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Sì, è ok non avere figli

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Auspicare il controllo della demografia umana è anti-femminista, disumano e razzista. È questa l’accusa mossa da Meehan Crist, writer in residence in Biological Sciences alla Columbia University, New York, lo scorso 14 febbraio in un public talk al British Museum di Londra organizzato dalla prestigiosa London Review of Books all’interno della rassegna Winter Lectures. Sotto le ben mascherate spoglie di un ragionamento a tutto tondo sulla tenuta civile di un modello sociale fondato sull’uso dei combustibili fossili non meno che dalla libertà di scelta, la Crist ha in realtà articolato una accusa infamante nei confronti di parte dell’ambientalismo militante. Arrivando ad affermare lche parlare di riduzione delle nascite significherebbe avere simpatie per il nazionalsocialismo e chissà quale fantasia eugenetica. Per Crist, infatti, i movimenti e i ricercatori con pubblicazioni in peer review che predicano la necessità di ridurre la popolazione umana traggono ispirazione dalla “Ecologia Profonda e dal Terzo Reich”. La London Review of Books non è nuova ad ospitare scritti che denunciano il discorso sulle nascite, con un taglio decisamente conservatore, viziato da uno snobismo neanche troppo celato.

Ma l’intervento del 14 febbraio di Meehan Crist al British Museum è una altra cosa, per la gravità sconsiderata delle affermazioni contenute in un discorso solo apparentemente conciliante e moderato, che si pronuncia invece a tutto tondo con toni spropositati e disinformati a difendere un antropocentrismo sempre più pericoloso. Mentre è purtroppo impensabile che in un Paese cattolico come l’Italia il dibattito sulla sovrappopolazione raggiunga mai una visibilità pubblica consistente, resta il fatto che affrontare il tabù della riproduzione umana è diventato un banco di prova per l’onestà intellettuale, fuori e dentro i soliti campi dell’ecologismo militante o accademico. Non sarebbe infatti giusto rimanere in silenzio di fronte ad attacchi così sconsiderati al sacro santo diritto di difendere il “Pianeta vivente” partendo da un punto di vista non religioso, non tradizionale e non paternalistico.

Secondo Population Matters, il think tank londinese che si occupa di divulgare consapevolezza sulla incompatibilità tra la demografia umana e il futuro del Pianeta “il pezzo della Crist ripete lo stanco, anacronistico e convenzionale luogo comune sulle campagne che riguardano la popolazione, ancor in voga per alcune persone, a dispetto di ogni evidenza della suo essere erroneo. Fondamentalmente, la sua analisi consiste in questo, che sollevare preoccupazioni sulla popolazione o proporre famiglie più piccole come soluzione ai problemi ambientali escluda per definizione tutte le altre soluzioni. Parlare di popolazione significa allora essere o cechi o complici di razzismo, colonialismo e desiderio di controllo del corpo delle donne”. 

In effetti, almeno all’inizio, la Crist riconosce che il diritto di scelta se diventare madre o meno “comincia a sfocare rapidamente, quando ammettiamo che le condizioni per la prosperità degli esseri umani sono distribuite in modo così diseguale e che, in una epoca di catastrofe ecologica, fronteggiamo uno spettro di possibilità per il futuro in cui queste stesse condizioni non esisteranno più in modo affidabile”. Dunque avere un figlio non è più soltanto un moto intimo e irrazionale, ma, anche, ormai, “un atto politico, che con sempre maggior forza ci richiese di confrontarci non solo con la complessità biopolitica della gravidanza e della nascita, ma anche con le eredità interconnesse del colonialismo, del razzismo e del patriarcato”, sulla linea di confine, insomma, tra ciò che è personale e ciò che funziona su di un piano globale. 

Ma è proprio questo principio, il fatto incontestabile che ogni nostra decisione è un prisma di risonanze al di fuori della nostra diretta sfera di influenza, che Meehan Crist non riesce a mantenere saldo. E a scandagliare con la necessaria lucidità. 

La responsabilità maggiore dello stato attuale del Pianeta, infatti, non sarebbe ascrivibile secondo Meehan Crist alla direzione che la nostra civiltà avrebbe imboccato negli ultimi 2 secoli, quanto piuttosto di un capitalismo aggressivo e immorale, un regista nascosto più simile al Grande Fratello di Orwell che alla moderna struttura economico-finanziaria delle società avanzate. Il gioco di prestigio delle multinazionali coincide con l’invenzione, per Crist, della “impronta ecologica (carbon footprint)”, strumento indispensabile per caricare sulle spalle del singolo cittadino la colpa del disastro del Pianeta e del cambiamento climatico. All’altro estremo di questa “strategia della colpevolizzazione” starebbe l’ideologia malthusiana della sovrappopolazione. Anche Bill McKibben, probabilmente il giornalista ambientale più famoso al mondo, fondatore di 350.org e pioniere del giornalismo scientifico sui cambiamenti climatici, non sarebbe immune da questo revanscismo malthusiano, visto che “più di 20 anni fa, nel suo libro Maybe One (Forse Uno) confezionò un sermone neo-malthusiano per i suoi seguaci americani a proposito del danno, limitato, che avrebbe recato al Pianeta rendere un solo figlio una norma culturale”. 

Meehan Crist ritiene che “recentemente, la logica della impronta di carbonio sia stata associata alle idee sulla popolazione umana in un modo allarmante”. E si lancia in esempi che non sono tratti dalla cronaca ambientale o ambientalista, ma dalla cronaca politica in contesti di esercizio distorto delle libertà democratiche. La faziosità di questi esempi è sconcertante: una campagna di sterilizzazione forzata su donne che avevano già avuto 2 o 3 figli in Uzbekistan; o o su donne positive all’HIV in Cile, Namibia e Sudafrica. 

Ma c’è di più. Le pericolose idee ecologiste troverebbero una eco nell’appello sottoscritto da 11mila scienziati (gente che pubblica in peer review, non su giornali scandalistici di provincia, sia chiaro) nel novembre 2019 su BioScience per arginare il collasso della biodiversità. Uno degli autori, William Ripple, che è uno dei massimi esperti di grandi carnivori e di metapopolazioni, tra le azioni indispensabili cita l’avere meno figli. “Ma questa utopia è difficile da immaginare senza al contempo pensare al bagno di sangue che ci condurrebbe lì”, scrive la Crist, supponendo che chi è per la pillola anticoncezionale abbia in testa lo sterminio programmato di qualche milione di persone. “La stessa aritmetica nutre le fantasie eco-fasciste che attraversano la destra on line Deep Green e hanno contribuito ad incitare le sparatorie di massa in Texas e Nuova Zelanda. In queste oscure visioni del futuro, la purezza razziale salverà il Pianeta. Confini chiusi e veganismo”. E tutto questo dal momento che “la Ecologia Profonda e il Terzo Reich servono da ispirazione”; inoltre “sarebbe fin troppo azzardato ignorare la tendenza dell’anti-umanismo (e in particolare trend come la sociobiologia, il Malthusianesimo e la Ecologia Profonda) nel nutrire politicamente il Darwinismo sociale”. E questo è davvero singolare, perché anche qui in Italia verifichiamo ogni giorno come la Destra razzista non abbia alcun interesse nell’ambiente. E come, invece, appellandosi al Cristianesimo, invochi il sacro valore della famiglia, magari anche numerosa. 

La Crist ignora palesemente i numeri e i risultati del Rapporto Ipbes del 2019, che ci dice fino a che punto la perdita di habitat sia una concausa della estinzione di massa in corso. E scrivendo che “desiderare meno figli è un terribile punto di partenza per ogni politica” Crist dimostra di non conoscere neppure il dibattito sulla tenuta ed utilità dei parchi nazionali nella conservazione, o le valutazioni attorno dei limiti genetici delle popolazioni isolate e frammentate di qualunque specie. Non conosce insomma il concetto di spazio in biologia ed ecologia. 

Ognuno di noi è responsabile del ruolo e delle scelte che compie nella epoca storica in cui gli è toccato in sorte di vivere. Di più, ognuno di noi ha il dovere di essere consapevole delle evidenze scientifiche che definiscono non solo le condizioni ecologiche ed evolutive della nostra presenza sul Pianeta, ma anche delle conseguenze che tutto questo implica all’interno della storia della civiltà. Non possiamo fare finta di niente e acconciare la nostra coscienza, sull’avere figli, come donne e uomini dell’Ottocento. Il grande psicoanalista Wilfred Bion sosteneva che il soggetto, ossia l’Io pensante, è chiamato a prendersi la responsabilità non solo di ciò che ha fatto, ma anche di ciò che ha compreso di se stesso e della sua storia. Altro che “mettere sulle spalle degli individui singoli la responsabilità della crisi climatica è barbarico”: ma a cosa mai sarebbe servito il petrolio estratto negli ultimi 70 anni? Per produrre un profitto astratto per la BP o la ENI? Non lo abbiamo forse bruciato per avere lo stile di vita a cui siamo così ferocemente affezionati?

“Proprio come per gli attivisti che lavorano sulla plastica e il rewilding sanno che i loro non sono gli unici problemi sul tavolo, e nemmeno le uniche soluzioni, così chi fa campagne sulla popolazione riconosce che affrontare la demografia è soltanto una delle molte azioni essenziali alla salvezza del nostro Pianeta. Credere che la popolazione sia un problema non significa affatto sostenere l’attuale sistema economico”, puntualizza Popolation Matters, “considerare innocenti le compagnie petrolifere o tenere in scarsa considerazione le diseguaglianze globali, essere un fan del consumismo e non pensare ad affrontare tutte queste questioni. È assurdo trarre simili conclusioni, un segno di ignoranza o anche peggio (…) E in modo analogo, ritenere i cambiamenti nello stile di vita a livello individuale validi e basati su solide giustificazioni non sposta il biasimo da fattori istituzionali, politici od economici”. 

La cultura del consumo, o del super-consumo, è infatti l’altra faccia della presunzione di poterci riprodurre all’infinito. La stessa demografia in espansione è una esigenza del capitalismo, che ha bisogno di consumatori su statistiche infinite; e il consumismo, da parte sua, presuppone le negazione sistematica degli offsett, ossia degli effetti collaterali della produzione sui sistemi naturali. Senza miliardi di consumatori neppure la migliore compagnia petrolifera potrebbe avere i conti in attivo. Il ragionamento di Meehan Crist contiene infatti un determinante vizio di logica: il super-consumo non nasce per decisione degli amministratori delegati delle compagnie petrolifere con piattaforme off-shore, ma è una esigenza antropologica inscritta nelle premesse della Rivoluzione Industriale, come ha spiegato Peter Sloterdijk.

Il consumismo-capitalismo trova nelle riserve energetiche fossili (petrolio e gas) il carburante per ciò che Sloterdijk chiama “Lebensentlastung” e cioè sgravio dalla fatica di conquistare il pane per vivere, dalla maledizione del lavoro nei campi durato per millenni. Il desiderio assoluto di vivere meglio, di avere di più, di avere qualcosa. È da questo motore psicologico che si avvia il processo di costruire delle economie moderne a incremento progressivo di tecnologia. Senza lo sgravio, sarebbe stato impensabile sia progettare il sogno di una democrazia infinita sia sostenere una demografia in espansione infinita. 

Ciò che più conta, non si tratta ora di tentare, con ben misere possibilità di successo, un ridimensionamento del super-consumo, quanto piuttosto di invertire le aspettative esistenziali e materiali che le fonti fossili hanno generato nella umanità attuale. Tra queste aspettative vi è il sentimento, evidentemente condiviso da Crist, che la nostra specie non debba fare un passo indietro e cominciare a pagare il conto. Non certo per disegnare un risarcimento ideologico verso le altre specie, ma sostanzialmente per comprendere che senza le altre specie, quindi senza habitat ampi e integri, una Terra sovrappopolata non sarà più vivibile. Perché non sarà più un Pianeta magnifico, ma un enorme ghetto. 

Con buon pace e serenità dei partiti politici che sostengono pacchetti di banalità disinformate come quelle propinate al British Museum da Meehan Crist, la “capacità di carico” degli ecosistemi non è una idea “eco-fascista” ma un parametro scientifico affidabile che sta a fondamento di molto di ciò che sappiamo ad oggi sulla defaunazione, sulla estinzione e sui tipping point, i punti di non ritorno dei sistemi biologici oltre i quali si aprono scenari del tutto inediti e imprevedibili. Inoltre, la dimensione culturale del progresso non è un espediente retorico della BP, ci spiace. Il progresso è un costrutto culturale europeo di elaborazione illuministico-settecentesca, pervasivo e ancora radicato nella nostra stessa idea di Occidente e di economia, tanto da funzionare tutt’oggi nella logica impossibile, ancorché diffusissima, dello “sviluppo sostenibile” e della “crescita verde”.  

“Per me, avere un bambino ha significato avere un impegno con la vita e stringere un legame con le possibilità di un futuro ancora umano su questo Pianeta sempre più caldo. Significa chiudere con la purezza morale”. Schopenhauer si sarebbe fatto una crassa risata. Perché qui non c’è in ballo nessuna purezza morale, ma la sconcertante brutalità della biologia. Se vogliamo davvero attribuire un significato metafisico alle capacità cerebrali umane, allora dovremmo accettare il fatto che la responsabilità di essere ciò che siamo, una specie in grado di far fuori tutte le altre, è l’imperativo etico più consistente in un atteggiamento maturo verso la Terra. 

Nelle parole di Population Matters: “Quando si arriva a parlare di popolazione, ci sono due domande a cui le persone preoccupate dovrebbero rispondere: contribuisce ai nostri problemi e ci sono soluzioni etiche, pratiche ed efficaci che possiamo dispiegare ? La risposta è un empatico sì ad entrambe. Certamente il numero di noi che richiede terra, acqua, cibo, energia, infrastrutture e merci varie crea pressione sulle risorse naturali e sull’ambiente, ci sono una quantità enorme di evidenze scientifiche robuste a suffragare questa semplice intuizione. Ciò non vuol dire che atteggiamenti consumistici, sprechi e una distribuzione ineguale di ricchezze, con la ingiustizia sistematica che ne deriva, siano irrelevanti, certo che no; significa, invece, che vedere le cose in termini binari del tipo di un aut/aut è controproducente e semplicistico. Quando si arriva finalmente alle soluzioni, è ancora più assurdo pretendere che non ci siano modi etici per ridurre i nostri numeri. I tassi di fertilità sono già stati abbassati in modo etico ed efficace attraverso il rafforzamento di buone soluzioni in tutto il mondo, e le proiezioni delle Nazioni Unite mostrano che anche piccoli cambiamenti nella fertilità possono avere un effetto rilevante sui numeri complessivi in poche generazioni”. 

World Wildlife Day 2020, comincia il biodiversity super year

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Ogni forma di vita sul Pianeta è degna di protezione. Questo il motto del World Wildlife Day che si celebrerà domani, 3 marzo. Una dichiarazione di intenti nient’affatto superflua in un anno che la IUCN ha già definito “biodiversity super year”, per via del lungo percorso negoziale che dovrebbe portarci, il prossimo autunno, alla stesura di un accordo globale per gli ecosistemi e le faune analogo alla carta di Parigi per il clima del 2015. 

Lo scopo della giornata sarà diffondere consapevolezza sul legame imprescindibile tra le faune selvatiche e la nostra sopravvivenza. “Sustaining all life on Earth” è però soprattutto, mi pare, se pur sotto il velo di Maja dell’equilibrismo di circostanza, un richiamo politico e culturale. È giunto il momento storico di concedere alle faune della Terra il diritto alla prosperità.

E tuttavia non dobbiamo negarci, ha scritto Carl Safina sul magazine di informazione ambientale della Università di Yale, che i tempi sono lugubri. I numeri sulla biodiversità non ci restituiscono semplicemente una condizione generale di declino, ma più precisamente quelli di una catastrofe globale. La defaunazione è, più ancora dell’estinzione, il nostro contesto quotidiano: l’assottigliamento progressivo dell’abbondanza numerica degli individui che compongono una singola specie. “Ogni specie, presa individualmente, non ha abbastanza voce per vocalizzare questa opera tragica. Ma, mentre la sofferenza cresce come in un coro di voci, le specie, insieme, cantano il dolore degli esseri viventi”, dice Safina. E a questo punto è essenziale riconoscere che “il diluvio universale siamo noi, i miliardi di persone, cresciuti sino a ingolfare il mondo”.

In un contesto di disperazione che pietrifica il sentimento orgoglioso che abbiamo di noi stessi – perché le evidenze scientifiche ci dicono che la nostra specie si dimostra incompatibile con la vita su questo Pianeta – Safina ricorda però l’importanza assoluta dell’impegno del singolo, in ogni singola, benché apparentemente insignificante, azione a protezione di una specie locale, di un bosco, di un angolo di habitat lacustre vicino a casa che ancora pullula di animali e di piante. Infatti, “negli inizi incerti e traballanti di uno sforzo individuale, possono esserci in incubazione grandi cose”. 

Per questo 2 marzo, allora, ho scelto di raccogliere storie di animali e scoperte scientifiche che non hanno fatto 10K sui social media, ma che, ciascuna a suo modo, racconta perché le faune selvatiche sono quanto di più meraviglioso e prezioso abbiamo al mondo. 

Il 12 febbraio scorso, AFRICA GEOGRAPHIC ha reso noto che in Gabon, in una area contigua allo Ivindo National Park, le fotocamere a trappola hanno documentato la presenza di 4 tassi melanistici (Mellivora capensis). I ricercatori che studiano le foreste tropicali del Gabon non pensavano che qui ci fosse questa specie, né tanto meno ne avevano mai visto degli esemplari neri. La notizia ha fatto seguito a quella resa pubblica su Twitter lo scorso 11 agosto: un leopardo fotografato sempre con una foto-trappola in Guinea Equatoriale. La scoperta è stata segnalato dall’ecologo e primatologo David Fernandez della Università di Bristol. Sempre in Guinea Equatoriale è stata documentata la presenza dei gorilla di montagna e di alcuni scimpanzé nel Monta Alen National Park ( su Twitter: @dfer_phd). Perché queste notizie sono importanti: l’Africa Occidentale ed Equatoriale non è ancora completamente defaunizzata, è anzi un hot spot importantissimo per quello che è rimasto in lembi di foreste tropicali primarie. 

I più recenti studi genetici hanno scoperto che il lupo hymalaiano è una specie a sé stante di lupo. Perché questa notizia è importante: le popolazioni di una specie hanno caratteristiche genetiche uniche, adattative. Ogni paesaggio potrebbe quindi ospitare una sottospecie o addirittura una specie a parte. Per questo la conservazione di tutti gli habitat ancora ecologicamente funzionanti è cruciale. 

Lo scorso 28 gennaio la Corte Suprema in India ha deciso che si può tentare di reintrodurre su suolo nazionale il ghepardo africano. Il ghepardo asiatico è infatti stato spazzato via dal subcontinente il secolo scorso. Come cioè possa essere anche lontanamente logico in un contesto demografico come quello indiano, lo ha detto un vignettista geniale su Twitter (Green Humour at @thetoonguy). Tigre e leopardo accolgono un ghepardo sullo sfondo di una metropoli industriale e gli dicono: “Benvenuto in India. Ti abbiamo preparato una pedana elettronica per esercitarci con lo sprint, perché non ci sono davvero abbastanza spazi aperti, qui, per il tuo savanna lifestyle”. La vignetta è stat pubblicata il 29 gennaio. Perché questa ironia contiene una verità amara di cui dovremmo occuparci: la demografia umana è sempre più incompatibile con la presenza dei grandi predatori, soprattutto dei grandi felini.

Il 23 gennaio il brillante e giovane ecologo del Texas Jay Lombardi ha postato su Twitter una foto raccolta con foto-trappola di un avvistamento eccezionale: un bobcat con un pattern di strisce e macchie simile all’ocelotto. L’esemplare, fotografato il 31 gennaio 2019, è stato avvistato nel Texas meridionale. Secondo Lombardi (@JayLombardi87), questo disegno inusuale del manto potrebbe essere prodotto da un gene recessivo. Perché questa notizia è strepitosa: una volta queste specie di felini popolavano il sud degli Stati Uniti. In Texas c’erano anche i giaguari. Oggi i felini sono in buona misura stati estirpati dai loro habitat americani, come accade all’ocelotto, rarissimo da queste parti. Una protezione più stretta concederebbe margini di recupero a specie estremamente resilienti e plastiche, come ovunque nel mondo sono i felini.

Secondo i dati raccolti dalla Landmark Foundation, Sud Africa, le province del Capo Occidentale e Orientale (Western and Eastern Capes) sono popolate ancora da circa 553 leopardi, divisi in 3 gruppi geneticamente distinti che però mostrano i primi segni di inbreeding. Spesso i pastori perseguitano i leopardi così come uccidono i caracal, per evitare danni alle pecore. Perché questa notizia è importante: aumentare la connettività tra le aree protette o semi protette è indispensabile perché le popolazioni recuperino numericamente . La connettività è uno degli obiettivi della conservazione al 2050, uno dei grandi temi in discussione in attesa del documento di Kunming. 

Negare la complessità della crisi ecologica è una minaccia globale, sostiene il nuovo rapporto di FutureEarth

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Le minacce alla sopravvivenza del Pianeta sono tutte correlate e possono essere riassunte in 5 macro aree di rischio. Questa la conclusione a cui è arrivato il primo rapporto onnicomprensivo sullo stato del Pianeta, e delle società umane, di questo 2020, firmato da FutureEarth, un network di scienziati e istituti di ricerca tra i migliori nel definire scenari ecologici. Hanno collaborato a questa edizione – Our Future on Earth – 222 top scientist di 52 Paesi. 

Esattamente come fu per il rapporto Ipbes del maggio 2019, anche questo vastissimo studio punta su un concetto finora sottovalutato nella informazione mainstream, e cioè la interconnessione tra aspetti diversi della crisi globale: il fallimento nella implementazione di politiche reali ed efficaci sui cambiamenti climatici, gli eventi meteorologici estremi (come l’ondata di calore a oltre 40 Celsius che ha colpito l’Europa continentale nel luglio del 2019), il collasso della biodiversità globale e degli ecosistemi, la disponibilità di acqua potabile (stress idrico) e la disponibilità di cibo (che comprende la nostra capacità di produrlo, il cibo, sotto la pressione di pattern climatici alterati), e infine l’emergere del populismo di destra.

Secondo gli autori, è fondamentale che l’opinione pubblica comprenda che tutti questi aspetti della nostra realtà ecologica del XXI secolo hanno un equivalente sociale sempre più visibile anche per chi abbia scelto di non informarsi sullo stato di salute del Pianeta Terra: “l’erosione della fiducia e dei valori condivisi da una società; il deterioramento delle infrastrutture sociali; la diseguaglianza, che è in crescita; l’intensificarsi del nazionalismo politico; la sovrappopolazione; il declino della salute mentale”. L’aspetto più preoccupante di tutto questo è tuttavia il rifiuto delle forze politiche e di parte del mondo scientifico di farsi carico dei problemi sul tavolo adottando una visione complessiva delle crisi in atto: “Nonostante le connessioni tra questi aspetti siano ubique, molti scienziati e politici lavorano in istituzioni che sono abituate a pensare e ad agire su singoli indici di rischio isolati, uno per volta. Questo atteggiamento deve cambiare, bisogna cominciare a pensare ai rischi uno correlato all’altro”. 

Non è dunque solo il populismo di destra a coltivare ciò che Our Future on Earth definisce “il negazionismo della complessità”: dopo decenni di impostazione ingegneristica nella descrizione e nella analisi della catastrofe ecologica ci troviamo, vien da dire, finalmente, nella condizione di ammettere che senza un approccio antropologico non saremo in grado di approntare neppure una delle misure indispensabili per affrontare il duro futuro che ci attende. Per tradurre in azione obiettivi veri di sostenibilità economica è infatti indispensabile un radicale cambiamento di mentalità nel tessuto stesso delle società civili, cambiamento che dovrà intaccare abitudini consolidate, priorità esistenziali e progetti personali. 

Ma è molto importante comprendere che ci troviamo all’interno di un esperimento biologico globale del tutto inedito. E questo aumenta esponenzialmente il rischio potenziale. 

Se osserviamo i processi di estinzione, le attività umane hanno prodotto effetti domino le cui conseguenze finali, sono ancora sconosciute: “Per fare un esempio, quando l’umanità cambia i suoi schemi di consumo, differenti porzioni di terra vengono convertiti all’agricoltura e differenti rotte commerciali vengono stabilite sui mari. Le politiche governative intendono procedere in una direzione, sostenendo magari la produzione agricola, e finiscono con il nuocere alla biodiversità. Questi fattori di cambiamento non agiscono in maniera isolata: interagiscono l’uno con l’altro e l’impatto di questi fattori combinati è spesso più grande della semplice somma delle parti. In parte a causa di questa complessità, non è semplice predire come gli ecosistemi cambieranno in risposta a fattori del tipo del cambiamento climatico. I modelli attuali che prevedono alterazioni su larga scala agli schemi vegetazionali presenti oggi, come l’espansione delle foreste boreali dentro la tundra Artica, non possono però predire i cambiamenti nella composizione delle specie nelle comunità di piante e alberi, su una scala più ridotta. Su scala locale, infatti, altre cose sono più importanti, come il tipo di suolo e la presenza o la assenza di erbivori e impollinatori”. 

A questo va a sommarsi un’altra questione molto dibattuta: che cosa succederà alle specie native di ogni singolo habitat, per quanto degradato o già in parte modificato dalla presenza di agricoltura intensiva, industrie, impianti di diffusione e produzione di energia? Queste specie saranno soppiantate dalle specie invasive appartenenti però allo stesso scacchiere geografico, cioè da quelle specie che sono già in movimento verso nord a causa dell’aumento delle temperature? Oppure saranno queste specie, i nuovi “profughi” del mondo animale, a venire eliminati dai legislatori perché entreranno in competizione con specie più utili dal punto di vista economico? O meglio tollerate dai cittadini?

Abbiamo davanti un anno di impegno scientifico notevole. Il tentativo di fronteggiare l’emorragia di biodiversità sta infatti dando carburante ad un intenso lavoro giuridico, che ha lo scopo di fissare i limiti di uso del Pianeta all’interno di una diversa consapevolezza del disastro in corso. 

Entro quest’anno aspettiamo dalla CBD (Convention on Biological Diversity) la revisione degli Obiettivi di Aichi (fissati nel lontano 2010) che avrà luogo il prossimo autunno a Kunming, Cina, un nuovo trattato globale per la protezione delle specie animali. Il Global Deal for Nature, annunciato su SCIENCE ad aprile del 2019, si prefigge di riconsegnare allo stato naturale il 50% delle terre degradate e degli oceani iper-sfruttati entro il 2050. 

Entro il 2020 le Nazioni Unite dovrebbero definire una nuova cornice giudica che regolamenti anche l’uso degli oceani oltre le giurisdizioni nazionali. Tre miliardi di persone dipendono dagli ecosistemi marini come primaria fonte di proteine. E l’inquinamento, i commerci via nave, il prelievo eccessivo dagli stock ittici sono quasi raddoppiati negli ultimi 10 anni.

Rimane come sempre aperta la domanda di tutte le domande: come conciliare una protezione maggiore del Pianeta (tradotto: lasciare agli altri esseri viventi una porzione di mondo tutta per loro) con una demografia umana in continua crescita?

SE SEI ARRIVATO FIN QUI – ti ricordo che Tracking Extinction è anche su Apple Podcast e Spotify.

 

C’è ancora spazio per la tigre indocinese nella Yai Forest della Tailandia

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Anche la tigre indocinese è ad un passo dall’estinzione. Ce ne sono solo 221 ancora allo stato selvaggio nel mondo, in due soli Paesi dell’Asia: la Tailandia e il Myanmar. Nella foresta del Dong Phayayen-Khao Yai Forest Complex della Tailandia (a nord di Bangkok e confinante, all’estremo est, con la Cambogia) 22 forse 30 tigri riescono ancora a riprodursi. La conferma viene dalla pubblicazione sulla rivista Biological Conservation dei risultati di una ricerca effettuata da tre team: Panthera, il Dipartimento per la conservazione delle specie selvatiche e delle foreste della Thailandia (Department of National Parks, Wildlife and Plant Conservation, DNP), la Freeland Foundation (che si occupa di contrastare il traffico di animali selvatici e il bracconaggio) e WildCRU (il think tank della Università di Oxford per i grandi predatori). 

Per capirci, stiamo parlando di una sottospecie di tigre, la Panthera tigris corbetti. La corbetti abitava un secolo fa tutte le foreste a latifoglie del sud est asiatico. Ne ho vista una impagliata al museo di storia naturale di Hanoi, in Vietnam, nel 2015. Un esemplare rarissimo anche per il tachidermista che le ha regalato l’eternità. 

Il fatto che in questa area protetta della Tailandia, patrimonio mondiale UNESCO, le tigri siano ancora in grado di riprodursi è una notizia positiva e per un motivo sostanziale. Quando una specie comincia ad essere estremamente rarefatta dal punto di vista numerico, non è raro che anche la sua fitness riproduttiva (la capacità di produrre nuove generazioni) crolli. Qui, la densità demografica delle tigri è di 0.63 ogni 100 chilometri quadrati: “questo studio è stato condotto nel Thap Lan-Pang Sida Tiger Conservation Landscape (TCL) dello Yai Forest Complex che ha una estensione di 4445 chilometri quadrati e si pensa possa sostenere un habitat sufficiente per una media di 50 tigri adulte”. I dati sono stati raccolti con fototrappole collocate in 88 punti strategici; le tigri sono state identificate e quindi contate grazie al particolare disegno di strisce nere che caratterizza in modo unico il manto di ciascun individuo. 

Ma le tigri della Yai Forest hanno un futuro? Perché futuro significa che la popolazione deve crescere e quindi allargare il proprio habitat. “Le chance di aumentare numericamente dipende sostanzialmente dalla nostra abilità nel ridurre le minacce. In questo contesto geografico, per queste tigri, ciò significa lavorare a livello delle comunità locali, del governo e degli stake holders, che devono mettere risorse economiche e volontà politica nel combattere il bracconaggio degli animali che sono le prede della tigre”, sostiene Chris Hallam, Monitoring Advisor Panthera. Le premesse sono buone secondo Abishek Harihar, PopulationEcologist nel Tiger Program sempre di Panthera: “Al momento, il governo della Tailandia è molto impegnato nella protezione di questa popolazione di tigri. E un supporto di questo tipo spesso si rivela decisivo per cominciare e sostenere un recupero numerico. Il DPKY Landscape si estende su 4000 chilometri quadrati e il nostro studio era focalizzato su circa 500 chilometri quadrati. Sì, c’è spazio per le tigri qui”. 

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Ho chiesto ad Abishek Harihar se tutto questo ha un riscontro anche nella genetica. Se cioè un gruppo così ridotto di individui può essere sufficiente per un incremento demografico funzionale: “22 individui è un numero molto piccolo, Da un punto di vista strettamente genetico si raccomanda sempre che una popolazione di circa 25 femmine in età riproduttiva. Tuttavia, questa considerazione è basata sulla esperienza diretta più che sulla teoria. Anche se studiamo il corredo genetico di questa popolazione, non possiamo dire con certezza se 22 è un numero di tigri coerente con un recupero. Detto tutto questo, questo paesaggio geografico ha il potenziale per sostenere più tigri di quante ce ne siano ora. Per questo, gli sforzi di conservazione devono essere indirizzi ad aiutare questo recupero in un contesto che ha importanza globale”. 

Questo studio sulle tigri della Yai Forest è rilevante anche per un altro motivo. 

I censimenti dei grandi predatori sono diventati una faccenda politica in tutto il mondo.

Nel 2010 tredici nazioni si sono incontrare a San Pietroburgo, in Russia, per il Global Tiger Summit. Obiettivo: pianificare interventi di conservazione che raddoppino i numeri della specie, da 3200 rimaste a 6400 entro il 2022. Un obiettivo di enorme ambizione, forse addirittura eccessiva. Perché le tigri aumentino, serve spazio. 

Lo scorso novembre è stato pubblicato sul magazine PHYS.ORG un articolo firmato da Biarne Rosjo dell’Università di Oslo dal titolo preoccupante: “Indian authorities may have exaggerated claims of rising tiger numbers”. L’articolo è circolato su Twitter attraverso la rete di biologi e conservazioni che si occupano di grandi carnivori, dei grandi felini e dei problemi di conservazione delle popolazioni isolate, una condizione tipica, ormai, di tutte le tigri rimaste. Le autorità indiane, scrive Rosjo, sostengono che il numero complessivo di tigri sia raddoppiato dal 2006, ma “è quasi impossibile che una popolazione di tigri cresca a questa velocità senza una spiegazione precisa”. L’India dichiarava 1411 tigri nel 2006, mentre lo scorso luglio ha reso nota la cifra di 2.967 tigri. Secondo il dottor Arjun Gopalaswamy della Wildlife Conservation Society (WCS) questi numeri sarebbero il risultato di errori metodologici e matematici. 

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La tigre potrebbe essere già entrata nel novero di specie che il geografo ed ecologo Chris Darymont (nel 2015 coniò il termine di “super predatore” per Homo sapiens) insieme ad altri colleghi ha definitopolitical populations: “Considerando il conflitto politico che circonda la protezione o la riduzione delle popolazioni di carnivori, avanziamo l’ipotesi che le stime sulle popolazioni (abbondanza e trend) e le politiche ad esse associate siano eccezionalmente sensibili proprio all’influenza politica. Ipotizziamo che alcuni governi e altre organizzazioni giustifichino politicamente le loro preferenze per rapporti o sovra o sotto dimensionanti sulle popolazioni di carnivori senza giustificazioni empiriche, creando così ciò che noi definiamo political population”. Un discorso che secondo gli autori vale già per orsi bruni, lupi e lince euro-asiatica. 

I predatori di vertice o di media taglia hanno ampi home-range ed entrano perciò in conflitto con le esigenze abitative, economiche e demografiche degli esseri umani. Ovunque: in Europa (pensiamo al Trentino), in Africa, in Nord America e a maggior ragione in Asia, nelle ex terre della tigre, tutte nazioni iperpopolate. Non c’è green economy o Green New Deal che possa sovvertire questi semplice dato biologico. Tutte le specie, il milione a rischi di estinzione secondo il Rapporto Ipbes 2019, sono a un passo dall’abisso a causa della eccessiva demografia umana, ma per i grandi gatti lo scontro con l’essere umano è particolarmente fatale. Come ha detto John Goodrich, coordinatore del Siberian Tiger Project “perché le tigri esistano, dobbiamo volerlo. Oggi come non mai”. Questo significa una sola cosa: affrontare con estrema schiettezza la questione della riproduzione umana. 

Photo Credits: Panthera Press Office

Kunming 2020, la biodiversità deve diventare mainstream in ogni settore della società civile

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“I cambiamenti di ampia portata che sono necessari per raggiungere la visione del 2050 richiederanno un livello di collaborazione senza precedenti che coinvolgerà l’intera società”, così si legge nella bozza preparatoria per il summit internazionale della Convenzione Mondiale sulla Biodiversità delle Nazioni Unite, che si terrà a Kunming, in Cina, il prossimo autunno.

Perché questo appuntamento è importante? Perché a Kunming verranno tirate le somme della protezione della biodiversità del Pianeta negli ultimi dieci anni: cosa abbiamo recuperato, quanto è grave l’estinzione in corso, che cosa dobbiamo fare senza più dilazioni. La dichiarazioni di intenti della bozza pone però sin da ora quello che a mio parere è il vero punto caldo di un summit che, purtroppo, dovrà constatare il fallimento degli obiettivi di Aichi, e cioè gli obiettivi di conservazione degli ecosistemi progettati per il 2020 e quasi tutti disattesi. Il punto caldo è la questione sociale, cioè il disperato bisogno di una reazione civile a favore delle faune e degli habitat nelle società iper-urbanizzate soprattutto delle nazioni più ricche.

L’appello della Convenzione ad una mobilitazione delle coscienze conferma quanto la crisi di estinzione sia solo l’altra faccia di una crisi antropologica profondamente inscritta nei nostri schemi di produzione di benessere e ricchezza materiale. È pragmaticamente impossibile mettere in piedi strategie efficaci per la biodiversità al 2050 senza un cambio di passo nelle abitudini, nel comune sentire, nelle idee sulla vita e sulla morte di milioni di occidentali.  

L’intera “theory of change” del summit di Kunming si fonda su questo presupposto: “la teoria riconosce l’urgenza di una azione politica su scala globale, regionale e nazionale, necessaria per trasformare i modelli economici, sociali e finanziari, in modo che i trend che hanno aggravato la perdita di biodiversità siano stabilizzati entro i prossimi 10 anni, e che entro i prossimi 20 ci sia un recupero degli ecosistemi. Questo permetterà  di raggiungere, entro il 2050, la visione della Convenzione di una armonia con la natura”. 

Siamo di fronte a un problema prima di tutto politico. La società civile deve essere consapevole, per libera scelta, della crisi di estinzione e quindi esercitare il proprio diritto democratico alla rappresentanza preoccupandosi che i diritti propri e altrui siano tenuti in conto nella massima serietà: “c’è uno scarto temporale tra natura e società, tra il momento in cui vengono prese le decisioni e il momento in cui i cambiamenti cominciano a diventare visibili. Questo scarto deve essere considerato quando si stabiliscono degli obiettivi e le azioni utili a raggiungerli”. 

Vediamoli allora, alcuni dei questi obiettivi post Aichi:

Evitare ogni perdita netta entro di territorio integro (non ancora sfruttato per attività economiche ) entro il 2030 negli ecosistemi di acqua dolce, marini e terrestri; aumentarne anzi l’estensione almeno del 20% entro il 2050;

Mantenere o rafforzare la diversità genetica del 50% entro il 2030 e per le specie del 90% entro il 2050;

Avere il controllo di tutte le vie di introduzione delle specie aliene invasive, raggiungendo entro il 2030 una riduzione del 50% del tasso di nuovi arrivi, ed eradicando le specie aliene già insediate nel 50% dei siti geografici sempre entro il 2030; 

Ridurre entro il 2030 l’inquinamento da eccesso di nutrienti, sostanze biocide, rifiuti in plastica di almeno il 50%;

Assicurare entro il 2030 che il prelievo, il commercio e l’uso delle specie selvatiche sia legale e su livelli sostenibili;

Integrare il valore della biodiversità nella pianificazione politica nazionale e locale, nelle strategie di riduzione della povertà. Entro il 2030 la biodiversità deve essere mainstream in tutti i settori.

Il minimo comune denominatore di questa visione è tuttavia la demografia umana, che è incompatibile con obiettivi così ambiziosi.

Lo ISS – Institute for Security Studies di Pretoria, Sud Africa, un think tank autorevole sulle questioni africane, ha riportato lo scorso 15 gennaio numeri impressionanti sulla crescita demografica nella cosiddetta area geografica dei G5: Burkina Faso, Chad, Mali, Niger e Mauritania. Gli effetti sinergici dei cambiamenti climatici, che riducono la resa netta delle coltivazioni già più bassa della media africana (1,2 tonnellate per ettaro rispetto alla media di 3.6 per ettaro del continente), e della instabilità sociale (crescono i movimenti con affiliazioni terroristiche) si somma all’effetto destabilizzante di una popolazione in continua crescita. “I Paesi del G5 hanno bassi livelli di sviluppo economico anche considerando gli standard continentali. Nel 2018 il reddito pro capite era considerevolmente sotto la media dei gruppi sociali e basso e medio reddito dell’Africa nella sua interezza. Questo è in parte dovuto alla rapida crescita demografica di queste nazioni”, avvertono gli autori dell’articolo. “Le previsioni dicono che la popolazione totale del G5 crescerà di quasi il doppio entro il 2040, dagli attuali 81 milioni di persone nel 2018  a 152 milioni di persone”. Oggi, 33 milioni di persone in questa porzione di Africa vivono con meno di 1 dollaro al giorno e il 30% non ha accesso all’acqua potabile.

Il Burkina e il Chad hanno ancora degli habitat sufficientemente intatti per tentare ambiziosi progetti di recupero e conservazione dei grandi mammiferi africani: la W-Arly-Penjari in Burkina, area transfrontaliera con Niger e Benin, cruciale per il leone dell’Africa Occidentale, e lo Zakouma National Park in Chad, dove la Giraffe Conservation Foundation lavora dalla primavera scorsa per sostenere la popolazione della giraffa di Kordofan, una sottospecie ormai criticamente minacciata. 

È impossibile pretendere di delineare programmi efficaci di protezione della biodiversità senza portare al centro del dibattito sull’umanità il nostro diritto, ormai svanito, ad una riproduzione incontrollata. E per quanto possa suonare impopolare dirlo, questo dilemma riguarda tanto la parte ricca del mondo quanto le nazioni in miseria, come il G5 in Africa Occidentale. 

A chi abbia abbastanza coraggio da capire a che punto di disprezzo della vita altrui siamo arrivati distruggendo le faune del Pianeta, a chi, dunque, voglia capire quanto devastante sia la crisi di estinzione attuale e intenda fare un figlio, consiglio di vedere questo cartoon capolavoro di Steve Cutts: The Turning Point.

Perché è di questo che parleremo a Kunming.