Mese: marzo 2021

La deforestazione sta decimando tutte le 550 specie di uccelli della Colombia

(Credits: @MemoGomezFoto Sony Ambassador)

Tutte le 550 specie di uccelli forest-dependent della Colombia sono in drastica riduzione a causa della rampante deforestazione del Paese, la nazione che pur vanta la più grande varietà di specie avicole del mondo. La progressiva “evaporazione” degli uccelli della Colombia non riguarda soltanto le specie già classificate come minacciate o a rischio di estinzione, quelle, per intenderci, che corrispondono ai criteri della IUCN Red List. La crisi di defaunazione è molto più pervasiva, ubiqua e nascosta e coinvolge ogni singola specie delle 550 la cui ecologia è interamente intrecciata con gli equilibri dei biomi colombiani: la foresta tropicale, la foresta sub-andina, la foresta Andina, la foresta a mangrovie e il subaparamo (una vegetazione endemica a piccoli arbusti, licheni e cespugli). Queste le preoccupanti conclusioni di un censimento appena pubblicato su BIOLOGICAL CONSERVATION (Deforestation and bird habitat loss in Colombia). 

“La deforestazione tropicale è spesso descritta in termini di territorio perduto o dei suoi impatti sulle specie di alto profilo. Noi abbiamo invece esaminato l’impatto della passata e probabilmente futura deforestazione sull’estinzione dell’habitat dell’intero assemblage di uccelli forest-dependent”, spiegano gli autori. “A partire dal 2015, delle 550 specie che dipendono dalla foresta quasi tutte (536, ossia il 96.5%) hanno perso habitat e il 18% ne ha perso il 50%”. Per definire la portata del collasso è stato usato il Loss Index, un indicatore matematico che permette di misurare gli effetti combinati della rimozione di tutte le specie di un determinato gruppo all’interno di un certo habitat, e non soltanto di quelle già classificate su una scala di rischio di estinzione. I risultati sono sconcertanti: “il Loss Index per la Colombia è 35, il che significa che il 35% delle specie di uccelli hanno già perso almeno il 35% del loro habitat”. Le prospettive non sono certo incoraggianti per i decenni a venire. Continuando sugli attuali tassi di deforestazione, il Loss Index della Colombia potrebbe assestarsi sul 43% entro il 2040. E il 30% delle specie che è verosimile perderà la metà del proprio habitat non rientra in nessuna delle categorie della Red List. Sono cioè specie di uccelli considerate, ad oggi, abbastanza numerose numericamente da non aver bisogno di un livello di protezione giuridica: “questo suggerisce che ci sono molte specie non listate che però fronteggiano una imminente minaccia di estinzione coerente con la perdita di habitat”. Le conseguenze di una defaunazione lenta e pervasiva di questo tipo coinvolgono l’intera funzionalità ecosistemica. Come a dire che in Colombia è in corso una crisi silenziosa, che tra 30 anni sarà visibile su scale ecologiche multiple: l’impollinazione delle specie di alberi della foresta tropicale, la conseguenze capacità di stoccaggio del carbonio, le ricadute trofiche sulle specie di vertebrati e invertebrati. 

( Credits: @MemoGomezFoto Sony Ambassador)

L’importanza dello studio sta proprio in questo: “le misurazioni che vanno al di là del semplice conteggio di ettari perduti e della ricchezza di specie di un habitat sono necessarie per definire una fotografia attendibile delle implicazioni per tutti i gruppi di specie e in particolare per gli insiemi di gruppi che sono di interesse per la conservazione, come ad esempio le specie endemiche e i gruppi funzionali”. 

Questo significa guardare alla deforestazione con uno sguardo olistico. Spiega Pablo Negret Torres della University of Queensland, School of Earth and Environmental Sciences, co-autore della ricerca: “sappiamo che la deforestazione affligge migliaia di specie in questi ecosistemi, però la nostra attenzione è di solito focalizzata su una piccola frazione di esse, ossia le specie carismatiche e già minacciate. Questo studio, invece, offre dati su specie che si pensava fossero ancora abbondanti e che, invece, stanno di fatto diminuendo. La speranza è che questo possa accendere una luce su di loro e che la minaccia possa essere presa in considerazione prima del crollo. Se non agiamo molte specie una volta diffuse finiranno estinte. La metodologia impiegata qui e le tecnologie che le stanno dietro ci consentono sin da ora di identificare i luoghi in cui verrà perso più habitat in futuro. Questo significa che possiamo fissare sulla carta i posti in cui le specie minacciate non avranno più habitat e fissare delle priorità per la loro protezione. In un Paese la cui diversità di uccelli è così in pericolo, sarebbe un bel vantaggio”.

La ricerca affronta infatti anche la questione di quali strategie mettere in campo per arginare la crisi. Servirebbe in Colombia una tassazione proporzionale all’estensione e al “potenziale produttivo” delle grandi proprietà, che favorisca i piccoli proprietari e li incentivi a lavorare su produzioni con un alto valore di biodiversità, come ad esempio la frutta locale endemica del Paese. “L’accaparramento della terra e le diseguaglianze sociali, l’allevamento del bestiame nei ranch, sono tutti fattori di deforestazione in Colombia, così come in tutta l’America Latina. C’è bisogno di una maggiore pressione da parte della società civile per rendere i governi responsabili del tracciamento dei prodotti che generano maggiore perdita di foresta a monte, alle frontiere delle pratiche di deforestazione”, aggiunge Negret Torres. “e questo è il caso delle mandrie nei ranch e delle coltivazioni di cash crop, come la palma da olio. Chi genera deforestazione dovrebbe essere sottoposto ad un regime di tasse che coinvolge direttamente i produttori”. 

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SarsCov2 un anno dopo. Cosa è bene ricordare

A un anno esatto dall’inizio della pandemia lo scenario sul futuro spalancato dal SarsCov2 è estremamente nitido. Non certo incoraggiante, ma quanto meno ben delineato. Sono proprio le notizie delle ultime settimane sull’affermazione di mutazioni molto efficienti nella struttura proteica del virus a far intendere i contorni del contesto ecologico globale ormai consolidato. La nostra dipendenza coatta dalle misure di contenimento dell’infezione non è quindi una stagione transitoria e passeggera, che svanirà grazie alla vaccinazione di massa. Facciamo invece i conti con l’instaurarsi di una nuova realtà condivisa e globale: l’interferenza ecologica permanente, che è poi il succo dell’Antropocene, genera questo tipo di problemi. Una volta scoperchiato il vaso di Pandora di una zoonosi altamente aggressiva gli effetti sistemici del disturbo ecologico diventando dominanti, pervasivi e definitivi. Si dice banalmente che lo shock economico indotto dal virus sarà ancora lungo. Ma questa è solo una valutazione approssimativa per definire invece la soglia di sicurezza ormai varcata: nessuno, dopo il 2020, potrà più affermare di non sapere che cosa succede in Antropocene quando la ferocia dei commerci, dell’uso delle risorse naturali organiche, dell’allevamento in batteria di migliaia di individui di centinaia di specie diverse raggiungono il loro acme. 

Quindi il bilancio del primo anniversario della pandemia impone alcune riflessioni di ordine biologico prima ancora che politico. 

Una zoonosi come il SarsCov2 non completa il suo “ciclo vitale” quando viene sconfitta dal vaccino, o dai vaccini, all’interno delle comunità umane che contano miliardi di individui. Perché il virus, ormai acclimatato fuori del suo ospite originario, ha trovato un enorme ambiente-mondo in cui continuare, silenzioso e indisturbato, la sua normale amministrazione. Lo ha scritto NATURE lo scorso 2 marzo: “Sin da quando il coronavirus ha cominciato a diffondersi nel mondo, gli scienziati hanno espresso la loro preoccupazione sul fatto che il virus avrebbe potuto passare dagli esseri umani agli animali selvatici. Se ciò avvenisse, il virus potrebbe annidarsi in diverse specie, avere la possibilità di mutare e quindi risorgere fra gli umani anche dopo che la pandemia sia stata domata. Questo condurrebbe il SarsCov2 a completare il cerchio, perché gli animali selvatici probabilmente lo riporterebbero indietro negli umani. Forti evidenze suggeriscono che il virus ha avuto origine nei pipistrelli Rhinolophus, forse passando per altri animali prima di infettare le persone. Nella fase attuale della pandemia, con centinaia di migliaia di infezioni confermate di COVID-19 ogni giorno, le persone sono ancora il vettore principale di trasmissione del SarsCov2. Ma negli anni a venire a partire da adesso, quando la diffusione all’interno delle comunità sarà stata soppressa, una riserva di SarsCov2 negli animali che si muovono liberamente potrebbe diventare una fonte recalcitrante di nuove fiammate di infezione”.

Che cosa questo potrebbe significare per specie selvatiche minacciate o già a rischio di estinzione è molto presto per dirlo. Ma sappiamo che tra i mammiferi, ad esempio, specie iconiche non sono immuni al virus: tigri, puma, leoni e leopardi delle nevi contano almeno un caso già accertato ciascuno di infezione, solo per rimanere nel campo d’azione dei big cat. Tuttavia, l’allarme è già acceso anche per gli animali domestici: “gli animali selvaggi non sono gli unici ad essere finiti sotto osservazione. Alcuni studi hanno mostrato che il SarsCov2 può infettare molte creature domestiche e tenute in cattività, dai gatti ai cani (…) i focolai negli allevamenti di visoni indicano che gli animali infetti possono passare il virus agli esseri umani”. 

Bisogna essere molto chiari sulle implicazioni di meccanismi di interazione ecologica di questo genere. Intanto, essi dimostrano il livello e il tipo di coinvolgimento che ci lega ormai non solo alle faune rimaste selvagge sul Pianeta (il 4% del totale), ma anche ai nuovi assemblage artificiali di animali creati appositamente da noi: le popolazioni degli zoo (ad aprile 2020 furono testati e trovati positivi al virus 4 tigri e 3 leoni al Bronx Zoo di New York; lo scorso dicembre 4 leoni erano positivi allo zoo di Barcellona ), le specie addomesticate (i gatti, che vengono monitorati in uno screening in corso nel dipartimento di veterinaria della Texas Team A&M University, negli Stati Uniti), le specie in via di estinzione inserite in ambiziosi e controversi programmi di captive breeding (i gorilla di montagna al San Diego Zoo della California, di cui almeno un individuo era positivo un mese fa) e le specie di valore commerciale (legale e illegale) allevate in strutture specifiche e destinate alla caccia, ai macelli e al traffico di organi, pelle, ossa (i forse 10mila leoni del Sudafrica, le tigri delle tiger farms nel Sud Est Asiatico e in Cina), gli animali da pelliccia. 

La questione non è più quindi solo come trovare un modo per tenere sotto stretto monitoraggio possibili hot spot di nuove patologie ancora sconosciute; la questione riguarda anche come amministrare, dal punto di vista etico e sanitario, le popolazioni animali volute da noi esseri umani, che stanno accanto a quelle selvatiche ed amplificano i rischi globali di trasmissione zoonotica. Ad essere entrata in crisi non è dunque soltanto la regolamentazione internazionale (che va riscritta, secondo molti osservatori) che definisce limiti e paletti del commercio di prodotti animali (a scopo alimentare e ornamentale), come CITES; in fibrillazione è l’intera convivenza con le faune, domestiche o meno, del nostro Pianeta, che abbiamo manipolato fino al punto da mettere in piedi convivenze spericolate sui cui effetti non sappiamo nulla. “La storia dei visoni e del COVID-19 ha confermato nei ricercatori i timori della prima ora – rimarca NATURE – e cioè che il virus può rifugiarsi negli animali in modi che sono difficili da prendere e da controllare e che da lì possono saltare e tornare indietro sulle persone”. 

E proprio questo fatto – il comportamento fluido e dinamico del virus – è della massima importanza per capire cosa accade, cosa è accaduto e cosa accadrà. Già un anno fa Telmo Pievani avvertiva che, da un punto di vista strettamente evolutivo, il virus risponde a se stesso in modo impeccabile. È quindi sbagliato, ancorché inutile, vedere nel SarCov2 un nemico orientato alla distruzione insensata della popolazione umana. Assistiamo, invece, ad un copione coerente con l’assetto generale della biosfera. L’enorme danno subito da noi Sapiens non è una spia della spietatezza dell’aggressore, quanto piuttosto della nostra miopia che tende a sopprimere i dati di realtà, analizzati dal discorso scientifico, a vantaggio della propaganda che ha come unico obiettivo la sottovalutazione, dinanzi all’opinione pubblica, della gravità della crisi ecologica. 

Ora una review sulla natura dei virus uscita su FRONTIERSIN propone un ulteriore allargamento del ragionamento: A place for virus on the tree of life. Per meglio intendere la minaccia che grava su di noi, e il nuovo contesto ecologico globale inaugurato nel 2020, bisogna prima capire come si collocano i virus nell’organigramma complessivo della vita, ossia lo schema fondamentale che rappresenta le ramificazioni, le interrelazioni evolutive e le parentele di tutti gli organismi del Pianeta. Il dibattito è ancora apertissimo sulla domanda se i virus siano o meno esseri viventi, ma è certo che i virus sono in una relazione evolutiva con una molteplicità di organismi, uomini compresi, da milioni di anni: “i virus esercitano una pressione selettiva sulle cellule (ndr, dell’organismo aggredito) per evolvere contro-misure adeguate ad evitare l’infezione. Questo, a sua volta, forza il virus ad evolversi per evitare le strategie difensive dell’ospite”. Si tratta quindi di “una co-evoluzione dinamica e di lungo periodo, che nasce dalle interazioni ecologiche dei virus con le cellule ospite”. Di conseguenza “i virus sono entità biologiche che condividono una lunga storia evolutiva con gli organismi cellulari”. 

Il dibattito sulla natura dei virus serve a ridimensionare il nostro sentimento di strapotere sui meccanismi intrinseci alla proliferazione delle forme di vita, dalle più semplici alle più complesse. Nonostante l’enormità delle nostre conoscenze genetiche, moltissimo rimane da capire sul fenomeno biologico, nella sua essenza e origine: “è importante ricordare che le forme di vita macroscopiche (ndr, come i grandi mammiferi e i Sapiens) sono l’eccezione piuttosto che la regola quando consideriamo il numero di specie su questo Pianeta (…) non sappiamo ancora se la vita sia una categoria naturale definita dall’universo o se sia piuttosto una categoria artificiale creata dall’uomo”. 

Gli autori parlano dunque della “inseparabile natura delle cellule e dei virus”. I virus hanno bisogno della cellula ospite (e in particolare dei suoi ribosomi) per produrre proteine e attraverso questa forma di “parassitismo cellulare” immettono il loro materiale genetico in organismi multicellulari complessi. “I geni saltano attorno. Non soltanto passano da una generazione all’altra, ma possono anche muoversi all’interno delle generazioni, e qualche volta essere trasferiti da una specie ad un’altra. É un processo che chiamiamo trasferimento orizzontale dei geni, o HGT, che probabilmente è antico tanto quanto la vita stessa”, spiegano gli autori su FRONTIERSIN. “ Il trasferimento orizzontale dei geni è molto più massiccio nei batteri. Le specie di batteri acquisiscono e perdono geni rapidamente nel tempo evolutivo, portando a quella che possiamo definire una visione caotica dell’albero della vita. Osserviamo infatti che una specie non è una entità fissa, ma una collezione di geni che si scambiamo con altre specie come giocatori in una partita di calcio”. Anche i virus sono impegnati in una sorta di trasferimento orizzontale di geni, grazie alla loro tendenza a distruggere le cellule degli ospiti “adottando uno stile di vita più dormiente, la lisogenia, quando inseriscono il loro DNA dentro il genoma di una cellula infetta, riuscendo così a replicarsi insieme all’ospite attraverso la divisione cellulare”.

C’è dunque una solida possibilità che “i virus esistano almeno da quando esistette LUCA, il last universal common ancestor (il primissimo organismo primordiale che è l’antenato universale di tutte le forme di vita della Terra)”. L’albero della vita è quindi “infettato dai virus dalla radice alle foglie”. E per quanto riguarda noi Sapiens: “la storia non finisce qui. Almeno l’8% del genoma umana è composto da DNA virale. Veniamo infettati da quando siamo diventati umani. Alcune di queste infezioni hanno lasciato il segno. Ci sono prove che suggeriscono che la placenta dei mammiferi si evolse da una antica infezione virale! I virus sono molto più di nostri cugini. Sono una parte integrale della nostra identità, interconnessi con il nostro stesso DNA. Difficile pensare in un modo più inclusivo di questo alla vita sulla Terra”. 

Perché tutto questo è importante? Perché  la storia evolutiva del Pianeta dice che la nostra avventura con il Covid-19 non è una sventura estemporanea, invece, fin nei microscopici passaggi del metabolismo cellulare, risponde a logiche strutturali e antichissime. Le interferenze ecologiche profonde risvegliano, potenziano (con feedback imprevedibili) e riportano alla luce ciò che già c’era. La reazione adeguata agli eventi dell’ultimo anno non è dunque il rifiuto della realtà, che corrisponde al negare la catastrofe ecologica concentrando il focus sulla crisi sanitaria; è, invece, allargare l’intero spettro di analisi dell’epidemia e collocare la zoonosi nel giusto posto della nicchia ecologica globale. In cui convivono, a questo punto, il passato remoto della vita convive con il presente appena nato dell’Antropocene. 

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