La compassione per gli animali ridotta a ideologia danneggia la conservazione delle specie

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La conservazione è ad un bivio. Ciò che in ambiente scientifico chiamiamo “protezione delle specie animali ancora selvatiche e dei loro habitat”,  e a cui la gente comune usa riferirsi come “natura”, è vicino ad un punto di non ritorno. In un certo senso, abbiamo già superato una soglia limite: senza la gestione umana degli spazi selvaggi nessuna area protetta è in grado di resistere al crescere della pressione antropica, all’espansione dell’agricoltura, delle infrastrutture e delle reti dei trasporti. In Africa, il continente che vanta le più numerose e diversificate popolazioni di grandi mammiferi del Pianeta, a causa della epidemia di SarsCov2  il turismo è crollato del 90%. Ma il turismo assicura il 32% delle aree protette, in certi casi copre addirittura il 90% dei costi delle aree protette. I finanziamenti provenienti dalle donazioni internazionali continueranno a calare per altri due anni. Ci ci aspetta una contrazione di questa fonte di donazioni superiore a quella osservata nel 2008 (7%) e nel 2009 (6.2%), e questo vale per i soldi che arrivano in Africa dagli Stati Uniti d’America. Il risultato finale potrebbe essere un 40% in meno di quello che occorre per mantenere al minino di protezione le aree protette di tutta l’Africa. 

Ovunque, la dipendenza degli ecosistemi ancora integri dalle scelte umane (quelle già conclamate ed effettive, come l’alterazione dell’equilibrio climatico terrestre e lo sfoltimento delle popolazioni animali, e quelle necessarie per salvare il salvabile) impone pratiche “di nuova generazione” nella gestione degli spazi selvaggi, e cioè intrusioni ad alto know how scientifico che hanno come scopo il rafforzamento di caratteristiche ecologiche capaci di fronteggiare le alterazioni sistemiche dei prossimi decenni. Ecco alcune di queste macro-aree di intervento, che corrispondono ad altrettanti campi di ricerca che tentano di capire come sia meglio intervenire per assecondare la resilienza dei biomi ancora funzionanti: le alterazioni strutturali, ad esempio nella composizione della vegetazione (numero e tipo di specie di alberi e piante), dovute al crescere delle temperature; il “range shift” e cioè lo spostamento delle popolazioni animali che tendono a cercare nuove regioni di stanziamento con temperature più simili a quelle degli habitat in cui si sono evolute, ormai troppo caldi; la translocazione delle specie, ossia l’inserimento di individui di una specie in un habitat migliore rispetto a quello di un tempo, ormai troppo compromesso; la ricreazione di comunità animali ; i paesaggi “eterogenei”, paesaggi non più selvaggi ma neppure completamente antropizzati; la stabilità genetica delle popolazioni animali in difficoltà o sotto minaccia, che significa garantire un tasso di riproduzione sufficiente a stabilizzare la specie sul lungo periodo; la colonizzazione assistita, il ripopolamento controllato all’interno di un territorio; la velocità della risposta evolutiva, ossia il monitoraggio del modo in cui le specie riescono a rispondere spontaneamente alle nuove e rapide trasformazioni ambientali; le popolazioni-rifugio, cioè le ultime popolazioni di specie a un passo dall’estinzione, che sopravvivono solo in ristrette geografie-rifugio. 

Alcuni esempi di queste realtà non solo ecologiche, ma direi anche storiche, e cioè strettamente dipendenti dalle caratteristiche intrinseche della nostra era, vengono dagli Stati Uniti e sono state raccontate in un illuminante articolo scritto da Miranda Weisse pubblicato dal blog della Università di Yale. In Wisconsis si discute se spostare più a nord le specie di alberi delle foreste autoctone e se ridurre l’habitat del castoro in modo da permettere ai fiumi di rimanere più freddi senza le loro dighe. Nel Missouri alcuni ritengono si debbano rimuovere le specie di alberi già sotto stress climatico e idrico e quelle che presto cominceranno ad esserlo, sostituendole con specie più adatte a un clima decisamente differente rispetto agli ultimi secoli, come ad esempio la quercia nera e la quercia rossa. Nel Maryland le paludi a canneto, oasi di molte specie di uccelli potrebbero essere drenate e dirottate dove adesso ci sono alberi ad alto fusto. In Alaska, nel Kenai Refuge, alcuni ecologi vorrebbero introdurre il bisonte, perché questa porzione dello Stato, che ora è una woodland (territorio dominato da bosco con alberi ad alto fusto) è destinata a diventare una grassland (distesa di prateria erbosa). 

In un contesto globale di questo tipo è importante capire quale idea di conservazione della natura sia la più efficace e la più appropriata. E non tutti concordano sugli assunti storici e consolidati che negli ultimi decenni sono stati la bibbia della protezione della natura. Si sta facendo strada una tendenza che molti giudicano pericolosa, la cosiddetta “compassionate conservation”. Il dibattito nel mondo anglosassone, quello che in definitiva conta di più e mobilita più risorse e maggiore prestigio scientifico, è feroce e però illuminante. C’è infatti una spaccatura enorme tra la rappresentazione realistica, biologica e genetica dei problemi che abbiamo davanti, e la sua interpretazione, spesso emotiva e acritica, che la fa da maggiore sui social media. 

A giugno del 2019 è uscito su CONSERVATION BIOLOGY un articolo di sintesi della questione intitolato Deconstructing compassionate conservation. Come suggerisce il titolo stesso, questo nuovo indirizzo di pensiero intende privilegiare, su qualunque altro principio-guida di conservazione, il benessere animale. Dal 1995 al 2004 questo tema ha interessato meno di 30 pubblicazioni specialistiche, ma nel solo 2018 sono stati pubblicati 1100 contributi dedicati. Si potrebbe pensare che i motivi di questa crescita esponenziale risiedano nella sconcertante sofferenza inflitta agli animali selvatici su un Pianeta sempre più sovrappopolato e ferocemente sfruttato, ma il contesto è più complesso e preoccupante. Così gli autori spiegano lo scontro di visioni in campo: “il conflitto crescente tra coloro che ritengono che il benessere di un singolo animale sia un assoluto e quelli, invece, che ritengono che l’obiettivo primario sia la conservazione di intere popolazioni all’interno di un landscape”. Il rispetto della sofferenza animale è parte integrante della conservazione così come la conosciamo e non può essere separato da considerazioni generali sulla genetica di specie: “la maggior parte dei conservazionisti più rilevanti sono propensi ad abbracciare la preoccupazione etica per i singoli animali come un elemento importante delle migliori pratiche di conservazione, ma soltanto nella misura in cui essa sia coerente con i metodi di protezione sul landscape-level ( a livello dell’intero ecosistema), il cui successo sia misurabile”. E questo perché, proprio nel pieno della crisi di estinzione, è indispensabile massimizzare i risultati. Tradotto: garantire il massimo di chance al maggior numero di specie, non di individui. 

Ma che cosa propone la “conservazione improntata alla compassione”? I sostenitori di questo approccio sono contro il culling, cioè l’abbattimento selettivo di alcuni individui in popolazioni confinate in riserve e pensano che sia giusto lasciare che la megafauna non nativa e i predatori introdotti in epoca coloniale ( come ad esempio i gatti in Australia nel 1788) prosperi senza nessun controllo. Questi ricercatori arrivano a sostenere che non sia necessario abbattere gli ippopotami africani che Pablo Escobar, per puro piacere personale, introdusse in Colombia, o i topi che devastano i siti di nidificazione degli uccelli nelle isole in cui sono arrivati insieme agli Europei due secoli fa.  

Le considerazioni “etiche” che stanno a fondamento di queste posizioni sono aprioristiche e non tengono in conto gli obiettivi primari della protezione di un intero habitat, che è composto da un assemblage di specie co-evolute con quel territorio, quel clima e quella vegetazione. Gli autori che hanno pubblicato su CONSERVATION BIOLOGY insistono sul fatto che gli strumenti e le procedure finalizzate a proteggere gli habitat sono chiari e definiti: “la creazione di aree protette per mitigare la perdita di habitat e il loro impoverimento; leggi ad hoc per porre fine all’inquinamento, ad un uso eccessivo e alla persecuzione delle specie native; le translocazioni, per stabilire nuove popolazioni di specie minacciate all’interno di quello che una volta era il loro home range storico; interventi sul contesto ambientale (landscape) per facilitare la coesistenza tra specie sensibili e i fattori che le minacciano;  il controllo e la eradicazione delle specie invasive; le pratiche ex situ, come ad esempio colonie di sicurezza tenute in cattività e stoccaggio genetico per mitigare la perdita di diversità genetica quando le minacce non possono essere rimosse rapidamente”. 

Alcune di queste misure non risultano simpatiche all’opinione pubblica, soprattutto quella occidentale, mentre il punto di vista “empatico” mostra un enorme potere di seduzione su un immaginario collettivo che, quasi sempre, non ha la più pallida idea di cosa sia un bioma o una specie. E in particolar modo la gente comune si rifiuta di mettere a fuoco questo, che la protezione delle specie non è un contratto manicheo: “la conservazione è una gestione complessa di componenti tra loro interconnesse, in cui una decisione indirizzata ad una porzione dell’ecosistema può avere conseguenze dirette o indirette per numerose altre parti del sistema. Le scelte compiute dai conservazionisti hanno ripercussioni attraverso tutte le comunità biotiche, non soltanto per le specie target”. 

Capita che non fare nulla per non causare dolore sia ancora peggio: “è importante riconoscere che l’opzione zero azione può recare danno a un numero di individui decisamente più grande del fare ‘male’ solo a pochi.” E anche cintare le aree protette per evitare che individui, ad esempio predatori, entrino in conflitto con i villaggi e i contadini non è una alternativa senza dolore: “l’uso delle recinzioni (fence) introduce ulteriori contraddizioni (…) porre delle restrizioni al movimento degli animali potrebbe danneggiare alcuni individui perché non potranno muoversi liberamente per scegliere le risorse di cui approvvigionarsi o sfuggire ai predatori e agli esemplari con cui sono in competizione”. 

Difficilmente chi conosce gli animali selvatici solo da foto pubblicate su Facebook, o coloro che decidono di astenersi per principio dall’informazione ambientale basata su ricerche scientifiche, scegliendo di sottrarsi ai dilemmi morali imposti dalle contraddizioni intrinseche di un Pianeta vivente stravolto dagli esseri umani, riconoscerà che “il dolore è stato, e sempre sarà, parte della vita sulla Terra, senza via di uscita. Le catene alimentari (food web) implicano di necessità dolore e il dolore di una specie inflitta ad una altra specie, direttamente o indirettamente, poiché tutto ciò che vive compete per le risorse finite del Pianeta”.

E questo dovrebbe portare ad una assunzione forse poco confortante o adulatoria, ma ispirata al buon senso, con tutti i suoi limiti: “poche cose nella conservazione sono semplici. La conservazione che sa adattarsi ad ogni situazione, nella sua unicità, in modo flessibile, è più probabile porti maggiori vantaggi al benessere animale rispetto a regole rigide e di pronta applicazione ritagliate sull’emozione o sull’ideologia”.

Difendere il diritto alla sopravvivenza delle comunità animali su questo Pianeta significa ragionare per specie in senso storico: “una specie biologica è un pool di geni (espressi da organismi capaci di accoppiarsi e di produrre una progenie fertile) e questo significa che una specie è una linea storica di discendenza attraverso la selezione naturale. È per questo motivo che la conservazione delle specie si fonda su argomentazioni evolutive, chiare, e che su analoghi presupposti poggia la conservazione biologica, perché la estinzione di una specie è la fine di una intera linea di discendenza. Quindi, il valore delle comunità animali e degli ecosistemi è molto più grande della somma delle sue parti”. E questo significa, ad esempio, sopprimere le specie invasive che portano all’estinzione le specie native. Anche quando si tratta di gatti e di scoiattoli. 

L’appeal della compassionate conservation si nutre del lavoro sporco dei social media, che privilegiano le conversazioni ad alto tasso emotivo, ma agiscono come un effetto deformante sulla visione complessiva dei problemi ecologici. E questo purtroppo riguarda anche il flusso di donazioni che finanziano i progetti di protezione. Sul contesto africano un contributo durissimo di Gail Thomson ( esperta di carnivori con base in Namibia) è uscito su AFRICA GEOGRAPHIC. Si chiede, retoricamente, Thomson: “dovremmo gestire le specie selvatiche sulla base dei nostri sentimenti per gli animali o in base al bisogno di soluzioni pratiche a problemi reali?”. La sua critica agli avvocati della compassione “senza uccisioni” è radicale, proprio perché il loro sentimentalismo rischia di influenzare i pensieri di chi, allo stato attuale delle cose, con i propri bonifici finanzia la conservazione in Africa: “Attraverso le campagne sui social media possono essere generati milioni di dollari di donazioni inspirati dall’approccio compassionevole alla conservazione, eppure questi dollari non raggiungono le persone che hanno a che fare quotidianamente con le conseguenze reali, nella vita reale, della vita con le specie selvatiche, e quindi nemmeno un dollaro farà davvero la differenza. Infatti, coloro che vivono sulla linea del fronte della conservazione possono non essere affatto d’accordo con questa ideologia e sono anche gli ultimi a ricevere i finanziamenti ottenuti in questo modo. Il modello di conservazione operativo in Namibia, in particolare, va contro i fondamenti della conservazione compassionevole, perché pone al centro i diritti umani e non i diritti degli animali. Non c’è da stupirsi che alcune delle organizzazioni internazionali più ricche che promuovono la ideologia ‘Prima gli animali’ siano assenti dal contesto di conservazione che abbiamo in Namibia”. 

Che ci piaccia o no, due realtà sono ormai incontrovertibili: una etica assoluta non è né intelligente né efficace, ma serve soprattutto a soddisfare i nostri sensi di colpa; con 7 miliardi e 800 milioni di abitanti la Terra ha un gigantesco problema ecologico che si traduce in un abnorme problema di diritti umani, nel dipanarsi del quale si manifesta come problema biologico globale. È l’intera idea che abbiamo della vita ad essere in discussione, ad essere saltata in aria. Siamo all’anno zero di una rivisitazione del nostro ruolo di specie sulla Terra e questo interrogativo si porta dietro ogni interrogativo sulla vita degli altri, animali e vegetali. 

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