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Vivremo presto in un mondo popolato di fantasmi

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Soltanto lo scorso inverno, a Berlino, ho compreso quanto avesse ragione Romain Gary quando diceva che gli ebrei, nella capitale tedesca, sono ancora dappertutto, non se ne sono mai andati, non sono mai scomparsi. La Shoah non ha fatto che confermare la loro presenza. Perché i fantasmi non cambiano indirizzo di residenza per un esorcismo della storia, o del potere, o dei nuovi vincitori. Prendono invece possesso stabile degli edifici in cui un tempo hanno vissuto esistenze felici e gioiose, infestandoli con quella peculiare malattia della civiltà che prende il nome di perenne senso di colpa per crimini ormai irrimediabili.

È andata così. Appena fuori dal mio appartamento berlinese, non potei fare un passo verso il supermercato che già ero inciampata nei due tasselli in ottone, che, nel selciato del marciapiede, ricordano Alice e Brigitte Erb. Abitavano qui, al civico 13 della Niderbarmin, sono state deportate ad Auschwitz nel 1943 e lì uccise. Solo quando i loro nomi sono emersi dalla nebbia anonima di un qualunque tardo pomeriggio berlinese, proprio accanto alla casa dove nei giorni successivi avrei trovato conforto dal freddo e protezione dalla notte, mi sono accorta che il nome stesso della nostra via, Niderbarmin, era un nome ebraico e non tedesco.

Anche i nazisti sono ancora ovunque a Berlino, alla faccia della Berlinale di Cinema e di altre mille voci di contemporanea democrazia di idee e fantasia. Anche questo lo misi a fuoco in una freddissima mattina ventosa, allo Spandau. Appena scesa dalla metropolitana, notai una piccola libreria che esponeva all’esterno libri e pubblicazioni scontate. Tra gli album colorati per i bambini spuntava il saggio di Annette Hinz-Wessels sulla Operazione T4. L’eliminazione sistematica degli handicappati che fu la prova generale dello sterminio degli Ebrei. Questo crimine fu pianificato al civico 4 della Tiergartenstrasse, nel cuore del Tiergarten, un parco e un luogo che oggi sembra suggerire solo il desiderio spregiudicato di sedere su una panchina e leggere i versi di Hoelderlin. Aprii il libro per una sorta di curiosità ipnotica. Ed eccolo, subito, a pagina 41. Il dottor Goebbels, fotografato mentre teneva un comizio il 25 agosto del 1934 al Lustgarten. Fu una fucilata, una interruzione simultanea del principio di realtà. Eccolo, il ministro della propaganda. È lui. Non se ne è mai andato. È qui intorno, gira ovunque, come un cane che fiuta la preda. Supponiamo, poveri noi, di esserci sbarazzati di questi assassini perché sono organicamente morti. Ma ciò che ci hanno mostrato di noi stessi, quello non scompare. La catastrofe ecologica è qui per ricordarcelo, che i fantasmi non evaporano con un atto di ragione. 

Perché stiamo trasformando l’intera biosfera in un mondo popolato di fantasmi. Gli spettri azzittiti, silenziati, annichiliti di migliaia di specie estinte. Se riusciremo nell’impresa di spazzare via la biodiversità ancora allo stato selvatico, ci rimarranno i ricordi spettrali del Pianeta che fu. Gli animali diventeranno totem impotenti, non potremo più evocarli o riportarli indietro, non possederanno più nessun fascino e nessun potere taumaturgico. Gli animali diventeranno come gli antenati sepolti nei cimiteri indiani in Dakota di cui scrive Louise Eldrich. Irraggiungibili.

Ecco perché penso che Berlino sia la città più importante d’Europa in cui farci un esame di coscienza storico tarato sulla realtà. Ed ecco perché credo che una riflessione onesta sui genocidi potrebbe aiutarci non poco a rimettere in carreggiata un ambientalismo ormai asfittico. Arrivederci al 2020. 

Nelle proto-scimmie europee gli indizi sulle origini della crisi ecologica

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Baviera, Germania – I notai lo sanno bene: occorre conoscere la storia di una famiglia, prima di redigere un testamento. Qualunque discorso ecologista sull’eredità che gli uomini e le donne di oggi lasceranno ai loro posteri non può che partire dal passato, se intende essere credibile: in poche e semplici parole, se non ci mettiamo di buona lena a capire chi erano i nostri antenati, non riusciremo mai a focalizzare l’enormità della sfida ambientale. 

Eppure, da 25 anni gli ambientalisti parlano solo di debito climatico. Saranno le prossime generazioni a dover pagare il prezzo della nostra ignavia politica. Oggi, intanto, verrà  presentato a Bruxelles lo European Green New Deal, il piano di risposta alla crisi ecologica del nuovo Parlamento Europeo. L’obiettivo politico è ridimensionare la portata del debito ambientale. I negoziati della Convenzione delle Nazioni Unite per il Cambiamento Climatico (UNFCCC), da parte loro, sono sempre stati rivolti al futuro. Solo in via stereotipata documenti, dichiarazioni e sintesi finali han fatto cenno, in oltre due decenni, alla responsabilità dell’Occidente nella industrializzazione a carbone. Troppo poco. Questa storia del clima non comincia nell’Ottocento.

La paleontologia è un alleato formidabile nella comprensione della catastrofe climatica. I paleontologi raccolgono indizi sulla nostra identità e, di conseguenza, sul perché siamo diventati i “signori del Pianeta”. Il mese scorso i risultati di una scoperta eccezionale sono stati pubblicati su NATURE (A new Miocene ape and locomotion in the ancestor of great apes and humans): nell’Allgäu (Baviera, Germania) un team internazionale ha rinvenuto i resti di una nuova specie di scimmia fossile, Danuvius guggenmosi. Questa specie, vissuta nel tardo Miocene, attorno agli 11 milioni di anni fa, combina gli adattamenti anatomici delle scimmie bipedi e di quelle capaci di appendersi con le braccia ai rami degli alberi. Per questo, secondo i ricercatori autori dello studio, Danuvius “potrebbe fornire il modello dell’antenato comune tra grandi scimmie ed esseri umani”. Danuvius è un driopiteco, un gruppo di scimmie su cui da qualche anno si concentrano le ipotesi di David R. Begun, paleo-antropologo dell’Università di Toronto, Canada, e co-autore dello studio di NATURE. Begun ritiene che le soluzioni anatomiche sviluppate dalle scimmie europee del tardo Miocene siano state cooptate dalle paleo-scimmie africane, giungendo, su linee temporali ed evolutive lunghe dieci milioni di anni, alla struttura osteo-articolare delle australopitecine. Il vero pianeta delle scimmie è il saggio appassionante (Edizioni Hoepli) in cui David R. Begun racconta la storia delle scimmie del Miocene. Ci sono voluti qualcosa come 15 milioni di anni perché, attraverso più linee di derivazione, emergesse la nostra specie. Siamo una opzione tra migliaia di altre opzioni. Non siamo perfetti, e non siamo neppure la migliore specie tra tutte le specie comparse sul Pianeta. È per questo che gestiamo molto male la nostra presenza sulla Terra. Non siamo cioè in grado di venire a patti con il rischio esistenziale: la minaccia più grave all’espansione delle nostra intelligenza. 

In questo 2019 è stato messo in commercio anche un videogioco (ideato su una consulenza scientifica accurata ed affidabile) sulla incerta partita dell’evoluzione dei nostri antenati: Ancestors. La regola di gioco più astuta scelta dagli sviluppatori nasconde anche uno degli aspetti didattici più seri di Ancestors: il clan di ominidi che non sia riuscito a tramandare ai piccoli quanto imparato nella ricerca del cibo e nelle strategie di sopravvivenza contro i predatori soccombe, si estingue, e il giocatore non può passare al livello successivo. Non c’è insomma futuro senza passato. L’immane cantiere dell’evoluzione, i cui mattoni sono i geni e i piani anatomici fondamentali di ogni specie, è costantemente in movimento, verso un futuro che non è tale finché qualcosa di nuovo riesce ad affermarsi; ma lavora sui materiali disponibili, non crea nulla da zero. Ecco perché la parabola dei driopitechi, delle australopitecine e degli ominidi dovrebbe metterci in guardia, con il suo strapotere di storytelling. Qualunque rivoluzione ambientalista sarà limitata da ciò che è a disposizione sul Pianeta. Le batterie per veicoli elettrici hanno bisogno di litio, e le miniere di litio sono altamente inquinanti. Le pale eoliche off shore disturbano le migrazioni e l’etologia dei grandi mammiferi marini. Le installazioni di milioni di pannelli solari tolgono altro spazio alle specie selvatiche e al rewilding. 

Si discute molto in questi anni su cosa ormai significhi essere padri e essere figli. Sappiamo che il figlio che voglia farsi una vita sua e diventare davvero indipendente non butta dalla finestra tutti gli insegnamenti del padre, ma sa reinterpretarli in qualcosa di nuovo. I nostri lontani antenati sono parte del nostro modo di sentirsi così speciali. Ci dicono fino a che punto possiamo essere umani, quali conseguenze comporta essere umani e se possiamo progettare delle variazioni sul tema in questo XXI secolo. Nessun negoziato sul clima privo di questo sguardo sul tempo profondo – e quindi sulla natura umana – potrà mai funzionare. Perché continuerà a discutere in astratto di questioni la cui origine sta nelle pieghe più intime e recondite del nostro modo di concepire noi stessi. 

I biscotti alla Nutella affossano la COP25 sul clima a Madrid

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Alba, Italia – Il successo strepitoso dei nuovi biscotti alla Nutella ha sconfessato la COP25 per il clima. Gli ha tolto legittimità con una fragorosa risata, prima ancora dell’inizio dei lavori il prossimo 2 dicembre. Nelle prime tre settimane di lancio del prodotto ne sono state vendute 2 milioni e 600mila confezioni. Una ironia atroce sta dietro questa operazione di marketing alimentare che ha il sostegno di un opinione pubblica assuefatta all’inerzia di pensiero e alla assenza totale di coscienza civile. Per capire cosa sta succedendo, dobbiamo mandare a memoria non gli ultimi dati sulle emissioni serra in continuo aumento pubblicati qualche giorno fa dalla World Meteorological Organization, ma la battuta di Jessica Chastain alias Elizabeth Sloane nell’omonimo film (2016). La Sloane deve corrompere un senatore degli Stati Uniti per ottenere l’affossamento di una tassa sull’olio di palma, provvedimento ecologista molto indigesto. Il senatore sarà accompagnato in Indonesia da una ong, per verificare sul campo quanto opportune siano le piantagioni di palma da olio per la crescita dell’economia indonesiana.  E allora Elizabeth chiede a un collega che lavora sulle abitudini del consumatore medio: per gli americani è più importante il sapone o i biscotti? Entrambi infatti contengono olio di palma e bisogna decidere se chiedere al cittadino modello di rinunciare all’uno o all’altro. Il collega è sbalordito e rimane muto. Commento della Sloane: visto? Nessuna reazione. 

Il cittadino medio è esattamente così. Negli Stati Uniti come in Italia. Ignora che l’olio di palma sia nella saponetta così come se ne frega del fatto che lo contengano i biscotti alla Nutella. Abbiamo deforestato il Borneo e portato all’estinzione l’orango per impiantare piantagioni estensive di palma da olio. Sappiamo da anni che la fame di questo tipo di olio vegetale (già nell’Ottocento la civilissima Europa lo usava per accendere le lampade) ha motivato la deforestazione delle foreste primarie del sud est asiatico. Non solo la gente continua a comprare questi biscotti. Li considera un ingrediente psicologico imprescindibile nella strategia di sopravvivenza quotidiana a delusioni professionali, frustrazioni amorose, tristezze croniche per opportunità irraggiungibili. Non conta nulla neppure che simili preparazioni iper zuccherate conducano dritti a una diagnosi di diabete. Non conta neppure che la tradizione culinaria italiana vanti dolci decisamente più buoni dei biscotti industriali della Ferrero. Non ha voce in capitolo neppure che sul mercato ci siano prodotti decisamente migliori ( anzi, a tal punto migliori della Nutella da funzionare come una illuminazione sulla via di Damasco per chiunque sia abbastanza  temerario e sveglio da provarli), come ad esempio la crema alla nocciole Baratti&Milano. In vendita, ebbene sì, rimarranno indignati i duri e puri, da Eatlaly. Forse è meglio dare due euro a Farinetti che contribuire allo smantellamento industriale della foresta tropicale. Del resto, Business Insider ha raccontato come dietro questi biscotti nemici del buon senso e del Pianeta ci sia una guerra occulta tra Barilla e Ferrero. Barilla ha rinunciato all’olio di palma nel 2016 e adesso ne va fiera, scrivendolo dappertutto. Ferrero no. Barilla ha tentato di imporsi lanciando la crema Pan di Stelle, che molte persone ritengono un inganno al palato. La ragione è che questa spalmabile, appunto, non contiene olio di palma, ma olio di semi di girasole. Altro gusto, altro retrogusto. E allora la faccenda comincia ad acquisire chiarezza.

La verità è che la Nutella è diventata uno status symbol politico, una presa di posizione contro gli avvocati difensori del Pianeta, delle specie a rischio, dei poveri delle baraccopoli, delle aziende per bene che impastano biscotti con olio di oliva e burro. Chi si schiera per la Nutella e i suoi biscotti se ne fotte allegramente del Pianeta in nome di una ideologia sbarazzina, da fast food, disincantata abbastanza da dimenticare che le foreste servono per viverci su questo Pianeta. Gli ambientalisti tradizionali rimangono al palo, troppo bravi ragazzi per dire una parola forte e chiara contro l’antidepressivo dei poveri.

Ma la Nutella fa vedere chiaro, forse troppo chiaro, nella narrativa corrente sui cambiamenti climatici. Il partito di giornalisti, industriali e piccoli editori che si apprestano a raccontare la COP25 di Madrid ripetono da sempre che i cambiamenti climatici sono una faccenda energetica, che per trovare soluzioni servono ingegneri e tecnici specializzati. La verità è molto diversa, e sono i biscotti della Ferrero a sbattercela in faccia. Stomachevole, ruvida, sgradita agli ambienti verdi dell’establishment ecologista, che per due decenni ha sostenuto che la catastrofe climatica l’avremmo risolta spostando tutto il settore energetico sulle rinnovabili (decisione da intraprendere, sia chiaro). Ma la catastrofe climatica non viene dal carbone e dal petrolio: per capirla è indispensabile invertire l’ordine causa-effetto del fenomeno. L’umanità occidentale ha virato sul carbone per emanciparsi da una vita bestiale, ossia dalla fatica mostruosa che era strappare alla terra il nutrimento quotidiano con il solo ausilio degli animali da lavoro. La spinta industriale, un evento prodigioso nel suo stesso potenziale distruttivo, ha come motivazione primaria il desiderio (vogliamo dirlo? sacrosanto ) di vivere meglio, in ambienti domestici riscaldati e puliti, con un arrosto in tavola la domenica. Il cambiamento climatico è il prodotto di scarto della catena di montaggio del benessere di massa. 

Ecco perché le persone non cambiano abitudini, ed ecco spiegato perché non si è mai arrivati ad una tassa sul carbonio o sulla plastica degna di questo nome. C’è una disponibilità psicologica ad usare fino alla fine ogni risorsa naturale per fare il proprio comodo, per godere, per sperimentare, per provare il brivido della novità. Ma davvero crediamo che chi compra i biscotti alla Nutella non abbia mai avuto la possibilità di leggere un solo, semplice articolo su deforestazione e olio di palma? Ma soprattutto: siamo così ingenui da pensare che questi clienti della Ferrero non abbiano alcun ruolo nella distruzione del sistema climatico terrestre solo per il fatto che non li producono loro i biscotti, ma chiedono ad altri di sporcarsi le mani? Il coinvolgimento personale nella catastrofe climatica è enorme, anzi, è a tal punto mastodontico che nessuna parte politica accetta di parlarne. Non si possono chiedere sacrifici al consumatore. Non possiamo dire alla gente comune che deve mangiare meno biscotti all’olio di palma, comprare meno vestiti in poliammide al Black Friday, rinunciare a qualche etto di crudo di Parma alla settimana. Se lo diciamo, questa è la Bibbia della politica di ogni partito e fazione, allora dobbiamo ammettere che, per evitare di visitare Venezia con la tuta da sub, ci tocca vivere tutti decisamente peggio di quanto pretendiamo. 

La sfida mai vinta dell’ambientalismo militante non è una semplificazione del linguaggio scientifico e nemmeno l’organizzazione di una lobby verde alternativa alla lobby del petrolio. Non esiste nessun cambiamento nell’azione civile che non sia preceduto da una conversione di coscienza, nell’intimo del proprio pensiero, dei propri sentimenti. Là dove ognuno si fa i fatti suoi con la piena protezione della privacy. E questo angolo di comfort che sono le nostre pretese psicologiche sul Pianeta Terra è dopato dal benessere di massa da secoli. Un secolo fa, Freud ha scoperto che entrambi gli atteggiamenti mentali che dirigono le nostre scelte più ostinate sono mortiferi: il godimento assoluto è in realtà pulsione di morte e il sacrificio a qualunque costo una forma letale di autolesionismo. Tra questi due estremi deve trovare un equilibrio la rivolta morale contro la catastrofe climatica. Perché il difficile è convincere due milioni e passa di italiani a non mangiare più i biscotti alla Nutella. 

PS checché ne dica Ferrero, l’olio di palma sostenibile è un grande inganno. La spinta a produrre in modo più rispettoso dell’ambiente ha spostato il business della palma sulle coste dell’Africa occidentale e nell’Africa centrale, con conseguenze devastanti per le comunità locali denunciate da alcuni attivisti anche a rischio della vita. Per saperne di più questo splendido reportage uscito su ENSIA.