Categoria: Lettere

Contro l’eco-dogmatismo

(Credit: Simon Migaj)

Nelle ultime tre settimane i palinsesti televisivi hanno proposto ben due documentari sul crollo dell’Unione Sovietica. Herzog incontra Gorbacev, firmato da un veterano del cinema di altissimo spessore, come è, appunto, Werner Herzog, è un ritratto encomiastico di un uomo sconfitto dalla storia e incapace di autocritica. Rocky – L’atomica di Reagan funziona, invece, come una analisi ironica, ancorché serissima, dello strapotere dei miti di Hollywood nel forgiare la politica contemporanea, i sogni della gente comune e quindi i canali attraverso cui scorre la linfa vitale del consenso a regimi consumistici e manipolatori. Rocky, infatti, divenne un mito anche in Unione Sovietica, dove il cinema americano era sostanzialmente proibito. Tra gli esperti di costume intervistati del documentario figura anche il celebre critico cinematografico Tom Shone, che arriva al centro della questione senza girarci troppo intorno. Secondo lui l’Unione Sovietica si disintegrò perché la sua dimensione psicologica collettivista, socialista ed egualitarista è un assurdo antropologico. La gente ha fame di eroi, di individui singoli, solitari e coraggiosi, che riescono a emergere contro tutto e contro tutti. A fare soldi, a fare carriera, a vincere. Questa è la storia di Rocky. Lo dimostra il fatto che l’unica scena del cinema russo che tutti conosciamo è la carrozzina che scende la scalinata, abbandonata al moto inerziale della caduta, nella Corazzata Potiomkin di Eizenstein (1926). L’URSS era un gigante che poggiava su una concezione totalmente irrealistica dell’essere umano.

Penso che ci sia una forte analogia tra l’atteggiamento di chi, ancora oggi, si ostina a vedere nel modello sovietico una occasione mancata e l’ecologismo sentimentalista e dogmatico che domina il discorso sul Pianeta sui social media. Questo tipo di ecologismo ha una decisiva componente dogmatica, che non solo rifiuta di osservare il modo – schifoso, siamo d’accordo – in cui ragiona e sente l’individuo comune. L’ecologismo dogmatico è avverso alla scienza e pretende di parlare di emissioni serra, estinzione delle specie animali, cambiamenti climatici e aree protette senza fondare le proprie opinioni sui dati scientifici in peer review.

É una disposizione d’animo, e una posizione intellettuale, che si è già rivelata nefasta, ma che persiste, alimentata dal funzionamento degli algoritmi dei social media, Facebook in testa, che spingono i post ad alto contenuto di lacrime, indignazione e stereotipi (sulla caccia, sul veganismo, sulle pale eoliche, sulle foreste). Gli ecologisti dogmatici non sono solo poco competenti sulle questioni ambientali, sono anche pericolosi. Sono degli agenti inconsapevoli della cattiva informazione.

I dogmatici che prendono di salvare ogni cosa (specie animali, porzioni di territorio, foreste, biomi, oceani), ignorando i dilemmi intrinseci ad ogni azione pianificata di mitigazione climatica e di conservazione biologica, non sanno nulla delle due leggi fondamentali del discorso ecologico nel XXI secolo. La prima recita: niente è senza prezzo. Non esistono scelte in cui la bontà trionferà al 100%. Non esiste una fonte energetica che non ha impatto o non richiede materie prime, che sia il litio, l’acqua, il sole, il vento o il carbone. La Seconda legge dell’ecologia in Antropocene: negoziare il minore dei mali, sempre. E in mezzo, che ci piaccia o no, una immensa zona grigia.

Quindi bisogna scegliere a che tipo di informazione ambientale affidarsi. L’utopia, iper-reattiva sui social media, inconcludente perché radicata nell’emotività, che cerca solo conferme alle proprie convinzioni aprioristiche; oppure il giornalismo scientifico, che è fondato sulla ricerca, sui dati analizzati dai protocolli di validazione, sulle valutazioni interdisciplinari di problemi complessi, come sono tutti i problemi ecologici posti all’interno di una civiltà globale capace di elaborare cultura. Il giornalismo scientifico 

ha ben chiare le contraddizioni della nostra epoca, ma non ha intenzione di ridurle a banali dicotomie bianco/nero, che, anziché spiegare la realtà, la occultano dietro semplificazioni manichee. 

Tracking Extinction appartiene a questa seconda tipologia di giornalismo, ve ne sarete accorti. Qui il dolore per la biosfera non è mai una buona scusa per sostituire una legittima afflizione ai fatti nudi e crudi, alle dinamiche biologiche ed evolutive, al racconto nitido della storia delle idee che riflette e rappresenta, lungo i secoli, l’avventura di noi Sapiens. 

È questo il metodo con cui, qui, si racconta il XXI secolo. Fare oggi una donazione a Tracking Extinction parla quindi di chi siete voi: persone certo in pena per il destino che ci attende, ma decisi a cercare soluzioni realistiche fondate non sui sogni, ma sulle evidenze forniteci dalla paleontologia, dalla biologia evolutiva, dalle scienze del clima e della Terra. Grazie !

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Non sono né una santa né una eroina

Qualche tempo fa ho visto The End of Justice con Denzel Washington e Colin Farrell. Quello che nei primi venti minuti sembrava un film, il solito, sui diritti civili dei neri negli Stati Uniti, si è poi rivelato, con convinzione, tutt’altro. Questo è un film che sputtana l’atteggiamento comune di ammirazione (a parole) per i buoni, i pii, i giusti, gli integerrimi. Insomma, tutti coloro che si battono per una buona causa, in genere senza guadagnarci un accidenti.

Los Angeles, California. Roman J. Israel (Denzel Washington) è un geniale penalista e civilista che da decenni prepara le cause del titolare dello studio che gli dà uno stipendio. Non ha mai dibattuto un solo caso in aula, benché sappia il Codice a memoria e possa sbugiardare a braccio qualunque violazione dei diritti civili, ogni sorta di diseguaglianza sociale e di iniquità di Stato. Vive in una topaia in un quartiere povero, ma si sente un uomo di valore perché non ha mai smesso di militare per i neri, affidando l’intera sua esistenza alla causa razziale. Quando però il titolare dello Studio ha un infarto il liquidatore dei conti, il giovane e rampante avvocato George Pierce (Colin Farrell) capisce al volo che Roman è un asso e lo assume con uno stipendio favoloso. Lo squalo in completo Armani è l’unico ad aver davvero scommesso sul talento di un sessantenne in abiti stazzonati, eloquio da Padri Fondatori e una povertà evidente.

E qui cambia tutto. Roman capisce il difetto deformante della sua militanza. Non gli basta più ascoltare le lodi dei vari movimenti liberal che gli dicono “tu sei una fonte di ispirazione”. “Il mondo è pieno di cose meravigliose”, ammette con se stesso, quando finalmente può comprarsi dei vestiti eleganti, delle scarpe italiane, pranzare con anatra arrosto e lasciare l’appartamento-topaia per un appartamento con vetrata sulla città. Essere dalla parte della giustizia non gli aveva portato nulla di buono: era solo diventato sempre più povero lui stesso, la vita gli era scivolata tra le mani mentre cercava di raddrizzare il mondo, e alla prova dei fatti il sant’uomo che lo aveva tenuto a contratto per decenni, in nome di ideali altissimi e nobilissimi, non sapeva che farsene del suo talento. Chiacchiere, e basta. Pierce invece ci aveva impiegato 10 secondi per dargli l’occasione che meritava.

Nessuno degli amici “attivisti” capiva la svolta di Roman. Ma come, non gli bastata più sapere di essere dalla parte giusta?

Sento spesso invocare, quasi in termini religiosi, una analoga “nobiltà degli ideali” quando cerco di spiegare alla gente che incontro che questo magazine è indipendente. Va bene l’etica, ma etica non vuol dire “gratis per passione”. L’etica autentica si nutre di azione. Nel 2020 avete letto qui un totale di 80mila parole. La media di un pezzo (breve) è di 1200 parole, quando là fuori ci si ferma (quotidiani compresi) a 500 parole. Non mi sento una eroina, o una santa. Mi sento e sono una imprenditrice. 

Per questo ringrazio chi l’anno scorso ha pagato una donazione, dimostrando coraggio e accordandomi una fiducia di cui sono fiera. 

Sono certa che voi avreste agito come Colin Farrell.

E che avreste capito la gioia di Roman quando può finalmente camminare sulla spiaggia, davanti all’oceano, senza preoccuparsi dei conti a fine mese. 

Per questo vi chiedo di sostenere con una donazione invernale Tracking Extinction. A noi non interessano le pacche sulla spalle, i sorrisetti complici e le sviolinate fine a se stesse. La viltà un po’ ipocrita, insomma, di chi predica bene e poi non muove dito. A me e a voi piacciono i fatti, almeno è così che vi conosco io.

Noi andiamo fino in fondo. 

Grazie a tutti e buon fine settimana !

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Un anno insieme

(It’s a shame to quarrel on Christmas day, Minami Moroashi 2015 – Charles Dickens Museum London )

Cari lettori, care lettrici,

Da qualche anno un post-it giallo campeggia sullo stipite della porta all’ingresso della mia cucina: “Believing in evolution is just a description about you”, ossia “Credere nell’evoluzione delle specie ti descrive”. Ti qualifica, rende noto il tuo carattere, è un indizio della concezione che hai della vita. Avventurosa e aperta al caso, oppure chiusa in se stessa e ostile all’ignoto. Il motivo per cui questo motto sta dove sta in casa mia è che, da sempre, penso che la biologia evolutiva, e quindi i fondamenti della evoluzione delle specie, oggi arricchiti dalla genetica, sia il faro nella notte nella protezione delle biodiversità. Troppo spesso gli ecologisti confondono il sentimentalismo con la scienza. C’è però un secondo motivo per cui il riferimento all’evoluzione delle specie domina i miei pensieri e i miei programmi. 

Io credo nell’evoluzione, proprio come atteggiamento, indole, Weltanschauung. Questo per me non significa solo che il caso (la mutazione a random che viene poi passata al setaccio della selezione naturale e diventa ereditaria) è il grande scultore del mondo vivente, ma anche che la sperimentazione (il fatto che ad ogni generazione siano possibili cambiamenti capaci di imprimere una certa direzione alla specie) dovrebbe essere la nostra migliore strategia psicologica nei marosi dell’esistenza. Al di fuori e ben al di là di opportunismi, meschinità di facciata, adulazione, tutte caratteristiche scambiate, ahimè, per virtù. 

Saper osare qualcosa di originale, questa è la lezione che dovremmo imparare dall’evoluzione degli esseri viventi.

Ed è questo lo spirito, il progetto, la colonna vertebrale di Tracking Extinction. Non basta fare informazione sulla sesta estinzione di massa, bisogna anche fornire una interpretazione di quanto accade al fenomeno della vita biologica. Serve un pensiero ben documentato, ma che sia un pensiero sulla scomparsa delle specie animali e vegetali dal nostro sguardo, dal nostro animo e dal nostro futuro. Serve il giornalismo e serve anche il racconto scientifico. Per tutte queste ragioni Tracking Extinction si distingue da ciò che trovate sulle principali testate giornalistiche italiane. 

Voi la sapete bene. 

Lo scorso ottobre mi è stato proposto di scrivere per uno di questi giornali. La proposta era condizionata all’accettazione, oltre che di una retribuzione da fame, di un piano editoriale preciso: “dobbiamo dare un messaggio positivo”. Ho rifiutato, dicendo un NO clamoroso. Non credo che sia compito di un giornalista fornire un messaggio comodo, di circostanza e abbastanza morbido da soddisfare il bisogno di comfort dell’establishment. Penso, invece, che ormai è indispensabile dire la verità. Anche quando in ballo c’è la sesta estinzione di massa, con tutte le sue ambiguità culturali ed ecologiche. 

Potete immaginare, suppongo, che scegliere di percorrere una via indipendente, senza la protezione di un editore big player, è una decisione non comune. Dimostra una certa intraprendenza. È una decisione che vien fuori da quel tipo di fede nell’evoluzione di cui vi parlavo prima. Questo è un magazine che accetta la sfida ed entra in partita senza trucchi: non uso le Adds di Google e di Facebook per avere traffico. In compenso, sapete bene che cosa avete letto e ascoltato qui: 60 articoli nel solo 2020, ossia 5 articoli al mese; 33 puntate del podcast, per un totale di 660 minuti di audio.

Per questo vi chiedo di chiudere questo 2020 con una donazione a Tracking Extinction. Se si crede in qualcosa, si è disposti ad andare fino in fondo. Altrimenti, è stato tutto uno scherzo, un gioco, una bagatella, la solita, vecchia storia di cuori spenti e menti annoiate.

Sono certa che voi siate molto di più. Grazie !

Auguri e, statene certi, ci vediamo nel 2021 !

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Cari lettori,

Voglio condividere con voi la mia scelta di pubblicare su questo magazine alcuni contenuti Premium, e cioè accessibili solo per coloro che sottoscrivono un abbonamento o che effettuano un pagamento ad hoc con carta di credito (circoscritto ad un unico scritto una tantum). Come avrete constatato settimana scorsa, ho già pubblicato con questa nuova modalità un lungo essay (La fine dell’utopia) e un articolo (La pandemia e il dolore globale). A chi di voi non ci abbia ancora cliccato sopra, posso anticipare che per leggere La pandemia e il dolore globale bastano 2 euro, poco più che il costo di un espresso al bar. Da qualche giorno, infine, è anche possibile fare una donazione con una cifra a vostra scelta.

Se vi state chiedendo quanto sicuro sia usare una carta di credito su questo sito, ecco la rassicurazione: WORDPRESS è il provider di siti web leader nel mondo e i pagamenti passano attraverso la piattaforma STRIPE.

Sono passati tre anni da quando questo magazine ha cominciato a crescere, ad espandersi e a trovare spazi inediti, osando spingersi sino a mondi (fotografia, storia dell’arte, antropologia) che hanno dimostrato la sua versatilità e la sua vocazione sperimentale. All’inizio pubblicavo editoriali e qualche recensione, lasciando alla mia attività giornalistica fuori di qui il grosso delle inchieste e dei pezzi di scavo sulle questioni del presente. Oggi la situazione è capovolta: il magazine è un media hub a tutti gli effetti e come sapete esplora questa epoca storica, l’epoca della sesta estinzione di massa, in totale libertà.

Tutti conosciamo i problemi dell’editoria in Italia: la progressiva concentrazione monopolistica in grandi gruppi generalisti (la strada intrapresa ad esempio dal Gruppo GEDI), una polarizzazione assoluta sulla cronaca politica, in netta controtendenza con quanto avviene in tutti gli altri Paesi europei, dove i grandi giornali hanno una redazione ambiente ormai consolidata e a pieno regime; l’uso disinvolto e spregiudicato di centinaia di giornalisti free lance sottopagati, costretti ad accettare retribuzioni inique e inferiori a quelle di un addetto alle pulizie nella grande distribuzione; l’impiego, anche questo impunito, di decine di “volontari” che scrivono gratis per siti web che riescono a piazzarsi sul motore di ricerca sfruttando una manodopera opportunista e priva di qualunque accountability professionale; il recruiting degli autori, presso gli editori di narrativa e saggistica, attraverso le logiche distorte della popolarità costruita grazie agli algoritmi delle piattaforme social. 

Che cosa tutto questo abbia significato sulla mia storia di reporter ambientale, e ciò che è accaduto un mese fa, l’ho raccontato in La fine dell’utopia.

Il peggio, purtroppo, non lo abbiamo già visto, deve ancora venire. Per questo, osservando il contesto attuale da professionista dell’informazione, provo a mettermi nei vostri panni. Nessuno ha tempo di leggere dieci quotidiani al giorno, mentre beve il caffè, e poi di confrontarli per estrapolare e distillare il meglio. Sono convinta che una delle conseguenze, destabilizzanti ma positive, del caos globale è che molti di noi abbiano cominciato, forse per la prima volta, a chiedersi per cosa valga la pena spendere, su cosa valga davvero la pena concentrare la propria attenzione. E questo funziona su tutto. Siamo costretti a scegliere con cura ciò che desideriamo, ciò che ci appaga e ciò a cui siamo convinti di dovere la nostra fiducia. 

Anche l’attenzione che decidete di riservare a questo magazine parla di voi, del modo in cui concepite il mondo. La mia promessa è di venire incontro, ancora di più nell’imminente futuro, alla vostra esigenza di orizzonte e di prospettiva. L’intenzione di Tracking Extinction è di essere quel prodotto di assoluta qualità, studiato e verificato nel dettaglio, che viene scelto perché è la migliore opzione disponibile.

Perciò vi chiedo il massimo rispetto per la mole di lavoro che tutto questo comporta, e cioè un rispetto totale per le regole deontologiche e professionali che, ben nascoste, stanno dietro a ciascun pezzo. Se per leggere un articolo vi occorrono 15 minuti, sappiate che ha richiesto almeno 20 ore di lavoro. Un long-read di nove pagine almeno 2 settimane di scrivania. Ogni dato scientifico che trovate in pagina presuppone la lettura e lo studio di numerosi articoli scientifici; ogni intervista lunghi colloqui via Zoom, Skype o Google con scienziati, artisti, attivisti. Mi sono auto-finanziata il 99% dei viaggi che ho raccontato.

Come sempre, non assecondo conflitti di interesse e l’unico criterio con cui le notizie vengono selezionate è la verificata aderenza alla verità dei fatti. Tutto questo ha dei costi. Tracking Extinction, come qualunque altro giornale impegnato a denunciare la crisi biologica globale, è una comunità di persone che hanno sempre condiviso dei valori. Tra questi valori c’è la consapevolezza che il lavoro intellettuale di qualità non può e non deve essere gratuito. Non fidatevi di chi sostiene il contrario, perché le conseguenze di questa leggerezza sono tutte là fuori, nel Pianeta, a dirci quanto pericoloso sia accettare una deregulation selvaggia e una accondiscendenza acritica, nell’uso del patrimonio biologico e nel diritto del lavoro. 

Buona lettura !

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