Uscire alla pandemia e venire a patti con noi stessi

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C’è un indice epidemiologico che tutti conosciamo. Presto o tardi nella vita chiunque di noi lo incontra. Il bisogno di venire a patti con noi stessi. Constatare, punto e chiuso, che non siamo in grado di risolvere le nostre contraddizioni con la perfezione di una equazione matematica. Il fallimento di un training psicologico ispirato al più rigoroso positivismo è uno degli aspetti più ingombranti dell’immagine che Homo sapiens ha di se stesso. Di solito se ne occupano gli scrittori. Ormai è materiale buono anche per gli ecologi. Da due mesi questo sgradevole sentimento di impotenza è diventato una carie che corrode lo smalto nel dente compromesso delle nostre certezze giorno dopo giorno. 

Dinanzi a fatti come quelli di cui facciamo esperienza da fine febbraio, e su scala globale, si danno solo due alternative: o ti concentri esclusivamente sui tuoi affari, i tuoi affetti, insomma i due chilometri quadrati secchi e striminziti della tua esistenza piccolo-borghese, e allora ti basta la speranza, l’illusione del ritorno del sorriso, dello smorzamento delle misure di quarantena collettiva, il culto amorfo e inconcludente della presunta normalità (415 ppm di CO2 in atmosfera contro le 290 ppm di inizio Ottocento); o ti guardi dentro, scavi nelle cause neanche troppo remote, ahimè, del disastro e allora sprofondi nella depressione, perché il Pianeta e la sua specie dominante, noi, non siamo sotto nessun rispetto ciò che ti sei sempre augurato, oppure, invece, trovi la forza morale per riflettere su quale etica della scelta è utile al principio del terzo decennio del XXI secolo. 

Qualche giorno fa Jaqueline Rose ha scritto sulla LONDON REVIEW OF BOOKS un vasto essay (Pointing the finger, puntare il dito) su La Peste, il celebre romanzo di Albert Camus. Lo ha fatto perché da quando, alla fine di gennaio, il virus è piombato sull’Europa occidentale le vendite di questo libro pubblicato nel 1947 sono cresciute in modo esponenziale. Rose ricorda che Camus stesso, in un taccuino di appunti preparatori del 1938, scrisse che la gente protagonista della sua storia “mancava di immaginazione. Non pensavano affatto alla scala reale della epidemia. E i rimedi che progettavano erano scarsamente adeguati anche ad un semplice raffreddore”. 

Niente di più attuale (il che, forse, spiega le statistiche di vendita del libro in formato tascabile). Qui in Italia, una marea sterminata di talk show televisivi a commento e analisi della epidemia ha omesso sistematicamente di allertare l’opinione pubblica sulla gravità di questa condizione. Non ci lasceremo il peggio alle spalle quando sarà pronto un vaccino. Il virus di Wuhan è solo il primo segnale di un collasso sistemico i cui sintomi, forse per la prima volta negli ultimi 30 anni, considerato il gradiente di dolore della parte ricca del Pianeta (noi), sono finalmente visibili anche là dove c’è stato fino ad ora solo ignoranza, ignavia e shopping. Nel romanzo di Camus la gente comincia a capire che qualcosa non funziona solo quando i morti si contano anche tra gli esseri umani. Fin tanto che a morire erano i topi, calma piatta.

Nascosti dietro le tende dei loro ordinati appartamenti, gli umani non riuscivano a riconoscere se stessi nei cadaveri dei topi. Per questo erano paralizzati nel diagnosticare la malattia. Infliggersi un black out di coscienza (scegliere di non capirci nulla e rifiutare di capirci qualcosa) non è utile solo ad evitare di trovare il propio nome e cognome là dove sarebbe spiacevole vederlo scritto nero su bianco; è molto utile anche a scansare quella forma di impotente depressione che sale dallo stomaco, fino a serrare la gola, quando realizzi che le tue aspettative sul mondo sono utopiche, irreali e forse oniriche. Quindi solo tue, narcisistiche e fonte di un disagio sconfinato. 

Anche sul sito dell’IPBES (Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services, l’istituto di ricerca indipendente che nel maggio 2019 ha pubblicato il Global Assessment sulla biodiversità del Pianeta) è apparso qualche giorno fa un garbato invito a riconoscere noi stessi in questo presente: “c’è una singola specie che è responsabile per la pandemia da Covid-19: NOI. Come per il clima e la crisi di biodiversità, la recente pandemia è una conseguenza diretta dell’attività umana, soprattutto del nostro sistema economico-finanziario globale, fondato su un paradigma riduzionista che premia la crescita economica a qualunque costo. Abbiamo ormai un ristretto ventaglio di opportunità per superare le sfide poste da questa crisi e per evitare di seminarne in futuro i semi (…) la deforestazione rampante, l’espansione incontrollata dell’agricoltura, l’allevamento intensivo, le miniere e lo sviluppo delle infrastrutture, così come lo sfruttamento delle specie selvatiche hanno creato una tempesta perfetta per il passaggio di malattie dagli animali selvatici alle persone (…) E a questo va aggiunto il commercio non regolato di animali selvatici e la crescita esplosiva dei viaggi aerei su scala globale. È chiaro, allora, come un virus che un tempo circolava senza danni tra una specie di pipistrelli del sud est dell’Asia abbia ora infettato quasi 3 milioni di persone. Eppure, questo potrebbe essere solo l’inizio. Benché le malattie da animale a uomo causino già una stima di 700mila morti all’anno, il potenziale per le future pandemie è vasto. Si ritiene infatti che esistano ancora nei mammiferi e negli uccelli acquatici 1.7 milioni di virus non identificati del tipo conosciuto per poter poter infettare gli esseri umani. Uno qualunque di questi potrebbe essere la prossima ‘malattia X’, potenzialmente ancora più distruttiva e letale del Covid-19”. 

Firmano questa nota Josef Settele, Sandra Diaz e Eduardo Brondizio, tutti Co-chairs del Global Assessment del 2019, e Peter Daszak, Presidente  della EcoHealth Alliance ed esperto di settore per il nuovo studio IPBES ( il Nexus Assessment) sul legame tra biodiversità, salute e cibo.  

Due considerazioni sono fondamentali. La prima è questa: esistono in natura, quindi per precise ragioni ecologiche, dei “luoghi caldi”, di solito corrispondenti alle regioni a più alto tasso di biodiversità, che sono, proprio perché ricche di specie animali, serbatoi di virus forse fatali per noi. La nostra specie assomiglia a una macchia che si espande senza sosta sul Pianeta in tutte le direzioni, raggiungendo sempre più velocemente questi posti e di conseguenza aumentando con sempre maggiore frequenza la possibilità di incontri pericolosi. Anche questa condizione appartiene allo stato naturale delle cose, da un duplice punto di vista. Prima di tutto perché anche noi siamo parte della biodiversità della Terra. Ma, come ogni altra specie, anche noi siamo un “laboratorio permanente” dal punto di vista evolutivo e questo significa che la nostra specie risponde ancora oggi alle sollecitazioni ambientali (una risposta fisiologica e immunitaria, cioè sviluppando la malattia) venendo a contatto con specie (virus e batteri) che non avevamo mai incontrato prima. Il cantiere ecologico ed evolutivo che è la biosfera ci riserva delle sorprese, che entrano in conflitto con i nostri tratti culturali più spinti (costruire economie articolate, rapaci e globali). Da un punto di vista strettamente biologico, lo spillover fa parte del gioco. 

La seconda considerazione è questa. La popolazione mondiale cresce di più di 80 milioni di persone ogni anno. Dal 1945 si sono aggiunti al totale un miliardo di persone ogni 12- 15 anni. Siamo più che raddoppiati dal 1970. La macchia si estende ad una velocità contraria ad ogni principio di precauzione, ma soprattutto a discapito di se stessa. La psicologia ci insegna che, purtroppo, il suicidio è un atto perfettamente programmato e cosciente, consapevole, che non esclude affatto la più crudele razionalità. Conoscere se stessi può non essere la terapia risolutiva, ma sapersi capaci di cose anche molto brutte aiuta a ritrovare la strada del principio di realtà. 

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