Mese: settembre 2020

La fine dell’utopia

(Modello anatomico di donna in avorio del XVII secolo, Germania. Germanisches Nationalmuseum Nuernberg)

La notizia è arrivata in una giornata qualsiasi (e infatti non ricordo neppure la data. So solo che è stato tre settimane fa, all’incirca). Durante i lunghi mesi in cui ne temevo l’arrivo avevo imparato a prepararmi un copione di stravolto sconforto, di disgusto e di amarezza. Una reazione al peggio ricamata sulla certezza, almeno così mi pareva allora, che solo una indistinguibile disperazione avrebbe potuto essere adeguata alle circostanze. Dico indistinguibile perché non sarebbe stato semplice capire di cosa esattamente era il caso di disperare. Le condizioni generali erano note da tempo e la diagnosi, da un bel po’ ormai, non mi appariva più come una ipotesi contro-intuitiva, ma piuttosto come una valutazione ormai matura, ormai secca. Come le foglie dei platani e delle betulle a metà settembre. Quel che, a conti fatti, più o meno mi appariva estenuante e disperante era la sensazione che qualcosa fosse finito per sempre nel modo peggiore in cui un abbandono può prendere possesso di un terreno un tempo fertile. Quando cioè ci si accorge che si è creduto nel nulla, che la militanza della coscienza e del lavoro non è stata, come scrisse Mandelstam alla Actmatova, “il coscienzioso catrame della fatica”, ma una sorta di illusione giusta, legittima. Eppure, inutile. Perché una illusione, di per sé, non può che rivelarsi carta straccia. E così, al giungere della notizia, non ho provato nessuno sconcerto, ma quasi del sollievo. Sono rimasta in silenzio, dentro di me e fuori di me. E poi, nel corso delle ore e dei giorni, anziché dannarmi sul potere dell’illusione e della disillusione, ho cominciato a pensare che sarebbe stato meglio scavare un po’ a fondo in quella ipotesi di disperazione che mi si era presentata come tanto appagante e ben progettata e, invece, era svanita di fronte a qualcosa di più virile. 

Così, in un limbo di incertezza e di eventualità ancora tutte da definire, mi sono accorta che disperazione-illusione non erano i termini giusti con cui inquadrare né la notizia né il suo backstage. La parola giusta era invece utopia

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La fine del sogno del West Americano

L’alterazione della composizione chimica dell’atmosfera che avvolge il nostro Pianeta fornisce occasioni per aggiungere neologismi alla battaglia politica del secolo: se, cioè, dar corso alla evidenza scientifica, e comprendere che siamo sulla strada per avere, a fine secolo, un aumento delle temperature medie globali di 4 gradi Celsius, oppure continuare a titillare il bisogno di sicurezza dell’opinione pubblica imbastardita da decenni di pigrizia cognitiva. Joe Biden, stanotte, ha definito “climate arsonists” e cioè piromani climatici coloro che scelgono la seconda opzione. Un ossimoro gigante per un problema abnorme che sfugge ormai dal timido e placido controllo politico delle democrazie nazionali e delle aule di rappresentanza internazionali, come ad esempio le Nazioni Unite. Ma la “apocalisse climatica” della costa ovest degli Stati Uniti (la definizione è del LOS ANGELES TIMES), dell’Oregon e della California, segna anche la fine di un mito. Quel sogno americano da esportazione, che è stato uno dei propellenti naturali del consumismo globale: spiagge, sole, surf, ragazze sempre in bikini, maschi alla Point Break (era il 1991), ville in collina, estate perenne. Decine di film, a partire da American Gigolò (1980) hanno nutrito questo sogno edonistico tanto quanto le pellicole più nobili che narravano la caccia all’oro, alle pellicce pregiate e alla libertà in stile Jack London. Noi, in Europa, abbiamo mangiato queste finzioni californiane west come manna nel deserto, pascendoci della imbeccata secondo cui la vita vera, la vita post 1945, la vita del benessere, non potesse non assomigliare alla routine californiana. Insieme a New York (“la città in cui tutti vorrebbero vivere”), la California è stata fino ad oggi un simbolo di tutto ciò che di desiderabile c’è sul Pianeta. Ancora oggi, il “selvaggio west” è percepito come un mito assoluto, che tiene in vita, fino alle contrade esauste della vecchia Europa, i cui giorni di gloria risalgono alle imprese oceaniche di spagnoli e portoghesi, anche nelle nostre coscienze la possibilità, in realtà tarpata e annichilita nei tempi contemporanei, di raggiungere e conquistare una indipendenza anarchica, che ha tagliato i ponti con tutte le costrizioni salvavita (antibiotici, riscaldamento, casa in proprietà, pensione) della borghesia industriale.

C’è un film che questo mito californiano lo ha rappresentato con una tale sfacciataggine da risultare addirittura stomachevole: Play misty for me, del 1971, con Clint Eastwood. Se sei un vincente californiano dormi in una camera da letto che è di fatto un dehors all’aperto. Il clima è così mite, accondiscendente e favorevole al tuo torso nudo che non hai bisogno di comodità da impiegato europeo. Un film che avrebbe potuto pubblicizzare La cultura del narcisismo di Christopher Lasch (1979).

Oggi tutto questo ciarpame – non c’è vita senza sprechi ed esibizioni, la vita è solo divertimento, l’estate perenne è la stagione del cuore – si è rivelato per quello che è. Una menzogna politica, il cui prezzo spaventoso viene ora pagato prima di tutto dalle decine di migliaia di persone che dal 7 settembre ( Oregon Departement of Forestry: All state forests are at extreme fire danger as of Monday, Sept. 7) vivono sotto la minaccia di roghi di proporzioni e intensità mai viste nello Stato. L’unico paragone possibile è con gli wildlfire di un anno esatto fa in Australia, che hanno ucciso 3 milioni di animali selvatici. Lo stesso cielo arancione, la stessa notte che invece è giorno, a causa della cenere e della fuliggine da combustione dei boschi, del bush e delle foreste; la stessa disperazione nel constatare che, come hanno notato numerosi commentatori, il cambiamento climatico è qui, non accadrà in futuro. Lo stiamo già subendo. 

Vista dall’altra parte dell’Atlantico, questa apocalisse segna un punto di non ritorno. È evidente che nei prossimi decenni intere comunità dovranno essere evacuate a causa di impossibili condizioni ambientali. Domenica 13 settembre, se ne discuteva alle 6 di mattina al World Service della BBC. E qualcuno faceva notare, molto opportunamente, che migliaia di persone non possono trovare facilmente casa e sostentamento nelle città come Los Angeles, che già contano migliaia di senza tetto (americani) e un costo della vita altissimo. A sgretolarsi è un intero castello di carta di “a priori”: che ci sia abbastanza acqua per sostenere una popolazione in crescita in uno Stato che patisce sempre più siccità estreme (le mega-drought, che coinvolgono anche Colorado, Arizona e New Mexico), che lo Stato possa reggere una emergenza ambientale prolungata per mesi, con displacement di interi villaggi e costi assicurativi alle stelle. E, soprattutto, che nella urgenza di salvare vite e di spostare persone ci sia abbastanza spazio per abbandonare le contee in fiamme e non sovraccaricare metropoli già esauste per i conflitti e le diseguaglianze sociali. 

Sulle future migrazioni interne agli Stati Uniti Abrahm Lustgarten ha scritto un saggio spettacolare, per quantità di dati e di riferimenti, su PRO PUBLICA ( in collaborazione con The New York Times e con il supporto del Pulitzer Center): Climate Change Will Force a New American Migration. Ascoltando decine di esperti (architetti, assicuratori, scienziati, climatologi) Lustgarten ha costruito una mappa “delle zone pericolose che chiuderanno in una morsa gli Americani nei prossimi 30 anni”. A partire da questo settembre pandemia e roghi si sono sovrapposti in uno “schema di disperazione” che non è più episodico, ma è già perfettamente distinguibile ovunque nella nazione: “La siccità minaccia già regolarmente i campi che producono cibo in tutto l’ovest, mentre devastanti inondazioni allagano le città e i campi dal Dakota al Maryland, causando il collasso delle dighe nel Michigan e l’innalzamento delle linea di costa dei Grandi Laghi”.  

Il cambiamento imposto dal clima (climatic change) è ormai un parametro fondamentale per definire come e dove “la nazione si trova sulla soglia limite di una enorme trasformazione”. Quel che si prospetta è una migrazione interna che muterà tutti gli equilibri geografici, ecologici ed economici del Nord America: “In tutti gli Stati Uniti, circa 162 milioni di persone – quasi 1 su 2 – probabilmente farà esperienza di un declino nella qualità del proprio ambiente, soprattutto in termini di calore e di minore disponibilità di acqua. Per 93 milioni i loro, i cambiamenti potrebbero essere particolarmente severi ed entro il 2070, suggeriscono le nostre analisi, se le emissioni di carbonio continueranno a salire ai ritmi attuali, almeno 4 milioni di Americani potrebbero trovarsi a vivere al limite, in luoghi decisamente al di fuori della nicchia climatica ideale per l’uomo. Il costo della resistenza ad ammettere la nuova realtà climatica sta montando. Le autorità della Florida hanno già riconosciuto che difendere alcune strade ad alta percorrenza contro l’avanzare dell’oceano sarà insostenibile. E il programma nazionale di assicurazione per le inondazioni, per la prima volta, richiede ora che alcuni dei programmi di pagamento siano ritirati a causa della minaccia climatica. Presto, mantenere lo status quo sarà semplicemente troppo costoso”. 

Decisioni nient’affatto semplici si profilano all’orizzonte, dopo decenni di sottovalutazione del rischio: “I politici, che hanno lasciato l’America impreparata, adesso fronteggiano scelte brutali su quali comunità salvare – non di rado a costi esorbitanti – e quali invece sacrificare. Le loro decisioni renderanno inevitabilmente la nazione ancora più divisa al suo interno, con coloro che saranno tagliati fuori relegati a un futuro da incubo, in cui non resterà loro che cavarsela da soli”. Le proiezioni parlano di 28 milioni di persone esposte a mega-incendi anche in Texas, Florida e Georgia. Almeno 100 milioni persone (nel bacino del fiume Missisipi e quindi dalla Louisiana al Wisconsin) sperimenteranno livelli di umidità e calore tali che “lavorare all’aperto o fare sport a scuola potrebbe causare un evento cardiaco”. Un crollo nella produzione agricola si verificherà in Texas, Alabama, Oklahoma, Kansas e Nebraska. 

Dietro questo disastro continentale ci sono convinzioni culturali radicate nel comune sentire americano, non solo tra i Repubblicani o le grandi compagnie petrolifere. Rispetto ai contadini e ai piccoli produttori agricoli dell’Africa “gli Americani sono più ricchi, spesso molto più ricchi, e quindi più protetti dagli shock imposti dal cambiamento climatico, come fossero avvolti in un cappotto termico. Stanno a distanza dalle fonti di cibo e acqua da cui pur dipendono, e sono parte di una cultura che identifica nel denaro la soluzione ad ogni problema. E così, ad esempio, la portata d’acqua media del fiume Colorado, la fonte d’acqua per 40 milioni di Americani occidentali e la spina dorsale della produzione agricola e dell’allevamento di vacche da carne del Paese, è in declino da 33 anni, ma la popolazione del Nevada è raddoppiata.  

Contemporaneamente, oltre 1 milione e mezzo di persone si sono spostate nella area metropolitana di Phoenix, nonostante questa città dipenda dallo stesso fiume e abbia temperature che regolarmente arrivano a 115 gradi (Farenheit). Dai tempi dell’uragano Andrew, che devastò la Florida nel 1992, e benché la Florida sia diventata un simbolo della minaccia dell’innalzamento del livello dei mari, più di 5 milioni di persone si sono spostate sulle coste dello Stato, innescando un boom storico nell’edilizia e nel settore del real estate”. 

A disintegrarsi sono anche i simboli della geografia culturale degli Stati Uniti. 

Neppure l’Oregon è più lo spazio aperto, la frontiera della west coast, che per due secoli ha nutrito le speranze e la capacità di costruzione di una intera nazione. Questo sentimento è stato descritto perfettamente su THE ATLANTIC da Emma Marris: “Il west americano porta il peso di ogni sorta di bagaglio culturale, in buona misura un insieme di luoghi comuni sulla brutalità dei coloni-colonialisti, che in un batter d’occhio si trasforma nel culto, pericolo e tossico, di un duro individualismo e del saper contare solo su se stessi, i miti, insomma, delle opportunità infinite. Eppure, una parte dell’ethos del west, a cui sono sempre stata attaccata, come chiunque nato a Seattle e che ora viva nell’Oregon meridionale, è che a ovest ci sia spazio – spazio per rimanere da soli, per stiracchiarsi ed esprimere se stessi, o per spostarsi e reinventarsi. Quando vivevo sulla East Coast, i tavoli dei ristoranti mi sembrano sempre troppo vicini. I parchi erano troppo affollati. L’orizzonte era soffocato da edifici e da alberi. Tornando ad ovest i miei occhi sono stati di nuovo capaci di mettere a fuoco le montagne, lontane, e la vastità del Pacifico. Se ero annoiata o avevo bisogno di pensare, potevo sempre guidare finché sulla strada ci sarei stata solo io”. Dal 7 di settembre questo non è più possibile a causa dell’assedio del fuoco. La claustrofobia ha sostituito la gioia degli spazi aperti e immensi. Non si può più scappare e nemmeno al chiuso si è al sicuro, perché in circolazione c’è un virus sconosciuto che ha già fatto migliaia di vittime: “l’aria all’interno dello spaccio di alimentari sembra viva per la presenza di migliaia di virus microscopici; l’aria all’esterno, nel parcheggio, è visibilmente densa di pini e abeti inceneriti. Ogni respiro è un problema. In tutto l’ovest chi lavora nell’agricoltura, nell’edilizia e nei servizi è obbligato a respirare fumo e le esalazioni potenzialmente pericolose dei propri clienti. Non hanno un posto sano, pulito per lavorare. La regione dei grandi cieli e di una seconda chance è improvvisamente diventata piccola, affollata e soffocante”. 

Ora nessuno, qui in Europa, oserebbe dire che gli piacerebbe vivere in California o in Oregon. Come in un enorme sussidiario globale, il contesto americano ci restituisce il passaggio epocale, di questo 2021. È arrivato il momento di pagare il conto delle devastazioni ecologiche su scala planetaria. David Attenbourough lo ha sintetizzato nel titolo nel suo ultimo, radicale, documentario per la BBC: “Extinction: the facts“. Fatti e non opinioni.

Di botto, la zoonosi e una stagione di distruzione che, diciamo la verità, abbiamo sempre relegato al ventaglio di possibilità ecologiche tipiche del terzo, quanto, quinto mondo ( i Paesi da cui preleviamo risorse naturali senza scrupolo da 5 secoli), sono addosso a noi. Da questo momento in poi le cose non andranno meglio o un po’ meglio, e nemmeno saranno riparate o riaggiustate. Da questo momento in poi sperimenteremo le conseguenze della nostra condotta moralmente apatica. Perché, se anche saremo a decine di migliaia di chilometri dalle zone rosse a 50 gradi e muri di fuoco, o da chissà quale altra sventura climatica a venire, comune sarà la certezza di vivere nell’epoca della distruzione. 

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Per i parchi nazionali non sarà un biodiversity super year

Il previsto “biodiversity super year” non sarà un successo, quando a Natale tireremo le somme di questo 2020. All’avvicinarsi della data fatidica del 30 settembre, quando la 75esima sessione della Assemblea Generale delle Nazioni Unite, a New York, verrà inaugurata da uno speciale Summit on Biodiversity, come già accadde nel 2014 per l’audizione straordinaria sul clima presenziata da Leonardo Di Caprio, è già chiaro da ora che nulla di sensazionale verrà dichiarato o promulgato. 

Le buone intenzioni, sulla carta, sono anche stavolta ottime. Si legge nel comunicato stampa ufficiale della CBD (Convention on Biological Diversity) che lo scopo del Summit è “dare forza allo sviluppo e alla conseguente adozione di una efficace cornice post 2020 (definizione di obiettivi di conservazione globali che superino gli Aichi Targets 2020, NDR) per la biodiversità globale all’interno della COP15 ( la Cop prevista in ottobre a Kunming, in Cina, che è slittata alla prossima primavera a causa della pandemia, NDR). La cornice post 2020 deve essere ambiziosa, non soltanto negli obiettivi e nei target, ma anche nel fornire i mezzi, finanziari e di altra natura, per raggiungere questi obiettivi, nonché i meccanismi da mettere in campo per rendicontare i progressi raggiunti”. 

Intanto, è evidente che pure i parchi nazionali, le aree protette che sono da decenni gli avamposti più importanti nella protezione di ciò che rimane della diversità biologica del Pianeta, sono ovunque minacciati da una immensa fame di energia, che non ha nulla a che spartire con sbandierati interessi di protezione del patrimonio biologico del Pianeta, ormai da considerarsi bene dell’umanità. 

L’India, la notizia è uscita su SCIENCE il 28 agosto, “ha ridotto le sue foreste e le sue specie selvatiche in una geografia a macchie di leopardo. Tra gennaio e maggio, il ministro dell’Ambiente, delle Foreste e del Cambiamento Climatico ha dato la sua approvazione di clearance  ambientale (cioè l’approvazione a procedere) a 73 progetti entro un raggio di 10 chilometri all’interno di una foresta, inclusi alcuni progetti contigui a foreste che si trovano sotto uno statuto giuridico protetto”, scrive la dottoressa Suvarna Khadakkar, RTM alla Nagpur University (Marahastra, India), Dipartimento di Zoologia. Questi progetti contemplano “costruzioni industriali, strade, miniere e nuove infrastrutture”, che ovviamente portano con sé alterazioni permanenti e fonti di disturbo ambientale, a detrimento di tutto l’habitat. Secondo Khadakkar “23 di queste proposte si trovano in prossimità di zone in cui ci sono specie designate come ‘assolutamente vulnerabili’ per lo India’s Wildlife Protection Act”. Nella lista nera figura anche il Dibru Saikhowa National Park, una foresta tropicale a boscaglia di alberi decidui e pianure soggette a inondazioni, un’area protetta di quasi 700 chilometri quadrati (eppure, sostanzialmente un francobollo) nell’estremo nord-est del Paese, nello Stato di Assam. In concomitanza con il via libera governativo, la Oil India Limited ha annunciato di voler avviare esplorazioni petrolifere a ridosso dei confini del parco. 

Raggiunta via mail, la dottoressa Khadakkar spiega: “la lista pubblicata per il Dibru Saikhowa National Park menziona la presenza di molte specie la cui sopravvivenza è in pericolo a causa di questo progetto: il criticamente minacciato grifone dorso bianco del Bengala (Gyps bengalensis), l’airone pancia Bianca (Ardea insignis) il gharial (Gavialis gangeticus), l’unico coccodrillo della famiglia dei Gavialidi, il leopardo asiatico (Panthera pardus), già vulnerabile, il leopardo delle nevi (Neofelis nebulosa), il bucero bicorne (Buceros bicornis), e la tigre (Panthera tigris), l’elefante asiatico (Elephas maximus), il delfino di fiume del Gange (Platanista gangetica), l’anatra dalle ali bianche (Asarcornis scutulata), e la tartaruga di stagno punteggiata (Geoclemys hamiltonii). Sono tutti classificati sotto lo Schedule 1 dello India’s Wildlife Protection Act”.

A queste specie ne va aggiunta una, il gatto-pescatore (Prionailurus viverrinus), uno “small cat” una volta diffusissimo in tutto il sud est asiatico, in un areale immenso (come molti altri gatti in Asia), che comprendeva anche le Sundarbans, il Nepal, il Bangladesh, il Myanmar, la Tailandia, il Vietnam (qui è ormai funzionalmente estinto), la Cambodia e forse la Malaysia, lo Sri Lanka; c’è, forse, come documentato da MONGABAY quattro anni fa, anche una sottospecie endemica dell’isola di Java, di cui però si ha un solo avvistamento documentato nel 1994. Oggi, il gatto-pescatore, che prospera nelle zone paludose e acquitrinose, rischia di scomparire prima ancora che la sua etologia ed ecologia siano state studiate a fondo. Secondo la WILDLIFE CONSERVATION NETWORK ne sopravvive una popolazione nelle Sundarbans ( dove rimane anche una roccaforte di tigri del Bengala), ma nella regione di Calcutta non è avvistato dal 2011. Oltre alla inquietante demografica umana del subcontinente indiano, è stata l’acquacoltura, ad esempio di gamberetti, a mangiarsi via l’habitat di questo gatto. 

La IUCN Red List non fornisce una cifra complessiva sul totale delle popolazioni rimaste e del numero di individui, ma la diagnosi sulle cause del suo declino generalizzato è sempre la stessa: “le attuali roccaforti globali, e conosciute, del gatto pescatore sono lo Sri Lanka, il Bangladesh, il Bengala occidentale in India e la fascia del Terai Duar, che collega le colline ai piedi del complesso dell’Himalaya in India e in Nepal. La perdita di habitat, insieme alle uccisioni dirette a causa del conflitto con le popolazioni locali in tutto l’areale della specie, hanno portato ad un declino complessivo che si pensa sia dell’ordine del 30% o anche di più negli ultimi 15 anni, e cioè in 3 generazioni”. 

La scoperta di una popolazione urbana di questi gatti a Colombo, nello Sri Lanka, una città che ha 650mila abitanti, apre interrogativi sulla adattabilità e la resilienza della specie, che potrebbe forse rivelarsi un vantaggio nei decenni a venire. È un destino – la progressiva sovrapposizione con gli insediamenti umani e lo sviluppo di nuove strategie adattative – che accomuna il gatto pescatore a quanto sta avvenendo anche ad altri felini. Il caracal abita ormai da tempo le periferie montagnose e boschive di Città del Capo in Sudafrica (Urban Caracal Project, Cape Town); in India, i leopardi sono sempre più frequenti, soprattutto di notte, tra le strade fangose degli slum di Mumbai. 

Una notizia non meno devastante è arrivata dallo Zimbabwe il 3 settembre. Il governo avrebbe dato il permesso ad una impresa cinese per 2 concessioni corrispondenti ad altrettante miniere di carbone all’interno del parco nazionale Hwange e nella adiacente Deka Safari Area. AFRICA GEOGRAPHIC riporta che “le due concessioni si trovano nella parte nord del parco nazionale e sembra che siano state vinte (granted) dalla Afrochi Energy (concessione SG7263 – che include la Deteema Dam e la Masuma Dam) e dallo  Zhongxin Coal Mining Group (concessione) SG5756”. 

Per capire la portata di questa decisione, bisogna ricordare che cosa è lo Hwange: 15mila chilometri quadrati, che ospitano la seconda più grande popolazioni di elefanti in Africa (dopo il Botswana).  Lo Hwange è decisivo ( cioè è uno dei posti in cui la specie giocherà la sua partita con la propria estinzione entro i prossimi 30-40 anni) anche per il leone. Lo Zimbabwe è uno dei 6 Paesi africani ad avere ancora più di 1000 leoni. Ed è uno dei Paesi del continente ad avere le più grandi sub-popolazioni di leoni, perché appartiene, grazie allo Hwange, al “sistema” geografico Okavango-Chobe-Hwange, che comprende le popolazioni di leoni del Botswana centrale e settentrionale (in continuità territoriale ed ecosistemica con il Chobe NP e la Moremi Game Reserve). Lo Hwange è, di conseguenza, una delle ultime 10 roccaforti biologiche della specie, perché ha almeno 500 individui adulti. 

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Le antiche tradizioni religiose minacciano le foreste del Nord Africa

Le tradizioni religiose e culturali possono avere un impatto devastante sugli ecosistemi che sono già sottoposti ad uno stress ecologico dovuto alla combinazione di più fattori antropici. Anzi, queste stesse tradizioni sono ormai un fattore di distruzione, a dimostrazione della complessità antropologica della crisi biologica del XXI secolo. È quanto sta accadendo alle foreste del Nord Africa, che, secondo una Lettera pubblicata il 27 agosto scorso su SCIENCE da Rassim Khelifa del Dipartimento di Zoologia della University of British Columbia, a Vancouver, in Canada,  stanno crollando sotto la pressione del taglio sempre più massiccio di alberi destinati alla produzione di carbone da cucina, il cosiddetto charcoal. 

Il charcoal è un combustibile destinato alla cucina diffusissimo in Africa: “il legname raccolto viene convertito in puro carbone lasciandolo bruciare sotto il terreno in un ambiente povero di ossigeno, che elimina l’acqua e concentra componenti del legno come il metano e l’idrogeno. Il risultato è una forma di energia che, all’accensione, sprigiona maggiore calore e rilascia meno gas rispetto al legno. Il charcoal pesa inoltre meno del legno, il che lo rende più facile da trasportare”, spiega una nota del CIFOR (Center for International Forest Research). 

Nel Nord Africa, secondo Khelifa, l’uso di raccogliere legno già morto è una abitudine antica, ma le cose sono cambiate: “La domanda di carbone e il suo prezzo di vendita sono cresciuti e quindi le attività illegali per produrlo si sono moltiplicate”. E la domanda è particolarmente elevata in prossimità della festività religiosa musulmana del sacrificio, lo Eid al-Adha, in cui le carni di pecora debbono essere cotte e cucinate sulla brace: “quest’anno in Algeria il numero di fuochi ha raggiunto un picco il 27 luglio (4 giorni prima dello Eid al-Adha) con 66 roghi simultanei in 20 province. Negli anni a venire il picco potrebbe portare un sostanziale danno ambientale poiché lo Eid al-Adha cadrà durante l’estate, quando la stagione del fuoco nelle foreste è al suo culmine e contenere i roghi diventa difficile. Il modello produttivo e commerciale del charcoal è fatale per la salute delle foreste del Nord Africa dal momento che i profitti dalla vendita aumentano in proporzione alla estensione dell’area di foresta sfruttata. I fuochi impoveriscono il suolo, intensificano la desertificazione ed intensificano il cambiamento climatico”. 

Tutto questo in un contesto biologico molto fragile. Secondo la Convenzione per la Biodiversità (CBD), in Algeria la biodiversità montana è molto ricca e la porzione del Paese che sconfina nel Sahara ha ecosistemi ancora pressoché sconosciuti alla ricerca scientifica. Il Paese ha 121 specie classificate in CITES e 75 sono minacciate di estinzione. Tra queste ci sono 14 specie di mammiferi e 11 di uccelli. La superficie della vegetazione nativa della steppa ha subito una riduzione massiva, del 50% dal 1989. Le specie più a rischio sono proprio alberi: il cipresso Tassili (Cupressus dupreziana), di cui rimangono solo 200 esemplari nella Tassili Biosphere Reserve, il pino nero (Pinus nigra) e il ginepro turifero (Juniperus thurifera), alberi magnifici che solo un secolo e mezzo fa prosperavano in foreste abitate anche dai leoni, oggi estinti.

C’è anche una altra tradizione in Algeria che minaccia la biodiversità locale, documentata sempre da Rassim Khelifa in un contributo su NATURE: la cattura e il mantenimento in cattività del cardellino europeo (Carduelis carduelis). Gli autori hanno studiato “la domesticazione per motivi culturali del cardellino europeo nel Maghreb occidentale (Marocco, Algeria e Tunisia) e gli effetti di lungo periodo del bracconaggio sulle popolazioni selvatiche nel periodo 1990-2016, sulla distribuzione dello home range della specie, sul suo valore socio-economico, sul commercio internazionale e infine sul potenziale danno collaterale arrecato da tutto questo agli uccelli migratori sulle rotte Europa/Africa”. Il cardellino europeo, dall’inizio degli anni ’90, ha perso il 56% della sua distribuzione, in concomitanza con l’instaurarsi di una rete di commercio di esemplari vivi in tutto il Maghreb. 

“In Nord Africa, l’uso di un cardellino come pet risale alla dinastia degli Omayaddi, attorno quindi al 700 d.C., e raggiunge questa regione attraverso l’espansione del loro Califfato. Oggi è ormai parte della cultura di questi Paesi comprare e allevare in gabbia cardellini per via dei loro eleganti colori e della varietà del loro canto. Nel Maghreb occidentale (Marocco, Algeria e Tunisia) il bracconaggio su scala industriale è cominciato nei primi anni Novanta. A seguito di una profonda crisi economica, il bracconaggio sul cardellino è diventato un lavoro e anche un hobby per le genti locali ,che mettono trappole per la specie tutto l’anno, anche durante la stagione riproduttiva. Intrappolare gli uccelli e ucciderli è proibito nel Maghreb occidentale a partire dal 2004 in Algeria, dal 2007 in Tunisia e dal 1962 in Marocco, ma l’applicazione delle leggi sulla conservazione è spesso elusa e quindi l’efficacia di queste leggi è molto opinabile”. 

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