La falsa sicurezza di una società che ignora il potere della sventura

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Ci è di botto piombata addosso una consapevolezza antica, che i Greci inserivano nella costituzione stessa del cosmo: la sventura improvvisa. Il colpo del destino che cambia tutte le carte in tavola, soprattutto dove c’era una saccente prosperità economica. I miti più impressionanti della storia ellenica ruotano attorno a questa categoria di realtà, la tragedia, spuntata dal nulla là ove, un attimo prima, c’era il potere: Edipo, Ippolito, Agamennone. Sono nomi che molti di noi non hanno mai sentito prima, o hanno preferito dimenticare, e che invece faremmo bene a riesumare dalle polverose soffitte della nostra coscienza rimbambita e assopita.

L’appello alla “Milano che lavora” firmato e condiviso, lo scorso 28 febbraio, da Beppe Sala ben rappresenta il climax della arroganza culturale cui ci siamo abituati da tempo immemorabile, certi che convincersi della propria superiorità regionale, genetica o culturale (se mai si può parlare di cultura di fronte a certa povertà di concetti e intendimento) fosse un diritto assoluto. Migliaia di milanesi imbecilli hanno accolto con fervore il proclama di Sala, sentendosi iscritti al club della Italia che conta e produce, anche quando ingurgita aperitivi discettando del nulla. È bastata una settimana perché questa prospettiva cieca, muta e sorda venisse smascherata per quello che è: l’ennesima dimostrazione di una inquietante ignoranza sul vero colore dei tempi che stiamo vivendo. 

Negli anni davanti a noi il rischio, la fatalità, il pericolo non verranno solo dagli effetti dei cambiamenti climatici (inondazioni, ondate di calore, piogge torrenziali), ma anche dalla risposta sociale non deterministica a questi stessi trend ecologici. Come riporta infatti oggi un articolo uscito sulla PNAS ( Interactions between changing climate and biodiversity: Shaping humanity’s future): “Benché le traiettorie fondamentali di questi cambiamenti siano ben conosciuti, molte delle probabili conseguenze sono avvolte nell’incertezza a causa delle ancora poco chiare interazioni tra differenti fattori di cambiamento e, quindi, dei loro effetti finali sugli ecosistemi e sulle società”. 

I tipping point ( punti di non ritorno) ecologici sono anche punti di svolta, imprevedibile, sul piano sociale. Il fatto che, dinanzi ad una emergenza sanitaria globale, le istituzioni debbano fare appello al buon senso, evidentemente scarso, dei più giovani; o anche il fatto che occorra spiegare ai bambini, iperviziati ed ipercoccolati, che non è tempo di vacanza, ma di obbedienza, ecco, tutto questo dimostra che non siamo affatto preparati a fronteggiare restrizioni psicologiche e materiali severe al nostro egoismo consumistico. Ma che non siamo neppure pronti a smantellare, per prendere finalmente ossigeno, la pusillanimità che ci hanno insegnato essere, per quanti almeno hanno scelto di crederci, la migliore forma di adattamento sociale. 

Abbiamo coltivato con cieca determinazione una sicurezza autoprotettiva che, ora, si rivela immensamente fragile, e cioè costruita su pregiudizi storici che hanno sorretto l’economia rapace degli ultimi decenni senza incontrare opposizione civile, oltre che politica. Questa sicurezza si è espressa sia nei confronti delle questioni ambientali che verso le diseguaglianze sociali, le disparità di reddito e la cosiddetta austerity. Convinti che un sistema sanitario nazionale moderno fosse inossidabile e immortale ( e quindi che, tutto sommato, neppure i tagli al personale e ai posti letto potessero comprometterne l’efficienza), abbiamo permesso che i nostri ospedali fossero considerati una voce di bilancio da ridimensionare con sforbiciate neo-liberiste. Convinti che il destino delle faune del Pianeta non ci riguardasse, nelle nostre belle e narcisistiche vite urbane, abbiamo ritenuto inutile informarci sui lager cinesi in cui vengono allevati, trafficati, ammassati e macellati animali appartenenti a specie protette, in via di estinzione o semplicemente sempre più rare a causa della defaunazione. Quanti dei giornalisti accreditati impegnati in dirette tv 24 ore su 24, su ogni sorta di emittente, hanno ricordato al pubblico sbalordito e impotente che il destino di genette e pangolini, in Cina, è ormai anche il nostro?

La guerra insegna molto sulla natura degli esseri umani. La violazione delle quarantena, le denunce, le fughe verso il Meridione in piena notte sono tutti sintomi della impreparazione psicologica collettiva ad uno stato di minaccia permanente. Questa impreparazione deriva dalle gestione politica delle nostre vite e delle nostre menti in un regime culturale di abbassamento programmato dell’attenzione, della osservazione, della partecipazione alla propria epoca e ai suoi problemi più scottanti. Perché va detto ai milioni di Italiani che non sanno neppure cosa sia il wildlife trade e non hanno mai considerato opportuno mettersi a leggere giornali nelle loro giornate oberate di business o di notifiche facebook, che una minaccia di portata bellica l’abbiamo sopra le nostre teste da decenni e si chiama catastrofe ecologica. Il coprifuoco nazionale ha scoperchiato il vaso di Pandora e denunciato il fallimento dell’ambientalismo: nessuna mobilitazione del tipo di quella in corso adesso nel nostro Paese è stata mai pianificata contro la morte del Pianeta. Meglio, nessuna di questo genere verrà mai tradotta in Decreto Legge, per foreste, lupi, leoni, insetti, api. 

Ciò che infatti manca radicalmente è il consenso generale sulle misure estreme, perché molti pensano di far per se stessi, di fregarsene, di minimizzare. Come fanno del resto, nello stesso identico modo, quando si viene a parlare di clima e defaunazione. Ma il consenso alla “guerra totale” a scopo di sopravvivenza lo hai, mostruosa lezione tedesca del 1943-44, quando ti sei preparato il terreno con anni di propaganda, di lavorio metodico, di informazione capillare, se vogliamo vedere l’aspetto più nobile di una diffusione a tappeto di una visione della realtà potente, innovativa, in una parola: nuova. L’entusiasmo ipnotizzato dinanzi al discorso di Goebbels allo Sportpalast di Berlino il 18 febbraio 1943, un entusiasmo criminale, capace di prolungare la guerra per ancora due anni, capace di ingaggiare mente e cuore di milioni di tedeschi in altri mesi di assassinii e crimini contro l’umanità, dovrebbe farci tremare. 

Se c’è un aspetto del nostro carattere ipermoderno e avvizzito nelle comodità che abbiamo sotto gli occhi in questo principio di marzo è la totale mancanza di una coscienza pubblica, diffusa sulla possibilità di eventi catastrofici improvvisi. Della sventura, che fa dire ad Odisseo nel XIX canto dell’Odissea “ero il primo tra gli uomini, e Zeus mi abbatté”. 

Ed è invece questo che dovremmo pretendere dalla classe politica, la costruzione assennata e competente di un comune sentire sulla ormai conclamata catastrofe della biosfera. 

Photo Credit: Fabio Saracino, Castel del Monte, Abruzzo. Da leggere la sua cronaca Facebook di queste giornate. Arguta e controcorrente. 

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