Mese: Ottobre 2020

Dobbiamo riscrivere la storia del mondo

(Photo Credit: British Museum)

Rivedere la storia della nostra civiltà. Comprendere la storia del mondo in modo nuovo è una delle grandi sfide del sapere nel XXI secolo. Perché una cosa è certa. Dobbiamo riscrivere la storia del mondo. Geologia, biologia evolutiva e climatologia, letteratura e filosofia sono elementi alla pari nel curriculum Antropocene, cioè in quella sintesi di conoscenze scientifiche e umanistiche che prendono anche il nome, ormai, di “earth system science” o di “shared history”.

La storia biologica ed ecologica del nostro Pianeta è stata modificata dalla cultura di Homo sapiens, che nel corso di due milioni e mezzo di anni si è co-evoluto con il clima, le piante, gli animali e la geologia della Terra. A questa consapevolezza, che da qui in avanti segna il modo in cui la civiltà umana elaborerà la propria immaginazione e la propria inventiva, si sta facendo strada anche nei musei.

Qualcosa scricchiola nelle grandiose collezioni museali europee perché finalmente è chiaro quale è il significato ermeneutico dei tesori custoditi nei templi laici dell’Occidente. Una reinterpretazione critica di forme, simbolismi e figure è funzionale non solo a meglio capire chi siamo stati negli ultimi secoli, ma soprattutto da dove vengono le questioni più gravi sul tavolo oggi. 

Amitav Ghosh ha spiegato così questa urgenza: “l’Antropocene rappresenta una sfida non solo per le arti e le scienze umane, ma anche per il nostro modo abituale di vedere le cose, e per la cultura contemporanea in generale. Non c’è dubbio che tale sfida nasca dalla complessità del linguaggio tecnico che utilizziamo come lente primaria sul cambiamento climatico, ma di certo deriva anche dalle pratiche e dai presupposti che guidano le arti e le scienze umane”.

“Stabilire come avviene tutto ciò, è, credo, della massima urgenza: potrebbe addirittura essere la chiave per capire perché la cultura contemporanea trovi così difficile affrontare la questione del cambiamento climatico”. Il motivo di tale reticenza è oggi visibile: “la cultura induce desideri – di mezzi di trasporto, elettrodomestici, un certo tipo di giardini e di case – che sono fra i principali motori dell’economia basata sui combustibili fossili (…) i manufatti e le materie prime evocati da tali desideri esprimono e al tempo stesso nascondono la matrice culturale che li ha provocati”. 

Basta soffermarsi sulla pagina Instagram del British Museum di Londra per rendersi conto di cosa sia questa “matrice culturale” e di come la capacità umana di inventare una bellezza astratta, mediata dal pensiero simbolico, coincida con la disponibilità biologica di soggetti, risorse e presenze. 

Proprio al British Museum è stata da poco inaugurata una mostra di nuova ispirazione, che cioè impiega il manufatto artistico come galleria antropologica dentro l’esperienza che le comunità umane da sempre fanno del Pianeta: Arctic: culture and climate.

Hartwig Fischer, il direttore del British Museum, ha detto in una nota ufficiale per la stampa: “La mostra Arctic: culture and climate è una mostra ambiziosa e coraggiosa, che riflette il modo in cui il British Museum sta ampliando la sua visione del mondo. Affronta infatti direttamente una questione essenziale, cioè come gli uomini passano convivere con l’impatto di un clima estremo. Il futuro e il passato convergono sul presente, uniti dalle esperienze condivise delle genti Artiche”.

La mostra è “il primo sguardo fin dentro la regione del circolo polare artico. Attraverso le conoscenze e le storie dei popoli Artici discute la questione globale di un clima in cambiamento in un mondo entrato in una fase di trasformazione”.

Quattrocentomila nativi dell’Artico, appartenenti a 40 gruppo etnici diversi, vedranno il loro mondo dissolversi nei prossimi decenni come esito finale di un intreccio di volontà, di intraprendenza e di feedback retroattivi decisi a migliaia di chilometri più a sud.

La loro familiarità estrema con il clima glaciale del Nord ci conferma non solo che il clima ha sempre fatto l’essere umano, costruendo la sua adattabilità e le sue chance di successo, ma anche che il nostro Pianeta è ormai avviato a mutare per sempre, scivolando in una epoca in cui parte della nostra storia culturale sopravviverà solo nelle discipline accademiche di antropologia, archeologia e paleoclimatologia.

La memoria culturale ereditata dell’Artico già ora è condannata a diventare un reperto. Come ha scritto Susan Nerberg nel suo lungo viaggio nella terra del permafrost in estinzione, nell’estremo nord del Canada, “stiamo perdendo il collante che tiene insieme il paesaggio”. Terra e spirito si sciolgono insieme. 

Del resto, la cultura e persino il linguaggio sono intrinsecamente connessi con la protezione della biodiversità. E questo perché cultura e linguaggio dipendono dalla biodiversità.

Una OPINION apparsa sulla PNAS lo scorso 27 ottobre (Cultural and linguistic diversities are underappreciated pillars of biodiversity) spiega come, tra le popolazioni native rimaste (in Canada, Brasile e Australia), la ricchezza lessicale sia ricalcata sulle disponibilità di specie animali. L’esistenza degli Evenki della Siberia, ad esempio, ruota attorno alla renna.

“Ci sono almeno 71 distinti concetti endemici per la renna addomesticata e per quella selvatica. Tenendo in considerazione i dialetti e i sinonimi, questo equivale a centinaia di concetti specifici connessi alla renna. Il linguaggio degli Evenki distingue gli animali a seconda delle caratteristiche di età, colore della pelliccia, carattere e comportamento”. 

Estinzione della biodiversità significa, quindi, anche estinzione di interi linguaggi probabilmente antichi di millenni. 

Il “co-sviluppo concettuale” di linguaggio e relazione con l’ambiente circostante ha seguito 4 fasi principali nella storia di Homo sapiens.

L’ultima è la nostra, nel XXI secolo: “a un certo punto, nella storia umana, molta della nostra diversità culturale e linguistica si è ritrovata in stretta connessione, e in derivazione diretta, con la diversità biologica, poiché gli uomini dipendevano dal mondo naturale per la loro sopravvivenza. Fase zero:  è la condizione ancestrale di Homo sapiens, in cui la cultura e il linguaggio sono semplici manifestazioni dell’ambiente locale”.

“Fase 1: attraverso tutte le definite e restanti popolazioni umane la progressione del linguaggio e della cultura ha parzialmente disconnesso le componenti della diversità umana (NdA, le diverse etnie e culture) dalla diversità biologica, ma tali sviluppi non necessariamente impoveriscono qualunque componente della diversità”.

“Fase 2: può verificarsi un impoverimento culturale e linguistico, ad esempio quando, su scala locale, diverse popolazioni umane vengono surclassate da popolazioni più omogenee dal punto di vista culturale e linguistico. L’impoverimento biologico può così seguire la perdita di diversità linguistica o può anche causarla”.

“Fase 3: la disconnessione tra diversità culturale e linguistica e la diversità biologica è ormai completa e conduce alla fine ad un impoverimento di tutte e tre le componenti (NdA, lingua, cultura e biodiversità)”. 

Il linguaggio, declinato nelle lingue parlate sul Pianeta, ha quindi delle “caratteristiche bio-culturali”.

Il fatto che i cambiamenti climatici siano un fattore in gioco nell’estinzione delle specie animali aggiunge una ulteriore incognita sul futuro della diversità linguistica di noi Sapiens: “la conoscenza e il linguaggio sono minacciate dal cambiamento climatico e dai cambiamenti (shift) nella distribuzione delle specie indotti dal clima, il che ci porta a questo interrogativo: come la diversità culturale e linguistica si adatterà alla realtà, quando le specie non saranno più presenti nei loro territori di oggi?”. 

Ognuno di questi capitoli della nostra shared history presuppone un riferimento diretto o indiretto al colonialismo, in senso strettamente politico.

Da secoli conosciamo il patrimonio culturale occidentale come orgoglio di una civiltà bianca. Rileggere questo canone significa mettere a soqquadro l’immagine idealizzata di noi stessi.

Anche laddove lo sguardo dell’esploratore animato dal fervore e dall’entusiasmo della propria superiorità culturale e razziale sembra non trasparire, o non esserci affatto, quella concezione delle cose del mondo permeava di sé la pittura, la scultura, la scienza. 

Da questa impopolare constatazione vien fuori la mostra virtuale On Being Present – Recovering Blackness in the Uffizi Galleries, un progetto sorprendente degli Uffizi di Firenze lanciato a febbraio 2020, che scopre la presenza della gente africana nella pittura italiana del ‘500 e del ‘600.

Di questa impresa degli Uffizi per ridare voce alla comparsa dell’Africa sulla scena artistica europea discute la HKW di Berlino, all’interno del progetto Das ganze Leben, che, dall’anno scorso, si pone l’obiettivo di rinegoziare il valore e il significato delle collezioni in Antropocene, con lo scopo di superare l’ideale classico, ma non più contemporaneo, di raccolta.

Il 29 ottobre, in un talk aperto al pubblico, ne ha parlato a Berlino il direttore degli Uffizi Eike Schmidt insieme ad Angelica Pesarini e Maria Stella Rognoni, che hanno collaborato per la realizzazione di On Being Present.

È una occasione assolutamente inedita, per un museo come gli Uffizi, che tutti collegano istintivamente a Caravaggio, Botticelli e Michelangelo e che però, come ogni altro scrigno di cultura occidentale, nasconde tracce impensabili del nostro incontro con le popolazioni extra-europee.

L’effetto è straniante, in un Paese che attraversa una crisi di immigrazione senza precedenti e tuttavia ancora oggi rifiuta agli stranieri di origine africana il riconoscimento delle civiltà di appartenenza.

Come ha sottolineato Justin Randolph Thompson, direttore e co-fondatore di Black History Month Florence, il fatto che i visitatori, passeggiando per gli Uffizi, non notino gli Africani “non dipende da una lacuna nella loro rappresentazione, perché, anzi, negli spazi principali del museo ci sono almeno 20 figure africane; dipende invece dalla cornice storica e artistica entro cui continua a muoversi lo sguardo del visitatore”. C’è insomma un a priori che genera indifferenza, contribuendo a mantenere l’oscurità dell’oblio. 

Ragionare su questi automatismi culturali non è più eludibile, visti gli effetti globali dell’imperialismo e del colonialismo, effetti che prendono il nome di Antropocene: “queste figure confermano la presenza del continente africano nella coscienza dei committenti di queste opere, in più artisti, nel tempo, e raccontano l’incredibile scambio culturale che era in corso mentre queste opere venivano dipinte, e intanto prendeva forma la storia ufficiale, scritta. Questa presenza è, contemporaneamente, fisica e metafisica. Entrambi gli aspetti hanno contribuito alla costruzione di una storia occidentale, con le sue inclusioni ed omissioni”, insiste Thompson. 

Gli uomini africani ritratti nei quadri degli Uffizi sono il nostro presente rimosso: “La storia fissata per iscritto e continuamente tramandata e aggiornata è una forma al tempo stesso di estinzione e di perdita.

Da secoli l’Italia è una terra di immigrazione: un quinto dei cittadini stranieri in Italia ha origini africane. E tuttavia, le culture delle comunità afro-diasporiche sono come dissolte, rimanendo fuori del canone. Come, e per opera di chi, la storia può essere ri-raccontata in modo nuovo?”, si chiede la HKW.

Quel che ci aspetta non è una negoziazione ottimista, ma un tipo di responsabilità globale ancora da definire, che non è ancora percolata nel sentire comune: “non c’è presenza guaritrice quando il passato ferito emerge dalla memoria culturale e dai suoi archivi. Il vuoto che ne vien fuori riempie, ma di gesti anche loro svuotati, con una violenza che supera la possibilità di una relazione”, ha scritto nel 2017 Nana Adusei Poku, Senior Academic Advisor al Center for Curatorial Studies and Contemporary Art del Bard College, New York. 

E come sempre tutto questo freme e fermenta a Berlino, che il 17 dicembre prossimo inaugura lo Humboldt Forum, che promette di essere il modello di museo per eccellenza dell’Antropocene, un luogo in cui prenderà vita l’eredità ecologica della nostra civiltà.

In un unico edificio, secondo un modello scientifico e antropologico che mostra analogie, parallelismi e sincronie piuttosto che gerarchie e periodizzazioni, lo Humboldt interroga il ventunesimo secolo della nostra civiltà puntando ad una sintesi concettuale ardimentosa, ma indispensabile. 

Ecco che cosa sarà lo Humboldt: Museo etnologico (dalla primavera del 2021 verranno spostate qui le collezioni dello Ethnologisches Museum, fondato nel 1873, e del Museum für Asiatische Kunst, aperto nel 1906; 20mila oggetti da Asia, Africa, Oceania e Americhe); lo Humboldt Lab, uno spazio per dibattiti scientifici con il pubblico sulla crisi globale, la democrazia e il collasso ecologico con un approccio accademico, ma multidisciplinare.

After Nature, una mostra interattiva che durerà 3 anni, e che proporrà, insieme alla ricostruzione della storia della scienza, “uno sguardo dentro i devastanti effetti che l’umanità ha avuto sugli ecosistemi del mondo, dalla perdita di specie all’emergenza climatica”; se tutto procede come previsto, nella primavera prossima una grandiosa mostra sull’avorio. 

Essendo di fatto la ricostruzione del palazzo imperiale ( Berlin Schloss), lo Humboldt “occupa uno dei siti più stratificati d’Europa dal punto di vista archeologico e degli eventi spartiacque occorsi negli ultimi 800 anni”. Ma le rifrazioni cronologiche sono in realtà molto più ampie.

Il palazzo sorge di fronte al Lustgarten, dirimpetto alla Altes, che contiene le collezioni antiche (greche e romane); e dietro alla Altes c’è la Alte National Galerie, con la pittura del Settecento e dell’Ottocento e poco più in là, verso la cupola del Bode Museum, attende la fine dei restauri il Pergamo Museum, dimora eterna dell’altare di Pergamo, incarnazione dell’angoscia ellenistica di uomini-dei che combattono il caos brandendo le tenebre del potere (Herrschaft, per dirla alla Adorno).

La sensazione è dunque che l’apertura dello Humboldt segnerà il commiato e il lento addio dell’Europa alla civiltà olocenica, preparandosi (quale città migliore di Berlino?) a consegnare ad un futuro radicalmente brutale e diverso ciò che, nel bene e nel male, siamo stati, vivendo fino in fondo la condizione umana evocata da Schelling: “con l’uomo la natura apre gli occhi e osserva di esserci”. Ora siamo noi che osserviamo noi stessi attraverso ciò che abbiamo fatto alla natura. 

Ogni sintesi presuppone una riconciliazione. Ed è per questo che si è scelto di dare al museo il nome dei fratelli von Humboldt: “Wilhelm era un filosofo prussiano, un pedagogista, un diplomatico e anche un linguista ( 1767-1835), che introdusse il concetto di educazione olistica.

Il modello Humboldt, come oggi viene chiamato, presupponeva che arti e scienze dovessero convivere con la ricerca, allo scopo di coltivare una conoscenza che fosse cultura nel senso più ampio”. Suo fratello Alexander (1769-1859) fu invece il celebre geografo, naturalista ed esploratore delle Americhe, anche lui convinto sostenitore di “una disciplina del sapere omnicomprensiva, che unificasse scienza e cultura”.

Alexander fu il primo scienziato a intuire una correlazione diretta tra attività umana e cambiamenti climatici.  Dalla sua ispirazione prende avvio quindi anche l’ispirazione dello Humbold: “Ora, in un altro momento cruciale della storia del mondo, i loro nomi sono sinonimi (…) della importanza della natura nel nostro pensare il futuro (…) lo Humboldt Forum fa convergere le scienze, le arti e l’educazione per promuovere il dialogo tra gli esperti e il pubblico, riconoscendo che costruire collegamenti tra le discipline conduce ad una conoscenza completa, che è ciò di cui abbiamo bisogno per affrontare gli urgenti problemi del nostro mondo”.

“L’allestimento, le mostre e le discussioni pubbliche faranno comprendere a tutti che ogni cosa, in natura, così come nel sapere, è interconnesso. Questo concetto, già fortemente presente nell’arte, nella poesia, nella filosofia e nelle science del periodo romantico, è oggi ancora una volta il punto di partenza di un pensiero maturo e avanzato”. 

Black Lives Matter e la pandemia hanno scoperchiato il vaso di Pandora delle diseguaglianze globali ed è per questo che la sezione etnografica del museo, al netto di tutte le polemiche, sarà particolarmente importante, per Berlino e per l’Europa intera.

In Germania, il dibattito sulla opportunità dello Humboldt Forum e sul razzismo ancora ampiamente diffuso nelle nostre società compiaciute dei propri diritti democratici è già in fase avanzata, molto di più di quanto accada, purtroppo, in Italia. 

In un lungo e provocatorio articolo (Wir ewigen Rassisten – Noi, gli eterni razzisti“) DIE ZEIT non solo ricorda che il rifiuto del razzismo dovrebbe stare tra le sacre virtù dell’Unione Europea, ma rintraccia le cause di questa assenza proprio in una ipocrisia generalizzata, che è storicamente radicata nel nostro benessere materiale: “Perché la storia del razzismo è anche la storia del colonialismo e quindi della nostra ricchezza (…) In Europa la questione concreta è il superamento di due menzogne collettive che hanno per noi valore esistenziale (Lebenslügen)”.

“La prima è specificamente tedesca: visto che ci siamo messi a posto con la cultura della memoria (Erinnerungskultur) sull’Olocausto e la dittatura nazista, abbiamo fatto abbastanza per elaborare i crimini del passato; con il colonialismo non c’entravamo”.

Ma la verità, non solo per la Germania che possedeva Tanzania, Camerun, Namibia, ma per tutte le nazioni europee è un’altra, il secondo, grande fraintendimento: “le nostre conquiste tecniche e spirituali (geistgeschichlich), siano esse l’industrializzazione o l’Illuminismo, senza il saccheggio delle colonie, senza la morte e la messa in schiavitù di milioni di uomini non sarebbero state possibili. Il razzismo non è una ideologia alla maniera dei gruppi che praticano l’odio, che ci sono sempre stati da che mondo è mondo. Il razzismo si è sviluppato adeguandosi al saccheggio pianificato che avveniva nelle colonie”. 

Il razzismo è “un progetto delle élite bianche del XVIII secolo, in cui biologi, medici, filosofi e teologi tentarono di consolidare la gerarchizzazione degli uomini in “superiori e inferiori” con teorie pseudo-scientifiche e morali.

E poi anche dell’emergere dell’Europa e dell’Occidente come potenza ‘civilizzatrice’. La fonte battesimale della nostra modernità, così il filosofo camerunese Achille Mbembe ha descritto una volta il commercio degli schiavi e l’economia della piantagione.

Riconoscerlo è il primo passo per andare alle fondamenta del razzismo di oggi (…) ‘l’umanità si trova nella sua massima perfezione nella razza dei bianchi… i negri sono molto più in basso’ (Die Menschheit ist in ihrer größten Vollkommenheit in der Rasse der Weißen … die Neger sind weit tiefer).

Questa è una frase di Immanuel Kant, il filosofo dell’Illuminismo, ma anche un sostenitore dell’ideologia razzista europea. Una cosa non escludeva l’altra (…) Spesso la nostra epoca viene descritta come la fine dell’Occidente. In verità ci troviamo nel pieno di ‘un lungo commiato dal dominio dei bianchi’, come ha scritto la pubblicista Charlotte Wiedemann”. 

Suona quasi scontato che in questo cambio totale di prospettiva i musei abbiano un ruolo insostituibile. Sono ormai il Museo Antropocene. 

Photo Credits Humboldt Forum: SHF/Giuliani/Von Giese

Telmo Pievani: serve un ecologismo umanista

TrackingExtinction.com: intervista a Telmo Pievani sul futuro del nostro Pianeta e la crisi di estinzione.

Jean Paul Sartre riteneva che “noi siamo abbandonati, senza scusanti. Questo è ciò che intendo quando dico che l’uomo è condannato alla libertà”. Non ci sono santi in Paradiso né metafisiche salvifiche. Abbiamo solo noi stessi, per tirarci fuori dal guaio di esistere così come siamo.

Una eco di questa concezione modernissima della responsabilità umana risuona nel libro di Telmo Pievani LA TERRA DOPO DI NOI, edito da Contrasto e arricchito dalle fotografie del fotografo naturalista Frans Lanting, un libro che di questi tempi sarebbe bene leggere e rileggere.

Con la chiarezza cristallina che gli è propria, Pievani spiega perché l’esperimento globale chiamato Antropocene è così pericoloso per noi, che lo abbiamo costruito lungo un percorso evolutivo lungo, considerando solo noi Sapiens, almeno 200mila anni.

Non potremo dire di non averlo saputo, scrive Pievani, immaginando il momento in cui dovremo, tutti, fare i conti con le conseguenze dei cambiamenti climatici e della sesta estinzione di massa. I numeri sono chiari, le evidenze scientifiche altrettanto.

Ma, per concedere un futuro al Pianeta e alle prossime generazioni, dobbiamo accettare che “il punto di partenza è l’ambivalenza della nostra natura”.

Professor Pievani, vorrei cominciare da un grande merito di questo suo testo: lei riesce a portare nella discussione un concetto che di solito è oscurato anche dagli ambientalisti. Il concetto di identità evolutiva: è vero, siamo una specie altamente pensante, il Novecento ci ha insegnato che siamo soggetti e individui, ma noi siamo soprattutto una specie. È dalla identità evolutiva, dunque, che bisogna partire per capire che cosa ci è successo, che cosa ci sta succedendo e che cosa potrebbe succederci. Avremmo bisogno di una “rivoluzione copernicana” nel pensiero? Di cominciare a pensarci non come soggetti, ma come specie, anche dal punto di vista filosofico?

Sì sono d’accordo, per due ragioni. La prima è che questo è un po’ quello che è mancato nel pensiero ecologista, giustamente militante, che per altro già 10 anni fa denunciò la crisi ambientale, crisi che oggi, purtroppo, galoppa. Hanno tutti i meriti possibili.

Adesso però bisogna andare avanti, anche nella elaborazione filosofica dell’ambientalismo. Il difetto di fondo, che io ho sempre visto, è quello di considerare con una certa distinzione il destino umano da quello dell’ambiente, come se ci fossimo noi, con tutte le nostre responsabilità, e dall’altra parte un ambiente da difendere.  

Il problema è che, invece, noi siamo parte di questa storia. Ci vuole un ecologismo umanista, che non contrappone più gli interessi umani e quelli della natura, non pone più questa dicotomia, ma sottolinea il contrario, che oggi gli interessi della natura coincidono con i nostri.

Se vogliamo davvero essere umanisti, difendere l’esperienza umana e le prossime generazioni, dobbiamo difendere i diritti della natura. I nostri diritti sono quelli che noi stessi applichiamo alla natura.

Il secondo punto è che la coscienza di specie ci fa capire che i problemi che abbiamo davanti sono problemi universali, che riguardano la specie umana in quanto tale, che deve imparare ad essere lungimirante, perché altrimenti noi scarichiamo sui nostri figli e i nostri nipoti il debito ambientale e questo è un grande problema di giustizia. 

Nella seconda parte del suo ragionamento lei argomenta la questione a partire dal cambiamento climatico facendo però anche riferimento al paper epocale di Rodolfo Dirzo del 2014 sulla defaunazione. Mentre l’estinzione conclamata di una specie è un evento quasi epifanico, la defaunazione lavora silenziosamente, mentre non ce ne accorgiamo. E poi lo scorso giugno è uscito sulla PNAS un secondo studio dei colleghi di Dirzo – Ceballos, Raven ed Ehrlich –  che ci invita a ragionare per popolazioni: “Se consideriamo una riduzione della loro area di diffusione storica per tutte le 515 specie di vertebrati sull’orlo dell’estinzione, allora le popolazioni di queste specie scomparse dal 1900 raggiungono la cifra sbalorditiva di 237.000”. Del cambiamento climatico si parla troppo poco, ma dell’estinzione ancora meno. Perché a suo parere?

È vero, purtroppo. Nell’era pre-Covid, nel 2018 e nel 2019, stava montando un po’ di più sui media, il tema ambientale, però era tutto centrato sul cambiamento climatico e un po’ meno sull’altro lato della grande crisi ambientale, che Dirzo e gli altri sottolineano da 15 anni con dati oggettivi. I dati sono in peggioramento, tra l’altro, e questo è sempre bene ricordarlo.

Due settimane fa è uscita una terza ricerca ed è impressionante: tutte le società scientifiche del mondo che si occupano di mare, di acqua, e quindi pesca e conservazione marina, si sono messe insieme, hanno scritto un documento sintetico, di 7 pagine, evento già di per sé rarissimo nel mondo scientifico. Ebbene, i dati di questo statement dicono che, se continuiamo su questo trend, entro il 2050 avremo perso il 90% di tutte le barriere coralline.

Con il metodo di Dirzo, molto innovativo, che conta l’abbondanza di popolazioni all’interno delle specie, queste istituzioni calcolano che dagli anni ’70 ad oggi è andato perso l’83% delle popolazioni di tutte le specie di acqua dolce, che è una cosa mostruosa. Tanto per intenderci, in 50 anni abbiamo lasciato nelle acque dolci soltanto il 17% degli animali e delle alghe che ci abitavano nel 1970.

Un danno di questa entità è irreversibile. Il tempo di recupero sarà lunghissimo. Giustamente, gli autori hanno fatto una altra cosa molto importante adesso, hanno cioè quantificato il costo di tutto questo, perché il 40% degli esseri umani vivono a 50 km dalla costa e da quella biodiversità marina dipendono servizi ecosistemici fondamentali.

Quello che sta succedendo non ci conviene da nessun punto di vista, neppure utilitaristico. Rimane la domanda sul perché non ne parliamo. Abbiamo ancora una modalità di comunicazione tutta incentrata sul presente, sulle emergenze, su quello che succede di volta in volta e facciamo molta fatica a capire gli andamenti.

Con il riscaldamento climatico, dopo tanto tempo, un po’ questa cosa eravamo riusciti a superarla. Adesso dobbiamo farlo anche con la biodiversità.

Aggiungo che mi dispiace molto sia passato in secondo piano, ma non dobbiamo assolutamente dimenticare che anche questa pandemia è a suo modo figlia di questo, della riduzione della biodiversità, dello sconvolgimento degli ecosistemi, del fatto che spostiamo specie e aumentiamo la possibilità di entrare in contatto con gli animali portatori di virus.

Infatti abbiamo ascoltato decine e decine di ore di talk televisivi sulla gestione politica della pandemia, ma pochissimo è stato detto all’opinione pubblica sul fatto che SarsCov2 è una zoonosi ed è quindi inserito in una concatenazione di cause ed effetti ben precisi. Tenere questo genere di verità lontano dal pubblico sentire riduce la possibilità che la gente comune elabori una coscienza ecologista in grado di tradursi in scelte elettorali.

Io su questo insisto moltissimo. Se ne è parlato un po’ a marzo e aprile. Poi è passato in secondo piano: la questione fondamentale adesso sono le misure di emergenza e il vaccino.

Ma il vaccino è metà della soluzione: è ciò che ci permetterà di uscire da questa emergenza, ma se noi non eliminiamo le concatenazioni ecologiche che sono alla base di questa pandemia, non abbiamo rimosso il tema fondamentale, che porterà ad altre pandemie. 

Non possiamo prevedere quando ci sarà la prossima, però sappiamo, è razionalmente  deducibile, che se non rimuoviamo le cause, tornerà a presentarsi il problema.

La Cina non ha ridotto l’uso di animali selvatici per la medicina tradizionale, che è un grande business. Non stiamo facendo abbastanza nel senso che non stiamo lavorando sulle cause remote.

In qualche modo la pandemia è una esperienza collettiva della catastrofe ecologica. 

Esatto. E, tra l’altro, questa è una evidenza talmente forte che dovrebbe valere anche per chi non dovesse avere in teoria un interesse ecologista. Suggerisco sempre di fare un banalissimo calcolo.

Calcolare quanto si guadagna dalla deforestazione, dal commercio di animali esotici, dal bracconaggio, guadagni che vanno a pochissimi e in buona parte illegali, e sull’altro piatto mettiamo quanto ci costa questa pandemia, sul piano sanitario, umano, sociale ed economico.

E si vedrà che il costo della pandemia è molto più alto di quanto si guadagna dalle attività di cui sopra.

Ci vuole un ecologismo umanista, che non contrappone più gli interessi umani e quelli della natura, non pone più questa dicotomia, ma sottolinea il contrario, che oggi gli interessi della natura coincidono con i nostri”. 

Lei insiste molto anche sul concetto di trappola evolutiva. Le plastiche ne sono un esempio. Utilissime, ma dall’impatto letale.

Questa è l’importanza della coscienza di specie. Se tu acquisisci la capacità di vedere Homo sapiens come una specie, impari anche a dare una prospettiva evoluzionista a quanto sta succedendo.

Cosa è il climate change? È un grande sperimento globale, il modo con cui una sola specie, Homo sapiens, per lo sfruttamento delle risorse, che hanno dato anche benessere ad una parte crescente di esseri umani, modificando l’ambiente, ha impoverito la nicchia ecologica in cui siamo immersi.

Adesso però arriva la seconda parte, che noi evoluzionisti abbiamo sempre studiato, e cioè che una volta che hai modificato l’ambiente ti devi poi adattare all’ambiente che tu stesso hai modificato. Questo processo si chiama costruzione di nicchia.

Una sola specie, agendo in modo molto veloce e drastico come stiamo facendo noi, perché 50 anni sul piano evolutivo sono niente, si trova poi a doversi lentamente e faticosamente adattare ad un ambiente da noi modificato in modo incontrollato. Il concetto di trappola evolutiva è quindi molto semplice. 

Nel libro lei spiega che “le altre specie modificano le loro nicchie ecologiche lentamente attraverso le attività metaboliche, fisiologiche e comportamentali, noi invece lo facciamo rapidamente attraverso la cultura cumulativa e l’informazione socialmente trasmessa (dentro cui ricadono tanto la domesticazione di piante e animali quanto le attuali economie industriali e digitali). Le piante, gli animali non umani e i microbi (esterni a noi o coabitanti il nostro corpo) definiscono la nicchia ecologica in cui viviamo, cioè un delicato equilibrio di relazioni di interdipendenza nel quale noi non siamo soltanto gli attori protagonisti, i costruttori della nicchia, ma siamo anche i soggetti che subiscono le retroazioni (o ritorsioni) ecologiche derivanti”. Siamo diventati padroni del tempo: abbiamo preso in ostaggio il futuro.

Lo vogliamo anticipare a tutti i costi, perché siamo miopi, perché noi siamo la specie del qui e ora. Di recente sono usciti un sacco di studi che ci fanno vedere che noi abbiamo una attitudine predatoria e invasiva.

Però, e questo è il punto, noi siamo anche consapevoli che abbiamo tanti strumenti per parlarne, per discutere di come una specie invasiva e predatoria può mettersi nei guai perché impoverisce l’ecosistema fino a non avere più lei stessa le risorse che le occorrono.

Credo che questi feedback diventeranno sempre meno controllabili e ci costeranno sempre di più. Quello che mi preoccupa tantissimo è che dovremo pagare un prezzo.

Questo prezzo lo sappiamo già e sarà pagato da chi è più povero, da chi è nelle fasce tropicali ed equatoriali e ha contribuito di meno al problema. Quindi c’è una grande questione di diseguaglianza.

Scrivo spesso che noi Sapiens ci siamo co-evoluti con gli animali. Quando ragioniamo sulla qualità di questo futuro, con feedback che si rafforzano gli uni con gli altri, dovremmo ricordarci che abbiamo imparato a pensare osservando le altre specie. Quindi un mondo sempre più povero di specie animali vorrà dire anche soffrire di una maggiore povertà psichica. In qualche modo verrà meno anche una parte della nostra umanità. 

Sì. L’antropologo Paul Shepard è stato uno dei primi, con un lavoro molto interessante, a teorizzare che noi pensiamo attraverso la presenza animale, attraverso la co-evoluzione con gli altri. Sono totalmente d’accordo. I dati sono terribili: limitiamoci a quegli animali più vicini a noi, come i mammiferi, co-evolvendo con i quali abbiamo plasmato la nostra mente.

Se prendiamo il 100% della biomassa dei mammiferi della Terra, il 30% siamo noi, più del 60% sono animali in allevamenti intensivi e la fauna selvatica, tutti gli altri, sono ormai meno del 10%.

Questo la dice lunga sull’impatto irreversibile della specie umana che ha ridotto al 10% tutto il resto. Il 60% di animali in allevamento ci ricorda tra l’altro che tra quelle attività che riducono la biodiversità ci sono gli allevamenti e quindi la nostra dieta. 

E le aree protette o super protette del Pianeta in cui sopravvive questo 10% selvatico sono posti spettacolari a cui hanno accesso soltanto i più ricchi del Pianeta. Riserve in Botswana a 1000 dollari americani a notte. Ci sono bambini nati a Kibera, la baraccopoli di Nairobi che è la più grande del Kenya e dell’Africa, che non hanno mai visto un elefante o un leone. 

Sono d’accordissimo. Rientra nel capitolo della responsabilità ecologica, che  non può essere elitaria, deve essere condivisa.

Molte persone non sanno in che epoca vivono o di appartenere ad una filogenesi che, solo tenendo in considerazione le Australopitecine africane, è antica di 2 milioni e mezzo di anni. Un gap di coscienza storica e storiografica. Non dovremmo rivedere anche il modo in cui si insegnano almeno gli ultimi 5 secoli di storia umana, visto che Maslin e Lewis suggeriscono di fissare al 1610, cioè ad un tempo recentissimo, l’inizio dell’Antropocene? Non dovremmo cominciare a studiare, insieme alla storia della civiltà, anche le origini della crisi di estinzione?

Esatto, è ciò che dicevo prima: far percepire le tendenze, la profondità storica di quello che succede. Si può fare in tanti modi. Il primo è certamente la didattica, non però aggiungendo nuove materie. Secondo me ci si riesce impregnando tutte le materie di questi problemi, che riguardano la storia, la letteratura, la geografia, le scienze.

È una grande sfida multidisciplinare, che poi è anche la sua bellezza. La seconda cosa, ne ho parlato spesso, anche con Piero Angela recentemente, è questa. Se è vero che noi stiamo parlando della crisi ambientale sin dalla pubblicazione della Primavera Silenziosa di Rachel Carson, della metà degli anni Settanta, bisogna constatare che non abbiamo creato una coscienza collettiva.

Ma se oggi leggiamo SCIENCE e NATURE, cosa che a me impressiona un sacco, vediamo che queste riviste contengono degli appelli talmente allarmanti da assomigliare a ciò che veniva scritto nelle riviste del WWF e di Legambiente venti anni fa.

La differenza è che questi allarmi non sono più presenti su riviste di militanza ecologista, ma sono su SCIENCE e anche LANCET. Questi riviste non hanno di per sé nessuna visione in senso ecologista, eppure ogni settimana esce qualcosa sulle loro pagine. C’è un cambiamento in corso. 

Io credo anche che bisogna esplorare nuovi linguaggi, fare molta ricerca sui linguaggi, cominciare a dire queste cose con il linguaggio della letteratura e dell’arte, della musica, del teatro, non basta più la conferenza, il documentario, il servizio in tv.

Guardiamo LANCET, una rivista medica. Da due anni insiste sull’impatto del riscaldamento climatico sulla salute, sull’accesso alla salute, una scelta editoriale assolutamente inedita, mai fatta prima, che mette insieme il tema ambientale e la giustizia sociale. 

Non a caso lei cita lo scrittore Amitav Ghosh che parla di una gravissima crisi di immaginazione. Non abbiamo ancora neppure una letteratura adeguata alla crisi ecologica. E questo ci impedisce di comprenderla a fondo. 

Usando linguaggi diversi si ottiene un effetto molto importante in comunicazione: le persone ricevono un messaggio che è convergente, cioè coerente, ma proviene da linguaggi diversi.

Sentendo parlare di un argomento solo in un modo, si crea un effetto di assuefazione, come si è creato adesso. Ma se quello stesso argomento mi arriva da sensibilità diverse, da luoghi, fonti e canali differenti, funziona molto di più e spero funzioni molto di più. 

A conclusione del libro lei spiega un concetto magnifico, che dà molta speranza. Ma non la solita speranza del ‘mi affido e quindi non agisco nel presente’,. Lei spiega infatti che, proprio perché la cultura nella nostra specie è un tratto ereditario, i giovani di domani avranno “un cervello culturalmente e biologicamente diverso dal nostro, plasmato da conoscenze più approfondite”. E quindi sapranno agire là dove noi non ne siamo stati capaci.

Non bisogna dare un messaggio di disperazione. E questa è una speranza razionale, nel senso che è basata su un dato evolutivo e storico, che è oggettivo. Non è una idea mia, me la hanno suggerita i ragazzi.

Mi è capitato non una volta, e quindi evidentemente non è causale, che ragazzi di 15, 16, 17 anni, liceo, alla fine della conferenza mi dicessero, ‘tutto giusto professore, grazie, però non si preoccupi, perché voi avete creato il problema, la vostra generazione, i vostri padri, noi siamo diversi, perché ci siamo nati dentro e quindi noi avremo delle mentalità, delle modalità e capacità che voi non riuscite ad immaginare’.

La prima volta che me lo hanno detto, ho pensato, la solita ingenuità velleitaria, però se ci pensi hanno ragione. Gli scienziati di una o due generazioni prima della mia non avrebbero mai immaginato internet o l’editing del genoma. Quindi, razionalmente, dobbiamo dare per buono che anche nella generazione a venire verranno fatte scoperte che noi nemmeno riusciamo ad ipotizzare. 

La bellezza di quello che lei dice è che ad un certo punto, e ce lo insegna l’evoluzione, è giusto passare il testimone, lasciare che quelli che vengono dopo siano i protagonisti. C’è una grande lezione, una profonda etica, in 4 miliardi e mezzo di storia del Pianeta. 

Sì. Ci sono commenti venati di paternalismo e accondiscenda, invece secondo me i movimenti come Fridays for Future sono espressione del fatto che dobbiamo passare il testimone, metterci ad ascoltare. A mio parere c’è anche uno scontro generazionale, che è positivo. È la dialettica storica che, da questo punto di vista, ha ragione. 

(Si ringrazia: Anna Chiara Ferrero IED Milano)

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Hostiles è un film sull’Antropocene

Hostiles è un film sull’Antropocene. Il film del 2017 di Scott Cooper ( con un eccezionale Chistian Bale) racconta l’abisso spirituale dell’Età dell’Uomo e centra il bersaglio del nostro presente, perché mette in scena l’ambivalenza morale di una intera civiltà.

Non soltanto su suolo americano nel 1898, l’anno in cui si svolge la vicenda, successiva alla Guerra Civile (1861-1865) e al conseguente genocidio delle Grandi Pianure (1865-1890). Questa ambivalenza morale Cooper la evoca e la denuda negli uomini di discendenza europea, che, portando il loro sangue europeo e la loro vocazione europea con sé oltre Atlantico, proprio perché Europei, sterminarono i Nativi.

Il prisma narrativo di Cooper gli consente, sin dall’inizio, di far vibrare la sua storia della eco della nostra storia, del colonialismo, del capitalismo predatorio nei confronti del Pianeta, della concezione della schiavitù come risorsa economica occidentale. Ecce, Homo sapiens.

New Mexico, 1898. Il capitano Joe Blocker, un militare di carriera e di fama, riceve l’incarico di scortare il capo Cheyenne Falco Giallo nella sua terra natia, in Montana. Blocker è un macellaio.

Ha partecipato con convinzione alla guerra di sterminio contro i Nativi, cui rimprovera una ferocia sadica incompatibile con l’umanità dei coloni bianchi. L’esercito sa che Blocker ha sventrato, sgozzato, fucilato, per disgusto verso il Nativo, per senso del dovere, per crudeltà politica.

Ma anche gli uomini di Falco Giallo non hanno risparmiato al nemico nessuna profanazione bellica, facendo dell’omicidio in guerra uno strumento di mutilazione sistematica di corpi. Entrambi questi uomini sono anime finite, caratteri esausti, a cui la propria epoca ha chiesto tutto per poi lasciarli soli con la memoria dei propri delitti, e con un indefinito sentimento di fallimento.

Nulla è servito, nessuna ha vinto, neppure i vincitori, che d’ora in poi dovranno sapersi per sempre assassini. Poco dopo l’inizio della missione, la truppa di Blocker si imbatte in Rosalie, una donna a cui un gruppo di Comanche ha ucciso il marito e quattro figli, il più piccolo di pochi giorni. E di nuovo lo spettatore constata che non può stare solo dalla parte dei Nativi, perché i buoni e i cattivi non sono quelli che avevamo pensato.

Anche i Cheyenne sono diventati dei mostri, costretti dalle circostanze, ma comunque mostri. Falco Giallo è una vittima, perché l’uomo bianco gli ha portato via ogni cosa. Ma è anche un carnefice, perché ha ucciso senza pietà, neppure per i bambini.

Il capitano Blocker è un carnefice, senza dubbio, un razzista, ma si accorge anche di essere una vittima quando comprende che gli hanno inculcato una morale disumana per usarlo e aggiungere la frontiera ad Ovest agli Stati Uniti.

Blocker e Falco Giallo si riconoscono l’uno nell’altro ed è solo così che arrivano a comprendersi. Entrambi si accorgono che l’origine della sventura a cui non potranno mai più porre rimedio è la loro appartenenza al genere umano.

E così Blocker potrà dire a Falco Giallo: “Con la tua morte, una parte di me morirà per sempre”. Soltanto in questa ammissione di co-responsabilità è per loro ancora possibile, nonostante tutto, perdonarsi e trovare una pace reale, muta, distorta, disperata, ma viva.

Sebbene il dibattito su chi fa la storia rimanga ancora oggi sostanzialmente irrisolto, in questo film è chiaro che gli artefici degli eventi che hanno cambiato, e stuprato, la faccia del mondo quasi sempre non avevano né la misura né la proporzione delle proprie azioni.

E questo perché agivano rispondendo alla forza di espansione intrinseca all’intraprendenza degli esseri umani, che, prendendo infine le sembianze della storia accaduta e vissuta, è in realtà dotata quasi di una sua autonomia spontanea e automatica.

Vale a dire che la conquista delle Grandi Pianure americane e della frontiera, condotta di pari passo con la volontà chiara di eliminare i Nativi, è un esempio mastodontico di come ha sempre proceduto Homo sapiens.

Questo non elimina certo il peso delle responsabilità individuali, semmai allarga il concetto stesso di responsabilità ad una visione più consistente e veritiera delle cause di crimini contro l’umanità commessi da uomini, che hanno fondato la civiltà moderna.

In Hostiles l’esigenza di questa prospettiva è raccontata in linguaggio cinematografico, tramite la compassione per il destino di Rosalie e dei suoi figli, che però erano dei coloni e quindi anche i beneficiari del genocidio indiano. Milioni di innocenti hanno preso il posto di milioni di vittime, prosperando al posto loro. 

Dobbiamo renderci conto che tutto questo ha un corrispettivo ecologico, e che quindi riguarda non solo gli Americani, ma tutti noi in questa epoca che è detta Antropocene.

Secondo il gruppo di ricercatori che collaborano con Mark Maslin della UCL di Londra, uno dei massimi esperti del “sistema terrestre”, e cioè degli effetti combinati di climatologia e antropologia, dall’inizio del 1600 le Americhe perdono il 60% della loro popolazione nativa, il 10% della popolazione del Pianeta.

È il “great dying”, la grande moria, seconda per perdite solo alla Seconda Guerra Mondiale, che fece 80 milioni di morti, il 3% della popolazione mondiale. Ma quel che è ancora più importante è che le conseguenze di questo sterminio sono state globali perché hanno coinvolto il clima della Terra.

Meno persone vuol dire meno contadini. E quindi una ripresa nella crescita delle foreste, che assorbono anidride carbonica: “l’estensione di questa ricrescita dell’habitat naturale fu così vasta da rimuovere abbastanza CO2 da raffreddare il Pianeta.

Temperature più basse innescarono dei feedback nel ciclo del carbonio che eliminò a sua volta ancora più CO2 dall’atmosfera, perché, ad esempio, il suolo rilasciava meno CO2. Questo spiega un crollo nella concentrazione di CO2 registrata nei carotaggi Artici corrispondenti al 1610 e spiega l’enigma del grande freddo che l’intero Pianeta patì nel XVII secolo.

Durante questo periodo, inverni rigidi ed estati fredde causarono carestie e ribellioni dall’Europa al Giappone”. Questi sono alcuni dei motivi per cui, secondo Mark Maslin e Simon Lewis, anche lui della UCL, l’inizio dell’Antropocene stesso deve essere datato al 1610, anno dell’evidenza scientifica, nel ghiaccio artico, di un cambiamento eco-antropologico definitivo.

Aggiunge Telmo Pievani: “le carote di ghiaccio raccontano insomma una storia di saccheggio, di colonialismo, di imperialismo e di schiavitù. Dopo il 1610, i profitti dell’economia mondiale capitalistica detteranno l’agenda e avrà inizio il vero Antropocene, l’epoca in cui l’uomo si sente il padrone (…)  quindi Lewis e Maslin hanno scelto la seconda transizione ( ndr, la prima è l’invenzione dell’agricoltura) come spartiacque geologico sicuro, la transizione scatenata dall’arrivo degli Europei ai Caraibi alla fine del Quattrocento (quando due estremità del popolamento umano dell’Eurasia, quella occidentale e quella orientale, tornarono a toccarsi, a guardarsi negli occhi e a scambiarsi i germi dopo 40mila anni), con tutto ciò che ne conseguì: l’apertura del mondo, le rotte oceaniche, il capitalismo mercantile, le sue regole spietate, i profitti che generano altri profitti, le conoscenze scientifiche che aumentano, la megaciviltà connessa su tutto il Pianeta, la spoliazione sistematica delle risorse dei Paesi colonizzati”. 

L’ultimo libro di Telmo Pievani “La terra dopo di noi”: l’Antropocene è l’espressione compiuta del paradosso evolutivo della specie Homo sapiens

Hostiles è un film che vale la pena di essere visto ancor di più oggi, per tutti questi motivi, e anche per via dell’imminente elezione del Presidente degli Stati Uniti. Secondo gli osservatori più acuti, gli Stati Uniti sperimentano oggi una profonda crisi interna, e cioè una crisi costituzionale. Sono in dubbio alcuni dei fondamenti della nazione.

La scorsa estate il movimento BLACK LIVES MATTER ha finalmente denunciato l’importanza di collocare l’esperienza umana degli afro-americani nella giusta cornice storica di una discriminazione consustanziale al sistema socio-economico dominante.

Anche in Inghilterra è ormai venuta allo scoperto la consapevolezza della paurosa mancanza di coscienza comune, qui in Europa, sui modi con cui abbiamo edificato la nostra ricchezza. Un tagliente, e bellissimo, editoriale di Afua Hirsch ha puntualizzato questo nuovo contesto e il fatto che non possiamo più eluderlo: “I 4 secoli di messa in schiavitù degli Africani per mano Europea rimangono una storia astratta”.

In Brasile, c’è un luogo famigerato che tutti dovremmo conoscere, Valongo: “un porto rudimentale che ebbe un ruolo monumentale nella tratta degli schiavi, ma che è stato a lungo dimenticato. Quattro milioni di Africani schiavi furono venduti e portati in Brasile, 10 volte il numero di quanti vennero deportati negli Stati Uniti.

Molti arrivarono in questo porto. La storica afro-americana Sadakne Baroudi, che ha dedicato molta della sua vita a diffondere consapevolezza tra le persone su quanto accadde qui, mi ha detto che questo nome dovrebbe essere conosciuto e compreso nella stessa misura in cui parliamo di Hiroshima e di Auschwitz”. 

Secondo The Interpreter, la nota di analisi politica settimanale di The New York Times, ad essere ormai messa in dubbio è anche l’idea dell’eccezionalismo americano, e questo soprattutto per la disastrosa risposta all’epidemia pianificata dalla Casa Bianca di Donald Trump: “Da parecchi anni ormai la realtà degli Stati Uniti si scontra, e con sempre maggiore forza, contro l’immagine di una nazione eccezionale. Per tutto questo tempo ogni crepa nel ritratto ideale degli Stati Uniti è stata considerata una aberrazione dallo stato di normalità, perfetto, di un Paese che si presenta a ragione come un faro globale, protettore del mondo”.

Ma la convinzione che gli USA siano uno Stato “speciale e superiore in modo congenito” e che la “il potere americano” sia “una forza benevola che agisce per il bene del mondo, con diritti speciali e altrettanto speciali responsabilità” è un mito radicato proprio nella storia di razzismo del Paese.

Scrivono i giornalisti di The Interpreter: “La sua origine, dice l’accademico James Caesar in un volume esaustivo su questo argomento storico, è spesso fatta risalire ad un discorso tenuto due anni prima dell’entrata in guerra da Albert Beveridge, un senatore dell’Indiana che parteggiava per l’annessione delle colonie spagnole. Dio ‘ha scelto il popolo americano come il suo popolo prescelto per portare finalmente la redenzione nel mondo’, affermò Beveridge nel 1900.

Questo suo argomento può suonare familiare: la grandezza degli Stati Uniti, e il loro eccezionalmente libero stile di vita, sostenne il senatore, hanno reso il Paese di fatto molto diverso rispetto agli altri. E questo conferisce agli Stati Uniti la responsabilità di aiutare anche il mondo a realizzare i valori incarnati dagli Stati Uniti. Come molte altre cose nella vita americana, le idee di Beveridge vanno fatte risalire al periodo della schiavitù.

A metà dell’Ottocento, mentre gli Stati del nord bandivano la schiavitù, chi era a favore della schiavitù proponeva di allargarne la pratica ai nuovi Stati in fase di annessione. E il primo della lista era per loro Cuba, allora colonia spagnola. Essi presero in prestito le giustificazioni contenute nel Manifest Destiny (1845), secondo cui la virtù innata degli Americani richiedeva la conquista della frontiera, ad ovest”. 

Sono queste le ragioni per cui la storia degli Stati Uniti è davvero una storia globale con una infanzia europea, cominciata qui nel Vecchio Mondo al momento dell’allestimento della spedizione di Colombo. Gli Stati Uniti, con le loro enormi contraddizioni, sono un portentoso wake-up sulla intima natura del soggetto umano e qualche volta ci riescono con opere cinematografiche di valore universale.

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