L’espansione delle rinnovabili minaccia le aree protette del Pianeta

CC_Nam Theun 2 Hydro_Laos

L’espansione delle energie rinnovabili (solare fotovoltaico, eolico onshore, idroelettrico) minaccia molte aree protette cruciali per la conservazione delle specie ed è un obiettivo energetico che potrebbe entrare in rotta di collisione con le esigenze di protezione degli ultimi habitat selvaggi. Questa la conclusione di uno studio condotto da un team di ricercatori esperto nella misurazione dell’estensione e dello stato di salute della wilderness del Pianeta, pubblicato oggi sulla rivista GLOBAL CHANGE BIOLOGY. 

“Abbiamo identificato 2.206 impianti ad energia rinnovabile completamente operativi all’interno dei confini delle aree protette, con altri 922 impianti in corso di sviluppo”, spiegano gli autori. Le aree sotto protezione ambientale prese in considerazione sono di 3 tipi: le aree protette in maniera stringente (secondo i criteri della IUCN), le aree cruciali per la biodiversità del Pianeta (Key Biodiversity Areas) e gli ultimi lembi di wilderness, le terre ancora completamente selvagge. Questo significa che il 17% di tutti gli impianti a rinnovabili del mondo (12.658) è situato dentro territori che dovrebbero essere destinati solo alla protezione di piante e animali. 

I dati raccolti sollevano importanti dubbi sulla possibile rotta di collisione tra gli obiettivi di mitigazione dei cambiamenti climatici (con le quote di rinnovabili ritagliate sugli obiettivi di riduzione delle emissioni, così come deciso nella carta di Parigi del 2015 dalla UNFCCC) e la drammatica urgenza di protezione di migliaia di specie, e degli ecosistemi in cui vivono. Un rischio non nuovo, ma che rappresenta un tabù gigantesco: “gli impianti a energia rinnovabile possono essere ad uso intensivo di suolo e ad alto impatto sulle aree destinate alla conservazione e poca attenzione è stata prestata a capire se l’effetto aggregato delle transizioni energetiche possa anche costituire una minaccia sostanziale per la biodiversità globale”. 

Questo è il primo censimento globale dei luoghi del Pianeta in cui c’è, e ci sarà probabilmente anche in futuro, sovrapposizione tra impianti a rinnovabili per la produzione di energia elettrica e i parchi nazionali, le aree naturalistiche protette e le terre selvagge.

Nel mondo, 2.206 (17.4%) impianti di produzione di energia rinnovabile sopra i 10 MW si trovano all’interno di importanti aree per la conservazione della natura. Almeno 169 sono dentro i confini di 122 aree classificate come “aree sotto stretta protezione” secondo i criteri della IUCN, luoghi dove non dovrebbe esserci neppure l’ombra di centrali elettriche; altri 42 impianti stanno in 25 regioni selvagge (willderness) e infine 1.147 sono all’interno di 583 aree cruciali per la biodiversità. La sovrapposizione riguarda tutto il mondo: la maggior parte in Europa occidentale (la Germania in testa), mentre il Medioriente e l’Africa sono in cima alla lista per numero di strutture all’interno delle aeree protette. La Cina e il Nord America, infine, guidano la classifica per quanto riguarda la wilderness “occupata” da impianti di produzione. 

Ancora oggi il settore energetico, nel mondo, tende a non includere la biodiversità nei propri piani di sviluppo, una amara verità che i fautori del cosiddetto “sviluppo sostenibile” fingono di ignorare. “Le rinnovabili sono ‘basate sulla natura’ soltanto per il fatto che sono cruciali nel ridurre le emissioni di carbonio e nel combattere un catastrofico cambiamento climatico. E tuttavia rappresentano anche uno sviluppo industriale, spesso su larga scala, che può avere un massiccio, negativo impatto sull’ambiente e sulla biodiversità – spiega James Allan, della University of Queensland, St.Lucia, Australia, tra gli autori dello Studio – Questo impatto si verifica attraverso la loro impronta fisica – ripulire un habitat della vegetazione, aprire strade e vie di accesso agli spazi selvaggi. O anche attraverso il loro impatto una volta in azione: le turbine eoliche uccidono gli uccelli, le dighe tagliano le correnti dei corsi d’acqua e le rotte migratorie dei pesci”. 

Entro la fine di questo decennio c’è da aspettarsi un incremento di questa tendenza di una media del 42%. Il Nepal, considerato un paradiso naturalistico, progetta di costruire impianti in 110 importanti aree sotto protezione ambientale, soprattutto dighe. Stessa cosa in India, che ha 74 dighe in via di realizzazione in 48 aree in teoria protette. In Africa, e in particolare in Tanzania, c’è il progetto, potenzialmente catastrofico, della diga della Stieglers Gorge, all’interno della Selous, una riserva leggendaria bene UNESCO. “In Africa abbiamo solo una sovrapposizione tra un impianto solare fotovoltaico e una area protetta, e cioè il Katavi National Park in Marocco”, aggiunge Jose A. Rehbein, sempre della University of Queensland, anche lui autore della ricerca. 

Il Cile sta pensando a un piano di rinnovabili su scala nazionale e in Africa molte nazioni discutono sulla opportunità di un “corridoio energetico” lungo tutto il continente. Per questo, secondo Allan, i negoziati di Kunming del prossimo autunno avranno un peso significativo nel definire gli anni a venire: “Una volta che i Paesi si impegno su forti obiettivi di conservazione sotto l’ombrello della Convenzione Mondiale per la Biodiversità a Kunming, i conservazionisti potranno allora cominciare a chiedere conto delle loro azioni e provare ad avere certezze che gli impegni siano portati a buon fine. Questi grandi accordi globali sono importanti perché pongono una agenda per la conservazione, mondiale, e questo influenza la conservazione a tutti i livelli, orientando i finanziamenti”. 

Una cosa è certa: sempre più evidenze scientifiche ci confermano che non esiste protezione del Pianeta senza una concessione di spazio a faune, foreste, praterie, ecosistemi lacustri e marini. Ci può piacere o no, ma la proposta di lasciare il 50% della Terra ai non umani è una prospettiva fondata su dati molto concreti. James Allan: “Non sono necessariamente d’accordo sul 50%, ma comunque concordo che abbiamo assoluto bisogno di dare alla natura abbastanza spazio per prosperare, libera da ogni impatto umano. Questo studio è un gran passo in avanti, perché dimostra che anche ciò che noi percepiamo come ‘sviluppo green’ compromette e danneggia la biodiversità. La chiave per uscirne è una pianificazione migliore. Abbiamo una mappa delle aree significative per la biodiversità, adesso dobbiamo lasciarle stare, lasciarle sole. Chi si occupa di mitigazione dei cambiamenti climatici dovrebbe evitare questi luoghi, non possono essere usati come offset o per la mitigazione stessa, devono essere esclusi da ogni tipo di investimento. Ci sono già abbastanza territori ormai degradati con un buon potenziale energetico da consentirci di far fronte ai bisogni energetici umani senza danneggiare la biodiversità”. 

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