Categoria: Lettere

Un anno insieme

(It’s a shame to quarrel on Christmas day, Minami Moroashi 2015 – Charles Dickens Museum London )

Cari lettori, care lettrici,

Da qualche anno un post-it giallo campeggia sullo stipite della porta all’ingresso della mia cucina: “Believing in evolution is just a description about you”, ossia “Credere nell’evoluzione delle specie ti descrive”. Ti qualifica, rende noto il tuo carattere, è un indizio della concezione che hai della vita. Avventurosa e aperta al caso, oppure chiusa in se stessa e ostile all’ignoto. Il motivo per cui questo motto sta dove sta in casa mia è che, da sempre, penso che la biologia evolutiva, e quindi i fondamenti della evoluzione delle specie, oggi arricchiti dalla genetica, sia il faro nella notte nella protezione delle biodiversità. Troppo spesso gli ecologisti confondono il sentimentalismo con la scienza. C’è però un secondo motivo per cui il riferimento all’evoluzione delle specie domina i miei pensieri e i miei programmi. 

Io credo nell’evoluzione, proprio come atteggiamento, indole, Weltanschauung. Questo per me non significa solo che il caso (la mutazione a random che viene poi passata al setaccio della selezione naturale e diventa ereditaria) è il grande scultore del mondo vivente, ma anche che la sperimentazione (il fatto che ad ogni generazione siano possibili cambiamenti capaci di imprimere una certa direzione alla specie) dovrebbe essere la nostra migliore strategia psicologica nei marosi dell’esistenza. Al di fuori e ben al di là di opportunismi, meschinità di facciata, adulazione, tutte caratteristiche scambiate, ahimè, per virtù. 

Saper osare qualcosa di originale, questa è la lezione che dovremmo imparare dall’evoluzione degli esseri viventi.

Ed è questo lo spirito, il progetto, la colonna vertebrale di Tracking Extinction. Non basta fare informazione sulla sesta estinzione di massa, bisogna anche fornire una interpretazione di quanto accade al fenomeno della vita biologica. Serve un pensiero ben documentato, ma che sia un pensiero sulla scomparsa delle specie animali e vegetali dal nostro sguardo, dal nostro animo e dal nostro futuro. Serve il giornalismo e serve anche il racconto scientifico. Per tutte queste ragioni Tracking Extinction si distingue da ciò che trovate sulle principali testate giornalistiche italiane. 

Voi la sapete bene. 

Lo scorso ottobre mi è stato proposto di scrivere per uno di questi giornali. La proposta era condizionata all’accettazione, oltre che di una retribuzione da fame, di un piano editoriale preciso: “dobbiamo dare un messaggio positivo”. Ho rifiutato, dicendo un NO clamoroso. Non credo che sia compito di un giornalista fornire un messaggio comodo, di circostanza e abbastanza morbido da soddisfare il bisogno di comfort dell’establishment. Penso, invece, che ormai è indispensabile dire la verità. Anche quando in ballo c’è la sesta estinzione di massa, con tutte le sue ambiguità culturali ed ecologiche. 

Potete immaginare, suppongo, che scegliere di percorrere una via indipendente, senza la protezione di un editore big player, è una decisione non comune. Dimostra una certa intraprendenza. È una decisione che vien fuori da quel tipo di fede nell’evoluzione di cui vi parlavo prima. Questo è un magazine che accetta la sfida ed entra in partita senza trucchi: non uso le Adds di Google e di Facebook per avere traffico. In compenso, sapete bene che cosa avete letto e ascoltato qui: 60 articoli nel solo 2020, ossia 5 articoli al mese; 33 puntate del podcast, per un totale di 660 minuti di audio.

Per questo vi chiedo di chiudere questo 2020 con una donazione a Tracking Extinction. Se si crede in qualcosa, si è disposti ad andare fino in fondo. Altrimenti, è stato tutto uno scherzo, un gioco, una bagatella, la solita, vecchia storia di cuori spenti e menti annoiate.

Sono certa che voi siate molto di più. Grazie !

Auguri e, statene certi, ci vediamo nel 2021 !

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Ai miei lettori

Cari lettori,

Voglio condividere con voi la mia scelta di pubblicare su questo magazine alcuni contenuti Premium, e cioè accessibili solo per coloro che sottoscrivono un abbonamento o che effettuano un pagamento ad hoc con carta di credito (circoscritto ad un unico scritto una tantum). Come avrete constatato settimana scorsa, ho già pubblicato con questa nuova modalità un lungo essay (La fine dell’utopia) e un articolo (La pandemia e il dolore globale). A chi di voi non ci abbia ancora cliccato sopra, posso anticipare che per leggere La pandemia e il dolore globale bastano 2 euro, poco più che il costo di un espresso al bar. Da qualche giorno, infine, è anche possibile fare una donazione con una cifra a vostra scelta.

Se vi state chiedendo quanto sicuro sia usare una carta di credito su questo sito, ecco la rassicurazione: WORDPRESS è il provider di siti web leader nel mondo e i pagamenti passano attraverso la piattaforma STRIPE.

Sono passati tre anni da quando questo magazine ha cominciato a crescere, ad espandersi e a trovare spazi inediti, osando spingersi sino a mondi (fotografia, storia dell’arte, antropologia) che hanno dimostrato la sua versatilità e la sua vocazione sperimentale. All’inizio pubblicavo editoriali e qualche recensione, lasciando alla mia attività giornalistica fuori di qui il grosso delle inchieste e dei pezzi di scavo sulle questioni del presente. Oggi la situazione è capovolta: il magazine è un media hub a tutti gli effetti e come sapete esplora questa epoca storica, l’epoca della sesta estinzione di massa, in totale libertà.

Tutti conosciamo i problemi dell’editoria in Italia: la progressiva concentrazione monopolistica in grandi gruppi generalisti (la strada intrapresa ad esempio dal Gruppo GEDI), una polarizzazione assoluta sulla cronaca politica, in netta controtendenza con quanto avviene in tutti gli altri Paesi europei, dove i grandi giornali hanno una redazione ambiente ormai consolidata e a pieno regime; l’uso disinvolto e spregiudicato di centinaia di giornalisti free lance sottopagati, costretti ad accettare retribuzioni inique e inferiori a quelle di un addetto alle pulizie nella grande distribuzione; l’impiego, anche questo impunito, di decine di “volontari” che scrivono gratis per siti web che riescono a piazzarsi sul motore di ricerca sfruttando una manodopera opportunista e priva di qualunque accountability professionale; il recruiting degli autori, presso gli editori di narrativa e saggistica, attraverso le logiche distorte della popolarità costruita grazie agli algoritmi delle piattaforme social. 

Che cosa tutto questo abbia significato sulla mia storia di reporter ambientale, e ciò che è accaduto un mese fa, l’ho raccontato in La fine dell’utopia.

Il peggio, purtroppo, non lo abbiamo già visto, deve ancora venire. Per questo, osservando il contesto attuale da professionista dell’informazione, provo a mettermi nei vostri panni. Nessuno ha tempo di leggere dieci quotidiani al giorno, mentre beve il caffè, e poi di confrontarli per estrapolare e distillare il meglio. Sono convinta che una delle conseguenze, destabilizzanti ma positive, del caos globale è che molti di noi abbiano cominciato, forse per la prima volta, a chiedersi per cosa valga la pena spendere, su cosa valga davvero la pena concentrare la propria attenzione. E questo funziona su tutto. Siamo costretti a scegliere con cura ciò che desideriamo, ciò che ci appaga e ciò a cui siamo convinti di dovere la nostra fiducia. 

Anche l’attenzione che decidete di riservare a questo magazine parla di voi, del modo in cui concepite il mondo. La mia promessa è di venire incontro, ancora di più nell’imminente futuro, alla vostra esigenza di orizzonte e di prospettiva. L’intenzione di Tracking Extinction è di essere quel prodotto di assoluta qualità, studiato e verificato nel dettaglio, che viene scelto perché è la migliore opzione disponibile.

Perciò vi chiedo il massimo rispetto per la mole di lavoro che tutto questo comporta, e cioè un rispetto totale per le regole deontologiche e professionali che, ben nascoste, stanno dietro a ciascun pezzo. Se per leggere un articolo vi occorrono 15 minuti, sappiate che ha richiesto almeno 20 ore di lavoro. Un long-read di nove pagine almeno 2 settimane di scrivania. Ogni dato scientifico che trovate in pagina presuppone la lettura e lo studio di numerosi articoli scientifici; ogni intervista lunghi colloqui via Zoom, Skype o Google con scienziati, artisti, attivisti. Mi sono auto-finanziata il 99% dei viaggi che ho raccontato.

Come sempre, non assecondo conflitti di interesse e l’unico criterio con cui le notizie vengono selezionate è la verificata aderenza alla verità dei fatti. Tutto questo ha dei costi. Tracking Extinction, come qualunque altro giornale impegnato a denunciare la crisi biologica globale, è una comunità di persone che hanno sempre condiviso dei valori. Tra questi valori c’è la consapevolezza che il lavoro intellettuale di qualità non può e non deve essere gratuito. Non fidatevi di chi sostiene il contrario, perché le conseguenze di questa leggerezza sono tutte là fuori, nel Pianeta, a dirci quanto pericoloso sia accettare una deregulation selvaggia e una accondiscendenza acritica, nell’uso del patrimonio biologico e nel diritto del lavoro. 

Buona lettura !

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SOSTIENI TRACKING EXTINCTION – La maggior parte di noi non sa di vivere nel tempo della sesta estinzione di massa, eppure siamo testimoni di una ecatombe biologica. Tracking Extinction è un magazine indipendente, che lavora sempre su dati scientifici in peer review e non riceve finanziamenti occulti o in conflitto di interesse. Ma anche la scelta etica di fare informazione libera deve rispondere a un business plan e ha dei costi. Sostenere economicamente un giornalista ambientale che si occupa di questi temi significa agire da persona libera, dotata di capacità critica e di un evidente principio di realtà.

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