I parchi nazionali proteggono davvero la natura? Rappresentano efficamente la ricchezza biologica della Terra? Porteranno nel futuro le specie animali oggi in pericolo?
Nati a fine Ottocento dalla nostalgia per la natura uscita, come fumo di scarto, dalle ciminiere delle industrie americane ed europee, nella seconda metà del Novecento i parchi nazionali sono diventati il modello su cui immaginare di salvare, conservare e proteggere tutto ciò che della Terra non era coltivato, addomesticato e ridotto alla sola utilità umana. Insomma, la cosiddetta “wilderness”, un termine americano ricco di rifrazioni emotive e romantiche: le terre selvagge, dove si muovono indisturbate le specie selvagge, soprattutto i grandi mammiferi e i maestosi predatori.
Negli anni ’60 cominciò a prendere piede anche un altro elemento essenziale per l’immaginario collettivo dei parchi nazionali come “eden” intatti di natura incontaminata. Se la cultura hippy aveva contribuito a riaccendere l’attenzione sui cacciatori-raccoglitori, soprattutto quelli del Kalahari, le scoperte paleontologiche degli anni ‘70 nelle savane orientali del Kenya e della Tanzania diedero impulso al doppio mito dell’Africa come culla dell’umanità e della natura ancestrale. La natura da safari.
I grandi documentari sono palinsesti pubblicitari
Sono queste le suggestioni, e soprattutto le potenti scenografie, che il pubblico ha imparato a identificare con la parola “natura” attraverso i documentari da decine di migliaia di dollari di budget.
Una immagine fuorviante, più vicina a un ottimo palinsesto pubblicitario che a una informazione scientificamente attendibile sul significato attuale dei parchi nazionali.
Anche se con qualche sfumatura differente, è soprattutto questa la visione distorta che programmi famosi come NOOS e SAPIENS, ben inseriti nella tradizione di QUARK e di BBC EARTH, diffondono con successo.
Qui ho deciso di fornire una lettura diversa, scientificamente e storicamente aggiornata, dei parchi nazionali. Una analisi critica, che ne mette in luce i limiti e la cronica insufficienza nel definire ciò che, oggi, può definirsi “natura”.
Vediamo perché.
COME SONO CLASSIFICATE LE AREE PROTETTE?
PAs – Aree protette (protected areas), 250mila di numero per un totale di 22 milioni di Km2, sotto protezione giuridica formale grazie al loro valore ecologico e culturale stabilito dalla IUCN (International Union for Conservation of Nature).
IPLs – Regioni ancora abitare da popolazioni native non di origine europea con un forte legame culturale con la flora e la fauna (Indigenous people lands). Hanno lo status di habitat protetto e di integrità ecologica. 38 milioni di Km2 su 87 Paesi, spesso in contiguità geografica con le PAs.
WAs – “Terre selvagge” (wilderness areas), secondo una definizione contestata e controversa, caratterizzate da paesaggi ecologicamente “intatti” e completamente privi di esseri umani. All’incirca 30.1 milioni di Km2 per lo più in Nord Africa, Nord Asia, Nord africa e Australia.
I parchi nazionali OGGI
Innanzitutto, il parco nazionale isolato, oasi di interazioni selvagge senza giurisdizione umana, non è più un obiettivo realistico neppure per la Convenzione Mondiale per la Biodiversità, ossia per le Nazioni Unite e la governance internazionale sulla natura. L’accordo di Kunming–Montreal del 2022 (Global Biodiversity Framework) inserisce tra i nuovi obiettivi di protezione la connettività (connessione) tra aree protette, perché soltanto i circuiti (network) di parchi possono mantenere la biodiversità nel futuro. Questo è il punto centrale dell’obiettivo di mettere sotto protezione il 30% della Terra entro il 2030.
Secondo punto. I parchi nazionali sono contestati dai popoli che nelle Americhe, in Africa e in Australia vivono ancora secondo le proprie tradizioni: i popoli indigeni, sopravvissuti alle pulizie etniche coloniali. Queste contestazioni contengono un elemento di verità incontestabile: la natura circoscritta, senza umani, non è natura, è una astrazione politico-giuridica nata su istanze culturali esclusivamente occidentali, quasi sempre a danno dei nativi. Il movimento woke ha fatto suo questo punto di vista, assorbendo il dibattito sul futuro della natura in Antropocene.
Ma in questo discorso c’è anche una pericolosa riluttanza ad ammettere che su un pianeta con 8 miliardi di persone non c’è quasi più posto per gli animali e gli ecosistemi non agricoli. Se non ci fossero le riserve, anche gli ultimi scampoli di terre selvagge scomparirebbero, aggrediti e mangiati dall’espansione agricola in regioni poverissime. Abbiamo spinto le cose a un tale punto di usura che le riserve servono, anche se non sono la soluzione alla sesta estinzione. Non si può parlare di natura senza parlare di iper-demografia umana, una condizione storica che coinvolge tutti, non soltanto il Sud Globale.
Terzo punto. I network di aree protette sono politicamente scottanti perché richiederebbero un passo indietro delle società umane, disposte a lasciare spazio ai non-umani. Connettere vuol dire cedere territori, riconfigurare insediamenti su intere regioni e, molto probabilmente, pianificare in questo secolo un “rewilding” cioè stili di vita e configurazioni politiche in cui convivere a stretto contatto con habitat verdi ricchi di fauna. Tutto questo è, sarà, impossibile senza una uscita dal capitalismo, dal neo-liberismo e dal mito della crescita economica. Insomma, senza una riscrittura di civiltà.
Quarto punto. La connettività tra aree protette è l’unico modo per dare un futuro alla diversità biologica della Terra perché soltanto così non scompaiono i processi genetici, bio-chimici ed evolutivi costitutivi della vita su questo Pianeta. Le specie animali prosperano, si riproducono con successo, evolvono nel tempo, migrano soltanto se hanno spazio. Se possono muoversi liberamente su aree enormi, portando e diffondendo con sé i propri geni. È così che potrebbero colonizzare nuovi territori, lontani dal parco nazionale in cui sono nati, dando vita a nuovi adattamenti specifici, in grado di conformarsi al regime climatico di un Pianeta più caldo.
Oltre romanticismoo ingenuo e slogan
Come insegna Philippe Descola, antropologo geniale e ispirato, nulla di ciò che noi, nella parte ricca del mondo, siamo soliti chiamare “natura” ha un valore universale, innato, o, peggio, trascendente. Perché è una categoria storica. In questa sezione costruiremo argomentazioni e ragionamenti attorno a questo punto essenziale: capire come le idee sulla natura si sono formate nel corso della storia moderna è indispensabile per capire cosa sta accadendo. Lasciando le ingenuità dei programmi televisivi al romanticismo da salotto e all’attivismo fatto di slogan. Privilegiando i dati scientifici. Allargando il più possibile l’orizzonte del pensiero.
