L’estinzione e la schiavitù sono un trauma globale

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Il razzismo nei confronti dei neri Africani ha le stesse origini della crisi di estinzione. Ricalca gli stessi schemi psichici dell’indifferenza istituzionalizzata per il destino delle specie animali. Appartiene allo stesso schema di civiltà. Tutte le ferite sono state suturate in una unica cicatrice. Questo è il nostro presente nel terzo decennio del XXI secolo.

Finora, abbiamo pensato l’estinzione come un fenomeno automatico, un riflesso lungo, condizionato dalla rapacità umana. Dalla nostra demografia folle e narcisistica. Un effetto collaterale imprevedibile, che nessuno avrebbe mai previsto semplicemente perché nessuno lo aveva mai tenuto in conto. Ma l’era del SarsCov2, portando nel suo grembo la rivolta nera contro il perdurare della discriminazione razziale – assorbita dalle società occidentali con la stessa faciloneria e trascuratezza con cui inaliamo particolati tossici e assumiamo conservanti, addensanti, coloranti e microplastica –  ha reso pubblica una condizione storica globale che non avevamo ancora avuto il coraggio di guardare fin faccia. La catastrofe di estinzione del nostro presente è avviluppata nella storia raccapricciante del capitalismo moderno, dello schiavismo, della messa in catene di una parte dell’umanità allo scopo di rifondare l’umanità. Per diventare moderni, democratici, civili. Dediti, a scadenza regolare, al genocidio, è vero, ma lontano da casa. Nei distretti periferici di un impero extra-nazionale che ancora oggi usa le regioni di prelievo degli schiavi e degli animali come distretti di ricreazione per ricchi: le terre selvagge, i tropici, le savane africane, le foreste primarie, gli oceani profondi, popolati di squali, balene, capodogli. 

Ma a noi Europei la storia non interessa più. Siamo troppo vigliacchi per la storia, dopo il 1945. Abbiamo rinunciato alla vertigine di sprofondare nel passato dei secoli trascorsi, impauriti dalla prospettiva di trovare una faccia che assomigli alla nostra e di connettere così i diversi capitoli geografici della distruzione del Pianeta. E tuttavia senza una immersione totale nell’evento storico, non c’è discorso sull’estinzione che abbia un minimo di realismo. Non ci resta che incontrare gli uomini che fecero l’impresa. Uomini di grande ambizione, ignari del mondo, perché non lo avevano ancora attraversato e sorvolato, che però sognavano di dominarlo, il Pianeta. Il loro sogno, un sogno spropositato e irrazionale, ha prodotto la sesta estinzione. L’estinzione come negazione, come ampliamento, come forza propulsiva, come buio incendiario, come passato che condiziona il presente, condannando anche il futuro allo svilimento biologico perché l’estinzione è un trauma storico e biologico intergenerazionale, e globale. 

L’impresa comincia con Colombo, nel 1492. Ogni nazione europea, proprio in quanto europea, è coinvolta nell’impresa. E noi tutti, in quanto europei, siamo implicati in un progetto globale le cui migliaia di ramificazioni rendono quasi impossibile definire le colpe, i reati, gli esecutori. “Possiamo cominciare a capire l’influenza della schiavitù sull’Inghilterra di oggi soltanto facendoci scorrere davanti, come in un flash, 500 anni di storia umana. A partire dagli ultimi decenni del ‘400, vediamo viaggiatori e mercanti, come ad esempio John Hawkins negli anni sessanta del ‘500, che diventa uno dei primi inglesi a guadagnare fortune dal commercio di africani sequestrati. Dal tardo 17esimo secolo, vediamo poi gli Inglesi diventare i dominatori del traffico di schiavi, surclassando i portoghesi, gli spagnoli e i danesi. La metà di tutti gli africani trasportati in schiavitù nel 18esimo secolo finirono sulle navi britanniche”, scrive Kris Manjapra, docente di storia alla Tuft University, nel Massachusett, Stati Uniti. A cosa serviva questo enorme impegno di esportazione di Africani verso l’America? “La Gran Bretagna non avrebbe mai potuto diventare la prima potenza economica della Terra al volgere dell’Ottocento senza essere a capo della più estesa economia a piantagioni con schiavi, con oltre 800mila persone in stato di schiavitù”. 

E se pensiamo che quel mondo raccontato da Steve McQueen in Dodici anni schiavo e da Toni Morrison in Amatissima sia tramontato e sepolto sotto la vergogna del contegno e dell’oblio, scadiamo nel torpore moralistico: “l’eredità culturale della schiavitù influisce anche sui gusti britannici, dal tè zuccherato, ai servizi in argento, ai vestiti in cotone, fino alle endemiche diseguaglianze di razza e classe sociale che caratterizzano la vita quotidiana”. Le élites inglesi degli anni ’30 avevano mobili in mogano, legno di rosa e tek, i legnami più pregiati delle foreste tropicali umide africane e asiatiche; i tasti dei loro pianoforti erano in avorio; le spazzole e i pettinini per capelli delle signore alla moda erano di tartaruga. Se consideriamo che le classi alto borghesi del Regno Unito, con la loro vocazione imprenditoriale di stampo coloniale, nutrivano le casse dello Stato di lauti introiti, potremmo affermare che addirittura lo sforzo bellico alleato, unito alle forze americane, è stato sostenuto dai proventi vecchi di secoli della schiavitù. Del resto Churchill aveva servito la Corona nella Guerra Boera, in Sudafrica, tra il 1898 e il 1901, e a quel tempo la colonia del Capo aveva già rimescolato le faune native, spazzando via il leone del Capo e sfoltendo le popolazioni di ungulati ed erbivori dei distretti a nord, sul confine con il Botswana. In un unico vortice di dominio, distruzione di equilibri locali e operazioni militari, economiche e culturali orientate ad “agganciare” le colonie al flusso di import/export della madrepatria, genocidio animale e genocidio umano sono sempre avanzati ad eguale velocità. Dipendendo l’uno dall’altro, confondendosi l’uno dentro l’altro, amalgamandosi l’uno con l’altro. 

Nel 1833 il governo inglese stanziò 20 milioni di sterline per compensare i proprietari di schiavi della “perdita” della loro proprietà, puntando così, senza creare troppe frizioni economiche, a rafforzare lo Slavery Abolition Act firmato due anni prima, che bandiva la schiavitù nelle piantagioni. Kris Manjapra spiega come queste compensazioni, pagate dai cittadini inglesi attraverso le tasse, decennio dopo decennio, abbiano costruito la solidità economica e finanziaria delle élites britanniche, fino ai giorni nostri: tra i lontani beneficiari delle compensazioni figura anche l’ex primo ministro inglese David Cameron. I prodotti finiti, ben confezionati, dell’impresa sono atemporali. Non deperiscono e non si decompongono, ma, alla maniera delle particelle organiche, cambiano struttura molecolare passando da una generazione alla successiva, nel corso dei secoli. È così che si stabiliscono tra noi. Le specie estinte, che in questo trasferimento di stato sono state usate come materia prima, vengono trascinate nello stesso processo. Con la loro assenza continuano ad impoverire la struttura ecologica degli ecosistemi a cui appartenevano, preparano la scomparsa di altre specie, rimaste sole, e secolo dopo secolo consegnano al tempo che verrà un assetto biologico interamente dominato da una perdita antica. 

Ma non dovremmo essere troppo sorpresi di tutto questo, perché la nascita delle scienze naturali, senza la quale non esisterebbero neppure studi accurati sull’estinzione, coincide perfettamente con l’affermazione del colonialismo e della schiavitù. La tassonomia e la biologia evolutiva ottengono i loro reperti grazie alle navi degli schiavi. Un anno fa usciva su SCIENCE MAG una lucida disamina sul “debito dei primi scienziati al traffico di schiavi”.Mentre, al principio del ‘700, “la scienza europea sembrava indirizzata alla conquista di tutta la natura” i collezionisti di piante si imbarcano sulle navi dei mercanti di Africani: “poche navi al di fuori della rotta degli schiavi raggiungevano punti chiave in Africa e in America del Sud”. Dozzine di chirurghi e di capitani a bordo delle navi dirette verso le piantagioni collezionavano anche animali e piante, che poi arrivavano negli studi dei ricercatori. I loro appunti e i loro scritti furono decisivi anche per Linneo, il padre della moderna classificazione dei viventi. Migliaia di reperti ottenuti grazie all’appoggio dei capitani di navi riempite fino a scoppiare di centinaia di Africani in catene sono ancora oggi non solo custoditi in tempi della ricerca scientifica come il Museo di Storia Naturale di Kensington, a Londra, ma vengono ancora usati per analisi genetiche. Kathleen Murphy, che insegna alla California Polythecnic University, così riassume: “Non accade spesso di pensare che gli spazi miserabili, disumani, disgraziati delle navi degli schiavi fossero anche spazi dedicati alla storia naturale”. 

Alexandre Antonelli, direttore della sezione scientifica dei Kew Gardens di Londra, che ospitano la più grande collezione al mondo di piante e funghi, ha ripreso la questione lo scorso 25 giugno, per sollecitare la partecipazione della scienza al dibattito sul razzismo contemporaneo: “per centinaia di anni, i Paesi ricchi del Nord hanno sfruttato le risorse naturali e le conoscenze umane del Sud. I botanici del periodo coloniale desideravano imbarcarsi per spedizioni pericolose in nome della scienza, ma alla fine ricevevano il compito di trovare piante che fossero fonte di profitti economici. Molto del lavoro di Kew nel XIX secolo era focalizzato sul movimento di queste piante all’interno dell’Impero Britannico, il che significa che anche noi abbiamo una eredità profondamente radicata nel colonialismo. Le tracce dello sfruttamento coloniale non sono endemiche solo nella botanica, sono dappertutto, a partire dalle diseguaglianze socio-economiche fino alle comunità marginalizzate, fino ai diamanti delle fedi matrimoniali. L’appropriazione indebita continua anche ai nostri giorni: “Gli scienziati si sono appropriati delle conoscenza delle popolazioni indigene e ne hanno sminuito la profonda complessità. I primi abitanti del Brasile e i primi raccoglitori di piante dell’Australia sono rimasti sconosciuti, senza nome, e senza compenso. Sono letteralmente invisibili nella storia. Questo deve cambiare”. 

Kris Manjapra ha condensato l’atteggiamento culturale europeo verso i neri attraverso l’espressione con cui Benjamin Disraeli, il grande politico inglese della fine dell’Ottocento, descriveva le Antille: “Le desolate Antille sono le pietre miliari attorno al collo della Gran Bretagna”. Le Antille erano i Caraibi, le isole delle piantagioni di zucchero: “qui c’è la tipica abitudine inglese di esternalizzare il problema della schiavitù come se si svolgesse in una remota distanza piuttosto che all’interno del cuore di tenebra della nazione”. Rispetto a quegli eventi, alcuni ormai antichi di secoli, dove ci troviamo noi? Ci troviamo in un punto della storia e della società umana che lo scrittore e giornalista americano Ta Nehisi Coates ha chiamato “reparation. Le riparazioni, nel contesto americano, sono il riconoscimento economico di secoli di diseguaglianza istituzionalizzata attraverso politiche abitative, sanitarie, educative, giudiziarie che hanno bloccato gli afro-americani in una cronica inferiorità materiale ed economica rispetto ai bianchi. Qui in Europa si parla anche di “restitution”, ossia di riconoscimento dei crimini contro l’umanità perpetrati dalle nazioni europee per fondare le loro ricchezze e le nostre società moderne, parlamentari e democratiche. Anche gli storici dell’arte africana che premono sui governi di Belgio, Francia e Germania per il ritorno in Africa delle sculture in legno e bronzo rubate dagli Europei oggi custodite nei magnifici musei etnografici di Tervuren, Parigi e Berlino, chiedono una restituzione. Non solo fisica (queste opere non appartengono all’Europa, ma ai popoli che le hanno concepite), ma anche culturale: potrà mai sorgere, ad esempio in Repubblica Democratica del Congo, una identità africana ricomposta e pacificata, se gli antenati sono lontani, in esilio su suolo europeo?

L’accademica americana Christina Sharpe, nel suo dolorosissimo eppure geniale saggio In the wake (edito dalla prestigiosa Duke University Press nel 2016), si è spinta ancora oltre su questa rotta. La Sharpe ha elaborato il concetto di “residence time”, cioè di tempo di residenza nell’oceano atlantico delle molecole organiche dei corpi delle migliaia di africani gettati fuori bordo perché malati, rivoltosi o in sovrannumero. I loro corpi, decomposti, sono diventati parte delle catene trofiche degli oceani del mondo e ancora oggi fluttuano lungo, attraverso e con le correnti oceaniche, passando attraverso le generazioni di specie animali che popolano gli abissi, nutrendo il nostro Pianeta con un passato che non potrà mai più scomparire.  

La Sharpe non esita a ricordare che anche gli africani morti nel Mediterraneo prima di avvistare le cose italiane, a Lampedusa, condividono con i loro antenati dell’Atlantico un identico fato biologico. La scia della nave negreriera, per Sharpe, è una condizione ormai inscritta nella storia umana e nel corpo di qualunque africano patisca ancora oggi le conseguenze dell’impianto dello schiavismo sulla struttura portante del metabolismo europeo. In uno dei suoi corsi intitolato Memory for Forgetting, la Sharpe propose ai suoi studenti (ricchi americani) un parallelismo tra la Shoah e la schiavitù negli Stati Uniti. I giovani esponenti delle future classi dirigenti  di professionisti da 200mila dollari l’anno non riuscivano a capacitarsi della logica dell’analogia storica. Nei campi di sterminio gli Ebrei morivano di fame e di cachessia, mentre i neri delle piantagioni della Virginia e del Mississippi avevano vitto e alloggio. Soltanto dinanzi alla storia di un sopravvissuto del campo di Chelmo, tratta dal documentario cinematografico di Claude Lanzmann, Shoah, un uomo che non avrebbe mai potuto tornare a vivere a Chelmo dopo che i suoi ex vicini non avevano mosso un dito per proteggerlo dalla brutalità omicida delle SS, questi giovani americani capirono che, forse, anche i neri di origine africana non possono vivere con serenità in una nazione che ne ha deciso la schiavitù per legge. “Questa è la condizione degli Stati Uniti dopo la Guerra Civile, per chi era stato uno schiavo e per i loro discendenti; ancora nella piantagione, ancora circondati da quelli che reclamavano un diritto di proprietà su di loro e che combattevano, e ancora combattono per estendere lo stato di cattura e di sottomissione in quanti più modi legali e illegali possibili, dentro il nostro presente”, scrive Sharpe. 

C’è una altra analogia su cui riflettere. Il passato storico non è mai chiuso nei depositi di un museo. Reclama di continuo il suo posto nel presente. Dopo il 1945 la civiltà occidentale ha inteso darsi una patina di verginità e di neutralità storica, che doveva escludere ogni crimine funzionale e strumentale fino all’avvento del Nazismo in Germania. Questo atteggiamento, se anche allora poteva avere una sua giustificazione morale, recuperare credibilità agli occhi della nostra coscienza, si è ritorto contro di noi. Fingere di essere stati umanisti convinti fino al gennaio del 1933 ha ossidato i nostri sensi e il nostro intelletto, impedendoci di vedere cosa stava accadendo alla struttura economica globale del mondo post Seconda Guerra mondiale. E così ora ci troviamo nel XXI secolo con una crisi di estinzione apocalittica, senza neppure averne cognizione. Eppure, non c’è destino di uomini che non sia destino di animali. E come il razzismo istituzionalizzato in secoli di storia, reiterando se stesso fino all’inverosimile, ha intaccato la resilienza sociale degli Stati Uniti, così la sua contropartita biologica ed ecologica – l’annichilimento delle specie animali – si espande ora sulle nostre società sfinite ed esasperate, compromettendo il futuro e condannando chi verrà dopo di noi. Per tutte queste ragioni, la memoria delle 270mila popolazioni animali perdute negli ultimi 5 secoli deve fondersi con la restituzione del ricordo di milioni di schiavi. 

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