Mese: febbraio 2021

Contro l’eco-dogmatismo

(Credit: Simon Migaj)

Nelle ultime tre settimane i palinsesti televisivi hanno proposto ben due documentari sul crollo dell’Unione Sovietica. Herzog incontra Gorbacev, firmato da un veterano del cinema di altissimo spessore, come è, appunto, Werner Herzog, è un ritratto encomiastico di un uomo sconfitto dalla storia e incapace di autocritica. Rocky – L’atomica di Reagan funziona, invece, come una analisi ironica, ancorché serissima, dello strapotere dei miti di Hollywood nel forgiare la politica contemporanea, i sogni della gente comune e quindi i canali attraverso cui scorre la linfa vitale del consenso a regimi consumistici e manipolatori. Rocky, infatti, divenne un mito anche in Unione Sovietica, dove il cinema americano era sostanzialmente proibito. Tra gli esperti di costume intervistati del documentario figura anche il celebre critico cinematografico Tom Shone, che arriva al centro della questione senza girarci troppo intorno. Secondo lui l’Unione Sovietica si disintegrò perché la sua dimensione psicologica collettivista, socialista ed egualitarista è un assurdo antropologico. La gente ha fame di eroi, di individui singoli, solitari e coraggiosi, che riescono a emergere contro tutto e contro tutti. A fare soldi, a fare carriera, a vincere. Questa è la storia di Rocky. Lo dimostra il fatto che l’unica scena del cinema russo che tutti conosciamo è la carrozzina che scende la scalinata, abbandonata al moto inerziale della caduta, nella Corazzata Potiomkin di Eizenstein (1926). L’URSS era un gigante che poggiava su una concezione totalmente irrealistica dell’essere umano.

Penso che ci sia una forte analogia tra l’atteggiamento di chi, ancora oggi, si ostina a vedere nel modello sovietico una occasione mancata e l’ecologismo sentimentalista e dogmatico che domina il discorso sul Pianeta sui social media. Questo tipo di ecologismo ha una decisiva componente dogmatica, che non solo rifiuta di osservare il modo – schifoso, siamo d’accordo – in cui ragiona e sente l’individuo comune. L’ecologismo dogmatico è avverso alla scienza e pretende di parlare di emissioni serra, estinzione delle specie animali, cambiamenti climatici e aree protette senza fondare le proprie opinioni sui dati scientifici in peer review.

É una disposizione d’animo, e una posizione intellettuale, che si è già rivelata nefasta, ma che persiste, alimentata dal funzionamento degli algoritmi dei social media, Facebook in testa, che spingono i post ad alto contenuto di lacrime, indignazione e stereotipi (sulla caccia, sul veganismo, sulle pale eoliche, sulle foreste). Gli ecologisti dogmatici non sono solo poco competenti sulle questioni ambientali, sono anche pericolosi. Sono degli agenti inconsapevoli della cattiva informazione.

I dogmatici che prendono di salvare ogni cosa (specie animali, porzioni di territorio, foreste, biomi, oceani), ignorando i dilemmi intrinseci ad ogni azione pianificata di mitigazione climatica e di conservazione biologica, non sanno nulla delle due leggi fondamentali del discorso ecologico nel XXI secolo. La prima recita: niente è senza prezzo. Non esistono scelte in cui la bontà trionferà al 100%. Non esiste una fonte energetica che non ha impatto o non richiede materie prime, che sia il litio, l’acqua, il sole, il vento o il carbone. La Seconda legge dell’ecologia in Antropocene: negoziare il minore dei mali, sempre. E in mezzo, che ci piaccia o no, una immensa zona grigia.

Quindi bisogna scegliere a che tipo di informazione ambientale affidarsi. L’utopia, iper-reattiva sui social media, inconcludente perché radicata nell’emotività, che cerca solo conferme alle proprie convinzioni aprioristiche; oppure il giornalismo scientifico, che è fondato sulla ricerca, sui dati analizzati dai protocolli di validazione, sulle valutazioni interdisciplinari di problemi complessi, come sono tutti i problemi ecologici posti all’interno di una civiltà globale capace di elaborare cultura. Il giornalismo scientifico 

ha ben chiare le contraddizioni della nostra epoca, ma non ha intenzione di ridurle a banali dicotomie bianco/nero, che, anziché spiegare la realtà, la occultano dietro semplificazioni manichee. 

Tracking Extinction appartiene a questa seconda tipologia di giornalismo, ve ne sarete accorti. Qui il dolore per la biosfera non è mai una buona scusa per sostituire una legittima afflizione ai fatti nudi e crudi, alle dinamiche biologiche ed evolutive, al racconto nitido della storia delle idee che riflette e rappresenta, lungo i secoli, l’avventura di noi Sapiens. 

È questo il metodo con cui, qui, si racconta il XXI secolo. Fare oggi una donazione a Tracking Extinction parla quindi di chi siete voi: persone certo in pena per il destino che ci attende, ma decisi a cercare soluzioni realistiche fondate non sui sogni, ma sulle evidenze forniteci dalla paleontologia, dalla biologia evolutiva, dalle scienze del clima e della Terra. Grazie !

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Quando il Giurassico incontra l’Antropocene

Ci sono incontri inaspettati che acuiscono la prospettiva su un’epoca, incontri che spuntano come elementi eccentrici di un tempo, il nostro, che pullula di meta-oggetti sempre più invischiati nella complessità ecologica dell’Antropocene. In un incontro di questo tipo mi sono imbattuta ieri, a Milano, mentre passeggiavo in via San Marco. D’improvviso è entrato nel mio campo visivo un animale sconosciuto, sospeso ad un paio di metri dal bordo del marciapiedi, vivo, eppure immobile dietro il vetro di una delle vetrine di Cambi, rinomata casa d’aste la cui sede milanese sta, appunto, in via San Marco 22. La lunga coda sollevata in tensione per bilanciare il movimento del corpo, tradiva la natura della bestia: un dinosauro lungo almeno un paio di metri, un animale ormai fatto soltanto di ossa che in un batter d’occhio riusciva però a risucchiare il brulichio della strada nel vortice ipnotizzante del tempo profondo, il tempo della storia evolutiva del Pianeta. 

Simili effetti scenici sono di solito possibili nei musei di storia naturale: i reperti fossili, opportunamente esposti, trascinano i visitatori nel magnetismo del tempo geologico, che ci sfugge, ci seduce e ci fa anche paura. Qui c’era qualcosa d’altro. Lo scontro, lo stridore, lo shock del XXI secolo che recupera una specie estinta, la reinterpreta e le assegna così un nuovo ruolo. Le assegna una nuova bellezza. 

L’animale è un esemplare rarissimo di Othnielosaurus, un onnivoro proveniente dal famosissimo bacino Morrison del Wyoming, negli Stati Uniti, e risalente al Giurassico, mi spiega Jacopo Briano, esperto SFEP in Paleontologia e Storia Naturale per Cambi. Il bacino Morrison è un luogo privilegiato per i fossili dei grandi rettili del Giurassico. É uno strato sedimentario che copre una porzione dell’America del Nord dal Montana al New Mexico e che si formò tra i 148 e i 155 milioni di anni fa. Il rettile sarà messo all’asta il prossimo 25 febbraio, insieme ad un nutrito gruppo di “mirabilia” , ossia di oggetti, alcuni contenenti anche animali come locuste, farfalle, uccelli, serpenti, spugne, denti, tutti inerenti alla scienze naturali. Una collezione di still life, di natura morta, di materiale organico inerte, silenzioso. 

Questo Othnielosaurus “è un esemplare molto raro, conosciamo la specie solo per resti frammentari. Era una specie che viveva in un ambiente lacustre. La sua particolarità è la struttura interna dell’occhio che sosteneva il bulbo oculare, che è una struttura ossea. Questo conferisce al reperto una sorta di sguardo molto realistico. Lo scheletro è stato preparato da un azienda italiana di Trieste che è specializzata in ricostruzioni molto veritiere, con un effetto quasi drammatico”. Un effetto dirompente, considerato che solo guardarlo dalla vetrina dà l’impressione che il Giurassico entri dentro l’Antropocene, costringendo due epoche lontanissime a fissarsi e a confrontarsi. Chi è disposto a comprare uno scheletro di dinosauro e a metterselo in casa? “collezionisti privati, che collezionano anche arte contemporanea, e che sono proprio alla ricerca di opere ed oggetti che si compromettano a vicenda, che si mischino. È un mercato molto fiorente a Parigi e a Londra. Lo scorso ottobre, a Parigi, un collezionista ha comprato due dinosauri da disporre in mezzo a suppellettili artistiche in stile classico, nella sua villa”. 

Sembra quasi che chi è appassionato di arte contemporanea abbia un po’ anche il gusto delle Wunderkammer, cioè delle “camere delle meraviglie”, quelle collezioni di oggetti naturalistici che nel XVII secolo furono antesignane dei musei di storia naturale ed ebbero un ruolo nel crescente interesse scientifico per la catalogazione e lo studio della natura. “Sì, è così, ed è il motivo per cui abbiamo deciso di intitolare Mirabilia l’asta del 25 febbraio. Da una decina d’anni ormai nel collezionismo stiamo vivendo una stagione di grande eclettismo. Chi compra è attento alle diverse sfumature del sapere, ma soprattutto l’oggetto artistico non viene percepito come separato dal reperto naturalistico. Si punta piuttosto a vedere l’arte come un completamento della natura e viceversa. È uno sguardo lunghissimo, sicuramente, che è esclusivo del collezionismo e non coinvolge i Musei scientifici di storia naturale, per ora”. 

Di certo, un dinosauro in vetrina nel centro storico di Milano, nel cuore di Brera, è un simbolo estetico non da poco del nostro XXI secolo. Siamo ormai arrivati ad un punto critico della nostra relazione con il tempo. Benché ancora ipnotizzati dalla seduzione cronologica del progresso, i cambiamenti climatici e i processi di estinzione ci mostrano che gli equilibri ecologici del nostro Pianeta seguono ritmi e leggi intrinseche non dominabili neppure dalla tecnologia. Abbiamo costruito attorno alle specie estinte da decine di milioni di anni una estetica del tempo, in cui il piacere della ricerca scientifica è una cosa sola con il sentimento di essere i dominatori finali e gli unici sopravvissuti di una epopea di dimensioni cosmiche. Come ha mostrato Anselm Franke nel suo lavoro Animismus per la HKW di Berlino, ogni reperto è sempre una rappresentazione che risponde ad una esigenza di ordine e di gerarchia. L’uso delle specie estinte, nelle collezioni pubbliche e private, espone la vita biologica estinta a questo tipo di manipolazione culturale, tipica dell’Antropocene. L’epoca dell’uomo costringe ogni organismo ad essere human-reliant e questo trasforma, gioco forza, ogni organismo in un oggetto culturalmente esperibile. La cultura forza la natura a diventare natura mediata

Per questo è rilevante, su di un piano storico e anche antropologico, che i collezionisti d’arte collezionino anche la natura. È un passaggio ulteriore rispetto alla svolta scientifica tra Seicento e Settecento, che recuperando una vocazione enciclopedica al sapere, mostra di aver bene inteso come, nel XXI secolo, bellezza e natura tendano a precipitare nella dimensione dell’artificiale. “È una tendenza di mercato che viene qui in Italia dall’estero e che, direi, consiste molto nel mettere insieme il design con la paleontologia. C’è una maturità in questo senso da parte dei collezionisti”, dice Matteo Cambi, Responsabile della casa d’aste. “Piuttosto che optare per, ad esempio, un Tiziano rarissimo si sceglie un dinosauro alto tre metri. Ancora prima, e cioè qualche anno fa, era nato un altro abbinamento insolito, accostando il frammento di scultura classica greco-romana al design contemporaneo. Questa sarà la nostra terza asta di oggetti naturalistici”.  

Potrebbe essere anche qualcosa di più, considerato il modo in cui Othnielosaurus è esposto. Una comune strada cittadina che diventa una esperienza dell’Antropocene. 

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Il commercio (legale) aumenta il declino delle specie già minacciate di estinzione

L’impatto del commercio di specie selvatiche provoca una emorragia lenta e costante sulle specie che hanno un valore di mercato. Le popolazioni di animali selvatici crollano in media del 62%, che arriva al 76% su scala nazionale nei Paesi in cui il wildlife trade è una attività economica consolidata. La conseguenza più evidente è che il wildlife trade è un acceleratore del rischio di estinzione, su cui tuttavia c’è una impressionante carenza di dati disponibili per ciascuna delle specie coinvolte.

Questi i ragionamenti e i dati appena pubblicati su NATURE Ecology & Evolution (“Impacts of wildlife trade on terrestrial biodiversity”) in uno studio che ha preso in esame la letteratura recente e i report della ong TRAFFIC (specialista dell’Asia) per fare il punto sul volume del commercio di mammiferi, uccelli e anfibi, in rampante espansione, che vale 20 miliardi di dollari all’anno.

Va aggiunto che la ricerca non comprende la carne selvatica (bushmeat) cacciata soltanto per la sussistenza, e cioè probabilmente 150 milioni di persone che abitano in comunità rurali nel mondo. Sono stati invece analizzati gli studi che hanno quantificato il bushmeat come pratica finalizzata al profitto, cioè a rivendere la carne per ricavarne denaro. Quel che emerge, tuttavia, è la carenza di informazioni necessarie a capire come e se il wildlife trade possa essere sostenibile sui prossimi decenni, in un Pianeta in rapido cambiamento: “un assessment globale, quantitativo degli impatti del commercio su singole specie e, quindi, la prevalenza e la forza di effetti positivi e negativi è dolorosamente mancante”.

Nel complesso, il declino delle specie selvatiche commercializzate è “del 61.6%, con specie ormai estirpate a livello locale nel 16.4% dei casi”. Benché i mammiferi siano la maggior parte delle specie (il 76% di 145 specie) prese in considerazione, inoltre, “il declino attraversa tutti gli ordini”. E riguarda anche le aree protette. 

Determinante per il destino di una specie di interesse commerciale è la scala spaziale, ossia le ore di viaggio necessarie per catturare un animale e tornare in un contesto urbano che ne permetta la vendita. “Il declino di una specie è tanto più grande quanto più è breve il tragitto verso un centro abitato con più di 5000 abitanti”. Di contro, quando il viaggio supera le 100 ore crolla il rischio che un animale finisca nella rete dei cacciatori. Spedizioni costose e su grandi distanze scoraggiano il consumo locale e i piccoli imprenditori. Ma la scala spaziale dice anche una altra cosa, che le regioni selvagge e remote, il mantenimento dei loro confini, sono un fattore di protezione indispensabile per le faune, che però è sempre più in bilico a causa dell’espansione di infrastrutture e ferrovie: “gli impatti del commercio su scale internazionale scendono rapidamente con l’aumentare della distanza, fino a raggiungere il rischio zero a 5 ore dal primo insediamento”. In Asia, la China’s Belt and Road Initiative (BRI), che collegherà il 62% della popolazione mondiale, potrebbe riscrivere questo scenario molto in fretta: “questa espansione è una minaccia riconosciuta alla biodiversità, perché darà accesso, e quindi potenzialmente ne alimenterà la domanda, a specie che hanno un alto valore per la medicina tradizionale, inclusi l’orso bruno (Ursus arctos) e il leopardo delle nevi (Panthera uncia). 

Gli autori fanno riferimento ad un paper uscito nel 2019 sempre su NATURE (“Belt and Road Initiative may create new supplies for illegal wildlife trade in large carnivores”): “Il progetto della BRI e il suo tributario meridionale, cioè il Corridoio Economico Cina-Pakistan, attraversano habitat fondamentali per i grandi carnivori, che sono specie di alto valore di mercato in Cina e nel Sud Est Asia”. Il rischio non è solo che il traffico illegale prosperi meglio e con maggiore successo, ma anche che “una maggiore domanda possa incoraggiare una transizione da un mercato governato dalla disponibilità di approvvigionamento (supply-driven) ad una domanda regolata dal mercato (market driven), attraverso una conversione del bracconaggio opportunistico in crimine organizzato”. 

Il mercato cinese ha già assorbito, grazie alla forza centripeta della medicina tradizionale, i grandi felini: il giaguaro è l’ultimo arrivato nel traffico di ossa di leoni africani e leopardi e tigri. Alle sottospecie di leopardi asiatici potrebbe ora aggiungersi il Panthera pardus saxicolor, ossia il rarissimo leopardo persiano. 

La questione riguarda evidentemente l’intera biodiversità del Pianeta e la fattibilità di un suo sfruttamento economico entro limiti certi e attendibili. “Non abbiamo usato nel modo corrente i termini sostenibile e insostenibile nel nostro lavoro, perché questo implica l’avere a disposizione una comprensione di come un tale tipo di impatto ha effetti sulle specie nel corso del tempo. E, invece, proprio questa è la più grande preoccupazione riguardo al commercio, non abbiamo abbastanza evidenze per sapere con esattezza se un tale prelievo sia sostenibile”, spiega Oscar Morton, tra gli autori dello studio. “Ci mancano dati su quanti individui di ciascuna specie vengono catturati ogni anno, da quali popolazioni, e non sappiano che cosa accade a quelle popolazioni sui tempi lunghi. Non credo si possa definire l’uso sostenibile un ossimoro, credo piuttosto che ci siano poche prove scientifiche che mostrino che è un commercio sostenibile. Ma dobbiamo comunque accettare che l’assenza di prove è in sé anch’essa una prova”. 

La scala del problema chiama in causa anche l’attuale cornice giuridica all’interno della quale queste specie vengono catturate e vendute legalmente. E cioè CITES.

“CITES prende in considerazione soltanto una porzione del commercio e regola soltanto il commercio legale, ossia il commercio internazionale legale delle specie listate. Di conseguenza, rimane scoperta una vasta area fuori del suo mandato, che corrisponde al commercio illegale, il commercio all’interno di un Paese o il commercio di specie che non sono listate. Concordo sul fatto che CITES è il miglior strumento attualmente disponibile per il commercio internazionale legale, ma di certo non è perfetto e non riesce a comprendere tutto il commercio. Ancora di più rimane da tre per gestire i fattori che regolano la domanda di prodotti derivati da animali selvatici a scopo non alimentare e per capire se la domanda possa essere ridotta in modo efficace”. 

È chiaro che il commercio muove sentimenti profondi nell’opinione pubblica occidentale, soprattutto ora, a causa dell’epidemia da SarsCov2. Ma, secondo Morton, bisogna essere molto cauti nel non favorire una risposta emotiva priva di solido fondamento scientifico: “Vediamo in giro ritratti davvero pessimi del commercio, veicolati da organizzazioni caritatevoli (charities) e qualche volta anche dai media, che tentano di influenzare la politica senza però una robusta base scientifica. Il discorso principale tra questo tipo di impostazioni è di sicuro il biasimo che ha investito la pandemia e gli appelli dell’anno scorso per mettere al bando gli wet market e l’interno commercio della carne in certi Paesi. Questi appelli ignorano che milioni di persone dipendono dal commercio di carne per sbarcare il lunario. Ma ignorano anche la solidità delle prove scientifiche che ci dicono che un divieto di questo genere creerebbe molto probabilmente un mercato illegale ancora peggio regolato”. 

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Il nuovo landscape globale di particolati e microplastica

(le microplastiche si disperdono facilmente nel nostro ambiente. A sinistra, perline per decorazioni tessili abbandonate su una comune strada cittadina; a destra, reticolato in plastica usato per la manutenzione di un giardino pubblico, che si sgretola)

Viviamo ormai immersi in un nuovo landscape fatto di nanoparticelle. Un aerosol di particolati costruiti dall’uomo nei processi industriali che hanno reso il nostro ambiente, non importa se rurale o urbano, un contesto di “esposizione totale” a micro-materiali i cui effetti sugli organismi viventi sono in larga misura sconosciuti. Questo particolato non è composto, infatti, solo dagli scarti di combustione dei combustibili fossili (i cosiddetti Pm), ma ormai anche da microplastiche. “La natura ubiqua delle microplastiche – le particelle plastiche con un diametro inferiore a 5 micron, che includono anche le nanoplastiche con diametro inferiore a 1 micron – nella biosfera globale rende sempre più consistenti le preoccupazioni per le loro implicazioni sulla salute umana”, avverte uno studio di sintesi appena uscito su SCIENCE (Toxicology: Microplastics and Human Health). 

Le microplastiche sono infatti parte della nostra vita quotidiana, per il semplice motivo che “un crescente numero di evidenze suggerisce che l’esposizione diffusa alle microplastiche provenga dal cibo, dall’acqua potabile e dall’aria”. L’acqua contenuta nelle bottiglie di plastica di uso comune ne contiene concentrazioni “tra 0 e  104 particelle/litro”. Una evidenza che era già stata annunciata e denunciata dalla WHO nel 2019. 

Quantità ancora maggiori ci sono nel cibo che è stato a contatto con contenitori di plastica (il propilene è uno dei componenti plastici maggiormente sotto accusa). A causa dei processi infiammatori innescati dalle particelle plastiche all’interno delle cellule dei tessuti umani, è stata individuata una correlazione con patologie ai polmoni, come fribosi e stati allergici, nei lavoratori del settore tessile, che toccano e lavorano grandi quantità di fibre sintetiche. Queste persone sono “esposte ad una polvere di fibre di plastica”. 

Ma la nube tossica è moto più insidiosa e, invisibile, non coinvolge soltanto categorie di operai a bassa paga nelle industrie del fast fashion, il cui compito è vestire una popolazione umana in continua espansione demografica. “Le particelle di plastica sono una componente rilevante della polvere sottile che, ad esempio, ha un tasso di deposizione nel centro di Londra che si assesta tra 575 e 1008 microplastiche per metro quadrato al giorno”, riferisce questo report di SCIENCE. 

Una constatazione inquietante, che va ad assommarsi a studi anch’essi recenti, pubblicati lo scorso giugno, sull’ovest americano, negli Stati Uniti, in cui un vero e proprio vento denso di microplastiche deposita su 11 remoti parchi nazionali considerati “pure wilderness”, che includono il Grand Canyon e lo Joshua Tree National Park, qualcosa come 1000 tonnellate di plastica microscopica ogni anno.  “Fino a un quarto dei micro pezzi di plastica – che provengono da tappeti, abbigliamento e anche vernice in spray – può finire nelle tempeste che passano sopra le città, mentre il resto viene probabilmente da località ancora più lontane. I risultati, che per per la prima volta considerano separatamente l’origine geografica, si aggiungono alla montante evidenza che questo tipo di inquinamento da microplastica è ormai globale e comune. Abbiamo creato qualcosa che non se ne andrà, sostiene Janice Brahaney, la bio-geo-chimica della Utah State University che ha condotto lo studio. Adesso sta circolando attorno al mondo”.  Ogni giorno arrivano su ogni metro quadrato di terre selvagge 132 pezzi di microplastica. A fine anno si arriva alla cifra simbolo equivalente di 300 milioni di bottigliette di acqua in plastica. Si ritiene che una situazione analoga affligga i Pirenei e l’Artico.  

Un altro problema, correlato a questo, è il fumo tossico ricco di plastica, contaminanti chimici e agenti patogeni (microbi) che si sprigiona in regioni con mega-incendi divenuti ormai parte dei pattern climatici locali, come in California e in Australia a partire dal 2019. 

Essendo le plastiche materiali relativamente recenti non esistono ancora studi abbastanza approfonditi, e cioè fissati su serie abbastanza lunghe di dati, da fornirci un quadro epidemiologico preciso e nitido sui loro effetti bio-tossici. Per ora sappiamo che le microplastiche possono oltrepassare la barriera placentare ed essere metabolizzate fino a finire nelle feci di animali ed esseri umani. Secondo gli autori, è molto utile un confronto con i particolati da combustione perché queste due tipologie di nano-materiali presentano “somiglianze fisico-chimiche, come ad esempio una bassa solubilità, una alta persistenza, un ampio spettro di misure e una natura chimica complessa. Le particelle piccole (meno di 2.5 micron), come quelle da combustione di benzina diesel, sono capaci di superare la membrana cellulare e di innescare stress ossidativo e infiammazione e sono state associate a un rischio maggiore di morte per malattie cardiovascolari e patologie respiratorie, come il cancro del polmone”. È indispensabile potenziale dunque al massimo la ricerca scientifica orientata a capire “l’abilità delle microplastiche a varcare la barriera epiteliale delle vie aeree, il tratto gastrointestinale, e anche la pelle”. 

I rischi globali coinvolgono, in maniera preoccupante visti i tempi, anche le acque oceaniche. Le microplastiche, infatti, possono agire come “vettori di tossicità micro-biologica”, ossia come trasportatori di batteri opportunistici e potenzialmente patogeni che si attaccano sulla superficie plastica in galleggiamento formando un film (il cosiddetto “biocorona”) e viaggiando così ovunque.

Come per una infinità di altre questioni ambientali, anche sulle microplastiche la verità è che abbiamo a che fare con un problema che ci è già ampiamente sfuggito di mano. L’inerzia globale sulla messa al bando di quanta più plastica possibile con investimenti shock sulle bioplastiche rende molto arduo, ad oggi, pensare ad un inquadramento adeguato di questo inquinamento tanto più subdolo quanto più invisibile. Per ora. 

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I limiti di un mondo migliore

Fin dove possiamo spingerci per immaginare un mondo migliore? Un mondo più equo, con meno diseguaglianze sociali, un mondo migliore con una economia migliore, e cioè finalizzata a usare in modo sensato e razionale le risorse biologiche del Pianeta. Un mondo, insomma, in cui la causa delle persone sia la causa di animali e piante e non una esclusione preterintenzionale degli uni o degli altri. Domanda tutt’altro che scontata, soprattutto ora che, nel nostro Paese, l’intera macchina propagandistica dei partiti consolidati, e dei grandi media, è impegnata a farci credere che un nuovo governo inaugurerà una nuova stagione, una stagione che in molti aspettavano da troppo tempo. La cosiddetta “transizione ecologica”. 

L’aspirazione alla giustizia non è mai un movente innocuo per le azioni umane, per il semplice motivo che, non di rado, il suo radicalismo intrinseco spinge a spostare l’asse dell’attivismo civile su quello della violenza e del sovvertimento a mano armata. Un eccessivo altruismo, con motivazioni analoghe, può diventare una forma di autodistruzione. Nella serie BBC con Idris Elba, Luther, il protagonista, il detective John Luther, è un devoto altruista che pur di fare il bene a qualunque costo (“whatever it takes”) stringe una liason perversa con una criminale di prima qualità, Alice. Da perfetta serial killer, Alice conosce molto bene le ambiguità del cuore umano. “Ha fatto più vittime il tuo altruismo della mia vena omicida”, dice a un estenuato detective Luther. Ed era numericamente vero. 

Nel tentativo di accordare la realtà dei fatti ai nostri desideri di un mondo migliore si può scivolare nella condizione mentale di distorcere le evidenze per adattarle alle presunte necessità non più prorogabili. Non c’è dubbio che serva una transizione ecologica, ma non è detto che affidarla alle mani di un banchiere e di una coalizione di capitalisti spinti sia una scorciatoia, un acceleratore di eventi storici, insomma una svolta, in velocità e qualità. 

E questo perché le trappole della speranza troppo spesso coincidono con le insidie dell’utopia, e con le astuzie della propaganda. Immaginare a tutti i costi un mondo migliore può avere un effetto opposto a quello desiderato. 

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Società incompetenti eleggono governi incompetenti

Accade di rado che in una sola settimana si sommino avvenimenti e ricorrenze che danno la misura di una intera epoca. Possiamo dire di esserne appena stati testimoni. Il 27 gennaio i media mainstream hanno tentato di infondere nuova vita nella rimembranza del genocidio nazista durante la Seconda Guerra Mondiale; il 2 febbraio Mario Draghi è stato chiamato a formare un nuovo Governo in conseguenza di ciò che, con fine intuito e intelligenza, Lucia Annunziata ha definito “il default della politica” e della comunità civile italiana; e, sempre il 2 febbraio, il Governo inglese ha reso pubblica la Dasgupta Review, ossia un Rapporto di 600 pagine sul posto della biodiversità nella economia della civiltà globale del XXI secolo. Il filo rosso che collega questi post-it cronologici sulle nostre agende è la pazzesca e clamorosa sottovalutazione del passaggio storico inaugurato dall’esplosione dell’epidemia un anno fa. 

Non riusciamo ad essere consapevoli di ciò che accade attorno a noi. Da parecchio ormai.

Convinti di abitare società ed economie dotate di una perfezione intrinseca, garantita da sistemi democratici in buona salute, usiamo infatti la memoria di un passato neanche troppo lontano (il periodo tra il 1933 e il 1945) per rafforzare i nostri pregiudizi sulla giustezza e resilienza della civiltà umana, e di quella occidentale in particolare. Il  27 gennaio è diventato un giorno di autocompiacimento collettivo, che anziché stimolare la riflessione storica ne fa mercimonio, con l’obiettivo propagandistico di svilire e snellire sempre più robustamente proprio quella capacità di analisi storica di cui c’è enorme bisogno in campo politico. 

Del resto, un’altra data fresca di calendario, il 6 gennaio, aveva tentato di dirci qualcosa di aggiornato sullo stato reale delle cose. Per definire il pericolo di una insurrezione armata di suprematisti bianchi, i giornali americani hanno pubblicato, e talvolta ripubblicato, lunghi essay ed interviste ad un eminente storico, il professor Timothy Snyder di Yale. Ebbene, Snyder è uno storico del nazismo. Il motivo per cui Snyder ha dimostrato di essere autorevole, a partire dal 2017, nell’analizzare il trumpismo, non è solo la sua familiarità con le dinamiche della propaganda politica, l’implosione del parlamentarismo e la malleabilità delle ideologie razziste in periodi di crisi sociale. Snyder è un umanista di enorme cultura, che discute degli schemi ricorrenti nell’agire storico, con una particolare attenzione agli schemi culturali. E lo schema su cui ha scritto con più fervore negli ultimi 4 anni è la dimensione collettiva della verità in questo nostro XXI secolo. Il nostro atteggiamento verso la catastrofe ecologica non solo svela la nostra somiglianza con i simpatizzanti di Trump, ma rivela anche la poco confortante familiarità con il modo di pensare degli europei di nazionalità tedesca che scelsero Hitler. Siamo, oggi come allora, completamente in balia di un “reality shift”, che rende l’assunzione di principio del Gruppo di Stanford – “numbers don’t lie”, i numeri non mentono – socialmente disattivato. 

L’incompetenza politica coincide infatti, non c’è dubbio, con l’incompetenza sociale. Se guardiamo all’Italia, il 2 febbraio esprime con la massima forza un fallimento sociale condiviso. Pessimi cittadini si danno pessimi governanti. Perché non li sanno scegliere. E non li sanno scegliere perché hanno scarsa intimità con la brutalità degli eventi, in cui vagano a tentoni.  

Secondo il professor Snyder, “essere un cittadino significa essere coinvolto nel mondo, con le altre persone e anche con la verità. Ti sottometti alla tirannia quando rinunci alla differenza tra ciò che vuoi sentirti dire e ciò che effettivamente è (…) la post-verità è l’anticamera del fascismo (“pre-fascism”), ossia: abbandonare i fatti equivale ad abbandonare la libertà”. 

L’analisi di Snyder è centrata sulla responsabilità di vivere consapevolmente una vita da cittadino, ben piantata nei fatti e non nei desideri o nelle narrative rassicuranti: “la storia conta, è dalla storia già consumatasi che dobbiamo partire e non dai miti confortanti ed elusivi che magari ci siamo formati sul passato. Una politica della inevitabilità è una idea ampiamente diffusa negli Stati Uniti sin dal 1989. Secondo questa visione delle cose il passato è disordinato, violento e caotico, ma siamo inesorabilmente in cammino verso un mondo più libero, più sicuro e più progressista. Ci sarà più globalizzazione, più vita, più prosperità, più democrazia. Ma tutto questo è semplicemente non vero. Nessuna grande narrativa o storia grandiosa di questo tipo è mai vera, e il fatto che ciò nonostante queste narrative abbiano un potere di accecamento pone esattamente il tipo di pericolo molto reale che torni il genere di cose che, si dice, non potranno più accadere”. È evidente che la certezza di un miglioramento continuo ormai scritto nel destino non può arrivare a concepire la gravità della crisi ecologica. Non solo la ignora. La considera proprio impossibile. Questa disposizione spirituale delle società occidentali, non solo americana, è stata spericolatamente sottovalutata dai movimenti ambientalisti tra gli anni Novanta e i primi anni Duemila. 

Una visione politica di questo tipo è molto pericolosa, quando una società civile attraversa una catastrofe ecologica. Come ad esempio una epidemia da zoonosi. Sotto la cappa protettiva della politica della inevitabilità, la crisi di governo, proprio perché è così dannatamente grave, non può perdere tempo con valutazioni di sistema su clima, biodiversità ed estinzione. L’epidemia è un interludio, un intermezzo, una parentesi. Risolverla con successo ci servirà per confermare che disponiamo dei mezzi e dei poteri per rimanere in controllo della situazione. Il mito del progresso è ancora oggi un cemento a presa rapida nell’opera di costruzione del consenso sul mantenimento dello status quo. 

Questo modo di pensare non è alieno al fascismo, come spiega Snyder: “siamo in una relazione di lungo periodo con il disastro. La  domanda è se ne usciremo in tempo. Direi che ci sono due passaggi da considerare qui. L’intera idea sui fatti alternativi e la post-fattualità, con cui ci confrontiamo oggi, è abbastanza familiare agli anni Venti del Novecento. È una visione molto simile alla premessa centrale della visione fascista. Questo è molto importante, perché senza una adesione ai fatti viene meno il ruolo della legge. E rimosso il ruolo della legge non esiste più la democrazia”.

Il downplaying compiaciuto del disastro ecologico tratta le evidenze scientifiche alla maniera fascista. Le ignora, perché alla realtà preferisce sostituire una narrativa rassicurante e deresponsabilizzante. Snyder: “quando la gente vuole farla finita con la democrazia e la legge lo fa perché viene proposta una visione alternativa. La quotidianità è noiosa, si dice. Dimenticati dei fatti. Gli esperti sono noiosi. Aderiamo invece ad un mondo fittizio, ma decisamente più attraente”. Ma quando un individuo cede nell’impegno a capire che cosa accade attorno a lui “si apre la strada per il grande sogno e per la fine della libertà nel suo significato più pieno. I sociologi sostengono che la fede (belief) nella verità è il fondamento dell’autorità. Senza questa fiducia, senza rispetto per i giornalisti e per i politici, una società non può stare in piedi. Nessuno si fida di nessuno, e la società rimane aperta al risentimento e alla propaganda, e di certo anche ai demagoghi”. 

Nella voragine di una società civile che non è più tale la pragmatica del disastro ecologico cade nel silenzio, pur contenendo essa stessa forti stimoli politici. Così è andata il 2 febbraio anche con la Dasgupta Review – The Economics of Biodiversity, commissionata nel marzo 2019 dal Ministero delle Finanze e del Tesoro del Governo Inglese e condotta da Sir Partha Dasgupta, accademico di Stanford e Cambridge. Dasgupta è un luminare di economia della povertà e della nutrizione, di economia ambientale e di economia della conoscenza. La Dasgupta Review ha lo stesso peso specifico del fu Rapporto Stern sui cambiamenti climatici del 2006. Anche questa Review, infatti, aveva lo scopo di definire i benefici economici della protezione della biodiversità in funzione del danno già inflitto al Pianeta e dei rischi di un peggioramento. La Review, infine, avrebbe dovuto essere presentata al Summit di Kunming, in Cina, fissato ad ottobre 2020 e saltato a causa della pandemia. A prescindere quindi da valutazioni nel merito (voci di critica e dissenso non sono mancate, martedì scorso, neppure nel mondo ambientalista) la Dasgupta Review mette in chiaro, così come già era accaduto per il cambiamento climatico, che non può esistere economia senza biodiversità. 

Jason Hickel, ad esempio, economista e antropologo di fama esperto di diseguaglianze sociali ed ecologia, vicino ad Extinction Rebellion, ha espresso molte perplessità, sostenendo che la Review non riesce a liberarsi dello schema ideologico “pagare per proteggere la natura”, che contiene una impostazione ultra liberale suicida.

Kate Rawort dello Environmental Change Institute di Oxford ha pesantemente criticato David Attenbourough, che è parso entusiasta di un approccio giudicato squisitamente economico: 

Di fatto, la Review ruota attorno ad una valutazione nient’affatto scontata della biodiversità come patrimonio esistenziale dell’umanità e solo per questo di valore economico. Non è tutto quello che ci saremmo aspettati, ma è nella sostanza un programma politico che dovrebbe figurare nei talk show sulla consultazioni del Governo Draghi. 

I principi di fondo della Review possono essere considerati come la vera svolta nel modo in cui la attuale governance mondiale sulla biodiversità definisce i problemi del XXI secolo, una svolta che è cominciata con il Rapporto IPBES del 2019. Questi principi devono ora entrare anche nell’agenda politica delle nazioni occidentali e dell’Unione Europea: “Mentre la maggior parte dei modelli economici basati sulla crescita e lo sviluppo riconoscono che la natura è capace soltanto di produrre un flusso finito di beni e di servizi, il focus della Review è stato orientato a mostrare che il progresso tecnologico può, almeno di principio, superare questo limite di esaurimento. Ma immaginare questo scenario equivale, in definitiva, a considerare l’umanità come esterna alla Natura.

La soluzione comincia, invece, con il comprendere e con l’accettare una semplice verità: le nostre economie sono cooptate dalla natura (embedded) e non esterne ad essa”. 

Il cambiamento “trasformativo” di cui stiamo parlando, termine questo già impiegato dall’IPBES, richiede “il livello di ambizione, coordinazione e volontà politica del Piano Marshall, e forse anche di più”. La World Bank, qualche giorno fa, ha pubblicato i dati sulla povertà globale dopo il primo anno della pandemia: nel 2020 sono scivolate nella povertà estrema tra gli 88 e i 115 milioni di persone; tra i 119 e i 124 milioni di persone sono diventate, invece, povere. Gli indicatori convergono nel disegnare uno scenario internazionale che, se pur con macro-differenze enormi, mostra l’inarrestabile disintegrazione della fisiologia occupazionale a capitalismo avanzato. E quindi l’urgenza di un Piano Marshall, non solo in Europa, ma senz’altro anche in Europa. 

Se la biodiversità produce economia, nel senso che, per mantenersi, le forme di vita elaborano, processano e metabolizzano le risorse organiche e naturali a loro disposizione, allora il capitale umano, la natura stessa e la cultura della nostra specie sono “asset”, ossia valori contabilizzabili su scale di misurazione qualitativamente differenti, che però concorrono a costruire, tutte insieme, il patrimonio biologico. 

Data questa realtà di fondo, la Review puntualizza che biodiversità significa diversità biologica e cioè ricchezza di forme di vita e biomi: “la biodiversità rende la natura produttiva, resiliente e adattabile. Proprio come la diversificazione degli asset in un portfolio finanziario riduce il rischio e il margine di incertezza, nello stesso modo un portfolio di asset naturali aumenta la resilienza della natura agli shock, riducendo il rischio di perdere i servizi forniti dalla natura. Ridurre la biodiversità mette quindi in sofferenza l’umanità”. Questo vuol dire preservare la funzionalità di un ecosistema, ossia il numero di specie vegetali e animali che lo popolano e quindi la capacità di questo stesso ecosistema di “rispondere” al rischio, ad esempio allo stress climatico. 

Un punto molto importante della Review è la valutazione complessiva sulle responsabilità di ciascuno di noi, in quanto soggetti politici delle società civili che negli ultimi 30 anni non hanno prodotto un cambio di passo nell’economia e nella cultura. “Abbiamo fallito collettivamente nell’amministrare il nostro portfolio di asset globali in modo sostenibile. Le stime mostrano che tra il 1992 e il 2014 il capitale prodotto pro capite è raddoppiato e il capitale umano pro capite è cresciuto del 13%, ma lo stock di capitale naturale a disposizione di ciascuno è declinato di quasi il 40%”. Questo è accaduto perché abbiamo avvalorato un sistema economico e finanziario in cui “il valore reale dei vari beni e dei servizi forniti dalla natura non è rispecchiato nei prezzi di mercato”. 

Questa “distorsione” è stata politica nella misura in cui è stata appannaggio di governi e istituzioni regolarmente eletti: “questo non è solo un fallimento dei mercati: è un ben più esteso fallimento istituzionale. Molte delle nostre istituzioni si sono dimostrare inadeguate (unfit) a gestire le esternalità (le esternalità sono i veri costi, occulti, dello sfruttamento di una risorsa come gli stock ittici, il legname delle foreste, i minerali, NDR). Quasi dappertutto i governi peggiorano il problema pagando gente più per distruggere la natura che per proteggerla e per mettere in cima alle priorità attività economicamente insostenibili. Una stima conservativa dell’ammontare complessivo, su scala globale, dei sussidi che danneggiano la natura è dell’ordine dei 4-6 trilioni di dollari americani all’anno. Non disponiamo degli strumenti istituzionali per proteggere i beni pubblici, come gli oceani e le foreste tropicali umide del mondo”.

Un programma politico coerente con il XXI secolo deve quindi essere consapevole che “non possiamo fare affidamento solo sulla tecnologia: gli schemi di consumo e di produzione dovranno essere fondamentalmente ristrutturati”.

Primo: “far entrare la natura nei processi decisionali economici e finanziari alla stessa stregua di edilizia, macchine, strade” e quindi “modificare il modo in cui misuriamo il successo economico. Il Prodotto Interno Lordo non include gli asset ambientali e va riformato. 

Secondo: la ricchezza deve essere valutata in base alla sua capacità di tener conto degli asset naturali e quindi del suo impatto, positivo o negativo, sulle prossime generazioni e il loro benessere. 

Terzo: ristrutturare i meccanismi di finanziamento della protezione della natura selvaggia, un punto che era già stato discusso l’estate scorsa, in altra sede, da un team di ecologi che lavorano in Africa (Il Covid potrebbe essere la tempesta perfetta per l’Africa). “Ci sono due grandi tipologie di casi da esaminare. Per quegli ecosistemi (biomi, nello specifico) che si trovano all’interno di confini nazionali (ad esempio le foreste tropicali), dovrebbe essere esplorato un sistema di pagamento per la protezione alle nazioni che posseggono questi biomi.  Invece, per gli ecosistemi che sono al di fuori dei confini nazionali (ad esempio gli oceani al di fuori di zone esclusivamente economiche) bisognerebbe instituire tasse o formule di usufrutto (rent) per il loro uso (traffico oceanico su nave o attività di pesca) e proibirne l’uso in aree ecologicamente sensibili”. Il flusso di revenue così generato potrebbe sostenere la governance internazionale e generare un circolo virtuoso di ulteriori finanziamenti. 

E infine: spingere su una riduzione della popolazione mondiale attraverso campagne vastissime di uso di anticoncezionali che “accelerino la transizione demografica”. Finora, questi programmi sono stati sotto-finanziati.

È intuitivo che per mettere in piedi governi di tale caratura serve un elettorato consapevole. Un elettorato, appunto, competente. Una economia moderna ( e cioè coerente con la sua epoca) non dipende solo da una biodiversità ormai compromessa, che quindi non può essere esclusa dai giochi. Dipende anche dalla cultura di coloro che scelgono a chi affidare la gestione del disastro.

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