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Caso Hallam: la civiltà non è un antidoto alla barbarie. È fatta di barbarie

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Amburgo, Germania – Una diagnosi corretta è indispensabile. Nessuna patologia può essere risolta senza l’aiuto di un corretto inquadramento clinico. Per la coscienza vale lo stesso. In assenza di un esame critico sui propri disastri esistenziali, l’essere umano continua a vagare nel buio di illusioni e fraintendimenti, di autoinganni e di autoassoluzioni. E siccome storia e cultura sono il prodotto dell’azione umana, dovremmo abituarci a un serio esame di noi stessi anche quando si discute del futuro del Pianeta, dello stato del mondo alle soglie del 2020 e delle nostre responsabilità collettive. Il caso Roger Hallam, accusato in tralice dal settimanale tedesco DIE ZEIT di essere un antisemita, e di aver così aperto una serissima ipoteca sulla credibilità di Extinction Rebellion, è emblematico. Le affermazioni di Hallam, la posizione di DIE ZEIT, la replica dei movimenti in Inghilterra e in Germania, non riguardano infatti solo la questione ambientalista (chi, come e con quali strumenti dovrebbe organizzare una pressione politica efficace sui governi), ma anche il futuro dell’Europa. Della coscienza europea.

Il consenso per le destre xenofobe cresce ovunque sul continente. La senatrice a vita Liliana Segre deve vivere sotto scorta, minacciata da balordi antisemiti che probabilmente non hanno neppure mai letto un rigo di Isaac Bashevis Singer o di Aharon Appelfeld. Questo degrado civile non è soltanto preoccupante, è la conseguenza diretta di una disgregazione dello spirito di comunità che credevamo invincibile dopo il 1945. Purtroppo, proprio come ammisero da subito molti osservatori, la civiltà non è un antidoto alla barbarie, ma è fatta di barbarie.  Vale a dire che la nostra storia umana è densa di apocalissi di crudeltà e di atrocità pianificate nelle stanze del potere, che, tutte insieme, hanno dato forma, consistenza e direzione al mondo così come lo vediamo e lo abitiamo oggi. Non possiamo isolare il concetto di “storia” in una teca di vetro di teorie, ma dobbiamo invece dare più spazio possibile alla constatazione e alla discussione, per prenderci le nostre responsabilità. Questa prospettiva antropologica è inevitabile là dove simpatie neofasciste progettano di deformare la lettura del presente. Ed è proprio qui che l’impegno etico nel demolire la volgarità neofascista incontra il dovere di denunciare il collasso del Pianeta. C’è infatti una sovrapposizione, un punto di incontro storico, tra i fatti mostruosi della Seconda Guerra Mondiale e della Conferenza di Wannsee e la traiettoria di civiltà che ci ha condotti al collasso di biosfera e atmosfera. L’umanità si è mossa lungo una direzione precisa oltre un secolo fa, attraverso una spinta di espansione industriale ed economica che ha ridotto il Pianeta a terra da saccheggio. Una spinta biopolitica: popoli, genti, esseri umani in carne ed ossa diventano materiale per rivoluzioni, sogni deliranti, rinnovamenti genetici. Bisogna cambiare l’uomo, per dominare il mondo. Un principio prima di tutto economico, alla radice della svolta energetica fossile di inizio Ottocento, non meno che delle idee di Trotskij sull’importanza metafisica della tecnologia e della supremazia della macchina contro la natura. Al volgere del 1939, l’espansione è il minimo comune denominatore della civiltà occidentale. Ipotizzo che possa essere questo il contesto storico di cui Roger Hallam ha parlato con Hannah Knuth. 

È probabile che DIE ZEIT abbia deciso di calcare la mano sulla intervista (peraltro brevissima e pubblicata nelle ultime pagine del giornale) a ragione delle tensioni interne nel Paese con AfD e dopo l’allarme istituzionale deciso a Dresda il mese scorso contro i neonazisti. Rimane il fatto che l’articolo è tendenzioso e manca esattamente di questo, di un ragionamento storico complessivo sulla coscienza europea. In un momento di fortissima instabilità sociale, un movimento ambientalista radicale non è solo una protesta di strada, ma l’esplosione di problemi stratificati, datati, storici. Bisogna andare a vedere dove nasce in Europa l’esigenza di dire basta a uno schema socio-economico che ci ha impiegato cinque secoli per giungere a maturazione. Il genocidio è un capitolo variegato di questo processo. 

Scrive la Knuth: “L’obiezione che l’Olocausto non sia paragonabile con altre terribili uccisioni di massa (Voelkermord), non gli sovviene. Hallam si oppone all’osservazione che, mentre molti uomini hanno senz’altro commesso il male, l’Olocausto si trova però in una posizione del tutto a sé stante (Alleinstellungsmerkmal). Che cosa dire di quest’uomo? Perché è così coinvolto con l’Olocausto?”. La posizione di Hallam è infatti questa: “Ci sono diversi dibattiti sulla questione, se l’Olocausto rappresenti o meno una tipologia eccezionale di genocidio (einzigartig) (…) So che c’è questa convinzione in Germania. Tuttavia io, con tutto il rispetto, non sono d’accordo”. Hallam qui si riferisce alla discussione storiografica sulla definizione di genocidio. La Knuth è costretta di conseguenza ad ammettere: “Non si può ascrivere né la forma né il contenuto delle affermazioni di Hallam ad una scarsa istruzione (Bildung). Fino a poco tempo fa, Hallam lavorava infatti al King’s College di Londra con un dottorato sulla disobbedienza civile”. 

Hallam non ha negato la Shoah. Ha detto che nella storia umana ci sono stati molti genocidi, diversi, ma simili all’’Olocausto. Questa non è una affermazione antisemita. Procedendo però nella lettura del pezzo della Knuth si intuisce che la faccenda è politica ed Extinction Rebellion, che finora si è contraddistinta per trasparenza, non può chiudere la discussione con l’annuncio di un procedimento di verifica a carico di Hallam. Il movimento ha smosso la coscienza europea dopo anni di inerzia ambientalista e ora deve prendersi la responsabilità del proprio radicalismo, e cioè della schiettezza con cui cui ha chiesto di dire la verità sullo stato del Pianeta. D’ora in avanti, secondo la Knuth, gli attivisti di XR, “devono portare questo peso, che uno dei loro fondatori relativizza la distruzione pianificata (Ausloeschung) degli Ebrei come un avvenimento tra altri con una curiosa consapevolezza della propria missione (mit einem merkwurdigen Sedungsbewusstsein). Se con queste esternazioni Hallam abbia assicurato al cambiamento climatico maggiore significato (Bedeutung), o se egli stia invece cercando di ottenere titoli a caratteri cubitali, o se se sia semplicemente un antisemita, non è dato apprenderlo nella fattoria del Galles (ndr, dove è avvenuta l’intervista). L’attenzione, questo è sicuro, riaccesa, sarà dirottata dalla minaccia che incombe sul Pianeta alla sua persona e alla sua tesi. Rientrano nel gruppo di coloro che sono d’accordo con lui quelli che negano le cause antropiche del cambiamento climatico”. Vale a dire, secondo la Knuth, che chiunque legga nello schema genocidiario un comportamento ripetibile delle comunità umane è anche un negazionista climatico. Una tesi assurda, e anche abbastanza ridicola. “I contemporanei che vedono nel movimento per il clima solo figure sinistre, che non credono nella democrazia aperta e liberale, vedranno ora i loro sospetti confermati. Questa sarà la conseguenza (Wirkung) più amara della strampalata ribellione di Hallam”. C’è ben altro in gioco, purtroppo. 

Nel momento in cui entra in carica la nuova Commissione Europea con un piano clima (European Green Deal) che Greenpeace ha già definito, in un comunicato stampa del 29 novembre, “ad impatto minimo sul contrasto all’emergenza climatica”, il negazionismo non è prerogativa di chi inserisce l’Olocausto nella più ampia storia europea e mondiale; è invece “l’amara conseguenza” di un atteggiamento politico molto diffuso, che continua a tenere in vita modelli economici autodistruttivi. Il negazionismo è l’attitudine umana ad andare fino in fondo con i propri crimini. Nelle parole di Franziscka Achtemberg di Greenpeace Eu: «Si tratta di un programma ampio (ndr, lo European Green Deal), per fortuna assai distante dell’agenda di deregulation della commissione Junker, ma basta guardare oltre i titoli per vedere che le misure proposte sono deboli, parziali o del tutto assenti. Rispondere alla crisi ecologica e ambientale richiede un ripensamento fondamentale del sistema economico che per decenni ci ha portato inquinamento, distruzione ambientale e sfruttamento delle persone. Questo piano appena scalfisce la superficie di un sistema marcio”, ha detto Franziscka Achtemberg di Greenpeace Eu. 

PS – A corollario di questa conversazione sul genocidio, sarebbe auspicabile che la collega di DIE ZEIT e i benpensanti rileggessero quanto Karl Jaspers scrisse nel suo saggio La questione della colpa (pubblicato in Italia da Cortina nel 1996). Una raccolta di riflessioni sulla colpa della Germania che Jaspers dedusse da consultazioni pubbliche tenutesi nel 1945, a cui parteciparono persone di ogni tipo. Jaspers ebbe il coraggio di dire questo: “Se noi ci mettiamo ad indagare la nostra colpa fino alla sua fonte originaria, veniamo a trovarci di fronte all’umanità che nella forma tedesca ha assunto un modo caratteristico di diventare colpevole, ma che è una possibilità dell’uomo in quanto uomo”.

Roger Hallam sul coraggio di dire la verità al WorldWebForum.

Roger Hallam non è un antisemita

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(Credits: raccolta fotografica Wannsee Museum, Berlin)

Amburgo, Germania – È giusto paragonare la distruzione, politicamente pianificata, del nostro Pianeta (tradotto: non fare nulla per fronteggiare la catastrofe climatica e la sesta estinzione di massa, lasciando che siano le prossime generazioni, morti compresi, a pagare i nostri debiti) con il genocidio dei cittadini europei di religione ebraica durante la Shoah? Roger Hallam lo ha fatto e io non credo che le sue affermazioni siano antisemite. Attorno questo interrogativo morale, dentro le scomodissime pieghe della nostra storia recente e attuale, Hallam, co-fondatore di Extinction Rebellion, si è mosso in una intervista rilasciata dal Galles, dove vive, al settimanale tedesco DIE ZEIT. L’intervista è uscita ieri, 21 novembre, sul numero in edicola (N° 48/2019), un pezzo firmato da Hannah Knuth e intitolato ““Fast eine normale Ereignis”, che tradotto significa “un avvenimento quasi normale”. Le riflessioni di Hallam, che adesso vedremo nel dettaglio, sono state immediatamente bollate, etichettate e spedite in rete come antisemite. Extinction Rebellion UK ha preso le distanze dal suo uomo di punta con un comunicato stampa: “XR UK denuncia senza riserve i commenti odierni del nostro co-fondatore Roger Hallam al magazine tedesco Die Zeit, fatte a titolo personale in relazione al lancio del suo libro. Le persone di origine ebraica e molti altri sono profondamente feriti dai commenti di oggi. Una audizione interna è stata avviata con il team di XR Conflict su come gestire il processo decisionale che affronterà la questione. Siamo per un approccio di riparazione e conservazione, preferibilmente, e tuttavia in alcuni casi l’espulsione è necessaria (…) Esprimiamo la nostra solidarietà ad XR Germany, alle comunità ebraiche e a tutti coloro che sono stati toccati dall’Olocausto, nel passato e ai giorni nostri”. 

Ma che cosa ha detto Roger Hallam? Secondo DIE ZEIT, avrebbe “relativizzato l’Olocausto”, parlando dei genocidi, e sostenendo che non faccia bene ai tedeschi considerare lo sterminio compiuto dai nazisti come un caso isolato: “La dimensione fuori scala di questo trauma può essere paralizzante. Può impedire che si impari qualcosa da quanto accaduto (The extremity of a trauma can create a paralysis in actually learning the lessons from it)”. Hallam ricorda come nei ultimi 500 anni siano accaduti ripetutamente eventi genocidiari: “Per essere onesti, si potrebbe anche dire: un genocidio è un avvenimento quasi normale (a regular event)”. E dunque l’olocausto è per Hallam “”just another fuckery in human history”, soltanto un’altra, disgraziata macchia nella storia dell’umanità. Alle 10.38 del mattino di ieri lo stesso DIE ZEIT ha ripreso ancora la notizia, stavolta pubblicandola in inglese. 

Nell’intervista, Hallam aveva paragonato i fatti europei con i fatti africani occorsi durante il periodo coloniale: “Il fatto è che milioni di persone sono state uccise in circostanze estremamente cruente, con regolarità, nel corso della storia (millions of people have been killed in vicious circumstances on a regular basis throughout history)”, ad esempio in Congo, per mano belga, nel XIX secolo ( chi volesse saperne qualcosa di più, da una voce che nulla ha a che fare con la manipolazione politica, legga Gli anelli di Saturno di W.J.Sebald). 

Ora, che il genocidio sia un evento ripetuto e ripetibile nella storia umana, non è una ipotesi strampalata o tendenziosa di Roger Hallam, ma una riflessione storico-sociologica da parecchi anni. Ricordo il lavoro di Jacques Sémelin, Purificare e distruggere (Einaudi), che indaga lo “schema genocidiario” tra Germania, Rwanda e Yugoslavia, individuando più di un parallelismo tra questi differenti scacchieri geografici. Ecco il frontespizio del volume pubblicato da Einaudi: “Risultato di piú di vent’anni di ricerche e analisi sul tema della violenza, delle sue espressioni estreme, dei suoi usi politici e degli esiti che hanno scandito la storia del XX secolo, questo libro si propone di reperire una logica, per quanto atroce e terribile, nell’inferno dei genocidi”. Leggere lo sterminio programmato degli ebrei europei (e della civiltà yiddish, che il solito stuolo di benpensanti mai cita probabilmente perché ignora lo splendore della cultura yiddish spazzata via per sempre dalla faccia della Terra) come accadimento isolato, metafisico, unico non è neppure la posizione di Zygmunt Bauman, che in Olocausto e Modernità (Il Mulino), opera coraggiosa e controcorrente, che infatti siamo in pochissimi a citare quando si tratta di Nazismo, sostiene che l’Olocausto non sia un fallimento della Modernità, ma un suo prodotto. Bauman dice in questo suo libro qualcosa che non ci piace per nulla sentirci dire, e cioè che siamo fatti, noi Moderni, della stessa materia e matrice da cui vennero fuori i cittadini comuni tedeschi che aderirono al regime e contribuirono così allo sterminio. E io credo che Hallam intendesse proprio qualcosa del genere, arrischiandosi ad affermare che il genocidio è stato uno strumento di espansione  dell’Europa (Americhe, Africa ed Asia), un meccanismo di imposizione della supremazia europea (conferenza di Berlino del 1884), uno strumento di affermazione dell’economia capitalista globale (colonialismo a partire dal 1500). Una posizione intellettuale che personalmente ho spesso difeso qui su Tracking Extinction e che ritengo indispensabile per mettere bene a fuoco il destino ecologico che abbiamo davanti a noi. 

Sono temi e fatti scomodossimi, che incutono in tutti noi vergogna e rabbia ( la rabbia di colui che sa di aver commesso un crimine, ma non è disposto ad assumersi la responsabilità della sua colpa), nonostante proprio in Germania da qualche anno vengano affrontati quanto meno pubblicamente. 

Nel 2016-2017 la spettacolare mostra al DHM sull’Unter der Linden “Deutscher Kolonialismus”, ha raccontato lo sterminio degli Herero, in Namibia; lo Humboldt Forum (il prossimo museo di etnografia e arte africana), per ora ancora cantiere aperto, ha suscitato un dibattito infinito e finalmente fertile sulle azioni e le intenzioni europee in Africa, e non più tardi di questa primavera DER SPIEGEL ha pubblicato uno speciale, Von Herren und Sklaven – wie die Europaer die Welt unterjochten ( Signori e Schiavi – come gli Europei hanno sottomesso il mondo) coerente con tutto questo. In questo volume, compare anche una intervista al professor Juergen Zimmerer, che insegna storia all’Università di Amburgo ed è una autorità rispettata e riconosciuta negli studi sull’Africa, il colonialismo e i genocidi. A Zimmerer è stato chiesto se i tedeschi non soffrano di una “amnesia coloniale”, visto che quasi nessuno sembra ricordare che la Germania, prima del primo conflitto mondiale, era una potenza coloniale: “è stato a lungo così, ma qualcosa sta cominciando a cambiare. Con il colonialismo le cose non vanno come per il nazionalsocialismo, si è sviluppato un atteggiamento a malapena critico (…) A mio parere, la storia coloniale tedesca non finisce nel 1919, ma nel 1945. La politica nazionalsocialista si limitò a cambiare il luogo del colonialismo, perché adesso l’obiettivo si chiamava Europa orientale. Hitler descriveva la Russia come la nostra India”.  E a proposito del genocidio degli Herero in Nambia, Zimmerer ricorda che il generale Lothar von Trotha, l’esecutore materiale della repressione della rivolta e delle uccisioni di massa, “già nel 1897 riteneva che fosse in corso una guerra razziale tra Europei ed Africani, che si sarebbe conclusa con lo sterminio o di una parte o dell’altra. Si trattava evidentemente del concetto di terrore razziale”. 

Se vogliamo attenerci al nostro contesto nazionale, in Italia, posizioni analoghe sui diversi genocidi sono note, dal momento che appartengono ormai al patrimonio storiografico contemporaneo, da anni. Faccio solo un esempio: nella enciclopedia sulla storia della Shoah pubblicata da UTET nel 2005, il primo volume è dedicato alla Crisi dell’Europa, lo sterminio degli ebrei e la memoria del XX secolo e contiene contributi dei più vari e articolati sulle premesse politiche, ideologiche e coloniali che portarono al genocidio ebraico, mostrando come prima degli anni Trenta le nazioni europee avessero già sperimentato comportamenti genocidiari fuori dai nostri confini, lontano dalla nostra zona di comfort, in Africa, ad esempio. Un titolo per tutti: il saggio di Isabel Hul “Cultura militare e ‘soluzioni finali’ nelle colonie: l’esempio della Germania guglielmina”. 

La domanda che dobbiamo porci allora è: per quale motivo Roger Hallam di Extinction Rebellion è stato messo alla gogna? Per quale motivo non è più lecito tentare una valutazione complessiva della nostra storia fuori da categorie religiose, mistiche, mitologiche, e dirci invece, faccia a faccia, chi siamo veramente e con quali intenzioni criminali ci apprestiamo a consegnare alle future generazioni un Pianeta distrutto? Perché dobbiamo vivere questa forma di pudore auto-censurato, una forma di pigra flagellazione della nostra stessa coscienza, sentendoci dire che non ci è consentito coltivare il massimo rispetto per le vittime della Shoah, per ogni singolo uomo, donna e bambino ebreo morto per mano nazista senza però rinunciare a denunciare gli schemi omicidi che stanno dietro l’apatia politica sulle faccende ambientali? Non siamo di fronte, magari, ad un altro caso Handke, accusato di nefandezze mai dette, per la sola colpa di aver scritto idee e pensieri non allineati con le stesse narrative potenti dei giornali potenti, compromessi con la politica fino al collo, che ci stanno portando a un Pianeta a + 4°C, + 5 °C ? 

E diciamo allora una parola anche sul trauma. Tutti noi sappiamo che un trauma prende in ostaggio il futuro. La storica Marianne Hirsch lo chiama “post memory”: la relazione con il passato già accaduto che la generazione successiva all’evento traumatico porta ancora con sé, come fatto personale, ma anche collettivo e culturale, fino al punto che il ricordo, la memoria, formano il presente con una intensità attualizzata, fatta di storie, immagini e comportamenti. La storica britannica Olivette Otele ritiene che una attitudine psico-emotiva di questo tipo coinvolga anche le memorie coloniali e successive alla fine della schiavitù. La psicoanalisi non ci dice forse la stessa cosa, quando prova a far chiarezza sulle sofferenze che non riusciamo ad elaborare? Siamo nel XXI secolo e abbiamo dietro di noi secoli di atrocità: la nostra coscienza contemporanea è fatta di traumi, di proiezioni, di omissioni, di rimozioni. Ammetterlo ci potrebbe aiutare a progettare un futuro diverso, mentre demonizzare questa condizione della mente umana, collettiva, di oggi, del nostro scottante presente, porta solo carburante al motore del vero negazionismo, quello che presuppone di continuare a compiere omicidi di massa con il beneplacito della società di massa.