L’egoismo dell’ignoranza

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La mancanza di pensiero genera egoismo. L’egoismo contemporaneo non è solo un vizio della emotività, ma anche una gigantesca, sottostimata, carenza nella capacità di interpretare l’esperienza sociale, le priorità economiche e le nostre responsabilità. Osservato in queste settimane di sconcerto collettivo, l’egoismo appare per quello che è nelle società ricche occidentali: una inibizione, grave, delle facoltà analitiche, sostituite da un conformismo assoluto. 

Lo ha in qualche modo detto anche l’economista Marcello Esposito su VITA a proposito della superficialità di Christine Lagarde: “La Lagarde non è in grado di elaborare un pensiero alto, quindi non ci conterei neanche quando la situazione sarà generalizzata. Ma neanche la Ursula Von Der Leyen è in grado. Basti pensare al fatto che sta usando uno slogan vecchio di 60 anni. Siamo tutti berlinesi l’ha inventato JFK. È evidente la falsità, la costruzione e il fatto che non gliene frega niente. A Bruxelles sono i re degli acronimi. Se non usano parole proprie il segnale è chiaro. Non potrà dipendere dagli euro burocrati. Dipenderà dai singoli Stati”. 

Marc Bloch, il geniale storico francese, aveva opinioni simili, molto ben documentate, sulle cause della disfatta della Francia nel 1940: “tutta una formazione intellettuale deve essere messa sotto accusa”. E soprattutto: “In una nazione, nessun corpo professionale è mai totalmente responsabile da solo dei propri atti. La solidarietà collettiva è troppo forte perché una autonomia morale di tal genere sia possibile. Gli stati maggiori hanno lavorato con gli strumenti che il Paese aveva fornito loro e sono vissuti in un clima psicologico che non avevano creato da soli; erano, essi medesimi, ciò che di loro avevano fatto gli ambienti umani da cui traevano origine e ciò che il complesso della comunità francese aveva permesso loro di essere”. 

Il pensiero inesistente, o peggio ripetitivo, muffito, fatto di slogan, delle autorità europee non sarebbe tale senza un sostanzioso aiuto dal basso. 

Per decenni istituzioni e cittadini hanno coltivato, insieme, un egoismo ignorante che ci ha impedito, anno dopo anno, di affrontare e pensare la catastrofe ecologica come una immensa crisi globale del nostro essere umani. I risultati dello stress-test sono arrivati da Wuhan, Cina continentale. 

Ma che cosa è questo egoismo sorretto da una ignoranza orgogliosa e prepotente?

Senza questo tipo antropologico, l’egoista socialmente ineccepibile, che paga le tasse e le bollette con puntualità, non sarebbe mai stato possibile giungere alla emergenza sanitaria globale. Che non è altro che il sintomo macroscopico della defaunazione e dei processi di estinzione già inarrestabili, come ha spiegato con chiarezza cristallina Telmo Pievani.  Una presunzione apparentemente innocua, un distacco dal destino altrui apparentemente sobrio, razionale, improntato al più schietto buon senso (corrispondente ad espressioni del tipo “non posso salvare il mondo da solo”, “cosa posso farci, io?”). Questo tipo di egoismo è un atteggiamento mentale verso il Pianeta e la comunità umana che, se soltanto chi lo pratica sin dalla tenera adolescenza conoscesse il peso specifico europeo di questa parola, dovremmo definire una Weltanschauung. Una concezione del mondo, della vita, della politica, delle relazioni affettive e di se stessi. Milioni di persone nelle nostre nazioni ricche e obese di comodità a basso costo hanno scelto questa via. Il loro unico obiettivo, direbbe Adorno, era farsi accettare il più velocemente possibile entro una struttura produttiva che avrebbe, con le sue regole in apparenza democratiche, scritto al posto loro tutte le istruzioni del gioco. Fornendo il più utile dei privilegi, il più importante, per coscienze ormai intorpidite: il privilegio di essere esonerati dalla responsabilità delle proprie scelte. Abbandonato, e anzi ribaltato, il principio di ardimento in nome del quale Faust accetta il patto col Diavolo (“sento di poter portare tutto il dolore e tutta la felicità del mondo”), l’egoista moderno rivendica invece per sé la superegoica accettazione dello status quo. Il suo toolkit mentale di sopravvivenza lo eleva al di sopra delle categorie sociali di cui si sente superiore, per ordine altrui, si intende: il rivoluzionario, il sindacalista, l’ambientalista, l’umanista, il precario, il disoccupato. È gonfio di autocompiacimento, l’egoista, perché avverte su di sé l’approvazione della burocrazia e del potere. Non riesce neanche a capire cosa intendeva Stephen Biko, l’attivista nero che perse la vita nel suo Paese, in Sudafrica, battendosi contro l’apartheid: “l’arma più potente nelle mani dell’oppressore è la mentre dell’oppresso”. 

A questo genere di egoismi va attribuita una imputabilità precisa. Dovrebbe essere letto in questa direzione anche il recentissimo studio (è uscito il 16 marzo su NATURE ENERGY) della Università di Leeds, Regno Unito, sulle diseguaglianze sociali nello sfruttamento dell’energia. Analizzando dati provenienti dalla World Bank e dall’Unione Europea gli autori hanno potuto dimostrate che “tra tutti i Paesi e le classi di reddito nello studio, il 10% più ricco consuma circa 20 volte più energia del 10% più povero. Inoltre, al crescere del reddito, la gente spende i propri soldi proprio sui beni energy-intensive, come ad esempio i pacchetti vacanze o le automobili, contribuendo alla diseguaglianza energetica”.

Non sono informazioni che ci fanno saltare sulla sedia, se abbiamo saputo tenere gli occhi aperti sulla realtà. 

L’egoista medio, infatti, che se ne frega del Pianeta, mostra alcuni atteggiamenti tipici, che, per quanto possa suonare strano ad un certo buonismo ambientalista, gli valgono il riconoscimento sociale. L’egoista di norma non legge libri, non si informa sui giornali, perché ha scelto di sprofondare in una pigrizia intellettuale totale; non si fida della conoscenza ereditata, meditata, tramandata ed esercitata in professioni ad alto contenuto di skill analitici ( le “competenze”), in nome del suo diritto a esprimere un punto di vista personale; ma, all’opposto, si affida alla nozione dominante di “società efficiente, giusta, comoda” come farebbe con il cardiochirurgo che lo metterà in circolazione extracorporea; è convinto che la verità non esiste, e che quindi anche il suo parere è verità, almeno fino a quando non ha bisogno, per salvarsi la pelle, di qualcuno che davvero ne sa più di lui. 

L’Italia vanta il primato di 30 milioni di analfabeti funzionali e forse sarebbe il caso di vedere la correlazione tra la disponibilità a ignorare i recenti decreti sulla sicurezza sanitaria e questo vuoto disarmante di strumenti cognitivi essenziali. Ma non si tratta solo di libri, di biblioteche e di statistiche di lettura (abbiamo avuto bisogno di un comunicato ufficiale di Amazon per accorgerci che i libri, tappati in casa, sono beni indispensabili). Paghiamo adesso il conto di una carestia devastante nella fame di informazioni, che tradotto è questo: desiderio di comprendere il proprio tempo leggendo i giornali e soprattutto i giornali che parlano della crisi ecologica. 

Per questo l’egoismo dell’ignoranza non è solo una carenza individuale, ma appare ormai come una responsabilità collettiva. I cui risvolti penali, su scala continentale, ci sono scoppiati in faccia come le bombe tedesche sugli attoniti generali francesi, convinti che la guerra aerea fosse una bagattella da salotto. 

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