Categoria: Range, Space and Landscape

Non c’è più posto per la tigre nelle Sundarbans del Bangladesh

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A dispetto di un ottimismo spesso di facciata, il futuro della tigre appare ormai in buona parte segnato. I numeri sono sconfortanti soprattutto nelle nazioni asiatiche che ancora ospitano le più consistenti popolazioni rimaste del grande gatto arancione e che, almeno sulla carta, avrebbero più opportunità e possibilità di dispiegare piani di conservazione realistici. Il punto però è sempre lo stesso: le aree protette dovrebbero essere connesse le une con le altre e invece sono sempre più frammentate a causa dell’espansione della rete dei trasporti su gomma, dal farming e dalla presenza umana. Stavolta è dal Bangladesh che provengono informazioni fosche, ma almeno abbastanza nette da disegnare un quadro chiaro di ciò che ci attende. 

Il Bangladesh va avanti con convinzione nella costruzione del Padma Bridge, una infrastruttura lunga 6 chilometri che collegherà presto i distretti a nord e ad est del Paese con le province meridionali, attraversando le Sundarbans, ossia 10mila chilometri quadrati di foresta a mangrovie sul delta dei fiumi Gange e Brahmaputra, la più estesa di questo tipo rimasta sul Pianeta e quindi World Heritage Site UNESCO. Gli effetti del mega-progetto, di sicuro devastanti, sono stati denunciati lo scorso 11 giugno in una Lettera pubblicata da SCIENCE da un team di ricercatori che ha studiato anche la popolazione di tigre del Bengala (Panthera tigris tigris) delle Sundarbans, la più numerosa, ormai, in Asia. I risultati del lavoro di monitoraggio del felino, pubblicati nel gennaio del 2019 su Science of the Total Environment, sono sconcertanti: “entro il 2070 non ci sarà più un habitat adatto alla tigre del Bengala nelle Sundarbans”. Sulla carta, le Sundarbas sono un sito di importanza globale per la protezione e la conservazione della tigre, ma è evidente che il Bangladesh va in tutt’altra direzione, come del resto la vicina India. La Lettera è stata firmata anche da Bill Laurance del Centre for Tropical Environmental and Sustainability Science alla James Cook University, Australia: praticamente una autorità mondiale in fatto di infrastrutture, strade e vie di accesso alle foreste tropicali. 

“Quando è stato commissionato, ci si aspettava che il ponte sostenesse il prodotto interno lordo del Bangladesh di almeno l’1.2%, ma metterà anche a rischio il fragile ecosistema delle Sundarbabns. Il Bangladesh ha già peso le Chakaria Sundarbans, una delle più antiche foreste di mangrovie dell’Asia del Sud, come risultato della crescita dell’allevamento intensivo, commercialmente conveniente, dei gamberetti”, si legge nella Lettera pubblicata su SCIENCE. “Lo stesso potrebbe accadere al distretto di Khulma, dove la costruzione del ponte ha già fatto lievitare il prezzo della terra e l’espansione delle settore edilizio, degli impianti ittici, del turismo e dei resort a ridosso delle Sundarbans”. 

E questo non è un habitat qualunque. Soltanto qui le tigri si sono adattate ad un ecosistema a mangrovie. Ce ne sono, secondo un censimento del 2015, tra le 83 e le 130, e queste poche decine di gatti sono la popolazione più numerosa rimasta di una specie che a inizio Novecento contava 100mila esemplari e che oggi è ridotta a 3890 ( cifra complessiva stimata dal WWF nel 2016). La tigre oggi occupa solo il 7% del suo storico home range: 1.5 milioni di chilometri quadrati in tutto. A meno che, nel giro di un paio di decenni, non si liberi sul subcontinente indiano spazio sufficiente a sostenere popolazioni di tigre di qualche centinaio di esemplari ciascuna, le Sundabarns rimarranno il bacino genetico allo stato selvaggio più importante per la tigre del Bengala. Perso questo, sarà finita. E lo studio proiettivo condotto da Sharif A. Mukul della Bangladesh University – che lavora anche nel Tropical Forestry Group della School of Agriculture and FoodSciences, alla University of Queensland, in Australia e ha firmato pure la Lettera a SCIENCE dell’11 giugno – dice però che “il nostro modello suggerisce una totale estinzione della tigre del Bengala nelle Sundabarns del Bangladesh dovuta al cambiamento climatico entro il 2070”. 

Certo, si tratta di ipotesi, ma sappiamo da quanto accade al clima che gli scenari più inquietanti andrebbero presi con la massima attenzione. 

Gli autori hanno usato un modello di simulazione con due scenari climatici, uno al 2050 e uno al 2070, entrambi dedotti dai recenti rapporti IPCC, per capire che cosa succederà all’innalzarsi del livello dei mari sul delta del Gange e del Brahmaputra, sulla costa meridionale del Bangladesh, e quindi nell’habitat delle tigri delle Sundarbans. Tra 50 anni quest’habitat non esisterà più. 

E come sempre, il cambiamento climatico non modellerà la geografia di queste regioni partendo dalla migliore situazione possibile al suolo, e cioè una scarsa demografia umana ed ecosistemi abbastanza estesi da contenere comunità numerose e diversificate di predatori ed erbivori. Spiegano gli autori: “Nelle Sundarbans, messi insieme, i 3 santuari principali per la wildlife coprono circa il 23% del totale delle foreste di proprietà del Bangladesh Forest Department. Una percentuale ancora oggi inadeguata”. E cioè troppo piccola per fare sul serio con la conservazione della tigre. Del resto, esattamente come avviene in Africa con il leone, la competizione tra uomini e felini non è certo solo sullo spazio disponibile, ma anche sul suo correlato logico: il cibo. Gli esseri umani cacciano le stesse prede della tigre e il resto lo fa il bracconaggio: “la preda principale della tigre del Bengala, qui, è il cervo maculato (Axis axis), benché la tigre si nutra anche di cinghiali (Sus scrofa), e di scimmie reso (Macaca mulatta), e anche di certi pesci e di granchi. Il bracconaggio e il prelievo delle specie preda riduce quindi la capacità della foresta delle Sundarbans di sostenere la sua popolazione di tigri”. 

Anche questa è una storia purtroppo già vista nel Sud Est Asiatico. La tigre della Cambogia è stata dichiarata estinta nel 2016: una clamorosa perdita di habitat l’ha condannata a morte, ma non poco ha contribuito anche il commercio alimentare di carne di Sambar (un cervo selvatico, Rusa unicolor, la sua preda principale), cacciato di frodo. Secondo due Ngo, Conservation International (Greater Mekong Program) e la Wildlife Alliance, il traffico illegale di Sambar e altri ungulati ha compromesso in via definitiva la sopravvivenza in Cambogia sia dei leopardi che delle tigri. Nel 2013 il WWF e la IUCN hanno condotto uno studio di fattibilità per la reintroduzione della tigre nelle pianure orientali della Cambogia, ma siamo ancora nell’ambito delle ipotesi e delle zone d’ombra, tipiche di ogni discorso molto ambizioso sul ritorno di specie di predatori di vertice in ecosistemi alterati o distrutti, senza nessun piano mai dichiarato in modo trasparente su come riportare allo stato selvaggio esemplari nati in cattività; o, peggio ancora, senza rendere pubbliche davanti all’opinione pubblica le perplessità scientifiche dei conservazionisti che insistono sull’importanza degli adattamenti genetici a specifiche condizioni ambientali, che rendono i piani di “traslocazione” sempre incerti, scivolosi e pericolosi. 

Il dottor John Goodrich, Chief Scientist and Tiger Program Director di Panthera, l’organizzazione leader nel mondo per la conservazione globale dei grandi felini, così ha commentato la situazione per come si presenta oggi: “se, o, più realisticamente, quando perderemo le Sundarbans e le tigri che là ancora esistono, perderemo una popolazione unica di tigri e il loro irripetibile adattamento per la sopravvivenza in un habitat a mangrovie. Tutto questo sarà una enorme tragedia. E tuttavia, questo non significherà ancora la estinzione di questa sottospecie, che ancora esiste sparsa tra India, Nepal e Buthan, e anche Russia, Cina, Thailandia, Malesia, Indonesia e Myanmar, se si accetta la attuale tassonomia di sole 2 sottospecie di tigre”. 

Per quanto Sharif A. Mukul, raggiunto via email, abbia ribadito il suo punto di vista apparso su The Daily Star il a marzo del 2019 (“i risultati del nastri studio sono certamente allarmanti per il Bangladesh, per le Sundarbans e per la magnifica tigre del Bengala, orgoglio nazionale del Paese. Ciò nondimeno, come molti altri studi fondati su modelli, anche il nostro si fonda su una serie di ipotesi”), resta il fatto che le popolazioni di tigri sono sempre più isolate tra loro, sempre più minacciate dall’espansione umane e sempre più incompatibili con la traiettoria economica e culturale delle regioni asiatiche dove, solo un secolo fa, prosperavano. Il paragone e le analogie con il leone africano sono impressionanti e non lasciano sperare nulla di buono. 

Nella storia evolutiva del leone le risposte alle domande sul suo futuro

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(Photo Credit: Peter Lindsey – LION RECOVERY FUND)

La storia evolutiva del leone dimostra quanto complicata sia la conservazione di questa specie nel continente africano, la sua ultima roccaforte. I risultati delle analisi genetiche più recenti confermano che il leone si trova già in una fase abbastanza critica da mettere in discussione alcune strategie di protezione. Trentamila anni fa il leone era il mammifero più diffuso del Pianeta: prosperava in Africa, in Eurasia e in America. Durante il Pleistocene, c’erano 3 specie di leoni: i leoni moderni (Panthera leo leo), che stavano sia in Europa che in Asia; il leone delle caverne (Panthera leo spelaea), che viveva in Europa, in Asia e in Alaska e nella penisola dello Yukon; e infine il leone americano (Panthera leo atrox), in America del Nord. 

Ma a partire da 14mila anni fa, la diversità genetica della specie è stata spazzata via e con essa una miriade di adattamenti che corrispondevano ad altrettanti habitat. Per questa ragione, anche le più dispendiose e meditate strategie di conservazione ( come ad esempio la “rilocazioni”, cioè spostare esemplari da una riserva all’altra, non di rado da una nazione africana all’altra) potrebbero non avere i risultati sperati. Spelaea e atrox sono ormai un ricordo affidato alla paleontologia: è rimasta solo Panthera leo leo, nella impressionante cifra di 20-25mila individui. A queste conclusioni arriva lo studio uscito il 19 maggio scorso sulla PNAS ( The evolutionary history of extinct and living lions”), a cui ha partecipato anche Nobuyuki Yamaguchi della University Malaysia Terengganu di Kuala Lumpur, un veterano nella ricerca genetica sul leone africano. 

La lunga estinzione del leone sembra inarrestabile: negli ultimi 150 anni ( per fattori stavolta antropici) se ne sono andati il leone berbero del Nord Africa, il leone del Capo in Sudafrica e il leone del Medio Oriente. Non è causale che anche questo studio parli del leone del Capo e del leone berbero. Nel 2016 numerosi ricercatori hanno tracciato la mappa genetica del leone, in cui le differenze regionali sono marcate. I leoni (i pochissimi rimasti) dell’Africa occidentale sono distinti, e in modo netto, da quelli dell’Africa centrale, ma appartengono ad una sottospecie che è Panthera leo leo. I leoni dell’Africa orientale (ad esempio del Kenya e della Tanzania) e meridionale (Sudafrica) sono invece classificati come Panthera leo melanochaita. 

La ricerca pubblicata sulla PNAS approfondisce questo scenario genetico: “benché i leoni dell’Africa centrale rientrino nel gruppo (cluster) di Panthera leo leo nelle ricostruzioni filogenetiche basate sul DNA miticondriale, il loro genoma mostra una affinità ancestrale più spiccata con Panthera leo melanochaita. I nostri risultati suggeriscono quindi che la posizione tassonomica dei leoni del centro Africa debba essere rivista. Tuttavia, questi dati sono fondati sul genoma di un singolo leone del centro Africa, mentre studi recenti condotti su più genomi e su rilevamenti satellitari suggeriscono che i leoni del centro Africa, del Congo (DRC) e del Cameroon rientrino di solito nel gruppo di Panthera leo leo. Inoltre, il flusso genico in Africa centrale e occidentale probabilmente era diffuso nel passato. Entrambe le linee di derivazione coesistettero per lunghi periodi di tempo e quindi il tasso di divergenza non è alto”. 

A questo punto potremmo chiederci perché queste sottigliezze tassonomiche dovrebbero interessarci. Progettare di aumentare le popolazioni locali di leoni non può prescindere dalle caratteristiche genetiche degli individui che dovrebbero essere spostati. Se il leone del Capo – il celeberrimo “leone dalla criniera nera” – pare essere un cugino di primo grado degli attuali leoni del Sudafrica, questo non significa che  le popolazioni di leoni allo stato selvaggio del Paese possano funzionare con pieno successo come “popolazioni serbatoio” per estrapolare individui da ricollocare più a Nord, all’interno dell’area di appartenenza storica di Panthera leo melanochaita. Anche all’interno della stessa sottospecie esistono infatti differenze genetiche dipendenti dalle origini geografiche che potrebbero rendere vano l’inserimento e l’adattamento di un leone del Sudafrica, ad esempio, in una parco della Rift Valley.

Il caso del parco nazionale di Akagera, in Rwanda, è emblematico. Akagera era stato svuotato dei suoi animali durante i sanguinosi eventi della guerra civile e del genocidio del 1994. Nel 2015 il Sudafrica ha collaborato con le autorità ruandesi per reintrodurre ad Akagera 4 femmine della riserva di Phinda (Kwa Zulu Natal, Sudafrica) e 2 maschi dal Tembe Elephant Park (sempre in Sudafrica). Ma i leoni delle riserve sudafricane non sono nativi di quelle riserve: sono a loro volta stati reintrodotti e quindi appartengono a linee di derivazione genetica mista. “I maschi introdotti in Rwanda originavano dall’Etosha, in Namibia, e le femmine avevano un mix di geni dal Kruger, dal Kgalagadi e dall’Etosha”, scrisse nel 2015 il National Geographic. La considerazione più rilevante la fece però Laura Bertola, una altra punta di diamante della ricerca genetica sul leone africano, che lavora alla Leiden University, in Olanda: “Tutti i dati genetici disponibili che abbiamo finora ci dicono che i leoni dell’Etosha appartengono ad un gruppo distinto che non c’è in Africa Orientale: per questa ragione sarei a favore di un’altra origine per la reintroduzione in Rwanda”. 

Allora si decise di procedere ugualmente, ma è molto importante non dimenticare alcune cose: occorre tempo per verificare se l’insediamento di una popolazione animale ha avuto successo oppure no; le ragioni del turismo e della conservazione spesso confluiscono in piani di gestione della fauna che confliggono con le evidenze scientifiche; i leoni che ancora abitano gli habitat a savana dell’Africa orientale e meridionale nelle riserve e in alcuni parchi nazionali non sono i discendenti diretti delle popolazioni “integre e storiche” di leoni, ma sono il risultato, oggi, di interventi umani molto invasivi. 

Le considerazioni genetiche dovrebbe essere tenute nella massima considerazione, avverte il team di ricercatori che ha pubblicato il 17 maggio sulla PNAS, quando si parla di reintrodurre il leone nel Nord Africa, una ipotesi in circolazione dal 2002 con il Lion Atlas Project. Considerando il genoma e non solo il DNA mitocondriale “i leoni dell’Africa occidentale sono i parenti più stretti lungo la linea di derivazione” del leone berbero. Peccato che in Africa occidentale ormai la popolazione più numerosa di leoni si trovi solo in una area protetta transfrontaliera, la W-Arly_Penjari (circa 350 esemplari tra Benin, Burkina Faso e Niger). Ma se rivedere il maestoso leone berbero è, allo stato attuale delle cose, un esercizio di immaginazione scientifica del tutto teorico, meno aleatorie sono le riflessioni sulla conservazione del leone nel resto del continente: “i nostri risultati possono essere utili ad esplorare come la diversità genetica delle popolazioni è cambiata nel corso del tempo”. Un modo elegante per dire che la quantità non fa la qualità: riserve cintate con molti leoni non garantiscono lo stato di salute della specie, ma solo lauti introiti turistici. Una strada che, purtroppo, pare invece essere la linea di governo di Paesi come il Sudafrica e la Tanzania, che, insieme, hanno il 90% dei leoni africani rimasti nel XXI secolo. 

L’albero genealogico completo QUI.

 

Siamo ormai fuori dalla nicchia climatica umana

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Da migliaia di anni la distribuzione della nostra specie si è mantenuta all’interno di una fascia climatica ben precisa: la zona geografica del globo in cui il regime delle temperature annuali è compreso tra una media di 11 gradi Celsius e una media di 15 gradi Celsius (il MAT, Mean Annual Temperature). L’intera produzione alimentare umana (agricoltura e allevamento) ha potuto contare su questa “nicchia climatica”, che si è rivelata cruciale per la prosperità degli insediamenti umani e per le loro culture. Ma le cose stanno cambiando ad una velocità ignota nella storia umana, e cambieranno per qualcosa come 3.5 miliardi di persone nei prossimi 50 anni. Questa la conclusione di uno studio pubblicato sulla PNASche introduce un concetto nuovo nel dibattito sul futuro dell’umanità in condizioni climatiche senza precedenti: la nicchia climatica umana. 

Nei millenni che abbiamo alle spalle (corrispondenti al medio Olocene, iniziato circa 6000 anni fa), secondo gli autori, la nostra specie ha fatto esperienza di una “inerzia” nella distribuzione dei suoi villaggi e delle sue popolazioni, coerente con una fascia climatica adatta alle colture e all’allevamento degli animali domestici. Ma lo scenario è mutato: “L’inerzia storica della distribuzione umana in riferimento alla temperatura contrasta in modo netto con lo spostamento previsto per le popolazioni umane nel prossimo mezzo secolo, ipotizzando scenari invariati per i trend climatici e la crescita demografica umana”. La conseguenza sarà che “le temperature di cui faremo esperienza, in media, cambieranno nei prossimi decenni più di quanto sia accaduto negli ultimi 6mila anni. E si prevede che la crescita demografica sarà predominante nelle regioni più calde”. 

La demografia umana senza dubbio è la variabile più inquietante e preoccupante del nostro futuro climatico: “Un modo per farsi una idea delle temperature che ci saranno nelle aree densamente popolate nel 2070 è guardare alle regioni dove nel clima attuale sono già presenti condizioni confrontabili con quelle a venire. La maggior parte delle aree che sono, adesso, vicine alla media storica prevalente di 13 gradi Celsius, in 50 anni avranno un MAT con una media di 20 Celsius, attualmente presente in Nord Africa, parte del sud della Cina e nelle regioni mediterranee. Nel frattempo, le popolazioni di regioni che sono già calde cresceranno e rappresenteranno la parte più cospicua della popolazione globale. Queste popolazioni in crescita faranno esperienza di medie MAT che oggi si trovano davvero in pochi luoghi. Nello specifico, 3.5 miliardi di persone saranno esposte ad un MAT medio di 29 gradi Celsius, una situazione che nel clima presente si trova solo sull’0.8% della superficie del globo, per lo più nel Sahara, ma che nel 2070 coprirà il 19% delle terre del Pianeta”. 

Le ragioni per cui gli esseri umani si sono mantenuti stabili in una nicchia climatica ben precisa sono le stesse che costituiscono, oggi, motivi di enorme preoccupazione per la futura instabilità di comunità in cui la crisi umanitaria, da tutti i punti di osservazione, potrebbe diventare la norma. È il climate apartheid di cui molto si è discusso nell’estate nel 2019: “uno stimato 50% della popolazione globale dipende da piccole fattorie e la maggior parte dell’energia immessa in questi sistemi proviene dalla forza fisica degli allevatori, che possono subire presenti ripercussioni dalle temperature estreme. In secondo luogo, le temperature elevate hanno effetti pesanti, non solo sulla capacità di lavoro manuale, ma anche sull’umore, sul comportamento e sulla salute mentale in condizioni di calore bruciante, e sulla performance cognitiva e psicologica. Terzo fattore, e forse il più importante, c’è una consequenzialità tra l’ottimo delle temperature e l’ottimo per la produttività economica, come emerge da uno studio che mette in relazione queste due dinamiche in 166 Paesi”. 

La demografia umana compare anche in una altra analisi dei rischi prossimi e sicuri: A WORLD AT RISK – Annual report on global preparedness for health emergencies, stilato dal Global Preparedness Monitoring Board, un organo di monitoraggio indipendente nato nel 2018, cui collaborano attivamente la World Bank e l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Il Rapporto contiene dati analizzati nel 2019 e ciò nonostante affronta l’evidenza che questa pandemia può essere solo l’inizio di una nuova epoca: “il mondo fronteggia un rischio acuto di devastanti epidemie globali o regionali o anche di pandemie (…) tra il 2011 e il 2018 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha seguito 1483 eventi epidemici in 172 paesi. Malattie di tipo epidemico come l’influenza, la Sindrome Respiratoria Acuta (SARS), la Sindrome Respiratoria del Medioriente (MERS), Ebola, Zika, la Febbre Gialla e altre sono fatti premonitori di una nuova era di malattia ad alto impatto, a propagazione potenzialmente molto rapida, che vengono identificate sempre più di frequente e che sono sempre più difficili da gestire”. Il caos sociale si accompagna alla distruttività economia di queste malattie: la SARS è costata 40 miliardi di dollari, Ebola (nel 2015-2016) 60 miliardi di dollari. 

Soprattutto, il Rapporto mette a fuoco con la dovuta chiarezza il ruolo della demografia umana, che, si legge nell’introduzione, è un amplificatore del rischio: “Le epidemie colpiscono le comunità che hanno meno risorse con più aggressività in conseguenza della loro mancanza di accesso ai servizi sanitari di base, all’acqua pulita e alla sanificazione; questo aggraverà la diffusione degli agenti patogeni. Gli amplificatori di malattie, che includono la crescita demografica e la derivante pressione sull’ambiente, il cambiamento climatico, la densa urbanizzazione, l’aumento esponenziale dei viaggi internazionali e delle migrazioni, volontarie o forzate, tutto questo accresce il rischio per tutti, ovunque”. 

E di sicuro le condizioni igieniche generali saranno sotto ulteriore stress là dove si prevede che le inondazioni causate dai fiumi in piena sotto piogge torrenziali saranno più frequenti. Secondo il WORLD RESOURCE INSTITUTEnel 2030, cioè domani, rispetto al solo 2010 il numero delle persone coinvolte in alluvioni devastanti raddoppierà: da 65 milioni a 132 milioni. E ancora una volta nel cocktail di fattori che si rafforzano l’uno con l’altro ci sono clima e demografia: “il rischio di inondazioni sta aumentando drammaticamente a causa del volume delle piogge e delle tempeste alimentate dal cambiamento climatico, e di fattori socio-economici come la crescita della popolazione e lo sviluppo in prossimità delle coste e dei fiumi e l’erosione dovute all’acqua sotterranea. Nei Paesi che sperimentano il peggiore rischio di inondazioni tutte e tre queste minacce convergono”. Esempi: India, Bangladesh e Indonesia. Tra 10 anni il 44% della popolazione mondiale colpita da inondazioni vivrà qui. 

La pandemia in corso è quindi la punta di un iceberg. Segnerà probabilmente un passaggio di livello nella nostra comprensione della fase, inedita e sconosciuta, in cui ci troviamo nella storia geologica, ecologica ed evolutiva del Pianeta. Prima di tutto perché ha portato a galla il fatto che il gradiente del rischio, ora, sta nella correlazione di crisi sistemiche, ignorate a lungo. E in secondo luogo perché sarà presto evidente, all’opinione pubblica finora fiduciosa nella soluzione di breve periodo e ignara della catastrofe ecologica, che il peggio non sarà passato tra sei mesi. E questo pone una incognita sociale forse ancora più vasta delle precedenti, e cioè se, in termini culturali, l’inizio dell’epoca del pericolo permanente entrerà o no nella coscienza collettiva. E nel discorso politico. 

C’è ancora spazio per la tigre indocinese nella Yai Forest della Tailandia

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Anche la tigre indocinese è ad un passo dall’estinzione. Ce ne sono solo 221 ancora allo stato selvaggio nel mondo, in due soli Paesi dell’Asia: la Tailandia e il Myanmar. Nella foresta del Dong Phayayen-Khao Yai Forest Complex della Tailandia (a nord di Bangkok e confinante, all’estremo est, con la Cambogia) 22 forse 30 tigri riescono ancora a riprodursi. La conferma viene dalla pubblicazione sulla rivista Biological Conservation dei risultati di una ricerca effettuata da tre team: Panthera, il Dipartimento per la conservazione delle specie selvatiche e delle foreste della Thailandia (Department of National Parks, Wildlife and Plant Conservation, DNP), la Freeland Foundation (che si occupa di contrastare il traffico di animali selvatici e il bracconaggio) e WildCRU (il think tank della Università di Oxford per i grandi predatori). 

Per capirci, stiamo parlando di una sottospecie di tigre, la Panthera tigris corbetti. La corbetti abitava un secolo fa tutte le foreste a latifoglie del sud est asiatico. Ne ho vista una impagliata al museo di storia naturale di Hanoi, in Vietnam, nel 2015. Un esemplare rarissimo anche per il tachidermista che le ha regalato l’eternità. 

Il fatto che in questa area protetta della Tailandia, patrimonio mondiale UNESCO, le tigri siano ancora in grado di riprodursi è una notizia positiva e per un motivo sostanziale. Quando una specie comincia ad essere estremamente rarefatta dal punto di vista numerico, non è raro che anche la sua fitness riproduttiva (la capacità di produrre nuove generazioni) crolli. Qui, la densità demografica delle tigri è di 0.63 ogni 100 chilometri quadrati: “questo studio è stato condotto nel Thap Lan-Pang Sida Tiger Conservation Landscape (TCL) dello Yai Forest Complex che ha una estensione di 4445 chilometri quadrati e si pensa possa sostenere un habitat sufficiente per una media di 50 tigri adulte”. I dati sono stati raccolti con fototrappole collocate in 88 punti strategici; le tigri sono state identificate e quindi contate grazie al particolare disegno di strisce nere che caratterizza in modo unico il manto di ciascun individuo. 

Ma le tigri della Yai Forest hanno un futuro? Perché futuro significa che la popolazione deve crescere e quindi allargare il proprio habitat. “Le chance di aumentare numericamente dipende sostanzialmente dalla nostra abilità nel ridurre le minacce. In questo contesto geografico, per queste tigri, ciò significa lavorare a livello delle comunità locali, del governo e degli stake holders, che devono mettere risorse economiche e volontà politica nel combattere il bracconaggio degli animali che sono le prede della tigre”, sostiene Chris Hallam, Monitoring Advisor Panthera. Le premesse sono buone secondo Abishek Harihar, PopulationEcologist nel Tiger Program sempre di Panthera: “Al momento, il governo della Tailandia è molto impegnato nella protezione di questa popolazione di tigri. E un supporto di questo tipo spesso si rivela decisivo per cominciare e sostenere un recupero numerico. Il DPKY Landscape si estende su 4000 chilometri quadrati e il nostro studio era focalizzato su circa 500 chilometri quadrati. Sì, c’è spazio per le tigri qui”. 

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Ho chiesto ad Abishek Harihar se tutto questo ha un riscontro anche nella genetica. Se cioè un gruppo così ridotto di individui può essere sufficiente per un incremento demografico funzionale: “22 individui è un numero molto piccolo, Da un punto di vista strettamente genetico si raccomanda sempre che una popolazione di circa 25 femmine in età riproduttiva. Tuttavia, questa considerazione è basata sulla esperienza diretta più che sulla teoria. Anche se studiamo il corredo genetico di questa popolazione, non possiamo dire con certezza se 22 è un numero di tigri coerente con un recupero. Detto tutto questo, questo paesaggio geografico ha il potenziale per sostenere più tigri di quante ce ne siano ora. Per questo, gli sforzi di conservazione devono essere indirizzi ad aiutare questo recupero in un contesto che ha importanza globale”. 

Questo studio sulle tigri della Yai Forest è rilevante anche per un altro motivo. 

I censimenti dei grandi predatori sono diventati una faccenda politica in tutto il mondo.

Nel 2010 tredici nazioni si sono incontrare a San Pietroburgo, in Russia, per il Global Tiger Summit. Obiettivo: pianificare interventi di conservazione che raddoppino i numeri della specie, da 3200 rimaste a 6400 entro il 2022. Un obiettivo di enorme ambizione, forse addirittura eccessiva. Perché le tigri aumentino, serve spazio. 

Lo scorso novembre è stato pubblicato sul magazine PHYS.ORG un articolo firmato da Biarne Rosjo dell’Università di Oslo dal titolo preoccupante: “Indian authorities may have exaggerated claims of rising tiger numbers”. L’articolo è circolato su Twitter attraverso la rete di biologi e conservazioni che si occupano di grandi carnivori, dei grandi felini e dei problemi di conservazione delle popolazioni isolate, una condizione tipica, ormai, di tutte le tigri rimaste. Le autorità indiane, scrive Rosjo, sostengono che il numero complessivo di tigri sia raddoppiato dal 2006, ma “è quasi impossibile che una popolazione di tigri cresca a questa velocità senza una spiegazione precisa”. L’India dichiarava 1411 tigri nel 2006, mentre lo scorso luglio ha reso nota la cifra di 2.967 tigri. Secondo il dottor Arjun Gopalaswamy della Wildlife Conservation Society (WCS) questi numeri sarebbero il risultato di errori metodologici e matematici. 

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La tigre potrebbe essere già entrata nel novero di specie che il geografo ed ecologo Chris Darymont (nel 2015 coniò il termine di “super predatore” per Homo sapiens) insieme ad altri colleghi ha definitopolitical populations: “Considerando il conflitto politico che circonda la protezione o la riduzione delle popolazioni di carnivori, avanziamo l’ipotesi che le stime sulle popolazioni (abbondanza e trend) e le politiche ad esse associate siano eccezionalmente sensibili proprio all’influenza politica. Ipotizziamo che alcuni governi e altre organizzazioni giustifichino politicamente le loro preferenze per rapporti o sovra o sotto dimensionanti sulle popolazioni di carnivori senza giustificazioni empiriche, creando così ciò che noi definiamo political population”. Un discorso che secondo gli autori vale già per orsi bruni, lupi e lince euro-asiatica. 

I predatori di vertice o di media taglia hanno ampi home-range ed entrano perciò in conflitto con le esigenze abitative, economiche e demografiche degli esseri umani. Ovunque: in Europa (pensiamo al Trentino), in Africa, in Nord America e a maggior ragione in Asia, nelle ex terre della tigre, tutte nazioni iperpopolate. Non c’è green economy o Green New Deal che possa sovvertire questi semplice dato biologico. Tutte le specie, il milione a rischi di estinzione secondo il Rapporto Ipbes 2019, sono a un passo dall’abisso a causa della eccessiva demografia umana, ma per i grandi gatti lo scontro con l’essere umano è particolarmente fatale. Come ha detto John Goodrich, coordinatore del Siberian Tiger Project “perché le tigri esistano, dobbiamo volerlo. Oggi come non mai”. Questo significa una sola cosa: affrontare con estrema schiettezza la questione della riproduzione umana. 

Photo Credits: Panthera Press Office

La cultura Han, e non il clima, ha deciso il destino delle megafauna cinese

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Che cosa è successo ai rinoceronti, agli elefanti, agli orsi e alle tigri della Cina orientale mentre si affermavano le dinastie di etnia Han, tra il X e il XVIII secolo? Sono stati spazzati via dalla espansione inarrestabile dalla crescente complessità sociale della raffinatissima cultura cinese. L’elaborazione culturale cinese, e non le fluttuazioni climatiche, è la causa della perdita totale di questi mammiferi nella Cina odierna.

È questa la conclusione a cui sono giunti un team di ricercatori cinesi e danesi in uno studio appena pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica PNAS (Long-term effects of cultural filtering on megafauna species distributions across China, by Shuqing N. Teng, Chi Xu, Licheng Teng e Jens.-Chistian Svenning). La ricerca ha preso in esame il destino – la diminuzione progressiva degli habitat – di 5 ordini (taxa) di specie di grandi mammiferi: l’elefante asiatico, i rinoceronti, l’orso nero asiatico, l’orso marrone e le tigri. I trend di popolazione di queste specie sono state ricostruiti attraverso l’analisi delle informazioni topografiche, storiche e geografiche dei distretti amministrativi della Cina lungo l’intero periodo studiato. Questi dati sono poi stati confrontati con quelli provenienti dai censimenti e quindi con gli scenari demografici che si sono via affermati man mano che l’agricoltura trasformava gli habitat e gli ecosistemi. 

“Il nostro studio fornisce evidenze dirette che l’evoluzione culturale, sin dall’antichità, ha superato il cambiamento climatico nello sbozzare gli schemi di diffusione della megafauna su ampia scala”, sostengono gli autori, “confermando la forte e crescente importanza dei processi socio-culturali sulla biosfera”. Se le specie animali sono state indispensabili per la costruzione della civiltà, è altrettanto vero che ne sono state le prime vittime. La cultura esercita cioè sulle specie animali un “effetto filtro (cultural filtering)”: decide della loro presenza, creando le condizioni per la loro estinzione locale, regionale e infine continentale. 

Questo studio conferma la crescente attenzione dell’ecologia per la storia, l’etnografia e l’antropologia. L’attuale condizione del Pianeta, infatti, è il prodotto di processi storici documentati dai sistemi di produzione delle civiltà (agricoltura e commercio) non meno che dalle idee con cui i popoli prendono possesso delle regioni in cui costruiscono la propria idea di impero. Nella Cina orientale, a partire dall’epoca che per noi europei coincide con l’insediamento continentale del potere carolingio, gli Han si differenziano dalle altre etnie cinesi attraverso la scelta di puntare tutto sull’agricoltura estensiva. Dal X secolo, la Cina comincia a trasformare così i propri paesaggi selvaggi in una forma di eredità naturale modellata dalla cultura, e che sarà passata alle generazioni successive in modo irreversibile. 

Da quel momento, i rinoceronti hanno subito una contrazione territoriale graduale, ma costante, fino a sparire alla metà del XX secolo; l’elefante sopravvive, ma non ad Oriente dell’immensa nazione cinese; gli orsi e le tigri sono riusciti a rimanere stabili fino alle soglie dell’Ottocento, per poi scivolare nell’oscurità perenne dell’estinzione. Il caso della tigre è particolarmente interessante, perché le sottospecie cinesi si sono rivelate molto più sensibili degli altri taxa alle oscillazioni climatiche degli ultimi secoli.  Erano meno numerose durante la cosiddetta Piccola Età Glaciale (1630-1953) e ancora oggi però sopravvivono nelle aree tropicali. È quindi probabile, secondo gli autori, che la tigre sia scomparsa per l’imperversare di una tempesta perfetta di clima e agricoltura. Durante il periodo più freddo le attività umane potrebbero aver rallentano in intensità, a causa delle temperature più rigide. Ma le registrazioni ufficiali degli ultimi 4 secoli di impero cinese (1400-1900) contengono testimonianze di un conflitto crescente, come accade oggi in Africa con il leone. Le tigri aggredivano più spesso i contadini e le autorità erano meglio disposte a ucciderle. 

Per gli autori l’incremento della complessità sociale in Cina fu possibile proprio grazie all’agricoltura, che divenne “il fondamento delle vite dei singoli individui e di tutta la società nel suo complesso”. E non è da sottovalutare il fatto che gli Han dimostrano una maggiore aggressività nell’uso delle risorse naturali rispetto ad altre etnie. 

Questo studio spinge in una direzione che probabilmente nel prossimo decennio acquisterà sempre più peso e attenzione nel dibattito sulla protezione delle specie. Il filtro culturale deve essere inserito nel modello di analisi classico della conservazione. E questo perché la cultura umana è la variabile imprevedibile, in continua evoluzione, che forma l’atteggiamento mentale nei confronti delle faune del Pianeta. E decreta dunque il loro diritto a morire, o sopravvivere: “Un esempio di questa questione è il declino della popolazione della tigre del Sud della Cina (Panthera tigris amoyensis), che è stato accelerato dalle campagne ‘contro le specie nocive’ degli anni ’50, che avevano come obiettivo proprio questa sottospecie. Si può però fare un confronto con un altro esempio, e cioè la forte espansione, negli ultimi decenni, delle specie di grandi mammiferi in tutta Europa dovuta a cambiamenti socio-culturali, inclusi lo sviluppo di politiche di conservazione e della regolamentazione della caccia, l’abbandono delle terre agricole e il supporto dell’opinione pubblica”.

Natura, di cosa si parlerà nel 2018

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Quanto spazio lasciare alle specie selvatiche e ai loro habitat? Questa è la questione cruciale della conservazione per il prossimo anno. La Zoological Society London ha organizzato per il 27 e il 28 febbraio un simposio, insieme alla IUCN, al National Geographic e BirdLife, in cui discutere il futuro degli Aichi Targets, gli obiettivi di protezione di faune ed ecosistemi fissati nel 2014 e ora considerati da molti al di sotto di ciò che effettivamente serve: “Safeguarding space for nature and securing our future: developing a post-2020 strategy”, questo il titolo del simposio. Negli ultimi 40 anni ( Planet Index WWF 2016) abbiamo perso il 50% dei vertebrati  e se consideriamo la soglia di controllo del 2020 i loro trend di popolazione sono tutti in declino. “Il Piano Strategico per la protezione della biodiversità aveva promesso di proteggere almeno il 17% delle aree terrestri e delle acque dolci, e il 10% dei nostri oceani, entro il 2020”, spiega la ZSL, “Il piano è focalizzato su aree importanti per la biodiversità e rilevanti per i loro servizi ecosistemici, aree protette e ben connesse dal punto di vista ecologico. Molti esperti tuttavia, e anche scienziati e soggetti politici si stanno ancora chiedendo se questo obiettivo sia adeguato, e se non lo è, ci si interroga su quale tipo di spazio debba essere conservato e come”.

Il dibattito si è intensificato grazie alla ipotesi provocatoria di E.O.Wilson di lasciare la metà del Pianeta alle altre specie, una visione grandiosa che ha dato nuovo impulso ai sostenitori del modello continentale, transfrontaliero di parco nazionale ( come lo Yellowstone to Yukon tra Stati Uniti e Canada) riuniti ora nel network “Earth Needs Half” (@NatureNeedsHalf), che sarà presente al simposio il giorno 28 febbraio con Harvey Locke.  Secondo la IUCN infatti (dati settembre 2016) oggi 8 su 10 “key biodiversity areas” mancano di completa protezione. Parte a Londra un lungo percorso: “Il simposio completerà e integrerà il lavoro degli altri gruppi che sono su questo argomento, come ad esempio la task force della IUCN Beyond the Aichi Targets”. I risultati del meeting contribuiranno ai negoziati per definire la strategia di conservazione globale della natura a partire dal 2020, che sarà discussa a 2018 inoltrato nella 14° conferenza delle parti sullo sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite ( UN Economic and Social Council).

L’aspetto cruciale del simposio è che lo spazio in se stesso – quanto ne occorre alle specie diverse dall’uomo per sopravvivere ? – è diventato un elemento di confronto morale tra gli addetti ai lavori, quel ponte, anche, di coinvolgimento dell’opinione pubblica che dal 1992, anno dello Earth summit di Rio de Janeiro, si invoca da ogni parte per cambiare paradigma nello sfruttamento delle risorse naturali. Ecco perché la task force della IUCN ha fissato due obiettivi indispensabili per il post 2020: il primo, contribuire a costruire un movimento di idee e impegni globali “to scale up conservation”, cioè per rendere la conservazione più ambiziosa, usando le aree protette come strumento principale; secondo, assicurarsi che i nuovi obiettivi condivisi dalla comunità internazionale riguardino la “spatial conservation”, cioè la conservazione dello spazio, in modo adeguato a proteggere la diversità biologica e ad interromperne il declino.

Per capire in tre minuti come lo spazio sia ormai al centro del dibattito la ZSL ha reso disponibile un video molto eloquente: Space for Nature

New hopes for leopards in Nigeria

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It was supposed that leopard was been extirpated in the Yankari Game Reserve, a savannah woodland habitat in the North Western of Nigeria, but recently camera traps captured some amazing images of it, giving hope for the species in the most human-populated country of Central – Eastern Africa. Andrew Dunn works for WCS in Nigeria and comments on the good news with cautious optimism: “We just assumed that leopard was extinct from that game reserve, Yankari, but it wasn’t in all of the country. In Yankari the last sighting has been in 1986. It’s a good news for leopard but it is not surprising because it’s very adaptable, nocturnal, and I think it has been present in Yankari all the time”. Hunting is declined recently in this part of the country, but it was high for long time (leopard skin is still required in the South for ceremonies and cultural items); here like in many other African country the plight of cats is the catastrophic loss of suitable habitat. In 2016 the global assessment for leopard published on PeerJ revealed that leopard (considering all the subspecies) now occupies only 25-37% of its historic range (from 1750 onwards); and only 3 subspecies (among them, Panthera pardus that lives in Yankari) account for 97% of the extant home-range.

“In Nigeria human population is booming and so there’s not lot of wildlife outside protected areas, the bushmeat”, and the subsequent prey depletion for carnivores, “is a huge iusse like in the most Central African countries; but, more important, Yankari is isolated, it is only a green island. Farms and maize crops come to the edge of the reserve; I don’t know how many leopards are now in, but if well protected they can improve. Yankari is large enough to support a viable population in the coming decades”. In Yankari survive also a small number of lions (maybe 25), spotted and striped hyena, serval and caracal.

Conservation is not easy in Nigeria. The country has an enormous human population and national parks are underfunded. Nigeria has a reputation of rich nation and, Andrew Dunn says, has not the financial support for conservation of, for instance, Cameroon: “it’s a struggle, that’s why we have small stories of success”. But the comeback of leopard might change how common people look at wildlife. Middle class has more opportunities to watch documentaries on natural world and National Geographic Channel is an option for many: for the first time the leopard of Yankari appeared on social media. In the future, the big issue for still-wild ecosystems, and Yankary too, is the increasing number of livestock. According to Dunn, fences could be a reasonable solution to protect wildlife and keep cows outside the game reserve. But for Nigeria, the Half Earth vision is already too bold.

(photos: thanks to Andrew Dunn)

 

 

Mutua Matheka, lo Tsavo e il futuro dello spazio

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( foto: Elisabetta Corra’, Lake Eyasi – Tanzania )

L’Africa ha qualcosa da insegnare? Si chiede Wole Soyinka, lo scrittore nigeriano premio Nobel per la letteratura. La risposta è assolutamente sì, e basta seguire il lavoro fotografico dell’artista keniota Mutua Matheka ( Mutua Matheka Photos ) sullo Tsavo NP per capirlo, fuori da tutti i pregiudizi estetici del turismo da safari. Le foto di Matheka sono un inno allo spazio. Nel parco famoso per i suoi leggendari gruppi di elefanti e di leoni, Matheka fotografa cieli sconfinati, il rosso della terra e la pista su cui corre la sua Land Rover, “una strada che dura per sempre”. Guardando queste foto lo spazio sembra esplodere, per noi occidentali, in tutta la sua presenza. Sembra che davvero ne sia rimasto ancora moltissimo. Sembra che per davvero esista ancora un posto sul Pianeta in cui lo spazio occupi la mente, lo sguardo, l’anima, la vita. Attraverso le foto di Matheka ci accorgiamo che serve spazio per capire lo spazio. Questo, fra tantissime altre cose, può darci l’Africa oggi ponendoci questa domanda: chi lo abita questo spazio ? E come ?

Soyinka ha scritto che quando si entra in una terra sconosciuta, l’ultimo arrivato ha sempre l’opzione di “dissolvere il nuovo territorio in quanto spazio abitato, rendendo invisibili i suoi abitanti”, facendone, dice Soyinka, “una piantagione esotica o un resort turistico”. Nel lavoro di Matheka invece questo non succede perché lo sguardo africano sull’Africa toglie di mezzo la lente di trasfigurazione occidentale, mostrando, molto semplicemente, che anche le zolle di terra dello Tsavo sono magnifiche perché sono organiche, libere, piene di respiro e autodeterminazione. Lo spazio ha un carattere potentemente multidimensionale, è un prisma che raccoglie le nostre rappresentazioni stratificate nel tempo. Lo spazio è una sintesi di geografie non esclusivamente topografiche, ma interiori. Ed è su questo fronte di percezione che si scontrano le diverse idee sul futuro dello spazio in Africa che sono sul tavolo oggi. I diversi termini di cui dispone la lingua inglese per definire lo spazio danno la misura del problema: range, habitat, landscape. Quale idea di spazio è ancora disponibile e realistica sul Pianeta? Il concetto classico di range per una certa specie è ancora funzionale al design della conservazione ?

Le foto di Matheka sono un esempio della distinzione tra beni statici e beni dinamici che Soyinka pone nel proporre una nuova stagione di esplorazioni africane: “Esistono anche beni dinamici : i modi di vedere, di rispondere, di adattarsi, o semplicemente di fare, che variano da popolo a popolo, nonché le strutture dei rapporti umani. Tutto ciò che costituisce potenzialmente oggetto di scambio – non negoziabile, come il legname, il petrolio o l’uranio, ma nondimeno riconoscibile come qualcosa che definisce il valore umano di un popolo – e potrebbe contribuire concretamente alla risoluzione dei problemi di comunità lontane o addirittura alla sopravvivenza del Pianeta”.

( citazioni da : W.Soyinka, Africa, Bompiani Outlook 2015 )