Mese: novembre 2020

I musei europei contro il riduzionismo green

Era ora. Esattamente come Melville, che immaginò nel Pequod guidato dal capitano Achab gli Stati Uniti stessi, in viaggio verso un ignoto megalomanico e autodistruttivo, oggi, i grandi musei europei stanno mostrando il loro vero volto. Una tempesta annerisce di nubi la linea dell’orizzonte, in pieno oceano. Ma è una tempesta che farà spazio al vento in poppa. La trasfigurazione dei musei da cattedrali indiscutibili di una supremazia millenaria a templi di un ripensamento complessivo dell’avventura dei Sapiens sul Pianeta prende corpo in un dibattito internazionale multiforme, ambientalista al cento per cento, purtroppo ancora lontano dalle pagine dei giornali italiani. Quel che fino a un paio di anni fa (prima di Greta Thunberg, prima di Black Lives Matters e prima del SarsCov2) sembrava solo un bisticcio per diplomatici e accademici, se pur di enorme valore morale, attorno alla questione della restituzione delle opere d’arte africane custodite al Tervuren, in Belgio, al Museé du Quai Branly, a Parigi, allo Humboldt Forum, a Berlino, e al British Museum, a Londra, è invece esploso adesso, a fine anno, come una implosione dell’identità classica di queste istituzioni, avviate a ripensare se stesse su una scala senza precedenti. Dirompente. 

Tra questa impostazione culturale e la pochezza dell’ambientalismo che pensa di risolvere la catastrofe ecologica con una sostituzione tecnologica c’è un abisso di esperienza. Esperienza di vita, e quindi di realtà reale. Storica, insomma. 

Qualunque museo è chiamato a prendere una posizione sulla catastrofe ecologica, e non per buone maniere, conformismo o moda, ma perché i musei sono protagonisti del paradigma di estinzione:  “mentre la scala e la urgenza del cambiamento climatico possono spesso sembrare travolgenti, i musei stanno soltanto ora cominciando a riconoscere di avere un ruolo cruciale da giocare nel dar forma alla risposta che la società saprà dare a questa crisi”, hanno scritto Rodney Harrison Harrison e Colin Sterlin su THE CONVERSATION, in un essay che rimarrà come pietra miliare della neonata liason tra ambientalismo maturo e politica culturale sui beni heritage della nostra Europa.  

Harrison ( che insegna alla UCL di Londra proprio Heritage Studies) e Sterlin (fellow della AHRC Research presso l’Istituto di Archeologia della UCL, dove si occupa di “heritage, museums, cultural memory and the Anthropocene”) propongono, di fatto, di passare da una lettura settoriale, superficiale e cementificata sul presente della crisi ecologica ad una comprensione tridimensionale.

“Come molti studiosi hanno mostrato, le nozioni gerarchiche di razza e cultura, che i musei hanno contribuito a sviluppare e perpetuare, sono state il presupposto di pratiche violente, ovunque nel mondo, e continuano ad esserlo anche oggi. Queste idee rafforzarono anche la visione dell’Europa come felice eccezionale, che aiutò a consolidare e giustificare una relazione nociva con il mondo naturale, incoraggiando a sua volta l’ideale del progresso  e la comprensione della natura esclusivamente come risorsa. Questo atteggiamento è stato ripetutamente messo in discussione come parte di una riforma di queste istituzioni che sia complessiva, antirazzista, anticoloniale e a favore dell’ambiente”. 

È privo di senso, dunque, insistere nel tenere separati, e rigorosamente indipendenti, il discorso sull’arte ereditata ( l’immenso patrimonio occidentale ed europeo in particolare) e lo studio scientifico delle collezioni naturali, che ha nella tassonomia e nella ricerca genetico-molecolare i suoi capisaldi. Tutto ciò che noi Sapiens sappiamo sul mondo si sovrappone a tutto ciò che abbiamo fatto nel mondo.

Continuano Harrison e Sterlin: “ora, sulla lunga scia dell’emergenza climatica ed ecologica, questo dibattito ha un impatto diretto sulla vita sociale, politica ed economica, e quindi lo scopo fondamentale dei musei è chiamato fin dentro la questione (…) Certo non tutti i musei portano il peso delle radici coloniali che permeano il British Museum, eppure la premessa centrale della raccolta di oggetti provenienti dalla natura e di oggetti di origine culturale allo scopo di raccontare un certo tipo di storia ha forgiato il modo in cui la società globale intende oggi la sua posizione nel mondo. (…) L’idea che gli esseri umani esercito ogni sorta di supremazia sulla natura è sempre stata il prodotto di una illusione. I musei – ‘ questi simboli di etilismo e di sobrio immobilismo’, come li definì una volta l’antropologo James Clifford – hanno contribuito a rafforzare questa visione del mondo per troppo tempo. Re-immaginare i musei come pilastri della battaglia contro il cambiamento climatico significa qualcosa di più che pagare il ticket della sostenibilità, riciclando e riducendo le emissioni, per quanto anche queste decisioni siano importanti. Ma questa virata significa soprattutto fare i conti, storicamente, con il ruolo che i musei hanno giocato nel dare sostengo alle principali cause del cambiamento climatico, non meno del colonialismo e del capitalismo (almeno per come lo conosciamo ora) e della modernità industriale”. 

Un esempio di questo nuovo approccio è lo stesso museo di Tervuren – Royal Museum for Central Africa, in Belgio, la raccolta di di arte africana del bacino del Congo più importante del mondo. In questo museo la ricerca in campo biologico è affiancata alla divulgazione e alla conservazione dei manufatti artistici e di valore etnografico (120 mila pezzi), anche grazie alla enorme mole di reperti custoditi: qualcosa come 10 milioni di reperti zoologici (alcuni antichi di secoli e dunque appartenenti, verosimilmente, anche a popolazioni animali oggi estinte) e 80.000 campioni di legno da specie arboree della foresta tropicale del Congo. Lo scorso 5 marzo è uscito su NATURE (in prima pagina) uno studio sulla capacità delle ultime, grandi foreste tropicali umide del mondo di assorbire anidride carbonica e quindi di mitigare l’effetto del riscaldamento dell’atmosfera terrestre. Wannes Hubau, uno dei ricercatori coinvolti, fa ricerca al Tervuren nel campo della “wood biology”, con incursioni nella “storia della vegetazione africana” e nella archeo-botanica. Anche il Tervuren seguì l’esempio del numero di marzo di NATURE, pubblicando nella home page del museo la foto della cover della rivista. Lo studio tracciava un impressionante ponte cronologico nella comprensione della fisiologia delle foreste tropicali umide: “abbiamo raccolto, compilato e analizzato dati da foreste strutturalmente intatte e di antica crescita selezionate dallo African Tropical Rainforest Observation Network27 (217 siti) e da altre fonti (27 siti), in un periodo che va dal 1 gennaio 1968 al 31 dicembre 2014”. I risultati sono più che inquietanti: “prevediamo che, entro il 2030, la ‘carbon sink’ (lo stoccaggio di anidride carbonica) nella biomassa vegetale viva sopra il suolo delle foreste tropicali intatte dell’Africa declinerà del 14% rispetto al periodo 2010-15 (…) la carbon sink amazzonica continua invece il suo rapido declino, che raggiungerà lo zero di assorbimento di CO2 nel 2035”. Poiché le foreste tropicali svolgono un ruolo determinante nello stabilizzare il clima terrestre, il fatto che assorbano meno anidride carbonica perché la loro struttura si sta modificando proprio a causa dei cambiamenti climatici, avrà delle conseguenze precise.

Il “museo Antropocene” è per forza di realtà ispirato e condizionato da un rinnovato storicismo. Se aveva ragione il Dilthey, affermando che “il senso e il significato sorgono solo nell’uomo e nella sua storia”, attraverso la instancabile fluidificazione delle forme, delle interpretazioni e delle esperienze storiche, allora è verosimile che la presa di posizione dei Musei europei a favore di una discussione pubblica sul significato delle collezioni sia una svolta poderosa e viva nella direzione di una coscienza ecologica pervasiva e diffusa. 

“Penso che ogni collezione d’arte racconti, da un punto di vista unico, la storia dell’umano. Con tutte le sue conquiste, con tutte le sue sconfitte”, ha detto Tomaso Montanari, raggiunto via email su questo argomento. “Non solo delle imprese esterne, ma anche di quelle interne, dello spirito. Della lotta con i nostri demoni interni. È un percorso di liberazione”. E ogni riconoscimento è una forma di liberazione: “esattamente un anno fa, l’11 novembre 2019 la National Gallery of Scotland rilasciò un comunicato in cui diceva: ‘riconosciamo che abbiamo la responsabilità di fare tutto quello che possiamo per uscire dall’emergenza climatica. Da molte persone, l’associazione di questo premio con BP (British Petroleum) è considerata in contrasto con quell’obiettivo. E dunque, dopo attenta considerazione, i Trustees delle National Galleries of Scotland hanno deciso che questa sarà l’ultima volta che ospiteranno questa mostra nella forma attuale’. Parole sobrie e misurate: ma così clamorose da far subito il giro del mondo”, aggiunge Montanari. “Pochi mesi prima, 78 protagonisti del mondo dell’arte inglese (tra cui Anish Kapoor e Gary Hume),avevano chiesto alla National Portrait Gallery di Londra di troncare i rapporti con BP, accusata di ‘investire il 97 % del suo capitale disponibile nello sfruttamento di combustibili fossili e il 3 % in energie rinnovabili’. L’evento scozzese era organizzato in partnership proprio col museo londinese, che ora si trova più solo nella difesa della sponsorizzazione petrolifera. In ottobre i soldi BP erano stati già abbandonati dalla Royal Shakespeare Company, e gli attuali destinatari delle campagne anti-fossili sono nientemeno che il British Museum e la Royal Opera House”. 

Una eco di questo sisma europeo s’è avvertito anche in Italia: “i riflessi italiani della coraggiosa scelta del museo scozzese possono essere su un duplice livello. Da una parte è sperabile che essa agisca in senso letterale: e cioè che ai colossi petroliferi (a partire dalla nostra Eni) sia interdetta la possibilità del greenwashing (cioè della ‘ripulitura ambientalista’) attraverso la sponsorizzazione di musei, mostre e restauri. Si può rammentare, per esempio, il restauro della Basilica di Collemaggio all’Aquila, finanziato dall’Eni, che comportò l’intitolazione a Enrico Mattei del parco antistante”.

“Ma c’è anche una chiave di lettura più larga: e insieme più problematica e ancora più promettente. E questa chiave riguarda il rapporto tra i musei e il mercato: che negli ultimi anni in Italia si è così cementato da fare proprio del petrolio la chiave della più abusata metafora pronunciata da ministri e assessori ai Beni culturali. Il patrimonio culturale come ‘petrolio d’Italia’. Se i musei e i curatori di mostre iniziassero a prendere le distanze dall’industria e dalla retorica del lusso, dai marchi di moda, e da tutti gli interessi che usano l’arte per alimentare i bisogni indotti e la suicida crescita infinita, forse sarebbe più semplice far passare l’idea che l’unico sviluppo a cui serve la cultura è il «pieno sviluppo della persona umana».

Comprendere se stessi significa capirsi all’interno della propria epoca e in questo sforzo, titanico, perché dura una intera vita, le collezioni artistiche sono imprescindibili. Non saremmo umani se non sentiamo il bisogno di inventare l’evento artistico. E nei secoli ormai trascorsi, che hanno posto le fondamenta dell’Antropocene, è capitato che la pittura riassumesse le forze consce e inconsce della spinta di espansione della civiltà occidentale, dentro i corpi di animali e  popoli destinati allo sterminio.

L’ha mostrato, con una impaginazione spettacolare ed accattivante anche per il più profano dei curiosi, The New York Times, proponendo una lettura interattiva di “The Death of General Wolfe”, il capolavoro di Benjamin West, dipinto nel 1770. Il quadro ritrae la morte del generale inglese Wolfe sul campo di battaglia il 13 settembre 1759, in quella che passò alla storia come “battaglia delle pianure”, lo scontro che decise, fuori di Quebec City, la vittoria delle aspirazioni coloniali inglesi sugli analoghi progetti francesi nel contesto della Guerra dei Sette Anni, che Churchill definì la prima guerra davvero mondiale della storia. 

Il quadro divenne uno strumento di propaganda fenomenale per l’idea della supremazia inglese, della superiorità bianca ed europea e delle ragioni quasi mitologiche che sostenevano la colonizzazione del Nuovo Mondo: “uno pseudo-reportage in una grande architettura pittorica”. 

La morte di Wolfe è rappresentata come “una visione compressa di eroismo nazionale e di martirio individuale. Wolfe è il santo di un impero, che muore perché la Gran Bretagna possa governare il mondo”. Wolfe è accasciato in una posa che ricorda la Lamentazione di Cristo del Botticelli, ma che risuona anche della suggestione della iconografica dell’antica Roma: “West incanalò questa iconografia cristiana in un apoteosi imperiale (…) la fiction del Nuovo Mondo”. Ed è così che il Nativo, un Moicano, inginocchiato ai suoi piedi, adornato di oggetti che oggi sono al British Museum, figura soltanto come un guerriero senza nome: “una anteprima dell’intero assetto del colonialismo, sordido, indelebile ed irreversibile. Una sorta di peccato originale”. 

È questa irreversibilità che ci raccontano le collezioni heritage dei più importanti musei europei. Sulla impossibilità di tornare indietro affonda il suo mistero ogni forma di responsabilità personale e collettiva, che deve riparare il passato creando qualcosa di non ancora pensato. Max Weber diceva che “la patria non è il Paese dei padri, bensì il Paese dei figli”. Ed è per questo che potremmo azzardare un ragionamento paradossale anche sulla questione delle restituzione delle opere d’arte africane. L’insistenza nel non accettare la restituzione, che può essere intesa anche come una arroganza perpetua impermeabile a qualunque revisionismo, che può essere anche biasimata come un affronto, potrebbe invece aiutarci a comprendere l’entità dei crimini di cui stiamo parlando. I crimini di estinzione contro le faune di interi ecosistemi, l’alterazione degli equilibri ecologici di interi continenti, la sterminio e lo spostamento coatto di milioni di esseri umani non sono atti reversibili. Sono azioni umane, predeterminate, che hanno scolpito il mondo del XXI secolo in ogni sua molecola. 

Foto di apertura: Figura umana della tribù Lang-Ntumu o Ngumba, Cameroon – Berlino – Bode Museum; Ritratto di condottiero (1580) di France Pourbus il Vecchio, Parma – Galleria della Pilotta.

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I mega-incendi stanno ridisegnando la biodiversità globale

(Photo Credit: Frank Cone)

I mega-incendi in California, Australia e Siberia non sono solo il sintomo del cambiamento irreversibile cui stanno andando incontro i pattern climatici del Pianeta. L’intero “regime degli incendi” su scala globale è mutato e il fuoco è una ulteriore minaccia di estinzione per le specie animali e vegetali, su quattro continenti. Si ritiene che nei prossimi decenni gli incendi saranno più numerosi non solo nelle foreste boreali del Canada e della Russia, ma anche nelle foreste miste e nella foreste a cespugli bassi dell’Australia, dell’Europa Meridionale (ad esempio in Sicilia) e negli Stati Uniti Occidentali. 

Così come per le “megadrought”, gli eventi di siccità estrema capaci di durare anni, anche i “megafire” sono ormai una realtà del XXI secolo, a causa del riscaldamento dell’atmosfera: “di fatto, proprio perché il cambiamento climatico ha spinto la porzione di oceano entro il circolo Polare Artico oltre il suo punto di non ritorno (tipping point), e ci aspettiamo quindi che l’Artico sia privo di ghiaccio in estate al crescere delle temperature globali, le siccità saranno peggiori e questo significa che il mondo è entrato nella era dei mega-incendi. Secondo gli scienziati che li studiano, gli incendi di enormi proporzioni si comportano in un modo mai visto e quindi i metodi tradizionalmente usati per combattere il fuoco non sono adeguati a questa nuova realtà”.

Ora un assessment molto esteso sul ruolo crescente degli incendi sugli ecosistemi del Pianeta in Antropocene apparso su SCIENCE ( “Fire and biodiversity in the Anthropocene”) fa il punto sull’impatto che il fuoco avrà sempre di più in futuro nel condizionare la sopravvivenza e la resilienza della biodiversità su 4 continenti: “la conservazione della diversità biologica della Terra sarà possibile solo riconoscendo il ruolo critico del fuoco nel plasmare gli ecosistemi, e nel fornire una risposta. I cambiamenti globali nel regime degli incendi continueranno ed amplificheranno le interazioni tra fattori antropogenici”. 

Non ci sarà quindi solo un Pianeta più caldo nei decenni a venire, ma anche una biosfera differente. Il fuoco è uno dei fattori che renderanno gli habitat e la composizione di specie animali e vegetali che li compongono diversi da quelli attuali. 

Due aspetti a questo proposito sono particolarmente importanti. 

Il primo di questi aspetti ecologici è il cosiddetto “biotic mix” e cioè il puzzle di specie imposto dalle attività umane in ecosistemi che si sono evoluti con una composizione di specie animali e vegetali ormai alterato: “gli esseri umani hanno redistribuito le specie sul Pianeta e facendolo hanno creato nuovi assemblage che modificano la disponibilità di materiale infiammabile, il comportamento del fuoco e anche le dinamiche successive ad un incendio. In molte parti del mondo, le piante invasive hanno aumentato l’infiammabilità degli ambienti e la frequenza del fuoco. Anche gli animali invasivi possono alterare il regime degli incendi, perché condizionano la disponibilità del materiale organico che prende fuoco. La distribuzione delle interazioni biotiche e la rimozione delle specie può influenzare il fuoco e i suoi effetti associati alla biodiversità. Evidenze sperimentali indicano che la rimozione dei grandi mammiferi erbivori in Africa e in Nord America, ad esempio, altera la struttura degli ecosistemi e aumenta gli incendi”. 

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Nel Wyoming occidentale i puma cedono il passo ai lupi

(Photo Credit : Neil Wight – Teton Cougar Project Panthera)

È una magnifica, crudele epopea di predatori. Nella regione nord occidentale del Wyoming, il lupo grigio ha un ruolo ecologico dominante come predatore di vertice, tanto da limitare il numero dei puma. Questo è il risultato di uno studio condotto da Panthera e pubblicato sulla PROCEEDINGS OF THE ROYAL SOCIETY B, che descrive un equilibrio tra predatori inaspettato nelle foreste degli Stati Uniti occidentali. Per la prima volta, infatti, sono stati raccolti dati convincenti  sul fatto che qui il lupo grigio (quello dello Yellowstone, per intenderci) ha un impatto sulle popolazioni di puma peggiore degli effetti prodotti dalla caccia sportiva. Lo studio, durato 17 anni a partire dal 2000, condotto su 147 puma in un range di 2.300 chilometri quadrati, è ora una bussola per designare strategie di conservazione più dettagliate e specifiche per entrambi questi predatori. Mentre il lupo ha prosperato, i puma sono diminuiti del 48%. 

Il puma (Puma concolor) condivide con il giaguaro il destino di felino un tempo diffuso in buona parte di entrambi i continenti americani. Benché non sia classificato come felino a rischio in Red List, è una di quelle specie che reclama spazio e per cui servirebbero piani di protezione e di conservazione molto ambiziosi e coraggiosi negli Stati Uniti, soprattutto sull’enorme asse geografico Yellowstone-Yukon, fin dentro la taiga canadese.

Essendo un felino molto plastico, cioè capace di adattarsi ad habitat differenti per vegetazione e clima, il puma potrebbe stare potenzialmente, di nuovo, dappertutto. Nel 2013 il National Geographic pubblicava una foto quasi surreale di un puma che camminava nel buio alle spalle della scritta Hollywood, sulle colline della California: “negli ultimi 40 anni, i puma hanno continuato ad espandersi negli Stati Uniti occidentali. Sono spuntati anche a est, nelle Grandi Pianure, hanno fondato nuovi gruppi nel Missouri Breaks del Montana, nel Nord e nel Sud Dakota, e, più di recente, nel Nebraska occidentale. Di fatto, un numero crescente di avvistamenti confermati – più di 200 dal 1990 –  hanno svelato che i puma visitano praticamente ogni stato del Midwest, e anche le province del Canada, a nord”. 

All’inizio degli anni Duemila, l’interrogativo a cui il Teton Cougar Project di Panthera voleva dare una risposta ruotava attorno alle minacce che condizionano l’abbondanza o la scarsità di puma nel West Wyoming:  la caccia sportiva, i lupi o la scarsità di prede. Al momento dell’inizio della ricerca erano già disponibili dati sul fatto che il lupo grigio può influenzare negativamente le dinamiche ecologiche del puma, ad esempio il tipo di prede scelte e il modo in cui il felino sfrutta le risorse del suo habitat. Questo quadro è stato confermato e rafforzato, fornendo per la prima volta prove consistenti su come i lupi compromettono la sopravvivenza dei puma, riducendone la fitness riproduttiva. I lupi sono infatti anche i principali killer dei piccoli di puma. 

Anche la caccia da trofeo ha comunque il suo ruolo, avverte lo staff di Panthera, benché in questa regione del Wyoming si cacci molto meno che nel resto dei territori occidentali degli Stati Uniti. Da un punto di vista quantitativo, dal 200o al 2017 l’impatto medio annuale della caccia sportiva sull’equilibrio delle popolazioni di puma è stato equivalente a quello di 20 lupi.

“Gli ecosistemi sono interconnessi e quindi bisogna lavorare insieme sulla conservazione e sulla gestione delle specie selvatiche per una strategia multi-specie”

Il direttore del Panthera Puma Program, Mark Elbroch: “i puma modellano la loro vita attorno ai lupi, ma nessuno poteva immaginarsi che i lupi li condizionino addirittura di più della caccia da trofeo degli esseri umani. Questi risultati dovrebbe essere considerati nelle nostre valutazioni sulla gestione delle aree in cui coesistono questi due carnivori. E quindi se dovremmo o meno consentirne la caccia”. È infatti chiaro che il numero di puma può diminuire rapidamente dove viene reintrodotto il lupo e dove il lupo, tornato al suo antico territorio, recupera: “questo studio sui puma dimostra una volta di più che gli ecosistemi sono interconnessi e che quindi bisogna lavorare insieme sulla conservazione e sulla gestione delle specie selvatiche per una strategia multi-specie, totalmente opposta ad una visione focalizzata su una singola specie”. 

Le evidenze raccolte sono utili per più di un motivo. Elbroch: “Questi risultati ci forniscono uno sguardo approfondito, storico dentro gli ecosistemi del Nord America. E suggeriscono che i puma, probabilmente, sono sempre stati meno numerosi di quanto siano oggi in molte parti dell’Ovest proprio perché i lupi controllavano il loro numero”. 

(Credits: Panthera)

Anche Howard Quigley, Panthera Conservation Science Executive Director, dà una lettura allargata dello studio: “queste scoperte non devono in alcun modo essere distorte a favore di un incoraggiamento su base scientifica alla caccia sul lupo grigio. Al contrario, se vogliamo proteggere questi predatori di vertice la cui sopravvivenza è davvero critica, per i loro ecosistemi e le comunità umane che li circondano, la scienza indica chiaramente che la strada da percorre è ridurre o eliminare la caccia sportiva sul puma, o, quanto meno, assumere un approccio molto conservativo laddove i puma convivono con i lupi”. 

(Credits: Panthera)
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L’approccio alla pandemia è riduttivo, avverte l’IPBES

(Photo Credit: IPBES Press Kit)

Lo scorso 29 ottobre l’IPBES ha reso pubblico per la stampa (che in Italia lo ha ignorato) un report molto dettagliato sulle pandemie da zoonosi, come il SarsCov2, e la loro correlazione con il collasso ecologico globale. IPBES – Workshop on biodiversity and pandemics  (un documento in peer review) è il risultato di un lavoro gigantesco messo insieme da 22 esperti di tutto il mondo a luglio di quest’anno, che hanno fatto il punto sulle cause di questa epidemia e sul perché i governi nazionali e la governance internazionale non possono più rimandare la questione dei driver ecologici che sono alla fonte di malattie come il Covid19. Gli scienziati coinvolti hanno discusso i dati attualmente disponibili su 500 malattie zoonotiche di impatto globale e hanno ribadito che la comunità internazionale deve spostarsi su una visione politica “one health”, che miri, allo stesso tempo, alla salvaguardia della salute e integrità di uomini, animali ed ecosistemi. 

L’IPBES denuncia infatti che siamo intrappolati in un “approccio riduzionista”, lo stesso ampiamente impiegato dai media italiani per raccontare l’emergenza nazionale: “il nostro approccio business-as-usual alle pandemie è basato sul contenimento e sul controllo, una volta che la malattia è emersa, e si basa quindi primariamente su un modello di intervento riduzionista, che contempla il vaccino e lo sviluppo di terapie, piuttosto che sul ridurre le cause del rischio di pandemia e quindi sul prevenirle prima che esplodano”. 

Viviamo nella “era delle pandemie” e “venirne fuori richiede opzioni politiche che sostengano un cambiamento trasformativo orientato alla prevenzione”. L’ordine di grandezza qualitativo e quantitativo di questo cambiamento è già stato illustrato dall’IPBES l’anno scorso a maggio, con il mega report che ha spiegato come 1 milione di specie sia ormai in via di estinzione e come la civiltà umana debba svoltare rispetto ad un modello economico fondato sull’espansione illimitata dei profitti e del prelievo di risorse naturali.

Nell’era delle pandemie deve essere chiaro che “le cause sottostanti le pandemie sono le stesse dei cambiamenti ambientali globali che sono alla base della perdita di biodiversità e del cambiamento climatico. Includono il cambio di uso del suolo, l’espansione e l’intensificazione dell’agricoltura, il commercio e il consumo di specie selvatiche (…)”. Infatti,  “la recente crescita esponenziale proprio nel consumo e nel commercio, sotto la spinta della domanda dei Paesi sviluppati e delle economie emergenti, tanto quanto la pressione demografica umana, ha condotto ad una serie di malattie nuove, che originano principalmente nei Paesi in via di sviluppo ad alto tasso di biodiversità, e poi finiscono con il rientrare negli schemi di consumo globale”.

In questi modelli culturali ad enorme tasso di prelievo di risorse naturali ci sono la carne, le pellicce, rettili da compagnia, pelli esotiche, olio di palma per detergenti, cosmetici e alimenti, mammiferi usati come pet. 

Il rapporto IPBES, però, insiste anche sui costi di una zoonosi, di solito taciuti. Come per qualunque altro disastro ecologico, il prezzo da pagare è spalmato su più indici economici e finisce con il refluire nella categoria dell’offsetting, ossia nelle esternalizzazioni che i nostri modelli economici non tengono in considerazione, quando si decide come pianificare politiche produttive e consensi elettorali. 

Eppure, benché ignorate dai giornali e dalle televisioni mainstream, le cifre sui costi della pandemia indicano chiaramente che continuare ad ignorare la correlazione tra collasso ecologico, crisi di estinzione e rischio sanitario costa molto di più che invertire la rotta. Stiamo quindi pagando il dazio di una miopia politica straordinaria e protratta nel tempo, non di misure estemporanee necessarie per evitare migliaia di morti: “è probabile che il Covid19 provochi danni economici di trilioni di dollari, con una stima globale di 8-16 trilioni di dollari a luglio 2020 e di 16 trilioni negli Stati Uniti, se presumiamo un contenimento dell’infezione dovuta al vaccino entro  i primi 4 mesi del 2021. Se ipotizziamo costi simili per le altre pandemie già verificatesi negli ultimi 102 anni (l’influenza del 1918, l’HIV/AIDS e altre ancora) e vi aggiungiamo il peso su base annua di malattie emergenti su scala molto vasta (ad esempio, la SARS, Ebola e altre ancora), e inseriamo nel calcolo anche i 570 miliardi di dollari che ogni anno spendiamo per la influenza stagionale di forte intensità su scala pandemica, il costo dell’emergere di una zoonosi supera 1 trilione di dollari all’anno.L’OCSE ha estimato che in media, nel periodo 2015-2017, ogni anno sono state allocate per la conservazione della biodiversità tra 78 e 91 miliardi di dollari, un investimento che rappresenta una frazione dell’impatto provocato da malattie zoonotiche emergenti. Stime del costo globale di una strategia di prevenzione delle pandemie basate sulle cause che vi stanno dietro, e cioè il commercio di specie selvatiche, il cambio di uso del suolo e una migliore sorveglianza secondo l’approccio One Health, si aggirano tra i 22 e i 31.2 miliardi di dollari, che possono essere ridotti ancora (scendendo tra 17.7 e 26.9 miliardi di dollari), se si calcolano anche i benefici derivanti dalla riforestazione e quindi dal sequestro di carbonio – 2 ordini di grandezza in meno rispetto ai danni economici da pandemia”. 

Il vaccino per il SarsCov2 non chiuderà la partita, ma sarò solo il primo tempo di qualcosa di molto più grande, avverte l’IPBES: “senza strategie preventive, le pandemie emergeranno più spesso, si diffonderanno più rapidamente, uccideranno più persone e si ripercuoteranno sull’economia globale con un impatto ancora più devastante del precedente”. 

Infatti, “sin dal 1918, almeno 6 altre pandemie si sono abbattute sulla salute pubblica, 2 causate da virus influenzati, la HIV/AIDS, la SARS e adesso il Covid19. Queste 6 sono la punta dell’iceberg delle potenziali pandemie. Oggi, una popolazione di 7.8 miliardi di persone è protagonista di progressi nel campo della medicina, dell’industria e dell’agricoltura, che, assommati ad una demografia molto rapida, alla conversione dei terreni agricoli, al cambiamento climatico e alla sostituzione della wildlife con animali da allevamento e al degrado ambientale, definisce l’Antropocene. Il risultato è un incremento nella frequenza di interazioni tra specie selvatiche, specie allevate ed esseri umani, soprattutto nelle regioni tropicali e sub-tropicali (a basse latitudini) ricche di biodiversità selvatica con i suoi microbi. Il rischio di spillover è inoltre più alto anche in conseguenza del cambiamento climatico, che introduce perturbazioni nelle dinamiche di popolazione e nella distribuzione delle specie selvatiche”. 

Vediamo i numeri.   

Il 70% delle malattie emergenti (Ebola, Zika, l’encefalite da Nipah) sono zoonosi, malattie cioè causate da microbi di origine animale. Più di 400 microbi (virus, batteri, protozoi, funghi e altri microrganismi) sono passati sull’uomo negli ultimi 50 anni e la maggior parte aveva un ospite naturale in un animale selvatico. 

Ogni anno emergono oltre 5 nuove malattie che colpiscono l’uomo, e ognuna di queste ha le potenzialità per diventare una pandemia. 

Si stima che ci siano 1.7 milioni di virus ancora sconosciuti in mammiferi e uccelli che fungono da specie ospite. Di questi, 540mila-850mila potrebbero infettare gli esseri umani. 

I serbatoi più importanti dei patogeni con un potenziale sono i mammiferi (in particolare i pipistrelli, i topi e i primati) e alcuni uccelli (soprattutto gli uccelli d’acqua), e i mammiferi da allevamento (ad esempio, maiali, cammelli e polli).  

Il commercio internazionale legale di specie selvatiche è cresciuto in valore del 500% dal 2005 e del 2000% dagli anni Ottanta. Rientrano in queste percentuali il captive breeding, le wild farm e l’allevamento in ranch.

L’Unione Europea e gli Stati Uniti sono i principali consumatori mondiali, perché importano animali selvatici come animali da compagnia. I soli Stati Uniti ne fanno entrare 10-20 milioni all’anno. Il numero delle spedizioni è cresciuto da 7.000 a 13.000 al mese nel periodo dal 2000 al 2015.

Per chi voglia farsi una idea di ciò di cui stiamo parlando quando parliamo di “wildlife trade”, ecco una raccolta di foto shock scattate da grandi fotografi naturalistici.

Anche il cambiamento climatico è un fattore di amplificazione del rischio di nuove pandemie come quella che stiamo vivendo da marzo: “un esempio è l’encefalite trasmessa dalle pulci diffusasi in Scandinavia e la febbre emorragica del virus Crimea-Congo, portata dagli uccelli migratori dell’Africa e delle regioni mediterranee fin nell’Europa temperata e nordica a causa di inverni più miti. Il cambiamento climatico sarà una causa sostanziale del rischio di pandemie nel futuro, perché induce grandi movimenti di genti, specie selvatiche, specie ospite e vettori, e con loro la diffusione dei patogeni (…) portando ad una alterazione delle dinamiche naturali ospite/patogeno”. 

Le specie, infatti, si spostano per rispondere alle sollecitazioni climatiche: “il cambiamento nelle temperature terrestri causerà l’avanzamento geografico (shift) sia nelle zone geografiche degli ospiti che in quelle dei vettori; e anche alterazioni nei cicli vitali dei vettori e degli ospiti, perché saranno in migrazione anche gli esseri umani con i loro animali domestici”. 

Anche le alterazioni nei regimi normali delle piogge stagionali, dal momento che “alterano l’abbondanza di piante da raccolto e influiscono sui cicli biologici delle popolazioni di erbivori, come i roditori” contribuiranno “ ad ulteriori alterazioni nella distribuzione degli animali-serbatoio, alla loro densità di popolazione e al rischio patogeno complessivo”. 

Secondo i dati analizzati dall’IPBES, che, ricordiamolo, pubblica una sintesi di lavori indipendenti provenienti dai migliori centri di ricerca del mondo, “simulazioni sulla perdita di range geografico nello scenario di riscaldamento globale per più di 100mila specie di piante animali indicano, con un aumento di + 2 °C entro il 2100, una perdita di range bioclimatico di più del 50% nel 18% delle specie di insetti (oscillazione 6-35%), 8% delle specie di vertebrati (oscillazione 4-16%) e del 16% delle piante (oscillazione 9-28%)”. Da un punto di vista biologico ed ecologico globale, dunque, si formeranno “nuove comunità di specie selvatiche e quindi nuove relazioni tra queste specie”. Sono scenari ignoti alla scienza, del tutto inesplorati. 

A cambiare è, in poche parole, l’assetto generale nella composizione di specie all’interno delle regioni ancora abbastanza wild da sostenere popolazioni animali diversificate. 

Uno degli aspetti più preoccupanti di questo rapporto è che neppure le strategie di conservazione della biodiversità possono più esimersi dal tenere in considerazione il rischio epidemiologico da zoonosi.

La gravità della situazione è evidente, ad esempio, nel rischio potenziale dei corridoi ecologici, considerati indispensabili per ampliare lo spazio disponibile per gli animali, soprattutto i grandi mammiferi: “i programmi elaborati per facilitare i movimenti della wildlife tra porzioni isolate di paesaggio, ad esempio i cosiddetti corridoi, o per creare paesaggi a mosaico che ospitino wildlife, mandrie e comunità umane, potrebbero creare più occasioni per il contatto e quindi la trasmissione microbica”. 

Una altra questione enorme, ancora una volta, è “la perdita dei predatori e quindi la conseguenze supremazia di specie sinantropiche (che vivono a stretto contatto con l’uomo), che sono anche serbatoio di specifiche malattie”. 

Allevamenti intensivi da carne, rotte commerciali che prevedono il trasporto e l’accatastamento di animali vivi a centinaia se non migliaia di capi, allevamenti di animali da pelliccia: sono tutte condizioni pericolose che aumentano il rischio di “ricombinazione virale”, ossia di mutazioni all’interno di un virus che si adatta rapidamente per colonizzare specie viventi nuove. 

Un esempio di questi giorni è la decisione del governo danese di abbattere 17 milioni di visioni da allevamento perché potrebbero essere già stati infettati da una variante del SarsCov2, che è già passata anche su alcune persone. Secondo il Primo Ministro danese, Mette Frederiksen, sussiste il rischio che “il virus mutato nel visone metta a rischio l’efficacia del vaccino”. 

Allevamenti intensivi da carne, rotte commerciali che prevedono il trasporto e l’accatastamento di animali vivi a centinaia se non migliaia di capi, allevamenti di animali da pelliccia: sono tutte condizioni pericolose che aumentano il rischio di “ricombinazione virale”, ossia di mutazioni all’interno di un virus che si adatta rapidamente per colonizzare specie viventi nuove. Per questo la Danimarca ha deciso di abbattere 17 milioni di visoni, che sono già infettati da una variante del SarsCov2

Esempi analoghi, che possono contare su dati già elaborati, vengono naturalmente anche dall’Asia, ad esempio per il pangolino (Manis javanica), che potrebbe essere stato l’animale di amplificazione per il SarsCov2, cioè la specie che ha fatto da ponte per lo spillover sull’essere umano: “uno studio lungo 10 anni condotto nel Paese di origine ha rivelato che i pangolini catturati non avevano nessun virus, mentre altri 2 gruppi, controllati alla fine della rotta commerciale, portavano tracce di materiale genetico strettamente imparentato con il SarsCov2”.  

Il ratto del bamboo, mangiato in Cina e nel sud est asiatico, secondo una ricerca condotta in Vietnam, è infetto da coronavirus nel 6% degli esemplari ancora all’interno degli allevamenti, nel 21% degli individui nei mercati di animali vivi e nel 56% degli animali ormai arrivati al ristorante.

Oil palm plantation at edge of rainforest where trees are logged to clear land for agriculture in Southeast Asia

Come già accaduto per il Rapporto del maggio 2019, anche stavolta l’IPBES non si limita a puntare il dito contro la civiltà umana del XXI secolo, ma suggerisce alcuni passaggi, stavolta politici, che segnerebbero una rottura, ma anche un avanzamento storico rispetto all’attuale assetto della governance globale sulla protezione della biodiversità. 

Bisogna “lanciare un consiglio intergovernativo di altro livello per la prevenzione delle pandemie, che fornisca cooperazione tra i governi e lavori sui punti di intersezione delle 3 Convenzioni di Rio (Convenzione sulla Biodiversità, accordo CITES per il commercio di specie selvatiche e Convenzione sul Clima).

Questo coordinamento internazionale dovrebbe anche creare le condizioni negoziali per arrivare ad un accordo in cui tutti i Paesi aderenti si impegnino sull’approccio ONE HEALTH. 

ONE HEALTH deve diventare parte integrante dei governi di ogni nazione.

In aggiunta, è necessario mettere in piedi anche una partnership permanente tra la World Organisation for Animal Health (OIE), la Convention on International Trade in Endangered Species of Wild Fauna and Flora (CITES), la Convention on Biological Diversity (CBD), la World Health Organization (WHO), la Food and Agriculture Organization of the United Nations (FAO) e infine la International Union for Conservation of Nature (IUCN).

Ci sono poi misure che riguardano la vita della società civile e delle democrazie rappresentative. 

I costi delle pandemie devono essere conteggiati nei rapporti costi/benefici dei consumi di beni, della produzione, dei progetti di espansione agricola e anche dei budget e della politica in generale.

Bisogna disegnare meccanismi finanziari come i bond, sia a livello di nuove imprese a vocazione ambientalista che come titoli sovrani, per mettere in movimento e generare risorse economiche da destinare alla conservazione della natura e degli ecosistemi. In questa nuova visione potrebbero rientrare anche delle compensazioni per i Paesi con la maggior biodiversità. 

Fare di tutto per promuovere, come linea politica, la transizione a stili alimentari meno dipendenti dal consumo di carne. E quindi spingere per la riduzione dei consumi, anche di quei prodotti che hanno un impatto ambientale abnorme, correlato con le zoonosi, senza escludere, anzi, strumenti di pressione come una maggiore tassazione: olio di palma, legni esotici, pellicce. 

Non c’è dubbio che siamo entrati in una fase della civiltà umana dalle implicazioni biologiche sconvolgenti. Eppure, cercando di orientarci fra sentimenti a cui non sappiamo ancora dare neppure un nome, non è inutile rivolgersi al pensiero di coloro che, con decenni di anticipo, intuirono su quale autostrada senza vie di ritorno si fosse incamminata la modernità. Uno di loro è un cinese, Zhang Shizao, che morì nel 1973 e fu Ministro dell’Istruzione nel governo del suo Paese: “Mentre ogni cosa sotto il cielo è caratterizzata dalla finitezza, solo gli appetiti non conoscono limiti. Quando la quantità di risorse finite viene valutata sulla base di appetiti illimitati, c’è da aspettarsi che tale disponibilità venga meno nel giro di poco. Così come l’esaurimento delle cose finite non tarderà a giungere, se esse saranno usate per soddisfare appetiti insaziabili”.

Photo Credits: IPBES Press Kit

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