Categoria: Range, Space and Landscape

C’è ancora spazio per la tigre indocinese nella Yai Forest della Tailandia

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Anche la tigre indocinese è ad un passo dall’estinzione. Ce ne sono solo 221 ancora allo stato selvaggio nel mondo, in due soli Paesi dell’Asia: la Tailandia e il Myanmar. Nella foresta del Dong Phayayen-Khao Yai Forest Complex della Tailandia (a nord di Bangkok e confinante, all’estremo est, con la Cambogia) 22 forse 30 tigri riescono ancora a riprodursi. La conferma viene dalla pubblicazione sulla rivista Biological Conservation dei risultati di una ricerca effettuata da tre team: Panthera, il Dipartimento per la conservazione delle specie selvatiche e delle foreste della Thailandia (Department of National Parks, Wildlife and Plant Conservation, DNP), la Freeland Foundation (che si occupa di contrastare il traffico di animali selvatici e il bracconaggio) e WildCRU (il think tank della Università di Oxford per i grandi predatori). 

Per capirci, stiamo parlando di una sottospecie di tigre, la Panthera tigris corbetti. La corbetti abitava un secolo fa tutte le foreste a latifoglie del sud est asiatico. Ne ho vista una impagliata al museo di storia naturale di Hanoi, in Vietnam, nel 2015. Un esemplare rarissimo anche per il tachidermista che le ha regalato l’eternità. 

Il fatto che in questa area protetta della Tailandia, patrimonio mondiale UNESCO, le tigri siano ancora in grado di riprodursi è una notizia positiva e per un motivo sostanziale. Quando una specie comincia ad essere estremamente rarefatta dal punto di vista numerico, non è raro che anche la sua fitness riproduttiva (la capacità di produrre nuove generazioni) crolli. Qui, la densità demografica delle tigri è di 0.63 ogni 100 chilometri quadrati: “questo studio è stato condotto nel Thap Lan-Pang Sida Tiger Conservation Landscape (TCL) dello Yai Forest Complex che ha una estensione di 4445 chilometri quadrati e si pensa possa sostenere un habitat sufficiente per una media di 50 tigri adulte”. I dati sono stati raccolti con fototrappole collocate in 88 punti strategici; le tigri sono state identificate e quindi contate grazie al particolare disegno di strisce nere che caratterizza in modo unico il manto di ciascun individuo. 

Ma le tigri della Yai Forest hanno un futuro? Perché futuro significa che la popolazione deve crescere e quindi allargare il proprio habitat. “Le chance di aumentare numericamente dipende sostanzialmente dalla nostra abilità nel ridurre le minacce. In questo contesto geografico, per queste tigri, ciò significa lavorare a livello delle comunità locali, del governo e degli stake holders, che devono mettere risorse economiche e volontà politica nel combattere il bracconaggio degli animali che sono le prede della tigre”, sostiene Chris Hallam, Monitoring Advisor Panthera. Le premesse sono buone secondo Abishek Harihar, PopulationEcologist nel Tiger Program sempre di Panthera: “Al momento, il governo della Tailandia è molto impegnato nella protezione di questa popolazione di tigri. E un supporto di questo tipo spesso si rivela decisivo per cominciare e sostenere un recupero numerico. Il DPKY Landscape si estende su 4000 chilometri quadrati e il nostro studio era focalizzato su circa 500 chilometri quadrati. Sì, c’è spazio per le tigri qui”. 

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Ho chiesto ad Abishek Harihar se tutto questo ha un riscontro anche nella genetica. Se cioè un gruppo così ridotto di individui può essere sufficiente per un incremento demografico funzionale: “22 individui è un numero molto piccolo, Da un punto di vista strettamente genetico si raccomanda sempre che una popolazione di circa 25 femmine in età riproduttiva. Tuttavia, questa considerazione è basata sulla esperienza diretta più che sulla teoria. Anche se studiamo il corredo genetico di questa popolazione, non possiamo dire con certezza se 22 è un numero di tigri coerente con un recupero. Detto tutto questo, questo paesaggio geografico ha il potenziale per sostenere più tigri di quante ce ne siano ora. Per questo, gli sforzi di conservazione devono essere indirizzi ad aiutare questo recupero in un contesto che ha importanza globale”. 

Questo studio sulle tigri della Yai Forest è rilevante anche per un altro motivo. 

I censimenti dei grandi predatori sono diventati una faccenda politica in tutto il mondo.

Nel 2010 tredici nazioni si sono incontrare a San Pietroburgo, in Russia, per il Global Tiger Summit. Obiettivo: pianificare interventi di conservazione che raddoppino i numeri della specie, da 3200 rimaste a 6400 entro il 2022. Un obiettivo di enorme ambizione, forse addirittura eccessiva. Perché le tigri aumentino, serve spazio. 

Lo scorso novembre è stato pubblicato sul magazine PHYS.ORG un articolo firmato da Biarne Rosjo dell’Università di Oslo dal titolo preoccupante: “Indian authorities may have exaggerated claims of rising tiger numbers”. L’articolo è circolato su Twitter attraverso la rete di biologi e conservazioni che si occupano di grandi carnivori, dei grandi felini e dei problemi di conservazione delle popolazioni isolate, una condizione tipica, ormai, di tutte le tigri rimaste. Le autorità indiane, scrive Rosjo, sostengono che il numero complessivo di tigri sia raddoppiato dal 2006, ma “è quasi impossibile che una popolazione di tigri cresca a questa velocità senza una spiegazione precisa”. L’India dichiarava 1411 tigri nel 2006, mentre lo scorso luglio ha reso nota la cifra di 2.967 tigri. Secondo il dottor Arjun Gopalaswamy della Wildlife Conservation Society (WCS) questi numeri sarebbero il risultato di errori metodologici e matematici. 

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La tigre potrebbe essere già entrata nel novero di specie che il geografo ed ecologo Chris Darymont (nel 2015 coniò il termine di “super predatore” per Homo sapiens) insieme ad altri colleghi ha definitopolitical populations: “Considerando il conflitto politico che circonda la protezione o la riduzione delle popolazioni di carnivori, avanziamo l’ipotesi che le stime sulle popolazioni (abbondanza e trend) e le politiche ad esse associate siano eccezionalmente sensibili proprio all’influenza politica. Ipotizziamo che alcuni governi e altre organizzazioni giustifichino politicamente le loro preferenze per rapporti o sovra o sotto dimensionanti sulle popolazioni di carnivori senza giustificazioni empiriche, creando così ciò che noi definiamo political population”. Un discorso che secondo gli autori vale già per orsi bruni, lupi e lince euro-asiatica. 

I predatori di vertice o di media taglia hanno ampi home-range ed entrano perciò in conflitto con le esigenze abitative, economiche e demografiche degli esseri umani. Ovunque: in Europa (pensiamo al Trentino), in Africa, in Nord America e a maggior ragione in Asia, nelle ex terre della tigre, tutte nazioni iperpopolate. Non c’è green economy o Green New Deal che possa sovvertire questi semplice dato biologico. Tutte le specie, il milione a rischi di estinzione secondo il Rapporto Ipbes 2019, sono a un passo dall’abisso a causa della eccessiva demografia umana, ma per i grandi gatti lo scontro con l’essere umano è particolarmente fatale. Come ha detto John Goodrich, coordinatore del Siberian Tiger Project “perché le tigri esistano, dobbiamo volerlo. Oggi come non mai”. Questo significa una sola cosa: affrontare con estrema schiettezza la questione della riproduzione umana. 

Photo Credits: Panthera Press Office

La cultura Han, e non il clima, ha deciso il destino delle megafauna cinese

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Che cosa è successo ai rinoceronti, agli elefanti, agli orsi e alle tigri della Cina orientale mentre si affermavano le dinastie di etnia Han, tra il X e il XVIII secolo? Sono stati spazzati via dalla espansione inarrestabile dalla crescente complessità sociale della raffinatissima cultura cinese. L’elaborazione culturale cinese, e non le fluttuazioni climatiche, è la causa della perdita totale di questi mammiferi nella Cina odierna.

È questa la conclusione a cui sono giunti un team di ricercatori cinesi e danesi in uno studio appena pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica PNAS (Long-term effects of cultural filtering on megafauna species distributions across China, by Shuqing N. Teng, Chi Xu, Licheng Teng e Jens.-Chistian Svenning). La ricerca ha preso in esame il destino – la diminuzione progressiva degli habitat – di 5 ordini (taxa) di specie di grandi mammiferi: l’elefante asiatico, i rinoceronti, l’orso nero asiatico, l’orso marrone e le tigri. I trend di popolazione di queste specie sono state ricostruiti attraverso l’analisi delle informazioni topografiche, storiche e geografiche dei distretti amministrativi della Cina lungo l’intero periodo studiato. Questi dati sono poi stati confrontati con quelli provenienti dai censimenti e quindi con gli scenari demografici che si sono via affermati man mano che l’agricoltura trasformava gli habitat e gli ecosistemi. 

“Il nostro studio fornisce evidenze dirette che l’evoluzione culturale, sin dall’antichità, ha superato il cambiamento climatico nello sbozzare gli schemi di diffusione della megafauna su ampia scala”, sostengono gli autori, “confermando la forte e crescente importanza dei processi socio-culturali sulla biosfera”. Se le specie animali sono state indispensabili per la costruzione della civiltà, è altrettanto vero che ne sono state le prime vittime. La cultura esercita cioè sulle specie animali un “effetto filtro (cultural filtering)”: decide della loro presenza, creando le condizioni per la loro estinzione locale, regionale e infine continentale. 

Questo studio conferma la crescente attenzione dell’ecologia per la storia, l’etnografia e l’antropologia. L’attuale condizione del Pianeta, infatti, è il prodotto di processi storici documentati dai sistemi di produzione delle civiltà (agricoltura e commercio) non meno che dalle idee con cui i popoli prendono possesso delle regioni in cui costruiscono la propria idea di impero. Nella Cina orientale, a partire dall’epoca che per noi europei coincide con l’insediamento continentale del potere carolingio, gli Han si differenziano dalle altre etnie cinesi attraverso la scelta di puntare tutto sull’agricoltura estensiva. Dal X secolo, la Cina comincia a trasformare così i propri paesaggi selvaggi in una forma di eredità naturale modellata dalla cultura, e che sarà passata alle generazioni successive in modo irreversibile. 

Da quel momento, i rinoceronti hanno subito una contrazione territoriale graduale, ma costante, fino a sparire alla metà del XX secolo; l’elefante sopravvive, ma non ad Oriente dell’immensa nazione cinese; gli orsi e le tigri sono riusciti a rimanere stabili fino alle soglie dell’Ottocento, per poi scivolare nell’oscurità perenne dell’estinzione. Il caso della tigre è particolarmente interessante, perché le sottospecie cinesi si sono rivelate molto più sensibili degli altri taxa alle oscillazioni climatiche degli ultimi secoli.  Erano meno numerose durante la cosiddetta Piccola Età Glaciale (1630-1953) e ancora oggi però sopravvivono nelle aree tropicali. È quindi probabile, secondo gli autori, che la tigre sia scomparsa per l’imperversare di una tempesta perfetta di clima e agricoltura. Durante il periodo più freddo le attività umane potrebbero aver rallentano in intensità, a causa delle temperature più rigide. Ma le registrazioni ufficiali degli ultimi 4 secoli di impero cinese (1400-1900) contengono testimonianze di un conflitto crescente, come accade oggi in Africa con il leone. Le tigri aggredivano più spesso i contadini e le autorità erano meglio disposte a ucciderle. 

Per gli autori l’incremento della complessità sociale in Cina fu possibile proprio grazie all’agricoltura, che divenne “il fondamento delle vite dei singoli individui e di tutta la società nel suo complesso”. E non è da sottovalutare il fatto che gli Han dimostrano una maggiore aggressività nell’uso delle risorse naturali rispetto ad altre etnie. 

Questo studio spinge in una direzione che probabilmente nel prossimo decennio acquisterà sempre più peso e attenzione nel dibattito sulla protezione delle specie. Il filtro culturale deve essere inserito nel modello di analisi classico della conservazione. E questo perché la cultura umana è la variabile imprevedibile, in continua evoluzione, che forma l’atteggiamento mentale nei confronti delle faune del Pianeta. E decreta dunque il loro diritto a morire, o sopravvivere: “Un esempio di questa questione è il declino della popolazione della tigre del Sud della Cina (Panthera tigris amoyensis), che è stato accelerato dalle campagne ‘contro le specie nocive’ degli anni ’50, che avevano come obiettivo proprio questa sottospecie. Si può però fare un confronto con un altro esempio, e cioè la forte espansione, negli ultimi decenni, delle specie di grandi mammiferi in tutta Europa dovuta a cambiamenti socio-culturali, inclusi lo sviluppo di politiche di conservazione e della regolamentazione della caccia, l’abbandono delle terre agricole e il supporto dell’opinione pubblica”.

Natura, di cosa si parlerà nel 2018

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Quanto spazio lasciare alle specie selvatiche e ai loro habitat? Questa è la questione cruciale della conservazione per il prossimo anno. La Zoological Society London ha organizzato per il 27 e il 28 febbraio un simposio, insieme alla IUCN, al National Geographic e BirdLife, in cui discutere il futuro degli Aichi Targets, gli obiettivi di protezione di faune ed ecosistemi fissati nel 2014 e ora considerati da molti al di sotto di ciò che effettivamente serve: “Safeguarding space for nature and securing our future: developing a post-2020 strategy”, questo il titolo del simposio. Negli ultimi 40 anni ( Planet Index WWF 2016) abbiamo perso il 50% dei vertebrati  e se consideriamo la soglia di controllo del 2020 i loro trend di popolazione sono tutti in declino. “Il Piano Strategico per la protezione della biodiversità aveva promesso di proteggere almeno il 17% delle aree terrestri e delle acque dolci, e il 10% dei nostri oceani, entro il 2020”, spiega la ZSL, “Il piano è focalizzato su aree importanti per la biodiversità e rilevanti per i loro servizi ecosistemici, aree protette e ben connesse dal punto di vista ecologico. Molti esperti tuttavia, e anche scienziati e soggetti politici si stanno ancora chiedendo se questo obiettivo sia adeguato, e se non lo è, ci si interroga su quale tipo di spazio debba essere conservato e come”.

Il dibattito si è intensificato grazie alla ipotesi provocatoria di E.O.Wilson di lasciare la metà del Pianeta alle altre specie, una visione grandiosa che ha dato nuovo impulso ai sostenitori del modello continentale, transfrontaliero di parco nazionale ( come lo Yellowstone to Yukon tra Stati Uniti e Canada) riuniti ora nel network “Earth Needs Half” (@NatureNeedsHalf), che sarà presente al simposio il giorno 28 febbraio con Harvey Locke.  Secondo la IUCN infatti (dati settembre 2016) oggi 8 su 10 “key biodiversity areas” mancano di completa protezione. Parte a Londra un lungo percorso: “Il simposio completerà e integrerà il lavoro degli altri gruppi che sono su questo argomento, come ad esempio la task force della IUCN Beyond the Aichi Targets”. I risultati del meeting contribuiranno ai negoziati per definire la strategia di conservazione globale della natura a partire dal 2020, che sarà discussa a 2018 inoltrato nella 14° conferenza delle parti sullo sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite ( UN Economic and Social Council).

L’aspetto cruciale del simposio è che lo spazio in se stesso – quanto ne occorre alle specie diverse dall’uomo per sopravvivere ? – è diventato un elemento di confronto morale tra gli addetti ai lavori, quel ponte, anche, di coinvolgimento dell’opinione pubblica che dal 1992, anno dello Earth summit di Rio de Janeiro, si invoca da ogni parte per cambiare paradigma nello sfruttamento delle risorse naturali. Ecco perché la task force della IUCN ha fissato due obiettivi indispensabili per il post 2020: il primo, contribuire a costruire un movimento di idee e impegni globali “to scale up conservation”, cioè per rendere la conservazione più ambiziosa, usando le aree protette come strumento principale; secondo, assicurarsi che i nuovi obiettivi condivisi dalla comunità internazionale riguardino la “spatial conservation”, cioè la conservazione dello spazio, in modo adeguato a proteggere la diversità biologica e ad interromperne il declino.

Per capire in tre minuti come lo spazio sia ormai al centro del dibattito la ZSL ha reso disponibile un video molto eloquente: Space for Nature

New hopes for leopards in Nigeria

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It was supposed that leopard was been extirpated in the Yankari Game Reserve, a savannah woodland habitat in the North Western of Nigeria, but recently camera traps captured some amazing images of it, giving hope for the species in the most human-populated country of Central – Eastern Africa. Andrew Dunn works for WCS in Nigeria and comments on the good news with cautious optimism: “We just assumed that leopard was extinct from that game reserve, Yankari, but it wasn’t in all of the country. In Yankari the last sighting has been in 1986. It’s a good news for leopard but it is not surprising because it’s very adaptable, nocturnal, and I think it has been present in Yankari all the time”. Hunting is declined recently in this part of the country, but it was high for long time (leopard skin is still required in the South for ceremonies and cultural items); here like in many other African country the plight of cats is the catastrophic loss of suitable habitat. In 2016 the global assessment for leopard published on PeerJ revealed that leopard (considering all the subspecies) now occupies only 25-37% of its historic range (from 1750 onwards); and only 3 subspecies (among them, Panthera pardus that lives in Yankari) account for 97% of the extant home-range.

“In Nigeria human population is booming and so there’s not lot of wildlife outside protected areas, the bushmeat”, and the subsequent prey depletion for carnivores, “is a huge iusse like in the most Central African countries; but, more important, Yankari is isolated, it is only a green island. Farms and maize crops come to the edge of the reserve; I don’t know how many leopards are now in, but if well protected they can improve. Yankari is large enough to support a viable population in the coming decades”. In Yankari survive also a small number of lions (maybe 25), spotted and striped hyena, serval and caracal.

Conservation is not easy in Nigeria. The country has an enormous human population and national parks are underfunded. Nigeria has a reputation of rich nation and, Andrew Dunn says, has not the financial support for conservation of, for instance, Cameroon: “it’s a struggle, that’s why we have small stories of success”. But the comeback of leopard might change how common people look at wildlife. Middle class has more opportunities to watch documentaries on natural world and National Geographic Channel is an option for many: for the first time the leopard of Yankari appeared on social media. In the future, the big issue for still-wild ecosystems, and Yankary too, is the increasing number of livestock. According to Dunn, fences could be a reasonable solution to protect wildlife and keep cows outside the game reserve. But for Nigeria, the Half Earth vision is already too bold.

(photos: thanks to Andrew Dunn)

 

 

Mutua Matheka, lo Tsavo e il futuro dello spazio

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( foto: Elisabetta Corra’, Lake Eyasi – Tanzania )

L’Africa ha qualcosa da insegnare? Si chiede Wole Soyinka, lo scrittore nigeriano premio Nobel per la letteratura. La risposta è assolutamente sì, e basta seguire il lavoro fotografico dell’artista keniota Mutua Matheka ( Mutua Matheka Photos ) sullo Tsavo NP per capirlo, fuori da tutti i pregiudizi estetici del turismo da safari. Le foto di Matheka sono un inno allo spazio. Nel parco famoso per i suoi leggendari gruppi di elefanti e di leoni, Matheka fotografa cieli sconfinati, il rosso della terra e la pista su cui corre la sua Land Rover, “una strada che dura per sempre”. Guardando queste foto lo spazio sembra esplodere, per noi occidentali, in tutta la sua presenza. Sembra che davvero ne sia rimasto ancora moltissimo. Sembra che per davvero esista ancora un posto sul Pianeta in cui lo spazio occupi la mente, lo sguardo, l’anima, la vita. Attraverso le foto di Matheka ci accorgiamo che serve spazio per capire lo spazio. Questo, fra tantissime altre cose, può darci l’Africa oggi ponendoci questa domanda: chi lo abita questo spazio ? E come ?

Soyinka ha scritto che quando si entra in una terra sconosciuta, l’ultimo arrivato ha sempre l’opzione di “dissolvere il nuovo territorio in quanto spazio abitato, rendendo invisibili i suoi abitanti”, facendone, dice Soyinka, “una piantagione esotica o un resort turistico”. Nel lavoro di Matheka invece questo non succede perché lo sguardo africano sull’Africa toglie di mezzo la lente di trasfigurazione occidentale, mostrando, molto semplicemente, che anche le zolle di terra dello Tsavo sono magnifiche perché sono organiche, libere, piene di respiro e autodeterminazione. Lo spazio ha un carattere potentemente multidimensionale, è un prisma che raccoglie le nostre rappresentazioni stratificate nel tempo. Lo spazio è una sintesi di geografie non esclusivamente topografiche, ma interiori. Ed è su questo fronte di percezione che si scontrano le diverse idee sul futuro dello spazio in Africa che sono sul tavolo oggi. I diversi termini di cui dispone la lingua inglese per definire lo spazio danno la misura del problema: range, habitat, landscape. Quale idea di spazio è ancora disponibile e realistica sul Pianeta? Il concetto classico di range per una certa specie è ancora funzionale al design della conservazione ?

Le foto di Matheka sono un esempio della distinzione tra beni statici e beni dinamici che Soyinka pone nel proporre una nuova stagione di esplorazioni africane: “Esistono anche beni dinamici : i modi di vedere, di rispondere, di adattarsi, o semplicemente di fare, che variano da popolo a popolo, nonché le strutture dei rapporti umani. Tutto ciò che costituisce potenzialmente oggetto di scambio – non negoziabile, come il legname, il petrolio o l’uranio, ma nondimeno riconoscibile come qualcosa che definisce il valore umano di un popolo – e potrebbe contribuire concretamente alla risoluzione dei problemi di comunità lontane o addirittura alla sopravvivenza del Pianeta”.

( citazioni da : W.Soyinka, Africa, Bompiani Outlook 2015 )