I musei europei contro il riduzionismo green

Era ora. Esattamente come Melville, che immaginò nel Pequod guidato dal capitano Achab gli Stati Uniti stessi, in viaggio verso un ignoto megalomanico e autodistruttivo, oggi, i grandi musei europei stanno mostrando il loro vero volto. Una tempesta annerisce di nubi la linea dell’orizzonte, in pieno oceano. Ma è una tempesta che farà spazio al vento in poppa. La trasfigurazione dei musei da cattedrali indiscutibili di una supremazia millenaria a templi di un ripensamento complessivo dell’avventura dei Sapiens sul Pianeta prende corpo in un dibattito internazionale multiforme, ambientalista al cento per cento, purtroppo ancora lontano dalle pagine dei giornali italiani. Quel che fino a un paio di anni fa (prima di Greta Thunberg, prima di Black Lives Matters e prima del SarsCov2) sembrava solo un bisticcio per diplomatici e accademici, se pur di enorme valore morale, attorno alla questione della restituzione delle opere d’arte africane custodite al Tervuren, in Belgio, al Museé du Quai Branly, a Parigi, allo Humboldt Forum, a Berlino, e al British Museum, a Londra, è invece esploso adesso, a fine anno, come una implosione dell’identità classica di queste istituzioni, avviate a ripensare se stesse su una scala senza precedenti. Dirompente. 

Tra questa impostazione culturale e la pochezza dell’ambientalismo che pensa di risolvere la catastrofe ecologica con una sostituzione tecnologica c’è un abisso di esperienza. Esperienza di vita, e quindi di realtà reale. Storica, insomma. 

Qualunque museo è chiamato a prendere una posizione sulla catastrofe ecologica, e non per buone maniere, conformismo o moda, ma perché i musei sono protagonisti del paradigma di estinzione:  “mentre la scala e la urgenza del cambiamento climatico possono spesso sembrare travolgenti, i musei stanno soltanto ora cominciando a riconoscere di avere un ruolo cruciale da giocare nel dar forma alla risposta che la società saprà dare a questa crisi”, hanno scritto Rodney Harrison Harrison e Colin Sterlin su THE CONVERSATION, in un essay che rimarrà come pietra miliare della neonata liason tra ambientalismo maturo e politica culturale sui beni heritage della nostra Europa.  

Harrison ( che insegna alla UCL di Londra proprio Heritage Studies) e Sterlin (fellow della AHRC Research presso l’Istituto di Archeologia della UCL, dove si occupa di “heritage, museums, cultural memory and the Anthropocene”) propongono, di fatto, di passare da una lettura settoriale, superficiale e cementificata sul presente della crisi ecologica ad una comprensione tridimensionale.

“Come molti studiosi hanno mostrato, le nozioni gerarchiche di razza e cultura, che i musei hanno contribuito a sviluppare e perpetuare, sono state il presupposto di pratiche violente, ovunque nel mondo, e continuano ad esserlo anche oggi. Queste idee rafforzarono anche la visione dell’Europa come felice eccezionale, che aiutò a consolidare e giustificare una relazione nociva con il mondo naturale, incoraggiando a sua volta l’ideale del progresso  e la comprensione della natura esclusivamente come risorsa. Questo atteggiamento è stato ripetutamente messo in discussione come parte di una riforma di queste istituzioni che sia complessiva, antirazzista, anticoloniale e a favore dell’ambiente”. 

È privo di senso, dunque, insistere nel tenere separati, e rigorosamente indipendenti, il discorso sull’arte ereditata ( l’immenso patrimonio occidentale ed europeo in particolare) e lo studio scientifico delle collezioni naturali, che ha nella tassonomia e nella ricerca genetico-molecolare i suoi capisaldi. Tutto ciò che noi Sapiens sappiamo sul mondo si sovrappone a tutto ciò che abbiamo fatto nel mondo.

Continuano Harrison e Sterlin: “ora, sulla lunga scia dell’emergenza climatica ed ecologica, questo dibattito ha un impatto diretto sulla vita sociale, politica ed economica, e quindi lo scopo fondamentale dei musei è chiamato fin dentro la questione (…) Certo non tutti i musei portano il peso delle radici coloniali che permeano il British Museum, eppure la premessa centrale della raccolta di oggetti provenienti dalla natura e di oggetti di origine culturale allo scopo di raccontare un certo tipo di storia ha forgiato il modo in cui la società globale intende oggi la sua posizione nel mondo. (…) L’idea che gli esseri umani esercito ogni sorta di supremazia sulla natura è sempre stata il prodotto di una illusione. I musei – ‘ questi simboli di etilismo e di sobrio immobilismo’, come li definì una volta l’antropologo James Clifford – hanno contribuito a rafforzare questa visione del mondo per troppo tempo. Re-immaginare i musei come pilastri della battaglia contro il cambiamento climatico significa qualcosa di più che pagare il ticket della sostenibilità, riciclando e riducendo le emissioni, per quanto anche queste decisioni siano importanti. Ma questa virata significa soprattutto fare i conti, storicamente, con il ruolo che i musei hanno giocato nel dare sostengo alle principali cause del cambiamento climatico, non meno del colonialismo e del capitalismo (almeno per come lo conosciamo ora) e della modernità industriale”. 

Un esempio di questo nuovo approccio è lo stesso museo di Tervuren – Royal Museum for Central Africa, in Belgio, la raccolta di di arte africana del bacino del Congo più importante del mondo. In questo museo la ricerca in campo biologico è affiancata alla divulgazione e alla conservazione dei manufatti artistici e di valore etnografico (120 mila pezzi), anche grazie alla enorme mole di reperti custoditi: qualcosa come 10 milioni di reperti zoologici (alcuni antichi di secoli e dunque appartenenti, verosimilmente, anche a popolazioni animali oggi estinte) e 80.000 campioni di legno da specie arboree della foresta tropicale del Congo. Lo scorso 5 marzo è uscito su NATURE (in prima pagina) uno studio sulla capacità delle ultime, grandi foreste tropicali umide del mondo di assorbire anidride carbonica e quindi di mitigare l’effetto del riscaldamento dell’atmosfera terrestre. Wannes Hubau, uno dei ricercatori coinvolti, fa ricerca al Tervuren nel campo della “wood biology”, con incursioni nella “storia della vegetazione africana” e nella archeo-botanica. Anche il Tervuren seguì l’esempio del numero di marzo di NATURE, pubblicando nella home page del museo la foto della cover della rivista. Lo studio tracciava un impressionante ponte cronologico nella comprensione della fisiologia delle foreste tropicali umide: “abbiamo raccolto, compilato e analizzato dati da foreste strutturalmente intatte e di antica crescita selezionate dallo African Tropical Rainforest Observation Network27 (217 siti) e da altre fonti (27 siti), in un periodo che va dal 1 gennaio 1968 al 31 dicembre 2014”. I risultati sono più che inquietanti: “prevediamo che, entro il 2030, la ‘carbon sink’ (lo stoccaggio di anidride carbonica) nella biomassa vegetale viva sopra il suolo delle foreste tropicali intatte dell’Africa declinerà del 14% rispetto al periodo 2010-15 (…) la carbon sink amazzonica continua invece il suo rapido declino, che raggiungerà lo zero di assorbimento di CO2 nel 2035”. Poiché le foreste tropicali svolgono un ruolo determinante nello stabilizzare il clima terrestre, il fatto che assorbano meno anidride carbonica perché la loro struttura si sta modificando proprio a causa dei cambiamenti climatici, avrà delle conseguenze precise.

Il “museo Antropocene” è per forza di realtà ispirato e condizionato da un rinnovato storicismo. Se aveva ragione il Dilthey, affermando che “il senso e il significato sorgono solo nell’uomo e nella sua storia”, attraverso la instancabile fluidificazione delle forme, delle interpretazioni e delle esperienze storiche, allora è verosimile che la presa di posizione dei Musei europei a favore di una discussione pubblica sul significato delle collezioni sia una svolta poderosa e viva nella direzione di una coscienza ecologica pervasiva e diffusa. 

“Penso che ogni collezione d’arte racconti, da un punto di vista unico, la storia dell’umano. Con tutte le sue conquiste, con tutte le sue sconfitte”, ha detto Tomaso Montanari, raggiunto via email su questo argomento. “Non solo delle imprese esterne, ma anche di quelle interne, dello spirito. Della lotta con i nostri demoni interni. È un percorso di liberazione”. E ogni riconoscimento è una forma di liberazione: “esattamente un anno fa, l’11 novembre 2019 la National Gallery of Scotland rilasciò un comunicato in cui diceva: ‘riconosciamo che abbiamo la responsabilità di fare tutto quello che possiamo per uscire dall’emergenza climatica. Da molte persone, l’associazione di questo premio con BP (British Petroleum) è considerata in contrasto con quell’obiettivo. E dunque, dopo attenta considerazione, i Trustees delle National Galleries of Scotland hanno deciso che questa sarà l’ultima volta che ospiteranno questa mostra nella forma attuale’. Parole sobrie e misurate: ma così clamorose da far subito il giro del mondo”, aggiunge Montanari. “Pochi mesi prima, 78 protagonisti del mondo dell’arte inglese (tra cui Anish Kapoor e Gary Hume),avevano chiesto alla National Portrait Gallery di Londra di troncare i rapporti con BP, accusata di ‘investire il 97 % del suo capitale disponibile nello sfruttamento di combustibili fossili e il 3 % in energie rinnovabili’. L’evento scozzese era organizzato in partnership proprio col museo londinese, che ora si trova più solo nella difesa della sponsorizzazione petrolifera. In ottobre i soldi BP erano stati già abbandonati dalla Royal Shakespeare Company, e gli attuali destinatari delle campagne anti-fossili sono nientemeno che il British Museum e la Royal Opera House”. 

Una eco di questo sisma europeo s’è avvertito anche in Italia: “i riflessi italiani della coraggiosa scelta del museo scozzese possono essere su un duplice livello. Da una parte è sperabile che essa agisca in senso letterale: e cioè che ai colossi petroliferi (a partire dalla nostra Eni) sia interdetta la possibilità del greenwashing (cioè della ‘ripulitura ambientalista’) attraverso la sponsorizzazione di musei, mostre e restauri. Si può rammentare, per esempio, il restauro della Basilica di Collemaggio all’Aquila, finanziato dall’Eni, che comportò l’intitolazione a Enrico Mattei del parco antistante”.

“Ma c’è anche una chiave di lettura più larga: e insieme più problematica e ancora più promettente. E questa chiave riguarda il rapporto tra i musei e il mercato: che negli ultimi anni in Italia si è così cementato da fare proprio del petrolio la chiave della più abusata metafora pronunciata da ministri e assessori ai Beni culturali. Il patrimonio culturale come ‘petrolio d’Italia’. Se i musei e i curatori di mostre iniziassero a prendere le distanze dall’industria e dalla retorica del lusso, dai marchi di moda, e da tutti gli interessi che usano l’arte per alimentare i bisogni indotti e la suicida crescita infinita, forse sarebbe più semplice far passare l’idea che l’unico sviluppo a cui serve la cultura è il «pieno sviluppo della persona umana».

Comprendere se stessi significa capirsi all’interno della propria epoca e in questo sforzo, titanico, perché dura una intera vita, le collezioni artistiche sono imprescindibili. Non saremmo umani se non sentiamo il bisogno di inventare l’evento artistico. E nei secoli ormai trascorsi, che hanno posto le fondamenta dell’Antropocene, è capitato che la pittura riassumesse le forze consce e inconsce della spinta di espansione della civiltà occidentale, dentro i corpi di animali e  popoli destinati allo sterminio.

L’ha mostrato, con una impaginazione spettacolare ed accattivante anche per il più profano dei curiosi, The New York Times, proponendo una lettura interattiva di “The Death of General Wolfe”, il capolavoro di Benjamin West, dipinto nel 1770. Il quadro ritrae la morte del generale inglese Wolfe sul campo di battaglia il 13 settembre 1759, in quella che passò alla storia come “battaglia delle pianure”, lo scontro che decise, fuori di Quebec City, la vittoria delle aspirazioni coloniali inglesi sugli analoghi progetti francesi nel contesto della Guerra dei Sette Anni, che Churchill definì la prima guerra davvero mondiale della storia. 

Il quadro divenne uno strumento di propaganda fenomenale per l’idea della supremazia inglese, della superiorità bianca ed europea e delle ragioni quasi mitologiche che sostenevano la colonizzazione del Nuovo Mondo: “uno pseudo-reportage in una grande architettura pittorica”. 

La morte di Wolfe è rappresentata come “una visione compressa di eroismo nazionale e di martirio individuale. Wolfe è il santo di un impero, che muore perché la Gran Bretagna possa governare il mondo”. Wolfe è accasciato in una posa che ricorda la Lamentazione di Cristo del Botticelli, ma che risuona anche della suggestione della iconografica dell’antica Roma: “West incanalò questa iconografia cristiana in un apoteosi imperiale (…) la fiction del Nuovo Mondo”. Ed è così che il Nativo, un Moicano, inginocchiato ai suoi piedi, adornato di oggetti che oggi sono al British Museum, figura soltanto come un guerriero senza nome: “una anteprima dell’intero assetto del colonialismo, sordido, indelebile ed irreversibile. Una sorta di peccato originale”. 

È questa irreversibilità che ci raccontano le collezioni heritage dei più importanti musei europei. Sulla impossibilità di tornare indietro affonda il suo mistero ogni forma di responsabilità personale e collettiva, che deve riparare il passato creando qualcosa di non ancora pensato. Max Weber diceva che “la patria non è il Paese dei padri, bensì il Paese dei figli”. Ed è per questo che potremmo azzardare un ragionamento paradossale anche sulla questione delle restituzione delle opere d’arte africane. L’insistenza nel non accettare la restituzione, che può essere intesa anche come una arroganza perpetua impermeabile a qualunque revisionismo, che può essere anche biasimata come un affronto, potrebbe invece aiutarci a comprendere l’entità dei crimini di cui stiamo parlando. I crimini di estinzione contro le faune di interi ecosistemi, l’alterazione degli equilibri ecologici di interi continenti, la sterminio e lo spostamento coatto di milioni di esseri umani non sono atti reversibili. Sono azioni umane, predeterminate, che hanno scolpito il mondo del XXI secolo in ogni sua molecola. 

Foto di apertura: Figura umana della tribù Lang-Ntumu o Ngumba, Cameroon – Berlino – Bode Museum; Ritratto di condottiero (1580) di France Pourbus il Vecchio, Parma – Galleria della Pilotta.

Una tantum
Mensile
Annuale

Donazione una tantum

Donazione mensile

Donazione annuale

Scegli un importo

€5,00
€15,00
€100,00
€5,00
€15,00
€100,00
€5,00
€15,00
€100,00

O inserisci un importo personalizzato


Apprezziamo il tuo contributo.

Apprezziamo il tuo contributo.

Apprezziamo il tuo contributo.

Fai una donazioneDona mensilmenteDona annualmente

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.