La normalità non è normale

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La normalità non è normale. E questo non è solo un buon principio contro il conformismo patologico, è anche il cardine attorno a cui ruota una percezione sana della realtà delle cose. L’Italia prima dell’8 marzo (data del primo Decreto di chiusura del Paese) non era un Paese normale, perché le nostre vite non erano normali, e normale non era neppure lo stato della civiltà umana in questo XXI secolo. La normalità indica una misura in sé perfetta e conclusa, agisce come un benchmark, nelle nostre teste, per capire se qualcos’altro funziona o meno. Ecco, un mese fa la nostra vita normale era inceppata in una disfunzione letale.

Non c’è nessuna normalità in un Pianeta in cui oggi, 10 aprile, 3 miliardi di persone non hanno l’acqua per lavarsi le mani e proteggersi dall’infezione; e di queste, 1 miliardo vive in slum e baraccopoli. 

Non c’è nessuna normalità rassicurante, salutista e benefica in una condizione economica che sopravvive distruggendo il sistema climatico terrestre a forza di bruciare combustibili fossili, e disegnando così il collasso improvviso della biodiversità marina e tropicale entro il 2030, come ha rivelato uno studio appena pubblicato su NATURE: “man mano che il cambiamento climatico antropogenico continuerà, il rischio per la biodiversità aumenterà nel tempo: le proiezioni sul futuro indicano che una perdita catastrofica di specie è all’orizzonte. Noi abbiamo usato le proiezioni annuali delle temperature e delle precipitazioni ( dal 1850 al 2100) sullo home range di 30mila specie marine e terrestri per stimare la durata della loro esposizione a condizioni climatiche potenzialmente pericolose”.

Secondo gli autori, il collasso delle specie sarà visibile soltanto quando sarà anche irreversibile: “la futura distruzione degli assemblage ecologici come risultato del cambiamento climatico avverrà improvvisamente, perché all’interno di ogni singolo assemblage l’esposizione di moltissime specie a condizioni climatiche che oltrepassano i limiti specifichi del loro adattamento consolidato di nicchia avverrà quasi simultaneamente. In uno scenario di alte emissioni, eventi di esposizione così improvvisa (abrupt exposure events) si verificheranno prima del 2030 negli oceani tropicali per poi espandersi nelle foreste tropicali e alle altitudini più elevate entro il 2050”. Gli eventi improvvisi di esposizione a temperature troppo elevate per adattamenti che hanno richiesto migliaia di anni di evoluzione per stabilizzarsi sono la risposta scientifica al negazionismo biologico di quanti sostengono che la sesta estinzione sia una fola, soltanto perché moltissime specie in declino sono ancora tra noi. Non tutto ciò che è visibile oggi segue un andamento normale.

Per Platone, ciò che i sensi catturavano direttamente era ingannevole e infatti definiva doxa, opinione comune, la convinzione degli ignoranti e degli sprovveduti che riversavano massima fiducia nei dati percettivi, concreti. Nel XVIII secolo, Emmanuel Kant, prendendo posizione sulla scia dell’Illuminismo, invocò il risveglio della ragione comprendendo che i pregiudizi intellettuali falsificano la realtà soprattutto quando ritengono di cogliere lo stato delle cose senza tenere in considerazione le categorie astratte con cui il pensiero interpreta il dato sensibile. 

Ciò che amiamo, la nostra civiltà così avanzata, è fondata sulla analisi del visibile, e non sulla sua santificazione come unica fonte di verità. Questa impostazione ideologica, del tutto insufficiente, è piuttosto un costrutto culturale di matrice economica. E cioè capitalista. 

In una condizione psichica “normale”, ci si accorge per tempo del disastro incombente e si cerca di porvi rimedio. Le menti sveglie al reale sono pronte ad accettare la sfida del cambiamento, rapide nell’intuizione, abili nel cogliere i dettagli indicativi di un sistema entrato in crisi. Ma la tanto acclamata normalità poggiava piuttosto su ciò che io chiamo un “bipolarismo post biologico”, e cioè la tendenza, tipica della società di massa delle nazioni più ricche, a dividere l’esperienza delle cose in due categorie polarizzate: piacere e fastidio. Tutto è misurato, e cioè normalizzato e normato, sulla scarica immediata di piacere o di fastidio che induce. Qualunque cenno di coinvolgimento oltre la soglia critica della gratificazione viene immediatamente derubricato come scocciatura, residuo medievale pre elettricità e motore a scoppio, sfiga terzomondista. É questo meccanismo reattivo di tipo infantile che sta dietro comportamenti di consumo come l’acquisto compulsivo di cibo spazzatura, di creme spalmabili all’olio di palma, di food delivery, di uso spasmodico e compulsivo del volo aereo. Ed è per questo che siamo arrivati al confine storico dell’8 marzo senza sapere che avremmo dovuto sapere che avrebbe potuto succedere. Anche a noi. In qualunque momento. 

Avevamo già fatto tutto il possibile prima dell’8 marzo. Lo ha spiegato benissimo Frank Snowden, storico delle epidemia alla Università di Yale, negli Stati Uniti, al MANIFESTO:“questa è la prima grande epidemia della globalizzazione. E credo che tutte le società creino le proprie vulnerabilità (…) Il tifo, e il colera asiatico, direi, sono malattie sintonizzate sulle condizioni di industrializzazione e rappresentano, in questo senso, uno degli specchi della globalizzazione. Con il coronavirus, ci sono almeno tre dimensioni che mostrano come la Covid-19 sia lo specchio di ciò che siamo come civiltà. La prima è che stiamo diventando quasi 8 miliardi di persone in tutto il mondo. Poi abbiamo il mito per cui si può avere una crescita economica e uno sviluppo infinito anche se le risorse del pianeta sono limitate, il che è una contraddizione intrinseca. Eppure abbiamo costruito la nostra società su questo mito, pensando che le due cose si possano in qualche modo conciliare. Quindi c’è un problema. Inoltre, questo trasforma il nostro rapporto con l’ambiente e in particolare con il mondo animale. Abbiamo dichiarato guerra all’ambiente e distruggiamo l’habitat degli animali – questa è l’era dello sradicamento e dell’estinzione delle specie”.

Se intendi far fuori la biodiversità del Pianeta supponendo di salvarti la pelle, non sei normale. Sei un cretino che, pensando di esercitare il suo sacrosanto diritto alla libertà, perché nessuno oserebbe pensarsi moderno senza definirsi orgogliosamente libero, anni luce dal modello esistenziale della piantagione di cotone in Virginia, nega invece il tratto evolutivo più decisivo nella parabola paleontologica della nostra specie: la capacità di pensare secondo schemi simbolici. Il che significa, anche, saper costruire scenari possibili, disegnati sulla consequenzialità causa-effetto. 

La normalità, allora, non avrebbe dovuto coincidere con l’adesione asintomatica alle istruzioni d’uso fornite dal sistema economico dominante,. Chi è normale sa prendersi le sue responsabilità: “se accettiamo il fatto che siamo noi stessi i responsabili, ci guardiamo allo specchio e riconosciamo che siamo stati noi stessi a creare quei percorsi, quelle vulnerabilità, e a costruirle nelle nostre società, significa anche che sempre noi stessi possiamo cambiarle e possiamo alterare quel rapporto con il regno animale. Possiamo fare qualcosa al riguardo e questo proteggerà il pianeta e anche la nostra salute”, conclude Snowden. 

In questa norma normativa dello scarica responsabilità dovremmo non solo dirci colpevoli del nostro shopping su Amazon, ma anche riconoscere che il nostro stile di vita tranquillo, quotidiano, non regge dal punto di vista biologico. È artificiale, oltre che iniquo. “Ad ogni corpo che tocca e fa ammalare, il virus reclama che tracciamo la linea di continuità tra la sua origine e la qualità di un modo di vita incompatibile con la vita stessa. In questo senso, per paradossale che sembri, affrontiamo un patogeno dolorosamente virtuoso”ha scritto lo sceneggiatore e intellettuale Angel Luis Lara. “La sua mobilità aerea sta mettendo allo scoperto tutte le violenze strutturali e le catastrofi quotidiane là dove si producono, ossia ovunque. Nell’immaginario collettivo comincia a diffondersi una razionalità di ordine bellico: siamo in guerra contro un coronavirus. Eppure, sarebbe forse più esatto pensare che è una formazione sociale catastrofica quella che è in guerra contro di noi già da molto tempo. (…) Non c’è normalità alla quale ritornare quando quello che abbiamo reso normale ieri ci ha condotto a quel che oggi abbiamo (…) Il problema che affrontiamo non è solo il capitalismo in sé, ma anche il capitalismo in me. Chissà che il desiderio di vivere non ci renda capaci della creatività e della determinazione per costruire collettivamente l’esorcismo di cui abbiamo bisogno. Questo, inevitabilmente, tocca a noi persone comuni”

Eh già. Ragionamento e responsabilità sono due qualità umane che, nella società di massa, sembrano essersi volatilizzate così come è andata estinta la povertà. Quella vera. In questi giorni è di nuovo circolato in rete un saggio magnifico e illuminante scritto da Goffredo Parise nel 1974 (appunto). Titolo: Il rimedio è la povertà. L’intelligenza viene dalla capacità di giudizio, come gli avrebbe ricordato Kant, ma saper capire cosa hai davanti vuol dire, molto semplicemente, saper distinguere tra ciò che ha un valore e la paccottiglia fotti-Pianeta che prolifera ovunque, nel regno delle cose e dello spirito: “Povertà è una ideologia, politica ed economica. Povertà è godere di beni minimi e necessari, quali il cibo necessario e non superfluo, il vestiario necessario, la casa necessaria e non superflua (…) Povertà vuol dire, soprattutto, rendersi esattamente conto (anche in senso economico) di ciò che si compra, del rapporto tra la qualità e il prezzo: cioè saper scegliere bene e minuziosamente ciò che si compra perché necessario, conoscere la qualità, la materia di cui sono fatti gli oggetti necessari. Povertà vuol dire rifiutarsi di comprare robaccia, imbrogli, roba che non dura niente e non deve durare niente in omaggio alla sciocca legge della moda e del ricambio dei consumi per mantenere o aumentare la produzione”.

Questa è la patologia pregressa che ha reso milioni di persone vulnerabili ad una zoonosi sconosciuta: “Moltissime persone non sanno più distinguere la lana dal nylon, il lino dal cotone, il vitello dal manzo, un cretino da un intelligente, un simpatico da un antipatico perché la nostra sola cultura è l’uniformità piatta e fantomatica dei volti e delle voci e del linguaggio televisivi”. 

Ed è per questo, come ha detto giustamente Massimo Cacciari a Otto&Mezzo, che l’uscita dall’abisso dell’infezione sarà durissima per gli italiani. Perché non siamo più avvezzi ai sacrifici, a tenere duro in vista di obiettivi vitali e non per soddisfare capricci. Soltanto qui si incista la causa della assenza disarmante e ormai ridicola di ogni politica ambientale seria: nessuno ha mai voluto parlar di sacrifici all’opinione pubblica. E adesso siamo qui.

Ma qui, silenziosi, ci sono anche tutti coloro che le conseguenze economiche, sociali, emotive del sistema normale normalizzante le pativano già da anni. Simone Perotti ha dichiarato qualche giorno fa su Facebook: “Occorre avere il coraggio di dire una cosa, senza ipocrisie o false pose: stiamo bene. In queste settimane mi ha scritto una marea di gente dicendomi: Sto bene. Gente che non conosco, lettori. Dunque non parenti per rassicurarmi, ma sconosciuti, dichiarandosi. E al tempo stesso, tutti aggiungono: speriamo che non tornino tutti a fare la vita di prima (…)  Non c’è niente da fare, siamo stati educati tutti alla Comunità (cattolicesimo), alla Classe (marxismo). L’individuo è relegato in uno spazio che non conta niente. Un individuo vale niente, per tutti noi, e se qualcosa cambierà sarà solo perché la classe di appartenenza, o la comunità tutta, la politica… cambieranno. In questi giorni io rispondo a tutti: Pensa a cambiare tu. Tu sei la particella del mondo. Un individuo fa la comunità, incide su di essa. Non il contrario. Ma se per una vita ti hanno detto che non conti niente, è difficile alzarsi e pensare di essere Spartacus”. 

È normale trovare la propria norma, e starci dentro senza doversi sentire dei falliti sociali, dei reietti, degli eccentrici additati come anarchici ed ecologisti violenti. È normale adattarsi a se stessi, ai propri bisogni, a ciò che Marina Cvetaeva chiamava “il mio non voglio che è il mio non posso”, e cioè la più autentica voce interiore, il coro di qualità e virtù che non sempre, non necessariamente è in accordo con le pretese della società dei consumi e della produzione votata all’estinzione di milioni di specie. 

Per questo la normalità che dovremmo rimpiangere è la vita biologica. La vita di cellule, tessuti organici, geni, ciclo di Krebs, ossigeno scambiato nei polmoni, cibo sano digerito nello stomaco, melanina prodotta nell’epidermide perché è primavera e il sole è forte, caldo, giallo e limpido. 

SE SEI ARRIVATO FIN QUI – Quali sono le conseguenze della perdita di una intera generazione di grandi vecchi ? Cos’è la memoria storica in una epoca di estinzione? Ne parlo nella Puntata 9 del Podcast di Tracking Extinction. 

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