Month: luglio 2020

Perché ci conviene occuparci di storia

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La pandemia e le proteste di massa del movimento Black Lives Matters hanno, del tutto improvvisamente, acceso il dibattito sulla storia. Ci siamo accorti che gli ultimi cinque secoli non sono muffa sui libri di scuola, e nemmeno una entità amorfa e cementificata di cui è salutare dimenticarsi il più in fretta possibile. Investite dall’onda d’urto di una malattia globale, le società occidentali, e quindi anche noi, siamo ora costretti a guadare indietro per capire cosa succede davanti ai nostri occhi.

Razzismo, diseguaglianze sociali, degrado ambientale e cambiamenti climatici sono ormai saldati gli uni dentro gli altri in una unica tempesta di instabilità e fermento. 

In un intervento uscito su THECONVERSATION Mark Maslin e Simon Lewis della UCL di Londra hanno centrato in pieno la questione, che nella sua gravità e profondità investe l’intera cultura europea e ogni singola popolazione europea: “geografi e geologi possono dare il loro contributo a questa nuova comprensione del passato, identificando l’inizio dell’Antropocene con l’avvio del colonialismo europeo. Il nostro impatto sul Pianeta è aumentato a partire dal momento in cui i nostri primissimi antenati sono scese dagli alberi, e poi quando abbiamo cacciato alcune specie fino all’estinzione. Molto già tardi, seguendo lo sviluppo dell’agricoltura nelle società dedite anche all’allevamento degli animali, abbiamo cominciato ad alterare anche il clima. Eppure, la Terra è diventato ‘il pianeta degli esseri umani’ con l’emergere di qualcosa di drasticamente diverso. E questo qualcosa è il capitalismo, che è cresciuto sulla scorta dell’espansione europea del 15esimo e del 16esimo secolo, nell’era della colonizzazione e della sottomissione di popoli indigeni in tutto il mondo”. Noi ci troviamo dunque oggi in questa posizione rispetto alla nostra identità storica: “il passaggio a partire dal quale la abnorme influenza umana sugli ecosistemi della Terra prese a coincidere con la brutale colonizzazione europea del mondo intero”. 

Lo spericolato progetto di espansione europea è quindi una eredità che ognuno di noi si porta appresso. In ogni aspetto del suo modo di sentire, di pensare e di consumare risorse naturali. Ormai, la nostra intera esperienza del mondo deriva e dipende da questo patrimonio avvelenato. Di questo, dunque, parla Vite estinte, il secondo volume della serie Tracking Extinction disponibile su Amazon in formato Kindle ed edizione cartacea. Anche quando pensiamo che il declino delle specie animali sia lontano anni luce da noi, anche se non sospettiamo neppure di vivere nell’epoca di una estinzione di massa, questa condizione ecologica dà ritmo e forma alle nostre giornate. Che ci piaccia o no, la storia ha già bussato alla nostra porta. E se prima del SarsCov2 potevamo ancora fare finta di non essere in casa, adesso lo sgradito ospite si è attaccato al campanello e non mollerà la presa. 

È giunto il momento, come ha consigliato l’attivista Tom Rivett-Carnac intervistato dal podcast della BBC Rethink, di “ripensare la storia”. Mettendoci dentro anche il nostro nome e cognome. Il campo di battaglia del passato ha sempre suscitato in noi bianchi occidentali intensi sentimenti di orgoglio e di fierezza. Ma la gloria ereditata (le nostre democrazie, le nostre economie, i nostri stati di diritto) sono fondati sulla miseria, sulla schiavitù e sulla sofferenza di interi continenti.

Ovunque, attorno a noi, questa urgenza – ascoltare la pressione prodigiosa e terrificante della storia che stringe nella sua morsa il presente – si fa sentire attraverso condizioni economiche ed esistenziali totalmente fuori dell’ordinario. Una di queste anomalie destinate a diventare ordinarie è il collasso del turismo mangia-Pianeta.

Christopher de Bellaigue si è chiesto su TheGuardian – Long Read se per caso non stiamo assistendo alla fine del turismo, i cui numeri sono crollati su scala globale, mostrando il vero volto di un settore distruttivo come nessun altro per il Pianeta: “il virus ci ha offerto l’opportunità  di immaginare un mondo diverso, in cui ci decidiamo a decarbonizzare e a muoverci più vicini a casa. L’assenza del turismo ci ha costretti a considerare modi per diversificare l’industria, renderla più indigena e ridurre la sua dipendenza dal disastro che include tutti gli altri disastri: la aviazione civile (…) il turismo non è un diritto come molti viaggiatori delle vacanze pensano. È invece un lusso che va pagato”. 

Vite estinte discute tutto questo a partire da un ossimoro già contenuto nel titolo. Come fa ad essere estinta una vita, se ancora respira e palpita, mangia e cammina? La nostra condizione umana oggi è esattamente questa: siamo 7 miliardi e 800 milioni, numerosi come le stelle del cielo, eppure le condizioni ecologiche fondamentali che sorreggono l’evento biologico, gli equilibri interni dei sistemi biologici, sono compromessi. Una vita estinta è una vita spenta, povera di pensiero, conformista e rassegnata. Una esistenza diventava, pure lei, merce con un codice a barre. 

Possiamo davvero permetterci di stabilire una soglia accettabile di estinzioni entro i prossimi 100 anni?

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Il 2020 avrebbe dovuto essere il super anno della biodiversità, ma il copione è stato riscritto. È stata rimandata al maggio 2021 la conferenza della CBD (Convenzione per la Biodiversità delle Nazioni Unite) programmata a Kunming, in Cina, che ha l’ingrato compito di scrivere un documento globale per la protezione del Pianeta vivente in sostituzione dei fallimentari Obiettivi di Aichi del 2010. Sulla scia della epidemia zoonotica, ricerca e istituzioni di governance internazionale sono in fermento per cercare di imporre la sesta estinzione di massa come rischio globale di categoria massima. 

Lo scorso 2 giugno un gruppo di ricercatori, tra cui Georgina Mace della UCL London, ha proposto di instituire un unico target, valido per ogni Paese, che indichi il numero totale di estinzioni accettabili. Questo nuovo indice di riferimento dovrebbe essere analogo ai +2°C per il cambiamento climatico (la soglia limite di riscaldamento del Pianeta). Un solo numero, chiaro, univoco, “che comprenda tutti i gruppi maggiori di viventi (funghi, piante, invertebrati e vertebrati) attraverso tutti gli ecosistemi (marini, di acqua dolce e terrestri)”. Il nuovo target dovrebbe essere 20: un tasso accettabile di estinzioni deve essere sotto 20 estinzioni all’anno, per i prossimi 100 anni. Gli autori constatano che nell’ultimo decennio non ci sono stati progressi massivi sulla protezione dei sistemi viventi: “Benché la perdita globale di biodiversità prodotta da attività umane sia ampiamente conosciuta, la politica si è dimostrata incapace di arrestare il declino (…) Dei 20 obiettivi di Aichi definiti nel 2010 dalla Convenzione per la Biodiversità delle Nazioni Unite soltanto 4 mostrano progressi positivi, mentre i 12 connessi allo stati di salute della natura sono in peggioramento”. Forse il nuovo target potrebbe galvanizzare la scadente attenzione della società civile per il collasso delle specie animali. Dietro queste speculazioni c’è la pressione di arrivare ad una cornice giuridica almeno in parte vincolante che fissi dei parametri internazionali di conservazione delle specie. L’urgenza del momento è immensa, come ha confermato lo studio più importante sull’estinzione e la defaunazione della Terra uscito dal 2014 ad oggi; studio pubblicato sulla PNAS e firmato da Peter Raven, Gerardo Ceballos e Paul Ehrlich, i ricercatori di maggior spessore in questo ambito insieme al collega di Stanford Rodolfo Dirzo, autore della ricerca del 2014 sulla defaunazione. 

La ricerca mostra che “l’estinzione nutre l’estinzione” perché la dipartita di una sola specie impoverisce le funzioni ecologiche del suo ecosistema tanto da compromettere anche le specie ancora presenti, privandole di connessioni trofiche essenziali e quindi preparandone la futura estinzione. Questo effetto domino a cascata è uno dei motivi per cui il collasso delle specie sta accelerando: “Quando una specie scompare, un ampio pacchetto di caratteristiche se ne va per sempre, dai geni alle interazioni tra fenotipi e ai comportamenti”, spiegano gli autori. “Ogni volta che una specie o una popolazione svaniscono, la capacità della Terra di mantenere i servizi ecosistemici, che dipendono dalle specie o dalla popolazione coinvolta, ne risulta compromessa. Ogni popolazione è unica e perciò diversa nella sua capacità di adattarsi con successo ad un particolare ecosistema e giocarvi il suo ruolo”. Due misure sarebbero auspicabili da subito: classificare come “criticamente minacciate” in Red List tutte le specie sotto i 5mila individui, e quindi, di riflesso, escluderle tutte dal commercio; elevare la crisi di estinzione a emergenza mondiale e quindi inserire la conservazione delle specie in un accordo globale vincolante entro questo decennio. 

Le conclusioni a cui sono giunti Ceballos, Raven ed Ehrlich (“Se consideriamo una riduzione della loro area di diffusione storica per tutte le 515 specie di vertebrati sull’orlo dell’estinzione, allora le popolazioni di queste specie scomparse dal 1900 raggiungono la cifra sbalorditiva di 237.000”) sollevano seri dubbi sul fatto porre una cifra-simbolo come benchmark per il numero di specie a cui possiamo ragionevolmente rinunciare si poggi su una logica efficace e sensata. 

Ancora oggi, cioè, non sappiamo come si comportano le popolazioni di moltissime specie (mortalità, tassi di riproduzione, suscettibilità al cambiamento climatico, rapporto numerico maschi/femmine); in una analoga zona grigia stanno la conoscenza delle interazioni all’interno degli ecosistemi. “Negli ecosistemi in cui anche l’identità della maggior parte delle specie che ci abitano è ignota, come possono i biologi definire i processi fondamentali delle loro interazioni? Come possiamo predire i cambiamenti degli ecosistemi se alcune delle specie residenti svaniscono, mentre altre prima assenti arrivano come invasori?”, scrive E.O.Wilson in Half Earth. E rincara la dose: “i dati necessari per studi avanzati sulla struttura e la funzione degli ecosistemi nella maggior parte dei casi non esistono. Chiediamo agli ecologi, per la centesima volta, come facciamo a capire i principi profondi della sostenibilità in una foresta o in un fiume se ancora neppure sappiamo l’identità degli insetti, dei nematodi e di altri piccoli animali che mettono in movimento i raffinatissimi meccanismi dei cicli di energia e di sostanze materiali?”. 

Gerardo Ceballos è Executive Director di STOP EXTINCTIONS, una iniziativa internazionale senza precedenti che coinvolge alcune delle menti più brillanti, come lo stesso Ceballos, tra coloro che stanno studiando l’estinzione in corso, l’Università di Stanford (dove insegnano Rodolfo Dirzo e Paul Ehrlich, entrambi Advisory del progetto) e GLOBAL CONSERVATION, l’unica organizzazione di protezione degli habitat la cui missione è finanziare direttamente i parchi nazionali World Heritage (“gli ultimi bastioni di difesa contro la decimazione della wildlife e delle foreste primarie”) nei Paesi più poveri del mondo. Gli obiettivi: rendere accessibile un database di informazioni a fondamento delle decisioni da prendere per conservare habitat e specie; elaborare accordi vincolanti e altri su base volontaria per coinvolgere le nazioni a prendere una posizione seria sull’estinzione; risvegliare la coscienza collettiva su una minaccia esistenziale di proporzioni inimmaginabili. 

“Le conseguenze sugli ecosistemi del globo della perdita di specie sono complesse, estese e diffuse. L’impatto dei fattori umani – ad esempio la crescita demografica, la distruzione degli habitat naturali, l’incremento dell’inquinamento, il cambiamento climatico, il bracconaggio e il commercio di animali selvatici – è stato catastrofico per migliaia di specie ovunque nel mondo”. 

Il principio di precauzione dovrebbe reggere ogni ragionamento sul futuro assetto di un accorgo globale. Ma, come già accaduto altrove, l’imposizione di un atteggiamento di tipo precauzionale si scontra con la tendenza a far quadrare il cerchio della protezione delle specie dentro logiche economiche. Ossia: attribuire valore finanziario alle risorse organiche animate e inanimate, per mantenerle all’interno di processi socio-economici generatori di profitto. Su questo fronte siamo vicini ad un punto di rottura, esemplificato dalla difficoltà del dibattito attorno all’accordo post Aichi, ma anche dal tracollo degli introiti da turismo per la conservazione in Africa. Il circolo di finanziamenti, royalties, investimenti non è in grado di reggersi da solo perché risponde alle stesse regole interne di qualunque business del tardo capitalismo. Sta in piedi solo con un flusso costante di denaro fresco. Possiamo affidare la sopravvivenza della biodiversità del Pianeta a questa dinamica offerta/acquisto?

Il 30 giugno NATURE ha pubblicato una editoriale a commento della proposta del target globale di 20 specie: “altre questioni includono come decidere quali specie conservare e chi dovrebbe fare queste scelte. Un singolo numero darebbe eguale peso a tutte le specie minacciate o dovrebbe invece avere la priorità le specie più importanti per il nostro sostentamento e per le funzioni ecosistemiche?”. Quale istituzione politica dovrebbe cioè avere la responsabilità di scegliere tra la tigre e il leone? Un altro criterio altamente discutibile sarebbe il profitto che le specie iconiche garantiscono (attraverso i safari ad esempio) rispetto a specie molto meno famose, ma non meno funzionali.

Giungere con successo e saggezza ad un accordo globale, parzialmente vincolante, può non risolvere i problemi centrali del collasso biologico del Pianeta. Un rischio è che, come accaduto per l’atmosfera e il clima a partire dal 1993, il concetto stesso di biosfera potrebbe essere risucchiato nel circolo vizioso di un infinito processo negoziale che la biodiversità a pura burocrazia. In quasi 30 anni di vita della Convenzione per il Clima nulla di serio è stato intrapreso per definire la crisi climatica. Siamo davvero convinti che un modello del genere possa adesso funzionare per la biodiversità?