Mese: gennaio 2021

La biosfera corre rischi molto peggiori di quanto si creda, avvertono i più autorevoli top-ecologist

Photo Credit: Diego Sandoval

Le evidenze scientifiche sono chiarissime, il futuro ambientale del Pianeta è decisamente più pericoloso e preoccupante di quanto società civile e politica suppongano. Così esordiscono in un paper uscito mercoledì scorso sulla piattaforma FRONTIERS un gruppo di 70 top-ecologist tra cui figurano, ancora una volta, Rodolfo Dirzo, Gerardo Ceballos e William Ripple. Il paper non si limita ad analizzare dati scioccanti sulla condizione complessiva della biosfera, con la lucidità chirurgica cui questi ricercatori ci hanno abituati, ma, soprattutto, pone sul tavolo alcune riflessioni di peso culturale sulle ragioni della inerzia della mega-civiltà globale del XXI secolo. “Underestimating the Challenges of Avoiding a Ghastly Future” è quindi molto più dell’ennesima lettera aperta al mondo scientifico e all’opinione pubblica: è una presa di posizione, un appello civile e politico, una denuncia che starebbe altrettanto bene nelle aule parlamentari delle nazioni dell’emisfero nord del Pianeta. 

Non è casuale, ma assolutamente voluto, che di questo paper non sia uscito un solo titolo su un giornale italiano on line, o nel sommario dei telegiornali di prima serata. Il collasso biologico e l’estinzione delle specie animali, ancora oggi, nonostante noi si sia nel secondo anno della prima pandemia del XXI secolo, è considerato e trattato come una notizia di contorno, un riempitivo da un paio di minuti, dagli esiti lontani e tutto sommato improbabili: “la scala delle minacce alla biosfera e ad ogni forma di vita, inclusa l’umanità, è nei fatti così grande che è difficile coglierne la misura anche per gli esperti molto bene informati (…) abbiamo orientato la nostra attenzione in modo particolare sulla mancanza di percezione e di valutazione delle ertomi sfide poste dalla creazione di un futuro sostenibile (…) la scienza che sta a fondamento di queste questioni è solida, ma la consapevolezza debole. Eppure, senza una valutazione comprensiva e una informazione diffusa sulla scala dei problemi e della enormità delle soluzioni richieste, la società fallirà nel raggiungere anche i più modesti obiettivi di sostenibilità”. 

Nonostante la nostra totale disponibilità psicologica a dimenticarci in dieci minuti del fatidico overshooting day, il giorno in cui le risorse naturali del Pianeta sono in passivo rispetto alla fame del nostro prelievo di materia organica (animali, combustibili fossili, minerali, cereali, acqua) “la scelta è tra uscire dall’overshoot in modo programmato o attraverso il disastro – scrivono gli autori – perché che si arrivi ad una risoluzione dell’overshooting è inevitabile, in un modo o nell’altro”. E dovremmo cominciare a riflettere, avvertono sugli autori, anche su questo fatto ormai incontestabile: “la severità degli impegni richiesti ad ogni Paese per raggiungere minime riduzioni nei consumi e nelle emissioni porterà inevitabilmente ad una condanna da parte del pubblico e ad ulteriori irrigidimenti ideologici, soprattutto perché la minaccia di sacrifici potenziali sul breve periodo è vista come politicamente inopportuna”. 

Per sgombrare il campo da quello che i sociologi chiamano uno “vizio di ottimismo” (optmism bias), ossia un riflesso condizionato di ottimismo di fronte a notizie catastrofiche, spetta ora più che mai “agli esperti di ogni disciplina, che si occupano del futuro della biosfera e del benessere umano, mettere da parte la reticenza, evitare di indorare la pillola delle spaventose e disarmanti sfide che abbiamo di fronte a noi e dire le cose per quelle che sono. Qualunque altro atteggiamento è fuorviante, nella migliore delle ipotesi, o addirittura negligente e potenzialmente letale per l’avventura umana, nelle peggiore delle ipotesi”. 

Lungi dall’essere conclusa, l’espansione umana sul Pianeta procede senza sosta e si è ormai trasformata in una imponente azione di “erosione della fabbrica stessa della civiltà”. Il motore interno di questa condizione globale è la cultura, che funziona contemporaneamente come un aggregatore e un moltiplicatore di problemi, problemi che sono interrelati e che però continuano ad essere analizzati e studiati separatamente: “una diffusa ignoranza del comportamento umano e della natura incrementale dei processi socio-politici che dovrebbero pianificare le soluzioni aggiunge ritardo a ritardo nel procedere con azioni efficaci”. L’emergere sulla scena politica, negli ultimi 5 anni, di movimenti di destra visceralmente avversi alla domanda ecologista dimostra che la certezza scientifica della scala della crisi, sostengono gli autori, non porterà, in automatico, ad una risposta politica nuova e adeguata. 

“Sin dall’inizio dell’agricoltura attorno agli 11mila anni fa, la biomassa delle vegetazione terrestre è stata dimezzata, con una corrispondente perdita di più del 20% della sua biodiversità originaria: di conseguenza, oltre il 70% della superficie terrestre della Terra è stata alterata da Homo sapiens. Delle stimate 0,17 gigatonellate di biomassa di vertebrati terrestri sulla Terra oggi, la maggior parte è rappresentata dagli animali da allevamento (59%) e dagli esseri umani (36%) e soltanto il 5% di questa biomassa totale è composta di animali selvatici: mammiferi, rettili, uccelli e anfibi” 

Ci troviamo piuttosto nel pieno di un ribaltamento di uno dei concetti centrali dell’ecologia, il density feedback: “quando una popolazione si avvicina alla sua massima capacità di carico ambientale, in media la fitness individuale comincia a declinare (la fitness è la performance ambientale di una specie, ossia il successo con cui un individuo accede alle risorse alimentari, prospera e si riproduce). Questo tende a spingere le popolazioni verso l’espressione istantanea di una capacità di carico che mira a rallentare o invertire la crescita di popolazione. Ma per la maggior parte della sua storia, l’ingenuità umana ha gonfiato la naturale capacità di carico dell’ambiente a nostro vantaggio, sviluppando nuovi modi per accrescere la disponibilità di cibo.  Tramite l’accesso ai combustibili fossili, la nostra specie ha spinto il consumo di beni naturali essenziali e di servizi naturali molto oltre la capacità di carico di lungo periodo, o, più precisamente, della bio-capacità del Pianeta, rendendo così ancora più catastrofico quello che sarà così un inevitabile riaggiustamento dei nostri trend di ipersfruttamento (overshoot), se esso non sarà gestito con intelligenza. Una popolazione umana in crescita non farà che esacerbare queste condizioni, portando ad una competizione ancora più accesa per un pool di risorse sempre più ristretto”. 

Nessuno auspica politiche demografiche di tipo dittatoriale, ma è bene rendersi conto che i trend già avviati proseguiranno nel XXII secolo e che soltanto “istituire politiche fondate sui diritti umani per abbassare comunque la fertilità e smontare i meccanismi del consumo potrebbero attutire gli impatti di questi fenomeni”. Forse per la prima volta anche nella storia accademica di questi ricercatori, tra gli autori citati a sostegno dello scenario complessivo c’è l’economista Thomas Piketty. Un mondo in obvershooting cronico è un mondo in cui “il sistema economico è sempre più incline a sequestrare la rimanente ricchezza a vantaggio di pochi individui”. 

A dispetto di facili entusiasmi e di una ingenua propaganda ambientalista, dobbiamo essere consapevoli anche della insufficienza completa degli strumenti di governance internazionale già messi in atto. Gli Obiettivi di Aichi al 2020, ad esempio, “anche se fossero stati raggiunti, sarebbero stati ben lungi dal realizzare ogni sostanziosa riduzione del tasso di estinzione”. Gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite ( SDGs, United Nations Sustainable Development Goals) sono anche loro sulla strada per il fallimento “perché la maggior parte di essi non è stata adeguatamente integrata in una cornice in cui i fattori socio-economici sono interdipendenti gli uni dagli altri”. E infine, per quanto riguarda il tanto sbandierato Accordo di Parigi per il Clima (2015), “anche ipotizzando che tutti i firmatari, di fatto, procedano a ratificare i loro impegni (prospettiva molto dubbia), il riscaldamento previsto raggiungerebbe comunque i 2.6-3.1 °C entro il 2100”. 

La gravità della situazione impone di “abolire il paradigma della crescita perpetua” e di imporre cambiamenti fondamentali al capitalismo globale. Ma questo “porterà per forza a conversazioni non facili sulla crescita demografica umana e sulla necessità di venire a patti con standard di vita più equi”. 

Fonte: Bradshaw CJA, Ehrlich PR, Beattie A, Ceballos G, Crist E, Diamond J, Dirzo R, Ehrlich AH, Harte J, Harte ME, Pyke G, Raven PH, Ripple WJ, Saltré F, Turnbull C, Wackernagel M and Blumstein DT (2021) Underestimating the Challenges of Avoiding a Ghastly Future. Front. Conserv. Sci. 1:615419. doi: 10.3389/fcosc.2020.615419 

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La surreale analogia tra specie invasive e immigrati

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Le specie invasive non sono dei pericolosi intrusi. Esattamente come i migranti stranieri che tentano di valicare i confini di Paesi ostili, non fanno che rispondere al più ancestrale degli istinti inscritto nel loro codice genetico: muoversi, e in fretta, se le condizioni ambientali si deteriorano, come, ad esempio, quando incombono siccità, desertificazione e alterazione dei pattern climatici. Eppure, entrambi, animali selvatici e immigrati, sono ricacciati indietro, o anche peggio, da leggi ostili. Innaturali. Il motivo di questo rifiuto degli “invasori” poggia su un sostrato di idee razziste vecchie di secoli, che hanno fertilizzato tanto la moderna ecologia quanto le destre xenofobe di Trump, Salvini e Le Pen.

Questo il succo del saggio The Next Great Migration (edizioni Bloomsbury) di Sonia Shah, affermata giornalista ambientale americana che scrive anche per THE ATLANTIC (magazine liberal) e ha pubblicato lavori convincenti sul rischio globale delle zoonosi (Pandemic: Tracking Contagions, from Cholera to Ebola and Beyond). Il libro, presentato come una brillante dissertazione sulle migrazioni (“migration is not the crisis, is the solution”), è in realtà una pericolante architettura, molto ben documentata, di teorie quanto meno provocatorie e di azzardi ideologici spericolati: le specie invasive non sono invasive, la demografia umana non è una questione ecologica scottante (e chi lo sostiene è un razzista devoto alla causa eugenetica), per risolvere l’opposizione politica alle ondate migratorie basterebbe ricordare all’opinione pubblica che i Sapiens sono una specie migratoria e che il mix di talenti e diversità genetica è la migliore ricchezza a disposizione della mega-civiltà globale del XXI secolo. 

Man mano che ci si addentra nel libro della Shah cresce la perplessità sulle intenzioni reali dell’autrice, che non è chiaro se rispondano ad una crassa ingenuità o ad una sconcertante attività di semplificazione, a fini politici, di questioni ecologiche (il biome shift, il mantenimento del potenziale evolutivo, i processi di estinzione, tutti letti nell’ottica analitica dei cambiamenti climatici) su cui, è doveroso dirlo, non abbiamo risposte univoche e certe per il semplice motivo che stiamo vivendo ora, adesso, una condizione ecologica che non ha precedenti né storici né geologici. Shah dimostra anche di non maneggiare con sufficiente competenza e acume la storia delle idee, che, pur essendo costellata di eventi incendiari ed epocali, che funzionano come “monografie della cultura” (la Riforma protestante, l’Illuminismo, il metodo sperimentale di Galileo), funziona più attraverso dei processi non lineari che seguendo il ritmo ben definito di consequenziali passaggi causa-effetto.  Se è lecito denunciare e smascherare, come fa Sonia Shah nella prima parte del libro, il razzismo mostruoso intrinseco alla fase embrionale dell’elaborazione delle scienze naturali moderne (tra Settecento e Ottocento), è sicuramente riduttivo ricondurre ogni madornale errore di interpretazione dell’ecologia come la longa manus dell’ideologia razziale. La scienza procede per ipotesi e per errori e non dovremmo meravigliarci troppo se gli uomini del primo Novecento non avevano ancora introiettato correttamente la teoria dell’evoluzione di Charles Darwin. E questo perché l’assorbimento di una idea rivoluzionaria, o di un paradigma culturale dirompente, non avviene in modo positivista nelle società complesse, ma segue canali sotterranei, immaginari irrazionali e codici psichici ereditati insieme alle figure del pensiero razionale e critico. Tutto il pensiero storicista e filosofico europeo a cavallo tra Ottocento e Novecento rimarca la rilevanza del fenomeno storico come processo prismatico pulsante di contraddizioni, come già aveva intuito Nietzsche. Purtroppo, Shah dimostra di ignorare la decisiva tradizione filosofica europea, che, proprio in questa epoca di transizione, confusione e distruzione, fornisce invece una indispensabile prospettiva storico-analitica sugli ultimi tre secoli di vicende umane. Nel bene e soprattutto nel male. 

La tesi della Shah è questa: “Entro il 2045 l’espansione dei deserti in Africa sub-sahariana ci si aspetta spinga a fare fagotto e andarsene 60 milioni di abitanti. Entro il 2100 la crescita del livello dei mari potrebbe aggiungere alle loro fila altri 180 milioni di persone (…) Il fatto saliente è chiaro: come i nostri cugini selvaggi, anche le persone sono in movimento. Negli ultimi anni, mentre è diventato più evidente il peso del cambiamento climatico sul modo in cui ci muoviamo, sono emerse nuove prove della centralità della migrazione nella nostra biologia e nella nostra storia. Nuove tecniche genetiche hanno rivelato quanto profondamente le migrazioni affondino nel passato della nostra storia. Nuove tecnologie di navigazione hanno svelato la scala e la complessità dei movimenti umani, e di quelli degli animali selvaggi, attorno al Pianeta. Mentre le nostre future migrazioni possono non procedere abbastanza rapidamente per tenere il passo con la trasformazione del clima, un crescente volume di evidenze suggerisce che le migrazioni possano essere la migliore cartuccia a nostra disposizione per preservare la biodiversità e la resilienza delle società umane”. 

Contro questa ottimistica possibilità lavorano però, secondo Sonia Shah, tre fattori. Il primo: “Sin dalla più tenera età ci è stato insegnato che le piante, gli animali e le persone appartengono a certi luoghi”. Il secondo: “Descrivendo le persone e le specie come originarie di certi luoghi, noi invochiamo una idea specifica sul passato. Essa risale al diciottesimo secolo, quando i naturalisti europei cominciarono per la prima volta a catalogare il mondo naturale. Assumendo come ipotesi che le persone e le creature selvatiche erano state per lo più fisse e ferme nel corso della storia, questi naturalisti diedero un nome alle forme viventi e ai popoli basandosi su quei luoghi, facendo convergere l’uno sull’altro come se fossero stati insieme da tempi immemorabili”.  Il terzo: “Queste tassonomie ormai vecchie di secoli formarono le fondamenta delle idee moderne sulla nostra storia biologica. Oggi, un gruppo di campi di studio, dall’ecologia alla genetica e alla biogeografia, sottolinea i lunghi periodi di isolamento occorsi nel nostro passato ormai molto distante, quando le specie e i popoli rimanevano ben sistemati nei loro habitat, ognuno evolvendosi separatamente nel suo contesto locale”. Il quarto fattore è la conseguenza fatale dei primi tre: “L’immobilismo al centro delle nostre idee sul passato finisce con l’etichettare di necessità i migranti e le migrazioni come anomale e distruttive. Ancora all’inizio del ventesimo secolo i naturalisti liquidavano la migrazione come un comportamento ecologicamente inutile e anche pericoloso, avvertendo dei pericolosi risultati del lasciar muovere liberamente gli animali in migrazione. I conservazionisti e altri scienziati lanciavano l’allarme: anche le migrazioni umane avrebbero fatto erompere la calamità biologica”. 

Ecco allora che, per capire le migrazioni, bisogna addentrarsi nella storia del pregiudizio razziale nei confronti dei neri di origine africana. Questa è sicuramente la parte meglio argomentata e più equilibrata del libro. Il ribrezzo verso gli Africani ne viene fuori come una sorta di ereditarietà culturale, che per tre secoli e fino ai giorni nostri, considerati i fatti di Capitol Hill dello scorso 6 gennaio, ha intossicato in egual modo scienze e politica. Come ha titolato in prima pagina VOX qualche giorno fa sui datti di Washington, “whitness is at the core of the insurrection”. 

Il primo a salire sul banco degli imputati è Linneo, il padre della tassonomia moderna, che Sonia Shah dipinge come un moralista ossessionato dal sesso. Linneo “era affascinato dall’ordine, ma come storico della natura era chiamato a descrivere la biodiversità del mondo in tutto il suo selvaggio e dinamico caos”. La domanda a cui il giovane snob svedese doveva rispondere, da dove vengono le specie animali e vegetali, cadeva fatalmente in una epoca in cui i viaggi atlantici e il colonialismo in nuovi continenti spingeva avidità, entusiasmo e curiosità oltre i limiti del pensabile: “compagnie come la Dutch East India Company mandavano battaglioni di esploratori e coloni nelle contrade più remote del mondo per saccheggiarne le risorse”. Chi tornava da queste spedizioni spesso esagerava, inventava e fantasticava rammentando la stupefacente varietà di animali, piante e popoli incontrati.  Voltaire stesso si inventò un popolo delle foreste del Congo Basin, con gli occhi rossi e una aspettativa di vita di 25 anni. Fino alle soglie del Settecento, spiega Sonia Shah, artisti e geografi tendevano a rappresentare gli altri popoli come tutto sommato simili agli Europei: “un dipinto del 1595 che ritraeva i cosiddetti Ottentotti, un gruppo di Africani non meglio identificati, li dipingeva come ‘uomini dal classico aspetto greco’, come ha sottolineato la storica e biologa Anne Fausto-Sterling. Allora, il colore della pelle valeva più o meno come il colore dei capelli ai giorni nostri , qualcosa che noti ma che è un dettaglio sociale insignificante”. 

All’inizio del ‘700, però, cambia il copione. La diversità etnica e culturale non è più una nota a piè di pagina, ma un vero e proprio shock collettivo nel cuore delle società europee, i cui esploratori e commercianti viaggiano a migliaia di chilometri dalle confortanti certezze del Vecchio Mondo. L’Africano viene messo in mostra nelle esibizioni itineranti, è un oggetto di stupore e di orrore, tanto quanto i fossili o le stranezze biologiche delle Wunderkammer o degli animali esotici chiusi nelle menagerie. Il punto, adesso, non è solo collocare i non Europei nel loro giusto posto all’interno dello schema generale della vita, ma anche darsi una spiegazione convincente del perché gli Africani hanno la pelle scura. Nel 1702 il francese Alexis Littré conduceva ricerche anatomiche sugli organi sessuali dei neri maschi per trovare “l’origine della negritudine”; e, a fine secolo, George Cuvier, lo stesso naturalista che di fatto scoprì l’estinzione come fenomeno ricorrente nel regno animale, affermò che “i genitali degli Ottentotti sono simili a quelli delle femmine di mandrillo e dei babbuini”. 

È questo il contesto culturale in cui Linneo dà alle stampe il suo Sistema Naturae (1735): “la tassonomia di Linneo era una ‘forma di colonizzazione mentale e un modo per costruire un impero (form of mental colonising and empire-building), uno strumento potente nelle campagne di conquista dell’Europa, scrive lo storico Richard Holmes. Ogni creatura vivente, ovunque, avrebbe dovuto trovare il suo posto entro questo ordine”. Per Linneo, il fatto che le specie migrassero o addirittura che si estinguessero era inconcepibile: ciò che lui e i suoi contemporanei vedevano in natura era stabile in quanto deciso da Dio: “è impossibile che alcunché di concepito in essere dal Creatore onnipotente possa mai scomparire”. Da qui ebbe origine la teorizzazione scientifica della separazione tra le razze umane e della inferiorità del nero africano. Ogni specie, essere umano compreso, occupa una nicchia precisa e immutabile all’interno di una categoria biologica distinta “ognuna omogenea e specifica”. Per questo Linneo classificò Homo sapiens in 4 specie distinte: Europeo, Americano, Asiatico e Africano. Linneo ipotizzata, in conversazioni informali, che in realtà “Homo sapiens afer fosse una sottospecie non del tutto umana, anzi discendente di un incrocio tra un essere umano e una scimmia troglodita”. Ma non facciamoci illusioni sulla cattiva fede di un singolo uomo: il sistema di Linneo fu presto celebrato come una altra, strabiliante conquista del genio umano. Nel 1774 Luigi XV ordinò venisse  introdotto ufficialmente in tutta la Francia. Rousseau e persino Goethe spesero parole di apprezzamento per il catalogo della vita firmato Linneo. 

A questo punto sono ormai poste le solide fondamenta su cui erigere l’impianto, allora nelle sue fasi iniziali, dell’economia schivabile e coloniale, che, racconta la Shah, non finisce certo con la Guerra Civile Americana. Le convinzioni razziali di matrice europea percolano nella politica americana all’inizio del Novecento, quando arrivano negli Stati del Nord del Paese non solo immigrati stranieri (27 milioni tra il 1880 e il 1930), ma anche, tra gli anni Venti e Trenta, 6 milioni di cittadini americani neri del Sud. È questa gente che continua ad essere guardata non solo con sospetto, ma soprattutto con disgusto, come un corpo estraneo nel seno dell’America bianca di origine, appunto, europea. La stagione è propizia perché le scienze naturali, ormai inquinate dall’ideologia razziale, stringano un patto di alleanza con la sensibilità proto-ecologista, e cioè con la preoccupazione per il destino dei grandi spazi selvaggi americani e di animali come lupi, orsi, linci, puma, bobcat, bisonti. Da qui in avanti secondo l’autrice diventa molto difficile districare dove finisce la politica e dove comincia la scienza in un nuovo amalgama di idee conservatrici sulla protezione della wildlife, l’esigenza di tenere l’America il più impermeabile possibile agli stranieri e la salvaguardia genetica dei bianchi contro l’ibridismo con i neri. Come a dire che se ami la natura sconfinata non puoi tollerare che l’America sia invasa da orde di individui geneticamente inferiori o minorati. La New York di questi anni, per intenderci, i è quella ritratta da L’Alienista, l’acclamata serie Netflix. 

Due figure spiccano in questo rigurgito di pruderie, puritanesimo e fascismo: Madison Grant, fondatore del Bronx Zoo, e Henry Osborn, un noto paleontologo, che contribuì alla nascita del Natural History Museum di New York. Entrambe queste istituzioni sono tutt’oggi punti di riferimento indiscussi della ricerca scientifica, dell’ecologia e, per quanto riguarda il Museo, degli studi sulla biologia evolutiva. Al Natural History lavorava negli anni ’80 Stephen Jay Gould. Grant si spese perché il suo Zoo esponesse, nella gabbia delle scimmie, Ota Benga, un uomo originario del Congo. E insieme al suo amico e sodale Osborn divenne il principale promotore della “scienza della razza” e della moderna eugenetica. I tratti somatici e le doti cognitive “sono tratti ereditati che passano attraverso le generazioni come pietre lungo una gola di montagna, insensibili a condizioni esterne o all’influenza di altri tratti”. Una alimentazione adeguata, scuole pubbliche, musei e migliori condizioni abitative non possono nulla contro la condanna genetica di coloro che appartengono a tipi inferiori e sottosviluppati. Ma se il plasma generativo (germplasm) dei neri entra nell’organismo dei bianchi lo può corrompere con effetti razziali devastanti. Il MIT di Boston e l’Università di Harvard ospitano conferenze in cui brillanti ricercatori a contratto nelle scienze sociali e naturali parlano su questi toni. L’America si appresta a diventare una fortezza razziale. Charles Davenport, zoologo di Harvard, si schiera contro l’immigrazione e i legami misti con queste motivazioni: “gli Americani diventerebbero presto più scuri nella pigmentazione, più bassi di statura, più instabili, più predisposti alla musica e all’arte, più propensi al furto, al rapimento, all’aggressione, all’omicidio, allo stupro e alla immoralità sessuale”. Grant, del resto, era ancora più chiaro: “il miscuglio di generi genetici (miscegenation) è il primo passo verso l’estinzione”. Lungi dall’essere l’infame privilegio della sola legislazione nazista, i provvedimenti giuridici a sfondo razziale sono state una componente strutturale della politica americana tra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale. Nel 1916 Grant diede alle stampe il suo libro “The passing of the great race”, “in cui esplicitò le sue idee sulle origini profonde, biologiche e storiche della gerarchia razziale, nonché il pericolo insito nel metterla a soqquadro con le migrazioni”. Non solo il libro divenne un best seller, ma la eugenetica si impose nelle migliori università del Paese. Tra il 1914 e il 1918, ricostruisce Shah, le cattedre di eugenetica passarono da 44 a 376. Su queste fondamenta venne scritto l’Immigration Bill del 1923, che stabilì che l’80% degli immigrati ammessi per quota annuale negli Stati Uniti dovevano essere di origine caucasica. Fu per questo motivo che migliaia di ebrei in fuga dalla Germania prima del 1939 non riuscirono ad ottenere il visto di ingresso negli USA. Tutti, qualunque fosse la loro origine, furono descritti durante il dibattito al Congresso per l’approvazione della legge, “foreign biomatter”, materiale biologico estraneo. La razza venne espunta dai criteri con cui un immigrato veniva ammesso in America soltanto nel 1965. 

Da qui in avanti il libro, però, si arena, e implode sulla sua stessa tesi iniziale. Nello sforzo titanico di difendere il paradigma migratorio, come se bastasse riconoscerne l’indubitabile appartenenza al novero dei meccanismi biologici ed ecologici fondamentali di migliaia di specie, Homo sapiens compreso, per renderle più digeribili all’opinione pubblica in un mondo sovraffollato e in perenne overshooting di risorse, Sonia Shah tenta, senza successo, di negare altrettanti fatti incontestabili delle scienze naturali. Shah segue ad esempio con compiaciuto  compatimento la vicenda quasi surreale di Charles Sutherland Elton, un timido zoologo di Oxford che, per puro caso, nel 1924, in una sperduta libreria di Tromso, in Norvegia, si imbattè in un libro che raccontava la storia dei lemming, i piccoli mammiferi che parevano suicidarsi in massa gettandosi dalle scogliere norvegesi. A quell’epoca non solo non era ancora chiaro che cosa regolasse i cicli di popolazione delle singole specie; soprattutto, si sapeva ancora troppo poco degli animali all’interno dei loro habitat per accordare i dati raccolti sul campo con le scoperte di Darwin. Gli esploratori alla NATIONAL GEOGRAPHIC sono una versione davvero molto recente dell’ecologia con gli stivali sporchi del fango delle foreste tropicali o degli appostamenti nelle savane africane per osservare i grandi predatori a caccia. Elton si convinse che il comportamento dei lemming era dovuto alla sovrappopolazione, ci scrisse un paper e divenne una autorità in materia. La distorsione che Sonia Shah riesce ad elaborare su questa pagina della storia della scienza è fenomenale. Appigliandosi in modo pretestuoso ad un errore madornale (le specie non scelgono il suicidio per ridurre il proprio peso sul proprio habitat) l’autrice isola infatti il concetto su cui costruire la sua lettura ideologica delle migrazioni attuali: la sovrappopolazione. Per dimostrare che chiunque osi oggi discutere della iper-demografia di Homo sapiens è un razzista,  e che per questo motivo c’è opposizione ai movimenti migratori indotti dal cambiamento climatico, Shah amplifica i bias e le lacune sperimentali di ricercatori che tentarono, influenzati dal background culturale del loro tempo, di capire come le specie si adattano, prosperano e stanno dentro il proprio habitat.

Non c’è da stupirsi che il nemico giurato della Shah sia dunque, nel più incredibile capitolo di questo libro, Paul Ehrlich, ecologo emerito della Stanford, che non è solo, ormai superati gli ottanta anni, tra i più rinomati ecologi del mondo, ma è anche, forse soprattutto, uno scienziato con la schiena dritta, che non ha mai rinunciato al suo punto di vista nonostante le infami accuse politiche mosse contro di lui da lobbies di presunti ambientalisti, che, ben protetti dal loro status sociale di ricchi benestanti, non hanno la più pallida impressione diretta di cosa significhi vivere in una baraccopoli senza nessuna prospettiva di miglioramento delle proprie condizioni umane ed esistenziali. Ehrlich sarebbe un “neo-malthusian ecologist”, del pari di un altro luminare emerito, e cioè il professor E.O.Wilson, che ha commesso l’errore di parlare sinceramente sul diritto delle specie animali di avere per sé il 50% del Pianeta. Citando fuori contesto una nota di Ehrlich sulle città indiane nel 1966 (“the streets seemed alive with people”) Sonia Shah insinua che Ehrlich e la moglie nutrano una certa ripugnanza per le genti asiatiche e che su questo senso di assedio abbiano costruito le loro osservazioni e valutazioni sul pericolo di una espansione illimitata della popolazione umana. Quel che è francamente indecente è che Shah, pur essendo di origine indiana, non citi nessun autore o scrittore indiano che presenti una lettura delle vicende antropologiche recenti del subcontinente in sintonia con Ehrlich e con tutti coloro che, oggi, pubblicando in peer review, mettono la sovrappopolazione in cima alla lista dei nostri problemi ecologici. Amitav Gosh, ad esempio, ha spiegato in modo estremamente equilibrato come India e Cina siano state travolte dal modello economico capitalista dopo la Seconda Guerra Mondiale, nonostante molti pensatori di punta avessero messo in guardia quelle società dalla pericolosità della dimensione mentale della crescita infinita. 

Gosh cita un pensiero di Ghandi del 1928: “Dio non voglia che l’India debba mai abbracciare l’industrializzazione alla maniera dell’Occidente. Se una intera nazione di trecento milioni di persone dovesse intraprendere un simile sfruttamento delle risorse, il mondo ne resterebbe spogliato, come da una invasione di cavallette”. Anche in Cina, continua Gosh, “l’industrializzazione e il consumismo incontrarono forti resistenze all’interno delle tradizioni taoista, cionfuciana e buddhista”. E soprattutto, Gosh è di una lucidità sorprendente sulla questione demografica, proprio mentre discute degli effetti dei cambiamenti climatici sul nostro imminente futuro, e sul loro peso morale: “In Cina, la consapevolezza dell’importanza dei numeri ha portato all’adozione della politica del figlio unico, recentemente abbandonata, una misura che, pur provocando terribile sofferenza, è riuscita a contenere la popolazione del Paese a un livello molto inferiore a quello che avrebbe potuto altrimenti raggiungere. Indubbiamente repressiva e draconiana, questa politica, dalla prospettiva rovesciata dell’epoca del surriscaldamento globale potrebbe un giorno essere considerata una misura prudenziale di grande portata. Perché, se è vero che l’avvento della crisi climatica è stato accelerato dall’industrializzazione dell’Asia continentale, possiamo essere certi che, aggiungendo all’equazione diverse centinaia di milioni di consumatori in più, la cruciale soglia delle 350 parti per milione di anidride carbonica nell’atmosfera sarebbe stata superata molto prima”. 

Le attuali simpatie anti-immigratorie che circolano negli Stati Uniti non sarebbero dunque solo una responsabilità della mancata elaborazione del passato coloniale e schiavile, marcato a fuoco da una economia che prospera su rampanti apartheid di diseguaglianze su base etnica, ma dalla complicità implicita dei maggiori colossi dell’ambientalismo americano: la McArthur Foundation (che si occupa di upcycling e plastica), il Sierra Club, la Nature Conservancy, la Audoubon Society, la stessa Università di Stanford. Sino ad arrivare a questa affermazione: “i paladini anti-immigrati alla Bannon hanno immaginato una versione del passato che i biologi hanno difeso per secoli”. Ecco perché, a parere di Sonia Shah, le teorie di Elton, condensate nel libro del 1958 The Ecology of Invasion by Animals and Plants, divennero delle linee-guida per la gestione dei parchi nazionali un po’ ovunque, formando la base di quella che Shah definisce con biasimo la “invasion biology” e cioè la biologia che studia l’impatto delle specie invasive. Secondo Elton, infatti, “col tempo, gli invasori avrebbero preso il sopravvento, espulso gli abitanti originari e lasciato impoverito l’intero ecosistema. Gli invasori selvatici, questo il suo avvertimento, avrebbero alla fine ‘ridotto le ricche faune continentali a un solo gruppo di faune su tutto il mondo, le più resistenti’. Essi avrebbero cioè innescato una ‘catastrofe ecologica’”.

I biogeografi concedevano che il tipo di dispersioni sulle lunghe distanze ipotizzate da Darwin potessero occasionalmente essersi verificate, ma d’altronde continuavano a spiegare le migrazioni come avvenimenti coerenti con il luogo di appartenenza delle specie: erano il modo in cui gli animali erano arrivati là dove dovevano essere e rimanere. Il biogeografo Gary Nelson chiamò la teoria delle dispersioni sulle lunghe distanze di Darwin ‘scienza dell’improbabile, del raro, del misterioso e del miracoloso’. Il concetto stesso era ‘negativo, sterile e superficiale’, aggiunse lo zoologo Lars Brundin. ‘Offende una mente capace di critica’.

Perché questo è un libro che mistifica la realtà? Perché la semplifica. 

Innanzitutto, il fatto che ecologia e biologia abbiano scoperto e studiato le migrazioni soltanto nella seconda metà del Novecento non ha nulla a che vedere con il problema demografico attuale. Sono due ordini di realtà e di storia della scienza distinti. Anche la storia della cultura, proprio come il dipanarsi delle scoperte scientifiche basate su metodo sperimentale, non segue percorsi simili ad autostrade predefinite. Invece, sia la nostra iper-demografia che i cambiamenti climatici, entrambi fattori migratori, sono il prodotto, complesso e secolare, del peculiare carattere ecologico dei Sapiens. In altre parole, la nostra abilità di costruzione di nicchia (trasformare l’intero Pianeta nel nostro personalissimo esperimento di uso delle risorse biologiche) ci pone in una posizione assolutamente unica. Verso i nostri simili, e verso le altre specie. Ridurre il concetto di migrazione e soprattutto l’opposizione politica ad accettare i migranti, dirompente e feroce, che cova sotto il perbenismo delle società occidentali più ricche, ad un unico fattore causale – il razzismo di matrice settecentesca – è una banalizzazione estremista. La progressiva scoperta dei fenomeni ecologici, e del modo in cui, quindi, i meccanismi di funzionamento biologico del Pianeta vivente si sommano, si sovrappongono ed entrano ormai in conflitto con la cultura dei Sapiens segue un andamento dialettico, non monocausale. Come ha detto saggiamente il grande storico George Mosse: “occorre portare sulla scena gli individui, con i loro desideri e i loro miti, che non sempre sono direttamente determinati da quel che si dice la loro oggettiva collocazione di classe. A questo riguardo, è più facile trovare una falsa coscienza anziché una coscienza vera. E poiché la storia è ancora fatta dagli uomini e poggia sugli uomini, sono convinto che tutto ciò rientri a buon diritto nella dialettica storica (…) dobbiamo abbandonare un tipo di analisi positivista, non mediata, a favore di un approccio fondato sulla mediazione dialettica”. 

Gli invasion biologists che predissero una Armageddon ecologica indotta dalle specie in movimento avevano sottostimato la scala e la velocità dei movimenti selvatici, la maggior parte dei quali non era stata distruttiva. Una analisi ha mostrato che soltanto il 10% di tutte le specie introdotte ex novo si è infine stabilita nella sua nuova casa, e che soltanto il 10% di queste ha poi prosperato in modi che possono minacciare le specie già residenti. Condannare tutti i newcomer come inevitabilmente dannosi li biasima per trasgressioni commesse dall’1% dei membri del loro gruppo.

Questo tipo di rigidità monocausale forza Shah a costruire l’iperbole concettuale che campeggia al centro di questo libro: lo sdoganamento delle specie invasive non come, appunto, specie aliene, bensì come newcomers dallo straordinario potenziale biologico. Va ricordato innanzitutto che le specie invasive sono considerate una minaccia ecologica dalla comunità scientifica internazionale e che per questo motivo figurano nella lista degli Obiettivi di Aichi, nell’Obiettivo numero 9 (Global Biodiversity Outlook 5): “Entro il 2020, le specie invasive aliene e i loro percorsi sono stati identificati e inseriti tra le priorità, le specie prioritarie sono state poste sotto controllo o eradicate e sono state tradotte in essere misure per gestirne i percorsi, prevenendone così l’introduzione e il radicamento”. La lotta alle invasive (800 specie di mammiferi invasivi eradicati a partire dal 2010 worldwide) è considerata una “lotta contro le estinzioni globali”. Sempre secondo il Global Biodiversity Outlook: “Lo IUCN Global Register of Introduced and Invasive Species mostra che il numero cumulativo di specie invasive aliene è aumentato dell’ordine di 10 dal 2000 al 2010, aggiungendo altre 30 specie”. E il motivo è che “gli sforzi per combattere l’invasione di specie straniere non sono riusciti a tenere il passo con l’intensificarsi della globalizzazione e in particolare con l’espansione massiccia dei commerci”. Il ritmo di importazioni ed esportazioni è triplicato dal 2000. Mentre dunque le specie in movimento a causa di trasformazioni ecologiche del proprio habitat – il cosiddetto biome shift – si spostano cercando condizioni climatiche e ambientali simili a quelle originarie, le specie invasive non avevano, per così dire, nessuna intenzione di arrivare dove sono arrivate, magari dall’altra parte dell’oceano Atlantico o Indiano. In entrambi questi casi lo scenario innescato non è rose e fiori: è piuttosto una scommessa, un rischio per alcuni mortale, e una partita apertissima per i newcomers che dovranno adattarsi a un habitat sconosciuto, attraverso risposte adattative che richiedono tempo. Le specie in fuga da un habitat a clima alterato incontreranno sulla loro strada, al contrario di quanto sembra credere Shah, non geografie sconfinate e wild, ma una selva di autostrade, insediamenti umani e industrie. E da questo fattore al suolo – noi uomini siamo ovunque – dipende il rischio di estinzione per specie che potrebbero non riuscire ad insediarsi in nuovi spazi adatti a loro. A queste incertezze si somma la imprevedibilità dei tipping point e dei turning point innescati dal riscaldamento del Pianeta negli ecosistemi di ogni continente. I tipping point sono i punti di non ritorno, oltre i quali il passaggio ad un regime climatico e quindi ecologico diverso è irreversibile. I grandi incendi del 2020 in California e nell’Ovest americano hanno invece posto all’attenzione generale un altro tipo di soglia-limite, e cioè il turning point. Un turning point segna il momento in cui, per opera di ripetuti eventi climatici severi come ad esempio, appunto, un mega-incendio o una mega-siccità, è compromessa la capacità di una foresta o di una prateria di rigenerarsi dopo il picco di stress ecologico. Tutti questi fattori entrano in sinergia coinvolgendo le specie che abitano un certo habitat. Di conseguenza, il livello di interazioni ecologiche che deciderà (tempo rigorosamente al futuro) se una specie invasiva avrà successo è dei più complessi. Ma lo stesso si può dire sulla potenzialità di risposta delle specie endemiche. 

L’insuccesso nell’eradicare una specie invasiva può significare una impotenza complessiva di fronte all’enormità dei cambiamenti ecologici in corso sul nostro Pianeta. Ma ciò non indica, in automatico, che lasciar decadere e disintegrare gli equilibri ecologici di un habitat sia, tout-court, una opzione altamente preferibile. La verità è più sfumata e comprende purtroppo, non di rado, una umana incertezza su cosa sia meglio fare. L’obiettivo, ideale e pragmatico, è, non va mai scordato, contenere l’ondata di estinzioni che affligge la nostra epoca e che rappresenta un indubitabile impoverimento biologico dal rischio immane. Questi sono dilemmi scientifici e politici di cui Sonia Shah sembra non voler sapere nulla. 

Mentre condanna come discipline partigiane e razziste gli ambiti di ricerca ecologica avviati negli anni ’80: “la conservation biology, la restoration biology e la invasion biology – tutte finalizzate a seguire e rintracciare i danni provocati dagli animali selvatici in movimento, che attraversano i confini”. 

Un esempio fresco di cronaca dimostra la superficialità di questa impostazione.

Entro gennaio, lo U.S. Department of Agriculture (USDA) annuncerà formalmente “la sconfitta lungo il fronte di lotta” contro un devastante insetto invasivo, e cioè un tipo di coleottero, il minatore smeraldino (Agrilus planipennis), originario dell’Asia che ha devastato le foreste di frassini del Nord America orientale e centrale, e del Canada meridionale, a partire dal 2002. Il Governo ha deciso di interrompere le procedure di quarantena per il legno che viene dalle aree infette e di usare, invece, per controllare la proliferazione dei coleotteri, una seconda specie non autoctona, e cioè un tipo di vespa anch’essa asiatica che parassitizza il minatore smeraldino deponendovi le sue uova. 

SCIENCEMAG: “La proposta dello USDA ha ricevuto 150 commenti. Alcuni scienziati e gruppi sostengono la decisone, in parte per scarsità di risorse economiche. Ma altri ritengono che il ritiro dello USDA potrebbe impedire gli sforzi per prevenire la diffusione del coleottero negli Stati occidentali non ancora infestati e anche in Messico, che oggi possiede le uniche e numerose popolazioni finora conosciute di specie di frassino. Le autorità dell’Oregon, ad esempio, temono di perdere il frassino dell’Oregon, un importante albero che cresce lungo i fiumi. Altri esperiti sono preoccupati per i budget delle municipalità cittadine, che potrebbero essere consumati per rimuovere migliaia di frassini morti, se i coleotteri attaccheranno le foreste urbane. Diverse tribù Native Americane hanno poi detto che questa decisione metterà in pericolo i frassini sulla loro terra, frassini che sono vitali per pratiche di valore culturale come l’intreccio di ceste”. 

Che il concetto di “nicchia ecologica” sia stato sfruttato o manipolato ideologicamente non cambia il fatto che ogni specie si è evoluta per stare in un certo contesto, ha cioè sviluppato un adattamento specifico all’interno di un ecosistema. Questo non significa che le popolazioni siano statiche o sedentarie: se c’è abbastanza spazio, alcune di loro tenderanno a espandersi, allontanandosi dal nucleo principale e, nel corso del tempo, differenziandosi dai loro parenti ormai lontani. In ogni popolazione, inoltre, compaiono a random mutazioni che, soggette a selezione naturale, sono il meccanismo evolutivo con cui avviene la speciazione. Anche la dispersione degli individui di sesso maschile, come avviene in alcune specie di grandi mammiferi, ad esempio tra i predatori, segue un movimento analogo. Cercare un luogo in cui creare il proprio territorio di caccia e di riproduzione significa prendere le distanze geografiche dal branco in cui si è nati. Sono i meccanismi funzionali che Darwin aveva intuito perfettamente e che oggi stanno al centro della conservazione di ciò che resta delle faune oloceniche, di nuovo in modo problematico e negoziale. Le aree protette dovrebbero essere abbastanza estese da garantire il perpetuarsi di questi meccanismi e i corridoi ecologici dovrebbero aiutare a disegnare schemi di protezione geografica in armonia con gli insediamenti umani. Ma chiunque si occupi di conservazione sa benissimo che la questione è esattamente questa: come, letteralmente, fare spazio per gli animali con una iper-demografia umana fuori controllo? Pretendere di tessere l’elogio delle migrazioni animali senza affrontare il nodo morale della sovrappopolazione è quanto meno disonesto. 

E altrettanto manipolatoria è la seguente affermazione: “Se le preoccupazioni dei biologi esperti in specie invasive e di altri scienziati sulla minaccia posta dalle specie in movimento è suonata familiare a quelle di coloro che fanno speculazioni sui migranti umani, ebbene è perché questa familiarità c’è davvero. Il tipo di azioni correttive richieste è simile, ebbene sì. Non bisognerebbe allentare la maglia dei confini, dare il benvenuto o favorire l’assimilazione dei nuovi venuti. Gli intrusi devono essere eradicati”. 

Per quanto ripugnante possa essere il razzismo, la scala dei problemi ecologici attuali rende l’avversione alle migrazioni umane un detonatore politico insidioso, che non dovrebbe essere sottovalutato, e che invece viene dismesso come esagerazione filosofica o ambientalista. Come hanno scritto alcuni tra i migliori ecologi del mondo ( Dirzo, Ripple, Ceballos, tra gli altri) in un paper durissimo uscito il 13 gennaio scorso sulla piattaforma FRONTIERSIN.ORG (di cui parleremo presto, Underestimating the Challenges of Avoiding a Ghastly Future): “La fertilità media nel mondo continua ad essere sopra la soglia di sostituzione (NDR, il numero dei nuovi nati si equipara al numero dei morti) e cioè 2-3 figli per donna), con una media di 4.8 figli per donna in Africa sub-sahariana e una fertilità di oltre 4 figli per donna in molti altri Paesi (Afghanistan, Yemen, Timor-Leste). Il miliardo punto 1 di persone che vivono oggi in Africa Sub-Sahariana – una regione che ci si aspetta subirà ripercussioni particolarmente severe dai cambiamenti climatici – si suppone raddoppierà nei prossimi 30 anni (…) Grandi volumi di popolazione e la continua crescita sono implicati in molti problemi sociali. L’impatto della crescita della popolazione, combinato con una imperfetta distribuzione delle risorse, conduce ad una massiccia insicurezza alimentare. Secondo alcune stime, 700-800 milioni di persone soffrono privazioni alimentari gravi e 1-2 miliardi sono sottonutrite o malnutrite (…) Più persone significa più produzione di fibre sintetiche e più plastica pericolosa usa e getta, molta della quale contribuisce ai processi di tossificazione della Terra. La demografia in continua crescita aumenta anche la eventualità di pandemie, che alimentano una caccia sempre più disperata per le scarse risorse disponibili. La crescita della popolazione è anche un fattore eziologico di molte malattie sociali, l’affollamento e la mancanza di lavoro, sino al deterioramento delle infrastrutture e a cattivi governi”. Lo scenario che abbiamo davanti non è quello di un razzismo alla BREITBART che usa le migrazioni come arma politica per i suprematisti bianchi; lo scenario che abbiamo davanti è invece quello di una progressiva e ormai rapida erosione delle risorse naturali che amplifica le migrazioni che, a loro volta, possono così facilmente essere cooptate come strumento politico da estremisti in giacca e cravatta. Tra 45 giorni Istanbul potrebbe non avere più acqua a causa della peggiore siccità degli ultimi 10 anni. La Turchia è uno dei Paesi chiave della crisi migratoria cominciata nel 2015. 

In definitiva, la Shah sembra lavorare su elementi storici che poi distorce, fallendo a bella posta nel collocarli in una corretta prospettiva storica e facendo di tutta una erba un fascio. Se nel 1950 un gigante assoluto della paleontologia evolutiva come Theodosius Dobzhansky (citato tutt’oggi come uno dei padri della lettura moderna della teoria dell’evoluzione dei viventi) ebbe delle perplessità a firmare la Dichiarazione delle Nazioni Unite che condannava la razza come concetto razzista, ciò non fu dovuto ad una qualche forma di criptorazzismo inconscio, bensì, molto più probabilmente, alle difficoltà del pensiero scientifico di leggere gli assunti fondamentali della teoria evolutiva nella concretezza della evidenza biologica. C’è voluto un secolo perché la teoria di Darwin, pubblicata nel 1859, venisse completamente introiettata. Questo ritardo, che oggi ci può apparire di una lentezza incomprensibile, dovrebbe essere analizzato e discusso non come elemento di un razzismo imperituro nelle scienze naturali, bensì come un esito della storia delle idee. La modernità, infatti, non è affatto quel trionfo della razionalità che il pensiero neo-positivista ancora oggi ci induce a dar per certo. Ed è per questo che alberga contraddizioni estreme. “Quel che i philosophes in concreto volevano era lo spirito critico; essi volevano sottoporre ogni cosa alla critica. E da questo punto di vista in nessun modo appaiono come antenati dell’autoritarismo. Ma poi c’è il rovescio della medaglia”, ha scritto George Mosse, “quella che io chiamerei la faccia oscura dell’Illuminismo, e che è stata messa in evidenza non soltanto da Talmon, ma anche dai teorici tedeschi della cosiddetta Scuola di Francoforte, Horkheimer e Adorno. Questo filone ha scorto nelle teorie astratte dell’Illuminismo, nel suo intellettualismo, una dimensione spersonalizzante che precorre il positivismo moderno. È una idea che mi sembra giusta, come è vero che è questa sorta di spersonalizzazione figlia dell’Illuminismo a produrre la prima classificazione razziale”.

Se c’è un insegnamento sociale uscito dal 2020 è che il razzismo ha permeato ogni ambito dell’esperienza umana in modo spesso subdolo e ben mascherato. Stiamo cominciando a vederlo, e ad ammetterlo. Il celeberrimo storico del Nazismo Hugh Trevor-Roper era una autorità nella sua università, Oxford. Eppure, negli anni ’60 affermò: “non esiste una storia africana. Esiste soltanto una storia europea in Africa. Il resto è oscurità”. E prima che arrivassero gli Europei, sul continente c’erano soltanto “poco edificanti scorribande di tribù barbare in angoli di mondo pittoreschi, ma irrilevanti”.  Quanti italiani la pensano ancora così?

L’ecologia non fa eccezione, non ultimo perché la rapacità dei conquistatori oceanici ha permesso all’Occidente di venire a contatto con la ricchezza biologica del Pianeta. Ma The Next Great Migration è un libro sconclusionato e ben poco colto, che sa come fa colpo sui giornali e sui lettori americani lavorando su semplificazioni e dicotomie grossolane, che finiscono con il lasciar germinare storture del tutto opposte, ma analoghe, alla retorica eversiva, emotiva e razzista del Trumpismo. 

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Sudafrica, è fuori controllo l’esportazione illegale di rettili e anfibi

(Lo Huaxi Street Market di Taiwan, da Google)

Persiste, ebbene sì, indisturbato il rischio epidemiologico da circolazione di specie selvatiche senza controlli giuridici affidabili. Da tempo il Sudafrica ne è protagonista. Ma non solo per quanto riguarda il destino dei mammiferi, come i grandi felini. Anche nel traffico internazionale di anfibi e rettili selvatici, attraverso una rete di compratori e rivenditori che commerciano migliaia di animali prelevati dai loro habitat wild senza nessuna regolamentazione profilattica. C’è di che allarmarsi, e molto seriamente, leggendo il report Plundered: South Africa’s Cold-Blooded International Reptile Trade, la terza parte di The Extinction Business, l’enorme investigazione delle due Ngo sudafricane Ban Animal Trading e EMS Foundation dentro il lato infame e oscuro del traffico di specie selvatiche di cui il Sudafrica è, purtroppo, diventato un big player. Il business dell’estinzione, di cui ho parlato diffusamente su questo magazine (a proposito dell’allevamento in batteria di leoni, nel 2018: South Africa’s Lion Bone Trade) e su LA STAMPA (per il traffico di ghepardi verso la Cina, quest’anno a maggio: Breaking Point: Uncovering South Africa’s Shameful Live Wildlife Trade with China), è una minaccia sanitaria su scala globale, che è stata debitamente tenuta sotto silenzio in questi mesi di pandemia e che svela invece un trend economico in ascesa. Un trend che si può riassumere, come emerge anche in questo lavoro di BAN ed EMS, nella volontà politicamente pianificata di sfruttare le risorse biologiche nel modo più indiscriminato possibile, impoverendo ancora di più nazioni – come appunto il Sudafrica, il Benin, il Ghana – già povere, che sono avviate a ritrovarsi con un patrimonio biologico gravemente compromesso negli anni a venire, a tutto vantaggio di flussi di denaro che avvantaggiano Paesi in una posizione di “parassitismo ecologico” sempre più spietato. 

Il solo Sudafrica possiede qualcosa come 400 specie native di rettili. Una miniera d’oro per una classe politica che non riesce a imporre una svolta etica nella propria gestione di una eredità ecologica straordinaria. 

Probabilmente migliaia di anfibi e rettili, spiega il report, finiscononel circuito globale della carne selvatica (bushmeat): tartarughe e anche rane (come ad esempio la rana toro africana, Pyxicephalus adspersus, che gli investigatori hanno trovato in scatole di vetro, ancora vive, nello street market di Tianjin nel 2018). 

Naturalmente questo è un fenomeno non certo solo asiatico o cinese. Tra il 2013 e il 2018 l’Angola ( uno dei mercati di carne selvatica più grandi al mondo) ha importato esemplari di 25 specie di rettili sudafricani listati in CITES (per lo più serpenti). Nonostante i rischi intrinseci allo spostamento, tra continenti, di specie animali fuori dal contesto selvatico di origine, “la scala del commercio globale di animali selvatici, benché enorme, è poco documentato e la sua estensione non completamente chiara. Il commercio di specie selvatiche stimola ormai l’uccisione di animali selvatici nei loro habitat, portando allo loro estirpazione, a perdita di biodiversità e infine al collasso degli ecosistemi”. 

L’ennesima riprova della correlazione fatale tra defaunazione, rischio epidemiologico e crisi ecologica.

Un aspetto ancora più inquietante, tuttavia, è che l’unica arma attualmente disponibile per controllare e regolamentare il commercio di animali, e cioè l’accordo CITES, è una lancia spuntata, come già avevano dimostrato le investigazioni del 2018 e dell’estate del 2020: “entrambi i report discutono diffusamente come buchi e controlli inefficaci nel sistema dei permessi, che include CITES, di fatto rendono possibile il riciclaggio internazionale e il contrabbando di animali selvatici vivi. Una situazione analoga si applica al commercio, anche questo globale, di rettili e di anfibi vivi”. 

Il Sudafrica è, purtroppo, un paese modello in questo senso: “almeno 4500 rettili e anfibi esotici e indigeni sono stati esportati dal Sudafrica fra il 2013 e il maggio 2020”. Tra questi un numero non rintracciabile di 262 serpenti è finito anche nei pet café, caffetterie che tengono, a scopo ornamentale e ricreativo, animali esotici vivi, come in Corea del Sud.

“Il commercio internazionale nella maggior parte dei rettili, degli anfibi e delle aracnidi è sostanzialmente non regolato, spesso illegale e costituisce una industria in crescita in Sudafrica.  I dati sul commercio di queste specie sono inaffidabili e insufficienti, perché la maggior parte dei Paesi non tiene registrazioni o raccolte dati, benché le specie siano listate nelle Appendici della CITES.  Una causa di questo è che, a differenza delle specie cosiddette carismatiche come leoni, elefanti, tigri e primati – percepiti come animali con un più alto valore intrinseco – i rettili, che includono specie come serpenti, lucertole, testuggini, tartarughe, alligatori e coccodrilli, sono considerati e percepiti dal pubblico come creature meno desiderabili, oggetto di stereotipi negativi, e quindi mancano dell’appeal di specie sentite come più vicine all’uomo”. 

Eppure, i rettili sono gli animali che patiscono più crudeltà nel wildlife trade. I rivenditori e gli allevatori tengono in conto tassi di mortalità inconcepibili per i mammiferi: fino al 70% di perdite lungo i diversi passaggi della filiera. Il 50% dei rettili in vendita come pet sono stati catturati in the wild e poi passati per animali nati in cattività. É il crescere della domanda che spinge il mercato a catturare esemplari selvatici, una via più rapida rispetto al mettere in piedi un allevamento. Gli habitat vengono così svuotati, come ha documentato un articolo uscito nel 2018 su BIOLOGICAL CONSERVATION: “analizzando il commercio di specie di serpenti listate in CITES dal 1975 al 2018 questo studio ha trovato che la maggior parte degli animali sono ancora oggi di origine selvatica”. E negli allevamenti vige lo stesso regime di sfruttamento biologico invalso per i mammiferi del Sudafrica: “per rifornire di pet il mercato, chi lavora per gli appassionanti seleziona geneticamente animali che hanno un certo colore e una certa forma”. 

In Sudafrica, le ambiguità e le carenze legislative che consentono agli imprenditori di fare soldi in questo settore sono sfacciate. Ad esempio, nel distretto del Gauteng, a cui appartiene anche la municipalità di Johannesburg, quando un animale è confiscato dal Dipartimento dello Sviluppo Agricolo e Rurale e consegnato ad uno zoo, o portato in uno zoo da gente comune, questo animale viene immediatamente classificato, da un punto di vista giuridico, come animale “nato in cattività”. E può quindi essere venduto ed esportato. BAN e EMS hanno raccolto prove che indicano che lo Johannesburg Zoo  “è il più grande fornitore di tartarughe leopardo ai commercianti di wildlife del Sudafrica con destinazione mercato internazionale di animali da compagnia”. Ma non è il solo: “I National Zoological Gardens (ossia il Pretoria Zoo) sono stati e probabilmente ancora sono il principale fornitore di tartarughe leopardo per il rivenditore di specie selvatiche Mike Bester. La maggior parte delle leopardo sono state esportate a pet shop, allevatori e online trader di Hong Kong e Germania e come animali da compagnia e cibo a Taiwan e Tailandia”. 

Ma in che modo l’accordo CITES è insufficiente ? 

Intanto, c’è una scappatoia per far passare le dogane anche ad animali listati in Appendix I, cioè le specie a rischio di estinzione che non potrebbero essere commercializzate in nessun modo, intere e vive, o fatte a pezzi (pelle, denti, unghie, pelliccia). Ciò può avvenire, come già aveva spiegato il report Breaking Point lo scorso giugno, se questi animali “sono allevati in cattività in una struttura registrata con CITES e se il commercio avviene per scopi non commerciali”. E cioè, ad esempio, a scopo di conservazione della specie, come sostengono molti zoo. Ma il punto debole è nel modo in cui funzionano i regolamenti CITES per importare ed esportare specie selvatiche: “Sotto la regolamentazione CITES, il Paese che esporta non è tecnicamente tenuto a controllare se gli indirizzi di esportazione sono legittimi. I permessi CITES funzionano ancora con un sistema manuale, soggetto a vaste frodi. Le dichiarazioni false fornite da commercianti, agenti ed esportatori sono dappertutto e anche una volta scoperte non c’è ad oggi una singola violazione che sia stata perseguita. La trasparenza e la responsabilità, due degli elementi di base della governance, sono notoriamente assenti dal sistema di regolamentazione. La tracciabilità, che ha una funzione critica per monitorare e verificare, è, in modo simile, assente e inaffidabile. In altre parole, identificare la vera origine di un qualsiasi animale è di fatto impossibile. Una volta che gli animali lasciano il Sudafrica, non si può più sapere dove vadano a finire”. 

Una seconda carenza di CITES è che “CITES non classifica gli zoo come strutture a scopo commerciale o come imprese”.Gli animali registrati come “nati in cattività” possono quindi tranquillamente essere venduti, perché  la Convezione (CITES) non attribuisce agli zoo la funzione di venditore o di intermediario con i compratori e i broker. Anche se di fatto in un Paese come il Sudafrica, ricchissimo di biodiversità, ce l’hanno eccome. 

Terzo punto, il disallineamento tra i propositi e i principi fondativi di CITES e le regolamentazioni nazionali, che possono bypassare CITES o sfruttarne i punti deboli per favorire gli interessi dei wildlife trader. “La maggior parte delle specie indigene di tartarughe esportate come pet e come cibo sono listate in Appendix II, eccetto che per la tartaruga elmetto. L’Appendix II include specie che non necessariamente sono minacciate di estinzione, ma il cui commercio deve essere rigorosamente controllato e regolato, in modo da evitarne un utilizzo incompatibile con la loro sopravvivenza”, spiegano BAN ed EMS.

“Il commercio di tartarughe non è neanche lontanamente  controllato con serietà in Sudafrica. Le destinazioni finali degli animali per lo più sono sconosciute prima dell’esportazione. L’Autorità scientifica sudafricana non ha messo a punto un NDF completo per le specie di tartarughe indigene, con lo scopo di determinare quale possa essere l’effetto della rimozione di esemplari catturati allo stato selvatico sulla popolazione selvatica. Un NDF è il documento di “non-detriment finding” previsto da CITES per le specie listate in Appendix II, necessario prima del rilascio di un permesso di esportazione”. 

Scenario analogo per i serpenti. “La maggioranza delle specie indigene di serpenti e di lucertole del Sudafrica non sono classificate in CITES. Gli animali possono quindi essere esportati senza che i wildlife trader siano tenuti a dichiarare se quegli animali sono stati catturati allo stato selvatico o allevati in cattività, e lo scopo dell’esportazione non è richiesto”. Di conseguenza, “le autorità sudafricane hanno una scarsa conoscenza del tipo di esportazioni internazionali che coinvolgono specie indigene di serpenti”. Nell’arco temporale preso in esame (2013-2020) il 70% dei serpenti sudafricani è così giunto nelle mani dei pet shop, di siti on line che li hanno rivenduti e di pet café. Uno dei maggiori compratori è stato il Pakistan. 

E, infine, non è inusuale che chi traffica in rettili fuori e dentro le cornici giuridiche ufficiali si occupi anche di mammiferi.  Il report descrive l’attività di Shakeel Malkani, proprietario e direttore di una impresa denominata Animal and Birds Exporter South Africa. Malkani è un pakistano che vive in Sudafrica. È conosciuto per aver esportato una lunga lista di animali oltre confine: uccelli esotici e scimmie in Bangladesh e Pakistan, fennec in Bangladesh e Oman; cuccioli di leone africano, procioni, licaoni, kinkajou, coatis, sciacalli dal dorso nero e serval in Bangladesh. Nel 2019 Malkani ha impacchettato e venduto anche rettili del Madagascar. 

Ma, come dicevamo all’inizio, quel che è massimamente rilevante è che il traffico di animali è internazionale e nessun Paese, neppure nel compiaciuto Occidente, può dirsi innocente. 

L’Unione Europea è “la destinazione principale dei rettili esportati e contrabbandati dal Sudafrica, per lo più come pet. In Cecoslovacchia gli animali sono al terzo posto nella lista dei beni di contrabbando, dopo droga e armi, con le tartarughe tra le vittime più frequenti”. L’Olanda è uno dei big player nel Vecchio Continente.

L’Africa Occidentale (Benin, Togo e Ghana) è la regione del mondo che esporta più rettili, dopo l’America Centrale e Meridionale. Il Ghana ha come mercato di riferimento l’Europa.

La Corea del Sud è il principale importatore di pelli di coccodrillo e di pitone e di rettili non listati in CITES. Gli “animal café” allevano i rettili e li rivendono. 

Il Giappone è il più grande consumatore di animali da compagnia esotici e un punto di ritrovo riconosciuto per i trafficanti di tartarughe. 

I mercati di Karachi, in Pakistan, sono il posto con il più alto numero di specie listate in CITES in vendita in tutto il Paese, alla luce del sole. 

La Russia traffica in rettili rari, anche perché gli zoo privati sono “un status symbol per la gente molto benestante e quindi l’allevamento e il commercio in animali esotici è un business che rende molto bene”. Inoltre, gli zoo russi permettono, del tutto legalmente, di rifornirsi di animali selvaggi quando necessario. 

Taiwan è leader nell’esportazione di rane e di rettili verso il Giappone, ma traffica anche in tartarughe-stella provenienti dall’India ed è naturalmente un “transit hub” con la Cina. Rane, tartarughe e serpenti sono mangiate comunemente a Taiwan. 

Come ha riferito di recente THE ATLANTIC cominciano a non essere poche le voci di coloro che criticano l’impostazione di CITES, per un motivo o per l’altro. Sabri Zain, di TRAFFIC, ritiene che “CITES dipende troppo dal sistema dei divieti, mentre dovrebbe invece aiutare ad assicurare un uso sostenibile delle specie selvatiche che vada incontro ai bisogni delle persone salvaguardando la natura”. Michael ’t Sas-Rolfes, un economista specializzato in sostenibilità e wildlife trade che lavora ad Oxford, definisce CITES “un paziente malato terminale che ha bisogno di seria attenzione”. Se i divieti possono innescare un effetto rebound, e cioè aumentare il bracconaggio e il prelievo illegale, secondo alcuni esperti CITES non è efficace perché, riferisce sempre THE ATLANTIC, il trattato è semplicemente ormai inadeguato per l’ampiezza del problema che dovrebbe regolamentare. Nel 2010 il bando sul commercio dell’anguilla europea già criticamente minacciata “a causa della domanda gastronomica dalla Cina e dal Giappone”, ha motivato la pesca illegale a lavorare ancora meglio. Ogni anno, secondo una stima del 2019, vengono contrabbandate dall’Europa all’Asia 350 milioni di anguille. Brett Scheffers, un ecologo della Università della Florida, è convinto che la wildlife economy è destinata a crescere nei prossimi anni, pandemia o non pandemia: “allo stato attuale delle cose, più di 7.600 specie di uccelli, mammiferi, anfibi e rettili vengono commerciati su scala globale, ma Scheffers ritiene che altre 4000 potrebbero aggiungersi in futuro”.

In questo contesto internazionale, in un tipo di crisi biologica di questo tipo, acquista ancora maggiore rilevanza la proposta avanzata lo scorso giugno da Gerardo Ceballos, Paul R. Ehrlich e Peter H. Raven, ossia i tre massimi esperti di estinzione al lavoro oggi (in aggiunta a Rodolfo Dirzo della Stanford) nello studio “Vertebrates on the brink as indicators of biological annihilation and the sixth mass extinction”, uscito sulla PNAS. La proposta è chiara. La prima cosa da fare è classificare come “criticamente minacciate” in Red List tutte le specie sotto i 5mila individui, e quindi, di riflesso, escluderle tutte dal commercio. La seconda proposta è, visto il silenzio dei grandi media, ancora più sensazionale: elevare la crisi di estinzione a emergenza mondiale e quindi inserire la conservazione delle specie in un accordo globale vincolante entro questo decennio. Commercio compreso. 

Al principio del 2021, mentre l’uscita dal tunnel della pandemia viene sbandierato dai Governi come punto di approdo di una deriva ormai alla fine, la verità è purtroppo un’altra. Manca, su scala internazionale, una cornice giuridica in grado di arginare lo sfruttamento della risorsa biologica, che rappresenta una minaccia sanitaria ed ecologica di portata immane. CITES “non è adeguata al suo scopo (not fit for purpose)”, concludono BAN ed EMS, al termine di un lunghissimo viaggio che, in maniera appropriata, hanno definito sin dal 2018 the extinction business

Se vuoi saperne di più: Wildlife Economy: Africa, Asia e Sud America – dove e perché mangiamo specie in via di estinzione.

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