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I rinoceronti del Serengeti svelano i limiti del salvataggio genetico

Spostare animali cresciuti in cattività, o in aree protette dall’altra parte del continente, dentro un nuovo parco nazionale è davvero una soluzione contro l’estinzione di specie ridotte a pochissimi esemplari? La “traslocazione” è una delle strategie usate oggi per il “salvataggio genetico”, ossia la re-introduzione di individui appartenenti a popolazioni diverse, geneticamente distinte, in un gruppo che non può riprodursi con efficacia. O in una regione dove di quegli animali non ce ne è più nemmeno uno. Si fa da decenni con leoni, giraffe, rinoceronti. L’ha nel mazzo di carte del futuro la COLOSSAL BIOSCIENCES, che ha (in parte) de-estinto il lupo del Pleistocene e ha un progetto sull’elefante di pianura del’Africa Occidentale. Ma sono proprio i rinoceronti neri (Diceros bicornis michaeli, classificato come “critically endangerend” in IUCN Red List) del territorio protetto tra Tanzania e Kenya (il cosiddetto Serengeti-Mara Ecosystem, che comprende anche il cratere di Ngorongoro) a raccontare oggi una storia decisamente sorprendente. I rinoceronti del Serengeti svelano i limiti del salvataggio genetico. Costretta a scendere a patti con lo strapotere della genetica (quella, per intenderci, non da laboratorio, ma ereditata dall’evoluzione lungo millenni) la pianificazione faunistica high-tech potrebbe nascondere illusioni. E sogni destinati a infrangersi.  

Il vantaggio del salvataggio genetico consiste nell’aumentare la variabilità genica della popolazione che è già scivolata oltre la linea rossa dell’inbreeding (accoppiamento tra consanguinei). Ma c’è anche un rischio collaterale, di cui si parla meno: la possibilità che i nuovi arrivati non siano adatti alla nuova madrepatria, o che portino con sé mutazioni genetiche nuove e avverse, che comprometteranno la fitness adattativa dell’intero gruppo. Tutta la storia delle aree protette in Africa è costellata da questa questione bio-ecologica, l’elefante nella stanza dei dibattiti sul futuro dei grandi mammiferi. Ogni popolazione ha un adattamento altamente specifico alla geografia in cui è nata. E questo significa che ipotizzare di spostare animali da un parco all’altro potrebbe non funzionare per motivi genetici. D’altro canto, molti degli animali (ad esempio i leoni) che noi oggi vediamo in alcune regioni dell’Africa sud-orientale sono già i discendenti di operazioni di questo tipo datate ormai quasi un secolo.  

Il punto, allora, è capire più a fondo (e gli studi in questo senso sono solo all’inizio) se i benefici della cosiddetta traslocazione (spostare individui da una riserva all’altra o da un allevamento in cattività ad una riserva) siano sufficienti per spingere su questa strada nell’immediato futuro. Fino a un secolo e mezzo fa, infatti, le grandi faune africane (elefanti, rinoceronti, ungulati) si spostavano e migravano liberamente su territori enormi. Non erano confinati nelle aree protette. È questa condizione ad aver avviato la spirale fatale dell’inbreeding, insieme alla caccia indiscriminata del Novecento, al bracconaggio e alla esplosiva demografia umana. Vale a dire che in “condizioni normali” popolazioni geograficamente separate (ad esempio dell’Africa australe e dell’Africa orientale) non si fonderebbero in unità geneticamente nuove (di fatto, ibride) con un mix di geni che esprimono adattamenti differenti.

Nel Serengeti la dispersione naturale ha funzionato meglio dell’arricchimento genetico assistito

Indizi importanti per capire quale potrebbe essere un impatto sottovalutato delle traslocazioni vengono da uno studio (PNAS) sul rinoceronte nero orientale ((Diceros bicornis michaeli), quello, per intenderci, che è ancora presente, sporadicamente, tra Tanzania e Kenya, nel cosiddetto Serengeti-Mara Ecosystem, che comprende anche il cratere di Ngorongoro. Grazie ad analisi sul pool genetico di esemplari i cui genitori venivano da differenti località si è scoperto che i rinoceronti che sono andati in dispersione spontanea (“native disperser”) attraverso i confini (tra i parchi nazionali confinanti) hanno una maggiore fitness rispetto a quelli spostati da migliaia di chilometri di distanza per ripopolare l’area. Hanno cioè meno mutazioni pericolose. E le conseguenze dell’inbreeding fra loro sono meno severe rispetto ai gruppi arricchiti da individui nati altrove. Sono cioè esemplari più sani. 

Anche se, sulla carta, sono i discendenti di genitori consanguinei.

“A causa dei tempi molto lunghi di gestazione, 17 mesi, l’albero genealogico dei rinoceronti neri che abbiamo oggi manca di profondità temporale sufficiente per abbozzare delle valutazioni dirette su come se la caveranno gli animali traslocati. Però, i tassi riproduttivi negli ultimi anni sono stati più alti a Moru che in tutte le altre località studiate, e questo nonostante il vertiginoso collo di bottiglia di un solo maschio e due femmine che ha determinato un estremo inbreeding (…) I nostri risultati enfatizzano l’importanza critica di monitorare più di una generazione di piccoli nati da genitori traslocati, piuttosto che rimanere focalizzati su macro-parametri a livello di popolazione, quando bisogna considerare i costi e i benefici di differenti opzioni di intervento sulla fauna”.

La conclusione: i corridoi ecologici rimangono essenziali, perché sono essenziali. Sono la chiave della conservazione dei grandi mammiferi. Non per nulla anche l’accordo di Montreal-Kunming (proteggere il 30% del Pianeta entro il 2030) “prevede di dare priorità a sistemi integrati di aree protette, che siano ecologicamente significative, connesse tra di loro ed amministrate secondo principi di equità”. La connessione e quindi la resilienza di tutti gli ecosistemi, prefigura l’accord0, devono essere “mantenute, rafforzate o recuperate, per aumentare in maniera sostanziale gli ecosistemi naturali entro il 2050”. Per questo è essenziale, continua la CBD (Convenzione per la Biodiversità), che “la diversità genetica all’interno delle popolazioni animali ancora selvagge sia conservata, allo scopo di salvaguardarne il potenziale adattativo”.

“La nostra ricerca suggerisce che nelle specie che si sono trovate in uno strettissimo collo di bottiglia, ed è il caso dei rinoceronti neri, potenziare e aumentare i corridoi che facilitano la dispersione potrebbe rivelarsi più sostenibile che fare affidamento soltanto su costosi trasferimenti pianificati di animali”, concludono gli autori.

Il salvataggio genetico non cancella gli effetti delle estinzioni locali

I dati ottenuti tramite il sequenziamento dell’intero genoma “possono rivoluzionare i programmi di salvataggio genetico perché forniscono più elementi sulla dotazione genetica degli animali che si ha intenzione di spostare”. E contengono indizi sulle conseguenze complessive di operazioni ecologiche di questo tipo: se le popolazioni “arricchite” geneticamente prospereranno con successo. Le informazioni tratte dal genoma, soprattutto, sono una sorta di fotografia sulla storia di popolazioni che hanno già attraversato, tra l’Ottocento e il Novecento, impressionanti “colli di bottiglia”, cioè uno spopolamento massiccio ai limiti dell’estinzione. 

Nel 2017 il neo-nato parco nazionale di Akagera in Rwanda accoglieva 18 rinoceronti neri sudafricani, qui localmente estinti da mezzo secolo.

L’anno dopo 6 esemplari, sempre sudafricani, venivano spostati nell’area protetta dello Zakhouma NP, Chad, dove la specie era estinta dagli anni ’70.

Una sottospecie di rinoceronte nero (Diceros bicornis longipes) abitava anche le savane occidentali dell’Africa. Il suo ultimo habitat era il Cameroon del Nord, in cui è stato dichiarato estinto nel 2011.

Insomma, i rinoceronti neri della Tanzania e del Kenya sono tutto ciò che resta della specie.

Ma non tutto è semplice come sembra. Il criterio di fondo dello scambio di animali tra riserve è l’urgenza di aumentare il numero di animali di una specie in estinzione. Un criterio, quindi, quantitativo. Questo è l’obiettivo numero uno della fondazione di nuove sotto-popolazioni. In termini scientifici, si parla quindi di “massimizzare la diversità genetica”, ottenuta portando dall’esterno più individui. 

Questi interventi potrebbero interferire con l’eliminazione e la selezione naturale dei geni nocivi per la specie, e pure dei geni invece ottimali per l’adattamento, un processo spontaneo e continuo. Nessun caso è uguale all’altro. Ogni specie è un caso a sé stante. 

La fitness di questi animali è in altre parole tutta verificare nei decenni a venire. Non c’è niente di scontato. Non è cioè vero che disponiamo di strategie sicure al 100% per riportare indietro popolazioni di specie funzionalmente quasi estinte.

Questa è quanto emerge dagli ultimi rinoceronti neri del Serengeti, di Ngorongoro e delle savane del Masai Mara, in Kenya. Questi gruppi di rinoceronti non sono “ancestrali” (wild dalla notte dei tempi), ma raccontano lunghi decenni di estinzioni locali. Gli Eden africani, come spesso sono presentati nei documentari-safari, sono una finzione. A dispetto della incredibile ricchezza biologica che ancora racchiudono. 

Mix genetici, trasferimenti, colonizzazione assistita: la fine della natura wild in Africa

Vediamoli allora più da vicino questi rinoceronti neri.

Ci sono rinoceronti nativi di questa regione transfrontaliera tra Kenya e Tanzania? Sì, i nativi sono i discendenti dei sopravvissuti all’intenso bracconaggio degli anni ’70 e ’80 e sono divisi in due gruppi. Il primo, originario di NgoroNgoro, si era spostato verso Moru (verso nord, dentro il Serengeti, sotto il fiume Seronera); il secondo era nativo di Nyamalumbwa (regione collinare verso il fiume Mara, in Kenya) aveva invece raggiunto il parco nazionale del Masai Mara, dall’altra parte esatta del confine. Ma entrambi questi gruppi discendevano da un solo maschio, che nel 1994 aveva abbandonato il cratere di Ngorongoro per stabilirsi a Moru ed accoppiarsi con le due uniche femmine là rimaste. Questi rinoceronti si trovarono costretti in condizioni severe di inbreeding destinate a durare per intere generazioni: questo maschio si è riprodotto con le figlie, le nipoti e le nipoti delle nipoti. 

E i rinoceronti arrivati da fuori? Appartengono alla nuova sotto-popolazione della Grumeti Game Reserve (Tanzania, a nord ovest del Serengeti) formata con individui translocati. Ma le autorità hanno anche spostato animali tra Ndasiata a Nyamalumbwa, mischiando individui sia nativi (da Nyamalumbwa) che stranieri (quelli di Ndasiata, zona limitrofa sempre dentro il Serengeti). Ma i rinoceronti di Ndasiata e di Grumeti sono sudafricani. Provengono infatti da popolazioni in cattività del Sudafrica e sono stati spostati tra il 2007 e il 2022. 

Quindi i rinoceronti neri della Tanzania sono, almeno in parte, di fatto sudafricani. E la loro storia non è ancora finita.

Ma da dove venivano, infatti, questi rinoceronti sudafricani trasferiti a Ndasiata e Grumeti? Venivano dalla Addo Elephant National Park, una riserva i cui esemplari non erano affatto autoctoni.  Erano arrivati in Sudafrica dal Kenya tra il 1961 e il 1962 (da Kiboko, nel distretto di Simba a ovest dello Tsavo National Park). 

Negli anni ’70 la Addo voleva aumentare il numero dei propri animali. E così nel 1977 accettò anche 3 maschi dello Zululand, che però appartenevano ad una altra sottospecie (Dicero bicornis minor) originaria del Sudafrica degli inglesi e dei boeri, ormai quasi estinta. Ovviamente, si trattava di un animale differente. In termini evolutivi, la michaeli e la minor si sono separate tra 1 milione e 73mila anni anni fa. Non sono quindi identiche geneticamente. Il rinoceronte dello Zululand è più piccolo e con la pelle più sottile, senza le caratteristiche pieghe del rinoceronte delle savane orientali (il michaeli per l’appunto). E perciò, nel 1980, i piccoli nati alla Addo vennero classificati come “ibridi” dallo IUCN/SSC African Rhino Specialist Group, che ne chiese lo spostamento per non compromettere ulteriormente il pool genetico del michaeli

Sono questi “rimescolamenti” che mettono il punto di domanda sugli effetti a lungo termine della gestione delle riserve in Africa. Perché la questione più scottante continua ad essere sempre la stessa: le specie animali hanno bisogno di spazio. Quanto siamo disposti a lasciarne loro? E, detto polemicamente, quante delle persone che possono permettersi un safari in Tanzania le sanno queste cose?

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