La fine dell’utopia

(Modello anatomico di donna in avorio del XVII secolo, Germania. Germanisches Nationalmuseum Nuernberg)

La notizia è arrivata in una giornata qualsiasi (e infatti non ricordo neppure la data. So solo che è stato tre settimane fa, all’incirca). Durante i lunghi mesi in cui ne temevo l’arrivo avevo imparato a prepararmi un copione di stravolto sconforto, di disgusto e di amarezza. Una reazione al peggio ricamata sulla certezza, almeno così mi pareva allora, che solo una indistinguibile disperazione avrebbe potuto essere adeguata alle circostanze. Dico indistinguibile perché non sarebbe stato semplice capire di cosa esattamente era il caso di disperare. Le condizioni generali erano note da tempo e la diagnosi, da un bel po’ ormai, non mi appariva più come una ipotesi contro-intuitiva, ma piuttosto come una valutazione ormai matura, ormai secca. Come le foglie dei platani e delle betulle a metà settembre. Quel che, a conti fatti, più o meno mi appariva estenuante e disperante era la sensazione che qualcosa fosse finito per sempre nel modo peggiore in cui un abbandono può prendere possesso di un terreno un tempo fertile. Quando cioè ci si accorge che si è creduto nel nulla, che la militanza della coscienza e del lavoro non è stata, come scrisse Mandelstam alla Actmatova, “il coscienzioso catrame della fatica”, ma una sorta di illusione giusta, legittima. Eppure, inutile. Perché una illusione, di per sé, non può che rivelarsi carta straccia. E così, al giungere della notizia, non ho provato nessuno sconcerto, ma quasi del sollievo. Sono rimasta in silenzio, dentro di me e fuori di me. E poi, nel corso delle ore e dei giorni, anziché dannarmi sul potere dell’illusione e della disillusione, ho cominciato a pensare che sarebbe stato meglio scavare un po’ a fondo in quella ipotesi di disperazione che mi si era presentata come tanto appagante e ben progettata e, invece, era svanita di fronte a qualcosa di più virile. 

Così, in un limbo di incertezza e di eventualità ancora tutte da definire, mi sono accorta che disperazione-illusione non erano i termini giusti con cui inquadrare né la notizia né il suo backstage. La parola giusta era invece utopia

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