Dolore condiviso

IMG_5921 2

Lo scorso 28 marzo, in una San Pietro deserta e scurita dalla pioggia, Papa Francesco ha cominciato la sua omelia a conforto dei fedeli con una citazione dal Vangelo di Marco: “venuta la sera”. Ed effettivamente, data l’ora, attorno alle 18.30, anche la Basilica assisteva al calare delle tenebre. Casuale o meno, consapevole o meno, il discorso del Papa assomigliava ad una impressionante metafora non solo di queste settimane, ma dell’intera condizione del Pianeta. 

“Da settimane sembra che sia scesa la sera. Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città; si sono impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante, che paralizza ogni cosa al suo passaggio: si sente nell’aria, si avverte nei gesti, lo dicono gli sguardi. Ci siamo trovati impauriti e smarriti. Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa”, ha detto Francesco. Eppure, ascoltando e osservando la sua preghiera da un punto di vista laico ed ateo, non poteva sfuggire che il Papa era uscito a pregare quando già le tenebre erano già alle porte, di Roma e del Pianeta. Era già buio, al momento della invocazione dell’aiuto celeste.

La tempesta non era affatto inaspettata. E benché le parole successive di Francesco (un Papa che poco di dirompente ha detto sul Pianeta, ma che molto di sensato e di giusto ha invece denunciato sulla miseria e la povertà) siano una analisi adeguata alla crisi di pensiero che sta dietro la pandemia, non è in questa indignazione che bisogna trovare una interpretazione adeguata del 28 marzo in Roma: “Avidi di guadagno, ci siamo lasciati assorbire dalle cose e frastornare dalla fretta (…) non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato”.

È un discorso che risuona di un disagio medievale, cioè dell’angosciosa domanda rivolta a un Dio creatore da parte di uomini inermi, impotenti, innocenti dinanzi alla propria mortalità, al flagello delle epidemie, dei raccolti andati perduti, degli espropri di tiranni e potentati. Molta dell’opinione pubblica italiana si aggrappa a questo sentimento di sconcertata incomprensione, di sbigottimento amaro, per non accettare, invece, una esperienza della malattia più matura, ma ben più complessa. Piazza San Pietro spogliata di uomini e donne, enorme e scura, come forse il Bernini la vide nella sua immaginazione autarchica e geniale, opera d’ingegno assoluta, astratta dalla Storia e dal dolore dei tempi, si è infatti presentata a noi come una landa desertificata. 

Con una consistenza geografica, e non solo artistica o religiosa.

Da qui la percezione di un silenzio fuori posto, maligno, metafisico. Non siamo abituati a valutare il silenzio, a misurarlo, tanto meno ad ascoltarlo. A fuggirlo, sì. Anche a maledirlo, come fosse un sintomo, appunto, di patologia. Ma se le città svuotate ci incutono un terrore medievale ( proliferano in rete i riferimenti alla crisi del Trecento), è in una altra caratteristica di quell’epoca che dovremmo identificarci. Come scrisse Jacques Le Goff a proposito del passaggio dal X all’XI secolo, e quindi alle spinte sociali ed economiche che condussero alla Crociata, gli Occidentali  erano “incapaci di trovare nel proprio paese il senso di un destino collettivo e individuale”.

Siamo nelle stesse condizioni.

Il calare della sera sulle nostre vite è una immagine ricorrente nel pensiero filosofico italiano. Siamo alla fine di un mondo, e non certo per via dei flussi migratori, o dell’Islam a Parigi. Siamo al capolinea della concezione del mondo che è a fondamento della nostra cultura economica e sociale, una idea degli uomini e della loro missione le cui origini sprofondano nel passato remoto ellenico, ma che comincia a prendere forme davvero moderne 500 anni fa con l’impresa atlantica di Colombo. 

“Si comincia a prestare attenzione all’abissale impotenza della civiltà della potenza. Si comincia a scoprire la malattia mortale”, scrisse Emanuele Severino, “Ma chi se ne preoccupa? L’Occidente è una nave che affonda, dove tutti ignorano la falla e lavorano assiduamente per rendere sempre più comoda la navigazione, e dove, quindi, non si vuol discutere che di problemi immediati, e si riconosce un senso ai problemi solo se già si intravedono le specifiche tecniche risolutorie. Ma la vera salute non sopraggiunge forse perché si è capaci di scoprire la vera malattia?”. 

La sera è scesa perché era inevitabile, giunti a questo punto. San Pietro era vuota perché per noi è l’ora del tramonto.

La “terra della sera”, come ha ricordato Umberto Galimberti nel 2005, perché questa è la etimologia di Occidente, è ormai al tramonto: “Che cosa propriamente finisce? Finisce lo sfondo umanistico che ha costituito il tratto specifico della cultura occidentale e, nonostante i progressi della scienza, finisce la fiducia che l’Occidente aveva riposto nel progressivo dominio da parte dell’uomo sugli enti di natura, oggi divenuti, al pari dell’uomo, materiali della tecnica (…) e sulle ceneri della categoria del senso , che dell’Occidente è sempre stata l’idea guida, si affacciano le figure del nichilismo, le quali, nel proiettare le loro ombre sulla terra della sera, indicano, a ben guardare, la direzione del tramonto. Un tramonto già inscritto nell’alba di quel giorno in cui l’Occidente ha preso a interpretare se stesso come cultura del dominio dell’uomo sulle cose”. 

Ecco, allora, che la principale piazza della Cristianità messa a nudo acquista tutto un altro significato. Qui non ci sono invocazioni salvifiche, preghiere e teodicee cui fare appello: qui c’è l’effetto, finalmente visibile, della defaunazione che abbiamo imposto al Pianeta. Per quanta paura ci possa fare questa solitudine urbana, non è nulla in confronto all’annientamento inflitto a migliaia di specie. Questo silenzio lo portiamo dentro di noi, perché lo abbiamo scelto e voluto, depredando le foreste e macellandone gli abitanti, e adesso che ci fa male, adesso che fa rumore, ce ne accorgiamo come degli ipocriti troppo presi da se stessi per riconoscere la propria meschinità. Questo silenzio è il nostro deserto. Adesso il dolore degli altri è anche il nostro dolore. 

SE SEI ARRIVATO FIN QUI – Il peso dell’indifferenza – Puntata numero 8 del podcast di Tracking Extinction. 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.