Mese: giugno 2020

L’estinzione e la schiavitù sono un trauma globale

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Il razzismo nei confronti dei neri Africani ha le stesse origini della crisi di estinzione. Ricalca gli stessi schemi psichici dell’indifferenza istituzionalizzata per il destino delle specie animali. Appartiene allo stesso schema di civiltà. Tutte le ferite sono state suturate in una unica cicatrice. Questo è il nostro presente nel terzo decennio del XXI secolo.

Finora, abbiamo pensato l’estinzione come un fenomeno automatico, un riflesso lungo, condizionato dalla rapacità umana. Dalla nostra demografia folle e narcisistica. Un effetto collaterale imprevedibile, che nessuno avrebbe mai previsto semplicemente perché nessuno lo aveva mai tenuto in conto. Ma l’era del SarsCov2, portando nel suo grembo la rivolta nera contro il perdurare della discriminazione razziale – assorbita dalle società occidentali con la stessa faciloneria e trascuratezza con cui inaliamo particolati tossici e assumiamo conservanti, addensanti, coloranti e microplastica –  ha reso pubblica una condizione storica globale che non avevamo ancora avuto il coraggio di guardare fin faccia. La catastrofe di estinzione del nostro presente è avviluppata nella storia raccapricciante del capitalismo moderno, dello schiavismo, della messa in catene di una parte dell’umanità allo scopo di rifondare l’umanità. Per diventare moderni, democratici, civili. Dediti, a scadenza regolare, al genocidio, è vero, ma lontano da casa. Nei distretti periferici di un impero extra-nazionale che ancora oggi usa le regioni di prelievo degli schiavi e degli animali come distretti di ricreazione per ricchi: le terre selvagge, i tropici, le savane africane, le foreste primarie, gli oceani profondi, popolati di squali, balene, capodogli. 

Ma noi Europei la storia non interessa più. Siamo troppo vigliacchi per la storia, dopo il 1945. Abbiamo rinunciato alla vertigine di sprofondare nel passato dei secoli trascorsi, impauriti dalla prospettiva di trovare una faccia che assomigli alla nostra e di connettere così i diversi capitoli geografici della distruzione del Pianeta. E tuttavia senza una immersione totale nell’evento storico, non c’è discorso sull’estinzione che abbia un minimo di realismo. Non ci resta che incontrare gli uomini che fecero l’impresa. Uomini di grande ambizione, ignari del mondo, perché non lo avevano ancora attraversato e sorvolato, che però sognavano di dominarlo, il Pianeta. Il loro sogno, un sogno spropositato e irrazionale, ha prodotto la sesta estinzione. L’estinzione come negazione, come ampliamento, come forza propulsiva, come buio incendiario, come passato che condiziona il presente, condannando anche il futuro allo svilimento biologico perché l’estinzione è un trauma storico e biologico intergenerazionale, e globale. 

L’impresa comincia con Colombo, nel 1492. Ogni nazione europea, proprio in quanto europea, è coinvolta nell’impresa. E noi tutti, in quanto europei, siamo implicati in un progetto globale le cui migliaia di ramificazioni rendono quasi impossibile definire le colpe, i reati, gli esecutori. “Possiamo cominciare a capire l’influenza della schiavitù sull’Inghilterra di oggi soltanto facendoci scorrere davanti, come in un flash, 500 anni di storia umana. A partire dagli ultimi decenni del ‘400, vediamo viaggiatori e mercanti, come ad esempio John Hawkins negli anni sessanta del ‘500, che diventa uno dei primi inglesi a guadagnare fortune dal commercio di africani sequestrati. Dal tardo 17esimo secolo, vediamo poi gli Inglesi diventare i dominatori del traffico di schiavi, surclassando i portoghesi, gli spagnoli e i danesi. La metà di tutti gli africani trasportati in schiavitù nel 18esimo secolo finirono sulle navi britanniche”, scrive Kris Manjapra, docente di storia alla Tuft University, nel Massachusett, Stati Uniti. A cosa serviva questo enorme impegno di esportazione di Africani verso l’America? “La Gran Bretagna non avrebbe mai potuto diventare la prima potenza economica della Terra al volgere dell’Ottocento senza essere a capo della più estesa economia a piantagioni con schiavi, con oltre 800mila persone in stato di schiavitù”. 

E se pensiamo che quel mondo raccontato da Steve McQueen in Dodici anni schiavo e da Toni Morrison in Amatissima sia tramontato e sepolto sotto la vergogna del contegno e dell’oblio, scadiamo nel torpore moralistico: “l’eredità culturale della schiavitù influisce anche sui gusti britannici, dal tè zuccherato, ai servizi in argento, ai vestiti in cotone, fino alle endemiche diseguaglianze di razza e classe sociale che caratterizzano la vita quotidiana”. Le élites inglesi degli anni ’30 avevano mobili in mogano, legno di rosa e tek, i legnami più pregiati delle foreste tropicali umide africane e asiatiche; i tasti dei loro pianoforti erano in avorio; le spazzole e i pettinini per capelli delle signore alla moda erano di tartaruga. Se consideriamo che le classi alto borghesi del Regno Unito, con la loro vocazione imprenditoriale di stampo coloniale, nutrivano le casse dello Stato di lauti introiti, potremmo affermare che addirittura lo sforzo bellico alleato, unito alle forze americane, è stato sostenuto dai proventi vecchi di secoli della schiavitù. Del resto Churchill aveva servito la Corona nella Guerra Boera, in Sudafrica, tra il 1898 e il 1901, e a quel tempo la colonia del Capo aveva già rimescolato le faune native, spazzando via il leone del Capo e sfoltendo le popolazioni di ungulati ed erbivori dei distretti a nord, sul confine con il Botswana. In un unico vortice di dominio, distruzione di equilibri locali e operazioni militari, economiche e culturali orientate ad “agganciare” le colonie al flusso di import/export della madrepatria, genocidio animale e genocidio umano sono sempre avanzati ad eguale velocità. Dipendendo l’uno dall’altro, confondendosi l’uno dentro l’altro, amalgamandosi l’uno con l’altro. 

Nel 1833 il governo inglese stanziò 20 milioni di sterline per compensare i proprietari di schiavi della “perdita” della loro proprietà, puntando così, senza creare troppe frizioni economiche, a rafforzare lo Slavery Abolition Act firmato due anni prima, che bandiva la schiavitù nelle piantagioni. Kris Manjapra spiega come queste compensazioni, pagate dai cittadini inglesi attraverso le tasse, decennio dopo decennio, abbiano costruito la solidità economica e finanziaria delle élites britanniche, fino ai giorni nostri: tra i lontani beneficiari delle compensazioni figura anche l’ex primo ministro inglese David Cameron. I prodotti finiti, ben confezionati, dell’impresa sono atemporali. Non deperiscono e non si decompongono, ma, alla maniera delle particelle organiche, cambiano struttura molecolare passando da una generazione alla successiva, nel corso dei secoli. È così che si stabiliscono tra noi. Le specie estinte, che in questo trasferimento di stato sono state usate come materia prima, vengono trascinate nello stesso processo. Con la loro assenza continuano ad impoverire la struttura ecologica degli ecosistemi a cui appartenevano, preparano la scomparsa di altre specie, rimaste sole, e secolo dopo secolo consegnano al tempo che verrà un assetto biologico interamente dominato da una perdita antica. 

Ma non dovremmo essere troppo sorpresi di tutto questo, perché la nascita delle scienze naturali, senza la quale non esisterebbero neppure studi accurati sull’estinzione, coincide perfettamente con l’affermazione del colonialismo e della schiavitù. La tassonomia e la biologia evolutiva ottengono i loro reperti grazie alle navi degli schiavi. Un anno fa usciva su SCIENCE MAG una lucida disamina sul “debito dei primi scienziati al traffico di schiavi”.Mentre, al principio del ‘700, “la scienza europea sembrava indirizzata alla conquista di tutta la natura” i collezionisti di piante si imbarcano sulle navi dei mercanti di Africani: “poche navi al di fuori della rotta degli schiavi raggiungevano punti chiave in Africa e in America del Sud”. Dozzine di chirurghi e di capitani a bordo delle navi dirette verso le piantagioni collezionavano anche animali e piante, che poi arrivavano negli studi dei ricercatori. I loro appunti e i loro scritti furono decisivi anche per Linneo, il padre della moderna classificazione dei viventi. Migliaia di reperti ottenuti grazie all’appoggio dei capitani di navi riempite fino a scoppiare di centinaia di Africani in catene sono ancora oggi non solo custoditi in tempi della ricerca scientifica come il Museo di Storia Naturale di Kensington, a Londra, ma vengono ancora usati per analisi genetiche. Kathleen Murphy, che insegna alla California Polythecnic University, così riassume: “Non accade spesso di pensare che gli spazi miserabili, disumani, disgraziati delle navi degli schiavi fossero anche spazi dedicati alla storia naturale”. 

Alexandre Antonelli, direttore della sezione scientifica dei Kew Gardens di Londra, che ospitano la più grande collezione al mondo di piante e funghi, ha ripreso la questione lo scorso 25 giugno, per sollecitare la partecipazione della scienza al dibattito sul razzismo contemporaneo: “per centinaia di anni, i Paesi ricchi del Nord hanno sfruttato le risorse naturali e le conoscenze umane del Sud. I botanici del periodo coloniale desideravano imbarcarsi per spedizioni pericolose in nome della scienza, ma alla fine ricevevano il compito di trovare piante che fossero fonte di profitti economici. Molto del lavoro di Kew nel XIX secolo era focalizzato sul movimento di queste piante all’interno dell’Impero Britannico, il che significa che anche noi abbiamo una eredità profondamente radicata nel colonialismo. Le tracce dello sfruttamento coloniale non sono endemiche solo nella botanica, sono dappertutto, a partire dalle diseguaglianze socio-economiche fino alle comunità marginalizzate, fino ai diamanti delle fedi matrimoniali. L’appropriazione indebita continua anche ai nostri giorni: “Gli scienziati si sono appropriati delle conoscenza delle popolazioni indigene e ne hanno sminuito la profonda complessità. I primi abitanti del Brasile e i primi raccoglitori di piante dell’Australia sono rimasti sconosciuti, senza nome, e senza compenso. Sono letteralmente invisibili nella storia. Questo deve cambiare”. 

Kris Manjapra ha condensato l’atteggiamento culturale europeo verso i neri attraverso l’espressione con cui Benjamin Disraeli, il grande politico inglese della fine dell’Ottocento, descriveva le Antille: “Le desolate Antille sono le pietre miliari attorno al collo della Gran Bretagna”. Le Antille erano i Caraibi, le isole delle piantagioni di zucchero: “qui c’è la tipica abitudine inglese di esternalizzare il problema della schiavitù come se si svolgesse in una remota distanza piuttosto che all’interno del cuore di tenebra della nazione”. Rispetto a quegli eventi, alcuni ormai antichi di secoli, dove ci troviamo noi? Ci troviamo in un punto della storia e della società umana che lo scrittore e giornalista americano Ta Nehisi Coates ha chiamato “reparation. Le riparazioni, nel contesto americano, sono il riconoscimento economico di secoli di diseguaglianza istituzionalizzata attraverso politiche abitative, sanitarie, educative, giudiziarie che hanno bloccato gli afro-americani in una cronica inferiorità materiale ed economica rispetto ai bianchi. Qui in Europa si parla anche di “restitution”, ossia di riconoscimento dei crimini contro l’umanità perpetrati dalle nazioni europee per fondare le loro ricchezze e le nostre società moderne, parlamentari e democratiche. Anche gli storici dell’arte africana che premono sui governi di Belgio, Francia e Germania per il ritorno in Africa delle sculture in legno e bronzo rubate dagli Europei oggi custodite nei magnifici musei etnografici di Tervuren, Parigi e Berlino, chiedono una restituzione. Non solo fisica (queste opere non appartengono all’Europa, ma ai popoli che le hanno concepite), ma anche culturale: potrà mai sorgere, ad esempio in Repubblica Democratica del Congo, una identità africana ricomposta e pacificata, se gli antenati sono lontani, in esilio su suolo europeo?

L’accademica americana Christina Sharpe, nel suo dolorosissimo eppure geniale saggio In the wake (edito dalla prestigiosa Duke University Press nel 2016), si è spinta ancora oltre su questa rotta. La Sharpe ha elaborato il concetto di “residence time”, cioè di tempo di residenza nell’oceano atlantico delle molecole organiche dei corpi delle migliaia di africani gettati fuori bordo perché malati, rivoltosi o in sovrannumero. I loro corpi, decomposti, sono diventati parte delle catene trofiche degli oceani del mondo e ancora oggi fluttuano lungo, attraverso e con le correnti oceaniche, passando attraverso le generazioni di specie animali che popolano gli abissi, nutrendo il nostro Pianeta con un passato che non potrà mai più scomparire.  

La Sharpe non esita a ricordare che anche gli africani morti nel Mediterraneo prima di avvistare le cose italiane, a Lampedusa, condividono con i loro antenati dell’Atlantico un identico fato biologico. La scia della nave negreriera, per Sharpe, è una condizione ormai inscritta nella storia umana e nel corpo di qualunque africano patisca ancora oggi le conseguenze dell’impianto dello schiavismo sulla struttura portante del metabolismo europeo. In uno dei suoi corsi intitolato Memory for Forgetting, la Sharpe propose ai suoi studenti (ricchi americani) un parallelismo tra la Shoah e la schiavitù negli Stati Uniti. I giovani esponenti delle future classi dirigenti  di professionisti da 200mila dollari l’anno non riuscivano a capacitarsi della logica dell’analogia storica. Nei campi di sterminio gli Ebrei morivano di fame e di cachessia, mentre i neri delle piantagioni della Virginia e del Mississippi avevano vitto e alloggio. Soltanto dinanzi alla storia di un sopravvissuto del campo di Chelmo, tratta dal documentario cinematografico di Claude Lanzmann, Shoah, un uomo che non avrebbe mai potuto tornare a vivere a Chelmo dopo che i suoi ex vicini non avevano mosso un dito per proteggerlo dalla brutalità omicida delle SS, questi giovani americani capirono che, forse, anche i neri di origine africana non possono vivere con serenità in una nazione che ne ha deciso la schiavitù per legge. “Questa è la condizione degli Stati Uniti dopo la Guerra Civile, per chi era stato uno schiavo e per i loro discendenti; ancora nella piantagione, ancora circondati da quelli che reclamavano un diritto di proprietà su di loro e che combattevano, e ancora combattono per estendere lo stato di cattura e di sottomissione in quanti più modi legali e illegali possibili, dentro il nostro presente”, scrive Sharpe. 

C’è una altra analogia su cui riflettere. Il passato storico non è mai chiuso nei depositi di un museo. Reclama di continuo il suo posto nel presente. Dopo il 1945 la civiltà occidentale ha inteso darsi una patina di verginità e di neutralità storica, che doveva escludere ogni crimine funzionale e strumentale fino all’avvento del Nazismo in Germania. Questo atteggiamento, se anche allora poteva avere una sua giustificazione morale, recuperare credibilità agli occhi della nostra coscienza, si è ritorto contro di noi. Fingere di essere stati umanisti convinti fino al gennaio del 1933 ha ossidato i nostri sensi e il nostro intelletto, impedendoci di vedere cosa stava accadendo alla struttura economica globale del mondo post Seconda Guerra mondiale. E così ora ci troviamo nel XXI secolo con una crisi di estinzione apocalittica, senza neppure averne cognizione. Eppure, non c’è destino di uomini che non sia destino di animali. E come il razzismo istituzionalizzato in secoli di storia, reiterando se stesso fino all’inverosimile, ha intaccato la resilienza sociale degli Stati Uniti, così la sua contropartita biologica ed ecologica – l’annichilimento delle specie animali – si espande ora sulle nostre società sfinite ed esasperate, compromettendo il futuro e condannando chi verrà dopo di noi. Per tutte queste ragioni, la memoria delle 270mila popolazioni animali perdute negli ultimi 5 secoli deve fondersi con la restituzione del ricordo di milioni di schiavi. 

Non c’è più posto per la tigre nelle Sundarbans del Bangladesh

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A dispetto di un ottimismo spesso di facciata, il futuro della tigre appare ormai in buona parte segnato. I numeri sono sconfortanti soprattutto nelle nazioni asiatiche che ancora ospitano le più consistenti popolazioni rimaste del grande gatto arancione e che, almeno sulla carta, avrebbero più opportunità e possibilità di dispiegare piani di conservazione realistici. Il punto però è sempre lo stesso: le aree protette dovrebbero essere connesse le une con le altre e invece sono sempre più frammentate a causa dell’espansione della rete dei trasporti su gomma, dal farming e dalla presenza umana. Stavolta è dal Bangladesh che provengono informazioni fosche, ma almeno abbastanza nette da disegnare un quadro chiaro di ciò che ci attende. 

Il Bangladesh va avanti con convinzione nella costruzione del Padma Bridge, una infrastruttura lunga 6 chilometri che collegherà presto i distretti a nord e ad est del Paese con le province meridionali, attraversando le Sundarbans, ossia 10mila chilometri quadrati di foresta a mangrovie sul delta dei fiumi Gange e Brahmaputra, la più estesa di questo tipo rimasta sul Pianeta e quindi World Heritage Site UNESCO. Gli effetti del mega-progetto, di sicuro devastanti, sono stati denunciati lo scorso 11 giugno in una Lettera pubblicata da SCIENCE da un team di ricercatori che ha studiato anche la popolazione di tigre del Bengala (Panthera tigris tigris) delle Sundarbans, la più numerosa, ormai, in Asia. I risultati del lavoro di monitoraggio del felino, pubblicati nel gennaio del 2019 su Science of the Total Environment, sono sconcertanti: “entro il 2070 non ci sarà più un habitat adatto alla tigre del Bengala nelle Sundarbans”. Sulla carta, le Sundarbas sono un sito di importanza globale per la protezione e la conservazione della tigre, ma è evidente che il Bangladesh va in tutt’altra direzione, come del resto la vicina India. La Lettera è stata firmata anche da Bill Laurance del Centre for Tropical Environmental and Sustainability Science alla James Cook University, Australia: praticamente una autorità mondiale in fatto di infrastrutture, strade e vie di accesso alle foreste tropicali. 

“Quando è stato commissionato, ci si aspettava che il ponte sostenesse il prodotto interno lordo del Bangladesh di almeno l’1.2%, ma metterà anche a rischio il fragile ecosistema delle Sundarbabns. Il Bangladesh ha già peso le Chakaria Sundarbans, una delle più antiche foreste di mangrovie dell’Asia del Sud, come risultato della crescita dell’allevamento intensivo, commercialmente conveniente, dei gamberetti”, si legge nella Lettera pubblicata su SCIENCE. “Lo stesso potrebbe accadere al distretto di Khulma, dove la costruzione del ponte ha già fatto lievitare il prezzo della terra e l’espansione delle settore edilizio, degli impianti ittici, del turismo e dei resort a ridosso delle Sundarbans”. 

E questo non è un habitat qualunque. Soltanto qui le tigri si sono adattate ad un ecosistema a mangrovie. Ce ne sono, secondo un censimento del 2015, tra le 83 e le 130, e queste poche decine di gatti sono la popolazione più numerosa rimasta di una specie che a inizio Novecento contava 100mila esemplari e che oggi è ridotta a 3890 ( cifra complessiva stimata dal WWF nel 2016). La tigre oggi occupa solo il 7% del suo storico home range: 1.5 milioni di chilometri quadrati in tutto. A meno che, nel giro di un paio di decenni, non si liberi sul subcontinente indiano spazio sufficiente a sostenere popolazioni di tigre di qualche centinaio di esemplari ciascuna, le Sundabarns rimarranno il bacino genetico allo stato selvaggio più importante per la tigre del Bengala. Perso questo, sarà finita. E lo studio proiettivo condotto da Sharif A. Mukul della Bangladesh University – che lavora anche nel Tropical Forestry Group della School of Agriculture and FoodSciences, alla University of Queensland, in Australia e ha firmato pure la Lettera a SCIENCE dell’11 giugno – dice però che “il nostro modello suggerisce una totale estinzione della tigre del Bengala nelle Sundabarns del Bangladesh dovuta al cambiamento climatico entro il 2070”. 

Certo, si tratta di ipotesi, ma sappiamo da quanto accade al clima che gli scenari più inquietanti andrebbero presi con la massima attenzione. 

Gli autori hanno usato un modello di simulazione con due scenari climatici, uno al 2050 e uno al 2070, entrambi dedotti dai recenti rapporti IPCC, per capire che cosa succederà all’innalzarsi del livello dei mari sul delta del Gange e del Brahmaputra, sulla costa meridionale del Bangladesh, e quindi nell’habitat delle tigri delle Sundarbans. Tra 50 anni quest’habitat non esisterà più. 

E come sempre, il cambiamento climatico non modellerà la geografia di queste regioni partendo dalla migliore situazione possibile al suolo, e cioè una scarsa demografia umana ed ecosistemi abbastanza estesi da contenere comunità numerose e diversificate di predatori ed erbivori. Spiegano gli autori: “Nelle Sundarbans, messi insieme, i 3 santuari principali per la wildlife coprono circa il 23% del totale delle foreste di proprietà del Bangladesh Forest Department. Una percentuale ancora oggi inadeguata”. E cioè troppo piccola per fare sul serio con la conservazione della tigre. Del resto, esattamente come avviene in Africa con il leone, la competizione tra uomini e felini non è certo solo sullo spazio disponibile, ma anche sul suo correlato logico: il cibo. Gli esseri umani cacciano le stesse prede della tigre e il resto lo fa il bracconaggio: “la preda principale della tigre del Bengala, qui, è il cervo maculato (Axis axis), benché la tigre si nutra anche di cinghiali (Sus scrofa), e di scimmie reso (Macaca mulatta), e anche di certi pesci e di granchi. Il bracconaggio e il prelievo delle specie preda riduce quindi la capacità della foresta delle Sundarbans di sostenere la sua popolazione di tigri”. 

Anche questa è una storia purtroppo già vista nel Sud Est Asiatico. La tigre della Cambogia è stata dichiarata estinta nel 2016: una clamorosa perdita di habitat l’ha condannata a morte, ma non poco ha contribuito anche il commercio alimentare di carne di Sambar (un cervo selvatico, Rusa unicolor, la sua preda principale), cacciato di frodo. Secondo due Ngo, Conservation International (Greater Mekong Program) e la Wildlife Alliance, il traffico illegale di Sambar e altri ungulati ha compromesso in via definitiva la sopravvivenza in Cambogia sia dei leopardi che delle tigri. Nel 2013 il WWF e la IUCN hanno condotto uno studio di fattibilità per la reintroduzione della tigre nelle pianure orientali della Cambogia, ma siamo ancora nell’ambito delle ipotesi e delle zone d’ombra, tipiche di ogni discorso molto ambizioso sul ritorno di specie di predatori di vertice in ecosistemi alterati o distrutti, senza nessun piano mai dichiarato in modo trasparente su come riportare allo stato selvaggio esemplari nati in cattività; o, peggio ancora, senza rendere pubbliche davanti all’opinione pubblica le perplessità scientifiche dei conservazionisti che insistono sull’importanza degli adattamenti genetici a specifiche condizioni ambientali, che rendono i piani di “traslocazione” sempre incerti, scivolosi e pericolosi. 

Il dottor John Goodrich, Chief Scientist and Tiger Program Director di Panthera, l’organizzazione leader nel mondo per la conservazione globale dei grandi felini, così ha commentato la situazione per come si presenta oggi: “se, o, più realisticamente, quando perderemo le Sundarbans e le tigri che là ancora esistono, perderemo una popolazione unica di tigri e il loro irripetibile adattamento per la sopravvivenza in un habitat a mangrovie. Tutto questo sarà una enorme tragedia. E tuttavia, questo non significherà ancora la estinzione di questa sottospecie, che ancora esiste sparsa tra India, Nepal e Buthan, e anche Russia, Cina, Thailandia, Malesia, Indonesia e Myanmar, se si accetta la attuale tassonomia di sole 2 sottospecie di tigre”. 

Per quanto Sharif A. Mukul, raggiunto via email, abbia ribadito il suo punto di vista apparso su The Daily Star il a marzo del 2019 (“i risultati del nastri studio sono certamente allarmanti per il Bangladesh, per le Sundarbans e per la magnifica tigre del Bengala, orgoglio nazionale del Paese. Ciò nondimeno, come molti altri studi fondati su modelli, anche il nostro si fonda su una serie di ipotesi”), resta il fatto che le popolazioni di tigri sono sempre più isolate tra loro, sempre più minacciate dall’espansione umane e sempre più incompatibili con la traiettoria economica e culturale delle regioni asiatiche dove, solo un secolo fa, prosperavano. Il paragone e le analogie con il leone africano sono impressionanti e non lasciano sperare nulla di buono. 

L’analogia tra razzismo ed ecologismo moderato

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C’è un inquietante analogia tra l’ipocrisia generalizzata che sostiene il razzismo verso i neri (afro-americani e cittadini di qualunque altro Paese di origine africana) e l’ipocrisia che alimenta l’ecologismo. E i motivi di questa insolita familiarità spuntano là dove forse non ci si aspetterebbe di trovare discussioni o riferimenti alle proteste americane per l’uccisione di George Floyd, e cioè sulle riviste scientifiche. NATURE, nella sua newsletter quotidiana (Nature Briefing), dedicata per lo più alla pandemia, da circa una settimana segnala anche contributi che affrontano la questione dei diritti civili negli Stati Uniti. SCIENCE ha pubblicato un intervento intitolato “Time to look in the mirror”, in cui Holden Thorp parla della discriminazione razziale nelle istituzioni scientifiche e nella ricerca. 

La biologa marina Ayana Elizabeth Johnson ha firmato sul WASHINGTON POST un articolo molto istruttivo. La Johnson, fondatrice e Ceo della OCEAN COLLECTIV e del think tank no profit URBAN OCEAN LAB, di professione si occupa della “crisi esistenziale” della nostra epoca e cioè del cambiamento climatico. Il 2 giugno scorso la PNAS pubblicava l’articolo di Raven ed Ehrlich che impiega gli stessi termini per definire la catastrofe di estinzione: “l’estinzione pone una minaccia esistenziale alla civiltà”. Il macro-argomento sul tavolo è quindi solo uno, come sopravvivere alla realtà del XXI secolo. “Come possiamo aspettarci che i neri Americani si concentrino sul clima quando rischiano la vita per strada, nelle loro comunità e anche nelle loro stesse case?”, si chiede la Johnson. “Come possono le persone di colore guidare con efficacia le loro comunità su soluzioni alla crisi climatica, quando già fronteggiano un razzismo pervasivo, qui e ora?”. 

È qui che comincia a spuntar fuori l’analogia. Quando Ayana Elizabeth Johnson mette nero su bianco le due conseguenze più dirette del razzismo: i Neri patiscono più dei bianchi le diseguaglianze sociali e le conseguenze del clima sempre più caldo (case peggiori in quartieri peggiori, dove spesso ci sono anche le industrie più inquinanti) e proprio per questi motivi molto più spesso dei bianchi sono costretti a ridimensionare le loro aspettative personali, professionali e culturali. “Il razzismo, l’ingiustizia e la brutalità della polizia sono già abbastanza spaventosi, ma lo sono anche per le energie mentali e la creatività che ci rubano. Penso a un mio amico che voleva diventare un astronauta, ma che ha abbandonato il suo sogno perché organizzarsi per la giustizia sociale era ancora più importante. Pensiamo alle scoperte non fatte, ai libri mai scritti, agli ecosistemi non protetti, all’arte mai creata, ai giardini mai curati”. La conclusione è che “la nostra crisi di diseguaglianze razziali è interconnessa con la crisi climatica. Se non lavoreremo su entrambe, non riusciremo a superarne nessuna”. La crisi razziale non è niente altro che sinonimo di crisi ecologica. La radice è la stessa.

Calibrando questo ragionamento sulle ingiustizie sociali ormai ampiamente diffuse anche in Europa si potrebbe aggiungere che ovunque c’è una quantità abnorme di intelligenze sprecate, di talenti lasciati a marcire per motivi strettamente dipendenti dalla struttura Ancien Regime delle nostre società fondate, come ha fatto notare Thomas Piketty, più sui quattrini ereditati che sulle reali possibilità di intraprendere carriere in completa autonomia. Anche il sociologo canadese Alain Deneault in “La Mediocrazia” ha analizzato scenari di questo tipo: la percentuale di successo nelle accademie, nell’editoria e negli istituti di ricerca è direttamente proporzionale alla disponibilità di adeguare la propria visione delle cose alla visione delle cose già consolidata. Censo, conformismo e scarsa originalità sono le virtù indispensabili per affermarsi in campi del sapere che contribuiscono, con la loro rigidità ingessata e autoreferenziale, a mantenere lo status quo in una dorata mediocrità. In questo contesto le disparità economiche e sociali sono come la glassa sulla torta: conferiscono un tocco di classe e di stile ad una discriminazione sottile, intramontabile e direi eterna. Tutto questo non ci riguarderebbe se non fosse che ormai anche il cosiddetto ambientalismo viene per lo più sintetizzato in questo tipo di luoghi del pensiero e dello stipendio. 

Ed è sconcertante trovare la descrizione perfetta dell’ambientalismo contemporaneo in un passaggio della Lettera dal Carcere di Birmingham scritta nel 1963 da Martin Luther King e citata da Holden Thorp nel suo editoriale su SCIENCE:

“Prima di tutto devo confessare che negli ultimi anni sono stato molto deluso dai bianchi moderati. Ho ormai quasi raggiunto la criticabile conclusione che l’ostacolo più inaspettato, più grande, sulla strada del Nero verso la libertà non è il consigliere cittadino bianco o l’iscritto al Ku Klux Klan, ma il bianco moderato, che è più devoto all’ordine che alla giustizia; che preferisce una pace al ribasso, e cioè l’assenza di tensione, ad una pace positiva, che è invece la presenza della giustizia; che non fa che ripetere: ‘sono d’accordo con l’obiettivo che persegui, ma non sono d’accordo con i metodi dell’azione diretta’; che crede, in maniera paternalistica, di poter stabilire lui l’agenda per la libertà di qualcun altro; che vive di un concetto mitico di tempo e quindi consiglia costantemente al Nero di aspettare per una stagione più propizia”. 

Questo atteggiamento è epidemico negli ambientalisti e nei giornalisti ambientali che si rifiutano, vantaggi alla mano, di parlare apertamente delle dimensioni della catastrofe, della irreversibilità del cambiamento climatico e della gravità della crisi di estinzione. Il 5 giugno il Corriere della Sera era in edicola stampato su carta verde. Atto d’amore per il Pianeta tanto insulto quanto evanescente. Copia da collezione senza nessun rischio ideologico, culturale o morale. Moltissime persone, anche celeberrimi giornalisti e attivisti come George Monbiot, negano l’evidenza, e cioè che una demografia umana esplosiva è incompatibile con l’esistenza di regioni interamente selvagge popolate da specie selvagge e in particolare da grandi mammiferi, che hanno bisogno di vasti home range. Così come l’India continua a sostenere che la tigre sia il suo animale nazionale, mentre progetta la costruzione di 15mila miglia di nuove strade all’interno dei francobolli di habitat rimasti al big cat del subcontinente, già per altro intersecati da oltre 80mila vie di comunicazione asfaltate, e questo per soddisfare i criteri di mobilità e le aspirazioni della Belt and Road Initiative della Cina. Nessuno affronta, qui da noi, la questione della siccità in Pianura Padana e il fatto che presto dovremo parlare di razionamento dell’acqua. Ovunque il giornalismo ambientale è ridotto a bollettini pubblicitari di invenzioni tecnologiche salva-Pianeta, il cui unico scopo è proteggere l’opinione pubblica dalla realtà. Implosi su loro stessi, perché sedotti dall’estetica conciliante del potere, i movimenti ambientalisti giovani o rivoltosi di un anno e mezzo fa sono ridotti a qualche post ben congegnato su Facebook. 

Tutto questo non avviene solo perché il mostro – le nostre società obese, ricchissime e ingiuste – è forse impossibile da sconfiggere. Avviene anche perché le voci indipendenti e autonome sono escluse a priori a causa di regole di accesso e di ingaggio che favoriscono il conformismo e gli interessi costituiti piuttosto che la denuncia della verità scientifica. A vincere è la lettura moderata, come diceva il Reverendo King, delle persone moderate, quelle che ancora ci raccontano che c’è un futuro per i grandi felini, che i parchi nazionali basteranno, che basta allevare in cattività il bisonte europeo per imporre a Bruxelles il rewilding del continente. Forse sarebbe il caso di chiederci dove ci ha condotto tutta questa moderazione e provarne anche una certa nausea. 

Ne ho parlato anche nella puntata 17 del mio podcast. 

 

La sesta estinzione sta accelerando

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“Se consideriamo una riduzione della loro area di diffusione storica per tutte le 515 specie di vertebrati sull’orlo dell’estinzione, allora le popolazioni di queste specie scomparse dal 1900 raggiungono la cifra sbalorditiva di 237.000”. Questa è solo una delle evidenze impressionanti raccolte da uno studio di grande impatto appena uscito sulla PNAS (Vertebrates on the brink as indicators of biological annihilation and the sixth mass extinction), che segna un passaggio di livello nel tono e nella urgenza della ricerca sulla defaunazione, come già accadde nel 2014 con il paper pubblicato su SCIENCE firmato da Rodolfo Dirzo della Stanford. Stavolta gli autori gravitano attorno al gruppo di Dirzo, con cui collaborano da anni: Gerardo Ceballos, Paul R. Ehrlich e Peter H. Raven. Questo studio prende una posizione senza precedenti, anche politica direi, sulle misure indispensabili da adottare a livello globale per arginare un disastro già in parte definitivo. 

Non solo la sesta estinzione è reale, ma sta accelerando. Sono ormai ad un passo dall’abisso 515 specie di vertebrati. Sommate a quelle già scomparse da inizio Novecento, che sono 543, abbiamo un totale di specie perse per sempre di 1058. Secondo il tasso di estinzione degli ultimi 2 milioni di anni (il cosiddetto background extinction rate, e cioè il tasso normale, naturale di estinzione delle specie), avremmo dovuto assistere all’estinzione di 9 specie nei centocinquanta anni dal 1900 al 2050. Invece, entro il 2050, in uno scenario ipotetico  e in assenza di un radicale cambiamento nei nostri stili di vita, contempleremo un totale di 1058 perdite totali. Una ecatombe. La demografia umana e le attività umane sono la causa diretta di questo olocausto globale, cominciato 11mila anni fa, quando sulla Terra c’erano 1 milione di persone. Oggi siamo 7 miliardi e 800 milioni. I conti sono presto fatti. 

Ma il punto forte di questo studio è la spiegazione di come “l’estinzione nutre l’estinzione”.

L’estinzione di una sola specie innesca un effetto domino sistemico, sulle specie con cui ha condiviso il suo habitat, e sull’intero ecosistema. Questo processo di impoverimento a cascata funziona nel tempo, man mano che le popolazioni di una certa specie diventano sempre meno numerose e sempre più isolate geograficamente. E la loro distribuzione storica (lo home range) sempre più ristretto. Meno individui significa anche un deterioramento delle funzioni ecologiche che la specie in estinzione può esprimere nei confronti di tutte le altre, animali e vegetali. Quando l’estinzione è ormai conclamata, non resta che attendere la scomparsa delle specie rimaste, ancora presenti, ma già coinvolte nella semplificazione ecologica e genetica del loro contesto ecologico. Ecco perché, stavolta, i ricercatori insistono sul valore di ogni singola popolazione.

Ragionare per popolazioni permette di capire meglio perché “è in corso un annichilamento biologico”.

“Quando una specie scompare, un ampio pacchetto di caratteristiche se ne va per sempre, dai geni alle interazioni tra fenotipi e ai comportamenti”, spiegano gli autori. “Ogni volta che una specie o una popolazione svaniscono, la capacità della Terra di mantenere i servizi ecosistemi, che dipende dalle specie o dalla popolazione coinvolta, ne risulta compromessa. Ma ogni popolazione è unica e perciò diversa nella sua capacità di adattarsi con successo ad un particolare ecosistema e giocarvi il suo ruolo”. E questo significa che “gli effetti delle estinzioni peggioreranno nei decenni a venire, dal momento che la perdita di unità funzionali, le ridondanza genica (due geni svolgono la stessa funzione, nb) e la variabilità genetica e culturale modifica interi ecosistemi”. 

Ma perché ogni singola popolazione conta ? “Popolazioni più piccole diventano più isolate e quindi più vulnerabili all’estinzione per cause naturali (la consanguineità, eventi accidentali) e umane (…) Quando il numero di individui di una popolazione o specie crolla ed è troppo basso, il suo contributo alle funzioni eco-sistemiche e ai servizi eco-sistemici diventa meno rilevante, la sua variabilità genetica e resilienza sono ridotte e quindi anche il contributo di quella specie al benessere degli esseri umani viene meno. Arrivata ad un certo punto, una popolazione può essere semplicemente troppo piccola o troppo priva di habitat per riuscire a riprodursi”. 

I ricercatori hanno analizzato le specie di vertebrati prive ormai della maggior parte del loro territorio geografico e ridotte a meno di 1000 individui, che è la soglia numerica sotto la quale gli animali entrano in Red List della IUCN con la targhetta “criticamente minacciato”. È stato poi approntato un confronto con la distruzione storica di 48 specie di mammiferi e di 29 specie di uccelli, gli unici gruppi su cui sono disponibili sufficienti dati dal recente passato. Su 177 specie di grandi mammiferi (esempi emblematici i grandi felini) la maggior parte ha perso l’80% della distribuzione originaria. La maggior parte delle specie in estinzione appartengono al Sud America (157), seguono Oceania (108), Asia (106), Africa (82), Nord e Centro America (55) ed Europa (6). 

Non bisogna farsi troppe illusioni neppure sui progetti di recupero numerico di specie ormai estirpate al 99%. Progetti che spesso ricevono una attenzione mediatica sproporzionata. La loro quasi estinzione ha compromesso per sempre intere porzioni di continenti, come dimostra il caso del bisonte americano: “il bisonte e molte altre specie con piccole popolazioni sono diventate ciò che Janzen chiamò zombi ecologici”. Le grandi praterie americane sono un lontanissimo ricordo: oggi ci sono solo 4mila bisonti selvaggi, contro i 30-60 milioni della metà dell’Ottocento. 

Quello che è massimamente sconcertante è che la crisi biologica del nostro Pianeta non ha mai ricevuto la stessa attenzione, per quanto scarsa, di cui ha goduto il cambiamento climatico. Nè da parte dei governi, né da parte della società civile. L’estinzione obbliga a confrontarci con la nostra identità evolutiva su una scala di responsabilità culturale, psicologica e genetica che difficilmente è presa in considerazione, anche dai media mainstream, impegnati a diffondere il claim pubblicitario che i parchi nazionali siano oasi indipendenti e sufficienti ad arginare il crollo degli ecosistemi globali. L’estinzione non è un fatto secondario del XXI secolo, ma una “minaccia esistenziale alla civiltà”. 

Qui, perciò, gli autori prendono una posizione politica ed etica che non ha precedenti e che riecheggia anche l’allarme globale sulla correlazione tra commercio di specie selvatiche e la pandemia di SarsCov2. Intanto, una constatazione fondamentale: “la popolazione mondiale in crescita, i tassi di consumo, in aumento, e la crescita prevista per il futuro possono solo accelerare la rapida scomparsa delle specie, facendo di ciò che è un corso d’acqua un torrente impetuoso – un problema di schietta sopravvivenza che soltanto gli esseri umani hanno il potere di alleviare”. 

E poi due proposte, fermissime. La prima: classificare come “criticamente minacciate” in Red List tutte le specie sotto i 5mila individui, e quindi, di riflesso, escluderle tutte dal commercio. La seconda: elevare la crisi di estinzione a emergenza mondiale e quindi inserire la conservazione delle specie in un accordo globale vincolante entro questo decennio.