Categoria: Antenati

Arriva dall’archeologia la parola chiave dell’ambientalismo nel 2020

 

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Bisogna aggiungere un nuovo termine al lessico ambientale del 2020:  usable past. Il passato adatto per essere usato come uno strumento di lavoro e di ragionamento. Ne hanno discusso diffusamente  un paio di settimane fa su The Conversation due antropologhe, Elizabeth Sawchuck della Stony Brook, New York, e Mary Prendergast, della Università di Madrid. Il titolo del loro intervento è Archaeological discoveries are happening faster than ever before, helping refine the human story. In sintesi: le scoperte archeologiche degli ultimi venti anni stanno rivoluzionando la nostra conoscenza del passato dell’umanità fornendoci un aiuto notevole nella interpretazione del destino ecologico della nostra specie nel XXI secolo. 

Mai come ora la paleogenetica, le rivelazioni satellitari, l’analisi molecolare dei residui organici sui fossili, insomma la scienza archeologica, sono in grado di costruire un passato parlante, che ci può spiegare al millimetro come siamo arrivati a dominare il Pianeta e a portare la biosfera sul limite del collasso sistemico. Ma non è tutto. È dal passato estinto, o ridotto a pochi frammenti, attraverso una rigorosa analisi scientifica, che approdiamo ad una rivalutazione filosofica del tempo. Il passato “pronto per l’uso” è un proxy, e cioè un indicatore esistenziale della nostra identità più profonda e del nostro legame con il Pianeta. 

Le autrici, nella loro rassegna delle conquiste più recenti nel campo dell’archeologia applicata, fanno riferimento alla paleo-antropologia, che ha fatto passi da giganti nel fornici indizi attendibili su come siamo passati dalle scimmie Driopiteco del medio Miocene alle Australopitecine africane: “Gli antropologi stanno cominciando a comprendere che i nostri antenati Homo sapiens avevano molti più contatti con le altre specie umane di quanto si fosse pensato precedentemente. Oggi, l’evoluzione umana assomiglia sempre meno all’albero della vita di Darwin e sempre di più alla corrente di un fiume, fangosa, piena di torrenti e affluenti”. 

La paleo-genetica fornisce anche nuove prove a supporto dell’importanza delle collezioni dei musei di storia naturale del mondo: “La paleo-genetica rivela sorprendenti scoperte sulle piante e gli animali, a partire dagli antichi semi e dagli scheletri che giacciono nei magazzini dei musei (…) il DNA non è la sola molecola che rivoluziona gli studi sul passato. Lo studio delle paleo-proteine può determinare la specie a cui appartiene un fossile e di recente, infatti, ha permesso di collegare una scimmia estinta alta 9 piedi, pesante oltre 500 chilogrammi, di 2 milioni di anni fa, agli oranghi di oggi”. Le autrici si riferiscono qui al Gigantopithecus, una paleo-scimmia asiatica che da anni inchioda alla sedia davanti al computer i paleontologi che studiano i passaggi evolutivi che hanno portato alla comparsa delle Australopitecine in Africa.

Tutto questo è possibile perché, come spiegano le autrici, l’incrocio di grandi moli di dati da ambiti differenti svela schemi evolutivi ed ecologici insospettabili. Lo usable past è insomma il risultato di uno sguardo complessivo sulle specie estinte e il loro ambiente, ma può essere anche il prodotto di una analisi materiale allargata alle tecniche di sopravvivenza di intere civiltà.

E infatti il termine stesso, usable past, proviene dall’archeologia africana. Sawchuck e Pendergast riprendono il termine da un articolo della studiosa Amanda L.Logan uscito sulla rivista AFRICAN ARCHEOLOGICAL REVIEW (September 2019, VOL 36, Issue 3) e intitolato Usable Pasts Forum: Critically Engaging Food Security. Riferimento a mio parere non causale, dal momento che il peso del passato è oggi centrale nel dibattito sulla riformulazione del nostro sguardo sull’Africa. E ciò che accadrà in Africa nei prossimi 30 anni deciderà buona parte di ciò che accadrà al resto del mondo. Ma non solo: il punto di vista sul passato degli intellettuali africani è indispensabile, proprio qui in Europa, per mettere correttamente a fuoco la nostra responsabilità ecologica e i limiti ideologici della nostra civiltà. Scrive la Logan: “Usable pasts è un approccio che esplora come il passato possa essere rilevante per il presente. Bassey Andah, uno dei primi archeologi africanisti ad impiegare questo termine, definiva lo usable past come ‘un passato che non soltanto infonde orgoglio, ma aiuta anche gli Africani a costruire unità socio-politiche equipaggiate a combattere la povertà culturale e a negoziare la domanda di giustizia a livello sia nazionale che internazionale”. Posizioni vicinissime a quelle di Felwine Sarr. 

Il risultato finale di una indagine archeologica e paleo-ecologica sconfina dunque nell’ambito della sociologia, della politica, dell’economia e quindi del contesto ambientale globale in cui viviamo. Lo usable past è l’insieme dei passaggi storici, delle scelte e delle condizioni ambientali che, influenzandosi a vicenda, compongono la lista di opzioni a nostra disposizione oggi. 

Australia, il continente dove il destino ha cambiato direzione

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In Australia è finalmente diventato chiaro che cosa sia il destino di questo XXI secolo. Gli incendi che da mesi devastano il sud del Paese sono un inferno per gli uomini e per gli animali. Non solo per le persone di nazionalità australiana, che hanno perso tutto. Anche per mezzo miliardo di animali morti e per quelli che moriranno nei prossimi mesi perché il loro habitat non esiste più. Questa apocalisse non è però la nemesi degli avvertimenti sul cambiamento climatico, inascoltati e derisi per decenni. È arrivato il momento di pagare il conto, e questo lo sanno anche i bambini ormai. Stiamo assistendo, comodamente seduti in poltrona dall’altra parte del mondo, nella fredda Europa, a qualcosa di nuovo. Il destino degli esseri umani si è trasformato nel destino delle specie animali, e viceversa. 

Per capirlo, basta guardare la dedizione, l’abnegazione e la tenerezza con cui moltissimi volontari dei centri di recupero e persone comuni hanno offerto acqua e riparo a koala, vombati e canguri sconvolti dal fuoco e dalle ustioni. Una intera nazione, nelle mani e nei cuori di gente come noi, in bermuda e magliette stinte, combatte contro il trauma della distruzione totale insieme ad animali annichiliti, che si affidano ai loro salvatori con fiducia. Quasi con amore. È molto di più di una espressione della “trans-species relationship”, l’empatia cognitiva tra specie diverse descritta dalla neurospicologia evolutiva di scuola americana. Qui non si tratta solo di aver riconosciuto nella sofferenza animale la propria sofferenza. Il soccorso agli animali braccati dal muro di fuoco di una atmosfera satura di CO2 è un atto di coscienza. Il destino umano ha cambiato direzione, nel New South Wales.

Nel pensiero occidentale il destino è un privilegio degli esseri umani. Soltanto agli uomini è concesso di andare incontro al proprio scopo definitivo, incontrando la propria vocazione eroica oppure soccombendo alla ineluttabilità delle forze della natura. Per i Greci, l’eroe è quasi più venerabile di un dio, perché l’eroe ha il coraggio supremo di andare fino in fondo al suo demone (il suo carattere più autentico) costi quel che costi. Nel Cristianesimo, la regione di Stato della civiltà occidentale che conquista il Pianeta facendone terra di saccheggio, il destino diventa provvidenza. Un disegno di salvezza e di redenzione, anche questo riservato alla creatura apice della creazione, l’uomo. Ma da dove viene il destino? È questa la domanda che il pensiero europeo, nonostante tutto, rimette in circolazione dopo la prima guerra mondiale. È la lingua tedesca a fornirci le coordinate sostanziali per capire che cosa accade di nuovo, all’indomani di una presa di coscienza assoluta sulla capacità umana di annichilire la civiltà. In tedesco destino si dice Schicksal, che significa “ciò che è mandato”. Heidegger insistette parecchio su questa parola, nei suoi ultimi corsi universitari. Se qualcosa è mandato, deve provenire da un luogo. E il destino è esattamente questo: ciò che arriva a noi da premesse lontane, nello spazio e nel tempo. Il destino è il copione su cui sono scritte le coordinate spazio-tempo fondamentali della nostra esistenza.

Io credo che il destino sia il Pianeta. E il Pianeta è la storia evolutiva delle faune e degli ecosistemi. Noi, come soggetti determinati nella nostra biografia personale, e come individui della specie Homo sapiens, dobbiamo rispondere della nostra appartenenza al Pianeta. Il nostro destino è allora rispondere a questo richiamo di responsabilità. Poiché il Pianeta non è composto di soli uomini e donne, ma di milioni di specie animali e vegetali, accettare il proprio destino significa condividere il diritto di esistere delle altre specie, farlo proprio, sentirselo sulla pelle. Il destino non è una via speciale tracciata per gli uomini da chissà quale divinità superiore. É il sentimento di esistenza comune tra uomini e animali. Gli Australiani si sono scoperti non solo braccati del fuoco, ma anche terribilmente vicini agli animali endemici del loro mondo, del loro paesaggio, delle loro case. Hanno capito che non c’è destino di uomini che non sia destino di animali.

Il cambiamento climatico è un romanzo incompiuto

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Basilea, Svizzera, Europa – Nella considerazione inattuale intitolata Sull’utilità e il danno della storia per la vita, Nietzsche scrisse che ciò che è vivo, ciò che aspira ad essere vivo e non ridotto ad apatia ed inerzia, deve possedere una atmosfera. Una “misteriosa sfera vaporosa” che nasconde e protegge. Si tratta di una illusione, di un effetto emotivo, Nietzsche lo sapeva, ma sapeva anche che in questa atmosfera si nasconde la forza propulsiva di ogni vita, e cioè il sentimento della sorpresa. Chi è curioso del mondo, si lascia sorprendere dal mondo. Avverte il mistero del mondo, che è una sua illusione, ma che lo incanta e lo spinge ad esplorare la geografia dello spirito e dei continenti.

I contemporanei di Nietzsche pensavano di potersi sbarazzare di queste chiacchiere antiche, così le giudicavano, grazie alla scienza. Per loro, la storia stessa non era altro che una scienza del già accaduto. Nietzsche commiserava questo storicismo e vi opponeva invece la forza chirurgica dell’oblio. Chiudersi in un presente creativo, che non si sente epigono di nessuno. Ancora oggi, l’idea che abbiamo della storia, e cioè del nostro XXI secolo, è decisiva nel fallimento di una azione politica globale sul cambiamento climatico. Anzi, dovremmo ammettere che se ieri a Torino c’erano 17 gradi Celsius, il 25 dicembre, la ragione è che il cambiamento climatico non è mai diventato né storico né storicizzato. Semplicemente, non è mai diventato una narrazione.

Al tempo di Nietzsche, lo storicismo era una narrazione, poderosa anche, ed era per questo che Nietzsche la detestava. Lo storicismo non era altro che una venerazione totale per un passato immobile, un oggetto di culto religioso. A forza di adorare i padri, i figli erano diventati degli impostori impotenti come Amleto, che non sa quasi più nemmeno come si chiama di nome e di cognome. Naturalmente Nietzsche aveva la sua personale adorazione per i grandi nomi del passato, ma riteneva anche che la vita potesse continuare a macinare grandezza solo infischiandone del già fatto. 

Qualche decennio più tardi fu un altro tedesco, Walter Benjamin, a spingersi ancora più oltre nella interpretazione della storia e della propria epoca, sgombrando il campo dai dubbi rimasti nel rifugio alpino di Sils Maria. Benjamin comprese che la modernità, il primo Novecento per intenderci, aveva infine imboccato una via opposta a quella ancora battuta nei giorni mortali di Nietzsche. Il Novecento chiudeva i conti con il passato attraverso le sue nuove tecnologie di massa, il cinema e la fotografia. Svaniva l’epoca dell’aura, e cioè del potere intrinseco alle invenzioni artistiche e intellettuali di condensare in modo magnifico le intuizioni più dirompenti dello sguardo umano sul mondo. E sorgeva invece sulla linea dell’orizzonte il tempo dello shock, cioè della sorpresa, della novità, della riproducibilità in serie dell’effetto di stupore improvviso. 

Ma in una epoca dello shock nessun avvenimento può, alla lunga, conservare il proprio significato più autentico. Nessuna disgrazia, nessuna novità, nessun evento bellico o economico può tenere il passo con l’incalzare, alle sue spalle, di qualcosa di ancora più nuovo. La fine dell’aura apre forse le porte alla produzione industriale della modernità antropologica, ma predispone l’umanità a perdere il sentimento della realtà nuda, cruda, atroce, impellente, urgente. La stessa spietata realtà che Nietzsche identificava con la spinta psicologica propulsiva della civiltà. 

Il cambiamento climatico è esattamente quel tipo di realtà nietzschiana che noi non siamo più in grado di considerare reale. 

Già all’inizio degli anni Ottanta, il cambiamento climatico è condannato a smarrirsi come un fiume nel deserto. Ad evaporare nella mente dei più, a sbiadire sino a diventare un vocabolario insulso e pallido di termini quali sostenibilità, riscaldamento globale, emissioni serra, green economy, green new deal. Il cambiamento climatico non è mai maturato e non è mai cresciuto: è ancora oggi ciò che era 40 anni fa, uno sconosciuto, indigesto al sentire comune di una civiltà che pretende lo shock, e non sa cosa farsene dell’aura.

La civiltà dello shock è anche la civiltà che ha dimenticato la tradizione. La tradizione è il passato come punto di riferimento nei suoi valori fondativi, ma anche, e probabilmente soprattutto, il limite oltre il quale il mondo non appartiene alla volontà umana, ma a se stesso. Tradotto: nelle società europee tradizionali, fino alla seconda guerra mondiale, la tradizione era ancora abbastanza forte da lasciar immaginare che qualcosa potesse sopravvivere all’azione umana. Questo “qualcosa” noi, oggi, figli dei moderni movimenti di pensiero ambientalisti, lo chiamiamo “Pianeta Terra”. Quando la tradizione e l’aura svaniscono, non rimane che un campo aperto ad ogni tipo di ardimento, ben oltre gli auspici di Nietzsche. Quel che resta, infatti, è il diritto continuo alla sperimentazione sulle risorse naturali, sui limiti chimici e biologici della Terra, sul predisporre l’esistenza umana a funzionare come una macchina. 

Su questa linea di ragionamento si è mosso, nei suoi ultimi anni, il più grande filosofo italiano, Emanuele Severino: “Il nostro è un tempo interessante anche perché è un unicum. Stiamo abbandonando la tradizione. Ma la tecnica destinata al dominio non si è ancora fatta innanzi. In questa fase intermedia anche il livello di intelligenza della gente ne risente. Nel Settecento i servi origliavano alla porta delle sale dei padroni dove si eseguivano Mozart e Haydn. Stavano lì a sentire. Se adesso pensiamo che il corrispettivo di Mozart e di Haydn è la musica pop e che la gente va in estasi per la musica pop, ecco, è accaduto qualcosa di profondo. Certo, le condizioni di vita del servo del Settecento erano pessime, ma allora anche i re, se avevano mal di denti, non se la passavano bene. Però l’abbandono della tradizione, di quella tradizione che può dire alla tecnica “guarda che tu non puoi fare tutto quello che sei capace di fare”, provoca uno stato di decadenza e di smarrimento che giustifica anche i fenomeni di cui parlava lei. La superficialità del nostro tempo ha ragioni profonde”.

E qui si innesta la ridicolaggine priva di ogni mordente ed efficacia di movimenti come il Fridays for Future ( quante centinaia di giovani hanno deciso di farsi bocciare pur di gridare il loro sdegno contro l’irresponsabilità dei potenti?), delle Sardine (nichilismo è una parola troppo abusata, e insufficiente, per descrivere il nulla del loro presunto manifesto) e della narrazione, quella sì stucchevole ma ben architetta, sorta attorno a Greta Thunberg. Non c’è aura nelle discussioni su questa giovane ragazzina svedese, ma solo il vuoto di idee di movimenti ambientalisti che non hanno il sentimento né del passato né del presente. Sono figli del tempo della replicazione incontrollata di curiosità effimere, di prodotti di consumo, di effetti scenici. Non riuscendo a vedere il proprio tempo, gli ambientalisti smarriscono per strada tutti gli obiettivi dell’ambientalismo. E l’ambientalismo stesso rimane un oggetto senza forma, una narrazione senza plot, un romanzo incompiuto. Uno shock, di cui domani già nessuno si interessa più. 

Riapre la Fossil Hall dello Smithsonian di Washington, gigantesca riflessione sul tempo profondo

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Riapre domani, 8 giugno, dopo un vasto lavoro di riallestimento, durato 4 anni, che ha sostanzialmente rivisto il percorso narrativo della esposizione, il grande salone dei fossili dello Smithsonian di Washington, uno dei musei di storia naturale più importanti del mondo. La nuova “Fossil hall” ospita ora 700 reperti fossili: dinosauri, mammiferi, rettili e insetti, ossia 3.7 milioni di anni di storia del Pianeta. Lo Smithsonian ha infatti deciso, stavolta, di dare una impronta contemporanea alla Fossil Hall, scegliendo come filo conduttore del racconto paleontologico “le connessioni tra ecosistemi, clima, forze geologiche ed evoluzione, per incoraggiare i visitatori a comprendere che le scelte che compiamo oggi avranno un impatto sul futuro”.  Deep time, tempo profondo, è infatti il titolo della mostra: “il passato della Terra ha dato forma al presente e plasmerà il futuro”. 

Il tempo profondo, in paleontologia, è la enormità del tempo che ci siamo lasciati alle spalle: i 4 miliardi di anni di vita del Pianeta, lungo i quali l’evoluzione ha dato origine al susseguirsi delle specie animali e vegetali. Il tempo profondo è quindi il passato che ognuno di noi ha in comune, come eredità culturale e biologica, con il Pianeta, le sue faune e i suoi ecosistemi. Nel pieno della crisi di estinzione, un ragionamento di questo tipo, tradotto nel linguaggio espositivo museale, è a tutti gli effetti anche una scelta politica. La scelta cioè di parlar chiaro al pubblico, proponendo una visione scientifica rigorosa del paleo-passato, non hollywoodiana, e ben ancorata al nostro presente in Antropocene. Dinosauri ed esseri umani si incontrano in una visione complessiva dell’evento biologico, laica e però filosofica, che per troppo tempo è mancata al discorso ambientale contemporaneo. 

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“La fossil hall è una cronaca circolare dell’intera storia della vita sulla Terra e mostra le origini e l’evoluzione delle piante e degli animali, ricrea mondi antichi e getta luce su esempi passati di cambiamenti climatici ed estinzioni. Nella Warner Age of Humans Gallery i visitatori possono apprendere le migliaia di modi in cui gli esseri umani stanno causando cambiamenti rapidi, e senza precedenti, al Pianeta”.

Deep Time conduce al cuore stesso del collasso del Pianeta, nella cronaca quotidiana dei cambiamenti climatici e della sesta estinzione: “La prospettiva temporale fornisce un contesto al mondo odierno e aiuta a costruire previsioni sul corso che la specie umana e la vita nel suo complesso prenderanno in futuro”.

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La riflessione sul tempo non è cioè pura speculazione scientifica, rappresenta invece un atteggiamento maturo, e responsabile, sul significato della comparsa della nostra specie circa 100mila anni fa: “La vita nella sua interezza è fatta di connessioni: il passato, il presente e il futuro e la Terra stessa. L’evoluzione modifica continuamente la vita attraverso lo scorrere del tempo, e gli ecosistemi si trasformano nel tempo, e continueranno a farlo”. Questo significa che, attraverso gli scheletri dei grandi dinosauri, è possibile vedere, come in controluce, che nulla è dato per sempre e che la condizione attuale dell’umanità possiede una intrinseca ragione evolutiva, ecologica e geologica.

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La questione climatica è uno degli assist di Deep Time: “I visitatori esploreranno le prove fossili di come era il clima in epoche antiche e di come cambiò, incluso un evento di rapidissimo surriscaldamento che si verificò 56 milioni di anni fa, conosciuto come Massimo Termico del Paleocene-Eocene ( il PETM). La mostra mette l’accento sul fatto che l’attuale cambiamento climatico è diverso dal PETM e da altri eventi analoghi del passato, perché oggi il clima cambia a causa delle attività umane, e ad una velocità allarmante, molto più rapida del PETM. I visitatori potranno quindi passare attraverso la storia climatica più remota della Terra, e seguire due ipotesi sul nostro futuro climatico: ciò che accadrà a livello globale sarà determinato dalle scelte delle persone, come individui singoli, e come collettività”. 

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Con Deep Time lo Smithsonian passa un messaggio direi radicale sul perché andare in un museo di storia naturale sia indispensabile nell’Era dell’Estinzione: non solo un museo di storia naturale smonta il pregiudizio che Homo sapiens sia completamente autonomo nelle sue imprese, visto che le forze geologiche che hanno modificato il Pianeta hanno sbozzato anche il suo stesso destino; in un museo di storia naturale siamo messi faccia a faccia con il problema, rimosso nelle società opulente, della vita e della morte, del sentimento di onnipotenza e di autarchia culturale che sembra aver preso il sopravvento nella concezione umana delle cose e degli enti. Ebbene sì: riflettere sul tempo, quanto ne abbiamo dietro di noi, e quanto ce ne resta davanti, è un atto politico su cui paleontologia e filosofia trovano un incredibile punto di conversazione. 

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Scoperta in Kenya, a Nakwai, una nuova specie di scimmia del primo Miocene lontana cugina degli Ominidi

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(La mandibola della specie di scimmia del Vecchio Mondo, Alophia, recentemente scoperta sovrapposta ad una seconda fotografia del sito fossile dove gli scienziati stanno scavando adesso. Il fossile è datato 22 milioni di anni fa e misura 3.7 cm di lunghezza. I denti e l’osso si sono spezzati durante il processo di fossilizzazione).

 

E’ stata scoperta a Nakwai, in Kenya (una località tra Nairobi e Marsabit, nel nord del Paese) parte della mandibola di una nuova specie di proto-scimmia datata a 22 milioni di anni fa, nel primo Miocene, che getta nuova luce sull’origine e l’evoluzione delle antiche scimmie della super famiglia dei cercopitecidi. La ricerca che dà conto della scoperta è uscita sulla PNAS lo scorso 13 marzo .

La nuova specie battezzata dai ricercatori Alophia metios presenta i primi tratti degli sviluppi morfologici associati con l’evoluzione della dentizione dei cercopitecidi: “la scimmia di Nakwai rivela che la iniziale radiazione delle antiche scimmie fu in un primo tempo caratterizzata da una riorganizzazione della struttura morfologica fondamentale dei molari”. La mandibola di Alophia possiede infatti degli adattamenti evolutivi nei molari compatibili con una dieta frugivora e fornisce solide evidenze all’ipotesi che la capacità di queste scimmie primitive di mangiare foglie comparve solo successivamente, a Miocene avanzato. 

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(modello della mandibola in 3D ad alta definizione, CT Scan)

Il ritrovamento ha una importanza notevole nella ricostruzione della radiazioni evolutiva dei cercopitecidi, ma anche delle promise fasi dell’albero genealogico umano e dei primati, e si inserisce quindi in quell’ambito di scoperte che gettano sempre più luce sugli antenati della nostra stessa famiglia. I cercopitecidi infatti cominciarono a separarsi dalle grandi scimmie antropomorfe, ossia i primati, circa 30 milioni di anni fa ed ebbero uno straordinario successo evolutivo che arriva sino al presente, con le 130 famiglie di cercopitechi attualmente viventi. L’espansione geografica di queste scimmie e la varietà di habitat che occupano ha eguali solo nel nostro genere, gli Ominidi. Tutti i cercopitechi viventi si distinguono grazie ad una particolare conformazione dentale, la cosiddetta bilofondontia, ossia la presenza di due creste che si incrociano sulla superficie dei molari. Le creste consentono di masticare diversi tipi di cibo (frutta, foglie, semi duri, radici) e quindi di adattarsi a una varietà di habitat. La bilofondontia offre un “apparato dentale” molto flessibile, che si è evoluto specializzandosi in modo da riuscire a spezzare, triturare e masticare cibi dalle proprietà meccaniche differenti. 

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(la mandibola di Alophia)

Alophia si colloca in una epoca intermedia rispetto ai fossili finora studiati dell’Uganda e della Tanzania, rispettivamente datati a 19 e 25 milioni di anni fa: “Questo nuovo primate di Nakwai è un membro di una variegata, ma primitiva fauna di mammiferi africani”. Kappelman, antropologo e geologo della University of Texas ad Austin, co-autore dello studio, spiega: “Gli animali che condividevano lo stesso ambiente di Alophia erano parte di una radiazione di forme che si evolse per decine e decine di milioni di anni su una isola-continente isolata, la Afro-Arabia. I già grandi comprendevano una notevole varietà di antichi elefanti e c’era anche l’Arsinoterio, un animale che assomigliava ad un rinoceronte visto di lato, ma che aveva due corni sul muso. C’erano anche mammiferi dell’ordine degli Hyracoidei, di ogni forma e taglia. Questi animali sono chiamati Afroteri, perché si evolsero su di un continente isolato; fu soltanto più tardi, quando l’Afro-Arabia si saldò con l’Eurasia, che gli animali che oggi consideriamo tipicamente africani – l’antilope, i leoni, le iene, i rinoceronti, le zebre – entrarono nel continente e presero ad evolversi  nella fauna che conosciamo. Molti Afroteri, ad esempio l’Arsinoterio, si estinsero, ma non siamo in grado di dire se ciò avvenne per competizione con le nuove forme viventi o a seguito di cambiamenti climatici”. 

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( Gli scienziati raccolgono campioni roccia per datare i sedimenti di Nakwai, Kenya, dove è stata scoperta la antica scimmia del Vecchio Mondo chiamata Alophia)

I denti di Alophia presentano delle somiglianze con quelli dei Victoriapitecidi, una famiglia estinta di scimmie primitive presenti nella regione al principio del Miocene che erano ancora sprovviste della doppia cresta sui molari superiori e inferiori. “Gli studi di genetica molecolare sulle grandi scimmie moderne e sulle scimmie più piccole mostrano che si sono separate l’una dall’altra circa 30 milioni di anni fa. Le evidenze fossili di entrambi i gruppi per i successivi 12 milioni di anni sono piuttosto sparse – spiega Kappelman – e includono una manciata di reperti. Dal momento che le scimmie fossili a partire da 18 milioni di anni fa e anche più giovani, e tutte le moderne scimmie del Vecchio Mondo hanno la bilofondontia, molti scienziati hanno ipotizzato che la bilofondontia potrebbe risalire alle primissime scimmie. Se fosse così, l’origine di questo tratto specifico e della sua correlazione con l’inclusione delle foglie nell’alimentazione  potrebbe spiegare perché le grandi scimmie e le scimmie più piccole si separarono, con i grandi primati specializzati su una dieta con frutta e le scimmie su una dieta con foglie. E tuttavia, Alophia non aveva la bilofondontia e probabilmente mangiava frutta e noci. La bilofondontia dovette evolversi successivamente. Abbiamo riscritto una storia che sembrava semplice e forse la abbiamo anche riformulata”. 

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(Le rocce sedimentarie esposte all’erosione sulle colline di Nakwai, dove sono sono stati scoperti i resti di Alophia. Sulla sinistra, al centro, il team di ricercatori)

Una storia che ci riguarda da vicino. I cercopitecidi hanno infatti un lontanissimo antenato in comune con gli ominidi. Kappelman: “Un modo di pensare ad Alophia è che essa sia un lontano cugino degli ominidi. Ragioniamo per analogia: gli scimpanzé e gli umani hanno un antenato comune che si colloca in qualche momento tra i 6 e gli 8 milioni di anni fa e quindi noi possiamo pensare a questi due gruppi come a due cugini. In maniera simile, circa 22 milioni di anni fa Alophia si è separata dall’antenato che aveva in comune con gli ominidi da 8 milioni di anni, ed è diventata un cugino degli ominidi, e di conseguenza, per estensione, di noi, oggi”. 

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(I ricercatori in cerca di fossili a Nakwai)

 

 

 

Il manuale (ottimo) sullo storytelling da museo di Archeostorie® : archeologia pubblica o social media marketing?

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È da poco uscito con Edipuglia un libro che si inserisce a buon diritto, per la competenza degli autori, nel dibattito attuale sul futuro del patrimonio artistico italiano: Racconti da museo – storytelling d’autore per il museo 4.0, realizzato dal team Centro Studi per l’Archeologia Pubblica Archeostorie® a cura di Cinzia Dal Maso. Il libro sta al polo opposto, per intenti e visione, del gruppo di attivisti e ricercatori che compongono, attorno a Tomaso Montanari, il network Emergenza Cultura. E questo perché gli autori ritengono che fare business del patrimonio sia farne cultura pubblica. Ovvero, nelle parole di Antonino Salinas, per quarant’anni direttore del Museo nazionale di Palermo (a cui oggi è intitolato l’omonimo museo) che nel 1873: “Secondo il mio concetto il museo ha da essere scuola; se ne vogliono far un carcere di monumenti, allora comprino chiavistelli e chiamino un buon carceriere”. L’obiettivo di chiunque si occupi di collezioni è invece non solo conservare, ma creare ponti tra il pubblico e i reperti. Lontano da ogni “idea elitaria e autoreferenziale di servizio pubblico”. Ciò che conta è la divulgazione alla massima velocità. Il simbolo della nuova era dei musei vivi e non incartapecoriti nella polvere e nella noia è un uccellino di piombo del VII a.C., simile a quello di Twitter, inserito nel logo dal Museo Salinas chiuso per restauro e cliccato da Dick Costolo, allora Ceo di Twitter. 

Gli autori di questo libro, tutti esperti della materia, ritengono che oggi una fruizione adeguata dei beni archeologici (fatta salva una adeguata tutela) sia possibile solo attraverso lo storytelling, ossia la messa in racconto di oggetti, reperti, rovine e scavi: “bisogna raccontare, sempre di più e meglio. Il passato ha continuo bisogno delle nostre storie per conservarsi nel presente”. Lo scopo è “compattare un gruppo sociale attorno ad un immaginario comune” per formare una “comunità del racconto” all’interno della quale il reperto sia ancora vivo e il visitatore divenga da “passante distratto” un “osservatore partecipe”. Il racconto, infatti, riporta il passato nel presente, lo rende interessante e accattivante, lo trasforma, anche, in una esperienza di consumo ragionata. Soprattutto, una strategia efficace nel raccontare il reperto consente, secondo gli autori, di orientare la gestione del patrimonio sulle esigenze di un pubblico radicalmente diverso rispetto a quello di pochi decenni fa. 

Un tempo, infatti, “il museo era pensato per un fruitore colto e interessato, quasi sempre uno specialista della materia (…) oggi tutto questo non vale più. I musei sono visitati, o meglio dovrebbero essere visitati, da tutti. Il turismo di massa porta dentro agli schiavi e ai musei un pubblico eterogeneo e variegato (….) il compito dello storytelling è questo: creare un racconto che illustri ma anche emozioni”. La comunicazione deve dunque essere sopratutto strumentale ad inserire il bene artistico all’interno del mercato, ossia del turismo di massa: “il principale destinatario delle nostre azioni di divulgazione è la consistente fetta di non pubblico, vale a dire quel 70% di italiani che normalmente diserta i musei ma che vive per almeno due ore e mezza al giorno, in buona compagnia, su Facebook (più di 30 milioni) alla ricerca di notizie interessanti”. L’impostazione degli autori è quindi lontana anni luce da ciò che viene definito “orientamento accademico o di cultura statalista”, che ignora il potere dei social media e le esigenze del nuovo pubblico della cultura. Il social media manager è importante tanto quanto il curatore. 

La forza del libro sta in questo. Se si vuole davvero rendere concreti, utilizzabili e quindi rilevanti i beni artistici del Paese bisogna farne profitto. Non esiste una via altra per far sopravvivere un patrimonio artistico altrimenti incomprensibile per le società avanzate del nostro presente europeo. Lo disse già il Baricco di Barbari: se vuoi arrivare ai cento che non leggono Dostoevskij, devi scrivere per quei cento. Con la loro grammatica e il loro lessico. Punto. Solo una percentuale ristrettissima di persone ha motivi intellettuali e personali per sentirsi in continuità storica con l’Ara Pacis o la Domus Aurea, o il Caravaggio, tutti gli altri seguono percorsi di osservazione, avvicinamento e fruizione meno intimistici, meno viscerali, meno esistenziali. Per la comunità sociale l’opera d’arte archeologica o rinascimentale è intrattenimento, non cultura. Booking ha preso il posto e la gloria del viaggio in Italia di Goethe. Ben vengano dunque anche le rappresentazioni teatrali dal vivo in Palazzo Vecchio a Firenze per assistere alla vestizione mattutina di Eleonora di Toledo e le sfilate di Gucci nella villa di Adriano a Tivoli. Per la sopravvivenza del reperto artistico serve il pubblico, i numeri insomma, come riteneva Dario Franceschini. Che ci piaccia o no, la Seo ha già in mano il destino del patrimonio perché, ad esempio, riesce a fare il miracolo al Museo Salinas di Palermo, che è un caso riuscitissimo non solo di storytelling, ma soprattutto di content marketing. Un caso entusiasmante: già solo leggerlo ti fa venire voglia di iscriverti alla loro pagina FB. In questo il libro possiede un indiscutibile realismo. 

Questo libro dimentica però di discutere una domanda che sta a monte dello storytelling: il passato heritage, come dicono gli inglesi, è ancora importante per le società europee? Davvero oggi in Europa il turismo culturale arricchisce il nostro sentimento di essere europei? Per quanto sia impopolare dirlo, io credo che la risposta sia NO. C’è differenza tra l’eccitazione emotiva e l’identificazione storica con ciò che si ha davanti. Riconoscersi in un reperto richiede un passaggio più impegnativo dello svago di una visita mordi e fuggi. Richiede, in altre parole, una conoscenza meditata, un tornare e ritornare dentro un pensiero, una iconografia, una fonte scritta, condizione molto rara nella antropologia comune del nostro tempo. La cultura richiede anni di studio per diventare vita quotidiana, prassi esistenziale e orientamento etico. In una lettera del 1925 Rilke scrisse: “Per i nostri avi, una casa, una fontana, una torre loro familiare, un abito posseduto, il loro mantello erano ANCORA qualcosa di infinitamente di più che per noi, di infinitamente più intimo; quasi ogni cosa era un recipiente in cui essi rintracciavano e conservavano l’umano”. Questa dimensione del passato è morta nell’Europa attuale: non possiamo farci nulla, è vero, ma possiamo esplorare il vuoto che la sua dipartita ha lasciato, guardarlo in faccia, e poi interrogarlo senza sentirci schiavi della visione del mondo di Mark Zuckerberg. Tutto questo non toglie nulla all’importanza della proposta degli autori, che descrivono in modo molto concreto come superare la apatia dei musei italiani per dare spazio ad una fruizione divertente e corale. 

Ma i problemi della conservazione del patrimonio sono anche più profondi, come sottolinea nei suoi interventi pubblici Tomaso Montanari. Riuscire a vivere ancora il patrimonio come energia civile e civica non è problema che si risolva con un post su FB, neppure ammettendo che FB è il player principale dello scambio di contenuti del III millennio. Il patrimonio dovrebbe renderci cittadini e non sempre e solo consumatori. Gucci a Palazzo Pitti può essere intrigante – la galleria fotografica a Villa Adriana a Tivoli su FB lo è – ma quanto meno deve aprire un tavolo di negoziati su queste domande: mettere in spettacolo la bellezza è educativo? Ridurre il patrimonio a gadget è cultura? Siamo sicuri che le devastazioni prodotte dal turismo culturale in città come Firenze e Venezia, ma anche Barcellona e Lisbona non ci dicano già che business dell’intrattenimento e cultura sono due cose molto diverse ? Che posto ha il patrimonio nel nostro modo di sentirci italiani ed europei? Che cosa significa il reperto oggi ? Che cosa è un reperto? Non sarà che FB ha preso il posto delle nostre fotografie sulla nostra carta di identità? 

Gli animali clonati vivono una vita già estinta


Nel 2002 sul Monte Carmelo, in Israele, un team di paleontologi trova una mandibola visibilmente appartenente ad un ominide. Dopo anni di indagini per arrivare ad una datazione precisa la conferma è straordinaria : Homo sapiens, circa 170mila anni fa, il che significa che l’Out Of Africa potrebbe essere avvenuto quasi 40mila anni prima di quanto supposto finora. Questa notizia ne spiega una altra, e cioè l’annuncio della clonazione di due macachi in un laboratorio di bioingegneria in Cina. Due vicende che si spiegano una dentro l’altra, e che si completano a vicenda. Più a fondo scaviamo nel nostro passato evolutivo, più mostriamo disinteresse per il destino dei nostri parenti più prossimi ancora diffusi in brandelli di foresta su tre continenti . Più chiaro diventa il legame di parentela con gli antenati (i primati ) più siamo orgogliosi di potercene sbarazzare. La faccenda non riguarda solo interrogativi medici ed etici -è giusto sacrificare milioni di esseri viventi in laboratorio per sognare e conseguire l’immortalità ? – ma qualcosa di molto più pervasivo : la nostra identità di specie. Il nostro posto di specie in relazione a tutte le altre a cui il DNA ci lega, qui sì, per l’eternità.

Il rapporto di parentela con le scimmie non è mai stato facile : Freud soleva dire che Darwin aveva strappato l’uomo alle sue fantasie narcisistiche attribuendone le origini ad un animale troppo simile a noi per non metterci in imbarazzo. L’identificazione era facile e per questo allarmante e paurosa.
Mentre all’inizio della storia della biologia evolutiva moderna – durante i decenni centrali   dell’Ottocento, quando Darwin studiava la derivazione filogenetica delle specie – le collezioni naturalistiche delle principali città europee dimostravano l’ambizione umana di catalogare la natura e di comprenderla attraverso la comparazione, oggi i due macachi cinesi ( e la loro espressione terrorizzata ) ci parlano di un nuovo atteggiamento : il principio di riproduzione in serie. Le altre specie sono solo materiale da lavoro, i rapporti filogenetici uno strumento di implementazione della catena di montaggio.
Quel che conta in questa storia di vita da laboratorio è la fine di ogni rispetto e riverenza nei confronti degli antenati, il taglio netto con il timore che annientare la dipendenza dal passato (la nostra storia evolutiva ) possa farci perdere la bussola. Homo sapiens ha costruito le sue civiltà sulla certezza del legame sociale, culturale e a volte addirittura religioso con gli antenati. Quando ha incluso tra di loro le scimmie antropomorfe ha imparato a dare valore alla natura. I due macachi ci dicono che tutto questo è un ricordo. Siamo già nel tempo oscuro di Blade Runner 2049 in cui il dolore di vivere coincide con la consapevolezza di essere stati creati e di non essere quindi mai nati.  E quindi già estinti. Privati di ogni legame evolutivo con un padre e una madre.