Telmo Pievani: per affrontare la crisi di estinzione, e la pandemia, dobbiamo guardare a fondo nella natura ambivalente di Homo sapiens

Jean Paul Sartre riteneva che “noi siamo abbandonati, senza scusanti. Questo è ciò che intendo quando dico che l’uomo è condannato alla libertà”. Non ci sono santi in Paradiso né metafisiche salvifiche. Abbiamo solo noi stessi, per tirarci fuori dal guaio di esistere così come siamo. Una eco di questa concezione modernissima della responsabilità umana risuona nel libro di Telmo Pievani LA TERRA DOPO DI NOI, edito da Contrasto e arricchito dalle fotografie del fotografo naturalista Frans Lanting, un libro che di questi tempi sarebbe bene leggere e rileggere. Con la chiarezza cristallina che gli è propria, Pievani spiega perché l’esperimento globale chiamato Antropocene è così pericoloso per noi, che lo abbiamo costruito lungo un percorso evolutivo lungo, considerando solo noi Sapiens, almeno 200mila anni. Non potremo dire di non averlo saputo, scrive Pievani, immaginando il momento in cui dovremo, tutti, fare i conti con le conseguenze dei cambiamenti climatici e della sesta estinzione di massa. I numeri sono chiari, le evidenze scientifiche altrettanto. Ma, per concedere un futuro al Pianeta e alle prossime generazioni, dobbiamo accettare che “il punto di partenza è l’ambivalenza della nostra natura”.

Professor Pievani, vorrei cominciare da un grande merito di questo suo testo: lei riesce a portare nella discussione un concetto che di solito è oscurato anche dagli ambientalisti. Il concetto di identità evolutiva: è vero, siamo una specie altamente pensante, il Novecento ci ha insegnato che siamo soggetti e individui, ma noi siamo soprattutto una specie. È dalla identità evolutiva, dunque, che bisogna partire per capire che cosa ci è successo, che cosa ci sta succedendo e che cosa potrebbe succederci. Avremmo bisogno di una “rivoluzione copernicana” nel pensiero? Di cominciare a pensarci non come soggetti, ma come specie, anche dal punto di vista filosofico?

Sì sono d’accordo, per due ragioni. La prima è che questo è un po’ quello che è mancato nel pensiero ecologista, giustamente militante, che per altro già 10 anni fa denunciò la crisi ambientale, crisi che oggi, purtroppo, galoppa. Hanno tutti i meriti possibili. Adesso però bisogna andare avanti, anche nella elaborazione filosofica dell’ambientalismo. Il difetto di fondo, che io ho sempre visto, è quello di considerare con una certa distinzione il destino umano da quello dell’ambiente, come se ci fossimo noi, con tutte le nostre responsabilità, e dall’altra parte un ambiente da difendere.  

Il problema è che, invece, noi siamo parte di questa storia. Ci vuole un ecologismo umanista, che non contrappone più gli interessi umani e quelli della natura, non pone più questa dicotomia, ma sottolinea il contrario, che oggi gli interessi della natura coincidono con i nostri. Se vogliamo davvero essere umanisti, difendere l’esperienza umana e le prossime generazioni, dobbiamo difendere i diritti della natura. I nostri diritti sono quelli che noi stessi applichiamo alla natura. Il secondo punto è che la coscienza di specie ci fa capire che i problemi che abbiamo davanti sono problemi universali, che riguardano la specie umana in quanto tale, che deve imparare ad essere lungimirante, perché altrimenti noi scarichiamo sui nostri figli e i nostri nipoti il debito ambientale e questo è un grande problema di giustizia. 

Nella seconda parte del suo ragionamento lei argomenta la questione a partire dal cambiamento climatico facendo però anche riferimento al paper epocale di Rodolfo Dirzo del 2014 sulla defaunazione. Mentre l’estinzione conclamata di una specie è un evento quasi epifanico, la defaunazione lavora silenziosamente, mentre non ce ne accorgiamo. E poi lo scorso giugno è uscito sulla PNAS un secondo studio dei colleghi di Dirzo – Ceballos, Raven ed Ehrlich –  che ci invita a ragionare per popolazioni: “Se consideriamo una riduzione della loro area di diffusione storica per tutte le 515 specie di vertebrati sull’orlo dell’estinzione, allora le popolazioni di queste specie scomparse dal 1900 raggiungono la cifra sbalorditiva di 237.000”. Del cambiamento climatico si parla troppo poco, ma dell’estinzione ancora meno. Perché a suo parere?

È vero, purtroppo. Nell’era pre-Covid, nel 2018 e nel 2019, stava montando un po’ di più sui media, il tema ambientale, però era tutto centrato sul cambiamento climatico e un po’ meno sull’altro lato della grande crisi ambientale, che Dirzo e gli altri sottolineano da 15 anni con dati oggettivi. I dati sono in peggioramento, tra l’altro, e questo è sempre bene ricordarlo. Due settimane fa è uscita una terza ricerca ed è impressionante: tutte le società scientifiche del mondo che si occupano di mare, di acqua, e quindi pesca e conservazione marina, si sono messe insieme, hanno scritto un documento sintetico, di 7 pagine, evento già di per sé rarissimo nel mondo scientifico. Ebbene, i dati di questo statement dicono che, se continuiamo su questo trend, entro il 2050 avremo perso il 90% di tutte le barriere coralline. Con il metodo di Dirzo, molto innovativo, che conta l’abbondanza di popolazioni all’interno delle specie, queste istituzioni calcolano che dagli anni ’70 ad oggi è andato perso l’83% delle popolazioni di tutte le specie di acqua dolce, che è una cosa mostruosa. Tanto per intenderci, in 50 anni abbiamo lasciato nelle acque dolci soltanto il 17% degli animali e delle alghe che ci abitavano nel 1970. Un danno di questa entità è irreversibile. Il tempo di recupero sarà lunghissimo. Giustamente, gli autori hanno fatto una altra cosa molto importante adesso, hanno cioè quantificato il costo di tutto questo, perché il 40% degli esseri umani vivono a 50 km dalla costa e da quella biodiversità marina dipendono servizi ecosistemici fondamentali. Quello che sta succedendo non ci conviene da nessun punto di vista, neppure utilitaristico. Rimane la domanda sul perché non ne parliamo. Abbiamo ancora una modalità di comunicazione tutta incentrata sul presente, sulle emergenze, su quello che succede di volta in volta e facciamo molta fatica a capire gli andamenti. Con il riscaldamento climatico, dopo tanto tempo, un po’ questa cosa eravamo riusciti a superarla. Adesso dobbiamo farlo anche con la biodiversità.

Aggiungo che mi dispiace molto sia passato in secondo piano, ma non dobbiamo assolutamente dimenticare che anche questa pandemia è a suo modo figlia di questo, della riduzione della biodiversità, dello sconvolgimento degli ecosistemi, del fatto che spostiamo specie e aumentiamo la possibilità di entrare in contatto con gli animali portatori di virus.

Infatti abbiamo ascoltato decine e decine di ore di talk televisivi sulla gestione politica della pandemia, ma pochissimo è stato detto all’opinione pubblica sul fatto che SarsCov2 è una zoonosi ed è quindi inserito in una concatenazione di cause ed effetti ben precisi. Tenere questo genere di verità lontano dal pubblico sentire riduce la possibilità che la gente comune elabori una coscienza ecologista in grado di tradursi in scelte elettorali.

Io su questo insisto moltissimo. Se ne è parlato un po’ a marzo e aprile. Poi è passato in secondo piano: la questione fondamentale adesso sono le misure di emergenza e il vaccino. Ma il vaccino è metà della soluzione: è ciò che ci permetterà di uscire da questa emergenza, ma se noi non eliminiamo le concatenazioni ecologiche che sono alla base di questa pandemia, non abbiamo rimosso il tema fondamentale, che porterà ad altre pandemie. 

Non possiamo prevedere quando ci sarà la prossima, però sappiamo, è razionalmente  deducibile, che se non rimuoviamo le cause, tornerà a presentarsi il problema. La Cina non ha ridotto l’uso di animali selvatici per la medicina tradizionale, che è un grande business. Non stiamo facendo abbastanza nel senso che non stiamo lavorando sulle cause remote.

In qualche modo la pandemia è una esperienza collettiva della catastrofe ecologica. 

Esatto. E, tra l’altro, questa è una evidenza talmente forte che dovrebbe valere anche per chi non dovesse avere in teoria un interesse ecologista. Suggerisco sempre di fare un banalissimo calcolo. Calcolare quanto si guadagna dalla deforestazione, dal commercio di animali esotici, dal bracconaggio, guadagni che vanno a pochissimi e in buona parte illegali, e sull’altro piatto mettiamo quanto ci costa questa pandemia, sul piano sanitario, umano, sociale ed economico. E si vedrà che il costo della pandemia è molto più alto di quanto si guadagna dalle attività di cui sopra.

Ci vuole un ecologismo umanista, che non contrappone più gli interessi umani e quelli della natura, non pone più questa dicotomia, ma sottolinea il contrario, che oggi gli interessi della natura coincidono con i nostri”. 

Lei insiste molto anche sul concetto di trappola evolutiva. Le plastiche ne sono un esempio. Utilissime, ma dall’impatto letale.

Questa è l’importanza della coscienza di specie. Se tu acquisisci la capacità di vedere Homo sapiens come una specie, impari anche a dare una prospettiva evoluzionista a quanto sta succedendo. Cosa è il climate change? È un grande sperimento globale, il modo con cui una sola specie, Homo sapiens, per lo sfruttamento delle risorse, che hanno dato anche benessere ad una parte crescente di esseri umani, modificando l’ambiente, ha impoverito la nicchia ecologica in cui siamo immersi. Adesso però arriva la seconda parte, che noi evoluzionisti abbiamo sempre studiato, e cioè che una volta che hai modificato l’ambiente ti devi poi adattare all’ambiente che tu stesso hai modificato. Questo processo si chiama costruzione di nicchia. Una sola specie, agendo in modo molto veloce e drastico come stiamo facendo noi, perché 50 anni sul piano evolutivo sono niente, si trova poi a doversi lentamente e faticosamente adattare ad un ambiente da noi modificato in modo incontrollato. Il concetto di trappola evolutiva è quindi molto semplice. 

Nel libro lei spiega che “le altre specie modificano le loro nicchie ecologiche lentamente attraverso le attività metaboliche, fisiologiche e comportamentali, noi invece lo facciamo rapidamente attraverso la cultura cumulativa e l’informazione socialmente trasmessa (dentro cui ricadono tanto la domesticazione di piante e animali quanto le attuali economie industriali e digitali). Le piante, gli animali non umani e i microbi (esterni a noi o coabitanti il nostro corpo) definiscono la nicchia ecologica in cui viviamo, cioè un delicato equilibrio di relazioni di interdipendenza nel quale noi non siamo soltanto gli attori protagonisti, i costruttori della nicchia, ma siamo anche i soggetti che subiscono le retroazioni (o ritorsioni) ecologiche derivanti”. Siamo diventati padroni del tempo: abbiamo preso in ostaggio il futuro.

Lo vogliamo anticipare a tutti i costi, perché siamo miopi, perché noi siamo la specie del qui e ora. Di recente sono usciti un sacco di studi che ci fanno vedere che noi abbiamo una attitudine predatoria e invasiva. Però, e questo è il punto, noi siamo anche consapevoli che abbiamo tanti strumenti per parlarne, per discutere di come una specie invasiva e predatoria può mettersi nei guai perché impoverisce l’ecosistema fino a non avere più lei stessa le risorse che le occorrono. Credo che questi feedback diventeranno sempre meno controllabili e ci costeranno sempre di più. Quello che mi preoccupa tantissimo è che dovremo pagare un prezzo. Questo prezzo lo sappiamo già e sarà pagato da chi è più povero, da chi è nelle fasce tropicali ed equatoriali e ha contribuito di meno al problema. Quindi c’è una grande questione di diseguaglianza.

Scrivo spesso che noi Sapiens ci siamo co-evoluti con gli animali. Quando ragioniamo sulla qualità di questo futuro, con feedback che si rafforzano gli uni con gli altri, dovremmo ricordarci che abbiamo imparato a pensare osservando le altre specie. Quindi un mondo sempre più povero di specie animali vorrà dire anche soffrire di una maggiore povertà psichica. In qualche modo verrà meno anche una parte della nostra umanità. 

Sì. L’antropologo Paul Shepard è stato uno dei primi, con un lavoro molto interessante, a teorizzare che noi pensiamo attraverso la presenza animale, attraverso la co-evoluzione con gli altri. Sono totalmente d’accordo. I dati sono terribili: limitiamoci a quegli animali più vicini a noi, come i mammiferi, co-evolvendo con i quali abbiamo plasmato la nostra mente. Se prendiamo il 100% della biomassa dei mammiferi della Terra, il 30% siamo noi, più del 60% sono animali in allevamenti intensivi e la fauna selvatica, tutti gli altri, sono ormai meno del 10%. Questo la dice lunga sull’impatto irreversibile della specie umana che ha ridotto al 10% tutto il resto. Il 60% di animali in allevamento ci ricorda tra l’altro che tra quelle attività che riducono la biodiversità ci sono gli allevamenti e quindi la nostra dieta. 

E le aree protette o super protette del Pianeta in cui sopravvive questo 10% selvatico sono posti spettacolari a cui hanno accesso soltanto i più ricchi del Pianeta. Riserve in Botswana a 1000 dollari americani a notte. Ci sono bambini nati a Kibera, la baraccopoli di Nairobi che è la più grande del Kenya e dell’Africa, che non hanno mai visto un elefante o un leone. 

Sono d’accordissimo. Rientra nel capitolo della responsabilità ecologica, che  non può essere elitaria, deve essere condivisa.

Molte persone non sanno in che epoca vivono o di appartenere ad una filogenesi che, solo tenendo in considerazione le Australopitecine africane, è antica di 2 milioni e mezzo di anni. Un gap di coscienza storica e storiografica. Non dovremmo rivedere anche il modo in cui si insegnano almeno gli ultimi 5 secoli di storia umana, visto che Maslin e Lewis suggeriscono di fissare al 1610, cioè ad un tempo recentissimo, l’inizio dell’Antropocene? Non dovremmo cominciare a studiare, insieme alla storia della civiltà, anche le origini della crisi di estinzione?

Esatto, è ciò che dicevo prima: far percepire le tendenze, la profondità storica di quello che succede. Si può fare in tanti modi. Il primo è certamente la didattica, non però aggiungendo nuove materie. Secondo me ci si riesce impregnando tutte le materie di questi problemi, che riguardano la storia, la letteratura, la geografia, le scienze. È una grande sfida multidisciplinare, che poi è anche la sua bellezza. La seconda cosa, ne ho parlato spesso, anche con Piero Angela recentemente, è questa. Se è vero che noi stiamo parlando della crisi ambientale sin dalla pubblicazione della Primavera Silenziosa di Rachel Carson, della metà degli anni Settanta, bisogna constatare che non abbiamo creato una coscienza collettiva; ma se oggi leggiamo SCIENCE e NATURE, cosa che a me impressiona un sacco, vediamo che queste riviste contengono degli appelli talmente allarmanti da assomigliare a ciò che veniva scritto nelle riviste del WWF e di Legambiente venti anni fa. La differenza è che questi allarmi non sono più presenti su riviste di militanza ecologista, ma sono su SCIENCE e anche LANCET. Questi riviste non hanno di per sé nessuna visione in senso ecologista, eppure ogni settimana esce qualcosa sulle loro pagine. C’è un cambiamento in corso. 

Io credo anche che bisogna esplorare nuovi linguaggi, fare molta ricerca sui linguaggi, cominciare a dire queste cose con il linguaggio della letteratura e dell’arte, della musica, del teatro, non basta più la conferenza, il documentario, il servizio in tv. Guardiamo LANCET, una rivista medica. Da due anni insiste sull’impatto del riscaldamento climatico sulla salute, sull’accesso alla salute, una scelta editoriale assolutamente inedita, mai fatta prima, che mette insieme il tema ambientale e la giustizia sociale. 

Non a caso lei cita lo scrittore Amitav Ghosh che parla di una gravissima crisi di immaginazione. Non abbiamo ancora neppure una letteratura adeguata alla crisi ecologica. E questo ci impedisce di comprenderla a fondo. 

Usando linguaggi diversi si ottiene un effetto molto importante in comunicazione: le persone ricevono un messaggio che è convergente, cioè coerente, ma proviene da linguaggi diversi. Sentendo parlare di un argomento solo in un modo, si crea un effetto di assuefazione, come si è creato adesso. Ma se quello stesso argomento mi arriva da sensibilità diverse, da luoghi, fonti e canali differenti, funziona molto di più e spero funzioni molto di più. 

A conclusione del libro lei spiega un concetto magnifico, che dà molta speranza. Ma non la solita speranza del ‘mi affido e quindi non agisco nel presente’,. Lei spiega infatti che, proprio perché la cultura nella nostra specie è un tratto ereditario, i giovani di domani avranno “un cervello culturalmente e biologicamente diverso dal nostro, plasmato da conoscenze più approfondite”. E quindi sapranno agire là dove noi non ne siamo stati capaci.

Non bisogna dare un messaggio di disperazione. E questa è una speranza razionale, nel senso che è basata su un dato evolutivo e storico, che è oggettivo. Non è una idea mia, me la hanno suggerita i ragazzi. Mi è capitato non una volta, e quindi evidentemente non è causale, che ragazzi di 15, 16, 17 anni, liceo, alla fine della conferenza mi dicessero, ‘tutto giusto professore, grazie, però non si preoccupi, perché voi avete creato il problema, la vostra generazione, i vostri padri, noi siamo diversi, perché ci siamo nati dentro e quindi noi avremo delle mentalità, delle modalità e capacità che voi non riuscite ad immaginare’. La prima volta che me lo hanno detto, ho pensato, la solita ingenuità velleitaria, però se ci pensi hanno ragione. Gli scienziati di una o due generazioni prima della mia non avrebbero mai immaginato internet o l’editing del genoma. Quindi, razionalmente, dobbiamo dare per buono che anche nella generazione a venire verranno fatte scoperte che noi nemmeno riusciamo ad ipotizzare. 

La bellezza di quello che lei dice è che ad un certo punto, e ce lo insegna l’evoluzione, è giusto passare il testimone, lasciare che quelli che vengono dopo siano i protagonisti. C’è una grande lezione, una profonda etica, in 4 miliardi e mezzo di storia del Pianeta. 

Sì. Ci sono commenti venati di paternalismo e accondiscenda, invece secondo me i movimenti come Fridays for Future sono espressione del fatto che dobbiamo passare il testimone, metterci ad ascoltare. A mio parere c’è anche uno scontro generazionale, che è positivo. È la dialettica storica che, da questo punto di vista, ha ragione. 

(Si ringrazia: Anna Chiara Ferrero IED Milano)

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