Mese: dicembre 2020

Un anno insieme

(It’s a shame to quarrel on Christmas day, Minami Moroashi 2015 – Charles Dickens Museum London )

Cari lettori, care lettrici,

Da qualche anno un post-it giallo campeggia sullo stipite della porta all’ingresso della mia cucina: “Believing in evolution is just a description about you”, ossia “Credere nell’evoluzione delle specie ti descrive”. Ti qualifica, rende noto il tuo carattere, è un indizio della concezione che hai della vita. Avventurosa e aperta al caso, oppure chiusa in se stessa e ostile all’ignoto. Il motivo per cui questo motto sta dove sta in casa mia è che, da sempre, penso che la biologia evolutiva, e quindi i fondamenti della evoluzione delle specie, oggi arricchiti dalla genetica, sia il faro nella notte nella protezione delle biodiversità. Troppo spesso gli ecologisti confondono il sentimentalismo con la scienza. C’è però un secondo motivo per cui il riferimento all’evoluzione delle specie domina i miei pensieri e i miei programmi. 

Io credo nell’evoluzione, proprio come atteggiamento, indole, Weltanschauung. Questo per me non significa solo che il caso (la mutazione a random che viene poi passata al setaccio della selezione naturale e diventa ereditaria) è il grande scultore del mondo vivente, ma anche che la sperimentazione (il fatto che ad ogni generazione siano possibili cambiamenti capaci di imprimere una certa direzione alla specie) dovrebbe essere la nostra migliore strategia psicologica nei marosi dell’esistenza. Al di fuori e ben al di là di opportunismi, meschinità di facciata, adulazione, tutte caratteristiche scambiate, ahimè, per virtù. 

Saper osare qualcosa di originale, questa è la lezione che dovremmo imparare dall’evoluzione degli esseri viventi.

Ed è questo lo spirito, il progetto, la colonna vertebrale di Tracking Extinction. Non basta fare informazione sulla sesta estinzione di massa, bisogna anche fornire una interpretazione di quanto accade al fenomeno della vita biologica. Serve un pensiero ben documentato, ma che sia un pensiero sulla scomparsa delle specie animali e vegetali dal nostro sguardo, dal nostro animo e dal nostro futuro. Serve il giornalismo e serve anche il racconto scientifico. Per tutte queste ragioni Tracking Extinction si distingue da ciò che trovate sulle principali testate giornalistiche italiane. 

Voi la sapete bene. 

Lo scorso ottobre mi è stato proposto di scrivere per uno di questi giornali. La proposta era condizionata all’accettazione, oltre che di una retribuzione da fame, di un piano editoriale preciso: “dobbiamo dare un messaggio positivo”. Ho rifiutato, dicendo un NO clamoroso. Non credo che sia compito di un giornalista fornire un messaggio comodo, di circostanza e abbastanza morbido da soddisfare il bisogno di comfort dell’establishment. Penso, invece, che ormai è indispensabile dire la verità. Anche quando in ballo c’è la sesta estinzione di massa, con tutte le sue ambiguità culturali ed ecologiche. 

Potete immaginare, suppongo, che scegliere di percorrere una via indipendente, senza la protezione di un editore big player, è una decisione non comune. Dimostra una certa intraprendenza. È una decisione che vien fuori da quel tipo di fede nell’evoluzione di cui vi parlavo prima. Questo è un magazine che accetta la sfida ed entra in partita senza trucchi: non uso le Adds di Google e di Facebook per avere traffico. In compenso, sapete bene che cosa avete letto e ascoltato qui: 60 articoli nel solo 2020, ossia 5 articoli al mese; 33 puntate del podcast, per un totale di 660 minuti di audio.

Per questo vi chiedo di chiudere questo 2020 con una donazione a Tracking Extinction. Se si crede in qualcosa, si è disposti ad andare fino in fondo. Altrimenti, è stato tutto uno scherzo, un gioco, una bagatella, la solita, vecchia storia di cuori spenti e menti annoiate.

Sono certa che voi siate molto di più. Grazie !

Auguri e, statene certi, ci vediamo nel 2021 !

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Humboldt Forum, è Berlino la capitale europea del XXI secolo

Il 16 dicembre sarà ricordato negli annali della nostra vecchia Europa come il giorno dell’inaugurazione del primo museo dell’Antropocene. Alle sette in punto di sera, infatti, in una diretta streaming worldwide, a metà tra una conferenza stampa e uno spettacolo di lussureggiante coreografia tecnologica, affidata al noto presentatore della ZDF Mitri Sirin in completo sartoriale verde scuro, è stato aperto ufficialmente lo Humboldt Forum di Berlino. Il primo museo di questo tipo in Europa (Ambientalista, Etnologico, Ecologico, Storico), che, per quanto abbiamo visto mercoledì, sarà un esperimento aperto, e imprevedibile, su cosa è una collezione heritage oggi e su come costruire un linguaggio totalmente avventuroso sulla civiltà umana, geniale distruttrice del Pianeta Terra. 

Lo Humboldt sarà infatti luogo di commemorazione di delitti coloniali, un tribunale di denuncia dello schema di estinzione delle forme viventi animali e vegetali inscritto nella cavalcata trionfale della Modernità, una collezione dei simboli cangianti del genio umano chiamati arte. Nessuna mostra qui dentro sarà solo una mostra a tema, anzi, ogni mostra sarà un connettore, un medium, per la comprensione e la contemplazione della totalità dell’esperienza dei Sapiens nelle geografie del Pianeta. 

Personalmente, la prima impressione è che lo Humboldt sia un punto di sutura, e di crisi, che proprio nelle sue molteplici e insanabili contraddizioni riesce ad esprimere senza riserve la complessità del nostro secolo e la sua pericolosità forse fatale. Una pericolosità che sta anche nella bellezza mozzafiato di un edificio i cui soffitti sono alti 40 metri, ridotto in polvere o poco più dalle bombe alleate del 1943-45, raso al suolo il 7 settembre del 1950 da Walter Ulbricht, Staatchef della DDR, in quanto “simbolo dell’assolutismo prussiano” e rinato sotto mentite spoglie nel 1976 come “palazzo della Repubblica Comunista”. 

Qui una galleria fotografica splendida dello Schloss dal 1900 al cantiere del 2012. 

Ora il palazzo del Kaiser, in tutto il suo splendore barocco, è tornato. In nome di una non temuta e non taciuta aspirazione alla supremazia in Europa, che Berlino, nel tono compiaciuto e sicuro della conduzione della serata, sbatte in faccia al resto del mondo proponendo, qui, una riconciliazione epocale sotto il segno di una potenza economica meritata e riconquistata. 

Un “cosmografo”, e cioè una installazione a moduli geometrici alta fino al soffitto, si è illuminata dei volti di tutte le persone collegate dal loro pc in diretta e poi, nel corso della serata, delle componenti iconografiche del museo: le statue ottocentesche, ancora nere delle bombe, recuperate e restaurate; i reperti medievali dell’anticipo monastero che sta nelle fondamenta dello Schloss, i capolavori dell’arte asiatica già disposti al primo piano. Un sorta di passage alla Walter Benjamin, in cui diverse epoche sfumano in un tempo sospeso, il nostro, un tempo di transizione e di rischio, che ha sbriciolato la nostra idea di futuro. 

Le statue originali, annerite dalle bombe della Seconda Guerra Mondiale, sul cosmografo multimediale

Un posto “di cui c’è urgente bisogno, che interroga direttamente le nostre società”, ha detto Hartmut Dorgerloh, il Sovrintendente Generale e Presidente del Consiglio Direttivo della Stiftung Humboldt Forum im Berliner Schloss, che è anche uno storico dell’arte e dal 2004 professore onorario alla Humboldt-Universität zu Berlin. Sulla stessa linea Monica Gruetters, il Ministero tedesco della Cultura, che ha insistito sul fatto che lo Humboldt “è un patrimonio per il mondo, una cultura per l’umanità intera” proprio perché dimostra che noi Europei “non siamo al centro del mondo”, ma siamo in un mondo. Le discussioni, anche incattivite, attorno ad una operazione di questo tipo valorizzano, secondo la Gruetters, la vocazione primaria dello Humboldt, che non è un punto di arrivo, ma un punto di partenza della riflessione dell’Europa su stessa. Nessuno vuole negare infatti che la polemica sulla restituzione delle opere africane non si è mai placata. l’Archeologo George Okello Abungu, accademico di Cambridge e direttore generale dei musei del Kenya, ha detto in diretta che “se anche la questione della storia è molto difficile in questo luogo e su questi temi, be’, non c’è posto migliore per affrontare questa complessità”. 

Lo spostamento delle collezioni etnologiche comincerà l’anno prossimo: entro la tarda estate e poi sul finire del 2021 la prima parte dei reperti ed all’inizio del 2022 la seconda parte.

Il foyer dello Schloss durante la show di inaugurazione

È stato ricordato in diretta che “la natura sta collassando davanti ai nostri occhi” e che lo Humboldt è il museo in cui prenderne coscienza.

Senza una prospettiva temporale, infatti, è impossibile capire che cosa ci sta accadendo. I volti delle statue annerite degli dei antichi Mercurio, Armonia e Meleagro che un secolo fa decoravano la facciata dell’edificio spuntano sul cosmografo come volti conosciuti, familiari, congeniti al nostro spirito stanco e assopito. Non sono i volti di civiltà finite o di epoche consunte, sono i nostri stessi volti. È nella continuità, che annichilisce e decompone l’organico, preservando l’idea, che noi Sapiens troviamo le basi della nostra etica.

Ricostruire è dunque pensare. Vale nella scienza, e vale nella antropologia estetica di questo XXI secolo, in cui vediamo con lo stesso sguardo, cogliendone le somiglianze, i volti scolpiti nella pietra, nel legno, nel marmo, nell’avorio e nel bronzo, o dipinti ad olio su tela, le stesse forme genetiche di un animale maestoso che si muove in una terra selvaggia, lontana, eppure così vicina. La fusione totale tra wilderness e arte, ecco di che cosa parlerà lo Humboldt negli anni a venire. 

Mentre quindi si fa cenno alle condizioni eccezionali di questa inaugurazione a causa della epidemia, spunta fuori il riferimento alla “grande moria – The Great Dying” del secolo XVI, quando le malattie esantematiche europee sterminarono i nativi americani contribuendo ad un cambiamento climatico oggi individuato nei carotaggi artici.

Di nuovo, attraverso il SarsCov2, scopriamo qualcosa che sta nei libri di storia. Il caos e la morte di massa non sono eventi eccezionali, ma strumenti di espansione e di costruzione di nicchia. E segnano battute di arresto dopo le quali nulla è più come prima. 

(Bassorilievo Cambogiano)

Questa è l’epoca in cui abbiamo scoperto che il nostro Illuminismo ereditato (progresso, tecnologia, materialismo e positivismo tecnologico, l’Illuminismo dei fratelli von Humbolt) non sono sufficienti per tenere il naso sopra la linea di galleggiamento. O, per come la mette Amitav Gosh, collocando l’esplosione economica asiatica degli anni Novanta nella giusta prospettiva: “l’Asia ha interpretato un altro ruolo fondamentale nel dispiegarsi della Grande Cecità (l’indifferenza e l’inazione nei confronti del cambiamento climatico, NDR), ovvero quello del sempliciotto che, attraversando goffamente il palcoscenico, si imbatte senza rendersene conto nel segreto che è la chiave di tutta la storia (…) Ciò che abbiamo appreso da questo esperimento è che gli stili di vita nati dalla modernità sono praticabili solo per una piccola minoranza delle popolazione mondiale (…) è stata dunque l’Asia a strappare la maschera al fantasma che l’aveva attirata sul palcoscenico della Grande Cecità, ma solo per ritrarsi inorridita da quel che aveva fatto; lo shock è stato tale che ora non osa neppure nominare ciò che ha visto – perché, essendo salita su quel palcoscenico, ora è in trappola come tutti gli altri. L’unica cosa che può dire al coro che aspetta di accoglierla nei suoi ranghi è: Ma voi avevate promesso…e noi vi abbiamo creduto!”.

L’intera specie umana è entrata in un caleidoscopio ermeneutico. Questo è lo Humboldt Forum. Hartmut Dorgerloh ai microfoni della RBB – Rundkunft Berlin Branderburg: “questo sarò un luogo che porta l’Isola dei Musei nel 21 secolo, un luogo che è reattivo nei confronti della nostra epoca (auf unsere Zeit reagiert)” e cioè un luogo in cui “noi proviamo a capirci l’uno con l’altro su come il futuro che ci attende è una vita gli uni accanto agli altri e che abbiamo intenzione di vivere questa vita nella cooperazione reciproca”. 

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Tigre di Amur, indispensabile il vaccino contro il cimurro canino

(Photo Credit: Panthera on Twitter, 16 giugno 2020)

Il potenziale esplosivo di un virus non riguarda solo le comunità umane. Ma anche i grandi carnivori, che sopravvivono in popolazioni frammentate e poco numerose. La tigre di Amur (Panthera tigris altaica), comunemente nota come tigre siberiana, è in cima alla lista e il patogeno killer è il cimurro canino (Canine morbillivirus), un virus della famiglia dei morbillivirus. I risultati di uno studio appena pubblicato sulla PNAS e condotto nell’estremo nord est della Russia (regione del Primorskii e del Sikothe Alin), in Siberia, l’ultimo habitat della tigre di Amur, conferma questa preoccupazione: “il cimurro è stato identificato per la prima volta fra le tigri di Amur nel 2003 e alcuni casi sono stati confermati nel 2010. Gli anticorpi per questa malattia non c’erano nei campioni di 18 tigri esaminati prima del 2000 e sono invece stati trovati in 20 delle 54 tigri prese in considerazione da allora. Il 54%”. 

Stiamo parlando di una specie che ad oggi conta meno di 554 individui allo stato selvaggio, la condizione perfetta perché un solo patogeno particolarmente mortale abbia un effetto catastrofico, insistendo sulla bassa diversità genetica della specie. 

Ma anche questa è una storia che racconta della linea di faglia sempre più rischiosa e pericolosa di “human encroanchment” e cioè del continuo incrocio tra esseri umani e faune selvatiche, perché il cimurro canino è un virus che ha come ospite di elezione il cane domestico. Dove ci sono gli uomini, ci sono anche i cani, e dove ci sono tigri e cani a soccombere sono, ormai, le tigri. Ma c’è una altra questione che emerge qui: la sovrapposizione di fattori ecologici differenti, che, mixati insieme, rendono sempre più difficili gli sforzi di conservazione e protezione di una specie, quando più punti critici vengono superati simultaneamente. A quel punto, l’equazione diventa non lineare e la buona volontà, o i nobili ideali attorno ad uno degli animali più belli del Pianeta, franano su una realtà fragilissima. 

Gli autori forniscono esempi di eventi devastanti che hanno già coinvolto altri carnivori, e il minimo comune denominatore sono patogeni virali provenienti dai cani domestici: “le malattie infettive sono sempre più spesso ritenute una minaccia di estinzione per i carnivori già in pericolo, e i virus, specialmente quelli associati al cane domestico, sono stati la causa del declino massiccio di diverse popolazioni. Tra questi patogeni, il cimurro canino ha causato epidemie tra i leoni del Serengeti (Panthera leo), tra i lupi etiopi (Canis simensis) e tra le volpi della Channel Island, California (Urocyon littoralis)”. Il rischio di estinzione per la tigre di Amur potrebbe essere fatale entro i prossimi 50 anni, se non si trova il modo di arginare la diffusione del cimurro canino. Ma non sono soltanto i cani dei villaggi il vettore-ospite del cimurro, avverte questo studio a cui hanno collaborato alcuni tra i massimi esperti del grande gatto siberiano, come Dave Miquelle, della Wildlife Conservation Society, che ha trascorso ormai quasi 20 anni con le tigri. 

La Amur, infatti, caccia più mammiferi e vive in un habitat in cui ci sono 17 specie di carnivori, anch’essi potenzialmente ospiti del virus: “gli animali selvatici sono ospite-chiave per il cimurro canino e per la sua persistenza in tutto l’estremo oriente russo e sono una importante fonte di contagio per le tigri in questa regione. Ci sono diversi circuiti potenziali di trasmissione del virus dai carnivori selvatici alle tigri. La recente scoperta del virus del cimurro in un cane procione (Nyctereutes procyonoides) ucciso da una tigre nel Primorskii meridionale suggerisce che la predazione sia uno di questi circuiti di infezione. Specie suscettibili (che includono la donnola siberiana, Mustela sibirica, lo zibellino, Martes zibellina, e il cinghiale selvatico) sono stati osservati attorno ai siti di uccisione delle prede della tigre e per questo costruiscono una possibile opportunità di trasmissione indiretta”. 

Individuare tutti gli ospiti per delimitare una area di rischio per la Amur è sostanzialmente impossibile in una area estesa, con temperature polari in inverno e sostanzialmente tagliata fuori da linee di comunicazione facilmente percorribili. Dove domina la tigre la taiga a conifere è incontrastata. Anche per questi motivi, finora, l’attenzione di tutti è stata su campagne di vaccinazione circoscritte ai cani domestici. 

L’obiettivo di questo studio è stato quindi raccogliere e valutare dati epidemiologici che facessero chiarezza sulla importanza nella trasmissione del cimurro alle tigri dei cani, appartenenti a 37 villaggi, e di 8 specie di ospiti selvatici. I campioni sierologici delle tigri sono stati raccolti dal 2000 al 2014 nella Lazovskii Zapovednik e nella leggendaria Sikhote-Alin Biosphere Zapovednik. 

“I dati genetici (sui ceppi di virus, ndr) mostrano che virus strettamente imparenti stanno infettando un ampio gruppo di carnivori selvaggi che funzionano da ospite attraverso una estesa area geografica già da parecchio tempo, ma non ci sono prove di una correlazione con i virus che, invece, circolano tra i cani domestici in questa stessa regione (…) il punto centrale è che, anche senza una comprensione completa del cimurro nei cani, abbiamo ormai sufficienti evidenze per suggerire che interventi focalizzati esclusivamente sui cani domestici non sarebbero efficaci nel prevenire l’infezione delle tigri, proprio per il ruolo degli animali selvatici”. 

In uno studio del 2009 apparso sulla ANIMAL CONSERVATION della Zoological Society London (ZSL) questo contesto ecologico appariva già preoccupante: “molti patogeni, e in particolare i virus, hanno una propensione a cambiare ospiti ed anche ad infettare la stessa popolazione ospite con risultati anche molto differenti. Le co-infezioni, fattori ambientali e una miriade di fattori connessi al tipo di ospite possono interagire provocando una certa suscettibilità alla malattia. Ciò che è chiaro è che coloro che amministrano la fauna selvatica devono ormai essere preparati all’emergere di nuove malattie. Mentre il contatto tra animali domestici e specie selvatiche aumenta e le condizioni ambientali mutano, nuovi schemi di patologie a danno della wildlife, e quindi nuovi schemi di mortalità, verranno inevitabilmente a galla”. 

Gli autori suggeriscono che la vaccinazione delle ultime tigri siberiane sia l’unica via per arginare l’infezione e abbattere il rischio di estinzione, ma seguendo un “low-coverage vaccination approach” e cioè un programma di vaccinazione graduale. Questo team di ricercatori ha già testato una strategia del genere in una ridottissima popolazione di Amur in prossimità del Land of the Leopard National Park, con risultati incoraggianti. “La vaccinazione annuale di 2 tigri per anno ha  ridotto la probabilità di estinzione entro 50 anni dal 15.8% al 5.7%, con un costo annuo, per la campagna, di meno di 30mila dollari americani”. Questa sub-popolazione è “di grande valore per la conservazione della specie, come fonte per ri-colonizzare il nord est della Cina”. 

Tutto questo conferma che, per quanto fragili, gli sforzi di recupero numerico di una specie ridotta a poche centinaia di esemplari sono la strategia di lungo periodo più efficace contro l’intero comparto di fattori distruttivi che nei prossimi decenni andranno intensificandosi. Perché è la quantità di individui di una singola specie l’indice definitivo e inequivocabile del successo nella protezione di un habitat e di tutti i suoi attori, predatori di vertice compresi. 

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La grande illusione

Le analogie storiche sono una grande tentazione. Il loro scopo è portare conforto in un presente disordinato, e angosciato. Ma, anche quando una analogia funziona, non sempre il prisma delle somiglianze viene colto nella sua ampiezza. Da marzo circolano su YouTube alcune lezioni del professor Alessandro Barbero sulla “crisi del Trecento, il brusco cambio di passo nella cultura, e nell’economia, medievali che, nell’immaginario collettivo, è identificato con l’epidemia di peste del 1348, quella del Boccaccio e del Decameron fiorentino. 

A questo punto della nostra epidemia globale, non è però tanto l’analisi delle cause della frattura del Trecento discusse da Barbero che dovrebbe attirare la nostra ansiosa attenzione, quanto piuttosto la sua disamina dell’atteggiamento psicologico che dominava l’Europa in un momento in cui, a partire dal 1315, con il primo fallimento nei raccolti a causa di una stagione insolitamente piovosa e fredda, cominciò a prendere corpo la consapevolezza che il mondo era diverso da come era stato descritto e percepito per secoli. 

L’Europa, argomenta Barbero, usciva da un lunghissimo periodo di crescita economica e il Medioevo stesso, fino ad allora, si configurava come un arco di tempo di enorme durata. È questa coscienza inconscia di una continuità ormai solida, consolidata, che rende lo shock del 1315  (e poi dei successivi raccolti di grano finiti marciti, nel 1316 e nel 1317) così sorprendente, devastante e cupo. “Da secoli gli uomini in Europa sentono di vivere in un mondo razionale, che funziona, un mondo dove un uomo può vivere bene usando la sua intelligenza. L’Europa era ottimista – spiega Alessandro Barbero – ed abituata a crescere, ma questa crescita, ad un certo punto, si inceppa”. 

Quando una civiltà si sente sicura delle proprie premesse, quando avverte nella propria struttura economica e produttiva una conferma delle sue convinzioni culturali e religiose, nutre e sostiene una società che pensa se stessa come definitiva e forte. Per quanto la tradizione possa dunque fornire esempi di brusche interruzioni, una civiltà capace di una notevole solidità interna non è più abituata ad ipotizzare una catastrofe collettiva. La percezione di avere alle spalle un tempo lunghissimo in cui “è sempre andata così” diventa quindi un fattore di coesione sociale robustissimo, che però disarma le intelligenze dinanzi alla imprevedibilità dell’accadere storico, e delle faccende naturali. Questa è una prima, impressionante somiglianza tra il nostro 2020 e la frattura del Trecento.

Anche noi, come gli uomini e le donne del Trecento, siamo infatti avvezzi a pensare alla civiltà contemporanea come ad un blocco di convenzioni, idee, modi di produzione sbozzato e levigato una volta per tutte. Non solo il migliore mai progettato da mente umana, ma soprattutto l’apogeo di un processo di conquista di diritti fondamentali (divorzio, aborto, riscaldamento domestico, frutta esotica in inverno, aria condizionata, carne in tavola tre volte la settimana, voli aerei intercontinentali). Che tutto questo possa franare perché si regge su premesse ecologiche e biologiche altamente misconosciute o sottostimate, è considerato un pensiero disfattista, sciocco e insensato. Della vita moderna la gente comune non coglie più le fondamenta, ma soltanto il comfort e la bellezza. 

E infatti, ciò che risalta con maggiore e negletta evidenza in questo ultimo mese del 2020 è il silenzio sulle cause ecologiche, e quindi il valore ecologico, della pandemia. Stregati e ammaliati da un velo di Maja ricamato ad arte, sembriamo parlare di tutto fuorché di ciò che realmente è accaduto e sta accadendo. Lasciamo che i fatti stessi (una aberrante intrusione nella vita animale non addomesticata) sfumino, lasciando spazio ad una suggestione politica e sanitaria. 

Ci salverà un vaccino, e poi torneremo alla vita di prima. Nessuno, o poco più, nemmeno negli ambienti dove si discute di un reset verde degli assist economici europei, pare accorgersi della enormità e della scala del sintomo globale che il SarsCov2 ha potentemente sbattuto in faccia a quasi 8 miliardi di esseri umani. 

Secondo Barbero, il cambiamento climatico del XIV secolo (che ora i climatologi definiscono “Piccola Età Glaciale” e che era destinato a durare per 5 secoli, fino alle soglie della Rivoluzione Industriale) e una generale condizione di sovrappopolazione furono tra le cause del disastro continentale. In un primo tempo, dinanzi alla penuria alimentare si pensò “se dobbiamo produrre di più, metteremo a coltura più terra”, ma “anche se semini cereali a 1000 metri di altezza, come la segala, queste terre renderanno pochissimo e presto il suolo si esaurirà”. Al volgere della metà del secolo è chiaro quindi l’impensabile: “non ci si può più allargare: è stato raggiunto un limite”.

La grande illusione del volgere del 2020 è la rimozione di una consapevolezza analoga. Che cioè noi si sia giunti ad una frattura epocale, oltre la quale non c’è più il bengodi di un benessere sognato e politicizzato sino all’esasperazione, ma una fatica di vivere di nuovo stampo, esausta: l’effetto rebound di una interpretazione scorretta e fuorviante di noi stessi che va avanti, questa sì, da alcuni secoli ormai. 

In altre parole, ciò che nei prossimi anni a noi vicini diverrà sempre più manifesto è che la modernità stessa è entrata in crisi, per il semplice fatto che non è più in grado di reggersi da sola senza riforlumarsi al cento per cento. È questa riformulazione il senso ultimo della retorica della sostenibilità economica, che tuttavia, come si vede, si spinge ben oltre, per l’ampiezza dei valori culturali e sociali in gioco, un impianto solare o qualche pala eolica.

Per superare la pandemia, bisogna cominciare a pensare sui tempi lunghi. Come i climatologi, i fisici, gli archeologi e i paleontologi.

Ma il sentimento, perché di una affezione emotiva si tratta, di appartenere ad una civiltà definitiva e ormai solida è radicato in un paradosso. Max Weber lo chiamava disincantamento del mondo. Ossia l’affermazione del pensiero razionale con metodo scientifico, che, facendo forza sulla leva di Archimede del calcolo matematico, è capace di spiegare le forze naturali, di usarle a suo vantaggio e di progettare tecnologicamente.

Il disincanto del mondo ci ha regalato, secondo Weber, un formidabile ottimismo e una inusitata fiducia nella infinita ricchezza della vita. Come la scienza è eterna nel suo sorpassare con nuove scoperte quelle del passato, così la nostra esistenza è aperta, nella solidità fornita dal pensiero intellettualistico, ad una sperimentazione infinita: “la vita individuale dell’uomo civilizzato, inserita nel ‘progresso’, nell’infinito, non potrebbe avere, per il suo senso immanente, alcun termine. Infatti c’è sempre ancora un processo ulteriore da compiere dinanzi a chi c’è dentro; nessuno, morendo, è arrivato al culmine, che è posto all’infinito. Abramo o un qualsiasi contadino dei tempi antichi moriva ‘vecchio e sazio della vita’ poiché si trovava nel ciclo organico della vita, poiché la sua vita, anche per quanto riguarda il suo senso, gli aveva portata alla sera del suo giorno ciò che poteva offrirgli, poiché per lui non rimanevano enigmi che desiderasse rivolvere ed egli poteva perciò ‘averne abbastanza’. Ma un uomo civilizzato, il quale è inserito nel processo di progressivo arricchimento della civiltà in fatto di idee, di sapere, di problemi, può diventare sì ‘stanco della vita’, ma non sazio della vita. 

Di ciò che la vita dello spirito continuamente produce egli coglie soltanto la minima parte, e sempre soltanto qualcosa di provvisorio, mai di definitivo: perciò la morte è per lui un accadimento privo di senso. E poiché la morte è priva di senso, lo è anche la vita della cultura in quanto tale, che, proprio in virtù della sua ‘progressività’ priva di senso imprime alla morte un carattere di assurdità”. 

Non c’è dubbio che queste figure culturali ormai congenite nella nostra civiltà umana siano a fondamento di molti dei nostri atteggiamenti pubblici, sfruttati dalla pubblicità come amplificatori del senso della vita, ad esempio nella interpretazione della vecchiaia, della progettazione narcisistica di se stessi e, infine, nella rimozione della catastrofe ecologica dell’orizzonte del possibile.

Se siamo convinti, e lo siamo, che il senso della vita stia in un miglioramento progressivo dell’ordine materiale delle cose, allora per noi la constatazione della impossibilità di mantenere efficace e produttivo questo processo coincide con il crollo di certezze psicologiche profonde. Il lavoro di rafforzamento e di consolidamento della presa umana sul Pianeta e le sue risorse naturali ha richiesto una costanza e una dedizione inimmaginabili per noi, che veniamo alla fine di questo percorso storico. Ma questo lavoro non è avvenuto in sordina, ha invece continuamente emanato, come prodotto di scarto, una assuefazione sempre più insensibile ai suoi risultati e ai suoi successi.

L’assuefazione è un genere di illusione. Inganna, froda e manipola. E maschera la realtà di finzione, facendo invece di questa finzione una realtà alternativa. Questo è lo scenario comune di un 2020 che non si chiude “senza il Natale”, ma senza neppure l’ombra di un principio di realtà. 

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