L’analogia tra razzismo ed ecologismo moderato

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C’è un inquietante analogia tra l’ipocrisia generalizzata che sostiene il razzismo verso i neri (afro-americani e cittadini di qualunque altro Paese di origine africana) e l’ipocrisia che alimenta l’ecologismo. E i motivi di questa insolita familiarità spuntano là dove forse non ci si aspetterebbe di trovare discussioni o riferimenti alle proteste americane per l’uccisione di George Floyd, e cioè sulle riviste scientifiche. NATURE, nella sua newsletter quotidiana (Nature Briefing), dedicata per lo più alla pandemia, da circa una settimana segnala anche contributi che affrontano la questione dei diritti civili negli Stati Uniti. SCIENCE ha pubblicato un intervento intitolato “Time to look in the mirror”, in cui Holden Thorp parla della discriminazione razziale nelle istituzioni scientifiche e nella ricerca. 

La biologa marina Ayana Elizabeth Johnson ha firmato sul WASHINGTON POST un articolo molto istruttivo. La Johnson, fondatrice e Ceo della OCEAN COLLECTIV e del think tank no profit URBAN OCEAN LAB, di professione si occupa della “crisi esistenziale” della nostra epoca e cioè del cambiamento climatico. Il 2 giugno scorso la PNAS pubblicava l’articolo di Raven ed Ehrlich che impiega gli stessi termini per definire la catastrofe di estinzione: “l’estinzione pone una minaccia esistenziale alla civiltà”. Il macro-argomento sul tavolo è quindi solo uno, come sopravvivere alla realtà del XXI secolo. “Come possiamo aspettarci che i neri Americani si concentrino sul clima quando rischiano la vita per strada, nelle loro comunità e anche nelle loro stesse case?”, si chiede la Johnson. “Come possono le persone di colore guidare con efficacia le loro comunità su soluzioni alla crisi climatica, quando già fronteggiano un razzismo pervasivo, qui e ora?”. 

È qui che comincia a spuntar fuori l’analogia. Quando Ayana Elizabeth Johnson mette nero su bianco le due conseguenze più dirette del razzismo: i Neri patiscono più dei bianchi le diseguaglianze sociali e le conseguenze del clima sempre più caldo (case peggiori in quartieri peggiori, dove spesso ci sono anche le industrie più inquinanti) e proprio per questi motivi molto più spesso dei bianchi sono costretti a ridimensionare le loro aspettative personali, professionali e culturali. “Il razzismo, l’ingiustizia e la brutalità della polizia sono già abbastanza spaventosi, ma lo sono anche per le energie mentali e la creatività che ci rubano. Penso a un mio amico che voleva diventare un astronauta, ma che ha abbandonato il suo sogno perché organizzarsi per la giustizia sociale era ancora più importante. Pensiamo alle scoperte non fatte, ai libri mai scritti, agli ecosistemi non protetti, all’arte mai creata, ai giardini mai curati”. La conclusione è che “la nostra crisi di diseguaglianze razziali è interconnessa con la crisi climatica. Se non lavoreremo su entrambe, non riusciremo a superarne nessuna”. La crisi razziale non è niente altro che sinonimo di crisi ecologica. La radice è la stessa.

Calibrando questo ragionamento sulle ingiustizie sociali ormai ampiamente diffuse anche in Europa si potrebbe aggiungere che ovunque c’è una quantità abnorme di intelligenze sprecate, di talenti lasciati a marcire per motivi strettamente dipendenti dalla struttura Ancien Regime delle nostre società fondate, come ha fatto notare Thomas Piketty, più sui quattrini ereditati che sulle reali possibilità di intraprendere carriere in completa autonomia. Anche il sociologo canadese Alain Deneault in “La Mediocrazia” ha analizzato scenari di questo tipo: la percentuale di successo nelle accademie, nell’editoria e negli istituti di ricerca è direttamente proporzionale alla disponibilità di adeguare la propria visione delle cose alla visione delle cose già consolidata. Censo, conformismo e scarsa originalità sono le virtù indispensabili per affermarsi in campi del sapere che contribuiscono, con la loro rigidità ingessata e autoreferenziale, a mantenere lo status quo in una dorata mediocrità. In questo contesto le disparità economiche e sociali sono come la glassa sulla torta: conferiscono un tocco di classe e di stile ad una discriminazione sottile, intramontabile e direi eterna. Tutto questo non ci riguarderebbe se non fosse che ormai anche il cosiddetto ambientalismo viene per lo più sintetizzato in questo tipo di luoghi del pensiero e dello stipendio. 

Ed è sconcertante trovare la descrizione perfetta dell’ambientalismo contemporaneo in un passaggio della Lettera dal Carcere di Birmingham scritta nel 1963 da Martin Luther King e citata da Holden Thorp nel suo editoriale su SCIENCE:

“Prima di tutto devo confessare che negli ultimi anni sono stato molto deluso dai bianchi moderati. Ho ormai quasi raggiunto la criticabile conclusione che l’ostacolo più inaspettato, più grande, sulla strada del Nero verso la libertà non è il consigliere cittadino bianco o l’iscritto al Ku Klux Klan, ma il bianco moderato, che è più devoto all’ordine che alla giustizia; che preferisce una pace al ribasso, e cioè l’assenza di tensione, ad una pace positiva, che è invece la presenza della giustizia; che non fa che ripetere: ‘sono d’accordo con l’obiettivo che persegui, ma non sono d’accordo con i metodi dell’azione diretta’; che crede, in maniera paternalistica, di poter stabilire lui l’agenda per la libertà di qualcun altro; che vive di un concetto mitico di tempo e quindi consiglia costantemente al Nero di aspettare per una stagione più propizia”. 

Questo atteggiamento è epidemico negli ambientalisti e nei giornalisti ambientali che si rifiutano, vantaggi alla mano, di parlare apertamente delle dimensioni della catastrofe, della irreversibilità del cambiamento climatico e della gravità della crisi di estinzione. Il 5 giugno il Corriere della Sera era in edicola stampato su carta verde. Atto d’amore per il Pianeta tanto insulto quanto evanescente. Copia da collezione senza nessun rischio ideologico, culturale o morale. Moltissime persone, anche celeberrimi giornalisti e attivisti come George Monbiot, negano l’evidenza, e cioè che una demografia umana esplosiva è incompatibile con l’esistenza di regioni interamente selvagge popolate da specie selvagge e in particolare da grandi mammiferi, che hanno bisogno di vasti home range. Così come l’India continua a sostenere che la tigre sia il suo animale nazionale, mentre progetta la costruzione di 15mila miglia di nuove strade all’interno dei francobolli di habitat rimasti al big cat del subcontinente, già per altro intersecati da oltre 80mila vie di comunicazione asfaltate, e questo per soddisfare i criteri di mobilità e le aspirazioni della Belt and Road Initiative della Cina. Nessuno affronta, qui da noi, la questione della siccità in Pianura Padana e il fatto che presto dovremo parlare di razionamento dell’acqua. Ovunque il giornalismo ambientale è ridotto a bollettini pubblicitari di invenzioni tecnologiche salva-Pianeta, il cui unico scopo è proteggere l’opinione pubblica dalla realtà. Implosi su loro stessi, perché sedotti dall’estetica conciliante del potere, i movimenti ambientalisti giovani o rivoltosi di un anno e mezzo fa sono ridotti a qualche post ben congegnato su Facebook. 

Tutto questo non avviene solo perché il mostro – le nostre società obese, ricchissime e ingiuste – è forse impossibile da sconfiggere. Avviene anche perché le voci indipendenti e autonome sono escluse a priori a causa di regole di accesso e di ingaggio che favoriscono il conformismo e gli interessi costituiti piuttosto che la denuncia della verità scientifica. A vincere è la lettura moderata, come diceva il Reverendo King, delle persone moderate, quelle che ancora ci raccontano che c’è un futuro per i grandi felini, che i parchi nazionali basteranno, che basta allevare in cattività il bisonte europeo per imporre a Bruxelles il rewilding del continente. Forse sarebbe il caso di chiederci dove ci ha condotto tutta questa moderazione e provarne anche una certa nausea. 

“Thomas Jefferson, terzo presidente degli Stati Uniti eletto nel 1801, padre fondatore dell’Unione, disse: lo schiavismo è come un lupo che tieni per le orecchie. Se molli la presa, ti divorerà”.
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