Ogni singolo animale conta, WCN 2019 Annual Report

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(Photo Credit: Peter Lindsey – special thanks to Lion Recovery Fund)

È uscito questa settimana il Rapporto Annuale del Wildlife Conservation Network (WCN), la giovane Ngo che lavora solo su progetti concreti e reali, con una ricaduta tangibile sulle popolazioni locali coinvolte nella protezione degli ultimi, maestosi habitat selvaggi di Africa, America Latina e Asia. La WCN si distingue da qualche anno per l’incredibile lavoro messo in campo insieme al Lion Recovery Fund di Peter Lindsey, un team di ricercatori che sta mappando tutti gli habitat (landscape) rimasti per il leone africano anche in Africa centrale e Occidentale, un puzzle di riserve e aree protette praticamente sconosciute al circuito mainstream dei safari in Chad, Senegal, Cameroon, Repubblica Centro Africana. Ma il report con i dati del 2019 contiene importanti notizie e linee guida per capire che cosa si può ancora fare per arginare il deterioramento degli ecosistemi e con quali mezzi, fornendo esempi su numerose specie. 

Il denaro, innanzitutto. Nel 2019, la WCN ha raccolto 24 milioni di dollari. Questo per darci la misura del fatto che servono quattrini per arginare la crisi di estinzione. Una tale mole di finanziamenti provengono da donatori privati. È giunto il momento storico per un semplice ragionamento: chi ha soldi sul conto corrente apra la App della sua Banca e ordini un bonifico per la conservazione del Pianeta. 

La WCN ha deciso di dedicare una parte specifica del proprio lavoro al pangolino, il mammifero più cacciato al mondo, al centro della rete del traffico illegale di specie selvatiche con destinazione Asia: il Pangolin Crisis Fund (PCF). È bene ricordare che tutte le 8 specie di pangolino sono ormai minacciate di estinzione. In Cina e nel Sud Est asiatico il pangolino viene venduto per la sua carne, mentre le scaglie finiscono nei preparati della medicina tradizionale cinese. Secondo alcuni ricercatori, il virus della attuale pandemia potrebbe essere passato da un pipistrello ad un pangolino. 

Sempre attraverso il proprio sistema di finanziamento, la WCN ha consentito di piantare 50.000 alberi nelle foreste della Colombia; di rimuovere 1.800 trappole per la cattura di animali dalle foreste tropicali primarie del Congo; di provare a disegnare un programma di recupero per gli ultimi leoni del Senegal attraverso il Lion Recovery Fund. Nelle scorse settimane, ulteriori sforzi per definire il patrimonio rimasto in termini di specie e biodiversità sono stati dispiegati dal team di Peter Lindsey nello Zakouma National Park, in Chad, un paradiso dove ancora oggi si può osservare lo splendore della natura africana così come lo raccontò Romain Gary in un libro profetico sul destino del continente, Le radici del cielo. 

Una delle storie più edificanti ed istruttive del 2019 viene dal Perù. La Ngo Spectacled Bear Conservation (SBC), grazie ai fondi ricevuti, è riuscita infatti a compiere passi decisi per salvare dall’abisso l’orso delle Ande (Tremarctos ornatus). Questa specie, un tempo diffusa in tutte le foreste della Cordigliera, è pochissimo conosciuta, ma è stata decimata dalla perdita di habitat: ne rimangono probabilmente 2500. Tutte le popolazioni rimaste sono isolate tra loro, una condizione che spalanca le porte del futuro al rischio di estinzione a causa della povertà di flusso genetico. 

La popolazione del Perù è già in inbreeding, il che significa che gli individui in età riproduttiva sono tutti imparentati tra loro. Inoltre, le femmine possono produrre il latte per i piccoli soltanto se si nutrono del sapote, un frutto endemico delle foreste aride che cresce a valle delle alte montagne del Perù. A ciò va aggiunto che questa è una specie con una vulnerabilità intrinseca, perché il tasso di riproduzione è basso e la mortalità dei piccoli molto alta. 

L’indice di mortalità dei piccoli è però dovuto anche agli effetti distruttivi dell’agricoltura sulle foreste aride, frammentate e abbattute: “tagliati fuori dalle altre popolazioni di orsi, questi orsi si sono accoppiati solo tra di loro. Nel 2019, SBC ha analizzato dieci anni di dati, scoprendo che l’inaccessibilità del cibo e l’isolamento genetico hanno compromesso pesantemente gli orsi rendendoli suscettibili alle malattie. In più, l’agricoltura è responsabile di aver eroso e frammentato l’habitat degli orsi finendo con il distruggere gli alberi di sapote ad una velocità allarmante. Per fortuna c’è una soluzione semplice a queso doppio problema: comprare la terra prima che sia finita”. 

E quindi la SBC “quest’anno ha formalizzato un piano per acquistare lembi di territorio dove cresce il sapote, allo scopo di dare continuità all’habitat dell’orso assicurandogli di raggiungere in futuro le foreste aride”. 

Comprare porzioni di interi Paesi per gli animali: una scelta radicale, che però comincia a spuntare in giro per il mondo là dove il disastro è già nella sua fase più acuta. Così si muove anche la Ngo SAVING NATURE a Sumatra, nel Leuser Ecosystem, uno degli hot spot più importanti dell’intero arcipelago (Indonesia compresa) per quel che rimane delle specie tropicali studiate da Alfred Wallace 150 anni fa. 

Infine, il Rapporto del 2019 conferma una verità cruciale per chiunque si occupi di conservazione sul campo, e per l’opinione pubblica: ogni singolo animale conta, durante una estinzione. Un solo animale può fare una differenza enorme nel recupero numerico di una popolazione all’interno di una specie a un passo dalla fine. 

Due esempi di grande impatto emotivo ed ecologico:

“Vusile, una licaone orfano, è stato recuperato e curato dal nostro partner Painted Dog Conservation nel 2008. Questa femmina ha avuto dei piccoli, dei nipoti e dei tris-nipoti. Oggi, possiamo seguire i movimenti di 137 licaoni che discendono da Vusile”. Il licaone, o cane selvatico africano, è una specie spettacolare di cui rimangono solo 1400 esemplari;caccia in branco come il lupo e dimostra comportamenti altamente specializzati nella organizzazione del gruppo che da anni lasciano stupefatti i biologi. Il Botswana è l’ultimo grande bacino genetico della specie. 

“Dall’inizio del nostro lavoro per eliminare le trappole destinate ai leoni, lo Zambian Carnivore Program, con un Grant del Lion Recovery Fund, ha rimosso trappole piazzate per uccidere 44 leoni. Il risultano sono 187 piccoli nati da questi leoni, o che dipendono da loro, vivi”. Con soli 20mila leoni rimasti in Africa, ognuno di questi piccoli è una speranza di un futuro più giusto e condivido. Per tutti. 

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