Humboldt Forum, è Berlino la capitale europea del XXI secolo

Il 16 dicembre sarà ricordato negli annali della nostra vecchia Europa come il giorno dell’inaugurazione del primo museo dell’Antropocene.

Alle sette in punto di sera, infatti, in una diretta streaming worldwide, a metà tra una conferenza stampa e uno spettacolo di lussureggiante coreografia tecnologica, affidata al noto presentatore della ZDF Mitri Sirin in completo sartoriale verde scuro, è stato aperto ufficialmente lo Humboldt Forum di Berlino.

Il primo museo di questo tipo in Europa (Ambientalista, Etnologico, Ecologico, Storico), che, per quanto abbiamo visto mercoledì, sarà un esperimento aperto, e imprevedibile, su cosa è una collezione heritage oggi e su come costruire un linguaggio totalmente avventuroso sulla civiltà umana, geniale distruttrice del Pianeta Terra. 

Lo Humboldt sarà infatti luogo di commemorazione di delitti coloniali, un tribunale di denuncia dello schema di estinzione delle forme viventi animali e vegetali inscritto nella cavalcata trionfale della Modernità, una collezione dei simboli cangianti del genio umano chiamati arte.

Nessuna mostra qui dentro sarà solo una mostra a tema, anzi, ogni mostra sarà un connettore, un medium, per la comprensione e la contemplazione della totalità dell’esperienza dei Sapiens nelle geografie del Pianeta. 

Personalmente, la prima impressione è che lo Humboldt sia un punto di sutura, e di crisi, che proprio nelle sue molteplici e insanabili contraddizioni riesce ad esprimere senza riserve la complessità del nostro secolo e la sua pericolosità forse fatale.

Una pericolosità che sta anche nella bellezza mozzafiato di un edificio i cui soffitti sono alti 40 metri, ridotto in polvere o poco più dalle bombe alleate del 1943-45, raso al suolo il 7 settembre del 1950 da Walter Ulbricht, Staatchef della DDR, in quanto “simbolo dell’assolutismo prussiano” e rinato sotto mentite spoglie nel 1976 come “palazzo della Repubblica Comunista”. 

Qui una galleria fotografica splendida dello Schloss dal 1900 al cantiere del 2012. 

Ora il palazzo del Kaiser, in tutto il suo splendore barocco, è tornato. In nome di una non temuta e non taciuta aspirazione alla supremazia in Europa, che Berlino, nel tono compiaciuto e sicuro della conduzione della serata, sbatte in faccia al resto del mondo proponendo, qui, una riconciliazione epocale sotto il segno di una potenza economica meritata e riconquistata. 

Un “cosmografo”, e cioè una installazione a moduli geometrici alta fino al soffitto, si è illuminata dei volti di tutte le persone collegate dal loro pc in diretta e poi, nel corso della serata, delle componenti iconografiche del museo.

Le statue ottocentesche, ancora nere delle bombe, recuperate e restaurate; i reperti medievali dell’antico monastero che sta nelle fondamenta dello Schloss, i capolavori dell’arte asiatica già disposti al primo piano.

Un sorta di passage alla Walter Benjamin, in cui diverse epoche sfumano in un tempo sospeso, il nostro, un tempo di transizione e di rischio, che ha sbriciolato la nostra idea di futuro. 

Le statue originali, annerite dalle bombe della Seconda Guerra Mondiale, sul cosmografo multimediale

Un posto “di cui c’è urgente bisogno, che interroga direttamente le nostre società”, ha detto Hartmut Dorgerloh, il Sovrintendente Generale e Presidente del Consiglio Direttivo della Stiftung Humboldt Forum im Berliner Schloss, che è anche uno storico dell’arte e dal 2004 professore onorario alla Humboldt-Universität zu Berlin.

Sulla stessa linea Monica Gruetters, il Ministero tedesco della Cultura, che ha insistito sul fatto che lo Humboldt “è un patrimonio per il mondo, una cultura per l’umanità intera” proprio perché dimostra che noi Europei “non siamo al centro del mondo”, ma siamo in un mondo.

Le discussioni, anche incattivite, attorno ad una operazione di questo tipo valorizzano, secondo la Gruetters, la vocazione primaria dello Humboldt, che non è un punto di arrivo, ma un punto di partenza della riflessione dell’Europa su stessa.

Nessuno vuole negare infatti che la polemica sulla restituzione delle opere africane non si è mai placata. l’Archeologo George Okello Abungu, accademico di Cambridge e direttore generale dei musei del Kenya, ha detto in diretta che “se anche la questione della storia è molto difficile in questo luogo e su questi temi, be’, non c’è posto migliore per affrontare questa complessità”. 

Lo spostamento delle collezioni etnologiche comincerà l’anno prossimo: entro la tarda estate e poi sul finire del 2021 la prima parte dei reperti ed all’inizio del 2022 la seconda parte.

Il foyer dello Schloss durante la show di inaugurazione

È stato ricordato in diretta che “la natura sta collassando davanti ai nostri occhi” e che lo Humboldt è il museo in cui prenderne coscienza.

Senza una prospettiva temporale, infatti, è impossibile capire che cosa ci sta accadendo. I volti delle statue annerite degli dei antichi Mercurio, Armonia e Meleagro che un secolo fa decoravano la facciata dell’edificio spuntano sul cosmografo come volti conosciuti, familiari, congeniti al nostro spirito stanco e assopito.

Non sono i volti di civiltà finite o di epoche consunte, sono i nostri stessi volti. È nella continuità, che annichilisce e decompone l’organico, preservando l’idea, che noi Sapiens troviamo le basi della nostra etica.

Ricostruire è dunque pensare. Vale nella scienza, e vale nella antropologia estetica di questo XXI secolo, in cui vediamo con lo stesso sguardo, cogliendone le somiglianze, i volti scolpiti nella pietra, nel legno, nel marmo, nell’avorio e nel bronzo, o dipinti ad olio su tela, le stesse forme genetiche di un animale maestoso che si muove in una terra selvaggia, lontana, eppure così vicina.

La fusione totale tra wilderness e arte, ecco di che cosa parlerà lo Humboldt negli anni a venire. 

Mentre quindi si fa cenno alle condizioni eccezionali di questa inaugurazione a causa della epidemia, spunta fuori il riferimento alla “grande moria – The Great Dying” del secolo XVI, quando le malattie esantematiche europee sterminarono i nativi americani contribuendo ad un cambiamento climatico oggi individuato nei carotaggi artici.

Di nuovo, attraverso il SarsCov2, scopriamo qualcosa che sta nei libri di storia. Il caos e la morte di massa non sono eventi eccezionali, ma strumenti di espansione e di costruzione di nicchia. E segnano battute di arresto dopo le quali nulla è più come prima. 

(Bassorilievo Cambogiano)

Questa è l’epoca in cui abbiamo scoperto che il nostro Illuminismo ereditato (progresso, tecnologia, materialismo e positivismo tecnologico, l’Illuminismo dei fratelli von Humbolt) non sono sufficienti per tenere il naso sopra la linea di galleggiamento.

O, per come la mette Amitav Gosh, collocando l’esplosione economica asiatica degli anni Novanta nella giusta prospettiva: “l’Asia ha interpretato un altro ruolo fondamentale nel dispiegarsi della Grande Cecità (l’indifferenza e l’inazione nei confronti del cambiamento climatico, NDR), ovvero quello del sempliciotto che, attraversando goffamente il palcoscenico, si imbatte senza rendersene conto nel segreto che è la chiave di tutta la storia (…)”

“Ciò che abbiamo appreso da questo esperimento è che gli stili di vita nati dalla modernità sono praticabili solo per una piccola minoranza delle popolazione mondiale (…) è stata dunque l’Asia a strappare la maschera al fantasma che l’aveva attirata sul palcoscenico della Grande Cecità, ma solo per ritrarsi inorridita da quel che aveva fatto; lo shock è stato tale che ora non osa neppure nominare ciò che ha visto – perché, essendo salita su quel palcoscenico, ora è in trappola come tutti gli altri. L’unica cosa che può dire al coro che aspetta di accoglierla nei suoi ranghi è: Ma voi avevate promesso…e noi vi abbiamo creduto!”.

L’intera specie umana è entrata in un caleidoscopio ermeneutico. Questo è lo Humboldt Forum. Hartmut Dorgerloh ai microfoni della RBB – Rundkunft Berlin Branderburg: “questo sarò un luogo che porta l’Isola dei Musei nel 21 secolo, un luogo che è reattivo nei confronti della nostra epoca (auf unsere Zeit reagiert)” e cioè un luogo in cui “noi proviamo a capirci l’uno con l’altro su come il futuro che ci attende è una vita gli uni accanto agli altri e che abbiamo intenzione di vivere questa vita nella cooperazione reciproca”. 

Una-tantum
Mensile
Annuale

RIFLETTI PRIMA DI ANDAR VIA. Anche il lavoro intellettuale è lavoro. E deve essere retribuito – Antonio Gramsci.

Fai una donazione mensilmente

Fai una donazione annualmente

Dona oggi per sostenere Tracking Extinction

€5,00
€15,00
€100,00
€5,00
€15,00
€100,00
€5,00
€15,00
€100,00

Scegli tu la cifra che ritieni più opportuna


Grazie !

Apprezziamo il tuo contributo.

Apprezziamo il tuo contributo.

Fai una donazioneDona mensilmenteDona annualmente

Rispondi