Categoria: Range, Space and Landscape

I mega-incendi stanno ridisegnando la biodiversità globale

(Photo Credit: Frank Cone)

I mega-incendi in California, Australia e Siberia non sono solo il sintomo del cambiamento irreversibile cui stanno andando incontro i pattern climatici del Pianeta. L’intero “regime degli incendi” su scala globale è mutato e il fuoco è una ulteriore minaccia di estinzione per le specie animali e vegetali, su quattro continenti. Si ritiene che nei prossimi decenni gli incendi saranno più numerosi non solo nelle foreste boreali del Canada e della Russia, ma anche nelle foreste miste e nella foreste a cespugli bassi dell’Australia, dell’Europa Meridionale (ad esempio in Sicilia) e negli Stati Uniti Occidentali. 

Così come per le “megadrought”, gli eventi di siccità estrema capaci di durare anni, anche i “megafire” sono ormai una realtà del XXI secolo, a causa del riscaldamento dell’atmosfera: “di fatto, proprio perché il cambiamento climatico ha spinto la porzione di oceano entro il circolo Polare Artico oltre il suo punto di non ritorno (tipping point), e ci aspettiamo quindi che l’Artico sia privo di ghiaccio in estate al crescere delle temperature globali, le siccità saranno peggiori e questo significa che il mondo è entrato nella era dei mega-incendi. Secondo gli scienziati che li studiano, gli incendi di enormi proporzioni si comportano in un modo mai visto e quindi i metodi tradizionalmente usati per combattere il fuoco non sono adeguati a questa nuova realtà”.

Ora un assessment molto esteso sul ruolo crescente degli incendi sugli ecosistemi del Pianeta in Antropocene apparso su SCIENCE ( “Fire and biodiversity in the Anthropocene”) fa il punto sull’impatto che il fuoco avrà sempre di più in futuro nel condizionare la sopravvivenza e la resilienza della biodiversità su 4 continenti: “la conservazione della diversità biologica della Terra sarà possibile solo riconoscendo il ruolo critico del fuoco nel plasmare gli ecosistemi, e nel fornire una risposta. I cambiamenti globali nel regime degli incendi continueranno ed amplificheranno le interazioni tra fattori antropogenici”. 

Non ci sarà quindi solo un Pianeta più caldo nei decenni a venire, ma anche una biosfera differente. Il fuoco è uno dei fattori che renderanno gli habitat e la composizione di specie animali e vegetali che li compongono diversi da quelli attuali. 

Due aspetti a questo proposito sono particolarmente importanti. 

Il primo di questi aspetti ecologici è il cosiddetto “biotic mix” e cioè il puzzle di specie imposto dalle attività umane in ecosistemi che si sono evoluti con una composizione di specie animali e vegetali ormai alterato: “gli esseri umani hanno redistribuito le specie sul Pianeta e facendolo hanno creato nuovi assemblage che modificano la disponibilità di materiale infiammabile, il comportamento del fuoco e anche le dinamiche successive ad un incendio. In molte parti del mondo, le piante invasive hanno aumentato l’infiammabilità degli ambienti e la frequenza del fuoco. Anche gli animali invasivi possono alterare il regime degli incendi, perché condizionano la disponibilità del materiale organico che prende fuoco. La distribuzione delle interazioni biotiche e la rimozione delle specie può influenzare il fuoco e i suoi effetti associati alla biodiversità. Evidenze sperimentali indicano che la rimozione dei grandi mammiferi erbivori in Africa e in Nord America, ad esempio, altera la struttura degli ecosistemi e aumenta gli incendi”. 

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Nel Wyoming occidentale i puma cedono il passo ai lupi

(Photo Credit : Neil Wight – Teton Cougar Project Panthera)

È una magnifica, crudele epopea di predatori. Nella regione nord occidentale del Wyoming, il lupo grigio ha un ruolo ecologico dominante come predatore di vertice, tanto da limitare il numero dei puma. Questo è il risultato di uno studio condotto da Panthera e pubblicato sulla PROCEEDINGS OF THE ROYAL SOCIETY B, che descrive un equilibrio tra predatori inaspettato nelle foreste degli Stati Uniti occidentali. Per la prima volta, infatti, sono stati raccolti dati convincenti  sul fatto che qui il lupo grigio (quello dello Yellowstone, per intenderci) ha un impatto sulle popolazioni di puma peggiore degli effetti prodotti dalla caccia sportiva. Lo studio, durato 17 anni a partire dal 2000, condotto su 147 puma in un range di 2.300 chilometri quadrati, è ora una bussola per designare strategie di conservazione più dettagliate e specifiche per entrambi questi predatori. Mentre il lupo ha prosperato, i puma sono diminuiti del 48%. 

Il puma (Puma concolor) condivide con il giaguaro il destino di felino un tempo diffuso in buona parte di entrambi i continenti americani. Benché non sia classificato come felino a rischio in Red List, è una di quelle specie che reclama spazio e per cui servirebbero piani di protezione e di conservazione molto ambiziosi e coraggiosi negli Stati Uniti, soprattutto sull’enorme asse geografico Yellowstone-Yukon, fin dentro la taiga canadese.

Essendo un felino molto plastico, cioè capace di adattarsi ad habitat differenti per vegetazione e clima, il puma potrebbe stare potenzialmente, di nuovo, dappertutto. Nel 2013 il National Geographic pubblicava una foto quasi surreale di un puma che camminava nel buio alle spalle della scritta Hollywood, sulle colline della California: “negli ultimi 40 anni, i puma hanno continuato ad espandersi negli Stati Uniti occidentali. Sono spuntati anche a est, nelle Grandi Pianure, hanno fondato nuovi gruppi nel Missouri Breaks del Montana, nel Nord e nel Sud Dakota, e, più di recente, nel Nebraska occidentale. Di fatto, un numero crescente di avvistamenti confermati – più di 200 dal 1990 –  hanno svelato che i puma visitano praticamente ogni stato del Midwest, e anche le province del Canada, a nord”. 

All’inizio degli anni Duemila, l’interrogativo a cui il Teton Cougar Project di Panthera voleva dare una risposta ruotava attorno alle minacce che condizionano l’abbondanza o la scarsità di puma nel West Wyoming:  la caccia sportiva, i lupi o la scarsità di prede. Al momento dell’inizio della ricerca erano già disponibili dati sul fatto che il lupo grigio può influenzare negativamente le dinamiche ecologiche del puma, ad esempio il tipo di prede scelte e il modo in cui il felino sfrutta le risorse del suo habitat. Questo quadro è stato confermato e rafforzato, fornendo per la prima volta prove consistenti su come i lupi compromettono la sopravvivenza dei puma, riducendone la fitness riproduttiva. I lupi sono infatti anche i principali killer dei piccoli di puma. 

Anche la caccia da trofeo ha comunque il suo ruolo, avverte lo staff di Panthera, benché in questa regione del Wyoming si cacci molto meno che nel resto dei territori occidentali degli Stati Uniti. Da un punto di vista quantitativo, dal 200o al 2017 l’impatto medio annuale della caccia sportiva sull’equilibrio delle popolazioni di puma è stato equivalente a quello di 20 lupi.

“Gli ecosistemi sono interconnessi e quindi bisogna lavorare insieme sulla conservazione e sulla gestione delle specie selvatiche per una strategia multi-specie”

Il direttore del Panthera Puma Program, Mark Elbroch: “i puma modellano la loro vita attorno ai lupi, ma nessuno poteva immaginarsi che i lupi li condizionino addirittura di più della caccia da trofeo degli esseri umani. Questi risultati dovrebbe essere considerati nelle nostre valutazioni sulla gestione delle aree in cui coesistono questi due carnivori. E quindi se dovremmo o meno consentirne la caccia”. È infatti chiaro che il numero di puma può diminuire rapidamente dove viene reintrodotto il lupo e dove il lupo, tornato al suo antico territorio, recupera: “questo studio sui puma dimostra una volta di più che gli ecosistemi sono interconnessi e che quindi bisogna lavorare insieme sulla conservazione e sulla gestione delle specie selvatiche per una strategia multi-specie, totalmente opposta ad una visione focalizzata su una singola specie”. 

Le evidenze raccolte sono utili per più di un motivo. Elbroch: “Questi risultati ci forniscono uno sguardo approfondito, storico dentro gli ecosistemi del Nord America. E suggeriscono che i puma, probabilmente, sono sempre stati meno numerosi di quanto siano oggi in molte parti dell’Ovest proprio perché i lupi controllavano il loro numero”. 

(Credits: Panthera)

Anche Howard Quigley, Panthera Conservation Science Executive Director, dà una lettura allargata dello studio: “queste scoperte non devono in alcun modo essere distorte a favore di un incoraggiamento su base scientifica alla caccia sul lupo grigio. Al contrario, se vogliamo proteggere questi predatori di vertice la cui sopravvivenza è davvero critica, per i loro ecosistemi e le comunità umane che li circondano, la scienza indica chiaramente che la strada da percorre è ridurre o eliminare la caccia sportiva sul puma, o, quanto meno, assumere un approccio molto conservativo laddove i puma convivono con i lupi”. 

(Credits: Panthera)
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Le antiche tradizioni religiose minacciano le foreste del Nord Africa

Le tradizioni religiose e culturali possono avere un impatto devastante sugli ecosistemi che sono già sottoposti ad uno stress ecologico dovuto alla combinazione di più fattori antropici. Anzi, queste stesse tradizioni sono ormai un fattore di distruzione, a dimostrazione della complessità antropologica della crisi biologica del XXI secolo. È quanto sta accadendo alle foreste del Nord Africa, che, secondo una Lettera pubblicata il 27 agosto scorso su SCIENCE da Rassim Khelifa del Dipartimento di Zoologia della University of British Columbia, a Vancouver, in Canada,  stanno crollando sotto la pressione del taglio sempre più massiccio di alberi destinati alla produzione di carbone da cucina, il cosiddetto charcoal. 

Il charcoal è un combustibile destinato alla cucina diffusissimo in Africa: “il legname raccolto viene convertito in puro carbone lasciandolo bruciare sotto il terreno in un ambiente povero di ossigeno, che elimina l’acqua e concentra componenti del legno come il metano e l’idrogeno. Il risultato è una forma di energia che, all’accensione, sprigiona maggiore calore e rilascia meno gas rispetto al legno. Il charcoal pesa inoltre meno del legno, il che lo rende più facile da trasportare”, spiega una nota del CIFOR (Center for International Forest Research). 

Nel Nord Africa, secondo Khelifa, l’uso di raccogliere legno già morto è una abitudine antica, ma le cose sono cambiate: “La domanda di carbone e il suo prezzo di vendita sono cresciuti e quindi le attività illegali per produrlo si sono moltiplicate”. E la domanda è particolarmente elevata in prossimità della festività religiosa musulmana del sacrificio, lo Eid al-Adha, in cui le carni di pecora debbono essere cotte e cucinate sulla brace: “quest’anno in Algeria il numero di fuochi ha raggiunto un picco il 27 luglio (4 giorni prima dello Eid al-Adha) con 66 roghi simultanei in 20 province. Negli anni a venire il picco potrebbe portare un sostanziale danno ambientale poiché lo Eid al-Adha cadrà durante l’estate, quando la stagione del fuoco nelle foreste è al suo culmine e contenere i roghi diventa difficile. Il modello produttivo e commerciale del charcoal è fatale per la salute delle foreste del Nord Africa dal momento che i profitti dalla vendita aumentano in proporzione alla estensione dell’area di foresta sfruttata. I fuochi impoveriscono il suolo, intensificano la desertificazione ed intensificano il cambiamento climatico”. 

Tutto questo in un contesto biologico molto fragile. Secondo la Convenzione per la Biodiversità (CBD), in Algeria la biodiversità montana è molto ricca e la porzione del Paese che sconfina nel Sahara ha ecosistemi ancora pressoché sconosciuti alla ricerca scientifica. Il Paese ha 121 specie classificate in CITES e 75 sono minacciate di estinzione. Tra queste ci sono 14 specie di mammiferi e 11 di uccelli. La superficie della vegetazione nativa della steppa ha subito una riduzione massiva, del 50% dal 1989. Le specie più a rischio sono proprio alberi: il cipresso Tassili (Cupressus dupreziana), di cui rimangono solo 200 esemplari nella Tassili Biosphere Reserve, il pino nero (Pinus nigra) e il ginepro turifero (Juniperus thurifera), alberi magnifici che solo un secolo e mezzo fa prosperavano in foreste abitate anche dai leoni, oggi estinti.

C’è anche una altra tradizione in Algeria che minaccia la biodiversità locale, documentata sempre da Rassim Khelifa in un contributo su NATURE: la cattura e il mantenimento in cattività del cardellino europeo (Carduelis carduelis). Gli autori hanno studiato “la domesticazione per motivi culturali del cardellino europeo nel Maghreb occidentale (Marocco, Algeria e Tunisia) e gli effetti di lungo periodo del bracconaggio sulle popolazioni selvatiche nel periodo 1990-2016, sulla distribuzione dello home range della specie, sul suo valore socio-economico, sul commercio internazionale e infine sul potenziale danno collaterale arrecato da tutto questo agli uccelli migratori sulle rotte Europa/Africa”. Il cardellino europeo, dall’inizio degli anni ’90, ha perso il 56% della sua distribuzione, in concomitanza con l’instaurarsi di una rete di commercio di esemplari vivi in tutto il Maghreb. 

“In Nord Africa, l’uso di un cardellino come pet risale alla dinastia degli Omayaddi, attorno quindi al 700 d.C., e raggiunge questa regione attraverso l’espansione del loro Califfato. Oggi è ormai parte della cultura di questi Paesi comprare e allevare in gabbia cardellini per via dei loro eleganti colori e della varietà del loro canto. Nel Maghreb occidentale (Marocco, Algeria e Tunisia) il bracconaggio su scala industriale è cominciato nei primi anni Novanta. A seguito di una profonda crisi economica, il bracconaggio sul cardellino è diventato un lavoro e anche un hobby per le genti locali ,che mettono trappole per la specie tutto l’anno, anche durante la stagione riproduttiva. Intrappolare gli uccelli e ucciderli è proibito nel Maghreb occidentale a partire dal 2004 in Algeria, dal 2007 in Tunisia e dal 1962 in Marocco, ma l’applicazione delle leggi sulla conservazione è spesso elusa e quindi l’efficacia di queste leggi è molto opinabile”. 

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Il Covid potrebbe essere la tempesta perfetta per l’Africa. Serve una responsabilità finanziaria globale per le terre selvagge del continente

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L’Africa è a un bivio. La crisi globale innescata dalla pandemia ha portato allo scoperto il lento declino della biodiversità del continente e potrebbe rivelarsi una perfetta tempesta di amplificazione esponenziale per le minacce di matrice umana alla più spettacolare wildlife rimasta sulla Terra. Questa la denuncia di uno studio di eccezionale importanza, ed estremamente accurato, uscito a metà agosto su NATURE Ecology & Evolution, Conserving Africa’s wildlife and wildlands through the Covid-19 crisis and beyond, firmato da un team di ricercatori di punta, tutti esperti di spazi selvaggi e di megafauna africana. Lo studio analizza i due principali fattori di “collasso interno” della conservazione così come finora è stata disegnata e pianificata sul continente: l’enorme dipendenza dal turismo internazionale, che genera proventi di 29 miliardi di dollari all’anno e ha finora funzionato come generatore di posti di lavoro ben qualificati e come supporto alle economie locali; e le donazioni internazionali, provenienti da una costellazione di soggetti, come organizzazioni non governative, filantropi, fondazioni, i quali, tutti insieme, arrivano a coprire il 32% dei costi delle aree protette, fino addirittura al 90% in alcuni Paesi. Entrambe queste fonti di sostentamento si sono prosciugate a causa del freno sull’economia globale dovuto all’emergenza sanitaria. All’incirca il 90% dei tour operator ha messo in conto una contrazione di affari del 75%. Le donazioni saranno al minimo per almeno i prossimi due anni. Durante la crisi del 2008, riporta lo studio, le transizioni di questo comparto crollarono del 40%. Forse per il 2020 e il 2021 andrà anche peggio. È quindi indispensabile rivedere e riformulare i flussi di finanziamento che garantiscono le aree protette, e inventarne di nuovi, per rendere il “sistema della conservazione” più autonomo. 

La conservazione della biodiversità africana è una questione globale, e non periferica o secondaria. Allo stato attuale delle cose, il futuro appare quanto mai incerto, e fosco, considerato che “l’Africa ha 2000 Key Biodiversity Areas e supporta le popolazioni di grandi mammiferi più diversificate e abbondanti del mondo”. E infatti questo studio contiene alcune riflessioni di svolta rispetto al modo tradizionale in cui, anche nel contesto scientifico, viene analizzata l’importanza dell’Africa negli scenari ecologici a venire del nostro Pianeta. Gli autori affermano che “la wildlife africana ha anche un considerevole valore esistenziale, il valore che le persone ricavano dal semplice sapere che essa esiste”. Le società civili delle nazioni più ricche dovrebbero sentirsi coinvolte dal destino della wilderness africana anche per un altro motivo: gli habitat del continente forniscono “servizi ecosistemici” di cui tutti beneficiamo: “il mondo intero beneficia dei servizi eco-sistemici forniti dall’Africa attraverso il sequestro di carbonio; gli ecosistemi africani giocano un ruolo critico nel salvaguardare la salute mentale e fisica dell’umanità”. In gioco non c’è quindi solo una svolta nella struttura internazionale che regge la conservazione (finanziamenti, regolamentazioni globali come gli accordi CITES, collaborazioni tra Ngo, Università e istituti di ricerca e progetti sul campo, turismo, donazioni da privati), ma, forse con ancora maggiore urgenza, una svolta morale da parte dell’opinione pubblica nelle nazioni più benestanti. Una svolta morale che diventi pressione politica. 

Alcuni degli esempi di questa “tempesta perfetta” sono particolarmente preoccupanti. L’Arli National Park in Burkina Faso, che è transfrontaliero con il Benin e il Niger, l’ultima roccaforte degli ultimi leoni dell’Africa occidentale, ha dovuto sospendere tutte le attività finanziate attraverso un grant di 1 milione e mezzo di euro pagato dall’Unione Europea. È probabile che alla fine del periodo di investimento previsto dal piano di finanziamento il Parco dovrà restituire tutti i fondi. In Sudafrica, il SanParks, l’entità para-statale che è incaricata di gestire tutti i parchi nazionali del Paese e può cercare finanziamenti in modo indipendente, dipende quasi esclusivamente dal turismo (l’84% del budget nel 2018) e questo significa, adesso, casse quasi vuote. La Zimbabwe Parks and Wildlife Management Autorithy, nel secondo quadrimestre di quest’anno, ha subito un taglio del 50% dei fondi (3.8 miliardi di dollari), a causa del crollo del turismo. Anche la Ol Pejeta Conservancy in Kenya, che ospita gli ultimi rinoceronti bianchi e gode di una certa popolarità mediatica, è sotto scacco: meno 1.8 miliardi di dollari. In Namibia, per molti motivi un Eden per la wildlife e modello di successo, le Communal Conservancies, ossia le terre di proprietà comune convertite alla protezione delle fauna e talvolta alla caccia da trofeo, hanno subito una contrazione di profitti da turismo di 4.5 milioni di dollari. La tempesta rischia di rallentare e compromettere anche un trend efficace di collaborazione pubblico/privato ( e cioè tra Ngo e le autorità governative preposte alla gestione dei parchi ) che negli anni ha ottenuto notevoli risultati nel valorizzare il “potenziale ecologico” delle aree protette, e, soprattutto, di fondarne di nuove. 

Secondo una ricerca (Models for the collaborative management of Africa’s protected areas) uscita nel 2018 su BIOLOGICAL CONSERVATION, la proliferazione, in tutto il continente, di partnership tra Ngo e governi “rispecchia un trend globale verso una ridotta dipendenza del finanziamento e della gestione statale sulle aree protette a favore invece di una crescente partecipazione di stakeholder nella amministrazione di queste stesse aree, in aggiunta ai cambiamenti giuridici connessi”. Il ruolo delle Ngo private è quindi strategico per rafforzare i territori sotto protezione. L’interruzione del flusso di denaro dalle organizzazioni non governative ha ripercussioni dirette sul potenziale di protezione della geografia selvaggia, e delle faune selvagge. Gli autori hanno analizzato 43 aree protette in 16 nazioni africane, individuando tre modelli pubblico/privato: “la delega totale di gestione (management) dallo Stato ad una Ngo; la co-gestione al 50%; il supporto finanziario e tecnico fornito”.

La delega completa è un modello che sta funzionando in un certo numero di aree protette in Repubblica Centro Africana (CAR), Repubblica Democratica del Congo (DRC), Congo Brazzaville e Chad, Paesi poco conosciuti tra i clienti dei grandi safari di lusso, ma che hanno ancora spettacolari risorse faunistiche e paesaggistiche; ma questo modello è attivo anche in Zambia, Madagascar e Malawi. Il parco nazionale Zakouma in Chad è uno di questi esempi positivi (reintroduzione della giraffa di Kordofan, una specie ormai criticamente minacciata) e lo è pure Akagera, in Rwanda, al centro di eccezionali sforzi di ripopolamento faunistico dopo il genocidio del 1994. Quando c’è co-gestione, le Ngo riescono a portare sul campo un ottimo know-how: funziona così il Virunga National Park. Ma il modello in assoluto più diffuso è l’importazione di competenze finanziarie e tecnico scientifiche. All’interno di questo schema, il personale esterno mantiene un cruciale ruolo di “advisory” in parchi di enorme importanza, e fama, come il Kafue (Zambia), il Ruaha (Tanzania) e la W-Arly. Il supporto tecnico è ormai strutturale allo Tsavo est (Kenya) e al Luangwa (Zambia). 

Ma di quanti soldi stiamo parlando? Queste collaborazioni consentono di coprire costi che possono arrivare a quasi 3000 dollari al chilometro quadrato. In una Lettera pubblicata nel 2013 su ECOLOGY LETTERS (Conserving large carnivores: dollars and fence), le cifre discusse necessarie a garantire gli home range dei grandi predatori africani come i leoni e i leopardi sono da capogiro. Le enormi aree protette transfrontaliere senza recinzioni hanno popolazioni di leoni che tendono a non raggiungere la loro “carrying capacity”, e cioè il limite di individui che un habitat può sostenere (numero di prede disponibili, opportunità riproduttive): queste porzioni di Africa richiedono qualcosa come 2000 dollari americani al chilometro quadrato. Il budget scende a 500 dollari al chilometro quadrato nelle riserve chiuse da recinzioni (fenced), i cui leoni sono costantemente sulla soglia della capacità di carico. Nelle game reserve che consentono la caccia da trofeo ci si assesta, sempre secondo queste stime del 2013, attorno ai 1000 dollari a chilometro quadrato. Secondo una ricerca più recente pubblicata dalla PNAS a ottobre del 2018 ( More than $1 billion needed annually to secure Africa’s protected areas with lions ), la presenza del leone può funzionare come un indicatore (proxy) per capire lo stato di salute di una area protetta in relazione al budget richiesto per mantenere quella popolazioni di leoni. Confrontando i finanziamenti di 282 aree protette di proprietà statale nell’anno 2015, gli autori hanno stimato che “il finanziamento minimo annuale per un chilometro quadrato è, stando all’African Park Network, di 978 dollari, di circa 1.271 dollari per chilometro quadrato in 115 aree protette in cui i leoni siano ad una capacità di carico del 50% e di circa 2.030 dollari per chilometro quadrato in 22 aree senza recinzioni”. In conclusione, occorre “un totale che va da 1.2 a 2.4 miliardi di dollari all’anno” per proteggere le geografie africane con gli ultimi 20-25mila leoni del continente. Oggi, a prescindere dalla pandemia da SarsCov2, attraverso i canali di finanziamento consolidati arrivano in Africa solo 381 milioni di dollari all’anno, che equivalgono a soli 200 dollari per chilometro quadrato. 

La struttura portante della conservazione è insomma largamente insufficiente. 

Appoggiarsi alle Ngo significa quanto meno provare ad intervenire su problemi cronici, perché l’inefficienza non sempre dipende dalla corruzione. Spesso manca il personale e i funzionari necessari a indirizzare il denaro dove più serve. Anche in Paesi che già fanno molto per i propri parchi nazionali, il supporto tecnico e finanziario “ha un senso dove c’è una minaccia specifica o una sfida o anche una opportunità che il governo non è in grado di affrontare da solo”. Questo contesto, economico ed ecologico, apre virtuosamente la porta al coinvolgimento dei privati stranieri. Una strada che, nonostante gli inevitabili pregiudizi e i timori post-coloniali, nessuno si può più permettere di non intraprendere. 

Raggiunto ad Harare, Zimbabwe, via Zoom, Peter Lindsey di Lion Recovery Fund e Wildlife Conservation Network, che lavora anche per il Dipartimento di Zoologia della Università di Pretoria, leading dello studio su NATURE: “La collaborazione tra soggetti del settore privato e i governi sta sicuramente crescendo, ma è ancora una piccola porzione rispetto al suo enorme potenziale. Possiamo dire che in Africa è piuttosto comune, perché è uno strumento importante per i governi, consolidato. Ciò che serve davvero ora è semplificare e rendere più chiare le modalità giuridiche con cui far entrate i privati, perché il potenziale di efficacia di queste partnership è altissimo, come dimostrano molte storie di successo degne di nota in cui i finanziamenti da fonte privata si sono sommate ad un forte know how. La chiarezza interna dell’intero processo legale è la questione-chiave. Il turismo fotografico è senz’altro una fonte di fondi molto rilevante ed è una componente in crescita, che non solo fornisce posti di lavoro di alto profilo professionale, ma costituisce anche la giustificazione per il mantenimento delle aree protette. In regioni remote ad alto potenziale turistico bisogna rendere più semplici i meccanismi per ottenere il visto turistico, in modo da permettere ai visitatori di raggiungere questi territori più agevolmente, bisognerà sicuramente anche potenziare le infrastrutture e garantire la sicurezza. I governi stanno compiendo passi in questa direzione in molti Paesi, c’è un impegno in questo senso. Ma la wildlife deve diventare un asset strategico anche per il turismo domestico, locale, non solo per quello internazionale. E su questo aspetto specifico c’è già un riconoscimento generale qui in Africa, che cioè questo passaggio sia indispensabile, anche se rimane molto lavoro da fare”. 

Devono crescere anche i finanziamenti internazionali. Gli autori propongono una serie di strumenti finanziari, alcuni in fase pilota, altri in discussione, il cui scopo è allargare la base di coinvolgimento nella protezione della biodiversità africana e al contempo rafforzare i meccanismi di redistribuzione dei profitti ricavati dalla wildlife. Alcuni di questi strumenti comprendono: l’impiego dei “crediti” pagabili non solo per il carbonio ( emissioni serra), ma anche per la biodiversità nelle aree ancora selvagge maggiormente in pericoloso di andare perdute per sempre; il pagamento diretto delle nazioni economicamente influenti  perché nazioni ricche di biodiversità risparmino i loro territori selvaggi, come accaduto nel caso della Norvegia e del Gabon; leasing su aree ad alto potenziale di conservazione per prevenire la conversazione ad agricoltura; schemi di “performance payments” per le comunità locali che decidono di conservare le loro specie selvatiche all’interno dei loro habitat; e addirittura  un “conservation basic income”, un reddito garantito per le i villaggi che proteggono la wildlife. Un ulteriore strumento di enorme impatto emotivo per noi occidentali è la proposta di instituire meccanismi di pagamento per i “servizi culturali”, ossia dall’uso pubblicitario, cinematografico ed estetico di immagini di specie africane, soldi che devono finire direttamente sulla conservazione di queste specie. 

Tutto questo significa cambiamento, di modi di pensare e di scale di priorità, per tutti: “Va comunque detto anche questo, che in contesti di super-turismo, ossia di affluenza eccessiva di turisti, è necessario definire un piano di gestione, aumentare i costi di accesso e stabilire una soglia nel numero di persone. I turisti in Africa devono certamente entrare nell’ottica di idee che è importante pagare per compensare l’impronta ambientale di un safari in loco, una compensazione degli offset che non significa affatto pianare alberi esotici, ma, piuttosto, e in modo molto più diretto, contribuire al mantenimento e alla gestione delle aree protette. Ad esempio, i voli aerei per raggiungere la wilderness sono un offset, che deve trovare una via di compensazione capace di produrre benefit per le aree protette, perché le donazioni internazionali non sono abbastanza, ma d’altronde occorre coinvolgere il turismo nel sostegno finanziario agli spazi selvaggi in modo nuovo”, spiega Lindsey. 

“Dobbiamo tenere in considerazione il fatto che la popolazione africana sta crescendo e che quindi serve una ridefinizione e una riflessione su come distribuire il peso della conservazione. Questo significa tradurre in realtà un meccanismo all’interno del quale i Paesi che più inquinano, con la loro maggiore domanda di risorse, lavorino insieme alle nazioni africane per lo scopo comune di mettere da parte territori destinati alla conservazione. La conservazione è uno strumento di sviluppo, ma a patto, ormai, che si appronti un sistema di finanziamento internazionale che riconosca a chi abita le nazioni ricche di biodiversità il ruolo di custodi di un bene insostituibile per la salvezza del mondo intero. Sì, in qualche modo possiamo dire che è arrivato il momento di ‘rendere anche il resto del mondo responsabile per il futuro dell’Africa’. Si può ad esempio cominciare a ragionare su soluzioni di scambio proficuo per tutte le parti. Noi viviamo infatti un controsenso, che un enorme patrimonio biologico si trova in Africa, eppure l’Africa è gravata da un immenso debito. Concedere un risanamento del debito al posto dell’aiuto umanitario e quindi permettere alle nazioni africane di spostare risorse economiche sulla conservazione permetterebbe loro di investire, finalmente, sui loro assist naturalistici, spezzando un circolo vizioso di debito e dipendenza da aiuti esterni”. Il momento storico che stiamo vivendo è quindi di portata decisiva: “Le genti africane possono e devono provare a fare di più, ma noi dobbiamo capire che il fondamento portante di questo ‘di più’ è la conservazione degli spazi selvaggi. L’Africa è ad un punto di svolta, che potrebbe rivelarsi anche un punto di non ritorno. La wildlife è in difficoltà ovunque, ma le peggiori situazioni ci sono dove c’è anche instabilità politica. Alcuni Paesi investono di più, altri meno, eppure il punto è che ovunque osserviamo un deficit di budget. Abbiamo disperatamente bisogno di una prospettiva di lungo periodo, di un lavoro sistematico che mobiliti in modo stabile risorse finanziare per la conservazione”.

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La compassione per gli animali ridotta a ideologia danneggia la conservazione delle specie

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La conservazione è ad un bivio. Ciò che in ambiente scientifico chiamiamo “protezione delle specie animali ancora selvatiche e dei loro habitat”,  e a cui la gente comune usa riferirsi come “natura”, è vicino ad un punto di non ritorno. In un certo senso, abbiamo già superato una soglia limite: senza la gestione umana degli spazi selvaggi nessuna area protetta è in grado di resistere al crescere della pressione antropica, all’espansione dell’agricoltura, delle infrastrutture e delle reti dei trasporti. In Africa, il continente che vanta le più numerose e diversificate popolazioni di grandi mammiferi del Pianeta, a causa della epidemia di SarsCov2  il turismo è crollato del 90%. Ma il turismo assicura il 32% delle aree protette, in certi casi copre addirittura il 90% dei costi delle aree protette. I finanziamenti provenienti dalle donazioni internazionali continueranno a calare per altri due anni. Ci ci aspetta una contrazione di questa fonte di donazioni superiore a quella osservata nel 2008 (7%) e nel 2009 (6.2%), e questo vale per i soldi che arrivano in Africa dagli Stati Uniti d’America. Il risultato finale potrebbe essere un 40% in meno di quello che occorre per mantenere al minino di protezione le aree protette di tutta l’Africa. 

Ovunque, la dipendenza degli ecosistemi ancora integri dalle scelte umane (quelle già conclamate ed effettive, come l’alterazione dell’equilibrio climatico terrestre e lo sfoltimento delle popolazioni animali, e quelle necessarie per salvare il salvabile) impone pratiche “di nuova generazione” nella gestione degli spazi selvaggi, e cioè intrusioni ad alto know how scientifico che hanno come scopo il rafforzamento di caratteristiche ecologiche capaci di fronteggiare le alterazioni sistemiche dei prossimi decenni. Ecco alcune di queste macro-aree di intervento, che corrispondono ad altrettanti campi di ricerca che tentano di capire come sia meglio intervenire per assecondare la resilienza dei biomi ancora funzionanti: le alterazioni strutturali, ad esempio nella composizione della vegetazione (numero e tipo di specie di alberi e piante), dovute al crescere delle temperature; il “range shift” e cioè lo spostamento delle popolazioni animali che tendono a cercare nuove regioni di stanziamento con temperature più simili a quelle degli habitat in cui si sono evolute, ormai troppo caldi; la translocazione delle specie, ossia l’inserimento di individui di una specie in un habitat migliore rispetto a quello di un tempo, ormai troppo compromesso; la ricreazione di comunità animali ; i paesaggi “eterogenei”, paesaggi non più selvaggi ma neppure completamente antropizzati; la stabilità genetica delle popolazioni animali in difficoltà o sotto minaccia, che significa garantire un tasso di riproduzione sufficiente a stabilizzare la specie sul lungo periodo; la colonizzazione assistita, il ripopolamento controllato all’interno di un territorio; la velocità della risposta evolutiva, ossia il monitoraggio del modo in cui le specie riescono a rispondere spontaneamente alle nuove e rapide trasformazioni ambientali; le popolazioni-rifugio, cioè le ultime popolazioni di specie a un passo dall’estinzione, che sopravvivono solo in ristrette geografie-rifugio. 

Alcuni esempi di queste realtà non solo ecologiche, ma direi anche storiche, e cioè strettamente dipendenti dalle caratteristiche intrinseche della nostra era, vengono dagli Stati Uniti e sono state raccontate in un illuminante articolo scritto da Miranda Weisse pubblicato dal blog della Università di Yale. In Wisconsis si discute se spostare più a nord le specie di alberi delle foreste autoctone e se ridurre l’habitat del castoro in modo da permettere ai fiumi di rimanere più freddi senza le loro dighe. Nel Missouri alcuni ritengono si debbano rimuovere le specie di alberi già sotto stress climatico e idrico e quelle che presto cominceranno ad esserlo, sostituendole con specie più adatte a un clima decisamente differente rispetto agli ultimi secoli, come ad esempio la quercia nera e la quercia rossa. Nel Maryland le paludi a canneto, oasi di molte specie di uccelli potrebbero essere drenate e dirottate dove adesso ci sono alberi ad alto fusto. In Alaska, nel Kenai Refuge, alcuni ecologi vorrebbero introdurre il bisonte, perché questa porzione dello Stato, che ora è una woodland (territorio dominato da bosco con alberi ad alto fusto) è destinata a diventare una grassland (distesa di prateria erbosa). 

In un contesto globale di questo tipo è importante capire quale idea di conservazione della natura sia la più efficace e la più appropriata. E non tutti concordano sugli assunti storici e consolidati che negli ultimi decenni sono stati la bibbia della protezione della natura. Si sta facendo strada una tendenza che molti giudicano pericolosa, la cosiddetta “compassionate conservation”. Il dibattito nel mondo anglosassone, quello che in definitiva conta di più e mobilita più risorse e maggiore prestigio scientifico, è feroce e però illuminante. C’è infatti una spaccatura enorme tra la rappresentazione realistica, biologica e genetica dei problemi che abbiamo davanti, e la sua interpretazione, spesso emotiva e acritica, che la fa da maggiore sui social media. 

A giugno del 2019 è uscito su CONSERVATION BIOLOGY un articolo di sintesi della questione intitolato Deconstructing compassionate conservation. Come suggerisce il titolo stesso, questo nuovo indirizzo di pensiero intende privilegiare, su qualunque altro principio-guida di conservazione, il benessere animale. Dal 1995 al 2004 questo tema ha interessato meno di 30 pubblicazioni specialistiche, ma nel solo 2018 sono stati pubblicati 1100 contributi dedicati. Si potrebbe pensare che i motivi di questa crescita esponenziale risiedano nella sconcertante sofferenza inflitta agli animali selvatici su un Pianeta sempre più sovrappopolato e ferocemente sfruttato, ma il contesto è più complesso e preoccupante. Così gli autori spiegano lo scontro di visioni in campo: “il conflitto crescente tra coloro che ritengono che il benessere di un singolo animale sia un assoluto e quelli, invece, che ritengono che l’obiettivo primario sia la conservazione di intere popolazioni all’interno di un landscape”. Il rispetto della sofferenza animale è parte integrante della conservazione così come la conosciamo e non può essere separato da considerazioni generali sulla genetica di specie: “la maggior parte dei conservazionisti più rilevanti sono propensi ad abbracciare la preoccupazione etica per i singoli animali come un elemento importante delle migliori pratiche di conservazione, ma soltanto nella misura in cui essa sia coerente con i metodi di protezione sul landscape-level ( a livello dell’intero ecosistema), il cui successo sia misurabile”. E questo perché, proprio nel pieno della crisi di estinzione, è indispensabile massimizzare i risultati. Tradotto: garantire il massimo di chance al maggior numero di specie, non di individui. 

Ma che cosa propone la “conservazione improntata alla compassione”? I sostenitori di questo approccio sono contro il culling, cioè l’abbattimento selettivo di alcuni individui in popolazioni confinate in riserve e pensano che sia giusto lasciare che la megafauna non nativa e i predatori introdotti in epoca coloniale ( come ad esempio i gatti in Australia nel 1788) prosperi senza nessun controllo. Questi ricercatori arrivano a sostenere che non sia necessario abbattere gli ippopotami africani che Pablo Escobar, per puro piacere personale, introdusse in Colombia, o i topi che devastano i siti di nidificazione degli uccelli nelle isole in cui sono arrivati insieme agli Europei due secoli fa.  

Le considerazioni “etiche” che stanno a fondamento di queste posizioni sono aprioristiche e non tengono in conto gli obiettivi primari della protezione di un intero habitat, che è composto da un assemblage di specie co-evolute con quel territorio, quel clima e quella vegetazione. Gli autori che hanno pubblicato su CONSERVATION BIOLOGY insistono sul fatto che gli strumenti e le procedure finalizzate a proteggere gli habitat sono chiari e definiti: “la creazione di aree protette per mitigare la perdita di habitat e il loro impoverimento; leggi ad hoc per porre fine all’inquinamento, ad un uso eccessivo e alla persecuzione delle specie native; le translocazioni, per stabilire nuove popolazioni di specie minacciate all’interno di quello che una volta era il loro home range storico; interventi sul contesto ambientale (landscape) per facilitare la coesistenza tra specie sensibili e i fattori che le minacciano;  il controllo e la eradicazione delle specie invasive; le pratiche ex situ, come ad esempio colonie di sicurezza tenute in cattività e stoccaggio genetico per mitigare la perdita di diversità genetica quando le minacce non possono essere rimosse rapidamente”. 

Alcune di queste misure non risultano simpatiche all’opinione pubblica, soprattutto quella occidentale, mentre il punto di vista “empatico” mostra un enorme potere di seduzione su un immaginario collettivo che, quasi sempre, non ha la più pallida idea di cosa sia un bioma o una specie. E in particolar modo la gente comune si rifiuta di mettere a fuoco questo, che la protezione delle specie non è un contratto manicheo: “la conservazione è una gestione complessa di componenti tra loro interconnesse, in cui una decisione indirizzata ad una porzione dell’ecosistema può avere conseguenze dirette o indirette per numerose altre parti del sistema. Le scelte compiute dai conservazionisti hanno ripercussioni attraverso tutte le comunità biotiche, non soltanto per le specie target”. 

Capita che non fare nulla per non causare dolore sia ancora peggio: “è importante riconoscere che l’opzione zero azione può recare danno a un numero di individui decisamente più grande del fare ‘male’ solo a pochi.” E anche cintare le aree protette per evitare che individui, ad esempio predatori, entrino in conflitto con i villaggi e i contadini non è una alternativa senza dolore: “l’uso delle recinzioni (fence) introduce ulteriori contraddizioni (…) porre delle restrizioni al movimento degli animali potrebbe danneggiare alcuni individui perché non potranno muoversi liberamente per scegliere le risorse di cui approvvigionarsi o sfuggire ai predatori e agli esemplari con cui sono in competizione”. 

Difficilmente chi conosce gli animali selvatici solo da foto pubblicate su Facebook, o coloro che decidono di astenersi per principio dall’informazione ambientale basata su ricerche scientifiche, scegliendo di sottrarsi ai dilemmi morali imposti dalle contraddizioni intrinseche di un Pianeta vivente stravolto dagli esseri umani, riconoscerà che “il dolore è stato, e sempre sarà, parte della vita sulla Terra, senza via di uscita. Le catene alimentari (food web) implicano di necessità dolore e il dolore di una specie inflitta ad una altra specie, direttamente o indirettamente, poiché tutto ciò che vive compete per le risorse finite del Pianeta”.

E questo dovrebbe portare ad una assunzione forse poco confortante o adulatoria, ma ispirata al buon senso, con tutti i suoi limiti: “poche cose nella conservazione sono semplici. La conservazione che sa adattarsi ad ogni situazione, nella sua unicità, in modo flessibile, è più probabile porti maggiori vantaggi al benessere animale rispetto a regole rigide e di pronta applicazione ritagliate sull’emozione o sull’ideologia”.

Difendere il diritto alla sopravvivenza delle comunità animali su questo Pianeta significa ragionare per specie in senso storico: “una specie biologica è un pool di geni (espressi da organismi capaci di accoppiarsi e di produrre una progenie fertile) e questo significa che una specie è una linea storica di discendenza attraverso la selezione naturale. È per questo motivo che la conservazione delle specie si fonda su argomentazioni evolutive, chiare, e che su analoghi presupposti poggia la conservazione biologica, perché la estinzione di una specie è la fine di una intera linea di discendenza. Quindi, il valore delle comunità animali e degli ecosistemi è molto più grande della somma delle sue parti”. E questo significa, ad esempio, sopprimere le specie invasive che portano all’estinzione le specie native. Anche quando si tratta di gatti e di scoiattoli. 

L’appeal della compassionate conservation si nutre del lavoro sporco dei social media, che privilegiano le conversazioni ad alto tasso emotivo, ma agiscono come un effetto deformante sulla visione complessiva dei problemi ecologici. E questo purtroppo riguarda anche il flusso di donazioni che finanziano i progetti di protezione. Sul contesto africano un contributo durissimo di Gail Thomson ( esperta di carnivori con base in Namibia) è uscito su AFRICA GEOGRAPHIC. Si chiede, retoricamente, Thomson: “dovremmo gestire le specie selvatiche sulla base dei nostri sentimenti per gli animali o in base al bisogno di soluzioni pratiche a problemi reali?”. La sua critica agli avvocati della compassione “senza uccisioni” è radicale, proprio perché il loro sentimentalismo rischia di influenzare i pensieri di chi, allo stato attuale delle cose, con i propri bonifici finanzia la conservazione in Africa: “Attraverso le campagne sui social media possono essere generati milioni di dollari di donazioni inspirati dall’approccio compassionevole alla conservazione, eppure questi dollari non raggiungono le persone che hanno a che fare quotidianamente con le conseguenze reali, nella vita reale, della vita con le specie selvatiche, e quindi nemmeno un dollaro farà davvero la differenza. Infatti, coloro che vivono sulla linea del fronte della conservazione possono non essere affatto d’accordo con questa ideologia e sono anche gli ultimi a ricevere i finanziamenti ottenuti in questo modo. Il modello di conservazione operativo in Namibia, in particolare, va contro i fondamenti della conservazione compassionevole, perché pone al centro i diritti umani e non i diritti degli animali. Non c’è da stupirsi che alcune delle organizzazioni internazionali più ricche che promuovono la ideologia ‘Prima gli animali’ siano assenti dal contesto di conservazione che abbiamo in Namibia”. 

Che ci piaccia o no, due realtà sono ormai incontrovertibili: una etica assoluta non è né intelligente né efficace, ma serve soprattutto a soddisfare i nostri sensi di colpa; con 7 miliardi e 800 milioni di abitanti la Terra ha un gigantesco problema ecologico che si traduce in un abnorme problema di diritti umani, nel dipanarsi del quale si manifesta come problema biologico globale. È l’intera idea che abbiamo della vita ad essere in discussione, ad essere saltata in aria. Siamo all’anno zero di una rivisitazione del nostro ruolo di specie sulla Terra e questo interrogativo si porta dietro ogni interrogativo sulla vita degli altri, animali e vegetali. 

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Non c’è più posto per la tigre nelle Sundarbans del Bangladesh

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A dispetto di un ottimismo spesso di facciata, il futuro della tigre appare ormai in buona parte segnato. I numeri sono sconfortanti soprattutto nelle nazioni asiatiche che ancora ospitano le più consistenti popolazioni rimaste del grande gatto arancione e che, almeno sulla carta, avrebbero più opportunità e possibilità di dispiegare piani di conservazione realistici. Il punto però è sempre lo stesso: le aree protette dovrebbero essere connesse le une con le altre e invece sono sempre più frammentate a causa dell’espansione della rete dei trasporti su gomma, dal farming e dalla presenza umana. Stavolta è dal Bangladesh che provengono informazioni fosche, ma almeno abbastanza nette da disegnare un quadro chiaro di ciò che ci attende. 

Il Bangladesh va avanti con convinzione nella costruzione del Padma Bridge, una infrastruttura lunga 6 chilometri che collegherà presto i distretti a nord e ad est del Paese con le province meridionali, attraversando le Sundarbans, ossia 10mila chilometri quadrati di foresta a mangrovie sul delta dei fiumi Gange e Brahmaputra, la più estesa di questo tipo rimasta sul Pianeta e quindi World Heritage Site UNESCO. Gli effetti del mega-progetto, di sicuro devastanti, sono stati denunciati lo scorso 11 giugno in una Lettera pubblicata da SCIENCE da un team di ricercatori che ha studiato anche la popolazione di tigre del Bengala (Panthera tigris tigris) delle Sundarbans, la più numerosa, ormai, in Asia. I risultati del lavoro di monitoraggio del felino, pubblicati nel gennaio del 2019 su Science of the Total Environment, sono sconcertanti: “entro il 2070 non ci sarà più un habitat adatto alla tigre del Bengala nelle Sundarbans”. Sulla carta, le Sundarbas sono un sito di importanza globale per la protezione e la conservazione della tigre, ma è evidente che il Bangladesh va in tutt’altra direzione, come del resto la vicina India. La Lettera è stata firmata anche da Bill Laurance del Centre for Tropical Environmental and Sustainability Science alla James Cook University, Australia: praticamente una autorità mondiale in fatto di infrastrutture, strade e vie di accesso alle foreste tropicali. 

“Quando è stato commissionato, ci si aspettava che il ponte sostenesse il prodotto interno lordo del Bangladesh di almeno l’1.2%, ma metterà anche a rischio il fragile ecosistema delle Sundarbabns. Il Bangladesh ha già peso le Chakaria Sundarbans, una delle più antiche foreste di mangrovie dell’Asia del Sud, come risultato della crescita dell’allevamento intensivo, commercialmente conveniente, dei gamberetti”, si legge nella Lettera pubblicata su SCIENCE. “Lo stesso potrebbe accadere al distretto di Khulma, dove la costruzione del ponte ha già fatto lievitare il prezzo della terra e l’espansione delle settore edilizio, degli impianti ittici, del turismo e dei resort a ridosso delle Sundarbans”. 

E questo non è un habitat qualunque. Soltanto qui le tigri si sono adattate ad un ecosistema a mangrovie. Ce ne sono, secondo un censimento del 2015, tra le 83 e le 130, e queste poche decine di gatti sono la popolazione più numerosa rimasta di una specie che a inizio Novecento contava 100mila esemplari e che oggi è ridotta a 3890 ( cifra complessiva stimata dal WWF nel 2016). La tigre oggi occupa solo il 7% del suo storico home range: 1.5 milioni di chilometri quadrati in tutto. A meno che, nel giro di un paio di decenni, non si liberi sul subcontinente indiano spazio sufficiente a sostenere popolazioni di tigre di qualche centinaio di esemplari ciascuna, le Sundabarns rimarranno il bacino genetico allo stato selvaggio più importante per la tigre del Bengala. Perso questo, sarà finita. E lo studio proiettivo condotto da Sharif A. Mukul della Bangladesh University – che lavora anche nel Tropical Forestry Group della School of Agriculture and FoodSciences, alla University of Queensland, in Australia e ha firmato pure la Lettera a SCIENCE dell’11 giugno – dice però che “il nostro modello suggerisce una totale estinzione della tigre del Bengala nelle Sundabarns del Bangladesh dovuta al cambiamento climatico entro il 2070”. 

Certo, si tratta di ipotesi, ma sappiamo da quanto accade al clima che gli scenari più inquietanti andrebbero presi con la massima attenzione. 

Gli autori hanno usato un modello di simulazione con due scenari climatici, uno al 2050 e uno al 2070, entrambi dedotti dai recenti rapporti IPCC, per capire che cosa succederà all’innalzarsi del livello dei mari sul delta del Gange e del Brahmaputra, sulla costa meridionale del Bangladesh, e quindi nell’habitat delle tigri delle Sundarbans. Tra 50 anni quest’habitat non esisterà più. 

E come sempre, il cambiamento climatico non modellerà la geografia di queste regioni partendo dalla migliore situazione possibile al suolo, e cioè una scarsa demografia umana ed ecosistemi abbastanza estesi da contenere comunità numerose e diversificate di predatori ed erbivori. Spiegano gli autori: “Nelle Sundarbans, messi insieme, i 3 santuari principali per la wildlife coprono circa il 23% del totale delle foreste di proprietà del Bangladesh Forest Department. Una percentuale ancora oggi inadeguata”. E cioè troppo piccola per fare sul serio con la conservazione della tigre. Del resto, esattamente come avviene in Africa con il leone, la competizione tra uomini e felini non è certo solo sullo spazio disponibile, ma anche sul suo correlato logico: il cibo. Gli esseri umani cacciano le stesse prede della tigre e il resto lo fa il bracconaggio: “la preda principale della tigre del Bengala, qui, è il cervo maculato (Axis axis), benché la tigre si nutra anche di cinghiali (Sus scrofa), e di scimmie reso (Macaca mulatta), e anche di certi pesci e di granchi. Il bracconaggio e il prelievo delle specie preda riduce quindi la capacità della foresta delle Sundarbans di sostenere la sua popolazione di tigri”. 

Anche questa è una storia purtroppo già vista nel Sud Est Asiatico. La tigre della Cambogia è stata dichiarata estinta nel 2016: una clamorosa perdita di habitat l’ha condannata a morte, ma non poco ha contribuito anche il commercio alimentare di carne di Sambar (un cervo selvatico, Rusa unicolor, la sua preda principale), cacciato di frodo. Secondo due Ngo, Conservation International (Greater Mekong Program) e la Wildlife Alliance, il traffico illegale di Sambar e altri ungulati ha compromesso in via definitiva la sopravvivenza in Cambogia sia dei leopardi che delle tigri. Nel 2013 il WWF e la IUCN hanno condotto uno studio di fattibilità per la reintroduzione della tigre nelle pianure orientali della Cambogia, ma siamo ancora nell’ambito delle ipotesi e delle zone d’ombra, tipiche di ogni discorso molto ambizioso sul ritorno di specie di predatori di vertice in ecosistemi alterati o distrutti, senza nessun piano mai dichiarato in modo trasparente su come riportare allo stato selvaggio esemplari nati in cattività; o, peggio ancora, senza rendere pubbliche davanti all’opinione pubblica le perplessità scientifiche dei conservazionisti che insistono sull’importanza degli adattamenti genetici a specifiche condizioni ambientali, che rendono i piani di “traslocazione” sempre incerti, scivolosi e pericolosi. 

Il dottor John Goodrich, Chief Scientist and Tiger Program Director di Panthera, l’organizzazione leader nel mondo per la conservazione globale dei grandi felini, così ha commentato la situazione per come si presenta oggi: “se, o, più realisticamente, quando perderemo le Sundarbans e le tigri che là ancora esistono, perderemo una popolazione unica di tigri e il loro irripetibile adattamento per la sopravvivenza in un habitat a mangrovie. Tutto questo sarà una enorme tragedia. E tuttavia, questo non significherà ancora la estinzione di questa sottospecie, che ancora esiste sparsa tra India, Nepal e Buthan, e anche Russia, Cina, Thailandia, Malesia, Indonesia e Myanmar, se si accetta la attuale tassonomia di sole 2 sottospecie di tigre”. 

Per quanto Sharif A. Mukul, raggiunto via email, abbia ribadito il suo punto di vista apparso su The Daily Star il a marzo del 2019 (“i risultati del nastri studio sono certamente allarmanti per il Bangladesh, per le Sundarbans e per la magnifica tigre del Bengala, orgoglio nazionale del Paese. Ciò nondimeno, come molti altri studi fondati su modelli, anche il nostro si fonda su una serie di ipotesi”), resta il fatto che le popolazioni di tigri sono sempre più isolate tra loro, sempre più minacciate dall’espansione umane e sempre più incompatibili con la traiettoria economica e culturale delle regioni asiatiche dove, solo un secolo fa, prosperavano. Il paragone e le analogie con il leone africano sono impressionanti e non lasciano sperare nulla di buono. 

Nella storia evolutiva del leone le risposte alle domande sul suo futuro

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(Photo Credit: Peter Lindsey – LION RECOVERY FUND)

La storia evolutiva del leone dimostra quanto complicata sia la conservazione di questa specie nel continente africano, la sua ultima roccaforte. I risultati delle analisi genetiche più recenti confermano che il leone si trova già in una fase abbastanza critica da mettere in discussione alcune strategie di protezione. Trentamila anni fa il leone era il mammifero più diffuso del Pianeta: prosperava in Africa, in Eurasia e in America. Durante il Pleistocene, c’erano 3 specie di leoni: i leoni moderni (Panthera leo leo), che stavano sia in Europa che in Asia; il leone delle caverne (Panthera leo spelaea), che viveva in Europa, in Asia e in Alaska e nella penisola dello Yukon; e infine il leone americano (Panthera leo atrox), in America del Nord. 

Ma a partire da 14mila anni fa, la diversità genetica della specie è stata spazzata via e con essa una miriade di adattamenti che corrispondevano ad altrettanti habitat. Per questa ragione, anche le più dispendiose e meditate strategie di conservazione ( come ad esempio la “rilocazioni”, cioè spostare esemplari da una riserva all’altra, non di rado da una nazione africana all’altra) potrebbero non avere i risultati sperati. Spelaea e atrox sono ormai un ricordo affidato alla paleontologia: è rimasta solo Panthera leo leo, nella impressionante cifra di 20-25mila individui. A queste conclusioni arriva lo studio uscito il 19 maggio scorso sulla PNAS ( The evolutionary history of extinct and living lions”), a cui ha partecipato anche Nobuyuki Yamaguchi della University Malaysia Terengganu di Kuala Lumpur, un veterano nella ricerca genetica sul leone africano. 

La lunga estinzione del leone sembra inarrestabile: negli ultimi 150 anni ( per fattori stavolta antropici) se ne sono andati il leone berbero del Nord Africa, il leone del Capo in Sudafrica e il leone del Medio Oriente. Non è causale che anche questo studio parli del leone del Capo e del leone berbero. Nel 2016 numerosi ricercatori hanno tracciato la mappa genetica del leone, in cui le differenze regionali sono marcate. I leoni (i pochissimi rimasti) dell’Africa occidentale sono distinti, e in modo netto, da quelli dell’Africa centrale, ma appartengono ad una sottospecie che è Panthera leo leo. I leoni dell’Africa orientale (ad esempio del Kenya e della Tanzania) e meridionale (Sudafrica) sono invece classificati come Panthera leo melanochaita. 

La ricerca pubblicata sulla PNAS approfondisce questo scenario genetico: “benché i leoni dell’Africa centrale rientrino nel gruppo (cluster) di Panthera leo leo nelle ricostruzioni filogenetiche basate sul DNA miticondriale, il loro genoma mostra una affinità ancestrale più spiccata con Panthera leo melanochaita. I nostri risultati suggeriscono quindi che la posizione tassonomica dei leoni del centro Africa debba essere rivista. Tuttavia, questi dati sono fondati sul genoma di un singolo leone del centro Africa, mentre studi recenti condotti su più genomi e su rilevamenti satellitari suggeriscono che i leoni del centro Africa, del Congo (DRC) e del Cameroon rientrino di solito nel gruppo di Panthera leo leo. Inoltre, il flusso genico in Africa centrale e occidentale probabilmente era diffuso nel passato. Entrambe le linee di derivazione coesistettero per lunghi periodi di tempo e quindi il tasso di divergenza non è alto”. 

A questo punto potremmo chiederci perché queste sottigliezze tassonomiche dovrebbero interessarci. Progettare di aumentare le popolazioni locali di leoni non può prescindere dalle caratteristiche genetiche degli individui che dovrebbero essere spostati. Se il leone del Capo – il celeberrimo “leone dalla criniera nera” – pare essere un cugino di primo grado degli attuali leoni del Sudafrica, questo non significa che  le popolazioni di leoni allo stato selvaggio del Paese possano funzionare con pieno successo come “popolazioni serbatoio” per estrapolare individui da ricollocare più a Nord, all’interno dell’area di appartenenza storica di Panthera leo melanochaita. Anche all’interno della stessa sottospecie esistono infatti differenze genetiche dipendenti dalle origini geografiche che potrebbero rendere vano l’inserimento e l’adattamento di un leone del Sudafrica, ad esempio, in una parco della Rift Valley.

Il caso del parco nazionale di Akagera, in Rwanda, è emblematico. Akagera era stato svuotato dei suoi animali durante i sanguinosi eventi della guerra civile e del genocidio del 1994. Nel 2015 il Sudafrica ha collaborato con le autorità ruandesi per reintrodurre ad Akagera 4 femmine della riserva di Phinda (Kwa Zulu Natal, Sudafrica) e 2 maschi dal Tembe Elephant Park (sempre in Sudafrica). Ma i leoni delle riserve sudafricane non sono nativi di quelle riserve: sono a loro volta stati reintrodotti e quindi appartengono a linee di derivazione genetica mista. “I maschi introdotti in Rwanda originavano dall’Etosha, in Namibia, e le femmine avevano un mix di geni dal Kruger, dal Kgalagadi e dall’Etosha”, scrisse nel 2015 il National Geographic. La considerazione più rilevante la fece però Laura Bertola, una altra punta di diamante della ricerca genetica sul leone africano, che lavora alla Leiden University, in Olanda: “Tutti i dati genetici disponibili che abbiamo finora ci dicono che i leoni dell’Etosha appartengono ad un gruppo distinto che non c’è in Africa Orientale: per questa ragione sarei a favore di un’altra origine per la reintroduzione in Rwanda”. 

Allora si decise di procedere ugualmente, ma è molto importante non dimenticare alcune cose: occorre tempo per verificare se l’insediamento di una popolazione animale ha avuto successo oppure no; le ragioni del turismo e della conservazione spesso confluiscono in piani di gestione della fauna che confliggono con le evidenze scientifiche; i leoni che ancora abitano gli habitat a savana dell’Africa orientale e meridionale nelle riserve e in alcuni parchi nazionali non sono i discendenti diretti delle popolazioni “integre e storiche” di leoni, ma sono il risultato, oggi, di interventi umani molto invasivi. 

Le considerazioni genetiche dovrebbe essere tenute nella massima considerazione, avverte il team di ricercatori che ha pubblicato il 17 maggio sulla PNAS, quando si parla di reintrodurre il leone nel Nord Africa, una ipotesi in circolazione dal 2002 con il Lion Atlas Project. Considerando il genoma e non solo il DNA mitocondriale “i leoni dell’Africa occidentale sono i parenti più stretti lungo la linea di derivazione” del leone berbero. Peccato che in Africa occidentale ormai la popolazione più numerosa di leoni si trovi solo in una area protetta transfrontaliera, la W-Arly_Penjari (circa 350 esemplari tra Benin, Burkina Faso e Niger). Ma se rivedere il maestoso leone berbero è, allo stato attuale delle cose, un esercizio di immaginazione scientifica del tutto teorico, meno aleatorie sono le riflessioni sulla conservazione del leone nel resto del continente: “i nostri risultati possono essere utili ad esplorare come la diversità genetica delle popolazioni è cambiata nel corso del tempo”. Un modo elegante per dire che la quantità non fa la qualità: riserve cintate con molti leoni non garantiscono lo stato di salute della specie, ma solo lauti introiti turistici. Una strada che, purtroppo, pare invece essere la linea di governo di Paesi come il Sudafrica e la Tanzania, che, insieme, hanno il 90% dei leoni africani rimasti nel XXI secolo. 

L’albero genealogico completo QUI.

 

Siamo ormai fuori dalla nicchia climatica umana

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Da migliaia di anni la distribuzione della nostra specie si è mantenuta all’interno di una fascia climatica ben precisa: la zona geografica del globo in cui il regime delle temperature annuali è compreso tra una media di 11 gradi Celsius e una media di 15 gradi Celsius (il MAT, Mean Annual Temperature). L’intera produzione alimentare umana (agricoltura e allevamento) ha potuto contare su questa “nicchia climatica”, che si è rivelata cruciale per la prosperità degli insediamenti umani e per le loro culture. Ma le cose stanno cambiando ad una velocità ignota nella storia umana, e cambieranno per qualcosa come 3.5 miliardi di persone nei prossimi 50 anni. Questa la conclusione di uno studio pubblicato sulla PNASche introduce un concetto nuovo nel dibattito sul futuro dell’umanità in condizioni climatiche senza precedenti: la nicchia climatica umana. 

Nei millenni che abbiamo alle spalle (corrispondenti al medio Olocene, iniziato circa 6000 anni fa), secondo gli autori, la nostra specie ha fatto esperienza di una “inerzia” nella distribuzione dei suoi villaggi e delle sue popolazioni, coerente con una fascia climatica adatta alle colture e all’allevamento degli animali domestici. Ma lo scenario è mutato: “L’inerzia storica della distribuzione umana in riferimento alla temperatura contrasta in modo netto con lo spostamento previsto per le popolazioni umane nel prossimo mezzo secolo, ipotizzando scenari invariati per i trend climatici e la crescita demografica umana”. La conseguenza sarà che “le temperature di cui faremo esperienza, in media, cambieranno nei prossimi decenni più di quanto sia accaduto negli ultimi 6mila anni. E si prevede che la crescita demografica sarà predominante nelle regioni più calde”. 

La demografia umana senza dubbio è la variabile più inquietante e preoccupante del nostro futuro climatico: “Un modo per farsi una idea delle temperature che ci saranno nelle aree densamente popolate nel 2070 è guardare alle regioni dove nel clima attuale sono già presenti condizioni confrontabili con quelle a venire. La maggior parte delle aree che sono, adesso, vicine alla media storica prevalente di 13 gradi Celsius, in 50 anni avranno un MAT con una media di 20 Celsius, attualmente presente in Nord Africa, parte del sud della Cina e nelle regioni mediterranee. Nel frattempo, le popolazioni di regioni che sono già calde cresceranno e rappresenteranno la parte più cospicua della popolazione globale. Queste popolazioni in crescita faranno esperienza di medie MAT che oggi si trovano davvero in pochi luoghi. Nello specifico, 3.5 miliardi di persone saranno esposte ad un MAT medio di 29 gradi Celsius, una situazione che nel clima presente si trova solo sull’0.8% della superficie del globo, per lo più nel Sahara, ma che nel 2070 coprirà il 19% delle terre del Pianeta”. 

Le ragioni per cui gli esseri umani si sono mantenuti stabili in una nicchia climatica ben precisa sono le stesse che costituiscono, oggi, motivi di enorme preoccupazione per la futura instabilità di comunità in cui la crisi umanitaria, da tutti i punti di osservazione, potrebbe diventare la norma. È il climate apartheid di cui molto si è discusso nell’estate nel 2019: “uno stimato 50% della popolazione globale dipende da piccole fattorie e la maggior parte dell’energia immessa in questi sistemi proviene dalla forza fisica degli allevatori, che possono subire presenti ripercussioni dalle temperature estreme. In secondo luogo, le temperature elevate hanno effetti pesanti, non solo sulla capacità di lavoro manuale, ma anche sull’umore, sul comportamento e sulla salute mentale in condizioni di calore bruciante, e sulla performance cognitiva e psicologica. Terzo fattore, e forse il più importante, c’è una consequenzialità tra l’ottimo delle temperature e l’ottimo per la produttività economica, come emerge da uno studio che mette in relazione queste due dinamiche in 166 Paesi”. 

La demografia umana compare anche in una altra analisi dei rischi prossimi e sicuri: A WORLD AT RISK – Annual report on global preparedness for health emergencies, stilato dal Global Preparedness Monitoring Board, un organo di monitoraggio indipendente nato nel 2018, cui collaborano attivamente la World Bank e l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Il Rapporto contiene dati analizzati nel 2019 e ciò nonostante affronta l’evidenza che questa pandemia può essere solo l’inizio di una nuova epoca: “il mondo fronteggia un rischio acuto di devastanti epidemie globali o regionali o anche di pandemie (…) tra il 2011 e il 2018 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha seguito 1483 eventi epidemici in 172 paesi. Malattie di tipo epidemico come l’influenza, la Sindrome Respiratoria Acuta (SARS), la Sindrome Respiratoria del Medioriente (MERS), Ebola, Zika, la Febbre Gialla e altre sono fatti premonitori di una nuova era di malattia ad alto impatto, a propagazione potenzialmente molto rapida, che vengono identificate sempre più di frequente e che sono sempre più difficili da gestire”. Il caos sociale si accompagna alla distruttività economia di queste malattie: la SARS è costata 40 miliardi di dollari, Ebola (nel 2015-2016) 60 miliardi di dollari. 

Soprattutto, il Rapporto mette a fuoco con la dovuta chiarezza il ruolo della demografia umana, che, si legge nell’introduzione, è un amplificatore del rischio: “Le epidemie colpiscono le comunità che hanno meno risorse con più aggressività in conseguenza della loro mancanza di accesso ai servizi sanitari di base, all’acqua pulita e alla sanificazione; questo aggraverà la diffusione degli agenti patogeni. Gli amplificatori di malattie, che includono la crescita demografica e la derivante pressione sull’ambiente, il cambiamento climatico, la densa urbanizzazione, l’aumento esponenziale dei viaggi internazionali e delle migrazioni, volontarie o forzate, tutto questo accresce il rischio per tutti, ovunque”. 

E di sicuro le condizioni igieniche generali saranno sotto ulteriore stress là dove si prevede che le inondazioni causate dai fiumi in piena sotto piogge torrenziali saranno più frequenti. Secondo il WORLD RESOURCE INSTITUTEnel 2030, cioè domani, rispetto al solo 2010 il numero delle persone coinvolte in alluvioni devastanti raddoppierà: da 65 milioni a 132 milioni. E ancora una volta nel cocktail di fattori che si rafforzano l’uno con l’altro ci sono clima e demografia: “il rischio di inondazioni sta aumentando drammaticamente a causa del volume delle piogge e delle tempeste alimentate dal cambiamento climatico, e di fattori socio-economici come la crescita della popolazione e lo sviluppo in prossimità delle coste e dei fiumi e l’erosione dovute all’acqua sotterranea. Nei Paesi che sperimentano il peggiore rischio di inondazioni tutte e tre queste minacce convergono”. Esempi: India, Bangladesh e Indonesia. Tra 10 anni il 44% della popolazione mondiale colpita da inondazioni vivrà qui. 

La pandemia in corso è quindi la punta di un iceberg. Segnerà probabilmente un passaggio di livello nella nostra comprensione della fase, inedita e sconosciuta, in cui ci troviamo nella storia geologica, ecologica ed evolutiva del Pianeta. Prima di tutto perché ha portato a galla il fatto che il gradiente del rischio, ora, sta nella correlazione di crisi sistemiche, ignorate a lungo. E in secondo luogo perché sarà presto evidente, all’opinione pubblica finora fiduciosa nella soluzione di breve periodo e ignara della catastrofe ecologica, che il peggio non sarà passato tra sei mesi. E questo pone una incognita sociale forse ancora più vasta delle precedenti, e cioè se, in termini culturali, l’inizio dell’epoca del pericolo permanente entrerà o no nella coscienza collettiva. E nel discorso politico. 

C’è ancora spazio per la tigre indocinese nella Yai Forest della Tailandia

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Anche la tigre indocinese è ad un passo dall’estinzione. Ce ne sono solo 221 ancora allo stato selvaggio nel mondo, in due soli Paesi dell’Asia: la Tailandia e il Myanmar. Nella foresta del Dong Phayayen-Khao Yai Forest Complex della Tailandia (a nord di Bangkok e confinante, all’estremo est, con la Cambogia) 22 forse 30 tigri riescono ancora a riprodursi. La conferma viene dalla pubblicazione sulla rivista Biological Conservation dei risultati di una ricerca effettuata da tre team: Panthera, il Dipartimento per la conservazione delle specie selvatiche e delle foreste della Thailandia (Department of National Parks, Wildlife and Plant Conservation, DNP), la Freeland Foundation (che si occupa di contrastare il traffico di animali selvatici e il bracconaggio) e WildCRU (il think tank della Università di Oxford per i grandi predatori). 

Per capirci, stiamo parlando di una sottospecie di tigre, la Panthera tigris corbetti. La corbetti abitava un secolo fa tutte le foreste a latifoglie del sud est asiatico. Ne ho vista una impagliata al museo di storia naturale di Hanoi, in Vietnam, nel 2015. Un esemplare rarissimo anche per il tachidermista che le ha regalato l’eternità. 

Il fatto che in questa area protetta della Tailandia, patrimonio mondiale UNESCO, le tigri siano ancora in grado di riprodursi è una notizia positiva e per un motivo sostanziale. Quando una specie comincia ad essere estremamente rarefatta dal punto di vista numerico, non è raro che anche la sua fitness riproduttiva (la capacità di produrre nuove generazioni) crolli. Qui, la densità demografica delle tigri è di 0.63 ogni 100 chilometri quadrati: “questo studio è stato condotto nel Thap Lan-Pang Sida Tiger Conservation Landscape (TCL) dello Yai Forest Complex che ha una estensione di 4445 chilometri quadrati e si pensa possa sostenere un habitat sufficiente per una media di 50 tigri adulte”. I dati sono stati raccolti con fototrappole collocate in 88 punti strategici; le tigri sono state identificate e quindi contate grazie al particolare disegno di strisce nere che caratterizza in modo unico il manto di ciascun individuo. 

Ma le tigri della Yai Forest hanno un futuro? Perché futuro significa che la popolazione deve crescere e quindi allargare il proprio habitat. “Le chance di aumentare numericamente dipende sostanzialmente dalla nostra abilità nel ridurre le minacce. In questo contesto geografico, per queste tigri, ciò significa lavorare a livello delle comunità locali, del governo e degli stake holders, che devono mettere risorse economiche e volontà politica nel combattere il bracconaggio degli animali che sono le prede della tigre”, sostiene Chris Hallam, Monitoring Advisor Panthera. Le premesse sono buone secondo Abishek Harihar, PopulationEcologist nel Tiger Program sempre di Panthera: “Al momento, il governo della Tailandia è molto impegnato nella protezione di questa popolazione di tigri. E un supporto di questo tipo spesso si rivela decisivo per cominciare e sostenere un recupero numerico. Il DPKY Landscape si estende su 4000 chilometri quadrati e il nostro studio era focalizzato su circa 500 chilometri quadrati. Sì, c’è spazio per le tigri qui”. 

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Ho chiesto ad Abishek Harihar se tutto questo ha un riscontro anche nella genetica. Se cioè un gruppo così ridotto di individui può essere sufficiente per un incremento demografico funzionale: “22 individui è un numero molto piccolo, Da un punto di vista strettamente genetico si raccomanda sempre che una popolazione di circa 25 femmine in età riproduttiva. Tuttavia, questa considerazione è basata sulla esperienza diretta più che sulla teoria. Anche se studiamo il corredo genetico di questa popolazione, non possiamo dire con certezza se 22 è un numero di tigri coerente con un recupero. Detto tutto questo, questo paesaggio geografico ha il potenziale per sostenere più tigri di quante ce ne siano ora. Per questo, gli sforzi di conservazione devono essere indirizzi ad aiutare questo recupero in un contesto che ha importanza globale”. 

Questo studio sulle tigri della Yai Forest è rilevante anche per un altro motivo. 

I censimenti dei grandi predatori sono diventati una faccenda politica in tutto il mondo.

Nel 2010 tredici nazioni si sono incontrare a San Pietroburgo, in Russia, per il Global Tiger Summit. Obiettivo: pianificare interventi di conservazione che raddoppino i numeri della specie, da 3200 rimaste a 6400 entro il 2022. Un obiettivo di enorme ambizione, forse addirittura eccessiva. Perché le tigri aumentino, serve spazio. 

Lo scorso novembre è stato pubblicato sul magazine PHYS.ORG un articolo firmato da Biarne Rosjo dell’Università di Oslo dal titolo preoccupante: “Indian authorities may have exaggerated claims of rising tiger numbers”. L’articolo è circolato su Twitter attraverso la rete di biologi e conservazioni che si occupano di grandi carnivori, dei grandi felini e dei problemi di conservazione delle popolazioni isolate, una condizione tipica, ormai, di tutte le tigri rimaste. Le autorità indiane, scrive Rosjo, sostengono che il numero complessivo di tigri sia raddoppiato dal 2006, ma “è quasi impossibile che una popolazione di tigri cresca a questa velocità senza una spiegazione precisa”. L’India dichiarava 1411 tigri nel 2006, mentre lo scorso luglio ha reso nota la cifra di 2.967 tigri. Secondo il dottor Arjun Gopalaswamy della Wildlife Conservation Society (WCS) questi numeri sarebbero il risultato di errori metodologici e matematici. 

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La tigre potrebbe essere già entrata nel novero di specie che il geografo ed ecologo Chris Darymont (nel 2015 coniò il termine di “super predatore” per Homo sapiens) insieme ad altri colleghi ha definitopolitical populations: “Considerando il conflitto politico che circonda la protezione o la riduzione delle popolazioni di carnivori, avanziamo l’ipotesi che le stime sulle popolazioni (abbondanza e trend) e le politiche ad esse associate siano eccezionalmente sensibili proprio all’influenza politica. Ipotizziamo che alcuni governi e altre organizzazioni giustifichino politicamente le loro preferenze per rapporti o sovra o sotto dimensionanti sulle popolazioni di carnivori senza giustificazioni empiriche, creando così ciò che noi definiamo political population”. Un discorso che secondo gli autori vale già per orsi bruni, lupi e lince euro-asiatica. 

I predatori di vertice o di media taglia hanno ampi home-range ed entrano perciò in conflitto con le esigenze abitative, economiche e demografiche degli esseri umani. Ovunque: in Europa (pensiamo al Trentino), in Africa, in Nord America e a maggior ragione in Asia, nelle ex terre della tigre, tutte nazioni iperpopolate. Non c’è green economy o Green New Deal che possa sovvertire questi semplice dato biologico. Tutte le specie, il milione a rischi di estinzione secondo il Rapporto Ipbes 2019, sono a un passo dall’abisso a causa della eccessiva demografia umana, ma per i grandi gatti lo scontro con l’essere umano è particolarmente fatale. Come ha detto John Goodrich, coordinatore del Siberian Tiger Project “perché le tigri esistano, dobbiamo volerlo. Oggi come non mai”. Questo significa una sola cosa: affrontare con estrema schiettezza la questione della riproduzione umana. 

Photo Credits: Panthera Press Office

La cultura Han, e non il clima, ha deciso il destino delle megafauna cinese

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Che cosa è successo ai rinoceronti, agli elefanti, agli orsi e alle tigri della Cina orientale mentre si affermavano le dinastie di etnia Han, tra il X e il XVIII secolo? Sono stati spazzati via dalla espansione inarrestabile dalla crescente complessità sociale della raffinatissima cultura cinese. L’elaborazione culturale cinese, e non le fluttuazioni climatiche, è la causa della perdita totale di questi mammiferi nella Cina odierna.

È questa la conclusione a cui sono giunti un team di ricercatori cinesi e danesi in uno studio appena pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica PNAS (Long-term effects of cultural filtering on megafauna species distributions across China, by Shuqing N. Teng, Chi Xu, Licheng Teng e Jens.-Chistian Svenning). La ricerca ha preso in esame il destino – la diminuzione progressiva degli habitat – di 5 ordini (taxa) di specie di grandi mammiferi: l’elefante asiatico, i rinoceronti, l’orso nero asiatico, l’orso marrone e le tigri. I trend di popolazione di queste specie sono state ricostruiti attraverso l’analisi delle informazioni topografiche, storiche e geografiche dei distretti amministrativi della Cina lungo l’intero periodo studiato. Questi dati sono poi stati confrontati con quelli provenienti dai censimenti e quindi con gli scenari demografici che si sono via affermati man mano che l’agricoltura trasformava gli habitat e gli ecosistemi. 

“Il nostro studio fornisce evidenze dirette che l’evoluzione culturale, sin dall’antichità, ha superato il cambiamento climatico nello sbozzare gli schemi di diffusione della megafauna su ampia scala”, sostengono gli autori, “confermando la forte e crescente importanza dei processi socio-culturali sulla biosfera”. Se le specie animali sono state indispensabili per la costruzione della civiltà, è altrettanto vero che ne sono state le prime vittime. La cultura esercita cioè sulle specie animali un “effetto filtro (cultural filtering)”: decide della loro presenza, creando le condizioni per la loro estinzione locale, regionale e infine continentale. 

Questo studio conferma la crescente attenzione dell’ecologia per la storia, l’etnografia e l’antropologia. L’attuale condizione del Pianeta, infatti, è il prodotto di processi storici documentati dai sistemi di produzione delle civiltà (agricoltura e commercio) non meno che dalle idee con cui i popoli prendono possesso delle regioni in cui costruiscono la propria idea di impero. Nella Cina orientale, a partire dall’epoca che per noi europei coincide con l’insediamento continentale del potere carolingio, gli Han si differenziano dalle altre etnie cinesi attraverso la scelta di puntare tutto sull’agricoltura estensiva. Dal X secolo, la Cina comincia a trasformare così i propri paesaggi selvaggi in una forma di eredità naturale modellata dalla cultura, e che sarà passata alle generazioni successive in modo irreversibile. 

Da quel momento, i rinoceronti hanno subito una contrazione territoriale graduale, ma costante, fino a sparire alla metà del XX secolo; l’elefante sopravvive, ma non ad Oriente dell’immensa nazione cinese; gli orsi e le tigri sono riusciti a rimanere stabili fino alle soglie dell’Ottocento, per poi scivolare nell’oscurità perenne dell’estinzione. Il caso della tigre è particolarmente interessante, perché le sottospecie cinesi si sono rivelate molto più sensibili degli altri taxa alle oscillazioni climatiche degli ultimi secoli.  Erano meno numerose durante la cosiddetta Piccola Età Glaciale (1630-1953) e ancora oggi però sopravvivono nelle aree tropicali. È quindi probabile, secondo gli autori, che la tigre sia scomparsa per l’imperversare di una tempesta perfetta di clima e agricoltura. Durante il periodo più freddo le attività umane potrebbero aver rallentano in intensità, a causa delle temperature più rigide. Ma le registrazioni ufficiali degli ultimi 4 secoli di impero cinese (1400-1900) contengono testimonianze di un conflitto crescente, come accade oggi in Africa con il leone. Le tigri aggredivano più spesso i contadini e le autorità erano meglio disposte a ucciderle. 

Per gli autori l’incremento della complessità sociale in Cina fu possibile proprio grazie all’agricoltura, che divenne “il fondamento delle vite dei singoli individui e di tutta la società nel suo complesso”. E non è da sottovalutare il fatto che gli Han dimostrano una maggiore aggressività nell’uso delle risorse naturali rispetto ad altre etnie. 

Questo studio spinge in una direzione che probabilmente nel prossimo decennio acquisterà sempre più peso e attenzione nel dibattito sulla protezione delle specie. Il filtro culturale deve essere inserito nel modello di analisi classico della conservazione. E questo perché la cultura umana è la variabile imprevedibile, in continua evoluzione, che forma l’atteggiamento mentale nei confronti delle faune del Pianeta. E decreta dunque il loro diritto a morire, o sopravvivere: “Un esempio di questa questione è il declino della popolazione della tigre del Sud della Cina (Panthera tigris amoyensis), che è stato accelerato dalle campagne ‘contro le specie nocive’ degli anni ’50, che avevano come obiettivo proprio questa sottospecie. Si può però fare un confronto con un altro esempio, e cioè la forte espansione, negli ultimi decenni, delle specie di grandi mammiferi in tutta Europa dovuta a cambiamenti socio-culturali, inclusi lo sviluppo di politiche di conservazione e della regolamentazione della caccia, l’abbandono delle terre agricole e il supporto dell’opinione pubblica”.