Categoria: Tracking Extinction

Ogni singolo animale conta, WCN 2019 Annual Report

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(Photo Credit: Peter Lindsey – special thanks to Lion Recovery Fund)

È uscito questa settimana il Rapporto Annuale del Wildlife Conservation Network (WCN), la giovane Ngo che lavora solo su progetti concreti e reali, con una ricaduta tangibile sulle popolazioni locali coinvolte nella protezione degli ultimi, maestosi habitat selvaggi di Africa, America Latina e Asia. La WCN si distingue da qualche anno per l’incredibile lavoro messo in campo insieme al Lion Recovery Fund di Peter Lindsey, un team di ricercatori che sta mappando tutti gli habitat (landscape) rimasti per il leone africano anche in Africa centrale e Occidentale, un puzzle di riserve e aree protette praticamente sconosciute al circuito mainstream dei safari in Chad, Senegal, Cameroon, Repubblica Centro Africana. Ma il report con i dati del 2019 contiene importanti notizie e linee guida per capire che cosa si può ancora fare per arginare il deterioramento degli ecosistemi e con quali mezzi, fornendo esempi su numerose specie. 

Il denaro, innanzitutto. Nel 2019, la WCN ha raccolto 24 milioni di dollari. Questo per darci la misura del fatto che servono quattrini per arginare la crisi di estinzione. Una tale mole di finanziamenti provengono da donatori privati. È giunto il momento storico per un semplice ragionamento: chi ha soldi sul conto corrente apra la App della sua Banca e ordini un bonifico per la conservazione del Pianeta. 

La WCN ha deciso di dedicare una parte specifica del proprio lavoro al pangolino, il mammifero più cacciato al mondo, al centro della rete del traffico illegale di specie selvatiche con destinazione Asia: il Pangolin Crisis Fund (PCF). È bene ricordare che tutte le 8 specie di pangolino sono ormai minacciate di estinzione. In Cina e nel Sud Est asiatico il pangolino viene venduto per la sua carne, mentre le scaglie finiscono nei preparati della medicina tradizionale cinese. Secondo alcuni ricercatori, il virus della attuale pandemia potrebbe essere passato da un pipistrello ad un pangolino. 

Sempre attraverso il proprio sistema di finanziamento, la WCN ha consentito di piantare 50.000 alberi nelle foreste della Colombia; di rimuovere 1.800 trappole per la cattura di animali dalle foreste tropicali primarie del Congo; di provare a disegnare un programma di recupero per gli ultimi leoni del Senegal attraverso il Lion Recovery Fund. Nelle scorse settimane, ulteriori sforzi per definire il patrimonio rimasto in termini di specie e biodiversità sono stati dispiegati dal team di Peter Lindsey nello Zakouma National Park, in Chad, un paradiso dove ancora oggi si può osservare lo splendore della natura africana così come lo raccontò Romain Gary in un libro profetico sul destino del continente, Le radici del cielo. 

Una delle storie più edificanti ed istruttive del 2019 viene dal Perù. La Ngo Spectacled Bear Conservation (SBC), grazie ai fondi ricevuti, è riuscita infatti a compiere passi decisi per salvare dall’abisso l’orso delle Ande (Tremarctos ornatus). Questa specie, un tempo diffusa in tutte le foreste della Cordigliera, è pochissimo conosciuta, ma è stata decimata dalla perdita di habitat: ne rimangono probabilmente 2500. Tutte le popolazioni rimaste sono isolate tra loro, una condizione che spalanca le porte del futuro al rischio di estinzione a causa della povertà di flusso genetico. 

La popolazione del Perù è già in inbreeding, il che significa che gli individui in età riproduttiva sono tutti imparentati tra loro. Inoltre, le femmine possono produrre il latte per i piccoli soltanto se si nutrono del sapote, un frutto endemico delle foreste aride che cresce a valle delle alte montagne del Perù. A ciò va aggiunto che questa è una specie con una vulnerabilità intrinseca, perché il tasso di riproduzione è basso e la mortalità dei piccoli molto alta. 

L’indice di mortalità dei piccoli è però dovuto anche agli effetti distruttivi dell’agricoltura sulle foreste aride, frammentate e abbattute: “tagliati fuori dalle altre popolazioni di orsi, questi orsi si sono accoppiati solo tra di loro. Nel 2019, SBC ha analizzato dieci anni di dati, scoprendo che l’inaccessibilità del cibo e l’isolamento genetico hanno compromesso pesantemente gli orsi rendendoli suscettibili alle malattie. In più, l’agricoltura è responsabile di aver eroso e frammentato l’habitat degli orsi finendo con il distruggere gli alberi di sapote ad una velocità allarmante. Per fortuna c’è una soluzione semplice a queso doppio problema: comprare la terra prima che sia finita”. 

E quindi la SBC “quest’anno ha formalizzato un piano per acquistare lembi di territorio dove cresce il sapote, allo scopo di dare continuità all’habitat dell’orso assicurandogli di raggiungere in futuro le foreste aride”. 

Comprare porzioni di interi Paesi per gli animali: una scelta radicale, che però comincia a spuntare in giro per il mondo là dove il disastro è già nella sua fase più acuta. Così si muove anche la Ngo SAVING NATURE a Sumatra, nel Leuser Ecosystem, uno degli hot spot più importanti dell’intero arcipelago (Indonesia compresa) per quel che rimane delle specie tropicali studiate da Alfred Wallace 150 anni fa. 

Infine, il Rapporto del 2019 conferma una verità cruciale per chiunque si occupi di conservazione sul campo, e per l’opinione pubblica: ogni singolo animale conta, durante una estinzione. Un solo animale può fare una differenza enorme nel recupero numerico di una popolazione all’interno di una specie a un passo dalla fine. 

Due esempi di grande impatto emotivo ed ecologico:

“Vusile, una licaone orfano, è stato recuperato e curato dal nostro partner Painted Dog Conservation nel 2008. Questa femmina ha avuto dei piccoli, dei nipoti e dei tris-nipoti. Oggi, possiamo seguire i movimenti di 137 licaoni che discendono da Vusile”. Il licaone, o cane selvatico africano, è una specie spettacolare di cui rimangono solo 1400 esemplari;caccia in branco come il lupo e dimostra comportamenti altamente specializzati nella organizzazione del gruppo che da anni lasciano stupefatti i biologi. Il Botswana è l’ultimo grande bacino genetico della specie. 

“Dall’inizio del nostro lavoro per eliminare le trappole destinate ai leoni, lo Zambian Carnivore Program, con un Grant del Lion Recovery Fund, ha rimosso trappole piazzate per uccidere 44 leoni. Il risultano sono 187 piccoli nati da questi leoni, o che dipendono da loro, vivi”. Con soli 20mila leoni rimasti in Africa, ognuno di questi piccoli è una speranza di un futuro più giusto e condivido. Per tutti. 

Dolore condiviso

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Lo scorso 28 marzo, in una San Pietro deserta e scurita dalla pioggia, Papa Francesco ha cominciato la sua omelia a conforto dei fedeli con una citazione dal Vangelo di Marco: “venuta la sera”. Ed effettivamente, data l’ora, attorno alle 18.30, anche la Basilica assisteva al calare delle tenebre. Casuale o meno, consapevole o meno, il discorso del Papa assomigliava ad una impressionante metafora non solo di queste settimane, ma dell’intera condizione del Pianeta. 

“Da settimane sembra che sia scesa la sera. Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città; si sono impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante, che paralizza ogni cosa al suo passaggio: si sente nell’aria, si avverte nei gesti, lo dicono gli sguardi. Ci siamo trovati impauriti e smarriti. Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa”, ha detto Francesco. Eppure, ascoltando e osservando la sua preghiera da un punto di vista laico ed ateo, non poteva sfuggire che il Papa era uscito a pregare quando già le tenebre erano già alle porte, di Roma e del Pianeta. Era già buio, al momento della invocazione dell’aiuto celeste.

La tempesta non era affatto inaspettata. E benché le parole successive di Francesco (un Papa che poco di dirompente ha detto sul Pianeta, ma che molto di sensato e di giusto ha invece denunciato sulla miseria e la povertà) siano una analisi adeguata alla crisi di pensiero che sta dietro la pandemia, non è in questa indignazione che bisogna trovare una interpretazione adeguata del 28 marzo in Roma: “Avidi di guadagno, ci siamo lasciati assorbire dalle cose e frastornare dalla fretta (…) non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato”.

È un discorso che risuona di un disagio medievale, cioè dell’angosciosa domanda rivolta a un Dio creatore da parte di uomini inermi, impotenti, innocenti dinanzi alla propria mortalità, al flagello delle epidemie, dei raccolti andati perduti, degli espropri di tiranni e potentati. Molta dell’opinione pubblica italiana si aggrappa a questo sentimento di sconcertata incomprensione, di sbigottimento amaro, per non accettare, invece, una esperienza della malattia più matura, ma ben più complessa. Piazza San Pietro spogliata di uomini e donne, enorme e scura, come forse il Bernini la vide nella sua immaginazione autarchica e geniale, opera d’ingegno assoluta, astratta dalla Storia e dal dolore dei tempi, si è infatti presentata a noi come una landa desertificata. 

Con una consistenza geografica, e non solo artistica o religiosa.

Da qui la percezione di un silenzio fuori posto, maligno, metafisico. Non siamo abituati a valutare il silenzio, a misurarlo, tanto meno ad ascoltarlo. A fuggirlo, sì. Anche a maledirlo, come fosse un sintomo, appunto, di patologia. Ma se le città svuotate ci incutono un terrore medievale ( proliferano in rete i riferimenti alla crisi del Trecento), è in una altra caratteristica di quell’epoca che dovremmo identificarci. Come scrisse Jacques Le Goff a proposito del passaggio dal X all’XI secolo, e quindi alle spinte sociali ed economiche che condussero alla Crociata, gli Occidentali  erano “incapaci di trovare nel proprio paese il senso di un destino collettivo e individuale”.

Siamo nelle stesse condizioni.

Il calare della sera sulle nostre vite è una immagine ricorrente nel pensiero filosofico italiano. Siamo alla fine di un mondo, e non certo per via dei flussi migratori, o dell’Islam a Parigi. Siamo al capolinea della concezione del mondo che è a fondamento della nostra cultura economica e sociale, una idea degli uomini e della loro missione le cui origini sprofondano nel passato remoto ellenico, ma che comincia a prendere forme davvero moderne 500 anni fa con l’impresa atlantica di Colombo. 

“Si comincia a prestare attenzione all’abissale impotenza della civiltà della potenza. Si comincia a scoprire la malattia mortale”, scrisse Emanuele Severino, “Ma chi se ne preoccupa? L’Occidente è una nave che affonda, dove tutti ignorano la falla e lavorano assiduamente per rendere sempre più comoda la navigazione, e dove, quindi, non si vuol discutere che di problemi immediati, e si riconosce un senso ai problemi solo se già si intravedono le specifiche tecniche risolutorie. Ma la vera salute non sopraggiunge forse perché si è capaci di scoprire la vera malattia?”. 

La sera è scesa perché era inevitabile, giunti a questo punto. San Pietro era vuota perché per noi è l’ora del tramonto.

La “terra della sera”, come ha ricordato Umberto Galimberti nel 2005, perché questa è la etimologia di Occidente, è ormai al tramonto: “Che cosa propriamente finisce? Finisce lo sfondo umanistico che ha costituito il tratto specifico della cultura occidentale e, nonostante i progressi della scienza, finisce la fiducia che l’Occidente aveva riposto nel progressivo dominio da parte dell’uomo sugli enti di natura, oggi divenuti, al pari dell’uomo, materiali della tecnica (…) e sulle ceneri della categoria del senso , che dell’Occidente è sempre stata l’idea guida, si affacciano le figure del nichilismo, le quali, nel proiettare le loro ombre sulla terra della sera, indicano, a ben guardare, la direzione del tramonto. Un tramonto già inscritto nell’alba di quel giorno in cui l’Occidente ha preso a interpretare se stesso come cultura del dominio dell’uomo sulle cose”. 

Ecco, allora, che la principale piazza della Cristianità messa a nudo acquista tutto un altro significato. Qui non ci sono invocazioni salvifiche, preghiere e teodicee cui fare appello: qui c’è l’effetto, finalmente visibile, della defaunazione che abbiamo imposto al Pianeta. Per quanta paura ci possa fare questa solitudine urbana, non è nulla in confronto all’annientamento inflitto a migliaia di specie. Questo silenzio lo portiamo dentro di noi, perché lo abbiamo scelto e voluto, depredando le foreste e macellandone gli abitanti, e adesso che ci fa male, adesso che fa rumore, ce ne accorgiamo come degli ipocriti troppo presi da se stessi per riconoscere la propria meschinità. Questo silenzio è il nostro deserto. Adesso il dolore degli altri è anche il nostro dolore. 

SE SEI ARRIVATO FIN QUI – Il peso dell’indifferenza – Puntata numero 8 del podcast di Tracking Extinction. 

Catarsi collettiva

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L’orrore, stavolta, ci sta appiccicato addosso. E abbiamo paura, eccome. Paura vera. Secondo alcuni psicologi sperimentali, molti di noi amano la crime-fiction perché assistere alla crudeltà nell’atmosfera ovattata dei nostri appartamenti ci dà una sensazione di conforto estremo. C’era già arrivato Elias Canetti, in “Massa e Potere”, il suo libro più anticonvenzionale. Per Canetti, l’individuo comune gode nel guardare la disgrazia spaventosa caduta su qualcun altro perché questo lo fa sentire al sicuro. Come nessun’altra esperienza. Uno, salvo, contro tutti gli altri, perduti. La meschinità della sopravvivenza. Da tre settimane possiamo affermare che questa prospettiva antropologica è ribaltata, se non altro nella misura in cui noi Europei, figli privilegiati dell’Occidente ricco, ci siamo improvvisamente accorti che l’orrore non è esterno, lontano, esotico, terzomondista. L’orrore è la nostra quotidianità. 

Un orrore da tragedia greca. Un dolore ateniese, per così dire, che riscrive il vocabolario della realtà di questa primavera del terzo decennio del ventunesimo secolo. Già, ma in questa tragedia siamo ancora al primo episodio. Non sappiamo se, quando e come avremo l’opportunità di attraversare il momento più costruttivo del dramma, che Aristotele, nel sesto libro della Poetica, identificava con un mutamento di stato d’animo: “la tragedia, mediante una serie di casi che “suscitano pietà e terrore, ha per effetto di sollevare e purificare l’animo da siffatte passioni”.

Pietà e terrore: è l’eziologia di questi sentimenti che dovremmo ricostruire per comprendere come sia possibile lo sgomento orrendo che chiunque di noi ha provato dinanzi alle immagini dei camion dell’Esercito che, di notte, scortavano fuori Bergamo le salme di centinaia di persone che non era semplicemente possibile seppellire, o bruciare. 

Davanti a certe scene il buonismo non serve a nulla. Occorre invece, con urgenza, chiedersi qual’è l’origine di questo dolore. Perché delle due una: o siamo di fronte ad un evento stocastico, ad una sventura imprevedibile, fatale, o siamo invece dinanzi ad una eruzione sintomatica che ha delle cause precise. Che sarebbe auspicabile circoscrivere, e quindi affrontare con la dovuta serietà. 

Da decenni sappiamo che la deforestazione rampante frammenta gli habitat e aumenta la possibilità di contatto con specie animali vettori di zoonosi sconosciute. Questo scenario ecologico causa-effetto è noto e costituisce quindi, almeno negli ambienti scientifici, un rischio concreto e già dimostratosi possibile. Basta un nome su tutto per capire di cosa stiamo parlando: ebola. Era il lontano 2001 quando un articolo uscito sulla Royal Society analizzava la “frequenza delle epidemie di malattie infettive su scala mondiale” nell’arco di tempo 1980-2013, arrivando alla conclusione che “le malattie di origine batterica, vitale e zoonotica e quelle causate da patogeni trasmessi tramite vettori-ospiti sono la maggior parte di quelle verificatesi”. Uno studio pubblicato dalla prestigiosa rivista medica Lancet nel 2012 identificava 400 nuove malattie comparse a partire dal 1940, precisando che “6 su 10 sono zoonosi”. Su ENSIA, Kate Jones, una ecologa della UCL di Londra,intervistata su questa pandemia da John Vidal, ha detto che l’emergere di questo tipo di infezioni costituisce una “crescente e molto significativa minaccia alla salute globale, alla sicurezza e all’economia”. Nel 2008, la Jones e il suo team avevano scoperto 335 malattie “emerse tra il 1960 e il 2004, il 60% delle quali veniva da animali non umani”. 

Deforestando il Pianeta (ad esempio per mangiare barrette di cioccolato Kinder con olio di palma o per coltivare soia destinata agli allevamenti intensivi di bovini da carne) apriamo le porte all’ignoto. 

Un secondo punto importante per ragionare a freddo è il peso dell’estinzione negli equilibri biologici del Pianeta. 

La deforestazione, infatti, non è l’unico fattore che influisce sul rischio epidemico. I cambiamenti negli ecosistemi, come, ad esempio, le siccità prolungate indotte dall’aumento delle temperature globali, hanno infatti conseguenze sulle popolazioni animali, che a loro volta possono accelerare e favorire la diffusione di virus letali per l’uomo. Un esempio noto riguarda gli uccelli nel continente nordamericano: “il rischio del virus del Nilo Occidentale, a cui sono esposti gli Stati Uniti, cresce quando crolla la diversità delle specie avicole, e, in modo analogo, la sindrome di Lyme aumenta con il precipitare del numero di specie di mammiferi”. E questo avviene, secondo uno studio pubblicato nel 2013 dalla PNAS, perché “gli ospiti dei virus che sono più efficaci nel trasmettere i patogeni (ospiti competenti) tendono a resistere e quelli meno competenti, invece, a sparire, quando declina la biodiversità”. Le specie che rispondono meglio alle alterazioni ambientali sono quelle generaliste: quelle con adattamenti più particolari, minuti, sono più suscettibili rispetto alle alterazioni del loro habitat. Decimando la biodiversità, favoriamo i generalisti, che, però, sono anche i più bravi nel trasportare patogeni sconosciuti. Questo significa che più accresciamo il rischio di estinzione complessivo degli ecosistemi, più ci esponiamo, su numerosi fronti, ad un rischio epidemiologico inedito. 

Questo ci riporta dunque, senza pietà direi, alla questione della verità propinata all’opinione pubblica. Durante tutto l’anno scorso il movimento dissidente inglese Extinction Rebellion ha posto la verità in cima alle proprie priorità politiche, con un gesto che è stato finora molto poco capito dalla stampa, sempre compiacente con il tentativo di minimizzare categorie di pensiero considerate non alla moda. Lungi dal possedere unicamente una sfumatura religiosa o, peggio ancora, filosofica, la verità dovrebbe essere al centro delle preoccupazioni deontologiche dei media. Perché è evidente che ci troviamo nel pieno di una conflagrazione: stiamo pagando il prezzo di un uso folle delle risorse naturali del Pianeta e ormai la cronaca non può pretendersi immune dal discorso ambientale.

Nella puntata del 20 marzo scorso, la verità è stata evocata dalla nota psicologa Maria Rita Parsi nel corso della trasmissione di La7 “L’Aria che tira” condotta da Myrta Merlino. La Parsi ha sostenuto che è importante dire la verità ai cittadini, che questa crisi tremenda non sarà di breve durata e che servirà molta forza d’animo. C’è da chiedersi donde possa trarre ispirazione questa magnanimità, se non viene dato avvertimento alle gente comune della causa di questa malattia e, quindi, del fatto che se non ci muoviamo ad affrontare le ragioni del disastro non saremo pronti a ciò che verrà.

Perché altre, di epidemie del genere, ne potrebbero venire. Perché su un Pianeta sempre più caldo l’esperimento avviato in ogni ecosistema disponibile ci espone ad un futuro che potrebbe farci guardare ai venti anni che abbiamo alle spalle come all’ultima età dell’oro della Terra. È il caso dunque di aggiungere un terzo punto a questa riflessione.

E cioè la demografia umana. La deforestazione e la defaunazione hanno come motore interno una demografia inarrestabile, e presuntuosa. David Quammen, leggendario giornalista ambientale americano, è stato chiarissimo sul New York Times, in un pezzo con un titolo programmatico: We made the coronavirus epidemic. Siamo stati noi a farlo, il coronavirus. 

Quammen: “l’emergenza di Wuhan non è un evento nuovo. È parte di una sequenza di contingenze connesse tra loro che affonda lontano nel passato e si spinge avanti, nel futuro, fintanto che persisteranno le circostanze attuali. Perciò, quando ci facciamo prendere dalla preoccupazione per questa epidemia, cominciamo ad avere timore della prossima. Oppure facciamo qualcosa per affrontare le circostanze attuali. Queste circostanze includono 7.6 miliardi di esseri umani affamati: alcuni di loro impoveriti e disperati di proteine; altri benestanti e spreconi, con il potere di viaggiare dappertutto con un aeroplano. Questi fattori non hanno precedenti sul pianeta Terra: sappiamo dai reperti fossili, per assenza di evidenze diverse, che nessun animale di grossa taglia è mai stato tanto abbondante quanto gli umani sono ora, anche mettendo da parte la loro efficace arroganza verso le risorse. E una conseguenza di questa abbondanza, di quel potere, e del disturbo ecologico conseguente, sono gli scambi di virus, prima da animale ad essere umano e poi da umano ad umano, qualche volta su scala pandemica (…). Il nCoV-2019 non è stato un evento nuovo o una sventura che si è abbattuta su di noi. È stata ed è la parte di di un pacchetto delle nostre che compiamo noi umani”. 

Purtroppo non sono pochi gli editoriali che, in mezzo a questo disastro, inneggiano alla de-responsabilizzazione dell’individuo, chiamato, guarda un po’, ad assumersi l’onere delle misure restrittive necessarie, almeno in parte, a salvare una generazione di anziani che è la memoria storica di questo Paese. Il nemico di uno di questi interventi ( errori di forma in lingua italiana a parte) sarebbe “l’ordine costituito”. Si incolperebbe l’individuo disinvolto, concentrato sulla sua oretta di jogging, per non attaccare invece la “narrazione dominante”. Purtroppo, simili baggianate sono state apprezzate su Facebook anche da qualche direttore di testata “green”. Persiste, infatti, la tendenza suicida dell’ambientalismo italiano a non coinvolgere la coscienza di ciascuno di noi nella direzione presa dalla nostra civiltà. Ma quel che è più grave in questo momento è proprio lo scarico di responsabilità storica rispetto alle origini della tragedia, alle sue radici profonde. Di questo ambientalismo salottiero facciamo ormai anche a meno. È fasullo, non serve a niente e a nessuno e, anzi, confonde.

In una nota vocale registrata sul sito web della ECOHEALTH ALLIANCE, un gruppo di ricerca impegnato a documentare e studiare la relazione tra la distruzione degli ecosistemi e le ripercussioni sulla salute umana, il direttore del team, Peter Daszak, ha invece centrato la questione: gestire il rischio di una pandemia del tipo di questa richiede di rivedere la nostra relazione con il Pianeta. Nella tragedia greca la via di uscita dal conflitto non era mai un negoziato, una trattativa e tanto meno un compromesso. L’uomo, imprigionato dalle conseguenze delle sue stesse azioni, poteva scegliere di assumersi tutta la responsabilità delle sue omissioni e dei suoi delitti. Era la strada dell’eroismo. Una strada di una moralità assoluta, che a noi è sempre più sconosciuta, impegnati come siamo a dare per scontata la prosperità e i capricci di società obese di roba, e avare di pensiero. Per i Greci, l’orrore aveva almeno una utilità, riconoscersi immensamente deboli di fronte alla enormità delle leggi del cosmo, ma pur sempre capaci di ammetterlo. Solo compreso questo, c’era spazio per la giustizia. E la rinascita. 

PS – Le cause della crisi di estinzione assomigliano a un conflitto tragico. Se vuoi saperne di più, puoi ascoltare la Settima Puntata del Podcast di Tracking Extinction. 

L’egoismo dell’ignoranza

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La mancanza di pensiero genera egoismo. L’egoismo contemporaneo non è solo un vizio della emotività, ma anche una gigantesca, sottostimata, carenza nella capacità di interpretare l’esperienza sociale, le priorità economiche e le nostre responsabilità. Osservato in queste settimane di sconcerto collettivo, l’egoismo appare per quello che è nelle società ricche occidentali: una inibizione, grave, delle facoltà analitiche, sostituite da un conformismo assoluto. 

Lo ha in qualche modo detto anche l’economista Marcello Esposito su VITA a proposito della superficialità di Christine Lagarde: “La Lagarde non è in grado di elaborare un pensiero alto, quindi non ci conterei neanche quando la situazione sarà generalizzata. Ma neanche la Ursula Von Der Leyen è in grado. Basti pensare al fatto che sta usando uno slogan vecchio di 60 anni. Siamo tutti berlinesi l’ha inventato JFK. È evidente la falsità, la costruzione e il fatto che non gliene frega niente. A Bruxelles sono i re degli acronimi. Se non usano parole proprie il segnale è chiaro. Non potrà dipendere dagli euro burocrati. Dipenderà dai singoli Stati”. 

Marc Bloch, il geniale storico francese, aveva opinioni simili, molto ben documentate, sulle cause della disfatta della Francia nel 1940: “tutta una formazione intellettuale deve essere messa sotto accusa”. E soprattutto: “In una nazione, nessun corpo professionale è mai totalmente responsabile da solo dei propri atti. La solidarietà collettiva è troppo forte perché una autonomia morale di tal genere sia possibile. Gli stati maggiori hanno lavorato con gli strumenti che il Paese aveva fornito loro e sono vissuti in un clima psicologico che non avevano creato da soli; erano, essi medesimi, ciò che di loro avevano fatto gli ambienti umani da cui traevano origine e ciò che il complesso della comunità francese aveva permesso loro di essere”. 

Il pensiero inesistente, o peggio ripetitivo, muffito, fatto di slogan, delle autorità europee non sarebbe tale senza un sostanzioso aiuto dal basso. 

Per decenni istituzioni e cittadini hanno coltivato, insieme, un egoismo ignorante che ci ha impedito, anno dopo anno, di affrontare e pensare la catastrofe ecologica come una immensa crisi globale del nostro essere umani. I risultati dello stress-test sono arrivati da Wuhan, Cina continentale. 

Ma che cosa è questo egoismo sorretto da una ignoranza orgogliosa e prepotente?

Senza questo tipo antropologico, l’egoista socialmente ineccepibile, che paga le tasse e le bollette con puntualità, non sarebbe mai stato possibile giungere alla emergenza sanitaria globale. Che non è altro che il sintomo macroscopico della defaunazione e dei processi di estinzione già inarrestabili, come ha spiegato con chiarezza cristallina Telmo Pievani.  Una presunzione apparentemente innocua, un distacco dal destino altrui apparentemente sobrio, razionale, improntato al più schietto buon senso (corrispondente ad espressioni del tipo “non posso salvare il mondo da solo”, “cosa posso farci, io?”). Questo tipo di egoismo è un atteggiamento mentale verso il Pianeta e la comunità umana che, se soltanto chi lo pratica sin dalla tenera adolescenza conoscesse il peso specifico europeo di questa parola, dovremmo definire una Weltanschauung. Una concezione del mondo, della vita, della politica, delle relazioni affettive e di se stessi. Milioni di persone nelle nostre nazioni ricche e obese di comodità a basso costo hanno scelto questa via. Il loro unico obiettivo, direbbe Adorno, era farsi accettare il più velocemente possibile entro una struttura produttiva che avrebbe, con le sue regole in apparenza democratiche, scritto al posto loro tutte le istruzioni del gioco. Fornendo il più utile dei privilegi, il più importante, per coscienze ormai intorpidite: il privilegio di essere esonerati dalla responsabilità delle proprie scelte. Abbandonato, e anzi ribaltato, il principio di ardimento in nome del quale Faust accetta il patto col Diavolo (“sento di poter portare tutto il dolore e tutta la felicità del mondo”), l’egoista moderno rivendica invece per sé la superegoica accettazione dello status quo. Il suo toolkit mentale di sopravvivenza lo eleva al di sopra delle categorie sociali di cui si sente superiore, per ordine altrui, si intende: il rivoluzionario, il sindacalista, l’ambientalista, l’umanista, il precario, il disoccupato. È gonfio di autocompiacimento, l’egoista, perché avverte su di sé l’approvazione della burocrazia e del potere. Non riesce neanche a capire cosa intendeva Stephen Biko, l’attivista nero che perse la vita nel suo Paese, in Sudafrica, battendosi contro l’apartheid: “l’arma più potente nelle mani dell’oppressore è la mentre dell’oppresso”. 

A questo genere di egoismi va attribuita una imputabilità precisa. Dovrebbe essere letto in questa direzione anche il recentissimo studio (è uscito il 16 marzo su NATURE ENERGY) della Università di Leeds, Regno Unito, sulle diseguaglianze sociali nello sfruttamento dell’energia. Analizzando dati provenienti dalla World Bank e dall’Unione Europea gli autori hanno potuto dimostrate che “tra tutti i Paesi e le classi di reddito nello studio, il 10% più ricco consuma circa 20 volte più energia del 10% più povero. Inoltre, al crescere del reddito, la gente spende i propri soldi proprio sui beni energy-intensive, come ad esempio i pacchetti vacanze o le automobili, contribuendo alla diseguaglianza energetica”.

Non sono informazioni che ci fanno saltare sulla sedia, se abbiamo saputo tenere gli occhi aperti sulla realtà. 

L’egoista medio, infatti, che se ne frega del Pianeta, mostra alcuni atteggiamenti tipici, che, per quanto possa suonare strano ad un certo buonismo ambientalista, gli valgono il riconoscimento sociale. L’egoista di norma non legge libri, non si informa sui giornali, perché ha scelto di sprofondare in una pigrizia intellettuale totale; non si fida della conoscenza ereditata, meditata, tramandata ed esercitata in professioni ad alto contenuto di skill analitici ( le “competenze”), in nome del suo diritto a esprimere un punto di vista personale; ma, all’opposto, si affida alla nozione dominante di “società efficiente, giusta, comoda” come farebbe con il cardiochirurgo che lo metterà in circolazione extracorporea; è convinto che la verità non esiste, e che quindi anche il suo parere è verità, almeno fino a quando non ha bisogno, per salvarsi la pelle, di qualcuno che davvero ne sa più di lui. 

L’Italia vanta il primato di 30 milioni di analfabeti funzionali e forse sarebbe il caso di vedere la correlazione tra la disponibilità a ignorare i recenti decreti sulla sicurezza sanitaria e questo vuoto disarmante di strumenti cognitivi essenziali. Ma non si tratta solo di libri, di biblioteche e di statistiche di lettura (abbiamo avuto bisogno di un comunicato ufficiale di Amazon per accorgerci che i libri, tappati in casa, sono beni indispensabili). Paghiamo adesso il conto di una carestia devastante nella fame di informazioni, che tradotto è questo: desiderio di comprendere il proprio tempo leggendo i giornali e soprattutto i giornali che parlano della crisi ecologica. 

Per questo l’egoismo dell’ignoranza non è solo una carenza individuale, ma appare ormai come una responsabilità collettiva. I cui risvolti penali, su scala continentale, ci sono scoppiati in faccia come le bombe tedesche sugli attoniti generali francesi, convinti che la guerra aerea fosse una bagattella da salotto. 

L’angoscia borghese ai tempi della pandemia

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Il collasso o l’implosione del nostro sistema economico sotto stress sanitario globale potrebbe essere una gigantesca opportunità. È piuttosto impopolare dirlo, troppo diretto e franco, ma molto sensato. Anche io la penso così. Ma orientando la nostra bussola sui nostri bisogni umani più intimi, risvegliati alla vita dal rallentamento delle agende quotidiane, come se molti di noi fossero finalmente, vivaddio, usciti alla luce del sole dalla Caverna di Platone, commettiamo forse una meschinità che ha già purtroppo preso possesso dell’informazione televisiva. Si parla pochissimo dell’origine di questa malattia, dei pipistrelli e dei pangolini (specie in via di estinzione, ricordiamolo) che probabilmente sono i numeri uno nella catena di trasmissione di questa zoonosi. Molti di noi sono cioè molto impegnati, e a ragione, a discutere delle conseguenze positive di uno stop forzato ( a Milano, secondo Ispra, i particolati da combustione sono già crollati del 30%), ma dimenticano che i protagonisti occulti dell’emergenza sono le 42 specie animali selvatiche vendute fino a poco tempo fa nei mercati alimentari come quello di Wuhan. Dietro tutto questo c’è il commercio di specie selvatiche e, quindi, lo svuotamento delle foreste del Pianeta (la empty forest sindrome, su cui i ricercatori lanciano l’allarme dagli anni Ottanta).

Non una parola sul ruolo dello sfruttamento delle faune, in questa crisi globale, è venuta da Stefano Massini, nel suo lungo editoriale a PIAZZA PULITA che ha condensato in 10 punti cosa non sarà più come prima, a emergenza finita. E non una parola si trova, su questo aspetto, neppure nel pur ottimo editoriale di Marco Revelli su IL MANIFESTO: “Il fatto che il provvedimento preso appaia al tempo stesso terribile e ragionevole – un ossimoro – ci dice quanto a fondo in effetti il male sia arrivato a toccarci «nell’osso e nella carne» (per usare le parole che nel libro di Giobbe il satana rivolge a dio), polverizzando d’un colpo ogni nostra consolidata abitudine. Ogni precedente «pensato» orientato alla convivenza civile in un «sistema sociale», travolto dalle nuove – pre-umane, dis-umane – regole dei «sistemi viventi». (…) In questa luce anche il virus probabilmente si «umanizzerebbe». Non nel senso di diventare meno feroce. Ma di rivelare quella specifica ferocia tipica di noi «ultimi uomini». Di offrire davvero, come aveva intuito Susan Sontag, la malattia come metafora di una condizione umana e sociale. In fondo, la sua logica selettivamente darwiniana in base alle chances di sopravvivenza, non è la stessa che almeno un paio di decenni di egemonia neoliberista ci hanno inculcato con il principio di prestazione, dichiarando inutili gli improduttivi (i «vecchi», in primis) e meritevoli i vincenti?”. 

Le due questioni, enormi, che abbiamo davanti sono allora due. La tenuta del capitalismo e la sua pertinenza con la crisi ecologica del XXI secolo, la eventualità cioè che il capitalismo non sia fisiologicamente in grado di rispondere ad una emergenza di questa portata, come ha proposto il New York Times nella sua nota editoriale The Interpreter (When efficiency isn’t enough); e la nostra relazione storica con le faune della Terra, cioè l’atteggiamento che abbiamo tenuto nei confronti delle altre specie negli ultimi 75 anni. 

Perché una pandemia sprigionatasi dalla trasmissione animale-uomo di una zoonosi sconosciuta è una esternalità, nel linguaggio del capitalismo. Cioè un effetto collaterale della produzione di profitto. Certo che si sapeva che avrebbe potuto verificarsi, vedi la SARS. Vedi Ebola. Anche il cambiamento climatico e le estinzioni sono una esternalità, del resto. Ma come ha scritto lo scorso 11 marzo Yanis Varoufakis “é impossibile riconoscere il pericolo del cambiamento climatico, impegnarsi a fronteggiarlo e continuare a pensare al capitalismo come a un sistema naturale che è in grado di svoltare rapidamente per diffondere e condividere una prosperità green. Trump ha ragione: il cambiamento climatico è la Waterloo del capitalismo. Semplicemente non c’è un percorso verosimile verso la stabilizzazione del clima che possa mantenersi coerente con i principali pilastri del capitalismo. Il sistema in cui viviamo, a differenza di quello raccontato dai libri di testo delle facoltà di economia, si trasforma in un meccanismo patologico, in un meccanismo che ha una dinamica interna di riciclo di se stesso: gli oligopoli estraggono valore deperibile dagli esseri umani e dalla natura ad una velocità pazzesca, finanziati dalla finazializzazione che produce debito, e che, a sua volta, alimenta gli oligopoli che accaparrano risorse”. Dobbiamo riflettere quindi, adesso che il tempo per pensare, comodi sul divano, non manca, che l’ossatura dell’organismo socio-economico in cui riponevamo tutta la nostra fiducia, lo stesso che ha tagliato migliaia di posti letto negli ospedali in nome della spending review, “non accetterà mai i limiti della crescita fisica e i limiti del prelievo necessari per contenere il cambiamento climatico, perché non sopravvivrebbe”. 

Mai come in questo passaggio negli ultimi 75 anni l’angoscia borghese assomiglia allo smascheramento impudico di colui che è stato colto in fragrante, un Nikolaj Stavrogin che non può più giustificarsi neppure con il proprio cinismo.

Questo non è solo il tempo della zoonosi di Wuhan. Ci troviamo in una condizione planetaria di ciò che gli ecologi chiamano “shift” e cioè un passaggio di livello, nella struttura ecologica e biologica, attraverso un cambiamento brusco, più o meno rapido, che prima altera e poi modifica in modo permanente i biomi. La velocità con cui avviene questa trasformazione degli ecosistemi (tipo di vegetazione, catene trofiche e ciclo dei nutrienti, composizione delle specie animali presenti) varia, ma è indubbio che l’intero Pianeta sia ormai entrato in una fase di “regime shifts” per azione diretta e combinata dei cambiamenti climatici, della defaunazione, dell’estinzione e dello sfruttamento delle risorse naturali per le attività umane. Ne hanno parlato diffusamente qualche giorno fa in una Communication su NATURE ( volume 11, Article number: 1175 (2020))  Gregory S. Cooper, Simon Willcock e John A. Dearing. Il concetto chiave della loro ricerca, condotta lavorando su 12 modelli matematici differenti, è questo: il passaggio di livello (shift) “si verifica in modo sproporzionatamente più veloce negli ecosistemi più grandi”. Come l’Amazzonia e le barriere coralline dei Caraibi. 

Gli shift rapidi sono fuori dal nostro controllo e coinvolgono l’organizzazione fondamentale del fenomeno biologico sul nostro Pianeta. Il data base internazionale REGIMESHIFT.ORG ne conta, già in corso, 28. Questo è il contesto geografico, storico, ecologico e di conseguenza economico in cui la pandemia si espande, conquistando ogni aspetto della nostra esistenza. Qualunque cronaca dello scottante presente deve, per motivi deontologici, dire alla gente comune che il disastro in corso è un destino condiviso di uomini e animali, in cui gli animali hanno già pagato un tributo enorme di sofferenza. 

La falsa sicurezza di una società che ignora il potere della sventura

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Ci è di botto piombata addosso una consapevolezza antica, che i Greci inserivano nella costituzione stessa del cosmo: la sventura improvvisa. Il colpo del destino che cambia tutte le carte in tavola, soprattutto dove c’era una saccente prosperità economica. I miti più impressionanti della storia ellenica ruotano attorno a questa categoria di realtà, la tragedia, spuntata dal nulla là ove, un attimo prima, c’era il potere: Edipo, Ippolito, Agamennone. Sono nomi che molti di noi non hanno mai sentito prima, o hanno preferito dimenticare, e che invece faremmo bene a riesumare dalle polverose soffitte della nostra coscienza rimbambita e assopita.

L’appello alla “Milano che lavora” firmato e condiviso, lo scorso 28 febbraio, da Beppe Sala ben rappresenta il climax della arroganza culturale cui ci siamo abituati da tempo immemorabile, certi che convincersi della propria superiorità regionale, genetica o culturale (se mai si può parlare di cultura di fronte a certa povertà di concetti e intendimento) fosse un diritto assoluto. Migliaia di milanesi imbecilli hanno accolto con fervore il proclama di Sala, sentendosi iscritti al club della Italia che conta e produce, anche quando ingurgita aperitivi discettando del nulla. È bastata una settimana perché questa prospettiva cieca, muta e sorda venisse smascherata per quello che è: l’ennesima dimostrazione di una inquietante ignoranza sul vero colore dei tempi che stiamo vivendo. 

Negli anni davanti a noi il rischio, la fatalità, il pericolo non verranno solo dagli effetti dei cambiamenti climatici (inondazioni, ondate di calore, piogge torrenziali), ma anche dalla risposta sociale non deterministica a questi stessi trend ecologici. Come riporta infatti oggi un articolo uscito sulla PNAS ( Interactions between changing climate and biodiversity: Shaping humanity’s future): “Benché le traiettorie fondamentali di questi cambiamenti siano ben conosciuti, molte delle probabili conseguenze sono avvolte nell’incertezza a causa delle ancora poco chiare interazioni tra differenti fattori di cambiamento e, quindi, dei loro effetti finali sugli ecosistemi e sulle società”. 

I tipping point ( punti di non ritorno) ecologici sono anche punti di svolta, imprevedibile, sul piano sociale. Il fatto che, dinanzi ad una emergenza sanitaria globale, le istituzioni debbano fare appello al buon senso, evidentemente scarso, dei più giovani; o anche il fatto che occorra spiegare ai bambini, iperviziati ed ipercoccolati, che non è tempo di vacanza, ma di obbedienza, ecco, tutto questo dimostra che non siamo affatto preparati a fronteggiare restrizioni psicologiche e materiali severe al nostro egoismo consumistico. Ma che non siamo neppure pronti a smantellare, per prendere finalmente ossigeno, la pusillanimità che ci hanno insegnato essere, per quanti almeno hanno scelto di crederci, la migliore forma di adattamento sociale. 

Abbiamo coltivato con cieca determinazione una sicurezza autoprotettiva che, ora, si rivela immensamente fragile, e cioè costruita su pregiudizi storici che hanno sorretto l’economia rapace degli ultimi decenni senza incontrare opposizione civile, oltre che politica. Questa sicurezza si è espressa sia nei confronti delle questioni ambientali che verso le diseguaglianze sociali, le disparità di reddito e la cosiddetta austerity. Convinti che un sistema sanitario nazionale moderno fosse inossidabile e immortale ( e quindi che, tutto sommato, neppure i tagli al personale e ai posti letto potessero comprometterne l’efficienza), abbiamo permesso che i nostri ospedali fossero considerati una voce di bilancio da ridimensionare con sforbiciate neo-liberiste. Convinti che il destino delle faune del Pianeta non ci riguardasse, nelle nostre belle e narcisistiche vite urbane, abbiamo ritenuto inutile informarci sui lager cinesi in cui vengono allevati, trafficati, ammassati e macellati animali appartenenti a specie protette, in via di estinzione o semplicemente sempre più rare a causa della defaunazione. Quanti dei giornalisti accreditati impegnati in dirette tv 24 ore su 24, su ogni sorta di emittente, hanno ricordato al pubblico sbalordito e impotente che il destino di genette e pangolini, in Cina, è ormai anche il nostro?

La guerra insegna molto sulla natura degli esseri umani. La violazione delle quarantena, le denunce, le fughe verso il Meridione in piena notte sono tutti sintomi della impreparazione psicologica collettiva ad uno stato di minaccia permanente. Questa impreparazione deriva dalle gestione politica delle nostre vite e delle nostre menti in un regime culturale di abbassamento programmato dell’attenzione, della osservazione, della partecipazione alla propria epoca e ai suoi problemi più scottanti. Perché va detto ai milioni di Italiani che non sanno neppure cosa sia il wildlife trade e non hanno mai considerato opportuno mettersi a leggere giornali nelle loro giornate oberate di business o di notifiche facebook, che una minaccia di portata bellica l’abbiamo sopra le nostre teste da decenni e si chiama catastrofe ecologica. Il coprifuoco nazionale ha scoperchiato il vaso di Pandora e denunciato il fallimento dell’ambientalismo: nessuna mobilitazione del tipo di quella in corso adesso nel nostro Paese è stata mai pianificata contro la morte del Pianeta. Meglio, nessuna di questo genere verrà mai tradotta in Decreto Legge, per foreste, lupi, leoni, insetti, api. 

Ciò che infatti manca radicalmente è il consenso generale sulle misure estreme, perché molti pensano di far per se stessi, di fregarsene, di minimizzare. Come fanno del resto, nello stesso identico modo, quando si viene a parlare di clima e defaunazione. Ma il consenso alla “guerra totale” a scopo di sopravvivenza lo hai, mostruosa lezione tedesca del 1943-44, quando ti sei preparato il terreno con anni di propaganda, di lavorio metodico, di informazione capillare, se vogliamo vedere l’aspetto più nobile di una diffusione a tappeto di una visione della realtà potente, innovativa, in una parola: nuova. L’entusiasmo ipnotizzato dinanzi al discorso di Goebbels allo Sportpalast di Berlino il 18 febbraio 1943, un entusiasmo criminale, capace di prolungare la guerra per ancora due anni, capace di ingaggiare mente e cuore di milioni di tedeschi in altri mesi di assassinii e crimini contro l’umanità, dovrebbe farci tremare. 

Se c’è un aspetto del nostro carattere ipermoderno e avvizzito nelle comodità che abbiamo sotto gli occhi in questo principio di marzo è la totale mancanza di una coscienza pubblica, diffusa sulla possibilità di eventi catastrofici improvvisi. Della sventura, che fa dire ad Odisseo nel XIX canto dell’Odissea “ero il primo tra gli uomini, e Zeus mi abbatté”. 

Ed è invece questo che dovremmo pretendere dalla classe politica, la costruzione assennata e competente di un comune sentire sulla ormai conclamata catastrofe della biosfera. 

Photo Credit: Fabio Saracino, Castel del Monte, Abruzzo. Da leggere la sua cronaca Facebook di queste giornate. Arguta e controcorrente. 

La lobby delle rinnovabili mette sotto accusa Jonathan Franzen

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Datemi del pessimista o dell’umanista, ma non mi pare che la natura dell’uomo sia mai fondamentalmente cambiata. Questa è la frase con cui Jonathan Franzen si è guadagnato un processo nel tribunale per intellettuali che osano dire la verità sulla catastrofe ambientale. Un tribunale che non è di destra, non è repubblicano, e non è neppure sovvenzionato dalla lobby dei combustibili fossili: è un tribunale organizzato dagli stessi sostenitori della economia verde, circolare, Green New Deal. E la formulazione dell’accusa proviene da uno dei massimi giornali europei, per la qualità del giornalismo, e cioè il tedesco DER SPIEGEL. 

Lo SPIEGEL si scaglia contro Franzen in un articolo uscito qualche giorno fa nella sua edizione on line (Gefaerliches schwarz-weiss Denken). L’autore, Stefan Rahmstorf, commenta un contributo che Franzen scrisse l’anno scorso per il NEW YORKER, e ora tradotto anche in tedesco, What if we stopped pretending climate change can be stopped?. 

Le polemiche sulle idee di Franzen non ci riguarderebbero, o per lo meno sarebbero di esclusivo interesse degli appassionati di buona letteratura non fiction (che ormai racconta la fine dell’Età dei Mammiferi, la distruzione dell’equilibrio climatico terrestre e l’angoscia esistenzialista che ne deriva), se non fosse che tentare di demolire Franzen rivela le intenzioni, sconclusionate e inefficaci, della lobby verde. E quindi dei giochi in corso a Bruxelles per convincere l’opinione pubblica che il Green New Deal è un miracolo e ci trarrà d’impaccio salvando il clima e disinnescando la bomba del populismo neofascista. 

Secondo Rahmstorf, Jonathan Franzen è poco informato sui dati dello IPCC, ne cita a casaccio, perché “ama le frasi ad effetto. La guerra al cambiamento climatico si vince o si perde con le argomentazioni, secondo lui. E tuttavia, nella realtà dei fatti, si tratta di limitare i danni e di assicurare un futuro possibilmente buono e minimamente accettabile per i nostri figli e nipoti”. Le mancanze di Franzen dipenderebbero dalla sua impostazione ideologica di fondo, e cioè che “la protezione del clima è in contrapposizione con la protezione della natura”. 

Il motivo dell’attacco alle posizioni ambientaliste di Franzen è chiarissimo quando Rahmstorf ricorda ai lettori che nel 2019 in Europa per la prima volta l’energia elettrica prodotta della rinnovabili è stata maggiore di quella prodotta dal carbone. Non un cenno, tuttavia, al fatto che, anche se miglioriamo sulle rinnovabili, la domanda di energia è in continuo aumento, stando ai dati della IEA (International Energy Agency) su percentuali del 2017-2018: “La domanda di energia nel mondo è cresciuta del 2.3% l’anno scorso, l’incremento più rapido di questa decade, una performance eccezionale sostenuta da una robusta economica globale e da necessità più consistenti di riscaldamento e refrigerazione in alcune regioni”.

Purtroppo, Stefan Rahmstorf mostra o di non aver letto con attenzione Franzen o di averlo maliziosamente male interpretato. A scopo politico. Per Rahmstorf, infatti, nell’ultimo summit di Davos la finanza internazionale si sarebbe riconosciuta nelle preoccupazioni dei Fridays for Future e avrebbe compreso, in tutta coscienza, che è suonato il rintocco della mezzanotte ed è ora di spiegare le vele verde smeraldo del futuro. 

Ma a questo punto della faccenda (con il mese di gennaio più caldo di sempre alle spalle e + 20 gradi Celsius in Antartide) la questione politica non è affatto se e come ridurre drasticamente le nostre emissioni serra. Il dilemma culturale consiste piuttosto nel trovare il modo di convincere l’opinione pubblica, e cioè la base delle democrazie rappresentative occidentali, ad accordare il necessario consenso alle misure draconiane previste dagli scenari climatici formulati dall’IPCC. 

È di questo che discute, con estremo acume, Jonathan Franzen, riferendosi a dati in peer review e non, come insinua lo SPIEGEL, a percentuali fittizie e inesatte: “Benché le azioni di un singolo individuo abbiano zero effetto sul clima, questo non significa che siano prive di significato. Ognuno di noi deve compiere una scelta etica (…) Si può andare avanti a sperare che la catastrofe sia preventivabile e sentirsi sempre più frustrati o arrabbiati per la mancanza di azione del mondo. Oppure, possiamo accettare il disastro ormai incombente e riformulare il significato della speranza”. 

Che cosa c’è di così pericoloso in queste affermazioni? Nulla. Se non la denuncia, del tutto sensata, che “salvare il Pianeta” era uno slogan verde del 1988, che forse oggi non ha più la stessa consistenza logica o pragmatica. Certo che teoricamente possiamo ridurre le emissioni, ricorda Franzen, ma nessuno ha davvero intenzione di ridurle. E questa verità imbarazza i propugnatori del partito dell’ottimismo verde. È probabile che il bisogno psicologico di continuare a credere in una svolta sostenibile, o come volete chiamarla, sia una esigenza emotiva più che un concreto esame di realtà sullo stato del Pianeta. 

Ma sono queste le riflessioni di Franzen che sottoscrivo pienamente e che penso farebbero bene ad ascoltare i profeti delle rinnovabili: “Gli attivisti mi ricordano i leader religiosi che temono che, senza la promessa della salvezza eterna, le persone sarebbero meno motivate a comportarsi bene. Nella mia esperienza, i non credenti non amano ciò che li circonda meno dei credenti. Ed è per questo che mi chiedo che cosa succederebbe se, invece di negare la realtà, cominciassimo a dirci la verità”.

E dunque: “In tempi di crescente caos, la gente cerca protezione nel tribalismo e nelle forze armate piuttosto che nel ruolo della legge e la nostra migliore difesa contro questo tipo di distopia è mantenere le nostre democrazie funzionanti, e far funzionare il sistema legale, e le comunità. Da questo punto di vista, ogni intenzione orientata verso una società più giusta e civile può essere considerata azione ricca di senso a favore del clima (climate action). Assicurare che le elezioni siano trasparenti è azione a favore del clima. Combattere le estreme diseguaglianze economiche è azione climatica. Sostenere la stampa libera e indipendente è azione a favore del clima”. 

PS la traduzione dei passaggi dal testo originale in inglese è mia.

SE SEI ARRIVATO FIN QUI: è disponibile su Apple podcast e Spotify la prima puntata del podcast di Tracking Extinction. Il podcast per persone coraggiose che vogliono capire come l’estinzione della biodiversità modifica e condiziona la loro vita di tutti i giorni. 

Londra, parte dal Regno Unito l’era della Extinction Rebellion

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Il 31 ottobre scorso, a Westminster, Londra, è uscita allo scoperto Extinction Rebellion  un movimento rivoluzionario che ha dichiarato la disobbedienza civile nei confronti delle istituzioni britanniche, colpevoli, negli ultimi decenni, di non aver fatto nulla (come del resto tutti gli altri governi europei) contro i cambiamenti climatici e il collasso della biodiversità. Hanno firmato la Declaration of Rebellion anche 100 accademici inglesi, moltissimi professori emeriti nelle migliori università del Regno, e quindi del mondo. Nella settimana in cui sono usciti dati terrificanti sulla condizione ecologica del Pianeta ( il Living Planet del WWF e lo special report sulla wilderness pubblicato su Nature e di cui abbiamo già parlato) Extinction Rebellion ha chiesto lo stato di emergenza. La prima manifestazione pubblica del movimento ( la prossima, massiccia, il 17 novembre) si è conclusa con un centinaio di arresti. Tutti gli attivisti del movimento, proprio come accadde nell’America di Martin Luther King, sono infatti pronti ad affrontare il carcere pur di portare l’estinzione e il surriscaldamento del Pianeta, e quindi il Capitalismo, al centro del dibattito pubblico. Un atto di clamoroso coraggio, che nulla a che fare con il conformismo, e la complicità, di moltissime organizzazioni non governative, editori e partiti politici “verdi”, che in questi anni si sono ben guardati dal denunciare la compiacenza ipocrita della assemblee elettive della nazioni più ricche del Pianeta verso un’economia rapace e nichilista. Il 31 ottobre è cominciata a Londra l’era della Extinction Rebellion. Ne ho parlato con Acorn Anderson, da Bristol, che ha aderito al movimento, e mi ha spiegato perché stavolta, purtroppo, è tutto diverso. 

Alcune persone sostengono che la possibilità dell’estinzione sia a tal punto terrificante che è meglio guardare altrove e vivere una vita più o meno buona, senza badare a scenari drammatici. In anni recenti, il sistema ha potuto contare su una massiccia e pervasiva inerzia. Come Extinction Rebellion avete interrotto questa inerzia e vi siete alzati in piedi: che cosa vi ha motivate a dire NO e a decidere per una rivolta civile?

È vero che la gente trova molto difficile guardare alla possibilità di una estinzione e vuole continuare una vita ‘normale’, e questo crea una cultura dell’inerzia. Uno dei nostri obiettivi è fermare questa inerzia e sostenere le persone perché si sentano rafforzate a credere che ciò che è alla loro portata fare, e il modo in cui decidono di rispondere e di agire, può effettivamente fare la differenza. La nostra motivazione viene dal desiderio di proteggere e di aver caro quanto è rimasto – reports recenti hanno stabilito che il 57% della vita sulla Terra è già andato distrutto e che gli esseri umani stessi sono molto vicini ad un reale rischio di estinzione. Certo, questa situazione è molto difficile da considerare e produrrà sentimenti di dolore e anche di rabbia. Qualche volta è più semplice pretendere che l’estinzione non stia avvenendo. L’alternativa, che è voltare lo sguardo e considerare la catastrofe piuttosto che fare spallucce, richiede moltissimo coraggio, ma anche, in definitiva, un sentimento di speranza, che noi possiamo fare la differenza e proteggere ciò che rimane. Possiamo agire e agire è enormemente importante: le nostre vite ne risulteranno arricchite. Il governo ha fallito nel proteggerci e allora noi ci alziamo in piedi, diciamo NO, e creiamo qualcosa che è rappresentativo di ciò in cui crediamo.

La Declaration of Rebellion “dichiara che i vincoli del contratto sociale sono nulli e vuoti ormai”. Il contratto sociale è il fondamento della democrazia, nel senso che, storicamente, stabilì una sorta di reciprocità nel funzionamento della democrazia rappresentativa e della politica. A metà del XVIII secolo gli attivisti Britannici – i primi, in verità – invocarono la rottura del contratto sociale contro il commercio degli schiavi e l’economia schiavile. Pensa che stiamo entrando in una nuova era analoga ad altri periodi cruciali nella storia della politica?

Sì, stiamo entrando in una nuova era. La fine del mondo è stata prevista dagli scienziati ed è impossibile vedere nei nostri tempi un passaggio cruciale. Soltanto il tempo, del resto, ci darà cosa accadrà. Ci sono più crisi che stanno convergendo l’una sull’altra in questo momento. È un passaggio delicatissimo per gli esseri umani. Se anche diventiamo ‘carbon neutral’ ( Ndr, zero emissioni di CO2), c’è ancora la minaccia dell’abbattimento delle foreste. Ci sarebbe ancora la questione della plastica. Se tutto questo sia simile ad altre stagioni di attivismo, assolutamente sì, perché siamo un movimento che è partito dal basso, per poi salire, ma, onestamente, la posta in palio è ancora più alta, e più grande, di qualunque sfida abbiamo mai fronteggiato in passato. Stiamo chiamando ad una ribellione e stiamo chiedendo anche un governo rappresentativo (The People’s Assembly), per spostarsi dalla ‘democrazia’ corrotta e distruttiva che ci ha già messi in questo casino. La Storia ci mostra che l’azione diretta, non violenta è un modo per cambiare la narrativa corrente e per creare cambiamenti di lungo periodo. Ci sono ancora 100 persone tra noi che vogliono essere arrestate per ciò in cui credono. Abbiamo anche un sottogruppo di Rising Up UK, il Regenerative Culture. È il gruppo che si occupa del benessere dei membri e incoraggia la auto-responsabilità perché le persone si occupino di se stesse. Lo scopo è prevenire il burnout  e dar corpo ad una visione di attivismo forte e duraturo. 

Davanti al Parlamento alcuni attivisti hanno parlato delle diseguaglianza sociali ed economiche e della correlazione tra il collasso ecologico, il capitalismo rampante e l’impressionante crollo del ceto medio qui in Europa. Come puoi descrivere il modo in cui l’estinzione e la distruzione del sistema climatico terrestre danno forma alle nostre storie personali?

La correlazione tra il capitalismo, le ingiustizie sociali e il cambiamento climatico non può essere messa in discussione. Esiste. Il Capitalismo ha reso la natura un bene di consumo (commodification of nature) e ne ha impostato lo sfruttamento per profitto. Le radici del cambiamento climatico possono essere rintracciate nel colonialismo e nel neo-colonialismo, che distrugge le comunità, sfrutta le risorse in tutto il mondo per generare ricchezza a favore dell’Europa e l’1% dei ricchissimi del Pianeta. Se guardiamo alle nostre singole storie, molti di noi si accorgono che le loro priorità si stanno spostando sostanzialmente. Le persone scelgono sempre di più di focalizzare tempo ed energie che sarebbero altrimenti investite nel lavoro, o nella formazione, perché abbiamo un tempo talmente limitato da vivere, e allora a cosa serve una grande carriera, una casa, un diploma di livello? C’è molta tristezza in giro e questo deve motivare non a lasciarsi andare ad una spirale di intorpidimento, ma, al contrario, a raccogliere le energie e metterle nell’azione. Non c’è più valore negli oggetti, nei soldi, nello status sociale; invece, il sentirsi legati gli uni agli altri, in una comunità, creando così molta più bellezza, questo è un reale obiettivo per noi. Proviamo più amore, ed è questo a motivarci lungo il cammino. Questa è la risposta al fatto che ci saranno milioni di rifugiati ambientali; in un futuro nient’affatto lontano 1 persona su 6 sarà un rifugiato ambientale. Non vogliamo lasciare che la scarsità di cibo, la competizione, le tensioni sociali permettano alle destre, e ai fascismi, di essere considerati delle risposte alla crisi ! Vogliamo invece lavorare per un futuro di condivisione consapevole delle risorse, occuparci gli uni degli altri, perché siamo tutti sulla stessa barca, affonderemo o nuoteremo tutti insieme. 

Dall’Italia Extinction Rebellion appare come un miracolo. Nel mio Paese si discute pochissimo di cambiamento climatico in pubblico e il clima è costantemente trascurato nei grandi media hub. Se poi prendiamo l’estinzione, be’, la gente comune ti chiede che cosa esattamente intendi per ‘collasso della biodiversità’. L’estinzione è ben lontana dall’essere una categoria del pensiero o una realtà: dici estinzione e tutti pensano solo ai dinosauri. Credi che Extinction Rebellion possa segnare una pietra miliare nel dibattito politico sulla biodiversità?

Sì, lo speriamo. Ho appena letto un report sulla morte dell’ultimo rinoceronte bianco.Gli scienziati premono molto per riportare indietro questa creatura usando la fecondazione assistita con sperma precedentemente conservato, perché il rinoceronte è un animale iconico. E tutte le altre specie che non fanno notizia e per cui nessuno piange il canto funebre? L’estinzione, questa tragedia, è ampiamente taciuta e ignorata. La speranza è che le persone comincino a dar valore alle specie e che se ne parli molto di più, sia in politica che nelle occasioni pubbliche. 

La maggior parte delle persone – se solo provi ad affrontare questi argomenti – dice che fare sacrifici per la salvezza del Pianeta è una imposizione morale e che il nostro modo di vivere è il migliore di quanti gli esseri umani ne abbiano mai sperimentati lungo la loro storia. Come replichi?

Risponderei, e a che prezzo? E se la cosiddetta qualità della vita ci sta costando il pianeta, allora non rimarrà più nulla per sostenerla comunque – è come rubare tutto ciò che possiamo rubare, adesso, senza pensare alle ripercussioni per le prossime generazioni e per il nostro stesso futuro. Io e Cameron Harris stavamo proprio parlando del fatto che non ha senso parlare di sacrifico quando rifletti sul fatto che hai delle alternative. Intendo che vivere con la cognizione di ciò che è reale e non fittizio significa vivere in un modo decisamente più connesso e potente. Conversiamo con tantissime persone, che spesso coltivano il sogno di una vita più semplice e concreta, vivere in campagna, far crescere il proprio cibo, sentire un legame più stretto con la terra. Si ricordano di quando giocavano nei boschi da bambini e la gioia di questo piacere così semplice, e si augurano questo per i loro figli. È la trappola della vita moderna che ci spinge verso questo ideale. Molti aspettano di andare in pensione prima di godere appieno della tranquillità, della pace interiore, della semplicità. Solo che ovviamente il tempo rimasto a quel punto non è molto ! Il nostro suggerimento è di optare per la semplicità adesso. Non è una lotta faticosa e non si tratta di rinunciare nulla. Si ottiene così tanto in cambio. Non ultimo, si conquista la libertà. Una comunità, un sentimento di appartenenza, l’adesione ad un movimento che è per la salute del nostro bellissimo mondo. Fa sentire forti e umili sapere che si contribuisce a salvare il mondo. 

Il giornalismo libero è un grande problema in Italia: troppi giornali non sono indipendenti e si appoggiano a tychoon o compagnie private. George Monbiot di The Guardian ha sposato il movimento e partecipato alla manifestazione del 31 ottobre. È notevole. Quanto è importante per Extinction Rebellion l’appoggio dei giornalisti? Soprattutto i reporter indipendenti, che di solito lavorano free lance e hanno molta meno influenza?

Scriviamo comunicati stampa e invitiamo i media a ogni manifestazione. Geroge Monbiot è venuto perché sentiva l’importanza della manifestazione e hanno raccontato di noi giornalisti di idee simili alle sue. I media verranno quando si accorgeranno della importanza e della enormità di quello che sta uscendo. Purtroppo, anche in questo Paese la stampa e i media sono ancora controllati: il 31 ottobre, quando abbiamo fatto la Dichiarazione, la BBC ci ha ignorati, ma non il Guardian e l’Independent. E la voce si diffonde. Il 31 ottobre è stato solo l’inizio. Il Media Team è una parte rilevante del movimento: più i media ne parlano, meglio è, e questo include anche i reporter free lance e coloro che lavorano sulla cronaca locale. 

Sono convinta che viviamo nel Post-Umanismo. Le cause sono molte, ma ritengo che non pochi pensatori, ad esempio Max Horkheimer, avessero ragione sostenendo che la questione più scottante della Modernità è se l’essere umano può rimanere umano. La vostra chiamata all’azione è anche una esortazione a rimanere umani proteggendo le altre specie? È questo un passaggio di livello nel pensiero occidentale?

Questa è una domanda davvero interessante e potente. La metterei così, quale è il ruolo dell’essere umano su questo Pianeta? Siamo signori delle altre creature, legittimati a prendere ciò che ci appartiene, senza cura o compassione? Questa concezione sembra riflettere l’attuale pensiero occidentale, consciamente o meno. Oppure, siamo ambasciatori e protettori, incaricati di salvaguardare la vita, servitori di qualcosa di più grande inscritto nella vita e nella natura? Non siamo una coscienza che prova a salvare se stessa? Che cosa è umano? Vedo gli uomini come parte della natura, non separati da essa, ed è per questo che ho cambiato il mio nome in Acorn (ghianda) per sentire questo legame nel mio stesso corpo. Non è affatto semplice rimanere connessi con l’umanità in tempi ostili, ed quello che Extinction Rebellion invece chiama a fare. Sì, è un passaggio nel pensiero occidentale, che fino ad ora è coinciso con il prendere tutto senza badare alle conseguenze. È ora di svegliarsi e di passare ad un serio esame le nostre motivazioni e i nostri obiettivi. Hai mai sentito la leggenda del ‘fuoco dei bambini’?   Nessuna legge, nessuna decisione, niente di niente sarà approvato da questa assemblea che danneggi i bambini, lungo le 7 generazioni a venire. Una promessa di una semplicità e di una eleganza che fa a pezzi il nostro educatissimo cinismo. Qui si vede cosa davvero significa prendersi delle responsabilità e aver la vita in sacra considerazione, come ciò che maggiormente vale, imparare a crescere e ad evolversi fronteggiando le sfide con il cuore e la mente aperti. Questo è essere umani. Soprattutto, dobbiamo agire adesso, uscire da schemi vetusti ed essere ora umani nel modo migliore possibile. 

Monbiot ha detto, il 31 ottobre, che non possiamo aspettare le ONG perché hanno fallito contro il feticcio della crescita economica, del pari del governo. È una frase coraggiosa. È arrivato il momento di NO anche a potenti organizzazioni no profit che sembrano limitarsi a pubblicare report sull’estinzione e nulla di più?

Non è necessariamente un attacco contro queste ONG, ma una chiamata all’azione, a svegliarsi e a cambiare prospettiva. Abbiamo bisogno di ogni singolo individuo, ora e in futuro. Vacilliamo sul bordo di un abisso più grande di qualunque altro già vissuto. È un imperativo morale che le persone lo capiscano e che adeguino di conseguenza la loro risposta. Noi speriamo, e lavoriamo in questa direzione, per una mobilitazione sul livello di quella delle ultime guerre mondiali. Non un grammo di meno. È il momento di azioni coraggiose, e grandi, di voci pacifiche. La forza sta nella unità, stiamo provando a costruire un modello che dia speranza, ispirazione e motivazioni. Tutti dobbiamo trovare la nostra serenità, il nostro tipo di forza e le risorse per completare questo lavoro. 

Vietnam, Hanoi, il destino del pangolino passa per questo fast food (di lusso)

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Sono ad Hanoi proprio per investigare sul bushmeat, un termine tecnico usato dagli ecologi per indicare la carne di animali non allevati, generalmente cacciati in modo rudimentale nella foresta, quasi sempre appartenenti a specie a rischio più o meno conclamato di estinzione secondo gli standard internazionali della Red List, la griglia di classificazione della IUCN. Il bushmeat è soprattutto il principale «motore» dello svuotamento degli ultimi habitat tropicali del sud est asiatico la cui struttura ecologica mostra sempre più evidenti segni di smagliatura. Si chiama defaunizzazione: in modo lento ma irreversibile scompaiono le popolazioni locali, e poi le specie, dei mammiferi di media e grossa taglia, con il conseguente collasso delle reti trofiche che legano gli erbivori e la vegetazione. Questo tipo di impoverimento è un fattore di alterazione dei processi ecosistemici perché cambia l’assetto di intere comunità di piante, alberi e animali. La defaunizzazione avrà un impatto globale paragonabile allo «sfoltimento» delle famiglie di mammiferi avvenuto nel Pleistocene, quando una combinazione di clima in riscaldamento e caccia indiscriminata cancellò dal Pianeta mammuth, bradipi giganti e tigri dai denti a sciabola”.

Il bushmeat, ovvero quando l’estinzione diventa glamour – LA STAMPA