Il Covid potrebbe essere la tempesta perfetta per l’Africa. Serve una responsabilità finanziaria globale per le terre selvagge del continente

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L’Africa è a un bivio. La crisi globale innescata dalla pandemia ha portato allo scoperto il lento declino della biodiversità del continente e potrebbe rivelarsi una perfetta tempesta di amplificazione esponenziale per le minacce di matrice umana alla più spettacolare wildlife rimasta sulla Terra. Questa la denuncia di uno studio di eccezionale importanza, ed estremamente accurato, uscito a metà agosto su NATURE Ecology & Evolution, Conserving Africa’s wildlife and wildlands through the Covid-19 crisis and beyond, firmato da un team di ricercatori di punta, tutti esperti di spazi selvaggi e di megafauna africana. Lo studio analizza i due principali fattori di “collasso interno” della conservazione così come finora è stata disegnata e pianificata sul continente: l’enorme dipendenza dal turismo internazionale, che genera proventi di 29 miliardi di dollari all’anno e ha finora funzionato come generatore di posti di lavoro ben qualificati e come supporto alle economie locali; e le donazioni internazionali, provenienti da una costellazione di soggetti, come organizzazioni non governative, filantropi, fondazioni, i quali, tutti insieme, arrivano a coprire il 32% dei costi delle aree protette, fino addirittura al 90% in alcuni Paesi. Entrambe queste fonti di sostentamento si sono prosciugate a causa del freno sull’economia globale dovuto all’emergenza sanitaria. All’incirca il 90% dei tour operator ha messo in conto una contrazione di affari del 75%. Le donazioni saranno al minimo per almeno i prossimi due anni. Durante la crisi del 2008, riporta lo studio, le transizioni di questo comparto crollarono del 40%. Forse per il 2020 e il 2021 andrà anche peggio. È quindi indispensabile rivedere e riformulare i flussi di finanziamento che garantiscono le aree protette, e inventarne di nuovi, per rendere il “sistema della conservazione” più autonomo. 

La conservazione della biodiversità africana è una questione globale, e non periferica o secondaria. Allo stato attuale delle cose, il futuro appare quanto mai incerto, e fosco, considerato che “l’Africa ha 2000 Key Biodiversity Areas e supporta le popolazioni di grandi mammiferi più diversificate e abbondanti del mondo”. E infatti questo studio contiene alcune riflessioni di svolta rispetto al modo tradizionale in cui, anche nel contesto scientifico, viene analizzata l’importanza dell’Africa negli scenari ecologici a venire del nostro Pianeta. Gli autori affermano che “la wildlife africana ha anche un considerevole valore esistenziale, il valore che le persone ricavano dal semplice sapere che essa esiste”. Le società civili delle nazioni più ricche dovrebbero sentirsi coinvolte dal destino della wilderness africana anche per un altro motivo: gli habitat del continente forniscono “servizi ecosistemici” di cui tutti beneficiamo: “il mondo intero beneficia dei servizi eco-sistemici forniti dall’Africa attraverso il sequestro di carbonio; gli ecosistemi africani giocano un ruolo critico nel salvaguardare la salute mentale e fisica dell’umanità”. In gioco non c’è quindi solo una svolta nella struttura internazionale che regge la conservazione (finanziamenti, regolamentazioni globali come gli accordi CITES, collaborazioni tra Ngo, Università e istituti di ricerca e progetti sul campo, turismo, donazioni da privati), ma, forse con ancora maggiore urgenza, una svolta morale da parte dell’opinione pubblica nelle nazioni più benestanti. Una svolta morale che diventi pressione politica. 

Alcuni degli esempi di questa “tempesta perfetta” sono particolarmente preoccupanti. L’Arli National Park in Burkina Faso, che è transfrontaliero con il Benin e il Niger, l’ultima roccaforte degli ultimi leoni dell’Africa occidentale, ha dovuto sospendere tutte le attività finanziate attraverso un grant di 1 milione e mezzo di euro pagato dall’Unione Europea. È probabile che alla fine del periodo di investimento previsto dal piano di finanziamento il Parco dovrà restituire tutti i fondi. In Sudafrica, il SanParks, l’entità para-statale che è incaricata di gestire tutti i parchi nazionali del Paese e può cercare finanziamenti in modo indipendente, dipende quasi esclusivamente dal turismo (l’84% del budget nel 2018) e questo significa, adesso, casse quasi vuote. La Zimbabwe Parks and Wildlife Management Autorithy, nel secondo quadrimestre di quest’anno, ha subito un taglio del 50% dei fondi (3.8 miliardi di dollari), a causa del crollo del turismo. Anche la Ol Pejeta Conservancy in Kenya, che ospita gli ultimi rinoceronti bianchi e gode di una certa popolarità mediatica, è sotto scacco: meno 1.8 miliardi di dollari. In Namibia, per molti motivi un Eden per la wildlife e modello di successo, le Communal Conservancies, ossia le terre di proprietà comune convertite alla protezione delle fauna e talvolta alla caccia da trofeo, hanno subito una contrazione di profitti da turismo di 4.5 milioni di dollari. La tempesta rischia di rallentare e compromettere anche un trend efficace di collaborazione pubblico/privato ( e cioè tra Ngo e le autorità governative preposte alla gestione dei parchi ) che negli anni ha ottenuto notevoli risultati nel valorizzare il “potenziale ecologico” delle aree protette, e, soprattutto, di fondarne di nuove. 

Secondo una ricerca (Models for the collaborative management of Africa’s protected areas) uscita nel 2018 su BIOLOGICAL CONSERVATION, la proliferazione, in tutto il continente, di partnership tra Ngo e governi “rispecchia un trend globale verso una ridotta dipendenza del finanziamento e della gestione statale sulle aree protette a favore invece di una crescente partecipazione di stakeholder nella amministrazione di queste stesse aree, in aggiunta ai cambiamenti giuridici connessi”. Il ruolo delle Ngo private è quindi strategico per rafforzare i territori sotto protezione. L’interruzione del flusso di denaro dalle organizzazioni non governative ha ripercussioni dirette sul potenziale di protezione della geografia selvaggia, e delle faune selvagge. Gli autori hanno analizzato 43 aree protette in 16 nazioni africane, individuando tre modelli pubblico/privato: “la delega totale di gestione (management) dallo Stato ad una Ngo; la co-gestione al 50%; il supporto finanziario e tecnico fornito”.

La delega completa è un modello che sta funzionando in un certo numero di aree protette in Repubblica Centro Africana (CAR), Repubblica Democratica del Congo (DRC), Congo Brazzaville e Chad, Paesi poco conosciuti tra i clienti dei grandi safari di lusso, ma che hanno ancora spettacolari risorse faunistiche e paesaggistiche; ma questo modello è attivo anche in Zambia, Madagascar e Malawi. Il parco nazionale Zakouma in Chad è uno di questi esempi positivi (reintroduzione della giraffa di Kordofan, una specie ormai criticamente minacciata) e lo è pure Akagera, in Rwanda, al centro di eccezionali sforzi di ripopolamento faunistico dopo il genocidio del 1994. Quando c’è co-gestione, le Ngo riescono a portare sul campo un ottimo know-how: funziona così il Virunga National Park. Ma il modello in assoluto più diffuso è l’importazione di competenze finanziarie e tecnico scientifiche. All’interno di questo schema, il personale esterno mantiene un cruciale ruolo di “advisory” in parchi di enorme importanza, e fama, come il Kafue (Zambia), il Ruaha (Tanzania) e la W-Arly. Il supporto tecnico è ormai strutturale allo Tsavo est (Kenya) e al Luangwa (Zambia). 

Ma di quanti soldi stiamo parlando? Queste collaborazioni consentono di coprire costi che possono arrivare a quasi 3000 dollari al chilometro quadrato. In una Lettera pubblicata nel 2013 su ECOLOGY LETTERS (Conserving large carnivores: dollars and fence), le cifre discusse necessarie a garantire gli home range dei grandi predatori africani come i leoni e i leopardi sono da capogiro. Le enormi aree protette transfrontaliere senza recinzioni hanno popolazioni di leoni che tendono a non raggiungere la loro “carrying capacity”, e cioè il limite di individui che un habitat può sostenere (numero di prede disponibili, opportunità riproduttive): queste porzioni di Africa richiedono qualcosa come 2000 dollari americani al chilometro quadrato. Il budget scende a 500 dollari al chilometro quadrato nelle riserve chiuse da recinzioni (fenced), i cui leoni sono costantemente sulla soglia della capacità di carico. Nelle game reserve che consentono la caccia da trofeo ci si assesta, sempre secondo queste stime del 2013, attorno ai 1000 dollari a chilometro quadrato. Secondo una ricerca più recente pubblicata dalla PNAS a ottobre del 2018 ( More than $1 billion needed annually to secure Africa’s protected areas with lions ), la presenza del leone può funzionare come un indicatore (proxy) per capire lo stato di salute di una area protetta in relazione al budget richiesto per mantenere quella popolazioni di leoni. Confrontando i finanziamenti di 282 aree protette di proprietà statale nell’anno 2015, gli autori hanno stimato che “il finanziamento minimo annuale per un chilometro quadrato è, stando all’African Park Network, di 978 dollari, di circa 1.271 dollari per chilometro quadrato in 115 aree protette in cui i leoni siano ad una capacità di carico del 50% e di circa 2.030 dollari per chilometro quadrato in 22 aree senza recinzioni”. In conclusione, occorre “un totale che va da 1.2 a 2.4 miliardi di dollari all’anno” per proteggere le geografie africane con gli ultimi 20-25mila leoni del continente. Oggi, a prescindere dalla pandemia da SarsCov2, attraverso i canali di finanziamento consolidati arrivano in Africa solo 381 milioni di dollari all’anno, che equivalgono a soli 200 dollari per chilometro quadrato. 

La struttura portante della conservazione è insomma largamente insufficiente. 

Appoggiarsi alle Ngo significa quanto meno provare ad intervenire su problemi cronici, perché l’inefficienza non sempre dipende dalla corruzione. Spesso manca il personale e i funzionari necessari a indirizzare il denaro dove più serve. Anche in Paesi che già fanno molto per i propri parchi nazionali, il supporto tecnico e finanziario “ha un senso dove c’è una minaccia specifica o una sfida o anche una opportunità che il governo non è in grado di affrontare da solo”. Questo contesto, economico ed ecologico, apre virtuosamente la porta al coinvolgimento dei privati stranieri. Una strada che, nonostante gli inevitabili pregiudizi e i timori post-coloniali, nessuno si può più permettere di non intraprendere. 

Raggiunto ad Harare, Zimbabwe, via Zoom, Peter Lindsey di Lion Recovery Fund e Wildlife Conservation Network, che lavora anche per il Dipartimento di Zoologia della Università di Pretoria, leading dello studio su NATURE: “La collaborazione tra soggetti del settore privato e i governi sta sicuramente crescendo, ma è ancora una piccola porzione rispetto al suo enorme potenziale. Possiamo dire che in Africa è piuttosto comune, perché è uno strumento importante per i governi, consolidato. Ciò che serve davvero ora è semplificare e rendere più chiare le modalità giuridiche con cui far entrate i privati, perché il potenziale di efficacia di queste partnership è altissimo, come dimostrano molte storie di successo degne di nota in cui i finanziamenti da fonte privata si sono sommate ad un forte know how. La chiarezza interna dell’intero processo legale è la questione-chiave. Il turismo fotografico è senz’altro una fonte di fondi molto rilevante ed è una componente in crescita, che non solo fornisce posti di lavoro di alto profilo professionale, ma costituisce anche la giustificazione per il mantenimento delle aree protette. In regioni remote ad alto potenziale turistico bisogna rendere più semplici i meccanismi per ottenere il visto turistico, in modo da permettere ai visitatori di raggiungere questi territori più agevolmente, bisognerà sicuramente anche potenziare le infrastrutture e garantire la sicurezza. I governi stanno compiendo passi in questa direzione in molti Paesi, c’è un impegno in questo senso. Ma la wildlife deve diventare un asset strategico anche per il turismo domestico, locale, non solo per quello internazionale. E su questo aspetto specifico c’è già un riconoscimento generale qui in Africa, che cioè questo passaggio sia indispensabile, anche se rimane molto lavoro da fare”. 

Devono crescere anche i finanziamenti internazionali. Gli autori propongono una serie di strumenti finanziari, alcuni in fase pilota, altri in discussione, il cui scopo è allargare la base di coinvolgimento nella protezione della biodiversità africana e al contempo rafforzare i meccanismi di redistribuzione dei profitti ricavati dalla wildlife. Alcuni di questi strumenti comprendono: l’impiego dei “crediti” pagabili non solo per il carbonio ( emissioni serra), ma anche per la biodiversità nelle aree ancora selvagge maggiormente in pericoloso di andare perdute per sempre; il pagamento diretto delle nazioni economicamente influenti  perché nazioni ricche di biodiversità risparmino i loro territori selvaggi, come accaduto nel caso della Norvegia e del Gabon; leasing su aree ad alto potenziale di conservazione per prevenire la conversazione ad agricoltura; schemi di “performance payments” per le comunità locali che decidono di conservare le loro specie selvatiche all’interno dei loro habitat; e addirittura  un “conservation basic income”, un reddito garantito per le i villaggi che proteggono la wildlife. Un ulteriore strumento di enorme impatto emotivo per noi occidentali è la proposta di instituire meccanismi di pagamento per i “servizi culturali”, ossia dall’uso pubblicitario, cinematografico ed estetico di immagini di specie africane, soldi che devono finire direttamente sulla conservazione di queste specie. 

Tutto questo significa cambiamento, di modi di pensare e di scale di priorità, per tutti: “Va comunque detto anche questo, che in contesti di super-turismo, ossia di affluenza eccessiva di turisti, è necessario definire un piano di gestione, aumentare i costi di accesso e stabilire una soglia nel numero di persone. I turisti in Africa devono certamente entrare nell’ottica di idee che è importante pagare per compensare l’impronta ambientale di un safari in loco, una compensazione degli offset che non significa affatto pianare alberi esotici, ma, piuttosto, e in modo molto più diretto, contribuire al mantenimento e alla gestione delle aree protette. Ad esempio, i voli aerei per raggiungere la wilderness sono un offset, che deve trovare una via di compensazione capace di produrre benefit per le aree protette, perché le donazioni internazionali non sono abbastanza, ma d’altronde occorre coinvolgere il turismo nel sostegno finanziario agli spazi selvaggi in modo nuovo”, spiega Lindsey. 

“Dobbiamo tenere in considerazione il fatto che la popolazione africana sta crescendo e che quindi serve una ridefinizione e una riflessione su come distribuire il peso della conservazione. Questo significa tradurre in realtà un meccanismo all’interno del quale i Paesi che più inquinano, con la loro maggiore domanda di risorse, lavorino insieme alle nazioni africane per lo scopo comune di mettere da parte territori destinati alla conservazione. La conservazione è uno strumento di sviluppo, ma a patto, ormai, che si appronti un sistema di finanziamento internazionale che riconosca a chi abita le nazioni ricche di biodiversità il ruolo di custodi di un bene insostituibile per la salvezza del mondo intero. Sì, in qualche modo possiamo dire che è arrivato il momento di ‘rendere anche il resto del mondo responsabile per il futuro dell’Africa’. Si può ad esempio cominciare a ragionare su soluzioni di scambio proficuo per tutte le parti. Noi viviamo infatti un controsenso, che un enorme patrimonio biologico si trova in Africa, eppure l’Africa è gravata da un immenso debito. Concedere un risanamento del debito al posto dell’aiuto umanitario e quindi permettere alle nazioni africane di spostare risorse economiche sulla conservazione permetterebbe loro di investire, finalmente, sui loro assist naturalistici, spezzando un circolo vizioso di debito e dipendenza da aiuti esterni”. Il momento storico che stiamo vivendo è quindi di portata decisiva: “Le genti africane possono e devono provare a fare di più, ma noi dobbiamo capire che il fondamento portante di questo ‘di più’ è la conservazione degli spazi selvaggi. L’Africa è ad un punto di svolta, che potrebbe rivelarsi anche un punto di non ritorno. La wildlife è in difficoltà ovunque, ma le peggiori situazioni ci sono dove c’è anche instabilità politica. Alcuni Paesi investono di più, altri meno, eppure il punto è che ovunque osserviamo un deficit di budget. Abbiamo disperatamente bisogno di una prospettiva di lungo periodo, di un lavoro sistematico che mobiliti in modo stabile risorse finanziare per la conservazione”.

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