Catarsi collettiva

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L’orrore, stavolta, ci sta appiccicato addosso. E abbiamo paura, eccome. Paura vera. Secondo alcuni psicologi sperimentali, molti di noi amano la crime-fiction perché assistere alla crudeltà nell’atmosfera ovattata dei nostri appartamenti ci dà una sensazione di conforto estremo. C’era già arrivato Elias Canetti, in “Massa e Potere”, il suo libro più anticonvenzionale. Per Canetti, l’individuo comune gode nel guardare la disgrazia spaventosa caduta su qualcun altro perché questo lo fa sentire al sicuro. Come nessun’altra esperienza. Uno, salvo, contro tutti gli altri, perduti. La meschinità della sopravvivenza. Da tre settimane possiamo affermare che questa prospettiva antropologica è ribaltata, se non altro nella misura in cui noi Europei, figli privilegiati dell’Occidente ricco, ci siamo improvvisamente accorti che l’orrore non è esterno, lontano, esotico, terzomondista. L’orrore è la nostra quotidianità. 

Un orrore da tragedia greca. Un dolore ateniese, per così dire, che riscrive il vocabolario della realtà di questa primavera del terzo decennio del ventunesimo secolo. Già, ma in questa tragedia siamo ancora al primo episodio. Non sappiamo se, quando e come avremo l’opportunità di attraversare il momento più costruttivo del dramma, che Aristotele, nel sesto libro della Poetica, identificava con un mutamento di stato d’animo: “la tragedia, mediante una serie di casi che “suscitano pietà e terrore, ha per effetto di sollevare e purificare l’animo da siffatte passioni”.

Pietà e terrore: è l’eziologia di questi sentimenti che dovremmo ricostruire per comprendere come sia possibile lo sgomento orrendo che chiunque di noi ha provato dinanzi alle immagini dei camion dell’Esercito che, di notte, scortavano fuori Bergamo le salme di centinaia di persone che non era semplicemente possibile seppellire, o bruciare. 

Davanti a certe scene il buonismo non serve a nulla. Occorre invece, con urgenza, chiedersi qual’è l’origine di questo dolore. Perché delle due una: o siamo di fronte ad un evento stocastico, ad una sventura imprevedibile, fatale, o siamo invece dinanzi ad una eruzione sintomatica che ha delle cause precise. Che sarebbe auspicabile circoscrivere, e quindi affrontare con la dovuta serietà. 

Da decenni sappiamo che la deforestazione rampante frammenta gli habitat e aumenta la possibilità di contatto con specie animali vettori di zoonosi sconosciute. Questo scenario ecologico causa-effetto è noto e costituisce quindi, almeno negli ambienti scientifici, un rischio concreto e già dimostratosi possibile. Basta un nome su tutto per capire di cosa stiamo parlando: ebola. Era il lontano 2001 quando un articolo uscito sulla Royal Society analizzava la “frequenza delle epidemie di malattie infettive su scala mondiale” nell’arco di tempo 1980-2013, arrivando alla conclusione che “le malattie di origine batterica, vitale e zoonotica e quelle causate da patogeni trasmessi tramite vettori-ospiti sono la maggior parte di quelle verificatesi”. Uno studio pubblicato dalla prestigiosa rivista medica Lancet nel 2012 identificava 400 nuove malattie comparse a partire dal 1940, precisando che “6 su 10 sono zoonosi”. Su ENSIA, Kate Jones, una ecologa della UCL di Londra,intervistata su questa pandemia da John Vidal, ha detto che l’emergere di questo tipo di infezioni costituisce una “crescente e molto significativa minaccia alla salute globale, alla sicurezza e all’economia”. Nel 2008, la Jones e il suo team avevano scoperto 335 malattie “emerse tra il 1960 e il 2004, il 60% delle quali veniva da animali non umani”. 

Deforestando il Pianeta (ad esempio per mangiare barrette di cioccolato Kinder con olio di palma o per coltivare soia destinata agli allevamenti intensivi di bovini da carne) apriamo le porte all’ignoto. 

Un secondo punto importante per ragionare a freddo è il peso dell’estinzione negli equilibri biologici del Pianeta. 

La deforestazione, infatti, non è l’unico fattore che influisce sul rischio epidemico. I cambiamenti negli ecosistemi, come, ad esempio, le siccità prolungate indotte dall’aumento delle temperature globali, hanno infatti conseguenze sulle popolazioni animali, che a loro volta possono accelerare e favorire la diffusione di virus letali per l’uomo. Un esempio noto riguarda gli uccelli nel continente nordamericano: “il rischio del virus del Nilo Occidentale, a cui sono esposti gli Stati Uniti, cresce quando crolla la diversità delle specie avicole, e, in modo analogo, la sindrome di Lyme aumenta con il precipitare del numero di specie di mammiferi”. E questo avviene, secondo uno studio pubblicato nel 2013 dalla PNAS, perché “gli ospiti dei virus che sono più efficaci nel trasmettere i patogeni (ospiti competenti) tendono a resistere e quelli meno competenti, invece, a sparire, quando declina la biodiversità”. Le specie che rispondono meglio alle alterazioni ambientali sono quelle generaliste: quelle con adattamenti più particolari, minuti, sono più suscettibili rispetto alle alterazioni del loro habitat. Decimando la biodiversità, favoriamo i generalisti, che, però, sono anche i più bravi nel trasportare patogeni sconosciuti. Questo significa che più accresciamo il rischio di estinzione complessivo degli ecosistemi, più ci esponiamo, su numerosi fronti, ad un rischio epidemiologico inedito. 

Questo ci riporta dunque, senza pietà direi, alla questione della verità propinata all’opinione pubblica. Durante tutto l’anno scorso il movimento dissidente inglese Extinction Rebellion ha posto la verità in cima alle proprie priorità politiche, con un gesto che è stato finora molto poco capito dalla stampa, sempre compiacente con il tentativo di minimizzare categorie di pensiero considerate non alla moda. Lungi dal possedere unicamente una sfumatura religiosa o, peggio ancora, filosofica, la verità dovrebbe essere al centro delle preoccupazioni deontologiche dei media. Perché è evidente che ci troviamo nel pieno di una conflagrazione: stiamo pagando il prezzo di un uso folle delle risorse naturali del Pianeta e ormai la cronaca non può pretendersi immune dal discorso ambientale.

Nella puntata del 20 marzo scorso, la verità è stata evocata dalla nota psicologa Maria Rita Parsi nel corso della trasmissione di La7 “L’Aria che tira” condotta da Myrta Merlino. La Parsi ha sostenuto che è importante dire la verità ai cittadini, che questa crisi tremenda non sarà di breve durata e che servirà molta forza d’animo. C’è da chiedersi donde possa trarre ispirazione questa magnanimità, se non viene dato avvertimento alle gente comune della causa di questa malattia e, quindi, del fatto che se non ci muoviamo ad affrontare le ragioni del disastro non saremo pronti a ciò che verrà.

Perché altre, di epidemie del genere, ne potrebbero venire. Perché su un Pianeta sempre più caldo l’esperimento avviato in ogni ecosistema disponibile ci espone ad un futuro che potrebbe farci guardare ai venti anni che abbiamo alle spalle come all’ultima età dell’oro della Terra. È il caso dunque di aggiungere un terzo punto a questa riflessione.

E cioè la demografia umana. La deforestazione e la defaunazione hanno come motore interno una demografia inarrestabile, e presuntuosa. David Quammen, leggendario giornalista ambientale americano, è stato chiarissimo sul New York Times, in un pezzo con un titolo programmatico: We made the coronavirus epidemic. Siamo stati noi a farlo, il coronavirus. 

Quammen: “l’emergenza di Wuhan non è un evento nuovo. È parte di una sequenza di contingenze connesse tra loro che affonda lontano nel passato e si spinge avanti, nel futuro, fintanto che persisteranno le circostanze attuali. Perciò, quando ci facciamo prendere dalla preoccupazione per questa epidemia, cominciamo ad avere timore della prossima. Oppure facciamo qualcosa per affrontare le circostanze attuali. Queste circostanze includono 7.6 miliardi di esseri umani affamati: alcuni di loro impoveriti e disperati di proteine; altri benestanti e spreconi, con il potere di viaggiare dappertutto con un aeroplano. Questi fattori non hanno precedenti sul pianeta Terra: sappiamo dai reperti fossili, per assenza di evidenze diverse, che nessun animale di grossa taglia è mai stato tanto abbondante quanto gli umani sono ora, anche mettendo da parte la loro efficace arroganza verso le risorse. E una conseguenza di questa abbondanza, di quel potere, e del disturbo ecologico conseguente, sono gli scambi di virus, prima da animale ad essere umano e poi da umano ad umano, qualche volta su scala pandemica (…). Il nCoV-2019 non è stato un evento nuovo o una sventura che si è abbattuta su di noi. È stata ed è la parte di di un pacchetto delle nostre che compiamo noi umani”. 

Purtroppo non sono pochi gli editoriali che, in mezzo a questo disastro, inneggiano alla de-responsabilizzazione dell’individuo, chiamato, guarda un po’, ad assumersi l’onere delle misure restrittive necessarie, almeno in parte, a salvare una generazione di anziani che è la memoria storica di questo Paese. Il nemico di uno di questi interventi ( errori di forma in lingua italiana a parte) sarebbe “l’ordine costituito”. Si incolperebbe l’individuo disinvolto, concentrato sulla sua oretta di jogging, per non attaccare invece la “narrazione dominante”. Purtroppo, simili baggianate sono state apprezzate su Facebook anche da qualche direttore di testata “green”. Persiste, infatti, la tendenza suicida dell’ambientalismo italiano a non coinvolgere la coscienza di ciascuno di noi nella direzione presa dalla nostra civiltà. Ma quel che è più grave in questo momento è proprio lo scarico di responsabilità storica rispetto alle origini della tragedia, alle sue radici profonde. Di questo ambientalismo salottiero facciamo ormai anche a meno. È fasullo, non serve a niente e a nessuno e, anzi, confonde.

In una nota vocale registrata sul sito web della ECOHEALTH ALLIANCE, un gruppo di ricerca impegnato a documentare e studiare la relazione tra la distruzione degli ecosistemi e le ripercussioni sulla salute umana, il direttore del team, Peter Daszak, ha invece centrato la questione: gestire il rischio di una pandemia del tipo di questa richiede di rivedere la nostra relazione con il Pianeta. Nella tragedia greca la via di uscita dal conflitto non era mai un negoziato, una trattativa e tanto meno un compromesso. L’uomo, imprigionato dalle conseguenze delle sue stesse azioni, poteva scegliere di assumersi tutta la responsabilità delle sue omissioni e dei suoi delitti. Era la strada dell’eroismo. Una strada di una moralità assoluta, che a noi è sempre più sconosciuta, impegnati come siamo a dare per scontata la prosperità e i capricci di società obese di roba, e avare di pensiero. Per i Greci, l’orrore aveva almeno una utilità, riconoscersi immensamente deboli di fronte alla enormità delle leggi del cosmo, ma pur sempre capaci di ammetterlo. Solo compreso questo, c’era spazio per la giustizia. E la rinascita. 

PS – Le cause della crisi di estinzione assomigliano a un conflitto tragico. Se vuoi saperne di più, puoi ascoltare la Settima Puntata del Podcast di Tracking Extinction. 

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