Categoria: Tracking Extinction

Possiamo davvero permetterci di stabilire una soglia accettabile di estinzioni entro i prossimi 100 anni?

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Il 2020 avrebbe dovuto essere il super anno della biodiversità, ma il copione è stato riscritto. È stata rimandata al maggio 2021 la conferenza della CBD (Convenzione per la Biodiversità delle Nazioni Unite) programmata a Kunming, in Cina, che ha l’ingrato compito di scrivere un documento globale per la protezione del Pianeta vivente in sostituzione dei fallimentari Obiettivi di Aichi del 2010. Sulla scia della epidemia zoonotica, ricerca e istituzioni di governance internazionale sono in fermento per cercare di imporre la sesta estinzione di massa come rischio globale di categoria massima. 

Lo scorso 2 giugno un gruppo di ricercatori, tra cui Georgina Mace della UCL London, ha proposto di instituire un unico target, valido per ogni Paese, che indichi il numero totale di estinzioni accettabili. Questo nuovo indice di riferimento dovrebbe essere analogo ai +2°C per il cambiamento climatico (la soglia limite di riscaldamento del Pianeta). Un solo numero, chiaro, univoco, “che comprenda tutti i gruppi maggiori di viventi (funghi, piante, invertebrati e vertebrati) attraverso tutti gli ecosistemi (marini, di acqua dolce e terrestri)”. Il nuovo target dovrebbe essere 20: un tasso accettabile di estinzioni deve essere sotto 20 estinzioni all’anno, per i prossimi 100 anni. Gli autori constatano che nell’ultimo decennio non ci sono stati progressi massivi sulla protezione dei sistemi viventi: “Benché la perdita globale di biodiversità prodotta da attività umane sia ampiamente conosciuta, la politica si è dimostrata incapace di arrestare il declino (…) Dei 20 obiettivi di Aichi definiti nel 2010 dalla Convenzione per la Biodiversità delle Nazioni Unite soltanto 4 mostrano progressi positivi, mentre i 12 connessi allo stati di salute della natura sono in peggioramento”. Forse il nuovo target potrebbe galvanizzare la scadente attenzione della società civile per il collasso delle specie animali. Dietro queste speculazioni c’è la pressione di arrivare ad una cornice giuridica almeno in parte vincolante che fissi dei parametri internazionali di conservazione delle specie. L’urgenza del momento è immensa, come ha confermato lo studio più importante sull’estinzione e la defaunazione della Terra uscito dal 2014 ad oggi; studio pubblicato sulla PNAS e firmato da Peter Raven, Gerardo Ceballos e Paul Ehrlich, i ricercatori di maggior spessore in questo ambito insieme al collega di Stanford Rodolfo Dirzo, autore della ricerca del 2014 sulla defaunazione. 

La ricerca mostra che “l’estinzione nutre l’estinzione” perché la dipartita di una sola specie impoverisce le funzioni ecologiche del suo ecosistema tanto da compromettere anche le specie ancora presenti, privandole di connessioni trofiche essenziali e quindi preparandone la futura estinzione. Questo effetto domino a cascata è uno dei motivi per cui il collasso delle specie sta accelerando: “Quando una specie scompare, un ampio pacchetto di caratteristiche se ne va per sempre, dai geni alle interazioni tra fenotipi e ai comportamenti”, spiegano gli autori. “Ogni volta che una specie o una popolazione svaniscono, la capacità della Terra di mantenere i servizi ecosistemici, che dipendono dalle specie o dalla popolazione coinvolta, ne risulta compromessa. Ogni popolazione è unica e perciò diversa nella sua capacità di adattarsi con successo ad un particolare ecosistema e giocarvi il suo ruolo”. Due misure sarebbero auspicabili da subito: classificare come “criticamente minacciate” in Red List tutte le specie sotto i 5mila individui, e quindi, di riflesso, escluderle tutte dal commercio; elevare la crisi di estinzione a emergenza mondiale e quindi inserire la conservazione delle specie in un accordo globale vincolante entro questo decennio. 

Le conclusioni a cui sono giunti Ceballos, Raven ed Ehrlich (“Se consideriamo una riduzione della loro area di diffusione storica per tutte le 515 specie di vertebrati sull’orlo dell’estinzione, allora le popolazioni di queste specie scomparse dal 1900 raggiungono la cifra sbalorditiva di 237.000”) sollevano seri dubbi sul fatto porre una cifra-simbolo come benchmark per il numero di specie a cui possiamo ragionevolmente rinunciare si poggi su una logica efficace e sensata. 

Ancora oggi, cioè, non sappiamo come si comportano le popolazioni di moltissime specie (mortalità, tassi di riproduzione, suscettibilità al cambiamento climatico, rapporto numerico maschi/femmine); in una analoga zona grigia stanno la conoscenza delle interazioni all’interno degli ecosistemi. “Negli ecosistemi in cui anche l’identità della maggior parte delle specie che ci abitano è ignota, come possono i biologi definire i processi fondamentali delle loro interazioni? Come possiamo predire i cambiamenti degli ecosistemi se alcune delle specie residenti svaniscono, mentre altre prima assenti arrivano come invasori?”, scrive E.O.Wilson in Half Earth. E rincara la dose: “i dati necessari per studi avanzati sulla struttura e la funzione degli ecosistemi nella maggior parte dei casi non esistono. Chiediamo agli ecologi, per la centesima volta, come facciamo a capire i principi profondi della sostenibilità in una foresta o in un fiume se ancora neppure sappiamo l’identità degli insetti, dei nematodi e di altri piccoli animali che mettono in movimento i raffinatissimi meccanismi dei cicli di energia e di sostanze materiali?”. 

Gerardo Ceballos è Executive Director di STOP EXTINCTIONS, una iniziativa internazionale senza precedenti che coinvolge alcune delle menti più brillanti, come lo stesso Ceballos, tra coloro che stanno studiando l’estinzione in corso, l’Università di Stanford (dove insegnano Rodolfo Dirzo e Paul Ehrlich, entrambi Advisory del progetto) e GLOBAL CONSERVATION, l’unica organizzazione di protezione degli habitat la cui missione è finanziare direttamente i parchi nazionali World Heritage (“gli ultimi bastioni di difesa contro la decimazione della wildlife e delle foreste primarie”) nei Paesi più poveri del mondo. Gli obiettivi: rendere accessibile un database di informazioni a fondamento delle decisioni da prendere per conservare habitat e specie; elaborare accordi vincolanti e altri su base volontaria per coinvolgere le nazioni a prendere una posizione seria sull’estinzione; risvegliare la coscienza collettiva su una minaccia esistenziale di proporzioni inimmaginabili. 

“Le conseguenze sugli ecosistemi del globo della perdita di specie sono complesse, estese e diffuse. L’impatto dei fattori umani – ad esempio la crescita demografica, la distruzione degli habitat naturali, l’incremento dell’inquinamento, il cambiamento climatico, il bracconaggio e il commercio di animali selvatici – è stato catastrofico per migliaia di specie ovunque nel mondo”. 

Il principio di precauzione dovrebbe reggere ogni ragionamento sul futuro assetto di un accorgo globale. Ma, come già accaduto altrove, l’imposizione di un atteggiamento di tipo precauzionale si scontra con la tendenza a far quadrare il cerchio della protezione delle specie dentro logiche economiche. Ossia: attribuire valore finanziario alle risorse organiche animate e inanimate, per mantenerle all’interno di processi socio-economici generatori di profitto. Su questo fronte siamo vicini ad un punto di rottura, esemplificato dalla difficoltà del dibattito attorno all’accordo post Aichi, ma anche dal tracollo degli introiti da turismo per la conservazione in Africa. Il circolo di finanziamenti, royalties, investimenti non è in grado di reggersi da solo perché risponde alle stesse regole interne di qualunque business del tardo capitalismo. Sta in piedi solo con un flusso costante di denaro fresco. Possiamo affidare la sopravvivenza della biodiversità del Pianeta a questa dinamica offerta/acquisto?

Il 30 giugno NATURE ha pubblicato una editoriale a commento della proposta del target globale di 20 specie: “altre questioni includono come decidere quali specie conservare e chi dovrebbe fare queste scelte. Un singolo numero darebbe eguale peso a tutte le specie minacciate o dovrebbe invece avere la priorità le specie più importanti per il nostro sostentamento e per le funzioni ecosistemiche?”. Quale istituzione politica dovrebbe cioè avere la responsabilità di scegliere tra la tigre e il leone? Un altro criterio altamente discutibile sarebbe il profitto che le specie iconiche garantiscono (attraverso i safari ad esempio) rispetto a specie molto meno famose, ma non meno funzionali.

Giungere con successo e saggezza ad un accordo globale, parzialmente vincolante, può non risolvere i problemi centrali del collasso biologico del Pianeta. Un rischio è che, come accaduto per l’atmosfera e il clima a partire dal 1993, il concetto stesso di biosfera potrebbe essere risucchiato nel circolo vizioso di un infinito processo negoziale che la biodiversità a pura burocrazia. In quasi 30 anni di vita della Convenzione per il Clima nulla di serio è stato intrapreso per definire la crisi climatica. Siamo davvero convinti che un modello del genere possa adesso funzionare per la biodiversità?

L’estinzione e la schiavitù sono un trauma globale

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Il razzismo nei confronti dei neri Africani ha le stesse origini della crisi di estinzione. Ricalca gli stessi schemi psichici dell’indifferenza istituzionalizzata per il destino delle specie animali. Appartiene allo stesso schema di civiltà. Tutte le ferite sono state suturate in una unica cicatrice. Questo è il nostro presente nel terzo decennio del XXI secolo.

Finora, abbiamo pensato l’estinzione come un fenomeno automatico, un riflesso lungo, condizionato dalla rapacità umana. Dalla nostra demografia folle e narcisistica. Un effetto collaterale imprevedibile, che nessuno avrebbe mai previsto semplicemente perché nessuno lo aveva mai tenuto in conto. Ma l’era del SarsCov2, portando nel suo grembo la rivolta nera contro il perdurare della discriminazione razziale – assorbita dalle società occidentali con la stessa faciloneria e trascuratezza con cui inaliamo particolati tossici e assumiamo conservanti, addensanti, coloranti e microplastica –  ha reso pubblica una condizione storica globale che non avevamo ancora avuto il coraggio di guardare fin faccia. La catastrofe di estinzione del nostro presente è avviluppata nella storia raccapricciante del capitalismo moderno, dello schiavismo, della messa in catene di una parte dell’umanità allo scopo di rifondare l’umanità. Per diventare moderni, democratici, civili. Dediti, a scadenza regolare, al genocidio, è vero, ma lontano da casa. Nei distretti periferici di un impero extra-nazionale che ancora oggi usa le regioni di prelievo degli schiavi e degli animali come distretti di ricreazione per ricchi: le terre selvagge, i tropici, le savane africane, le foreste primarie, gli oceani profondi, popolati di squali, balene, capodogli. 

Ma a noi Europei la storia non interessa più. Siamo troppo vigliacchi per la storia, dopo il 1945. Abbiamo rinunciato alla vertigine di sprofondare nel passato dei secoli trascorsi, impauriti dalla prospettiva di trovare una faccia che assomigli alla nostra e di connettere così i diversi capitoli geografici della distruzione del Pianeta. E tuttavia senza una immersione totale nell’evento storico, non c’è discorso sull’estinzione che abbia un minimo di realismo. Non ci resta che incontrare gli uomini che fecero l’impresa. Uomini di grande ambizione, ignari del mondo, perché non lo avevano ancora attraversato e sorvolato, che però sognavano di dominarlo, il Pianeta. Il loro sogno, un sogno spropositato e irrazionale, ha prodotto la sesta estinzione. L’estinzione come negazione, come ampliamento, come forza propulsiva, come buio incendiario, come passato che condiziona il presente, condannando anche il futuro allo svilimento biologico perché l’estinzione è un trauma storico e biologico intergenerazionale, e globale. 

L’impresa comincia con Colombo, nel 1492. Ogni nazione europea, proprio in quanto europea, è coinvolta nell’impresa. E noi tutti, in quanto europei, siamo implicati in un progetto globale le cui migliaia di ramificazioni rendono quasi impossibile definire le colpe, i reati, gli esecutori. “Possiamo cominciare a capire l’influenza della schiavitù sull’Inghilterra di oggi soltanto facendoci scorrere davanti, come in un flash, 500 anni di storia umana. A partire dagli ultimi decenni del ‘400, vediamo viaggiatori e mercanti, come ad esempio John Hawkins negli anni sessanta del ‘500, che diventa uno dei primi inglesi a guadagnare fortune dal commercio di africani sequestrati. Dal tardo 17esimo secolo, vediamo poi gli Inglesi diventare i dominatori del traffico di schiavi, surclassando i portoghesi, gli spagnoli e i danesi. La metà di tutti gli africani trasportati in schiavitù nel 18esimo secolo finirono sulle navi britanniche”, scrive Kris Manjapra, docente di storia alla Tuft University, nel Massachusett, Stati Uniti. A cosa serviva questo enorme impegno di esportazione di Africani verso l’America? “La Gran Bretagna non avrebbe mai potuto diventare la prima potenza economica della Terra al volgere dell’Ottocento senza essere a capo della più estesa economia a piantagioni con schiavi, con oltre 800mila persone in stato di schiavitù”. 

E se pensiamo che quel mondo raccontato da Steve McQueen in Dodici anni schiavo e da Toni Morrison in Amatissima sia tramontato e sepolto sotto la vergogna del contegno e dell’oblio, scadiamo nel torpore moralistico: “l’eredità culturale della schiavitù influisce anche sui gusti britannici, dal tè zuccherato, ai servizi in argento, ai vestiti in cotone, fino alle endemiche diseguaglianze di razza e classe sociale che caratterizzano la vita quotidiana”. Le élites inglesi degli anni ’30 avevano mobili in mogano, legno di rosa e tek, i legnami più pregiati delle foreste tropicali umide africane e asiatiche; i tasti dei loro pianoforti erano in avorio; le spazzole e i pettinini per capelli delle signore alla moda erano di tartaruga. Se consideriamo che le classi alto borghesi del Regno Unito, con la loro vocazione imprenditoriale di stampo coloniale, nutrivano le casse dello Stato di lauti introiti, potremmo affermare che addirittura lo sforzo bellico alleato, unito alle forze americane, è stato sostenuto dai proventi vecchi di secoli della schiavitù. Del resto Churchill aveva servito la Corona nella Guerra Boera, in Sudafrica, tra il 1898 e il 1901, e a quel tempo la colonia del Capo aveva già rimescolato le faune native, spazzando via il leone del Capo e sfoltendo le popolazioni di ungulati ed erbivori dei distretti a nord, sul confine con il Botswana. In un unico vortice di dominio, distruzione di equilibri locali e operazioni militari, economiche e culturali orientate ad “agganciare” le colonie al flusso di import/export della madrepatria, genocidio animale e genocidio umano sono sempre avanzati ad eguale velocità. Dipendendo l’uno dall’altro, confondendosi l’uno dentro l’altro, amalgamandosi l’uno con l’altro. 

Nel 1833 il governo inglese stanziò 20 milioni di sterline per compensare i proprietari di schiavi della “perdita” della loro proprietà, puntando così, senza creare troppe frizioni economiche, a rafforzare lo Slavery Abolition Act firmato due anni prima, che bandiva la schiavitù nelle piantagioni. Kris Manjapra spiega come queste compensazioni, pagate dai cittadini inglesi attraverso le tasse, decennio dopo decennio, abbiano costruito la solidità economica e finanziaria delle élites britanniche, fino ai giorni nostri: tra i lontani beneficiari delle compensazioni figura anche l’ex primo ministro inglese David Cameron. I prodotti finiti, ben confezionati, dell’impresa sono atemporali. Non deperiscono e non si decompongono, ma, alla maniera delle particelle organiche, cambiano struttura molecolare passando da una generazione alla successiva, nel corso dei secoli. È così che si stabiliscono tra noi. Le specie estinte, che in questo trasferimento di stato sono state usate come materia prima, vengono trascinate nello stesso processo. Con la loro assenza continuano ad impoverire la struttura ecologica degli ecosistemi a cui appartenevano, preparano la scomparsa di altre specie, rimaste sole, e secolo dopo secolo consegnano al tempo che verrà un assetto biologico interamente dominato da una perdita antica. 

Ma non dovremmo essere troppo sorpresi di tutto questo, perché la nascita delle scienze naturali, senza la quale non esisterebbero neppure studi accurati sull’estinzione, coincide perfettamente con l’affermazione del colonialismo e della schiavitù. La tassonomia e la biologia evolutiva ottengono i loro reperti grazie alle navi degli schiavi. Un anno fa usciva su SCIENCE MAG una lucida disamina sul “debito dei primi scienziati al traffico di schiavi”.Mentre, al principio del ‘700, “la scienza europea sembrava indirizzata alla conquista di tutta la natura” i collezionisti di piante si imbarcano sulle navi dei mercanti di Africani: “poche navi al di fuori della rotta degli schiavi raggiungevano punti chiave in Africa e in America del Sud”. Dozzine di chirurghi e di capitani a bordo delle navi dirette verso le piantagioni collezionavano anche animali e piante, che poi arrivavano negli studi dei ricercatori. I loro appunti e i loro scritti furono decisivi anche per Linneo, il padre della moderna classificazione dei viventi. Migliaia di reperti ottenuti grazie all’appoggio dei capitani di navi riempite fino a scoppiare di centinaia di Africani in catene sono ancora oggi non solo custoditi in tempi della ricerca scientifica come il Museo di Storia Naturale di Kensington, a Londra, ma vengono ancora usati per analisi genetiche. Kathleen Murphy, che insegna alla California Polythecnic University, così riassume: “Non accade spesso di pensare che gli spazi miserabili, disumani, disgraziati delle navi degli schiavi fossero anche spazi dedicati alla storia naturale”. 

Alexandre Antonelli, direttore della sezione scientifica dei Kew Gardens di Londra, che ospitano la più grande collezione al mondo di piante e funghi, ha ripreso la questione lo scorso 25 giugno, per sollecitare la partecipazione della scienza al dibattito sul razzismo contemporaneo: “per centinaia di anni, i Paesi ricchi del Nord hanno sfruttato le risorse naturali e le conoscenze umane del Sud. I botanici del periodo coloniale desideravano imbarcarsi per spedizioni pericolose in nome della scienza, ma alla fine ricevevano il compito di trovare piante che fossero fonte di profitti economici. Molto del lavoro di Kew nel XIX secolo era focalizzato sul movimento di queste piante all’interno dell’Impero Britannico, il che significa che anche noi abbiamo una eredità profondamente radicata nel colonialismo. Le tracce dello sfruttamento coloniale non sono endemiche solo nella botanica, sono dappertutto, a partire dalle diseguaglianze socio-economiche fino alle comunità marginalizzate, fino ai diamanti delle fedi matrimoniali. L’appropriazione indebita continua anche ai nostri giorni: “Gli scienziati si sono appropriati delle conoscenza delle popolazioni indigene e ne hanno sminuito la profonda complessità. I primi abitanti del Brasile e i primi raccoglitori di piante dell’Australia sono rimasti sconosciuti, senza nome, e senza compenso. Sono letteralmente invisibili nella storia. Questo deve cambiare”. 

Kris Manjapra ha condensato l’atteggiamento culturale europeo verso i neri attraverso l’espressione con cui Benjamin Disraeli, il grande politico inglese della fine dell’Ottocento, descriveva le Antille: “Le desolate Antille sono le pietre miliari attorno al collo della Gran Bretagna”. Le Antille erano i Caraibi, le isole delle piantagioni di zucchero: “qui c’è la tipica abitudine inglese di esternalizzare il problema della schiavitù come se si svolgesse in una remota distanza piuttosto che all’interno del cuore di tenebra della nazione”. Rispetto a quegli eventi, alcuni ormai antichi di secoli, dove ci troviamo noi? Ci troviamo in un punto della storia e della società umana che lo scrittore e giornalista americano Ta Nehisi Coates ha chiamato “reparation. Le riparazioni, nel contesto americano, sono il riconoscimento economico di secoli di diseguaglianza istituzionalizzata attraverso politiche abitative, sanitarie, educative, giudiziarie che hanno bloccato gli afro-americani in una cronica inferiorità materiale ed economica rispetto ai bianchi. Qui in Europa si parla anche di “restitution”, ossia di riconoscimento dei crimini contro l’umanità perpetrati dalle nazioni europee per fondare le loro ricchezze e le nostre società moderne, parlamentari e democratiche. Anche gli storici dell’arte africana che premono sui governi di Belgio, Francia e Germania per il ritorno in Africa delle sculture in legno e bronzo rubate dagli Europei oggi custodite nei magnifici musei etnografici di Tervuren, Parigi e Berlino, chiedono una restituzione. Non solo fisica (queste opere non appartengono all’Europa, ma ai popoli che le hanno concepite), ma anche culturale: potrà mai sorgere, ad esempio in Repubblica Democratica del Congo, una identità africana ricomposta e pacificata, se gli antenati sono lontani, in esilio su suolo europeo?

L’accademica americana Christina Sharpe, nel suo dolorosissimo eppure geniale saggio In the wake (edito dalla prestigiosa Duke University Press nel 2016), si è spinta ancora oltre su questa rotta. La Sharpe ha elaborato il concetto di “residence time”, cioè di tempo di residenza nell’oceano atlantico delle molecole organiche dei corpi delle migliaia di africani gettati fuori bordo perché malati, rivoltosi o in sovrannumero. I loro corpi, decomposti, sono diventati parte delle catene trofiche degli oceani del mondo e ancora oggi fluttuano lungo, attraverso e con le correnti oceaniche, passando attraverso le generazioni di specie animali che popolano gli abissi, nutrendo il nostro Pianeta con un passato che non potrà mai più scomparire.  

La Sharpe non esita a ricordare che anche gli africani morti nel Mediterraneo prima di avvistare le cose italiane, a Lampedusa, condividono con i loro antenati dell’Atlantico un identico fato biologico. La scia della nave negreriera, per Sharpe, è una condizione ormai inscritta nella storia umana e nel corpo di qualunque africano patisca ancora oggi le conseguenze dell’impianto dello schiavismo sulla struttura portante del metabolismo europeo. In uno dei suoi corsi intitolato Memory for Forgetting, la Sharpe propose ai suoi studenti (ricchi americani) un parallelismo tra la Shoah e la schiavitù negli Stati Uniti. I giovani esponenti delle future classi dirigenti  di professionisti da 200mila dollari l’anno non riuscivano a capacitarsi della logica dell’analogia storica. Nei campi di sterminio gli Ebrei morivano di fame e di cachessia, mentre i neri delle piantagioni della Virginia e del Mississippi avevano vitto e alloggio. Soltanto dinanzi alla storia di un sopravvissuto del campo di Chelmo, tratta dal documentario cinematografico di Claude Lanzmann, Shoah, un uomo che non avrebbe mai potuto tornare a vivere a Chelmo dopo che i suoi ex vicini non avevano mosso un dito per proteggerlo dalla brutalità omicida delle SS, questi giovani americani capirono che, forse, anche i neri di origine africana non possono vivere con serenità in una nazione che ne ha deciso la schiavitù per legge. “Questa è la condizione degli Stati Uniti dopo la Guerra Civile, per chi era stato uno schiavo e per i loro discendenti; ancora nella piantagione, ancora circondati da quelli che reclamavano un diritto di proprietà su di loro e che combattevano, e ancora combattono per estendere lo stato di cattura e di sottomissione in quanti più modi legali e illegali possibili, dentro il nostro presente”, scrive Sharpe. 

C’è una altra analogia su cui riflettere. Il passato storico non è mai chiuso nei depositi di un museo. Reclama di continuo il suo posto nel presente. Dopo il 1945 la civiltà occidentale ha inteso darsi una patina di verginità e di neutralità storica, che doveva escludere ogni crimine funzionale e strumentale fino all’avvento del Nazismo in Germania. Questo atteggiamento, se anche allora poteva avere una sua giustificazione morale, recuperare credibilità agli occhi della nostra coscienza, si è ritorto contro di noi. Fingere di essere stati umanisti convinti fino al gennaio del 1933 ha ossidato i nostri sensi e il nostro intelletto, impedendoci di vedere cosa stava accadendo alla struttura economica globale del mondo post Seconda Guerra mondiale. E così ora ci troviamo nel XXI secolo con una crisi di estinzione apocalittica, senza neppure averne cognizione. Eppure, non c’è destino di uomini che non sia destino di animali. E come il razzismo istituzionalizzato in secoli di storia, reiterando se stesso fino all’inverosimile, ha intaccato la resilienza sociale degli Stati Uniti, così la sua contropartita biologica ed ecologica – l’annichilimento delle specie animali – si espande ora sulle nostre società sfinite ed esasperate, compromettendo il futuro e condannando chi verrà dopo di noi. Per tutte queste ragioni, la memoria delle 270mila popolazioni animali perdute negli ultimi 5 secoli deve fondersi con la restituzione del ricordo di milioni di schiavi. 

La sesta estinzione sta accelerando

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“Se consideriamo una riduzione della loro area di diffusione storica per tutte le 515 specie di vertebrati sull’orlo dell’estinzione, allora le popolazioni di queste specie scomparse dal 1900 raggiungono la cifra sbalorditiva di 237.000”. Questa è solo una delle evidenze impressionanti raccolte da uno studio di grande impatto appena uscito sulla PNAS (Vertebrates on the brink as indicators of biological annihilation and the sixth mass extinction), che segna un passaggio di livello nel tono e nella urgenza della ricerca sulla defaunazione, come già accadde nel 2014 con il paper pubblicato su SCIENCE firmato da Rodolfo Dirzo della Stanford. Stavolta gli autori gravitano attorno al gruppo di Dirzo, con cui collaborano da anni: Gerardo Ceballos, Paul R. Ehrlich e Peter H. Raven. Questo studio prende una posizione senza precedenti, anche politica direi, sulle misure indispensabili da adottare a livello globale per arginare un disastro già in parte definitivo. 

Non solo la sesta estinzione è reale, ma sta accelerando. Sono ormai ad un passo dall’abisso 515 specie di vertebrati. Sommate a quelle già scomparse da inizio Novecento, che sono 543, abbiamo un totale di specie perse per sempre di 1058. Secondo il tasso di estinzione degli ultimi 2 milioni di anni (il cosiddetto background extinction rate, e cioè il tasso normale, naturale di estinzione delle specie), avremmo dovuto assistere all’estinzione di 9 specie nei centocinquanta anni dal 1900 al 2050. Invece, entro il 2050, in uno scenario ipotetico  e in assenza di un radicale cambiamento nei nostri stili di vita, contempleremo un totale di 1058 perdite totali. Una ecatombe. La demografia umana e le attività umane sono la causa diretta di questo olocausto globale, cominciato 11mila anni fa, quando sulla Terra c’erano 1 milione di persone. Oggi siamo 7 miliardi e 800 milioni. I conti sono presto fatti. 

Ma il punto forte di questo studio è la spiegazione di come “l’estinzione nutre l’estinzione”.

L’estinzione di una sola specie innesca un effetto domino sistemico, sulle specie con cui ha condiviso il suo habitat, e sull’intero ecosistema. Questo processo di impoverimento a cascata funziona nel tempo, man mano che le popolazioni di una certa specie diventano sempre meno numerose e sempre più isolate geograficamente. E la loro distribuzione storica (lo home range) sempre più ristretto. Meno individui significa anche un deterioramento delle funzioni ecologiche che la specie in estinzione può esprimere nei confronti di tutte le altre, animali e vegetali. Quando l’estinzione è ormai conclamata, non resta che attendere la scomparsa delle specie rimaste, ancora presenti, ma già coinvolte nella semplificazione ecologica e genetica del loro contesto ecologico. Ecco perché, stavolta, i ricercatori insistono sul valore di ogni singola popolazione.

Ragionare per popolazioni permette di capire meglio perché “è in corso un annichilamento biologico”.

“Quando una specie scompare, un ampio pacchetto di caratteristiche se ne va per sempre, dai geni alle interazioni tra fenotipi e ai comportamenti”, spiegano gli autori. “Ogni volta che una specie o una popolazione svaniscono, la capacità della Terra di mantenere i servizi ecosistemi, che dipende dalle specie o dalla popolazione coinvolta, ne risulta compromessa. Ma ogni popolazione è unica e perciò diversa nella sua capacità di adattarsi con successo ad un particolare ecosistema e giocarvi il suo ruolo”. E questo significa che “gli effetti delle estinzioni peggioreranno nei decenni a venire, dal momento che la perdita di unità funzionali, le ridondanza genica (due geni svolgono la stessa funzione, nb) e la variabilità genetica e culturale modifica interi ecosistemi”. 

Ma perché ogni singola popolazione conta ? “Popolazioni più piccole diventano più isolate e quindi più vulnerabili all’estinzione per cause naturali (la consanguineità, eventi accidentali) e umane (…) Quando il numero di individui di una popolazione o specie crolla ed è troppo basso, il suo contributo alle funzioni eco-sistemiche e ai servizi eco-sistemici diventa meno rilevante, la sua variabilità genetica e resilienza sono ridotte e quindi anche il contributo di quella specie al benessere degli esseri umani viene meno. Arrivata ad un certo punto, una popolazione può essere semplicemente troppo piccola o troppo priva di habitat per riuscire a riprodursi”. 

I ricercatori hanno analizzato le specie di vertebrati prive ormai della maggior parte del loro territorio geografico e ridotte a meno di 1000 individui, che è la soglia numerica sotto la quale gli animali entrano in Red List della IUCN con la targhetta “criticamente minacciato”. È stato poi approntato un confronto con la distruzione storica di 48 specie di mammiferi e di 29 specie di uccelli, gli unici gruppi su cui sono disponibili sufficienti dati dal recente passato. Su 177 specie di grandi mammiferi (esempi emblematici i grandi felini) la maggior parte ha perso l’80% della distribuzione originaria. La maggior parte delle specie in estinzione appartengono al Sud America (157), seguono Oceania (108), Asia (106), Africa (82), Nord e Centro America (55) ed Europa (6). 

Non bisogna farsi troppe illusioni neppure sui progetti di recupero numerico di specie ormai estirpate al 99%. Progetti che spesso ricevono una attenzione mediatica sproporzionata. La loro quasi estinzione ha compromesso per sempre intere porzioni di continenti, come dimostra il caso del bisonte americano: “il bisonte e molte altre specie con piccole popolazioni sono diventate ciò che Janzen chiamò zombi ecologici”. Le grandi praterie americane sono un lontanissimo ricordo: oggi ci sono solo 4mila bisonti selvaggi, contro i 30-60 milioni della metà dell’Ottocento. 

Quello che è massimamente sconcertante è che la crisi biologica del nostro Pianeta non ha mai ricevuto la stessa attenzione, per quanto scarsa, di cui ha goduto il cambiamento climatico. Nè da parte dei governi, né da parte della società civile. L’estinzione obbliga a confrontarci con la nostra identità evolutiva su una scala di responsabilità culturale, psicologica e genetica che difficilmente è presa in considerazione, anche dai media mainstream, impegnati a diffondere il claim pubblicitario che i parchi nazionali siano oasi indipendenti e sufficienti ad arginare il crollo degli ecosistemi globali. L’estinzione non è un fatto secondario del XXI secolo, ma una “minaccia esistenziale alla civiltà”. 

Qui, perciò, gli autori prendono una posizione politica ed etica che non ha precedenti e che riecheggia anche l’allarme globale sulla correlazione tra commercio di specie selvatiche e la pandemia di SarsCov2. Intanto, una constatazione fondamentale: “la popolazione mondiale in crescita, i tassi di consumo, in aumento, e la crescita prevista per il futuro possono solo accelerare la rapida scomparsa delle specie, facendo di ciò che è un corso d’acqua un torrente impetuoso – un problema di schietta sopravvivenza che soltanto gli esseri umani hanno il potere di alleviare”. 

E poi due proposte, fermissime. La prima: classificare come “criticamente minacciate” in Red List tutte le specie sotto i 5mila individui, e quindi, di riflesso, escluderle tutte dal commercio. La seconda: elevare la crisi di estinzione a emergenza mondiale e quindi inserire la conservazione delle specie in un accordo globale vincolante entro questo decennio. 

 

Il virus e la disfunzione ecologica permanente

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La sorpresa e il terrore dinanzi al propagarsi dell’epidemia da SarsCov2 è piuttosto ridicola. Siamo primati relativamente da poco sulla scena ecologica mondiale. Non c’è stato ancora il tempo per venire a contatto con tutti i virus sconosciuti che albergano nelle ultime foreste primarie del mondo o in alcune specie animali. Le zoonosi sono una sorta di specchio anche di noi stessi: testimoniano l’antica, ancestrale connessione tra la nostra specie e i virus, oppure i batteri, per il semplice fatto che ci siamo co-evoluti con il Pianeta e le altre specie. Tutte. Anche quelle microbiche. Siamo stati a contatto per un tempo lunghissimo, magari a distanza, ma i nemici sconosciuti sono sempre stati lì, nell’ombra, pronti a farci visita, con le giuste opportunità. 

Insomma, come in un film di fantascienza dove gli astronauti atterrano su un Pianeta apparentemente disabitato, non siamo soli. La nostra non è mai stata una navigazione in solitaria, e non lo è neppure adesso, nonostante la potenza dispiegata sul Pianeta. Il nostro destino è quello dei virus, e viceversa. Il danno recato alla nostra specie da una qualunque zoonosi non è dunque un evento straordinario o fuori scala. È invece un indizio storico dell’epoca ecologica in cui ci troviamo, un’epoca in cui la nostra specie si è sviluppata sino a raggiungere una soglia-limite. Oltre questa soglia ci sono incroci pericolosi con altre specie, lo scontro contro l’equilibrio climatico terrestre e la distruzione dell’integrità ecologica e genetica degli ecosistemi. Quello che noi chiamiamo “successo di un patogeno” e quindi “patogenicità” risponde soltanto a logiche evolutive. È una logica evolutiva, del tutto consequenziale e razionale, che una specie (noi) che ha raggiunto i 7 miliardi e 800 milioni di individui sconfini in foreste un tempo intatte e inaccessibili in cerca di minerali preziosi, legname e carne. È logico anche che questa specie, classificata come super-predatore, pianifichi di servirsi a scopo alimentare di specie non addomesticate, ma costrette a riprodursi in cattività. Ed è perfettamente logico che un patogeno abituato al suo ospite sfrutti le occasioni che ha a disposizione, interagendo con il super predatore e giocando alle sue stesse regole. E cioè: mutazione, adattabilità, selezione naturale, proliferazione. Perché, allora, siamo così sconvolti dal comportamento del virus?

L’aspetto più inquietante del superamento della soglia-limite è la defaunazione. Se ancora poco sappiamo del SarsCov2 e di come cambierà la sua interazione con noi, il suo nuovo ospite, ancora meno ci è noto che cosa sta accadendo agli habitat considerati più pericolosi per i futuri spillover.

Un articolo uscito su NATURE Communications nel 2019 e discusso da CARBON BRIEF avverte che, all’aumentare delle temperature medie globali, è concretoil rischio di allargamento dell’area di contagio di ebola, che potrebbe raggiungere il Kenya e la Tanzania. “Con temperature più calde, i pipistrelli e altri animali che si suppone trasmettano il virus agli esseri umani, si prevede si sposteranno verso nuove aree, portandosi appresso la malattia. Il nuovo modello suggerisce che entro il 2070 le epidemie scoppieranno, in media, ogni 10 anni, se la rapida crescita demografica e il lento sviluppo saranno accompagnate da una sostanziale inazione sul fronte del cambiamento climatico. Nelle attuali condizioni, la media di esplosione delle epidemie è di una 1 volta ogni 17 anni (…) lo studio conclude che con gli attuali tassi di crescita economica e di alte emissioni l’area totale suscettibile alla epidemia potrebbe espandersi di 1/5”, riporta CARBON BRIEF. 

Il comportamento dei pipistrelli rientra in uno schema molto più vasto, e cioè la defaunazione: la diminuzione lenta ma progressiva del numero di individui che compongono le popolazioni di una specie distribuite in un certo habitat. Era il 25 luglio del 2014 quando usciva su SCIENCE uno studio sulla defaunazione firmato da Rodolfo Dirzo della Stanford University che ha fatto scuola: la defaunazione è la condizione ecologica ormai predominante del nostro Pianeta, anche là dove resistono aree protette di enorme valore biologico. Da allora, la consapevolezza che gli ecosistemi impoveriti di specie animali sono una bomba ad orologeria è cresciuta considerevolmente. Ciò che più conta nei processi di defaunazione, come disse John Epstein della ECOHEALTH ALLIANCE a David Quammen al tempo della stesura di Spillover è questo: “la chiave di tutto è l’interconnessione. Si tratta di capire in che modo uomini e animali sono interconnessi”. Questa rete di rapporti reciproci tra specie funziona su più livelli: noi e gli animali, gli animali tra loro e noi e gli animali rimasti dopo che alcune specie si sono estinte o sono diminuite tanto da non interagire più, in un ecosistema, come facevano in passato. Questo è il livello basico della defaunazione: che cosa succede agli equilibri interni di un ecosistema, quando uno dei suoi abitanti scompare ? Se le colonie di pipistrelli del Sierra Leone, del Gabon, del Ghana o della Repubblica Democratica del Congo si sposteranno, e se nel frattempo altre comunità di specie di quelle foreste tropicali, soprattutto i mammiferi, decimati dalla caccia a scopo alimentare, collasseranno al punto da compromettere la dispersione dei semi di alcune piante, la capacità di stoccaggio dell’anidride carbonica della foresta e il numero di predatori di media taglia, se tutto questo si verificherà quali saranno le conseguenze complessive.? Non lo sappiamo. Ma sappiamo che la defaunazione erode la tenuta biologica ed ecologica di questi ecosistemi, fino al punto di non ritorno. Potremmo quindi fronteggiare, già in questo secolo, le conseguenze combinate, sistemiche e interdipendenti, di diversi fattori: la defaunazione e le conseguenti estinzioni, il cambiamento di schemi climatici consolidati e quindi un rischio maggiore di imbattersi in zoonosi. La storia delle epidemie zoonotiche più note degli ultimi 20 anni conferma questa diagnosi: i virus sono integrati negli ecosistemi e se togli qualcosa (specie animali, lembi di foresta abbattuti per piantagioni di cash crop come soia, olio di palma, caffè, cacao), o aumenti qualcosa (il numero esponenziale di umani in circolazione), anche i virus rispondono. 

Anche se noi Sapiens tendiamo a correre ai ripari solo a disastro avvenuto, la prevenzione delle future pandemie è diventato un discorso comune, avvertito come una priorità. Qualcuno ha proposto di spendere milioni di dollari per catalogare tutti i virus potenzialmente letali presenti in specie selvatiche (si calcola ce ne sia 1 milione e 600mila ancora ignoti alla scienza), come ha documentato Yale360, il blog della Università di Yale. Ma non tutti sono d’accordo. Uno studio di grande interesse (cioè ricco di interrogativi ad ampio potenziale) uscito su OPEN BIOLOGY nel settembre 2017, sostiene che “gli sforzi per predire l’emergenza di malattie combinano scale evolutive ed epidemiologiche fondamentalmente differenti”. Infatti “sappiamo molto sugli schemi e i processi di evoluzione dei virus su scale temporali evolutive così come sono descritte negli alberi filogenetici che descrivono le famiglie di virus, ma questi dati hanno poco potere predittivo per rivelarci i processi micro-evolutivi a breve termine che sono alla base della trasmissione tra specie e della emergenza della malattia”. In parole più semplici, bisogna capire che cosa succede ad un virus nel breve spazio temporale in cui entra in contatto con un possibile nuovo ospite, giocandosi la sua chance di trovare una nuova casa (come accaduto ad ebola), e quali fattori, nelle caratteristiche di questo ospite e del suo ambiente, possono spianargli la strada permettendogli di stabilirsi con successo (come non è avvenuto con l’influenza aviaria H5N1). Quello che in definitiva c’è da capire bene per avanzare previsioni sensate, più che avere una lista dei nomi e dei cognomi dei nostri nemici, è, secondo gli autori, la dinamica di interazione tra specie diverse, nel momento fatale in cui si incontrano per la prima volta. Conoscere il livello di biodiversità dei virus ci aiuta poco, mentre sarebbe molto utile approfondire la “fittness evolutiva” dei migliori di loro a contatto con l’uomo. 

In un altro intervento su NATURE alcuni degli autori hanno ribadito la loro posizione, che contiene un consapevolmente alto margine di incertezza per il semplice motivo che non sappiamo ancora un mucchio di cose sui virus: “determinare chi tra più di 1 milione e 600mila virus animali è capace di replicarsi dentro gli esseri umani e di trasmettersi tra loro richiederebbe decenni di lavoro di laboratorio, per coltivare le cellule in vitro e poi negli animali. Anche nel caso che i ricercatori riuscissero a collegare ogni sequenza di genoma virale a dati sperimentali concreti, ci sono poi ogni sorta di altri fattori che decidono se un virus fa il salto di specie emergendo in una popolazione umana, come ad esempio la distribuzione e la densità degli ospiti. I virus dell’influenza sono circolati nei cavalli sin dagli Cinquanta e nei cani dai primi anni Duemila. Non sono mai comparsi nelle popolazioni umane, e forse non lo faranno mai, per ragioni sconosciute”. Il fattore-chiave della densità di popolazione dei possibili ospiti riporta il ragionamento sul fronte ecologico: “Allo stato delle cose, il modo più efficace e realistico per combattere l’esplosione di epidemie è monitorare le popolazioni umane nei paesi e nelle località più vulnerabili alle infezioni”. 

Questo ci riporta alla domanda iniziale. Che cosa ci sconvolge tanto nel comportamento del SarsCov2, che non sapevamo in anticipo? Che non avremmo potuto accettare come probabile un bel po’ di tempo fa?

La risposta sta probabilmente nella facilità con cui abbiamo scelto di ignorare chi siamo. La nostra espansione sul Pianeta ci ha posti in una condizione ecologica inedita: con il nostro successo evolutivo siamo entrati in conflitto con i meccanismi ecologici, genetici e biologici fondamentali del Pianeta. Questo significa trovarsi ormai in una condizione di “disfunzione ecologica permanente”, che espone a rischi originali e sensazionali, ma non imprevedibili. I patogeni emergenti hanno convissuto per migliaia di anni con i loro ospiti abituali, e sono vivi e vegeti da milioni di anni. Pericolosi per noi, ma solo in relazione al tipo di civiltà che abbiamo edificato con convinzione ed orgoglio. Il modo disfunzionale con cui ci serviamo delle risorse naturali è permanente, non occasionale o temporaneo. É un punto di rottura storico, che ha ormai definito condizioni ecologiche tossiche o alterate destinate a rafforzarsi se non ad ampliarsi nei prossimi decenni. Per questo è molto azzardato sostenere che usciremo dalla crisi innescata dal SarsCov2, mentre in realtà potremo soltanto attraversare differenti fasi di difficoltà di gestione di una ben più generale crisi biologica, globale e pervasiva. 

La speranza non è una risorsa

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Qualche giorno fa Rai5 ha dato in prima serata The Eichmann Show, un film del 2015 non troppo noto sul processo ad Adolf Eichmann, l’uomo dell’RSHA
(Reichsicherheithauptamt, Ufficio Centrale per la Sicurezza del Reich) che organizzò i trasporti ferroviari verso i campi di sterminio durante la fase cruciale della Shoah. Eichmann venne processato a Gerusalemme nel 1961: per la prima volta davanti alle telecamere di tutto il mondo agiva e parlava in diretta un nazista in carne e ossa.Il film affronta proprio questa novità: lo show televisivo, le decisioni editoriali, e anche pubblicitarie, che motivarono il produttore, Milton Fruchtman, il regista, Leo Hurwitz, e le autorità israeliane a mostrare o non mostrare i dettagli del procedimento penale. 

Perché alcune cose non erano affatto scontate: che, ad esempio, il pubblico in generale avesse voglia e interesse a seguire gli interrogatori alle vittime, le testimonianze dei sopravvissuti e i loro racconti sulle fucilazioni di massa condotte dalle Einsatzgruppen nella Russia bianca nell’estate del 1941. Dopo la prima “puntata” con l’arringa introduttiva del Procuratore Generale gli ascolti crollarono. Fruchtman pretendeva che Hurwitz, un regista di fama con una esperienza da talento indipendente, riprendesse senza esitazione le espressioni dei testimoni, anche quando crollavano paralizzati in preda a crisi di angoscia e di terrore ricordando le uccisioni dei propri bambini. Molti giornalisti accreditati erano piuttosto d’accordo e rinfacciavano ad Hurwitz notizie ben più appetibili che, quanto ad appeal mediatico, facevano concorrenza ad Eichmann e ad Auschwitz. Fidel Castro a Cuba e Gagarin nello spazio. In fondo, ormai, era tutto finito, o no? Perché insistere su particolari raccapriccianti di un processo il cui esito era scontato? Gagarin era il futuro dell’umanità, Eichmann e gli assassini di Hitler il passato. 

È qui che questo film entra di prepotenza nel nostro maggio 2020. Hurwitz se ne frega dell’audience, vuole riprendere la faccia di Eichmann. È convinto che prima o poi il tedesco si tradirà, mostrerà un segno di orrore e di sconcerto per il peso delle proprie azioni, o forse anche una ombra di compassione. Come accadde a Franz Stangl, il comandante di Treblinka, che un giorno, vedendo un carico di vacche destinate al macello, riuscì a mettere a fuoco ciò che accadeva nel campo dove, sotto la sua giurisdizione, vennero gassate 900mila persone. Hurwitz pensava che in chiunque si nascondesse un fascista, date le necessarie condizioni di contesto politico. La prima delle sue ipotesi era sbagliata. Eichmann non disse mai una sola parola di partecipazione emotiva e morale alle conseguenze della sua partecipazione nello sterminio. Ma la seconda ipotesi del regista americano aveva qualcosa di fondato. Le preoccupazioni di Fruchtman e la noia giocosa dei reporter incuriositi da Gagarin fornivano indizi per comprendere le ragioni che spingono un individuo mediocre a collaborare con un potere criminale. Un unico atteggiamento mentale: adeguarsi il più in fretta possibile alle condizioni esterne, accettare con opportunismo i gusti più in voga in quel momento, concentrarsi su ciò che serve adesso, senza tante ciance. Un crudo talento nell’adattarsi alle circostanze. 

Nel 1961, in sala stampa, e nell’opinione pubblica di riflesso, dicevano: è finita, abbiamo voltato pagina. Non ci interessa conoscere i dettagli, abbiamo ricominciato a vivere. Divertiamoci. C’è il sole. Se vi suona familiare con le spiritose e ciarliere conversazioni che cominciano a circolare impazienti fuori dei nostri bar, non stupitevi. È proprio qui che stiamo arrivando. 

Più osservo e studio i nazisti, più sono convinta che non potremo mai capire chi erano davvero, cosa pensavano quando prendevano il caffè, che cosa li spinse a consegnare al demonio il popolo più colto d’Europa. Ma la ragione di questo mistero non è la lontananza temporale o l’enormità dei crimini. Credo, invece, che se anche ci riuscissimo, a scoprire cosa pensavano e come lo pensavano, scopriremmo che nelle loro vite e intenzioni non c’era nulla di eccezionale, di eccessivo, di mostruoso. I loro standard emotivi sarebbero identici a quelli della folla che passeggia in un centro commerciale al sabato pomeriggio.

I tedeschi di allora assomigliano agli uomini e alle donne di oggi, di questa ormai tarda primavera. E noi assomigliamo a loro. I più pensano ormai che il peggio sia passato, non ne vogliono più sapere nulla di pandemia ed epidemia, di terapie intensive e di arresti domiciliari. È la vittoria dell’infantilismo moderno: ridatemi la spiaggia, l’espresso al bar, voglio solo tornare alla vita di prima. E poi: la speranza. Questo spettro contemporaneo che si nutre, come il sangue per i vampiri, di una ingenuità totale e disarmante. La speranza è diventata uno strumento di imbastardimento politico e psicologico. È populismo puro. Serve per curare qualunque malattia. Il rifiuto di comprendere le cause del virus, le condizioni ecologiche che gli hanno permesso il suo spettacolare spillover, le conseguenze sistemiche della disintegrazione di un benessere economico precario, fittizio, illusorio. La speranza è un balsamo contro la coscienza sporca che non abbiamo fatto nulla, prima, non adesso, per prevenire il disastro. La speranza mi aiuta ad evitare la responsabilità. È un vecchio adagio cattolico. Non ti preoccupare, tanto Dio vede e provvede. Non può mandare a monte la Creazione. Non può perdere le sue creature. E se andasse maluccio, avrai la vita eterna. 

La speranza non serve a nulla. Se non a dilazionare i tempi di reazione. Peggiorando ancora di più i sintomi. Lo ha spiegato con la giusta rabbia Nilah Burton su VICE ( agli ambientalisti da salotto con il santino della pala eolica al posto del crocifisso, non piacerà). Mary Eglar è una scrittrice in residence della Columbia University ed attivista che studia la sofferenza psicologica delle comunità più povere di neri americani maggiormente esposti agli effetti dei cambiamenti climatici. Secondo la Eglar “la rabbia climatica è una risposta normale a queste ingiustizie e alla continua violenza”. Il confronto con i bianchi è dirompente: “troppo spesso la comunità che si esprime sul clima, guidata da bianchi, si appoggia sull’idea di speranza, che conduce all’inazione. La speranza è un concetto bianco. Si suppone che tu abbia prima il coraggio, poi l’azione e quindi la speranza. Ma i bianchi mettono davanti la speranza. La loro insistenza sulla speranza, in tutti questi anni, dove ci ha portati esattamente? A un bel niente”. 

E questo niente, adesso, prolifera, come un virus in coltura, sulla retorica della solidarietà, del ritorno al sorriso, della speranza per il vaccino che verrà, della spiaggia a lettini distanziati ma pur sempre estate. Natalia Aspesi, in una intervista acidissima, ha detto che non saremo più buoni, dopo, ma ancora più cattivi. E quindi, aggiungo io, ancora più speranzosi. Che la catastrofe ambientale prima o poi si risolverà da sola, che i dati in nostro possesso sul crollo delle reti trofiche negli ecosistemi siano esagerati, che la macchina elettrica spazzerà via il rumore, il particolato e la tristezza dalle nostre metropoli zeppe di amarezza, povertà e giovani disoccupati. È questa speranza vuota, ripetitiva, ridicola il male peggiore. E assomiglia tantissimo alle speranze della società tedesca nell’assolata e spensierata estate del 1939. 

(Foto: un reduce della Prima Guerra Mondiale a Berlino).

Il Pianeta è entrato in una trasformazione irreversibile

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A dispetto delle stupefacenti immagini di animali che si lanciano in solitarie esplorazioni delle nostre città deserte, cresce il numero di studi scientifici a conferma del fatto che il nostro Pianeta è ormai entrato in una fase di trasformazione irreversibile. Il termine inglese è molto appropriato, perché spiega meglio di cosa parliamo: self-transformative. Gli effetti retroattivi e i meccanismi di feedback innescati dalle alterazioni sistemiche a biosfera ed atmosfera funzionano, per così dire, in autonomia. Ci muoviamo insomma su uno scenario che mostra già importanti indicatori di cambiamenti su scala biologica e climatica epocali. Ovunque nel mondo.

Un team di ricercatori della UCL di Londra ha lavorato sui depositi fossili di foraminiferi( i protozoi che formano il plancton e che fluttuano nelle acque oceaniche e quelli che vivono invece a stretto contatto con la superficie dei fondali), microrganismi molto sensibili alle variazioni delle temperature, a sud dell’Islanda. L’obiettivo era quindi capire, attraverso questi fossili, come è cambiato l’Atlantico nord orientale nel corso dei millenni. I risultati sono impressionanti: “siamo riusciti a fornire la prima prova che nel ventesimo secolo la circolazione delle acque di superficie nell’oceano nell’Atlantico nord orientale è stata anomala rispetto agli ultimi 10mila anni. Questo cambiamento ha causato una sostituzione delle acque sub-polari fredde con acque sub-tropicali più calde, con conseguenze dirette sulla distribuzione dei microrganismi marini”. Il brusco cambio di passo è registrato nei foraminiferi ormai fossili del secolo scorso.

L’impronunciabile Turborotalita quinqueloba, ad esempio, una specie appartenente al plancton che predilige le acque fredde, è stata la protagonista dei sedimenti oceanici di foraminiferi durante tutto l’Olocene, occupando fino al 40% dello spazio disponibile. Ma a partire da circa il 1750 la Turborotalita è crollata. E dall’inizio del Novecento hanno cominciato a stare sempre peggio anche i foraminiferi bentonici, quelli cioè che vivono direttamente sulla superficie dei fondali oceanici in questa porzioni di Atlantico.

“I trend del ventesimo secolo superano di gran lunga il tasso di variabilità osservato nelle registrazioni fossili di questo sito negli ultimi 10mila anni”, concludono gli autori, “la struttura spaziale di questi cambiamenti e ulteriori ricostruzioni della circolazione atlantica sublocare (la cosiddetta North Atlantic Sub Polar Gyre) suggeriscono un passaggio di livello nelle dinamiche oceaniche della regione del Nord Atlantico sull’intero bacino, avvenuto nel ventesimo secolo. Benché rimangano delle incertezze, noi suggeriamo che l’accresciuto ingresso di acqua dolce nella circolazione nord atlantica sia stata la probabile causa di questa alterazione”. 

I cambiamenti climatici agiscono come pressione selettiva sui gruppi di specie che occupano un certo ecosistema, ma lo fanno su scala differente rispetto alle normali pressioni ambientali. Quello che non è ancora chiaro è se eventi come enormi siccità, inondazioni e tempeste agiscano su una selezione di breve periodo, immediata, degli individui di una specie o se invece possano modificare interi gruppi di specie tra loro affini su spazi temporali e geografici estesi. Questo campo di indagine incrocia la climatologia con la biologia evolutiva e quindi con un altro processo ecologico già in corso, di cui intravediamo soltanto i contorni: lo spostamento dei biomi verso latitudini più elevate a causa dell’innalzarsi delle temperature.

Un improvviso e devastante evento climatico può agire all’interno di una singola popolazione delle stessa specie. È quanto emerge da uno studio appena pubblicato sia su NATURE che sulla PNAS, che ha preso in considerazione gli uragani dell’area caraibica.

Secondo gli autori, gli uragani potrebbero essere un fattore di modificazione dei tratti fenotipici di una popolazione animale perché funzionano rapidamente come agente di selezione naturale. Lo studio, anche questo pionieristico, è stato condotto nel minuscolo arcipelago caraibico di Turks and Caicos, tra le Bahamas (a nord) e Haiti (a sud), su una specie comune di lucertola locale, la Anolis scriptus. Queste isole sono state colpite di recente, nel 2017, da due uragani, Maria e Irma. Nelle sei settimane successive a questi shock estremi, i ricercatori hanno verificato che “le popolazioni di lucertole sopravvissute differivano nella misura del corpo, nella lunghezza relativa delle zampe e nella grandezza dei polpastrelli delle dita rispetto a quelle attive prima della tempesta”. I polpastrelli servono a queste lucertole per arrampicarsi e per tenersi alle rocce sotto lo sferzare dei venti. La conclusione è che “gli uragani possono indurre un cambiamento fenotipico in una popolazione perché implicano una selezione naturale. Nei prossimi decenni, mentre gli eventi climatici estremi diventeranno più intensi e frequenti, la nostra comprensione di queste dinamiche evolutive deve essere integrata negli effetti di episodi potenzialmente capaci di una severa azione selettiva”. 

Scrivono sulla PNAS: “Abbiamo dimostrato un effetto trans-generazionale di selezione estrema sulla grandezza dei polpastrelli delle zampe per 2 popolazioni nel 2017. Data la brevità degli effetti imposti dagli uragani, ci siamo chiesti se le popolazioni e le specie che subivano più spesso gli uragani avessero polpastrelli più grandi. Abbiamo usato 70 anni di registrazioni storiche sugli uragani dimostrando che la misura dei polpastrelli è positivamente correlata alla attività degli uragani sia per le 12 popolazioni insulari di Anolis scriptus che per le 188 specie di Anolis nei Neo Tropici. Gli eventi climatici estremi si stanno intensificando e potrebbero essere dei fattori sottostimati di schemi bio-geografici di ampio raggio che coinvolgono la biodiversità”. 

Uscire alla pandemia e venire a patti con noi stessi

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C’è un indice epidemiologico che tutti conosciamo. Presto o tardi nella vita chiunque di noi lo incontra. Il bisogno di venire a patti con noi stessi. Constatare, punto e chiuso, che non siamo in grado di risolvere le nostre contraddizioni con la perfezione di una equazione matematica. Il fallimento di un training psicologico ispirato al più rigoroso positivismo è uno degli aspetti più ingombranti dell’immagine che Homo sapiens ha di se stesso. Di solito se ne occupano gli scrittori. Ormai è materiale buono anche per gli ecologi. Da due mesi questo sgradevole sentimento di impotenza è diventato una carie che corrode lo smalto nel dente compromesso delle nostre certezze giorno dopo giorno. 

Dinanzi a fatti come quelli di cui facciamo esperienza da fine febbraio, e su scala globale, si danno solo due alternative: o ti concentri esclusivamente sui tuoi affari, i tuoi affetti, insomma i due chilometri quadrati secchi e striminziti della tua esistenza piccolo-borghese, e allora ti basta la speranza, l’illusione del ritorno del sorriso, dello smorzamento delle misure di quarantena collettiva, il culto amorfo e inconcludente della presunta normalità (415 ppm di CO2 in atmosfera contro le 290 ppm di inizio Ottocento); o ti guardi dentro, scavi nelle cause neanche troppo remote, ahimè, del disastro e allora sprofondi nella depressione, perché il Pianeta e la sua specie dominante, noi, non siamo sotto nessun rispetto ciò che ti sei sempre augurato, oppure, invece, trovi la forza morale per riflettere su quale etica della scelta è utile al principio del terzo decennio del XXI secolo. 

Qualche giorno fa Jaqueline Rose ha scritto sulla LONDON REVIEW OF BOOKS un vasto essay (Pointing the finger, puntare il dito) su La Peste, il celebre romanzo di Albert Camus. Lo ha fatto perché da quando, alla fine di gennaio, il virus è piombato sull’Europa occidentale le vendite di questo libro pubblicato nel 1947 sono cresciute in modo esponenziale. Rose ricorda che Camus stesso, in un taccuino di appunti preparatori del 1938, scrisse che la gente protagonista della sua storia “mancava di immaginazione. Non pensavano affatto alla scala reale della epidemia. E i rimedi che progettavano erano scarsamente adeguati anche ad un semplice raffreddore”. 

Niente di più attuale (il che, forse, spiega le statistiche di vendita del libro in formato tascabile). Qui in Italia, una marea sterminata di talk show televisivi a commento e analisi della epidemia ha omesso sistematicamente di allertare l’opinione pubblica sulla gravità di questa condizione. Non ci lasceremo il peggio alle spalle quando sarà pronto un vaccino. Il virus di Wuhan è solo il primo segnale di un collasso sistemico i cui sintomi, forse per la prima volta negli ultimi 30 anni, considerato il gradiente di dolore della parte ricca del Pianeta (noi), sono finalmente visibili anche là dove c’è stato fino ad ora solo ignoranza, ignavia e shopping. Nel romanzo di Camus la gente comincia a capire che qualcosa non funziona solo quando i morti si contano anche tra gli esseri umani. Fin tanto che a morire erano i topi, calma piatta.

Nascosti dietro le tende dei loro ordinati appartamenti, gli umani non riuscivano a riconoscere se stessi nei cadaveri dei topi. Per questo erano paralizzati nel diagnosticare la malattia. Infliggersi un black out di coscienza (scegliere di non capirci nulla e rifiutare di capirci qualcosa) non è utile solo ad evitare di trovare il propio nome e cognome là dove sarebbe spiacevole vederlo scritto nero su bianco; è molto utile anche a scansare quella forma di impotente depressione che sale dallo stomaco, fino a serrare la gola, quando realizzi che le tue aspettative sul mondo sono utopiche, irreali e forse oniriche. Quindi solo tue, narcisistiche e fonte di un disagio sconfinato. 

Anche sul sito dell’IPBES (Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services, l’istituto di ricerca indipendente che nel maggio 2019 ha pubblicato il Global Assessment sulla biodiversità del Pianeta) è apparso qualche giorno fa un garbato invito a riconoscere noi stessi in questo presente: “c’è una singola specie che è responsabile per la pandemia da Covid-19: NOI. Come per il clima e la crisi di biodiversità, la recente pandemia è una conseguenza diretta dell’attività umana, soprattutto del nostro sistema economico-finanziario globale, fondato su un paradigma riduzionista che premia la crescita economica a qualunque costo. Abbiamo ormai un ristretto ventaglio di opportunità per superare le sfide poste da questa crisi e per evitare di seminarne in futuro i semi (…) la deforestazione rampante, l’espansione incontrollata dell’agricoltura, l’allevamento intensivo, le miniere e lo sviluppo delle infrastrutture, così come lo sfruttamento delle specie selvatiche hanno creato una tempesta perfetta per il passaggio di malattie dagli animali selvatici alle persone (…) E a questo va aggiunto il commercio non regolato di animali selvatici e la crescita esplosiva dei viaggi aerei su scala globale. È chiaro, allora, come un virus che un tempo circolava senza danni tra una specie di pipistrelli del sud est dell’Asia abbia ora infettato quasi 3 milioni di persone. Eppure, questo potrebbe essere solo l’inizio. Benché le malattie da animale a uomo causino già una stima di 700mila morti all’anno, il potenziale per le future pandemie è vasto. Si ritiene infatti che esistano ancora nei mammiferi e negli uccelli acquatici 1.7 milioni di virus non identificati del tipo conosciuto per poter poter infettare gli esseri umani. Uno qualunque di questi potrebbe essere la prossima ‘malattia X’, potenzialmente ancora più distruttiva e letale del Covid-19”. 

Firmano questa nota Josef Settele, Sandra Diaz e Eduardo Brondizio, tutti Co-chairs del Global Assessment del 2019, e Peter Daszak, Presidente  della EcoHealth Alliance ed esperto di settore per il nuovo studio IPBES ( il Nexus Assessment) sul legame tra biodiversità, salute e cibo.  

Due considerazioni sono fondamentali. La prima è questa: esistono in natura, quindi per precise ragioni ecologiche, dei “luoghi caldi”, di solito corrispondenti alle regioni a più alto tasso di biodiversità, che sono, proprio perché ricche di specie animali, serbatoi di virus forse fatali per noi. La nostra specie assomiglia a una macchia che si espande senza sosta sul Pianeta in tutte le direzioni, raggiungendo sempre più velocemente questi posti e di conseguenza aumentando con sempre maggiore frequenza la possibilità di incontri pericolosi. Anche questa condizione appartiene allo stato naturale delle cose, da un duplice punto di vista. Prima di tutto perché anche noi siamo parte della biodiversità della Terra. Ma, come ogni altra specie, anche noi siamo un “laboratorio permanente” dal punto di vista evolutivo e questo significa che la nostra specie risponde ancora oggi alle sollecitazioni ambientali (una risposta fisiologica e immunitaria, cioè sviluppando la malattia) venendo a contatto con specie (virus e batteri) che non avevamo mai incontrato prima. Il cantiere ecologico ed evolutivo che è la biosfera ci riserva delle sorprese, che entrano in conflitto con i nostri tratti culturali più spinti (costruire economie articolate, rapaci e globali). Da un punto di vista strettamente biologico, lo spillover fa parte del gioco. 

La seconda considerazione è questa. La popolazione mondiale cresce di più di 80 milioni di persone ogni anno. Dal 1945 si sono aggiunti al totale un miliardo di persone ogni 12- 15 anni. Siamo più che raddoppiati dal 1970. La macchia si estende ad una velocità contraria ad ogni principio di precauzione, ma soprattutto a discapito di se stessa. La psicologia ci insegna che, purtroppo, il suicidio è un atto perfettamente programmato e cosciente, consapevole, che non esclude affatto la più crudele razionalità. Conoscere se stessi può non essere la terapia risolutiva, ma sapersi capaci di cose anche molto brutte aiuta a ritrovare la strada del principio di realtà. 

SE SEI ARRIVATO FIN QUI – Se vuoi approfondire il tema della pandemia, del commercio legale e illegale di specie selvatiche è uscito su Amazon il mio ebook WILDLIFE ECONOMY – Africa, Asia e Sud America: dove e perché mangiamo specie in via di estinzione. 

FAO: la pandemia peggiorerà l’insicurezza alimentare globale

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Anche la fame e l’insicurezza alimentare formano, insieme, una crisi sistemica, destinata ad incidere sul post epidemia in modo serio e direi fatale per migliaia di persone nelle nazioni meno ricche del Pianeta. Il Global Report on Food Crisis 2020 della FAO fornisce dati preoccupanti (raccolti prima del Covid-19) : 135 milioni di persone in 55 Paesi si trovano in condizioni di grave insicurezza alimentare e di queste 73 vivono in Africa. Va peggio del 2018 a causa di crisi concomitanti, non solo militari ( DRC e Sud Sudan), ma anche climatiche: ad esempio le siccità in Pakistan, Zimbabwe e Haiti. Altri 183 milioni in 47 Paesi sono ad un passo dallo scivolare anch’essi nella miseria alimentare. Tra i peggio messi ci sono anche il Venezuela e il nord della Nigeria: è un disastro globale. 

È importante sottolineare che lo stress alimentare calcolato da questo Rapporto FAO prende in considerazione due parametri:  l’apporto calorico e la varietà della dieta. In altre parole: non si può vivere sani o crescere mangiando solo miglio, riso e manioca. 

Più della metà dei 77 milioni di persone che patiscono la peggiore insicurezza alimentare in Medio Oriente e in Asia vive in Paesi in cui ci sono conflitti armati di vario genere; poi ci sono le crisi regionali, anche queste militari, del bacino del Lago Chad e delle nazioni del Sahel. L’intera fascia centrale sub-sahariana del continente, dal Cameroon al Burkina fino alla Repubblica Centro Africana (CAR) vive in uno stato cronico di stress alimentare. Anche in America Latina e nei Caraibi l’instabilità civile e politica, unita ai cambiamenti nei pattern climatici, sta creando le peggiori condizioni per l’instaurarsi di una fragilità alimentare conclamata. 

È  molto probabile nei prossimi mesi un peggioramento della insicurezza alimentare e della carestia per decine di milioni di persone: “se è vero che il Covid-19 non fa discriminazioni, i 55 Paesi e i loro territori che ospitano questi 135 milioni di persone in acuta insicurezza alimentare con urgente bisogno di aiuto umanitario, cibo e assistenza alla nutrizione sono i più vulnerabili alle conseguenze di questa pandemia, perché hanno una limitata o inesistente capacità di fronteggiare gli aspetti sanitari, di salute e socio-economici dello shock. Queste nazioni potrebbero trovarsi di fronte al dilemma di decidere se salvare vite o mezzi di sostentamento o, nel peggiore degli scenari, se salvare persone dal virus o farle morire di fame”. 

Come ha detto al magazine americano VOX Sean Granville-Ross, economista keniota esperto in agricoltura e organizzazioni umanitarie, “una crisi massiccia legata al corona virus potrebbe diventare rapidamente, in egual misura, una crisi di sicurezza alimentare. Sappiamo infatti che milioni di persone in Africa vivono già sul filo di lana della povertà o appena sotto. Basta un piccolo shock o una crisi a spingerli ben sotto quella linea”.

Un possibile collasso potrebbe subirlo naturalmente anche l’economia informale delle metropoli urbane e cioè tutte quelle attività di vendita al dettaglio, in strada, di servizi a richiesta che non sono inquadrati nell’economia ufficiale, ma che sostengono il reddito di decine di milioni di persone indigenti. Altre incognite riguardano i prezzi dei generi alimentari in importazione ed esportazione. La Repubblica Democratica del Congo, il Sudan, la Siria e lo Yemen, ad esempio, dipendono fortemente dalle importazioni, ma hanno una moneta debole ed enormi problemi interni di instabilità sociale, guerriglia e campi profughi. I prezzi del cibo sui mercati internazionali potrebbero salire a totale detrimento dei milioni di poveri già in estrema difficoltà. 

C’è poi il cambiamento climatico. Lo Zimbabwe è un caso emblematico.

Secondo la FAO, qui solo in 2 stagioni di semina e raccolta sulle ultime 5 le piogge sono state normali. Nel 2019 il Paese ha attraversato la peggiore siccità degli ultimi decenni, con temperature che in alcune regioni sono arrivate a 50 gradi Celsius. Il ciclone Idai del marzo 2019 ha coinvolto 270mila persone nei distretti orientali e meridionali, aggiungendo devastazione ad un Paese con una inflazione devastante e una crisi politica mai risolta neppure con la morte del suo storico dittatore, Robert Mugabe. La produzione di mais del 2018/2019 è stata del 40% più bassa della media degli ultimi cinque anni. Queste condizioni si traducono nella percentuale di bambini tra i 6 e i 23 mesi che sono adeguatamente nutriti: solo l’11%. 

La conclusione del Rapporto FAO è questa: “la pandemia può rivelarsi devastante per la vita e sicurezza alimentare, specialmente in contesti di fragilità e in modo particolare per la maggior parte delle persone vulnerabili che lavorano nella agricoltura informale e dei settori agricoli. Una recessione globale, poi, distruggerà le reti di rifornimento del cibo”.

E infine ci sono le locuste.

In Africa orientale, anche dove le piogge sono state abbondanti per i campi, lontano quindi da terrificanti siccità, le alluvioni anomale, hanno generato una invasione di locuste di proporzioni bibliche. 

“Benché operazioni di controllo terrestre ed aereo siano in progress, le piogge diffuse che sono cadute alla fine di Marzo permetteranno a nuovi sciami di persistere in condizioni di umidità, di maturare e di deporre le uova, mentre nuovi sciami potrebbero quindi muovere dal Kenya all’Uganda, al Sud Sudan e in Etiopia. Durante maggio le uova si schiuderanno in nuovi sciami, pronti entro la fine di giugno e luglio, in concomitanza con l’inizio dei raccolti”, avverte il LOCUST WATCH della FAO. 

In Kenya, da qui a luglio si teme che siano colpite almeno 985mila persone. In Etiopia, stormi di locuste si stanno disperdendo verso nord, nelle regioni di Oromio e in direzione della Somalia. Il 17 aprile uno stormo è stato avvistato a Katakwi, in Uganda. Possibili sciami potrebbero abbattersi nei prossimi due mesi anche sulla Penisola Arabica e sull’Oman. 

Come ha scritto David Quammen nel suo best seller Spillover, se c’è una lezione che le zoonosi impartiscono con chirurgica precisione è che tutto ha una origine. Direi che ce ne è anche un’altra, forse ancora più misconosciuta: nulla avviene a bocce ferme. Vale a dire che nessuna crisi esplode nel migliore dei mondi possibili e che noi abbiamo fatto di tutto per far accadere questa nel peggiore dei contesti sociali ed ecologici. Con un cambiamento climatico sostanzialmente fuori controllo e una inerzia politica totale nei confronti della catastrofe ecologica, era scontato che un evento stocastico con una potenzialità di amplificazione planetaria ci avrebbe trovati del tutto impreparati ed esposti. Ed è questo che si presenta davanti a noi negli scenari alimentari globali: un inasprimento di condizioni insostenibili da decenni. 

Foreste assetate

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Quando la pandemia sarà sotto controllo, non sarà tutto finito. L’unica novità sostanziale degli ultimi tre mesi è l’evidenza del fatto che ogni crisi biologica ed ecologica è ormai una crisi sistemica. Una crisi, cioè, capace di sovvertire ogni aspetto della nostra civiltà fondata, per dire il meno, su premesse ottocentesche (l’uso di fonti energetiche fossili, l’uso indiscriminato delle risorse animali, una demografia senza freni finalizzata a sostenere una produzione altrettanto priva di limiti espansivi).

Una delle crisi sistemiche dell’immediato futuro è la siccità. Negli Stati Uniti Occidentali (una area geografica che comprende California, New Mexico, Idaho e Oregon) è in corso, secondo una ricerca appena pubblicata, la prima mega-siccità innescata dal cambiamento climatico degli ultimi 1200 anni. Un evento acuto che sarebbe cominciato nel 2000, e cioè venti anni fa, con una diminuzione progressiva delle precipitazioni.

Le domande che circondano una situazione di questo tipo, non solo negli Stati Uniti, ruotano attorno alla tenuta degli ecosistemi e delle specie vegetali e animali che li popolano di fronte ad alterazioni così severe e prolungate. 

“Gli impatti di un Pianeta più caldo non sono più proiettati nel futuro. Sono già qui. Mentre il Pianeta diventa più caldo, gli effetti dello stress termico da calore sugli organismi che tentano di sopravvivere oltre le temperature per cui si sono evoluti diventa sempre più evidente. Dagli insetti alle barriere coralline, fino all’intera biodiversità e agli ecosistemi, i ricercatori scrivono la cronaca delle conseguenze dello stress da calore con temperature record”, ha scritto Jim Robbins sul blog della Università di Yale. 

SCIENCE ha dedicato alla siccità uno speciale, uscito lo scorso 16 aprile. Uno studio firmato dai ricercatori di 4 università – University of Tasmania (Australia), University of Minnesota (USA), Université Clermont Auvergne (Francia) e Western Sidney University (New South Wales, Australia) – fa il punto su un altro tipo di stress ecologico: lo stress idrico estremo delle foreste. 

Il paper (Hanging by a thread? Forests and drought) analizza infatti la sensibilità del sistema vascolare degli alberi in condizione di siccità critiche: “il corso estremamente rapido del cambiamento climatico – scrivono gli autori – sembra stia introducendo una enorme instabilità nei tassi di mortalità delle foreste, a livello globale”. 

La ricerca insiste su un aspetto evolutivo particolarmente importante per capire i motivi intrinseci alla biologia degli alberi che rendono le foreste della Terra così pericolosamente esposte al crescere delle temperature. 

Alcuni dei meccanismi che regolano il metabolismo degli alberi, consentendo la crescita del fusto e favorendo la resilienza alla penuria di acqua, possono amplificare in negativo la reazione fisiologica dell’albero ad una condizione di drastica e prolungata assenza di acqua. La fotosintesi ha bisogno di CO2 per produrre energia e quindi di una alto tasso di porosità delle foglie, che la assorbono insieme ai raggi solari. Ma le foglie sono anche traspiranti, rilasciano cioè vapore acqueo, e il gradiente di traspirazione aumenta al crescere delle temperature. Se la siccità diventa severa l’albero entra più rapidamente in uno stato di stress metabolico sistemico. Gli ecologi chiamano queste interferenze tra tratti evolutivi consolidati in migliaia di anni e le attuali condizioni ambientali “conflicting selection pressure”, pressione di selezione conflittuale. Questo stato delle cose è globale, non riguarda solo le foreste tropicali o le savane. Infatti, la distribuzione attuale delle specie di alberi negli ecosistemi della Terra riflette già il loro adattamento a precisi schemi climatici. In parole semplici, le specie di alberi e piante attualmente presenti sul Pianeta sono minacciate dal crescere delle temperature perché le loro caratteristiche metaboliche riflettono degli adattamenti evolutivi che non sono adeguati alle nuove condizioni climatiche, in divenire, del Pianeta.

Secondo gli autori, la futura tenuta delle foreste potrà meglio essere compresa utilizzando come indicatore il “rischio di cavitazione” delle cellule cellule che compongono il tessuto legnoso delle piante, e cioè gli xilemi. All’interno di queste cellule funziona infatti una precisa dinamica idraulica che permette all’acqua del suolo di passare dalle radici alla chioma dell’albero. Nella fisiologia idrica degli xilemi sta quindi anche la vulnerabilità di ogni pianta alle siccità estreme perché è nelle cellule che può innescarsi un effetto domino irreversibile che conduce alla morte dell’albero. È questo uno scenario ormai di proporzioni globali: “La maggior parte dei dati empirici suggerisce che il declino delle foreste è già in corso. Futuri miglioramenti nella comprensione delle fisiologia degli alberi e un monitoraggio dinamico sono indispensabili per migliorare la chiarezza delle previsioni future. E tuttavia, cambiamenti nella struttura e nella ecologia delle comunità di alberi sono ormai certi, così come lo sono le estinzioni di alcune specie di alberi per azione diretta o indiretta delle siccità e delle temperature elevate”. 

Quando le foglie traspirano di più perché le temperature sono troppo alte la tensione idrica degli xilemi diventa maggiore e più instabile. All’interno della parete cellulare dello xilema la tensione negativa genera spazi vuoti  e quindi bolle di aria, che provocano una embolia  e di quindi il blocco nel passaggio dell’acqua. Un clima eccezionalmente caldo, unito alla siccità, compromette quindi la capacità degli alberi di distribuire l’acqua dalle radici ai rami ( water transport capacity ). A collassare è la dinamica idraulica interna dell’albero, che muore prima che tornino le piogge.

Se anche un albero sopravvive, i danni fisiologici riportati innescano degli effetti a cascata le cui implicazioni riguardano anche la capacità delle foreste di stoccare carbonio: “l’eredità di una siccità, in termini di danni e mortalità degli alberi, è spesso protratta nei mesi e negli anni successivi al picco di aridità, il che implica le ancora più complesse interazioni tra l’acqua racchiusa nelle piante e il carbonio stoccato nella pianta stessa, elementi anch’essi importanti nel processo di guarigione. Le piogge permettono agli alberi che non hanno patito il collasso catastrofico degli xilemi di sostituire gli xilemi danneggiati attraverso la crescita di nuovo tessuto legnoso. Ma questo ha un alto costo energetico e può portare ad un depauperamento delle riserve di carbonio e quindi ad una vulnerabilità nei confronti dell’attacco degli insetti”.

Con gli attuali trend delle temperature medie globali, il range delle foreste è destinato a cambiare, perché il “migration tracking” è una delle strategie evolutive con cui le specie, anche vegetali, tentano di sfuggire all’estinzione: spostandosi per seguire le condizioni climatiche ed ecologiche per cui si sono evolute. In questo secolo sono previsti dei decisi slittamenti delle specie vegetali e arboree verso nicchie ecologiche diverse (il cosiddetto range shift). Una altra possibilità è l’adattamento alle nuove condizioni. E tuttavia “questo meccanismo di sopravvivenza è contingente alla capacità delle specie di migrare rapidamente e poche specie è verosimile saranno abbastanza veloci da tenere il passo con l’attuale velocità di riscaldamento del clima”. 

Questo significa solo una cosa: rischio di estinzione. Un rischio che è particolarmente acuto, esattamente come accade per le popolazioni delle specie animali, perché minore è la diversità degli alberi di una specie, all’interno delle foreste, maggiore è l’esposizione agli effetti fatali delle temperature più calde: “Il potenziale per i livelli di adattamento che tengano il ritmo dei cambiamenti ambientali dipende da un certo numero di fattori, inclusi i livelli di diversità genetica presente su tratti decisivi, la differenziazione tra le popolazioni di alberi che resistono e quelle che si espandono, il flusso di geni tra popolazioni”. Gli studi disponibili su queste questioni, che ragionano cioè sui tratti genetici che regolano le dinamiche idrauliche, riguardano le conifere e le piante decidue delle latitudini temperate. La resistenza alla cavitazione degli xilemi è bassa nei pini, ma può essere più marcata nelle angiosperme come il faggio: “questa mancanza  di diversità genetica può limitare la capacità di adattamento alla crescente aridità per come sono distribuite le piante oggi. Le foreste con una più elevata diversità nei tratti che regolano l’idraulica degli alberi appaiono meglio attrezzate contro i cambiamenti come la quantità di acqua nel suolo e un deficit di pressione interna”. 

La lezione di Bergen Belsen

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Mercoledì saranno 75 anni dalla liberazione del campo di Bergen Belsen, il lager vicino Hannover, Germania, in cui le truppe Alleate trovarono 70mila persone ridotte a scheletri, molti già morti e lasciati a decomporsi in mezzo ai vivi. Questo capitolo sconvolgente della Guerra Mondiale si è fissato nell’immaginario comune grazie alle riprese girate sul posto, montate poi in un documentario ufficiale. Ma le distese di cadaveri di Bergen Belsen, da sé, non state sufficienti a tramandare agli Europei del futuro la lezione più mostruosa che avevano, loro malgrado, incarnato. 

Questa lezione è particolarmente atroce oggi, al tempo della pandemia, perché descrive in profondità i tratti del nostro carattere umano che non si erano affatto esauriti con il 1945, ma che, funzionando a pieno regime sotto altre spoglie, hanno condotto al disastro biologico di Wuhan, Cina, gennaio 2020. 

Intanto, Bergen Belsen fu una nemesi europea, e non solo tedesca. Crollava, con l’apparato ideologico del regime che aveva voluto il campo, l’orgoglio europeo di essere una fulgida civiltà di principi umani e umanistici, esportabili ad altre culture in altri continenti in nome di una superiorità morale coltivata in XV secoli di Cristianità. Quasi nulla di tutto questo è purtroppo filtrato nella nuova Europa della ricostruzione, votata al commercio globale iper-organizzato, alla prosperità economica liberista e al saccheggio del Pianeta. I suoi media di massa hanno invece propagato e rafforzato il luogo comune che Bergen Belsen fosse l’apice di una nemesi esclusivamente tedesca. È così che ci siamo messi tranquilli, a pianificare il nuovo mondo dell’innocenza collettiva, ora che tutto è finito. 

Ma se affrontiamo il problema posto a noi posteri da Bergen Belsen siamo costretti invece a guardare in faccia un aspetto della realtà storica dei più misconosciuti. Ogni epifania storica ha dei precedenti. Gli episodi più scabrosi della esperienza umana sono sempre il frutto ultimo di una lunga preparazione, che li ha tenuti in incubazione, li ha preparati passo dopo passo, li ha predetti. 

Il Nazismo non ha preso il potere in due giorni, ma in 13 anni. C’è un capolavoro della letteratura tedesca di quel periodo, E adesso, pover’uomo?, di Han Fallada (edizioni Sellerio 2008), che uscì nelle librerie della Repubblica di Weimar nell’estate del 1932. In questo romanzo crudele e cristallino Fallada racconta la disgrazia economica di una giovane coppia di Berlino. Tra un numero incalcolabile di cause culturali e politiche, è nella miseria incurabile di milioni di persone comuni che sprofondano le ragioni dell’adesione al regime. Dalla democrazia rappresentativa non arrivava nessuna risposta a coloro che erano costretti a vivere con 20 marchi al mese nelle baracche di legno che punteggiavano le campagne fino a 40 chilometri da Berlino. Le “capanne per le vacanze” , che divennero abitazioni di fortuna, scaldate, si fa per dire, con stufe a carbone in inverni che arrivavano a meno quindici gradi sotto lo zero. Ci sono ancora, oggi, queste casette improvvisate, fuori delle città tedesche, dove chi può coltiva un orto ed espone la bandiera della Germania riunificata. “Ordine e pulizia: roba di una volta. Pane e lavoro sicuri: roba di una volta. Farsi avanti e sperare: roba di una volta. La povertà non è soltanto miseria, la povertà è anche un reato, la povertà è un marchio, la povertà è sospetta”, scrive Fallada, centrando il sentimento di una generazione il cui rancore sociale finì in bancarotta morale. Nel consenso totale ai nuovi, che promettevano nuova dignità in una Germania nuova. 

Ora, questa pandemia non arriva dal nulla, e non arriva nemmeno in un contesto sociale in cui tutto va per il meglio. I precedenti datano almeno al 2008, se consideriamo la crisi sociale, e cioè alle politiche di austerity che hanno messo in ginocchio un ceto medio europeo già in affanno. E poi c’è la crisi biologica, quella negata dai media, ignorata dall’opinione pubblica, e che però intanto produceva, dall’estate del 2003, disastri climatici a ripetizione e l’epidemia di SARS nel 2002-03. Molti commentatori, soprattutto sulla stampa estera in lingua inglese, hanno espresso il timore che la pandemia, insistendo sulle diseguaglianze economiche già consolidate, possa condurci ad un inasprimento del razzismo, del nazionalismo e del sovranismo. Qui da noi, Alessandro De Angelis sull’Huffington Post ha più volte scritto del pericolo che il nostro Paese si divida ancora di più in fazioni autonome ed autarchiche, in mancanza di una unitaria visione di Paese che sappia dare risposte economiche rapide ed efficaci. 

Quel che ci dovrebbe far riflettere, ma per davvero, è però la linea di continuità tra diseguaglianze sociali ed epidemie. Così la pensa il brillante storico americano Peter Turchin, che ragiona a freddo sugli effetti della demografia umana.

Turchin: “Ci sono diversi trend, in generale, durante la fase pre-crisi che rendono il sorgere e la diffusione delle pandemia più probabili. Al livello più basilare, la crescita demografica sostenuta produce una più grande densità demografica, che aumenta la riproduzione fondamentale di praticamente ogni tipo di malattia. Ancora più importante, la eccessiva disponibilità di forza lavoro, risultato della sovrappopolazione, deprime i salari e i guadagni per la maggior parte delle persone. L’immiserimento, specialmente nei suoi aspetti biologici, rende la gente meno capace di combattere i patogeni. La gente in cerca di lavoro si sposta e si concentra nelle città, che diventano terreni di coltura per la malattia. A causa del movimento più consistente tra regioni, è più facile per le malattie saltare dentro le città”. Perché poi ci sono le élites, con potere di spesa, che comprano beni di consumo anche esotici, che vengono da lontano, e viaggiano da un continente all’altro con regolarità. Secondo Turchin, questo è uno schema che si è già ripetuto, benché con differente intensità, in coincidenza con ogni devastante epidemia della storia, dal Medioevo ad oggi. Turchin definisce questo schema “l’età della discordia” (the Age of Discord), intendendo che l’instabilità sociale è la camera di fermentazione di processi economici e biologici interdipendenti. 

La lezione sui precedenti è dunque questa. Non possiamo fare finta di niente e raccontarci che tutto tornerà come prima. L’evento di epifania – la pandemia – ha semplicemente scoperchiato la verità imbarazzante di un sistema sociale che non teneva fino a un mese fa, e non terrà nemmeno in futuro. 

Ha scritto Gael Giraud su Civiltà Cattolica: “I lavoratori, anche quelli più in basso nella scala sociale, prima o poi infetteranno i loro vicini, i loro capi, e gli stessi ministri alla fine contrarranno il virus. Impossibile mantenere la finzione antropologica dell’individualismo implicita nell’economia neoliberista e nelle politiche di smantellamento del servizio pubblico che la accompagnano da quarant’anni”.

Nessuno può più illudersi che la sua salvezza possa prescindere dalla salvezza delle specie animali e dei loro habitat, e dall’equilibrio climatico della atmosfera: 

“La salute di tutti dipende dalla salute di ciascuno. Siamo tutti connessi in una relazione di interdipendenza. E questa pandemia non è affatto l’ultima, la «grande peste» che non tornerà per un altro secolo, al contrario: il riscaldamento globale promette la moltiplicazione delle pandemie tropicali, come affermano la Banca Mondiale e l’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc) da anni. E ci saranno altri coronavirus (…) A breve termine, dovremo nazionalizzare le imprese non sostenibili e, forse, alcune banche. Ma molto presto dovremo imparare la lezione di questa dolorosa primavera: riconvertire la produzione, regolare i mercati finanziari; ripensare gli standard contabili, al fine di migliorare la resilienza dei nostri sistemi di produzione; fissare una tassa sul carbonio e sulla salute; lanciare un grande piano di risanamento per la reindustrializzazione ecologica e la conversione massiccia alle energie rinnovabili. La pandemia ci invita a trasformare radicalmente le nostre relazioni sociali. Oggi il capitalismo conosce «il prezzo di tutto e il valore di niente», per citare un’efficace formula di Oscar Wilde. Dobbiamo capire che la vera fonte di valore sono le nostre relazioni umane e quelle con l’ambiente”.

Esattamente come nel 1945, in quanto esseri umani, siamo tutti colpevoli della piega presa dalla nostra civiltà. Gli anniversari più spaventosi della nostra storia servono a capirlo.