Perché ci conviene occuparci di storia

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La pandemia e le proteste di massa del movimento Black Lives Matters hanno, del tutto improvvisamente, acceso il dibattito sulla storia. Ci siamo accorti che gli ultimi cinque secoli non sono muffa sui libri di scuola, e nemmeno una entità amorfa e cementificata di cui è salutare dimenticarsi il più in fretta possibile. Investite dall’onda d’urto di una malattia globale, le società occidentali, e quindi anche noi, siamo ora costretti a guadare indietro per capire cosa succede davanti ai nostri occhi.

Razzismo, diseguaglianze sociali, degrado ambientale e cambiamenti climatici sono ormai saldati gli uni dentro gli altri in una unica tempesta di instabilità e fermento. 

In un intervento uscito su THECONVERSATION Mark Maslin e Simon Lewis della UCL di Londra hanno centrato in pieno la questione, che nella sua gravità e profondità investe l’intera cultura europea e ogni singola popolazione europea: “geografi e geologi possono dare il loro contributo a questa nuova comprensione del passato, identificando l’inizio dell’Antropocene con l’avvio del colonialismo europeo. Il nostro impatto sul Pianeta è aumentato a partire dal momento in cui i nostri primissimi antenati sono scese dagli alberi, e poi quando abbiamo cacciato alcune specie fino all’estinzione. Molto già tardi, seguendo lo sviluppo dell’agricoltura nelle società dedite anche all’allevamento degli animali, abbiamo cominciato ad alterare anche il clima. Eppure, la Terra è diventato ‘il pianeta degli esseri umani’ con l’emergere di qualcosa di drasticamente diverso. E questo qualcosa è il capitalismo, che è cresciuto sulla scorta dell’espansione europea del 15esimo e del 16esimo secolo, nell’era della colonizzazione e della sottomissione di popoli indigeni in tutto il mondo”. Noi ci troviamo dunque oggi in questa posizione rispetto alla nostra identità storica: “il passaggio a partire dal quale la abnorme influenza umana sugli ecosistemi della Terra prese a coincidere con la brutale colonizzazione europea del mondo intero”. 

Lo spericolato progetto di espansione europea è quindi una eredità che ognuno di noi si porta appresso. In ogni aspetto del suo modo di sentire, di pensare e di consumare risorse naturali. Ormai, la nostra intera esperienza del mondo deriva e dipende da questo patrimonio avvelenato. Di questo, dunque, parla Vite estinte, il secondo volume della serie Tracking Extinction disponibile su Amazon in formato Kindle ed edizione cartacea. Anche quando pensiamo che il declino delle specie animali sia lontano anni luce da noi, anche se non sospettiamo neppure di vivere nell’epoca di una estinzione di massa, questa condizione ecologica dà ritmo e forma alle nostre giornate. Che ci piaccia o no, la storia ha già bussato alla nostra porta. E se prima del SarsCov2 potevamo ancora fare finta di non essere in casa, adesso lo sgradito ospite si è attaccato al campanello e non mollerà la presa. 

È giunto il momento, come ha consigliato l’attivista Tom Rivett-Carnac intervistato dal podcast della BBC Rethink, di “ripensare la storia”. Mettendoci dentro anche il nostro nome e cognome. Il campo di battaglia del passato ha sempre suscitato in noi bianchi occidentali intensi sentimenti di orgoglio e di fierezza. Ma la gloria ereditata (le nostre democrazie, le nostre economie, i nostri stati di diritto) sono fondati sulla miseria, sulla schiavitù e sulla sofferenza di interi continenti.

Ovunque, attorno a noi, questa urgenza – ascoltare la pressione prodigiosa e terrificante della storia che stringe nella sua morsa il presente – si fa sentire attraverso condizioni economiche ed esistenziali totalmente fuori dell’ordinario. Una di queste anomalie destinate a diventare ordinarie è il collasso del turismo mangia-Pianeta.

Christopher de Bellaigue si è chiesto su TheGuardian – Long Read se per caso non stiamo assistendo alla fine del turismo, i cui numeri sono crollati su scala globale, mostrando il vero volto di un settore distruttivo come nessun altro per il Pianeta: “il virus ci ha offerto l’opportunità  di immaginare un mondo diverso, in cui ci decidiamo a decarbonizzare e a muoverci più vicini a casa. L’assenza del turismo ci ha costretti a considerare modi per diversificare l’industria, renderla più indigena e ridurre la sua dipendenza dal disastro che include tutti gli altri disastri: la aviazione civile (…) il turismo non è un diritto come molti viaggiatori delle vacanze pensano. È invece un lusso che va pagato”. 

Vite estinte discute tutto questo a partire da un ossimoro già contenuto nel titolo. Come fa ad essere estinta una vita, se ancora respira e palpita, mangia e cammina? La nostra condizione umana oggi è esattamente questa: siamo 7 miliardi e 800 milioni, numerosi come le stelle del cielo, eppure le condizioni ecologiche fondamentali che sorreggono l’evento biologico, gli equilibri interni dei sistemi biologici, sono compromessi. Una vita estinta è una vita spenta, povera di pensiero, conformista e rassegnata. Una esistenza diventava, pure lei, merce con un codice a barre. 

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