Categoria: Tracking Extinction

La speranza non è una risorsa

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Qualche giorno fa Rai5 ha dato in prima serata The Eichmann Show, un film del 2015 non troppo noto sul processo ad Adolf Eichmann, l’uomo dell’RSHA
(Reichsicherheithauptamt, Ufficio Centrale per la Sicurezza del Reich) che organizzò i trasporti ferroviari verso i campi di sterminio durante la fase cruciale della Shoah. Eichmann venne processato a Gerusalemme nel 1961: per la prima volta davanti alle telecamere di tutto il mondo agiva e parlava in diretta un nazista in carne e ossa.Il film affronta proprio questa novità: lo show televisivo, le decisioni editoriali, e anche pubblicitarie, che motivarono il produttore, Milton Fruchtman, il regista, Leo Hurwitz, e le autorità israeliane a mostrare o non mostrare i dettagli del procedimento penale. 

Perché alcune cose non erano affatto scontate: che, ad esempio, il pubblico in generale avesse voglia e interesse a seguire gli interrogatori alle vittime, le testimonianze dei sopravvissuti e i loro racconti sulle fucilazioni di massa condotte dalle Einsatzgruppen nella Russia bianca nell’estate del 1941. Dopo la prima “puntata” con l’arringa introduttiva del Procuratore Generale gli ascolti crollarono. Fruchtman pretendeva che Hurwitz, un regista di fama con una esperienza da talento indipendente, riprendesse senza esitazione le espressioni dei testimoni, anche quando crollavano paralizzati in preda a crisi di angoscia e di terrore ricordando le uccisioni dei propri bambini. Molti giornalisti accreditati erano piuttosto d’accordo e rinfacciavano ad Hurwitz notizie ben più appetibili che, quanto ad appeal mediatico, facevano concorrenza ad Eichmann e ad Auschwitz. Fidel Castro a Cuba e Gagarin nello spazio. In fondo, ormai, era tutto finito, o no? Perché insistere su particolari raccapriccianti di un processo il cui esito era scontato? Gagarin era il futuro dell’umanità, Eichmann e gli assassini di Hitler il passato. 

È qui che questo film entra di prepotenza nel nostro maggio 2020. Hurwitz se ne frega dell’audience, vuole riprendere la faccia di Eichmann. È convinto che prima o poi il tedesco si tradirà, mostrerà un segno di orrore e di sconcerto per il peso delle proprie azioni, o forse anche una ombra di compassione. Come accadde a Franz Stangl, il comandante di Treblinka, che un giorno, vedendo un carico di vacche destinate al macello, riuscì a mettere a fuoco ciò che accadeva nel campo dove, sotto la sua giurisdizione, vennero gassate 900mila persone. Hurwitz pensava che in chiunque si nascondesse un fascista, date le necessarie condizioni di contesto politico. La prima delle sue ipotesi era sbagliata. Eichmann non disse mai una sola parola di partecipazione emotiva e morale alle conseguenze della sua partecipazione nello sterminio. Ma la seconda ipotesi del regista americano aveva qualcosa di fondato. Le preoccupazioni di Fruchtman e la noia giocosa dei reporter incuriositi da Gagarin fornivano indizi per comprendere le ragioni che spingono un individuo mediocre a collaborare con un potere criminale. Un unico atteggiamento mentale: adeguarsi il più in fretta possibile alle condizioni esterne, accettare con opportunismo i gusti più in voga in quel momento, concentrarsi su ciò che serve adesso, senza tante ciance. Un crudo talento nell’adattarsi alle circostanze. 

Nel 1961, in sala stampa, e nell’opinione pubblica di riflesso, dicevano: è finita, abbiamo voltato pagina. Non ci interessa conoscere i dettagli, abbiamo ricominciato a vivere. Divertiamoci. C’è il sole. Se vi suona familiare con le spiritose e ciarliere conversazioni che cominciano a circolare impazienti fuori dei nostri bar, non stupitevi. È proprio qui che stiamo arrivando. 

Più osservo e studio i nazisti, più sono convinta che non potremo mai capire chi erano davvero, cosa pensavano quando prendevano il caffè, che cosa li spinse a consegnare al demonio il popolo più colto d’Europa. Ma la ragione di questo mistero non è la lontananza temporale o l’enormità dei crimini. Credo, invece, che se anche ci riuscissimo, a scoprire cosa pensavano e come lo pensavano, scopriremmo che nelle loro vite e intenzioni non c’era nulla di eccezionale, di eccessivo, di mostruoso. I loro standard emotivi sarebbero identici a quelli della folla che passeggia in un centro commerciale al sabato pomeriggio.

I tedeschi di allora assomigliano agli uomini e alle donne di oggi, di questa ormai tarda primavera. E noi assomigliamo a loro. I più pensano ormai che il peggio sia passato, non ne vogliono più sapere nulla di pandemia ed epidemia, di terapie intensive e di arresti domiciliari. È la vittoria dell’infantilismo moderno: ridatemi la spiaggia, l’espresso al bar, voglio solo tornare alla vita di prima. E poi: la speranza. Questo spettro contemporaneo che si nutre, come il sangue per i vampiri, di una ingenuità totale e disarmante. La speranza è diventata uno strumento di imbastardimento politico e psicologico. È populismo puro. Serve per curare qualunque malattia. Il rifiuto di comprendere le cause del virus, le condizioni ecologiche che gli hanno permesso il suo spettacolare spillover, le conseguenze sistemiche della disintegrazione di un benessere economico precario, fittizio, illusorio. La speranza è un balsamo contro la coscienza sporca che non abbiamo fatto nulla, prima, non adesso, per prevenire il disastro. La speranza mi aiuta ad evitare la responsabilità. È un vecchio adagio cattolico. Non ti preoccupare, tanto Dio vede e provvede. Non può mandare a monte la Creazione. Non può perdere le sue creature. E se andasse maluccio, avrai la vita eterna. 

La speranza non serve a nulla. Se non a dilazionare i tempi di reazione. Peggiorando ancora di più i sintomi. Lo ha spiegato con la giusta rabbia Nilah Burton su VICE ( agli ambientalisti da salotto con il santino della pala eolica al posto del crocifisso, non piacerà). Mary Eglar è una scrittrice in residence della Columbia University ed attivista che studia la sofferenza psicologica delle comunità più povere di neri americani maggiormente esposti agli effetti dei cambiamenti climatici. Secondo la Eglar “la rabbia climatica è una risposta normale a queste ingiustizie e alla continua violenza”. Il confronto con i bianchi è dirompente: “troppo spesso la comunità che si esprime sul clima, guidata da bianchi, si appoggia sull’idea di speranza, che conduce all’inazione. La speranza è un concetto bianco. Si suppone che tu abbia prima il coraggio, poi l’azione e quindi la speranza. Ma i bianchi mettono davanti la speranza. La loro insistenza sulla speranza, in tutti questi anni, dove ci ha portati esattamente? A un bel niente”. 

E questo niente, adesso, prolifera, come un virus in coltura, sulla retorica della solidarietà, del ritorno al sorriso, della speranza per il vaccino che verrà, della spiaggia a lettini distanziati ma pur sempre estate. Natalia Aspesi, in una intervista acidissima, ha detto che non saremo più buoni, dopo, ma ancora più cattivi. E quindi, aggiungo io, ancora più speranzosi. Che la catastrofe ambientale prima o poi si risolverà da sola, che i dati in nostro possesso sul crollo delle reti trofiche negli ecosistemi siano esagerati, che la macchina elettrica spazzerà via il rumore, il particolato e la tristezza dalle nostre metropoli zeppe di amarezza, povertà e giovani disoccupati. È questa speranza vuota, ripetitiva, ridicola il male peggiore. E assomiglia tantissimo alle speranze della società tedesca nell’assolata e spensierata estate del 1939. 

(Foto: un reduce della Prima Guerra Mondiale a Berlino).

Il Pianeta è entrato in una trasformazione irreversibile

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A dispetto delle stupefacenti immagini di animali che si lanciano in solitarie esplorazioni delle nostre città deserte, cresce il numero di studi scientifici a conferma del fatto che il nostro Pianeta è ormai entrato in una fase di trasformazione irreversibile. Il termine inglese è molto appropriato, perché spiega meglio di cosa parliamo: self-transformative. Gli effetti retroattivi e i meccanismi di feedback innescati dalle alterazioni sistemiche a biosfera ed atmosfera funzionano, per così dire, in autonomia. Ci muoviamo insomma su uno scenario che mostra già importanti indicatori di cambiamenti su scala biologica e climatica epocali. Ovunque nel mondo.

Un team di ricercatori della UCL di Londra ha lavorato sui depositi fossili di foraminiferi( i protozoi che formano il plancton e che fluttuano nelle acque oceaniche e quelli che vivono invece a stretto contatto con la superficie dei fondali), microrganismi molto sensibili alle variazioni delle temperature, a sud dell’Islanda. L’obiettivo era quindi capire, attraverso questi fossili, come è cambiato l’Atlantico nord orientale nel corso dei millenni. I risultati sono impressionanti: “siamo riusciti a fornire la prima prova che nel ventesimo secolo la circolazione delle acque di superficie nell’oceano nell’Atlantico nord orientale è stata anomala rispetto agli ultimi 10mila anni. Questo cambiamento ha causato una sostituzione delle acque sub-polari fredde con acque sub-tropicali più calde, con conseguenze dirette sulla distribuzione dei microrganismi marini”. Il brusco cambio di passo è registrato nei foraminiferi ormai fossili del secolo scorso.

L’impronunciabile Turborotalita quinqueloba, ad esempio, una specie appartenente al plancton che predilige le acque fredde, è stata la protagonista dei sedimenti oceanici di foraminiferi durante tutto l’Olocene, occupando fino al 40% dello spazio disponibile. Ma a partire da circa il 1750 la Turborotalita è crollata. E dall’inizio del Novecento hanno cominciato a stare sempre peggio anche i foraminiferi bentonici, quelli cioè che vivono direttamente sulla superficie dei fondali oceanici in questa porzioni di Atlantico.

“I trend del ventesimo secolo superano di gran lunga il tasso di variabilità osservato nelle registrazioni fossili di questo sito negli ultimi 10mila anni”, concludono gli autori, “la struttura spaziale di questi cambiamenti e ulteriori ricostruzioni della circolazione atlantica sublocare (la cosiddetta North Atlantic Sub Polar Gyre) suggeriscono un passaggio di livello nelle dinamiche oceaniche della regione del Nord Atlantico sull’intero bacino, avvenuto nel ventesimo secolo. Benché rimangano delle incertezze, noi suggeriamo che l’accresciuto ingresso di acqua dolce nella circolazione nord atlantica sia stata la probabile causa di questa alterazione”. 

I cambiamenti climatici agiscono come pressione selettiva sui gruppi di specie che occupano un certo ecosistema, ma lo fanno su scala differente rispetto alle normali pressioni ambientali. Quello che non è ancora chiaro è se eventi come enormi siccità, inondazioni e tempeste agiscano su una selezione di breve periodo, immediata, degli individui di una specie o se invece possano modificare interi gruppi di specie tra loro affini su spazi temporali e geografici estesi. Questo campo di indagine incrocia la climatologia con la biologia evolutiva e quindi con un altro processo ecologico già in corso, di cui intravediamo soltanto i contorni: lo spostamento dei biomi verso latitudini più elevate a causa dell’innalzarsi delle temperature.

Un improvviso e devastante evento climatico può agire all’interno di una singola popolazione delle stessa specie. È quanto emerge da uno studio appena pubblicato sia su NATURE che sulla PNAS, che ha preso in considerazione gli uragani dell’area caraibica.

Secondo gli autori, gli uragani potrebbero essere un fattore di modificazione dei tratti fenotipici di una popolazione animale perché funzionano rapidamente come agente di selezione naturale. Lo studio, anche questo pionieristico, è stato condotto nel minuscolo arcipelago caraibico di Turks and Caicos, tra le Bahamas (a nord) e Haiti (a sud), su una specie comune di lucertola locale, la Anolis scriptus. Queste isole sono state colpite di recente, nel 2017, da due uragani, Maria e Irma. Nelle sei settimane successive a questi shock estremi, i ricercatori hanno verificato che “le popolazioni di lucertole sopravvissute differivano nella misura del corpo, nella lunghezza relativa delle zampe e nella grandezza dei polpastrelli delle dita rispetto a quelle attive prima della tempesta”. I polpastrelli servono a queste lucertole per arrampicarsi e per tenersi alle rocce sotto lo sferzare dei venti. La conclusione è che “gli uragani possono indurre un cambiamento fenotipico in una popolazione perché implicano una selezione naturale. Nei prossimi decenni, mentre gli eventi climatici estremi diventeranno più intensi e frequenti, la nostra comprensione di queste dinamiche evolutive deve essere integrata negli effetti di episodi potenzialmente capaci di una severa azione selettiva”. 

Scrivono sulla PNAS: “Abbiamo dimostrato un effetto trans-generazionale di selezione estrema sulla grandezza dei polpastrelli delle zampe per 2 popolazioni nel 2017. Data la brevità degli effetti imposti dagli uragani, ci siamo chiesti se le popolazioni e le specie che subivano più spesso gli uragani avessero polpastrelli più grandi. Abbiamo usato 70 anni di registrazioni storiche sugli uragani dimostrando che la misura dei polpastrelli è positivamente correlata alla attività degli uragani sia per le 12 popolazioni insulari di Anolis scriptus che per le 188 specie di Anolis nei Neo Tropici. Gli eventi climatici estremi si stanno intensificando e potrebbero essere dei fattori sottostimati di schemi bio-geografici di ampio raggio che coinvolgono la biodiversità”. 

Uscire alla pandemia e venire a patti con noi stessi

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C’è un indice epidemiologico che tutti conosciamo. Presto o tardi nella vita chiunque di noi lo incontra. Il bisogno di venire a patti con noi stessi. Constatare, punto e chiuso, che non siamo in grado di risolvere le nostre contraddizioni con la perfezione di una equazione matematica. Il fallimento di un training psicologico ispirato al più rigoroso positivismo è uno degli aspetti più ingombranti dell’immagine che Homo sapiens ha di se stesso. Di solito se ne occupano gli scrittori. Ormai è materiale buono anche per gli ecologi. Da due mesi questo sgradevole sentimento di impotenza è diventato una carie che corrode lo smalto nel dente compromesso delle nostre certezze giorno dopo giorno. 

Dinanzi a fatti come quelli di cui facciamo esperienza da fine febbraio, e su scala globale, si danno solo due alternative: o ti concentri esclusivamente sui tuoi affari, i tuoi affetti, insomma i due chilometri quadrati secchi e striminziti della tua esistenza piccolo-borghese, e allora ti basta la speranza, l’illusione del ritorno del sorriso, dello smorzamento delle misure di quarantena collettiva, il culto amorfo e inconcludente della presunta normalità (415 ppm di CO2 in atmosfera contro le 290 ppm di inizio Ottocento); o ti guardi dentro, scavi nelle cause neanche troppo remote, ahimè, del disastro e allora sprofondi nella depressione, perché il Pianeta e la sua specie dominante, noi, non siamo sotto nessun rispetto ciò che ti sei sempre augurato, oppure, invece, trovi la forza morale per riflettere su quale etica della scelta è utile al principio del terzo decennio del XXI secolo. 

Qualche giorno fa Jaqueline Rose ha scritto sulla LONDON REVIEW OF BOOKS un vasto essay (Pointing the finger, puntare il dito) su La Peste, il celebre romanzo di Albert Camus. Lo ha fatto perché da quando, alla fine di gennaio, il virus è piombato sull’Europa occidentale le vendite di questo libro pubblicato nel 1947 sono cresciute in modo esponenziale. Rose ricorda che Camus stesso, in un taccuino di appunti preparatori del 1938, scrisse che la gente protagonista della sua storia “mancava di immaginazione. Non pensavano affatto alla scala reale della epidemia. E i rimedi che progettavano erano scarsamente adeguati anche ad un semplice raffreddore”. 

Niente di più attuale (il che, forse, spiega le statistiche di vendita del libro in formato tascabile). Qui in Italia, una marea sterminata di talk show televisivi a commento e analisi della epidemia ha omesso sistematicamente di allertare l’opinione pubblica sulla gravità di questa condizione. Non ci lasceremo il peggio alle spalle quando sarà pronto un vaccino. Il virus di Wuhan è solo il primo segnale di un collasso sistemico i cui sintomi, forse per la prima volta negli ultimi 30 anni, considerato il gradiente di dolore della parte ricca del Pianeta (noi), sono finalmente visibili anche là dove c’è stato fino ad ora solo ignoranza, ignavia e shopping. Nel romanzo di Camus la gente comincia a capire che qualcosa non funziona solo quando i morti si contano anche tra gli esseri umani. Fin tanto che a morire erano i topi, calma piatta.

Nascosti dietro le tende dei loro ordinati appartamenti, gli umani non riuscivano a riconoscere se stessi nei cadaveri dei topi. Per questo erano paralizzati nel diagnosticare la malattia. Infliggersi un black out di coscienza (scegliere di non capirci nulla e rifiutare di capirci qualcosa) non è utile solo ad evitare di trovare il propio nome e cognome là dove sarebbe spiacevole vederlo scritto nero su bianco; è molto utile anche a scansare quella forma di impotente depressione che sale dallo stomaco, fino a serrare la gola, quando realizzi che le tue aspettative sul mondo sono utopiche, irreali e forse oniriche. Quindi solo tue, narcisistiche e fonte di un disagio sconfinato. 

Anche sul sito dell’IPBES (Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services, l’istituto di ricerca indipendente che nel maggio 2019 ha pubblicato il Global Assessment sulla biodiversità del Pianeta) è apparso qualche giorno fa un garbato invito a riconoscere noi stessi in questo presente: “c’è una singola specie che è responsabile per la pandemia da Covid-19: NOI. Come per il clima e la crisi di biodiversità, la recente pandemia è una conseguenza diretta dell’attività umana, soprattutto del nostro sistema economico-finanziario globale, fondato su un paradigma riduzionista che premia la crescita economica a qualunque costo. Abbiamo ormai un ristretto ventaglio di opportunità per superare le sfide poste da questa crisi e per evitare di seminarne in futuro i semi (…) la deforestazione rampante, l’espansione incontrollata dell’agricoltura, l’allevamento intensivo, le miniere e lo sviluppo delle infrastrutture, così come lo sfruttamento delle specie selvatiche hanno creato una tempesta perfetta per il passaggio di malattie dagli animali selvatici alle persone (…) E a questo va aggiunto il commercio non regolato di animali selvatici e la crescita esplosiva dei viaggi aerei su scala globale. È chiaro, allora, come un virus che un tempo circolava senza danni tra una specie di pipistrelli del sud est dell’Asia abbia ora infettato quasi 3 milioni di persone. Eppure, questo potrebbe essere solo l’inizio. Benché le malattie da animale a uomo causino già una stima di 700mila morti all’anno, il potenziale per le future pandemie è vasto. Si ritiene infatti che esistano ancora nei mammiferi e negli uccelli acquatici 1.7 milioni di virus non identificati del tipo conosciuto per poter poter infettare gli esseri umani. Uno qualunque di questi potrebbe essere la prossima ‘malattia X’, potenzialmente ancora più distruttiva e letale del Covid-19”. 

Firmano questa nota Josef Settele, Sandra Diaz e Eduardo Brondizio, tutti Co-chairs del Global Assessment del 2019, e Peter Daszak, Presidente  della EcoHealth Alliance ed esperto di settore per il nuovo studio IPBES ( il Nexus Assessment) sul legame tra biodiversità, salute e cibo.  

Due considerazioni sono fondamentali. La prima è questa: esistono in natura, quindi per precise ragioni ecologiche, dei “luoghi caldi”, di solito corrispondenti alle regioni a più alto tasso di biodiversità, che sono, proprio perché ricche di specie animali, serbatoi di virus forse fatali per noi. La nostra specie assomiglia a una macchia che si espande senza sosta sul Pianeta in tutte le direzioni, raggiungendo sempre più velocemente questi posti e di conseguenza aumentando con sempre maggiore frequenza la possibilità di incontri pericolosi. Anche questa condizione appartiene allo stato naturale delle cose, da un duplice punto di vista. Prima di tutto perché anche noi siamo parte della biodiversità della Terra. Ma, come ogni altra specie, anche noi siamo un “laboratorio permanente” dal punto di vista evolutivo e questo significa che la nostra specie risponde ancora oggi alle sollecitazioni ambientali (una risposta fisiologica e immunitaria, cioè sviluppando la malattia) venendo a contatto con specie (virus e batteri) che non avevamo mai incontrato prima. Il cantiere ecologico ed evolutivo che è la biosfera ci riserva delle sorprese, che entrano in conflitto con i nostri tratti culturali più spinti (costruire economie articolate, rapaci e globali). Da un punto di vista strettamente biologico, lo spillover fa parte del gioco. 

La seconda considerazione è questa. La popolazione mondiale cresce di più di 80 milioni di persone ogni anno. Dal 1945 si sono aggiunti al totale un miliardo di persone ogni 12- 15 anni. Siamo più che raddoppiati dal 1970. La macchia si estende ad una velocità contraria ad ogni principio di precauzione, ma soprattutto a discapito di se stessa. La psicologia ci insegna che, purtroppo, il suicidio è un atto perfettamente programmato e cosciente, consapevole, che non esclude affatto la più crudele razionalità. Conoscere se stessi può non essere la terapia risolutiva, ma sapersi capaci di cose anche molto brutte aiuta a ritrovare la strada del principio di realtà. 

SE SEI ARRIVATO FIN QUI – Se vuoi approfondire il tema della pandemia, del commercio legale e illegale di specie selvatiche è uscito su Amazon il mio ebook WILDLIFE ECONOMY – Africa, Asia e Sud America: dove e perché mangiamo specie in via di estinzione. 

FAO: la pandemia peggiorerà l’insicurezza alimentare globale

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Anche la fame e l’insicurezza alimentare formano, insieme, una crisi sistemica, destinata ad incidere sul post epidemia in modo serio e direi fatale per migliaia di persone nelle nazioni meno ricche del Pianeta. Il Global Report on Food Crisis 2020 della FAO fornisce dati preoccupanti (raccolti prima del Covid-19) : 135 milioni di persone in 55 Paesi si trovano in condizioni di grave insicurezza alimentare e di queste 73 vivono in Africa. Va peggio del 2018 a causa di crisi concomitanti, non solo militari ( DRC e Sud Sudan), ma anche climatiche: ad esempio le siccità in Pakistan, Zimbabwe e Haiti. Altri 183 milioni in 47 Paesi sono ad un passo dallo scivolare anch’essi nella miseria alimentare. Tra i peggio messi ci sono anche il Venezuela e il nord della Nigeria: è un disastro globale. 

È importante sottolineare che lo stress alimentare calcolato da questo Rapporto FAO prende in considerazione due parametri:  l’apporto calorico e la varietà della dieta. In altre parole: non si può vivere sani o crescere mangiando solo miglio, riso e manioca. 

Più della metà dei 77 milioni di persone che patiscono la peggiore insicurezza alimentare in Medio Oriente e in Asia vive in Paesi in cui ci sono conflitti armati di vario genere; poi ci sono le crisi regionali, anche queste militari, del bacino del Lago Chad e delle nazioni del Sahel. L’intera fascia centrale sub-sahariana del continente, dal Cameroon al Burkina fino alla Repubblica Centro Africana (CAR) vive in uno stato cronico di stress alimentare. Anche in America Latina e nei Caraibi l’instabilità civile e politica, unita ai cambiamenti nei pattern climatici, sta creando le peggiori condizioni per l’instaurarsi di una fragilità alimentare conclamata. 

È  molto probabile nei prossimi mesi un peggioramento della insicurezza alimentare e della carestia per decine di milioni di persone: “se è vero che il Covid-19 non fa discriminazioni, i 55 Paesi e i loro territori che ospitano questi 135 milioni di persone in acuta insicurezza alimentare con urgente bisogno di aiuto umanitario, cibo e assistenza alla nutrizione sono i più vulnerabili alle conseguenze di questa pandemia, perché hanno una limitata o inesistente capacità di fronteggiare gli aspetti sanitari, di salute e socio-economici dello shock. Queste nazioni potrebbero trovarsi di fronte al dilemma di decidere se salvare vite o mezzi di sostentamento o, nel peggiore degli scenari, se salvare persone dal virus o farle morire di fame”. 

Come ha detto al magazine americano VOX Sean Granville-Ross, economista keniota esperto in agricoltura e organizzazioni umanitarie, “una crisi massiccia legata al corona virus potrebbe diventare rapidamente, in egual misura, una crisi di sicurezza alimentare. Sappiamo infatti che milioni di persone in Africa vivono già sul filo di lana della povertà o appena sotto. Basta un piccolo shock o una crisi a spingerli ben sotto quella linea”.

Un possibile collasso potrebbe subirlo naturalmente anche l’economia informale delle metropoli urbane e cioè tutte quelle attività di vendita al dettaglio, in strada, di servizi a richiesta che non sono inquadrati nell’economia ufficiale, ma che sostengono il reddito di decine di milioni di persone indigenti. Altre incognite riguardano i prezzi dei generi alimentari in importazione ed esportazione. La Repubblica Democratica del Congo, il Sudan, la Siria e lo Yemen, ad esempio, dipendono fortemente dalle importazioni, ma hanno una moneta debole ed enormi problemi interni di instabilità sociale, guerriglia e campi profughi. I prezzi del cibo sui mercati internazionali potrebbero salire a totale detrimento dei milioni di poveri già in estrema difficoltà. 

C’è poi il cambiamento climatico. Lo Zimbabwe è un caso emblematico.

Secondo la FAO, qui solo in 2 stagioni di semina e raccolta sulle ultime 5 le piogge sono state normali. Nel 2019 il Paese ha attraversato la peggiore siccità degli ultimi decenni, con temperature che in alcune regioni sono arrivate a 50 gradi Celsius. Il ciclone Idai del marzo 2019 ha coinvolto 270mila persone nei distretti orientali e meridionali, aggiungendo devastazione ad un Paese con una inflazione devastante e una crisi politica mai risolta neppure con la morte del suo storico dittatore, Robert Mugabe. La produzione di mais del 2018/2019 è stata del 40% più bassa della media degli ultimi cinque anni. Queste condizioni si traducono nella percentuale di bambini tra i 6 e i 23 mesi che sono adeguatamente nutriti: solo l’11%. 

La conclusione del Rapporto FAO è questa: “la pandemia può rivelarsi devastante per la vita e sicurezza alimentare, specialmente in contesti di fragilità e in modo particolare per la maggior parte delle persone vulnerabili che lavorano nella agricoltura informale e dei settori agricoli. Una recessione globale, poi, distruggerà le reti di rifornimento del cibo”.

E infine ci sono le locuste.

In Africa orientale, anche dove le piogge sono state abbondanti per i campi, lontano quindi da terrificanti siccità, le alluvioni anomale, hanno generato una invasione di locuste di proporzioni bibliche. 

“Benché operazioni di controllo terrestre ed aereo siano in progress, le piogge diffuse che sono cadute alla fine di Marzo permetteranno a nuovi sciami di persistere in condizioni di umidità, di maturare e di deporre le uova, mentre nuovi sciami potrebbero quindi muovere dal Kenya all’Uganda, al Sud Sudan e in Etiopia. Durante maggio le uova si schiuderanno in nuovi sciami, pronti entro la fine di giugno e luglio, in concomitanza con l’inizio dei raccolti”, avverte il LOCUST WATCH della FAO. 

In Kenya, da qui a luglio si teme che siano colpite almeno 985mila persone. In Etiopia, stormi di locuste si stanno disperdendo verso nord, nelle regioni di Oromio e in direzione della Somalia. Il 17 aprile uno stormo è stato avvistato a Katakwi, in Uganda. Possibili sciami potrebbero abbattersi nei prossimi due mesi anche sulla Penisola Arabica e sull’Oman. 

Come ha scritto David Quammen nel suo best seller Spillover, se c’è una lezione che le zoonosi impartiscono con chirurgica precisione è che tutto ha una origine. Direi che ce ne è anche un’altra, forse ancora più misconosciuta: nulla avviene a bocce ferme. Vale a dire che nessuna crisi esplode nel migliore dei mondi possibili e che noi abbiamo fatto di tutto per far accadere questa nel peggiore dei contesti sociali ed ecologici. Con un cambiamento climatico sostanzialmente fuori controllo e una inerzia politica totale nei confronti della catastrofe ecologica, era scontato che un evento stocastico con una potenzialità di amplificazione planetaria ci avrebbe trovati del tutto impreparati ed esposti. Ed è questo che si presenta davanti a noi negli scenari alimentari globali: un inasprimento di condizioni insostenibili da decenni. 

Foreste assetate

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Quando la pandemia sarà sotto controllo, non sarà tutto finito. L’unica novità sostanziale degli ultimi tre mesi è l’evidenza del fatto che ogni crisi biologica ed ecologica è ormai una crisi sistemica. Una crisi, cioè, capace di sovvertire ogni aspetto della nostra civiltà fondata, per dire il meno, su premesse ottocentesche (l’uso di fonti energetiche fossili, l’uso indiscriminato delle risorse animali, una demografia senza freni finalizzata a sostenere una produzione altrettanto priva di limiti espansivi).

Una delle crisi sistemiche dell’immediato futuro è la siccità. Negli Stati Uniti Occidentali (una area geografica che comprende California, New Mexico, Idaho e Oregon) è in corso, secondo una ricerca appena pubblicata, la prima mega-siccità innescata dal cambiamento climatico degli ultimi 1200 anni. Un evento acuto che sarebbe cominciato nel 2000, e cioè venti anni fa, con una diminuzione progressiva delle precipitazioni.

Le domande che circondano una situazione di questo tipo, non solo negli Stati Uniti, ruotano attorno alla tenuta degli ecosistemi e delle specie vegetali e animali che li popolano di fronte ad alterazioni così severe e prolungate. 

“Gli impatti di un Pianeta più caldo non sono più proiettati nel futuro. Sono già qui. Mentre il Pianeta diventa più caldo, gli effetti dello stress termico da calore sugli organismi che tentano di sopravvivere oltre le temperature per cui si sono evoluti diventa sempre più evidente. Dagli insetti alle barriere coralline, fino all’intera biodiversità e agli ecosistemi, i ricercatori scrivono la cronaca delle conseguenze dello stress da calore con temperature record”, ha scritto Jim Robbins sul blog della Università di Yale. 

SCIENCE ha dedicato alla siccità uno speciale, uscito lo scorso 16 aprile. Uno studio firmato dai ricercatori di 4 università – University of Tasmania (Australia), University of Minnesota (USA), Université Clermont Auvergne (Francia) e Western Sidney University (New South Wales, Australia) – fa il punto su un altro tipo di stress ecologico: lo stress idrico estremo delle foreste. 

Il paper (Hanging by a thread? Forests and drought) analizza infatti la sensibilità del sistema vascolare degli alberi in condizione di siccità critiche: “il corso estremamente rapido del cambiamento climatico – scrivono gli autori – sembra stia introducendo una enorme instabilità nei tassi di mortalità delle foreste, a livello globale”. 

La ricerca insiste su un aspetto evolutivo particolarmente importante per capire i motivi intrinseci alla biologia degli alberi che rendono le foreste della Terra così pericolosamente esposte al crescere delle temperature. 

Alcuni dei meccanismi che regolano il metabolismo degli alberi, consentendo la crescita del fusto e favorendo la resilienza alla penuria di acqua, possono amplificare in negativo la reazione fisiologica dell’albero ad una condizione di drastica e prolungata assenza di acqua. La fotosintesi ha bisogno di CO2 per produrre energia e quindi di una alto tasso di porosità delle foglie, che la assorbono insieme ai raggi solari. Ma le foglie sono anche traspiranti, rilasciano cioè vapore acqueo, e il gradiente di traspirazione aumenta al crescere delle temperature. Se la siccità diventa severa l’albero entra più rapidamente in uno stato di stress metabolico sistemico. Gli ecologi chiamano queste interferenze tra tratti evolutivi consolidati in migliaia di anni e le attuali condizioni ambientali “conflicting selection pressure”, pressione di selezione conflittuale. Questo stato delle cose è globale, non riguarda solo le foreste tropicali o le savane. Infatti, la distribuzione attuale delle specie di alberi negli ecosistemi della Terra riflette già il loro adattamento a precisi schemi climatici. In parole semplici, le specie di alberi e piante attualmente presenti sul Pianeta sono minacciate dal crescere delle temperature perché le loro caratteristiche metaboliche riflettono degli adattamenti evolutivi che non sono adeguati alle nuove condizioni climatiche, in divenire, del Pianeta.

Secondo gli autori, la futura tenuta delle foreste potrà meglio essere compresa utilizzando come indicatore il “rischio di cavitazione” delle cellule cellule che compongono il tessuto legnoso delle piante, e cioè gli xilemi. All’interno di queste cellule funziona infatti una precisa dinamica idraulica che permette all’acqua del suolo di passare dalle radici alla chioma dell’albero. Nella fisiologia idrica degli xilemi sta quindi anche la vulnerabilità di ogni pianta alle siccità estreme perché è nelle cellule che può innescarsi un effetto domino irreversibile che conduce alla morte dell’albero. È questo uno scenario ormai di proporzioni globali: “La maggior parte dei dati empirici suggerisce che il declino delle foreste è già in corso. Futuri miglioramenti nella comprensione delle fisiologia degli alberi e un monitoraggio dinamico sono indispensabili per migliorare la chiarezza delle previsioni future. E tuttavia, cambiamenti nella struttura e nella ecologia delle comunità di alberi sono ormai certi, così come lo sono le estinzioni di alcune specie di alberi per azione diretta o indiretta delle siccità e delle temperature elevate”. 

Quando le foglie traspirano di più perché le temperature sono troppo alte la tensione idrica degli xilemi diventa maggiore e più instabile. All’interno della parete cellulare dello xilema la tensione negativa genera spazi vuoti  e quindi bolle di aria, che provocano una embolia  e di quindi il blocco nel passaggio dell’acqua. Un clima eccezionalmente caldo, unito alla siccità, compromette quindi la capacità degli alberi di distribuire l’acqua dalle radici ai rami ( water transport capacity ). A collassare è la dinamica idraulica interna dell’albero, che muore prima che tornino le piogge.

Se anche un albero sopravvive, i danni fisiologici riportati innescano degli effetti a cascata le cui implicazioni riguardano anche la capacità delle foreste di stoccare carbonio: “l’eredità di una siccità, in termini di danni e mortalità degli alberi, è spesso protratta nei mesi e negli anni successivi al picco di aridità, il che implica le ancora più complesse interazioni tra l’acqua racchiusa nelle piante e il carbonio stoccato nella pianta stessa, elementi anch’essi importanti nel processo di guarigione. Le piogge permettono agli alberi che non hanno patito il collasso catastrofico degli xilemi di sostituire gli xilemi danneggiati attraverso la crescita di nuovo tessuto legnoso. Ma questo ha un alto costo energetico e può portare ad un depauperamento delle riserve di carbonio e quindi ad una vulnerabilità nei confronti dell’attacco degli insetti”.

Con gli attuali trend delle temperature medie globali, il range delle foreste è destinato a cambiare, perché il “migration tracking” è una delle strategie evolutive con cui le specie, anche vegetali, tentano di sfuggire all’estinzione: spostandosi per seguire le condizioni climatiche ed ecologiche per cui si sono evolute. In questo secolo sono previsti dei decisi slittamenti delle specie vegetali e arboree verso nicchie ecologiche diverse (il cosiddetto range shift). Una altra possibilità è l’adattamento alle nuove condizioni. E tuttavia “questo meccanismo di sopravvivenza è contingente alla capacità delle specie di migrare rapidamente e poche specie è verosimile saranno abbastanza veloci da tenere il passo con l’attuale velocità di riscaldamento del clima”. 

Questo significa solo una cosa: rischio di estinzione. Un rischio che è particolarmente acuto, esattamente come accade per le popolazioni delle specie animali, perché minore è la diversità degli alberi di una specie, all’interno delle foreste, maggiore è l’esposizione agli effetti fatali delle temperature più calde: “Il potenziale per i livelli di adattamento che tengano il ritmo dei cambiamenti ambientali dipende da un certo numero di fattori, inclusi i livelli di diversità genetica presente su tratti decisivi, la differenziazione tra le popolazioni di alberi che resistono e quelle che si espandono, il flusso di geni tra popolazioni”. Gli studi disponibili su queste questioni, che ragionano cioè sui tratti genetici che regolano le dinamiche idrauliche, riguardano le conifere e le piante decidue delle latitudini temperate. La resistenza alla cavitazione degli xilemi è bassa nei pini, ma può essere più marcata nelle angiosperme come il faggio: “questa mancanza  di diversità genetica può limitare la capacità di adattamento alla crescente aridità per come sono distribuite le piante oggi. Le foreste con una più elevata diversità nei tratti che regolano l’idraulica degli alberi appaiono meglio attrezzate contro i cambiamenti come la quantità di acqua nel suolo e un deficit di pressione interna”. 

La lezione di Bergen Belsen

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Mercoledì saranno 75 anni dalla liberazione del campo di Bergen Belsen, il lager vicino Hannover, Germania, in cui le truppe Alleate trovarono 70mila persone ridotte a scheletri, molti già morti e lasciati a decomporsi in mezzo ai vivi. Questo capitolo sconvolgente della Guerra Mondiale si è fissato nell’immaginario comune grazie alle riprese girate sul posto, montate poi in un documentario ufficiale. Ma le distese di cadaveri di Bergen Belsen, da sé, non state sufficienti a tramandare agli Europei del futuro la lezione più mostruosa che avevano, loro malgrado, incarnato. 

Questa lezione è particolarmente atroce oggi, al tempo della pandemia, perché descrive in profondità i tratti del nostro carattere umano che non si erano affatto esauriti con il 1945, ma che, funzionando a pieno regime sotto altre spoglie, hanno condotto al disastro biologico di Wuhan, Cina, gennaio 2020. 

Intanto, Bergen Belsen fu una nemesi europea, e non solo tedesca. Crollava, con l’apparato ideologico del regime che aveva voluto il campo, l’orgoglio europeo di essere una fulgida civiltà di principi umani e umanistici, esportabili ad altre culture in altri continenti in nome di una superiorità morale coltivata in XV secoli di Cristianità. Quasi nulla di tutto questo è purtroppo filtrato nella nuova Europa della ricostruzione, votata al commercio globale iper-organizzato, alla prosperità economica liberista e al saccheggio del Pianeta. I suoi media di massa hanno invece propagato e rafforzato il luogo comune che Bergen Belsen fosse l’apice di una nemesi esclusivamente tedesca. È così che ci siamo messi tranquilli, a pianificare il nuovo mondo dell’innocenza collettiva, ora che tutto è finito. 

Ma se affrontiamo il problema posto a noi posteri da Bergen Belsen siamo costretti invece a guardare in faccia un aspetto della realtà storica dei più misconosciuti. Ogni epifania storica ha dei precedenti. Gli episodi più scabrosi della esperienza umana sono sempre il frutto ultimo di una lunga preparazione, che li ha tenuti in incubazione, li ha preparati passo dopo passo, li ha predetti. 

Il Nazismo non ha preso il potere in due giorni, ma in 13 anni. C’è un capolavoro della letteratura tedesca di quel periodo, E adesso, pover’uomo?, di Han Fallada (edizioni Sellerio 2008), che uscì nelle librerie della Repubblica di Weimar nell’estate del 1932. In questo romanzo crudele e cristallino Fallada racconta la disgrazia economica di una giovane coppia di Berlino. Tra un numero incalcolabile di cause culturali e politiche, è nella miseria incurabile di milioni di persone comuni che sprofondano le ragioni dell’adesione al regime. Dalla democrazia rappresentativa non arrivava nessuna risposta a coloro che erano costretti a vivere con 20 marchi al mese nelle baracche di legno che punteggiavano le campagne fino a 40 chilometri da Berlino. Le “capanne per le vacanze” , che divennero abitazioni di fortuna, scaldate, si fa per dire, con stufe a carbone in inverni che arrivavano a meno quindici gradi sotto lo zero. Ci sono ancora, oggi, queste casette improvvisate, fuori delle città tedesche, dove chi può coltiva un orto ed espone la bandiera della Germania riunificata. “Ordine e pulizia: roba di una volta. Pane e lavoro sicuri: roba di una volta. Farsi avanti e sperare: roba di una volta. La povertà non è soltanto miseria, la povertà è anche un reato, la povertà è un marchio, la povertà è sospetta”, scrive Fallada, centrando il sentimento di una generazione il cui rancore sociale finì in bancarotta morale. Nel consenso totale ai nuovi, che promettevano nuova dignità in una Germania nuova. 

Ora, questa pandemia non arriva dal nulla, e non arriva nemmeno in un contesto sociale in cui tutto va per il meglio. I precedenti datano almeno al 2008, se consideriamo la crisi sociale, e cioè alle politiche di austerity che hanno messo in ginocchio un ceto medio europeo già in affanno. E poi c’è la crisi biologica, quella negata dai media, ignorata dall’opinione pubblica, e che però intanto produceva, dall’estate del 2003, disastri climatici a ripetizione e l’epidemia di SARS nel 2002-03. Molti commentatori, soprattutto sulla stampa estera in lingua inglese, hanno espresso il timore che la pandemia, insistendo sulle diseguaglianze economiche già consolidate, possa condurci ad un inasprimento del razzismo, del nazionalismo e del sovranismo. Qui da noi, Alessandro De Angelis sull’Huffington Post ha più volte scritto del pericolo che il nostro Paese si divida ancora di più in fazioni autonome ed autarchiche, in mancanza di una unitaria visione di Paese che sappia dare risposte economiche rapide ed efficaci. 

Quel che ci dovrebbe far riflettere, ma per davvero, è però la linea di continuità tra diseguaglianze sociali ed epidemie. Così la pensa il brillante storico americano Peter Turchin, che ragiona a freddo sugli effetti della demografia umana.

Turchin: “Ci sono diversi trend, in generale, durante la fase pre-crisi che rendono il sorgere e la diffusione delle pandemia più probabili. Al livello più basilare, la crescita demografica sostenuta produce una più grande densità demografica, che aumenta la riproduzione fondamentale di praticamente ogni tipo di malattia. Ancora più importante, la eccessiva disponibilità di forza lavoro, risultato della sovrappopolazione, deprime i salari e i guadagni per la maggior parte delle persone. L’immiserimento, specialmente nei suoi aspetti biologici, rende la gente meno capace di combattere i patogeni. La gente in cerca di lavoro si sposta e si concentra nelle città, che diventano terreni di coltura per la malattia. A causa del movimento più consistente tra regioni, è più facile per le malattie saltare dentro le città”. Perché poi ci sono le élites, con potere di spesa, che comprano beni di consumo anche esotici, che vengono da lontano, e viaggiano da un continente all’altro con regolarità. Secondo Turchin, questo è uno schema che si è già ripetuto, benché con differente intensità, in coincidenza con ogni devastante epidemia della storia, dal Medioevo ad oggi. Turchin definisce questo schema “l’età della discordia” (the Age of Discord), intendendo che l’instabilità sociale è la camera di fermentazione di processi economici e biologici interdipendenti. 

La lezione sui precedenti è dunque questa. Non possiamo fare finta di niente e raccontarci che tutto tornerà come prima. L’evento di epifania – la pandemia – ha semplicemente scoperchiato la verità imbarazzante di un sistema sociale che non teneva fino a un mese fa, e non terrà nemmeno in futuro. 

Ha scritto Gael Giraud su Civiltà Cattolica: “I lavoratori, anche quelli più in basso nella scala sociale, prima o poi infetteranno i loro vicini, i loro capi, e gli stessi ministri alla fine contrarranno il virus. Impossibile mantenere la finzione antropologica dell’individualismo implicita nell’economia neoliberista e nelle politiche di smantellamento del servizio pubblico che la accompagnano da quarant’anni”.

Nessuno può più illudersi che la sua salvezza possa prescindere dalla salvezza delle specie animali e dei loro habitat, e dall’equilibrio climatico della atmosfera: 

“La salute di tutti dipende dalla salute di ciascuno. Siamo tutti connessi in una relazione di interdipendenza. E questa pandemia non è affatto l’ultima, la «grande peste» che non tornerà per un altro secolo, al contrario: il riscaldamento globale promette la moltiplicazione delle pandemie tropicali, come affermano la Banca Mondiale e l’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc) da anni. E ci saranno altri coronavirus (…) A breve termine, dovremo nazionalizzare le imprese non sostenibili e, forse, alcune banche. Ma molto presto dovremo imparare la lezione di questa dolorosa primavera: riconvertire la produzione, regolare i mercati finanziari; ripensare gli standard contabili, al fine di migliorare la resilienza dei nostri sistemi di produzione; fissare una tassa sul carbonio e sulla salute; lanciare un grande piano di risanamento per la reindustrializzazione ecologica e la conversione massiccia alle energie rinnovabili. La pandemia ci invita a trasformare radicalmente le nostre relazioni sociali. Oggi il capitalismo conosce «il prezzo di tutto e il valore di niente», per citare un’efficace formula di Oscar Wilde. Dobbiamo capire che la vera fonte di valore sono le nostre relazioni umane e quelle con l’ambiente”.

Esattamente come nel 1945, in quanto esseri umani, siamo tutti colpevoli della piega presa dalla nostra civiltà. Gli anniversari più spaventosi della nostra storia servono a capirlo. 

La normalità non è normale

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La normalità non è normale. E questo non è solo un buon principio contro il conformismo patologico, è anche il cardine attorno a cui ruota una percezione sana della realtà delle cose. L’Italia prima dell’8 marzo (data del primo Decreto di chiusura del Paese) non era un Paese normale, perché le nostre vite non erano normali, e normale non era neppure lo stato della civiltà umana in questo XXI secolo. La normalità indica una misura in sé perfetta e conclusa, agisce come un benchmark, nelle nostre teste, per capire se qualcos’altro funziona o meno. Ecco, un mese fa la nostra vita normale era inceppata in una disfunzione letale.

Non c’è nessuna normalità in un Pianeta in cui oggi, 10 aprile, 3 miliardi di persone non hanno l’acqua per lavarsi le mani e proteggersi dall’infezione; e di queste, 1 miliardo vive in slum e baraccopoli. 

Non c’è nessuna normalità rassicurante, salutista e benefica in una condizione economica che sopravvive distruggendo il sistema climatico terrestre a forza di bruciare combustibili fossili, e disegnando così il collasso improvviso della biodiversità marina e tropicale entro il 2030, come ha rivelato uno studio appena pubblicato su NATURE: “man mano che il cambiamento climatico antropogenico continuerà, il rischio per la biodiversità aumenterà nel tempo: le proiezioni sul futuro indicano che una perdita catastrofica di specie è all’orizzonte. Noi abbiamo usato le proiezioni annuali delle temperature e delle precipitazioni ( dal 1850 al 2100) sullo home range di 30mila specie marine e terrestri per stimare la durata della loro esposizione a condizioni climatiche potenzialmente pericolose”.

Secondo gli autori, il collasso delle specie sarà visibile soltanto quando sarà anche irreversibile: “la futura distruzione degli assemblage ecologici come risultato del cambiamento climatico avverrà improvvisamente, perché all’interno di ogni singolo assemblage l’esposizione di moltissime specie a condizioni climatiche che oltrepassano i limiti specifichi del loro adattamento consolidato di nicchia avverrà quasi simultaneamente. In uno scenario di alte emissioni, eventi di esposizione così improvvisa (abrupt exposure events) si verificheranno prima del 2030 negli oceani tropicali per poi espandersi nelle foreste tropicali e alle altitudini più elevate entro il 2050”. Gli eventi improvvisi di esposizione a temperature troppo elevate per adattamenti che hanno richiesto migliaia di anni di evoluzione per stabilizzarsi sono la risposta scientifica al negazionismo biologico di quanti sostengono che la sesta estinzione sia una fola, soltanto perché moltissime specie in declino sono ancora tra noi. Non tutto ciò che è visibile oggi segue un andamento normale.

Per Platone, ciò che i sensi catturavano direttamente era ingannevole e infatti definiva doxa, opinione comune, la convinzione degli ignoranti e degli sprovveduti che riversavano massima fiducia nei dati percettivi, concreti. Nel XVIII secolo, Emmanuel Kant, prendendo posizione sulla scia dell’Illuminismo, invocò il risveglio della ragione comprendendo che i pregiudizi intellettuali falsificano la realtà soprattutto quando ritengono di cogliere lo stato delle cose senza tenere in considerazione le categorie astratte con cui il pensiero interpreta il dato sensibile. 

Ciò che amiamo, la nostra civiltà così avanzata, è fondata sulla analisi del visibile, e non sulla sua santificazione come unica fonte di verità. Questa impostazione ideologica, del tutto insufficiente, è piuttosto un costrutto culturale di matrice economica. E cioè capitalista. 

In una condizione psichica “normale”, ci si accorge per tempo del disastro incombente e si cerca di porvi rimedio. Le menti sveglie al reale sono pronte ad accettare la sfida del cambiamento, rapide nell’intuizione, abili nel cogliere i dettagli indicativi di un sistema entrato in crisi. Ma la tanto acclamata normalità poggiava piuttosto su ciò che io chiamo un “bipolarismo post biologico”, e cioè la tendenza, tipica della società di massa delle nazioni più ricche, a dividere l’esperienza delle cose in due categorie polarizzate: piacere e fastidio. Tutto è misurato, e cioè normalizzato e normato, sulla scarica immediata di piacere o di fastidio che induce. Qualunque cenno di coinvolgimento oltre la soglia critica della gratificazione viene immediatamente derubricato come scocciatura, residuo medievale pre elettricità e motore a scoppio, sfiga terzomondista. É questo meccanismo reattivo di tipo infantile che sta dietro comportamenti di consumo come l’acquisto compulsivo di cibo spazzatura, di creme spalmabili all’olio di palma, di food delivery, di uso spasmodico e compulsivo del volo aereo. Ed è per questo che siamo arrivati al confine storico dell’8 marzo senza sapere che avremmo dovuto sapere che avrebbe potuto succedere. Anche a noi. In qualunque momento. 

Avevamo già fatto tutto il possibile prima dell’8 marzo. Lo ha spiegato benissimo Frank Snowden, storico delle epidemia alla Università di Yale, negli Stati Uniti, al MANIFESTO:“questa è la prima grande epidemia della globalizzazione. E credo che tutte le società creino le proprie vulnerabilità (…) Il tifo, e il colera asiatico, direi, sono malattie sintonizzate sulle condizioni di industrializzazione e rappresentano, in questo senso, uno degli specchi della globalizzazione. Con il coronavirus, ci sono almeno tre dimensioni che mostrano come la Covid-19 sia lo specchio di ciò che siamo come civiltà. La prima è che stiamo diventando quasi 8 miliardi di persone in tutto il mondo. Poi abbiamo il mito per cui si può avere una crescita economica e uno sviluppo infinito anche se le risorse del pianeta sono limitate, il che è una contraddizione intrinseca. Eppure abbiamo costruito la nostra società su questo mito, pensando che le due cose si possano in qualche modo conciliare. Quindi c’è un problema. Inoltre, questo trasforma il nostro rapporto con l’ambiente e in particolare con il mondo animale. Abbiamo dichiarato guerra all’ambiente e distruggiamo l’habitat degli animali – questa è l’era dello sradicamento e dell’estinzione delle specie”.

Se intendi far fuori la biodiversità del Pianeta supponendo di salvarti la pelle, non sei normale. Sei un cretino che, pensando di esercitare il suo sacrosanto diritto alla libertà, perché nessuno oserebbe pensarsi moderno senza definirsi orgogliosamente libero, anni luce dal modello esistenziale della piantagione di cotone in Virginia, nega invece il tratto evolutivo più decisivo nella parabola paleontologica della nostra specie: la capacità di pensare secondo schemi simbolici. Il che significa, anche, saper costruire scenari possibili, disegnati sulla consequenzialità causa-effetto. 

La normalità, allora, non avrebbe dovuto coincidere con l’adesione asintomatica alle istruzioni d’uso fornite dal sistema economico dominante,. Chi è normale sa prendersi le sue responsabilità: “se accettiamo il fatto che siamo noi stessi i responsabili, ci guardiamo allo specchio e riconosciamo che siamo stati noi stessi a creare quei percorsi, quelle vulnerabilità, e a costruirle nelle nostre società, significa anche che sempre noi stessi possiamo cambiarle e possiamo alterare quel rapporto con il regno animale. Possiamo fare qualcosa al riguardo e questo proteggerà il pianeta e anche la nostra salute”, conclude Snowden. 

In questa norma normativa dello scarica responsabilità dovremmo non solo dirci colpevoli del nostro shopping su Amazon, ma anche riconoscere che il nostro stile di vita tranquillo, quotidiano, non regge dal punto di vista biologico. È artificiale, oltre che iniquo. “Ad ogni corpo che tocca e fa ammalare, il virus reclama che tracciamo la linea di continuità tra la sua origine e la qualità di un modo di vita incompatibile con la vita stessa. In questo senso, per paradossale che sembri, affrontiamo un patogeno dolorosamente virtuoso”ha scritto lo sceneggiatore e intellettuale Angel Luis Lara. “La sua mobilità aerea sta mettendo allo scoperto tutte le violenze strutturali e le catastrofi quotidiane là dove si producono, ossia ovunque. Nell’immaginario collettivo comincia a diffondersi una razionalità di ordine bellico: siamo in guerra contro un coronavirus. Eppure, sarebbe forse più esatto pensare che è una formazione sociale catastrofica quella che è in guerra contro di noi già da molto tempo. (…) Non c’è normalità alla quale ritornare quando quello che abbiamo reso normale ieri ci ha condotto a quel che oggi abbiamo (…) Il problema che affrontiamo non è solo il capitalismo in sé, ma anche il capitalismo in me. Chissà che il desiderio di vivere non ci renda capaci della creatività e della determinazione per costruire collettivamente l’esorcismo di cui abbiamo bisogno. Questo, inevitabilmente, tocca a noi persone comuni”

Eh già. Ragionamento e responsabilità sono due qualità umane che, nella società di massa, sembrano essersi volatilizzate così come è andata estinta la povertà. Quella vera. In questi giorni è di nuovo circolato in rete un saggio magnifico e illuminante scritto da Goffredo Parise nel 1974 (appunto). Titolo: Il rimedio è la povertà. L’intelligenza viene dalla capacità di giudizio, come gli avrebbe ricordato Kant, ma saper capire cosa hai davanti vuol dire, molto semplicemente, saper distinguere tra ciò che ha un valore e la paccottiglia fotti-Pianeta che prolifera ovunque, nel regno delle cose e dello spirito: “Povertà è una ideologia, politica ed economica. Povertà è godere di beni minimi e necessari, quali il cibo necessario e non superfluo, il vestiario necessario, la casa necessaria e non superflua (…) Povertà vuol dire, soprattutto, rendersi esattamente conto (anche in senso economico) di ciò che si compra, del rapporto tra la qualità e il prezzo: cioè saper scegliere bene e minuziosamente ciò che si compra perché necessario, conoscere la qualità, la materia di cui sono fatti gli oggetti necessari. Povertà vuol dire rifiutarsi di comprare robaccia, imbrogli, roba che non dura niente e non deve durare niente in omaggio alla sciocca legge della moda e del ricambio dei consumi per mantenere o aumentare la produzione”.

Questa è la patologia pregressa che ha reso milioni di persone vulnerabili ad una zoonosi sconosciuta: “Moltissime persone non sanno più distinguere la lana dal nylon, il lino dal cotone, il vitello dal manzo, un cretino da un intelligente, un simpatico da un antipatico perché la nostra sola cultura è l’uniformità piatta e fantomatica dei volti e delle voci e del linguaggio televisivi”. 

Ed è per questo, come ha detto giustamente Massimo Cacciari a Otto&Mezzo, che l’uscita dall’abisso dell’infezione sarà durissima per gli italiani. Perché non siamo più avvezzi ai sacrifici, a tenere duro in vista di obiettivi vitali e non per soddisfare capricci. Soltanto qui si incista la causa della assenza disarmante e ormai ridicola di ogni politica ambientale seria: nessuno ha mai voluto parlar di sacrifici all’opinione pubblica. E adesso siamo qui.

Ma qui, silenziosi, ci sono anche tutti coloro che le conseguenze economiche, sociali, emotive del sistema normale normalizzante le pativano già da anni. Simone Perotti ha dichiarato qualche giorno fa su Facebook: “Occorre avere il coraggio di dire una cosa, senza ipocrisie o false pose: stiamo bene. In queste settimane mi ha scritto una marea di gente dicendomi: Sto bene. Gente che non conosco, lettori. Dunque non parenti per rassicurarmi, ma sconosciuti, dichiarandosi. E al tempo stesso, tutti aggiungono: speriamo che non tornino tutti a fare la vita di prima (…)  Non c’è niente da fare, siamo stati educati tutti alla Comunità (cattolicesimo), alla Classe (marxismo). L’individuo è relegato in uno spazio che non conta niente. Un individuo vale niente, per tutti noi, e se qualcosa cambierà sarà solo perché la classe di appartenenza, o la comunità tutta, la politica… cambieranno. In questi giorni io rispondo a tutti: Pensa a cambiare tu. Tu sei la particella del mondo. Un individuo fa la comunità, incide su di essa. Non il contrario. Ma se per una vita ti hanno detto che non conti niente, è difficile alzarsi e pensare di essere Spartacus”. 

È normale trovare la propria norma, e starci dentro senza doversi sentire dei falliti sociali, dei reietti, degli eccentrici additati come anarchici ed ecologisti violenti. È normale adattarsi a se stessi, ai propri bisogni, a ciò che Marina Cvetaeva chiamava “il mio non voglio che è il mio non posso”, e cioè la più autentica voce interiore, il coro di qualità e virtù che non sempre, non necessariamente è in accordo con le pretese della società dei consumi e della produzione votata all’estinzione di milioni di specie. 

Per questo la normalità che dovremmo rimpiangere è la vita biologica. La vita di cellule, tessuti organici, geni, ciclo di Krebs, ossigeno scambiato nei polmoni, cibo sano digerito nello stomaco, melanina prodotta nell’epidermide perché è primavera e il sole è forte, caldo, giallo e limpido. 

SE SEI ARRIVATO FIN QUI – Quali sono le conseguenze della perdita di una intera generazione di grandi vecchi ? Cos’è la memoria storica in una epoca di estinzione? Ne parlo nella Puntata 9 del Podcast di Tracking Extinction.