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Ecco perché non abbiamo mai tempo per leggere un giornale

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Non ho tempo. Questa è la scusa che la maggior parte delle persone adduce per giustificare la propria ignoranza sul destino del Pianeta, della atmosfera satura di CO2 e della specie animali. Non ho neppure dieci minuti al giorno per leggere un solo articolo di giornale. Una auto-assoluzione così perentoria da liquidare in mezzo secondo il peso specifico che la parola “tempo” porta con sé. Il tempo è la risorsa più deperibile di tutte quelle, naturali e artificiali, che abbiamo a disposizione ed è per questo che è, inevitabilmente, un concetto filosofico della modernità. Il tempo dà forma all’esistenza, ma l’esistenza stessa è il prodotto del tempo: ogni essere vivente proviene da una lunghissima evoluzione ed è nel tempo profondo (il tempo paleontologico) che trovano un significato i suoi geni e la sua storia. Noi siamo il tempo perché è il tempo la radice fondamentale del nostro essere su questo Pianeta, come intuì Heidegger. 

Questo ci riporta al fatto che, affermando di non avere abbastanza tempo per dedicarci ad un minimo di informazione sul cambiamento climatico e sulla sesta estinzione, non stiamo parlando tanto della nostra agenda, quanto piuttosto della nostra esistenza. Stiamo cioè parlando del fatto che il nostro esistere è maciullato da impegni decisi all’esterno, da burocrazie e compiti di ufficio. L’esistenza ci sfugge di mano e quindi non abbiamo attenzione per le condizioni biologiche del Pianeta. 

La malattia non è la mancanza di tempo, ma il nostro vuoto interiore.

Una prospettiva molto più terrificante della generica ammissione di colpa sull’interesse pari allo zero per genette (finite nei ristoranti gourmand cinesi) e ghepardi (presto allevati in batteria in Sudafrica), giusto per fare un paio di esempi freschi di cronaca. La verità intima del cittadino tipo che se ne frega del giornalismo ambientale è piuttosto questa: il sentimento consolidato, ma impregnato di comfort, che la propria vita sia governata da altri e che i propri progetti siano stati abbandonati per forza di un destino già segnato. 

Una sorta di: non vivo e quindi me ne frego.

La crisi del tempo che manca è una crisi esistenziale ed è da questa crisi esistenziale di massa che vien fuori l’indifferenza per il collasso della biodiversità della Terra. È cioè impossibile sviluppare, e soprattutto nutrire, una responsabilità ecologica senza una matura riflessione sul modo in cui si vive il proprio tempo. Unico e irripetibile.

Mi pare che di questo discuta con grande lucidità un libro che non c’entra nulla, almeno superficialmente, con la catastrofe ambientale, e che però ha moltissimo da dire proprio agli indecisi, gli ignavi, i codardi, gli apatici, gli Oblomov e i pigri che ancora ignorano che viviamo in una epoca analoga a quella della fine dei dinosauri. Solo che stavolta ci sono di mezzo mammiferi, anfibi, insetti e uccelli. Questo libro è “Riconquista il tuo tempo” (Rizzoli) di Andrea Giuliodori, autore e anima di un blog di crescita personale a 7 cifre di visitatori all’anno, efficacemente.com.

“Se da un lato lo scorrere del tempo si caratterizza per la sua inevitabilità, è altrettanto vero che il tempo è la risorsa più democratica che abbiamo. Io, te e l’uomo più ricco e potente della terra avremo sempre e comunque giornate della stessa durata. (…) Ho capito infatti che se non volevo rinunciare ai miei sogni dovevo innanzitutto iniziare a spendere diversamente il mio tempo, ma soprattutto dovevo trovare il modo di riconquistarlo il mio tempo”, scrive Giuliodori.

Ritrovare il proprio tempo, cosa vuole dire ? Vuole dire essere consapevoli del proprio tempo, di quanto ne abbiamo a disposizione. Impegnarlo su un progetto vero, personale, forte, sensato e ambizioso. Ma vuol dire anche, a mio parere, vivere come cittadini del tempo, cioè come cittadini della propria epoca storica. Stare dentro il tempo permette di recuperare la possibilità di fare qualcosa della propria vita e di farlo in modo coerente con la stagione della storia umana in cui ci è capitato di nascere.

Una lezione sull’estinzione da una komunalka di San Pietroburgo

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Non sappiamo più vivere. In una epoca di estinzione ad andar perdute sono le cose più semplici, che rendono la vita non solo degna di essere vissuta, ma piena di dignità. Anche nelle circostanze più avverse, come la penuria economica, un governo dispotico, la guerra. In una epoca di estinzione le persone pretendono sempre di più, nutrono aspettative maniacali, si aspettano ricompense e diritti.   Suppongono che tutto sia dovuto. E così siamo smarriti in un nichilismo che è prima di tutto la incapacità di mettere a fuoco gli elementi di cui è fatta la vita reale, non quella sognata, auspicata, incensata, costruita a tavolino. A questo pensavo mentre leggevo la pagina che Iosif Brodksij dedica ai suoi genitori nel saggio In una stanza e mezzo (all’interno della raccolta Fuga da Bisanzio, Adelphi), a come vivevano i suoi genitori a San Pietroburgo negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso.

Ecco che cosa scrive il poeta russo: “Prendevano tutto come la cosa più naturale: il sistema, la loro impotenza, la loro povertà, il loro figlio scapestrato. Cercavano semplicemente di arrangiarsi come meglio potevano: di non far mancare il cibo sulla tavola (e di renderlo commestibile, di qualunque cibo si trattasse); di arrivare alla fine del mese; e benché dovessimo sempre tirare avanti da un giorno di paga all’altro, cercavano di imboscare qualche rublo per il ragazzo, ossia cinema, visite ai musei, libri, ghiottonerie. Piatti, utensili, vestiti, biancheria, tutto quello che avevamo era sempre pulito, lustro, stirato, rammendato, inamidato. La tovaglia era sempre immacolata e fresca, il paralume spolverato, il parquet lucido, senza un grano di polvere. La cosa sorprendente è che non erano mai annoiati. Stanchi sì, ma mai annoiati.

Per quasi tutto il tempo che passavo a casa, li vedevo in piedi: a cucinare, a lavare, ad anfanare avanti e indietro fra la cucina comune e la nostra stanza e mezzo, ad armeggiare intorno a questo o quel pezzo del patrimonio domestico. Per i pasti si sedevano, naturalmente, ma mia madre la ricordo seduta quasi soltanto davanti alla macchina per cucire, la sua Singer a pedale, china ad aggiustare vestiti, rivoltare colletti di vecchie camicie, riparare o riadattare vecchie giacchette. Quanto a mio padre, usava la sedia solo per leggere il giornale o mettersi al tavolo da lavoro. A volte la sera seguivano un film o un concerto sul nostro televisore del 1952”. 

Quest’uomo e questa donna sono i genitori di un Premio Nobel per la letteratura. Gente come loro sapeva arrivare al midollo delle cose ed insegnava ai propri figli come farlo. Contavano ogni rublo, ma erano certi che per diventare persone decenti i libri e i musei sono indispensabili. Questo tipo di persone aveva un legame così congenito con la realtà che difficilmente ometteva di accorgersi di ciò che accadeva loro attorno. 

Noi siamo ormai tutto l’opposto. Ed è per questo che non riusciamo a mettere a fuoco la catastrofe ecologica. Non viviamo in una komunalka, ma in un labirinto di oggetti e di sogni svincolati dal principio di realtà. Rileggete questa pagina così elementare, così fondamentale: i genitori di Brodksij non conoscevano la noia. Per noi è pane quotidiano. 

Alla Pilotta di Parma la ferocia e il genio degli uomini che posero le fondamenta della globalizzazione

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Possiamo rintracciare e recuperare i volti, le espressioni e gli sguardi degli uomini e delle donne che fecero l’impresa, edificando le premesse del capitalismo globale e della civiltà occidentale così come la conosciamo? Sì. Per questo visitare un Museo di pittura rinascimentale, oggi, è un in-sight nel carattere europeo e nelle cause profonde della crisi ecologica.

In una gelida mattina di gennaio, Parma è la città perfetta per un giallo di provincia. Una di quelle storie enigmatiche e macabre che rendono giustizia ai monumenti cinquecenteschi e medievali del centro storico e alla nebbia rada e lattiginosa, che stringe d’assedio la Pilotta, il complesso di proporzioni monumentali eretto proprio sul finire del secolo fatale della Riforma protestante. 

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Il Cinquecento è per davvero un secolo sanguinario di assassinii, scomuniche e saccheggi, ma è anche il laboratorio storico dell’avventura più estrema delle nazioni europee, e cioè la costruzione di un impero economico globale. Tutto il secolo rimane costantemente in bilico tra ardimento e ferocia, le due caratteristiche più decisive del carattere europeo. Anche Parma vive in questo periodo una stagione di espansione che non ha precedenti. Nel 1583 Ottavio Farnese ordina la costruzione della Pilotta. Al suo interno, nel 1618, anno dello scoppio della Guerra dei Trent’anni, Ranuccio I decide di edificare il Teatro in legno, il primo teatro moderno dell’Occidente. Qui alla Pilotta, verso la fine del Cinquecento, Ranuccio II trasferisce da Roma le collezioni di famiglia, tra le più raffinate delle corti aristocratiche del tempo. Le casse del Ducato sono vuote, su suolo tedesco la fede cattolica è pronta al macello contro i protestanti. Eppure, Ranuccio ci crede, in una galleria d’arte. 

La grande pittura europea racchiude le tracce più evidenti di questa danza di sangue e genio. Nei volti, nello sguardo, nei gesti degli uomini e delle donne ritratte sui quadri in esposizione alla Pilotta puoi vedere ancora oggi l’ardore, la paura, il coraggio di un tempo di dirompenti rivoluzioni nel pensiero e nella politica. Alla Pilotta c’è però soprattutto  il capolavoro ideologico di Ranuccio II. Il Farnese pretendeva che i visitatori della sua galleria si sentissero protagonisti del proprio tempo e figli di un passato a tratti eroico. Non era solo propaganda, era una idea di grandezza coerente con il risveglio di un’epoca che cominciava a sentirsi il centro del mondo conosciuto. Camminando per i corridoi della Pilotta – attenzione: quasi tutti privi di riscaldamento – si provano ancora oggi queste sensazioni. Paura, esaltazione, ammirazione: polvere da sparo, santi in estasi, boschi cupi e torrenti fangosi, velluto, seta e piume. L’Europa scopriva se stessa mentre sprofondava nell’abisso delle guerre di religione. Il visitatore della Pilotta assiste come al rallentatore, secolo dopo secolo, allo sviluppo dell’atteggiamento psicologico che ha prodotto il nostro dominio assoluto sul Pianeta. Il raggiungimento del massimo del potere riducendo quasi a zero foreste e animali, e senza nessuno scrupolo morale. I I grandi uomini del Cinquecento e del Seicento sono dei mostri, ma anche i campioni di qualcosa che oggi diamo per scontato nella nostra identità: il culto sovrano della bellezza e quindi dell’arte. Quegli uomini furono gli attori inconsapevoli di quel grande dramma che i Farnese pretendevano di rappresentare nel loro teatro: la parabola umana sul Pianeta Terra. 

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Il Rinascimento è un esplodere di sentimenti. Un quadro sensazionale in questa prospettiva storica è la Madonna dell’Umiltà con il Bambino del Beato Angelico (1425-30). Nello sguardo della Madonna il tempo si ferma. Il mondo si risolve tutto nei piccoli gesti di affetto delle manine del piccolo che scostano appena dal collo il velo della madre, come a voler voltare pagina. Noi moderni pretendiamo di nascondere la crudeltà, lontano da sguardi indiscreti. Crediamo che questo pudore ci renda più umani. Solo il personale specializzato conosce i mattatoi, di qualunque genere. Quel che ci dimentichiamo è che sentimenti come questo tipo di tenerezza li abbiamo imparati in epoche di una violenza estrema.

I Greci lo sapevano. Per questo mettevano in scena gli eccessi delle passioni e le disgrazie più orripilanti per tenere a bada il terrore che l’uomo è capace di infliggere a se stesso. Anche il teatro Farnese è ispirato ad una visione filosofica della storia, e della vita. Sul finire del Cinquecento, andava di moda una interpretazione eccentrica delle cose del mondo, e cioè la mnemotecnica. Alcuni filosofi pensavano che la mente potesse trovare nella profondità dei propri ricordi il filo di Arianna dell’intera esperienza storica umana. Come in uno spettacolo teatrale ben realizzato. Il progetto del teatro Farnese poggia anche su queste idee. I Ma la Seconda Guerra Mondiale segna la nemesi di queste premesse. Il teatro è in legno, abete rosso del Friuli, e senza combustibili gli inverni a Parma erano tremendi. I cittadini stavano riducendo in pezzi il teatro di ispirazione greca, ben prima che l’ordigno bellico facesse il suo mestiere. Pannelli e assi finivano nei camini e nelle stufe. Il simbolo della razionalità e della creatività occidentale ridotto in cenere a causa di una guerra totale in cui l’umanità aveva sconfessato tutte le promesse della civiltà. Per questo oggi questo teatro è un monito inquietante degli effetti finali della catastrofe ecologica, proprio mentre anche l’Australia brucia a temperature fino a 45 gradi Celsius. 

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Dopo l’arrivo nel Nuovo Mondo, uno spazio sconfinato si allarga davanti ai nostri progenitori, gli Europei di cinque secoli fa. Dal 1492 in avanti possono ragionare su come sfruttare le risorse naturali del Pianeta con maggiore ambizione. Religione ed uso delle specie vegetali e animali sono armi forgiate nella stessa fucina. Nella sala  numero 10, che apre sul Cortile del Guazzatoio, c’è una Discesa dalla Croce di un Anonimo intagliatore fiammingo. È del XVI secolo. Materiale: un dente di ippopotamo. Specie animali risucchiate dalla cultura occidentale.

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Qualche volta, gli addii sono indispensabili. Le tele a tema religioso tardo gotiche sono distanti anni luce da noi. Ma per diventare Moderni non è stato sufficiente chiudere le porte al Medioevo, e con un certo tipo di religiosità. Bisognava anche abbandonare il mondo antico, e quindi procedere oltre il Rinascimento stesso. Serviva un nuovo Dio. E questa divinità fu la ragione degli Illuministi. Nel Settecento le rovine dell’Antichità diventano uno sfondo, uno scena, un contorno. Nel quadro di Riccardo Bellotto (Capriccio con Campidoglio, 1740 circa, Sala della Pittura Veneta) la gente passeggia vicino al Campidoglio come se niente fosse. Nello stesso periodo in cui le navi europee trasportano schiavi dall’Africa Occidentale alle piantagioni di canna zucchero del Nuovo Mondo, l’europeo si abitua a volere di più del poco che ha. A chiedersi se possegga dei diritti e se sia lecito, per soddisfarli, sfruttare a morte altri popoli, milioni di animali esotici e intere foreste. La risposta è un sì convinto. 

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E allora ecco Canaletto (Capriccio con edifici palladiani, 1750 circa), che mostra quale fosse l’argomento delle conversazioni dotte nei salotti dove si sorseggiava il caffè e la cioccolata delle Indie Orientali. Un capannello di uomini, forse mercati, discute fuori di un edificio sontuoso, dall’architettura prodigiosamente ardita. Sembra di udire lo sciabordio dell’acqua nel canale, a Venezia, e il suono un po’ smorzato delle campane. E poi un crepitio ancora poco consistente, ma dal timbro chiaro: la corsa del progresso. Ormai, gli Europei hanno cambiato idea sulla storia, non la pensano più come i Farnese. Le azioni umane, e soprattutto le guerre, non puntano alla perfezione, ma alla potenza. La storia non è un cosmo compiuto e ordinato. È invece una freccia del tempo, un continuo andare avanti. L’organismo sociale ha smesso di genuflettersi sugli altari della pia devozione religiosa. È  diventato un predatore avido di bellezza ed energia. Il mercante è il nobiluomo al cui modello tutti aspirano. Gli edifici sono spettatori dei commerci, come gemme su una corona.

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Adesso è la volontà umana la forza di gravità del Pianeta. Gli elementi naturali perdono significato fuori della sfera di influenza degli esseri umani. È la svolta ecologica del secolo, già rintracciabile nelle nature morte di Cristoforo Munari (Natura morta con frutta e porcellana, dei primi dell’Ottocento, e Natura morta con frutta, porcellana, vetri e mandola).

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È così che gli animali perdono dignità. Nel quadro di Pier Francesco Cittadini (Ritratto di bambina con cagnolino, metà del XVII secolo) una bambina forse costretta a vestire già i panni di una piccola dama dispone a suo piacimento di un cane addomesticato. Il collare del cucciolo è troppo alto, troppo stretto. Siamo noi che, d’ora in avanti, decidiamo che vive e chi muore. E per sentirci meno crudeli, riduciamo a camerieri qualche specie di mammifero a noi congeniale. 

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E poi ci sono loro. I condottieri. Al primo piano (l’impalcatura non è adatta a chi soffre di vertigini) c’è il campione di guerra di Frans Pourbus il Vecchio, dipinto nel 1580. Ti fissa spavaldo come un hipster londinese. La sua eleganza è affilata tanto quanto la sua spada.

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Lui è della stessa razza di Alessandro Farnese, ritratto nel 1559 da Alonso Sanchez Coello, il pittore di corte di Filippo II di Asburgo, Re di Spagna. Guarda bene in faccia questi due. Facce che sono caratteri. Caratteri che sono un destino. Il tuo. Casting per un film lungo cinque secoli, di cui oggi leggiamo i titoli di coda. Anche se siamo moderni, non siamo più progressisti di questi due giovani maschi pronti alla guerra. Siamo disumani quanto loro. Questo ragazzino di casa Farnese non ha neanche bisogno di essere arrogante. È padrone della sua volontà di agire. E nella sua intenzione tutto è già al posto giusto, come la luce sulla sua armatura. Riconosciamo noi stessi nella sua sicurezza. Perché siamo ormai tutti coinvolti in un progetto globale che nacque nel cuore e nella mente di giovani come lui. 

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(Cover: Zaganelli, dettaglio del ritratto di Barbara Pallavicino con il padre, secondo decennio del XVI secolo)