E siamo arrivati a 200

(il mio classico taccuino di appunti quando sono sul campo)

Lo scorso 27 aprile è uscito su questo magazine l’articolo numero 200. Un traguardo contrassegnato da un argomento scelto a bella posta, perché inviso a molti ecologisti: “L’ambientalismo nell’era della post-verità”. Indagando la facile ingenuità con cui moltissime persone credono di potersi affidare ai social media per “salvare la natura” o “conoscere la verità sulla natura”, questo pezzo conferma e ribadisce i presupposti editoriali di Tracking Extinction.

Innanzitutto, la ricchezza della documentazione. Qualunque cosa leggiate qui, è frutto di ricerche e di indagini supportate dalla letteratura scientifica. Scorrete le pagine dei vostri contatti su Facebook e fate attenzione a quanti appelli emotivi, privi di basi scientifiche, attirino migliaia di like. Polarizzare le questioni ecologiche sul bene e sul male, buttarla sul sentimentalismo e sul pietismo per gli animali, sparare a zero contro ogni tipo di intervento ambientale; peggio, coltivare una sorta di vocazione alla catastrofe. Nessuna di queste strategie di sensibilizzazione porta un solo vantaggio alla causa della biodiversità. Produce solo una enorme iper-reattività social, come mi spiegava Bram Büscher, autore di “The Truth about Nature”, nel nostro pezzo numero 200. Questo non è il mio stile. Qui non c’è spazio per un ambientalismo poco informato, che pretende di costruire politiche di protezione solo sulla propria indignazione. Senza una diagnosi corretta, senza capire in profondità i problemi, si annega in un disagio post traumatico che perde ogni contatto vitale con la nostra responsabilità storica.

Punto secondo. Non c’è più un solo ambito della “natura” che non richieda compromessi, se vogliamo davvero proteggere habitat e specie. Il compromesso non è la porcheria dei voltagabbana, la via di fuga della politica e la furbizia dei qualunquisti. È, invece, la realtà del XXI secolo. La nostra demografia (quasi 8 miliardi di esseri umani), i cambiamenti climatici (irreversibili), l’erosione delle popolazioni animali negli ultimi 50 anni (mammiferi, uccelli, pesci, anfibi e rettili sono crollati del 68% dal 1970), la costruzione di una cultura umana globale (date una occhiata a Instagram anziché postare l’ennesimo appello contro la caccia al cinghiale) hanno innescato la proliferazione di zone grigie, in cui i confini tra ciò che è “naturale” e ciò che è “antropocenico” sono sottilissimi. La biologia del Pianeta è determinata, manipolata e costretta entro i progetti di noi Sapiens. È una tragedia? Può darsi. Quando si tratta però di agire per il meglio non possiamo avere in mente principi filosofici assoluti. Dobbiamo mediare la nostra idea granitica di verità. È ciò che Buscher chiama “tensions truth”, una verità discussa, messa alla prova dei fatti, e che, soprattutto, tiene conto della realtà storica, non dei sogni. Il mio impegno professionale è coerente con questi assunti. Offrirvi punti di osservazione molteplici, che siano per voi un sismografo delle ambiguità in cui, ormai, è avvolto qualunque discorso sulla protezione di animali, foreste e habitat. 

Terzo. Il pezzo numero 200 è costato 40 ore e mezzo di lavoro, e cioè una settimana di lavoro considerando il monte ore settimanale tipico di un colletto bianco con un regolare contratto di assunzione. Ho infatti letto per intero il libro di Büscher (239 pagine), costato 40 euro a causa del nuovo regime di tariffe doganali post Brexit, e ho dialogato con lui per quasi 2 ore via ZOOM. Molti ambientalisti credono che l’attaccamento alla causa debba essere ragione sufficiente per fare informazione senza uno stipendio. E sbagliano di grosso: non siamo giornalisti ambientali per carità cristiana. Siamo professionisti. I costi “occulti” di ognuno dei 200 pezzi di questo magazine pesano sul mio budget e ne definiscono i limiti. Tradotto: condizionano le mie opportunità di fare ricerca e quindi di fare buona informazione.

Se pensi anche tu che questi 200 pezzi siano un lavoro dannatamente buono; se anche tu, come me, pensi che aver scritto 200 pezzi sia un traguardo non proprio da tutti; se credi anche tu, esattamente come me, che il giornalismo da scrivania sia finito e che questa nuova era, per quanto confusa e sconclusionata, sia una fantastica opportunità per andare là fuori e provarci sul serio, visto che ne abbiamo anche un gran bisogno; se stai tentando, e siamo in due, a costruire un business on line e sai quanta dedizione, coraggio e ispirazione occorra. Allora, se tutte queste affermazioni ti riguardano, dona oggi a Tracking Extinxction. 

Pensavo a lettori come te, quando mi sono buttata in questa avventura 200 pezzi fa. 

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