante, per Berlino e per l’Europa intera.

In Germania, il dibattito sulla opportunità dello Humboldt Forum e sul razzismo ancora ampiamente diffuso nelle nostre società compiaciute dei propri diritti democratici è già in fase avanzata, molto di più di quanto accada, purtroppo, in Italia. 

Siamo tutti razzisti in Europa

In un lungo e provocatorio articolo (Wir ewigen Rassisten – Noi, gli eterni razzisti“) DIE ZEIT non solo ricorda che il rifiuto del razzismo dovrebbe stare tra le sacre virtù dell’Unione Europea, ma rintraccia le cause di questa assenza proprio in una ipocrisia generalizzata, che è storicamente radicata nel nostro benessere materiale: “Perché la storia del razzismo è anche la storia del colonialismo e quindi della nostra ricchezza (…) In Europa la questione concreta è il superamento di due menzogne collettive che hanno per noi valore esistenziale (Lebenslügen)”.

“La prima è specificamente tedesca: visto che ci siamo messi a posto con la cultura della memoria (Erinnerungskultur) sull’Olocausto e la dittatura nazista, abbiamo fatto abbastanza per elaborare i crimini del passato; con il colonialismo non c’entravamo”.

Ma la verità, non solo per la Germania che possedeva Tanzania, Camerun, Namibia, ma per tutte le nazioni europee è un’altra, il secondo, grande fraintendimento: “le nostre conquiste tecniche e spirituali (geistgeschichlich), siano esse l’industrializzazione o l’Illuminismo, senza il saccheggio delle colonie, senza la morte e la messa in schiavitù di milioni di uomini non sarebbero state possibili. Il razzismo non è una ideologia alla maniera dei gruppi che praticano l’odio, che ci sono sempre stati da che mondo è mondo. Il razzismo si è sviluppato adeguandosi al saccheggio pianificato che avveniva nelle colonie”. 

Il razzismo è “un progetto delle élite bianche del XVIII secolo, in cui biologi, medici, filosofi e teologi tentarono di consolidare la gerarchizzazione degli uomini in “superiori e inferiori” con teorie pseudo-scientifiche e morali.

E poi anche dell’emergere dell’Europa e dell’Occidente come potenza ‘civilizzatrice’. La fonte battesimale della nostra modernità, così il filosofo camerunese Achille Mbembe ha descritto una volta il commercio degli schiavi e l’economia della piantagione.

Riconoscerlo è il primo passo per andare alle fondamenta del razzismo di oggi (…) ‘l’umanità si trova nella sua massima perfezione nella razza dei bianchi… i negri sono molto più in basso’ (Die Menschheit ist in ihrer größten Vollkommenheit in der Rasse der Weißen … die Neger sind weit tiefer).

Questa è una frase di Immanuel Kant, il filosofo dell’Illuminismo, ma anche un sostenitore dell’ideologia razzista europea. Una cosa non escludeva l’altra (…) Spesso la nostra epoca viene descritta come la fine dell’Occidente. In verità ci troviamo nel pieno di ‘un lungo commiato dal dominio dei bianchi’, come ha scritto la pubblicista Charlotte Wiedemann”. 

Suona quasi scontato che in questo cambio totale di prospettiva i musei abbiano un ruolo insostituibile. Sono ormai il Museo Antropocene. 

Photo Credits Humboldt Forum: SHF/Giuliani/Von Giese

Telmo Pievani: serve un ecologismo umanista

Telmo Pievani: serve un ecologismo umanista.

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Telmo Pievani lo dice apertamente: serve un ecologismo umanista. La gravità della crisi di estinzione ci obbliga a ripensare il modo in cui, finora, abbiamo pensato di proteggere le specie e i loro habitat. Bisogna riformulare i termini del ragionamento e imparare a interpretare la nostra identità evolutiva.

Jean Paul Sartre riteneva che “noi siamo abbandonati, senza scusanti. Questo è ciò che intendo quando dico che l’uomo è condannato alla libertà”. Non ci sono santi in Paradiso né metafisiche salvifiche. Abbiamo solo noi stessi, per tirarci fuori dal guaio di esistere così come siamo.

Una eco di questa concezione modernissima della responsabilità umana risuona nel libro di Telmo Pievani LA TERRA DOPO DI NOI, edito da Contrasto e arricchito dalle fotografie del fotografo naturalista Frans Lanting, un libro che di questi tempi sarebbe bene leggere e rileggere.

Con la chiarezza cristallina che gli è propria, Pievani spiega perché l’esperimento globale chiamato Antropocene è così pericoloso per noi, che lo abbiamo costruito lungo un percorso evolutivo lungo, considerando solo noi Sapiens, almeno 200mila anni.

Non potremo dire di non averlo saputo, scrive Pievani, immaginando il momento in cui dovremo, tutti, fare i conti con le conseguenze dei cambiamenti climatici e della sesta estinzione di massa. I numeri sono chiari, le evidenze scientifiche altrettanto.

Ma, per concedere un futuro al Pianeta e alle prossime generazioni, dobbiamo accettare che “il punto di partenza è l’ambivalenza della nostra natura”.

Professor Pievani, vorrei cominciare da un grande merito di questo suo testo: lei riesce a portare nella discussione un concetto che di solito è oscurato anche dagli ambientalisti. Il concetto di identità evolutiva: è vero, siamo una specie altamente pensante, il Novecento ci ha insegnato che siamo soggetti e individui, ma noi siamo soprattutto una specie. È dalla identità evolutiva, dunque, che bisogna partire per capire che cosa ci è successo, che cosa ci sta succedendo e che cosa potrebbe succederci. Avremmo bisogno di una “rivoluzione copernicana” nel pensiero? Di cominciare a pensarci non come soggetti, ma come specie, anche dal punto di vista filosofico?

Sì sono d’accordo, per due ragioni. La prima è che questo è un po’ quello che è mancato nel pensiero ecologista, giustamente militante, che per altro già 10 anni fa denunciò la crisi ambientale, crisi che oggi, purtroppo, galoppa. Hanno tutti i meriti possibili.

Adesso però bisogna andare avanti, anche nella elaborazione filosofica dell’ambientalismo. Il difetto di fondo, che io ho sempre visto, è quello di considerare con una certa distinzione il destino umano da quello dell’ambiente, come se ci fossimo noi, con tutte le nostre responsabilità, e dall’altra parte un ambiente da difendere.  

Il problema è che, invece, noi siamo parte di questa storia. Ci vuole un ecologismo umanista, che non contrappone più gli interessi umani e quelli della natura, non pone più questa dicotomia, ma sottolinea il contrario, che oggi gli interessi della natura coincidono con i nostri.

Se vogliamo davvero essere umanisti, difendere l’esperienza umana e le prossime generazioni, dobbiamo difendere i diritti della natura. I nostri diritti sono quelli che noi stessi applichiamo alla natura.

Il secondo punto è che la coscienza di specie ci fa capire che i problemi che abbiamo davanti sono problemi universali, che riguardano la specie umana in quanto tale, che deve imparare ad essere lungimirante, perché altrimenti noi scarichiamo sui nostri figli e i nostri nipoti il debito ambientale e questo è un grande problema di giustizia. 

Nella seconda parte del suo ragionamento lei argomenta la questione a partire dal cambiamento climatico facendo però anche riferimento al paper epocale di Rodolfo Dirzo del 2014 sulla defaunazione. Mentre l’estinzione conclamata di una specie è un evento quasi epifanico, la defaunazione lavora silenziosamente, mentre non ce ne accorgiamo. E poi lo scorso giugno è uscito sulla PNAS un secondo studio dei colleghi di Dirzo – Ceballos, Raven ed Ehrlich –  che ci invita a ragionare per popolazioni: “Se consideriamo una riduzione della loro area di diffusione storica per tutte le 515 specie di vertebrati sull’orlo dell’estinzione, allora le popolazioni di queste specie scomparse dal 1900 raggiungono la cifra sbalorditiva di 237.000”. Del cambiamento climatico si parla troppo poco, ma dell’estinzione ancora meno. Perché a suo parere?

È vero, purtroppo. Nell’era pre-Covid, nel 2018 e nel 2019, stava montando un po’ di più sui media, il tema ambientale, però era tutto centrato sul cambiamento climatico e un po’ meno sull’altro lato della grande crisi ambientale, che Dirzo e gli altri sottolineano da 15 anni con dati oggettivi. I dati sono in peggioramento, tra l’altro, e questo è sempre bene ricordarlo.

Due settimane fa è uscita una terza ricerca ed è impressionante: tutte le società scientifiche del mondo che si occupano di mare, di acqua, e quindi pesca e conservazione marina, si sono messe insieme, hanno scritto un documento sintetico, di 7 pagine, evento già di per sé rarissimo nel mondo scientifico. Ebbene, i dati di questo statement dicono che, se continuiamo su questo trend, entro il 2050 avremo perso il 90% di tutte le barriere coralline.

Con il metodo di Dirzo, molto innovativo, che conta l’abbondanza di popolazioni all’interno delle specie, queste istituzioni calcolano che dagli anni ’70 ad oggi è andato perso l’83% delle popolazioni di tutte le specie di acqua dolce, che è una cosa mostruosa. Tanto per intenderci, in 50 anni abbiamo lasciato nelle acque dolci soltanto il 17% degli animali e delle alghe che ci abitavano nel 1970.

Un danno di questa entità è irreversibile. Il tempo di recupero sarà lunghissimo. Giustamente, gli autori hanno fatto una altra cosa molto importante adesso, hanno cioè quantificato il costo di tutto questo, perché il 40% degli esseri umani vivono a 50 km dalla costa e da quella biodiversità marina dipendono servizi ecosistemici fondamentali.

Quello che sta succedendo non ci conviene da nessun punto di vista, neppure utilitaristico. Rimane la domanda sul perché non ne parliamo. Abbiamo ancora una modalità di comunicazione tutta incentrata sul presente, sulle emergenze, su quello che succede di volta in volta e facciamo molta fatica a capire gli andamenti.

Con il riscaldamento climatico, dopo tanto tempo, un po’ questa cosa eravamo riusciti a superarla. Adesso dobbiamo farlo anche con la biodiversità.

Aggiungo che mi dispiace molto sia passato in secondo piano, ma non dobbiamo assolutamente dimenticare che anche questa pandemia è a suo modo figlia di questo, della riduzione della biodiversità, dello sconvolgimento degli ecosistemi, del fatto che spostiamo specie e aumentiamo la possibilità di entrare in contatto con gli animali portatori di virus.

Infatti abbiamo ascoltato decine e decine di ore di talk televisivi sulla gestione politica della pandemia, ma pochissimo è stato detto all’opinione pubblica sul fatto che SarsCov2 è una zoonosi ed è quindi inserito in una concatenazione di cause ed effetti ben precisi. Tenere questo genere di verità lontano dal pubblico sentire riduce la possibilità che la gente comune elabori una coscienza ecologista in grado di tradursi in scelte elettorali.

Io su questo insisto moltissimo. Se ne è parlato un po’ a marzo e aprile. Poi è passato in secondo piano: la questione fondamentale adesso sono le misure di emergenza e il vaccino.

Ma il vaccino è metà della soluzione: è ciò che ci permetterà di uscire da questa emergenza, ma se noi non eliminiamo le concatenazioni ecologiche che sono alla base di questa pandemia, non abbiamo rimosso il tema fondamentale, che porterà ad altre pandemie. 

Non possiamo prevedere quando ci sarà la prossima, però sappiamo, è razionalmente  deducibile, che se non rimuoviamo le cause, tornerà a presentarsi il problema.

La Cina non ha ridotto l’uso di animali selvatici per la medicina tradizionale, che è un grande business. Non stiamo facendo abbastanza nel senso che non stiamo lavorando sulle cause remote.

In qualche modo la pandemia è una esperienza collettiva della catastrofe ecologica. 

Esatto. E, tra l’altro, questa è una evidenza talmente forte che dovrebbe valere anche per chi non dovesse avere in teoria un interesse ecologista. Suggerisco sempre di fare un banalissimo calcolo.

Calcolare quanto si guadagna dalla deforestazione, dal commercio di animali esotici, dal bracconaggio, guadagni che vanno a pochissimi e in buona parte illegali, e sull’altro piatto mettiamo quanto ci costa questa pandemia, sul piano sanitario, umano, sociale ed economico.

E si vedrà che il costo della pandemia è molto più alto di quanto si guadagna dalle attività di cui sopra.

Ci vuole un ecologismo umanista, che non contrappone più gli interessi umani e quelli della natura, non pone più questa dicotomia, ma sottolinea il contrario, che oggi gli interessi della natura coincidono con i nostri”. 

Lei insiste molto anche sul concetto di trappola evolutiva. Le plastiche ne sono un esempio. Utilissime, ma dall’impatto letale.

Questa è l’importanza della coscienza di specie. Se tu acquisisci la capacità di vedere Homo sapiens come una specie, impari anche a dare una prospettiva evoluzionista a quanto sta succedendo.

Cosa è il climate change? È un grande sperimento globale, il modo con cui una sola specie, Homo sapiens, per lo sfruttamento delle risorse, che hanno dato anche benessere ad una parte crescente di esseri umani, modificando l’ambiente, ha impoverito la nicchia ecologica in cui siamo immersi.

Adesso però arriva la seconda parte, che noi evoluzionisti abbiamo sempre studiato, e cioè che una volta che hai modificato l’ambiente ti devi poi adattare all’ambiente che tu stesso hai modificato. Questo processo si chiama costruzione di nicchia.

Una sola specie, agendo in modo molto veloce e drastico come stiamo facendo noi, perché 50 anni sul piano evolutivo sono niente, si trova poi a doversi lentamente e faticosamente adattare ad un ambiente da noi modificato in modo incontrollato. Il concetto di trappola evolutiva è quindi molto semplice. 

Nel libro lei spiega che “le altre specie modificano le loro nicchie ecologiche lentamente attraverso le attività metaboliche, fisiologiche e comportamentali, noi invece lo facciamo rapidamente attraverso la cultura cumulativa e l’informazione socialmente trasmessa (dentro cui ricadono tanto la domesticazione di piante e animali quanto le attuali economie industriali e digitali). Le piante, gli animali non umani e i microbi (esterni a noi o coabitanti il nostro corpo) definiscono la nicchia ecologica in cui viviamo, cioè un delicato equilibrio di relazioni di interdipendenza nel quale noi non siamo soltanto gli attori protagonisti, i costruttori della nicchia, ma siamo anche i soggetti che subiscono le retroazioni (o ritorsioni) ecologiche derivanti”. Siamo diventati padroni del tempo: abbiamo preso in ostaggio il futuro.

Lo vogliamo anticipare a tutti i costi, perché siamo miopi, perché noi siamo la specie del qui e ora. Di recente sono usciti un sacco di studi che ci fanno vedere che noi abbiamo una attitudine predatoria e invasiva.

Però, e questo è il punto, noi siamo anche consapevoli che abbiamo tanti strumenti per parlarne, per discutere di come una specie invasiva e predatoria può mettersi nei guai perché impoverisce l’ecosistema fino a non avere più lei stessa le risorse che le occorrono.

Credo che questi feedback diventeranno sempre meno controllabili e ci costeranno sempre di più. Quello che mi preoccupa tantissimo è che dovremo pagare un prezzo.

Questo prezzo lo sappiamo già e sarà pagato da chi è più povero, da chi è nelle fasce tropicali ed equatoriali e ha contribuito di meno al problema. Quindi c’è una grande questione di diseguaglianza.

Scrivo spesso che noi Sapiens ci siamo co-evoluti con gli animali. Quando ragioniamo sulla qualità di questo futuro, con feedback che si rafforzano gli uni con gli altri, dovremmo ricordarci che abbiamo imparato a pensare osservando le altre specie. Quindi un mondo sempre più povero di specie animali vorrà dire anche soffrire di una maggiore povertà psichica. In qualche modo verrà meno anche una parte della nostra umanità. 

Sì. L’antropologo Paul Shepard è stato uno dei primi, con un lavoro molto interessante, a teorizzare che noi pensiamo attraverso la presenza animale, attraverso la co-evoluzione con gli altri. Sono totalmente d’accordo. I dati sono terribili: limitiamoci a quegli animali più vicini a noi, come i mammiferi, co-evolvendo con i quali abbiamo plasmato la nostra mente.

Se prendiamo il 100% della biomassa dei mammiferi della Terra, il 30% siamo noi, più del 60% sono animali in allevamenti intensivi e la fauna selvatica, tutti gli altri, sono ormai meno del 10%.

Questo la dice lunga sull’impatto irreversibile della specie umana che ha ridotto al 10% tutto il resto. Il 60% di animali in allevamento ci ricorda tra l’altro che tra quelle attività che riducono la biodiversità ci sono gli allevamenti e quindi la nostra dieta. 

E le aree protette o super protette del Pianeta in cui sopravvive questo 10% selvatico sono posti spettacolari a cui hanno accesso soltanto i più ricchi del Pianeta. Riserve in Botswana a 1000 dollari americani a notte. Ci sono bambini nati a Kibera, la baraccopoli di Nairobi che è la più grande del Kenya e dell’Africa, che non hanno mai visto un elefante o un leone. 

Sono d’accordissimo. Rientra nel capitolo della responsabilità ecologica, che  non può essere elitaria, deve essere condivisa.

Molte persone non sanno in che epoca vivono o di appartenere ad una filogenesi che, solo tenendo in considerazione le Australopitecine africane, è antica di 2 milioni e mezzo di anni. Un gap di coscienza storica e storiografica. Non dovremmo rivedere anche il modo in cui si insegnano almeno gli ultimi 5 secoli di storia umana, visto che Maslin e Lewis suggeriscono di fissare al 1610, cioè ad un tempo recentissimo, l’inizio dell’Antropocene? Non dovremmo cominciare a studiare, insieme alla storia della civiltà, anche le origini della crisi di estinzione?

Esatto, è ciò che dicevo prima: far percepire le tendenze, la profondità storica di quello che succede. Si può fare in tanti modi. Il primo è certamente la didattica, non però aggiungendo nuove materie. Secondo me ci si riesce impregnando tutte le materie di questi problemi, che riguardano la storia, la letteratura, la geografia, le scienze.

È una grande sfida multidisciplinare, che poi è anche la sua bellezza. La seconda cosa, ne ho parlato spesso, anche con Piero Angela recentemente, è questa. Se è vero che noi stiamo parlando della crisi ambientale sin dalla pubblicazione della Primavera Silenziosa di Rachel Carson, della metà degli anni Settanta, bisogna constatare che non abbiamo creato una coscienza collettiva.

Ma se oggi leggiamo SCIENCE e NATURE, cosa che a me impressiona un sacco, vediamo che queste riviste contengono degli appelli talmente allarmanti da assomigliare a ciò che veniva scritto nelle riviste del WWF e di Legambiente venti anni fa.

La differenza è che questi allarmi non sono più presenti su riviste di militanza ecologista, ma sono su SCIENCE e anche LANCET. Questi riviste non hanno di per sé nessuna visione in senso ecologista, eppure ogni settimana esce qualcosa sulle loro pagine. C’è un cambiamento in corso. 

Io credo anche che bisogna esplorare nuovi linguaggi, fare molta ricerca sui linguaggi, cominciare a dire queste cose con il linguaggio della letteratura e dell’arte, della musica, del teatro, non basta più la conferenza, il documentario, il servizio in tv.

Guardiamo LANCET, una rivista medica. Da due anni insiste sull’impatto del riscaldamento climatico sulla salute, sull’accesso alla salute, una scelta editoriale assolutamente inedita, mai fatta prima, che mette insieme il tema ambientale e la giustizia sociale. 

Non a caso lei cita lo scrittore Amitav Ghosh che parla di una gravissima crisi di immaginazione. Non abbiamo ancora neppure una letteratura adeguata alla crisi ecologica. E questo ci impedisce di comprenderla a fondo. 

Usando linguaggi diversi si ottiene un effetto molto importante in comunicazione: le persone ricevono un messaggio che è convergente, cioè coerente, ma proviene da linguaggi diversi.

Sentendo parlare di un argomento solo in un modo, si crea un effetto di assuefazione, come si è creato adesso. Ma se quello stesso argomento mi arriva da sensibilità diverse, da luoghi, fonti e canali differenti, funziona molto di più e spero funzioni molto di più. 

A conclusione del libro lei spiega un concetto magnifico, che dà molta speranza. Ma non la solita speranza del ‘mi affido e quindi non agisco nel presente’,. Lei spiega infatti che, proprio perché la cultura nella nostra specie è un tratto ereditario, i giovani di domani avranno “un cervello culturalmente e biologicamente diverso dal nostro, plasmato da conoscenze più approfondite”. E quindi sapranno agire là dove noi non ne siamo stati capaci.

Non bisogna dare un messaggio di disperazione. E questa è una speranza razionale, nel senso che è basata su un dato evolutivo e storico, che è oggettivo. Non è una idea mia, me la hanno suggerita i ragazzi.

Mi è capitato non una volta, e quindi evidentemente non è causale, che ragazzi di 15, 16, 17 anni, liceo, alla fine della conferenza mi dicessero, ‘tutto giusto professore, grazie, però non si preoccupi, perché voi avete creato il problema, la vostra generazione, i vostri padri, noi siamo diversi, perché ci siamo nati dentro e quindi noi avremo delle mentalità, delle modalità e capacità che voi non riuscite ad immaginare’.

La prima volta che me lo hanno detto, ho pensato, la solita ingenuità velleitaria, però se ci pensi hanno ragione. Gli scienziati di una o due generazioni prima della mia non avrebbero mai immaginato internet o l’editing del genoma. Quindi, razionalmente, dobbiamo dare per buono che anche nella generazione a venire verranno fatte scoperte che noi nemmeno riusciamo ad ipotizzare. 

La bellezza di quello che lei dice è che ad un certo punto, e ce lo insegna l’evoluzione, è giusto passare il testimone, lasciare che quelli che vengono dopo siano i protagonisti. C’è una grande lezione, una profonda etica, in 4 miliardi e mezzo di storia del Pianeta. 

Sì. Ci sono commenti venati di paternalismo e accondiscenda, invece secondo me i movimenti come Fridays for Future sono espressione del fatto che dobbiamo passare il testimone, metterci ad ascoltare. A mio parere c’è anche uno scontro generazionale, che è positivo. È la dialettica storica che, da questo punto di vista, ha ragione. 

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