Month: marzo 2020

Questa non è una pandemia. E’ una crisi biologica

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Questa non è un pandemia, e nemmeno una emergenza sanitaria. Questa è una crisi biologica. Ci siamo dentro da parecchio tempo, ma c’è voluto un filamento di RNA perché fosse alla luce del sole. Biologico va inteso qui nel suo senso più ampio: un punto di rottura che riguarda per intero la vita organica su questo Pianeta e quindi, forse per la prima volta in questa dimensione, uomini e faune insieme.

L’epidemia potrebbe rivelarsi fatale per alcune specie che sono già ad un passo dall’estinzione. Ma potrebbe anche innescare effetti domino nella protezione delle faune e delle aree protette, interrompendo i finanziamenti e tagliando i proventi dell’eco-turismo.  

Soltanto due giorni fa il Sudafrica ha chiuso tutti i parchi nazionali, procedendo alla evacuazione di tutti gli stranieri in safari. La decisione ha un doppio scopo profilattico, di protezione, in altri termini, di persone e animali, visto che, ad oggi, nessuno sa se il SARS- CoV-2 potrebbe essere una minaccia grave anche per altre specie selvatiche. Il Gabon, che ha un patrimonio biologico inestimabile in Africa tropicale, aveva preso una decisione analoga il 14 marzo.

C’è una grande preoccupazione soprattutto per i primati: “il comune virus dell’influenza può infettare i gorilla e gli scimpanzé. Il COVID-19 potrebbe quindi rivelarsi pericoloso per le grandi scimmie come il gorilla di montagna e il Cross River gorilla”,puntualizza la Ngo AFRICAN CONSERVATION. Il Cross River gorilla (Gorilla gorilla diehli) è una sottospecie dell’Africa Occidentale, presente ormai soltanto in un range di 12mila Kmq sul confine tra la Nigeria e il Cameroon; è classificato come “criticamente minacciato” in Red List e ne rimangono solo 300. 

Ma il 24 marzo è uscito infatti un articolo in peer review su NATURE che ha chiesto la sospensione di ogni attività di eco-turismo in Uganda, Rwanda, DRC e tutte le nazioni che hanno le grandi scimmie per ridurre allo zero la possibilità di contatto tra esseri umani infetti e ciò che rimane dei nostri parenti più stretti, lungo linee di derivazione genetica ed evolutiva antiche di qualcosa come 10 milioni di anni. 

La crisi di estinzione è dunque al principio della pandemia, per via del traffico di animali selvatici e del loro consumo a scopo alimentare o come pet da compagnia, e alla fine di questa storia. Perché siamo solo all’inizio di conseguenze sistemiche anche sulla struttura portante della conservazione e fronteggiamo un rischio biologico che non riguarda solo noi umani, ma anche le specie che abbiamo condotto sul limite dell’abisso. 

Siamo cioè ormai dentro fino al collo in un circolo vizioso interamente costellato di rischi biologici multipli, imprevedibili, definiti da una incosciente compromissione del selvatico con il domestico, e dalle conseguenze di queste scelte di gestione delle risorse biologiche sui processi di estinzione. 

Una crisi biologica è anche difficile da affrontare. Quel che sta emergendo è che la “wildlife economy” è ormai parte integrante dell’economia correntemente intesa di interi Paesi, in modo tale che pensare di sradicarla dal giorno alla notte appare quanto meno inverosimile. La Cina ha messo teoricamente al bando il consumo di carne selvatica nei mercati come quello di Wuhan, ma la storia non finisce certo qui. In una Lettera uscita su SCIENCE il 27 marzo un team di ricercatori cinesi avverte che “un bando totale sul consumo di specie selvatiche terrestri, da solo, non è abbastanza per proteggere efficacemente la salute pubblica dalla malattie associate alla wildlife. La wildlife farming cinese include 6.3 milioni di soggetti coinvolti direttamente (practitioners) e un valore di fatturato di 18 miliardi di dollari. Tagliare questa attività in tempi brevi sarà difficile”. E le motivazioni sono presto dette: “conflitti tra gli interessi privati degli allevatori e la salute pubblica”. Ma c’è anche un dilemma etico, dove mettere gli animali in gabbia esclusi dal commercio? Una eutanasia di massa? Con tutti i rischi di contagio per gli operatori addetti alle uccisioni? Rilasciarli nei loro habitat originari sarebbe una ulteriore puntata alla roulette, perché il pericolo di trasmissione di zoonosi alle popolazioni selvatiche sarebbe altissimo e incontrollabile. Rimane anche da dire, ammettono con coraggio gli autori, che il bando cinese di febbraio non include affatto la medicina tradizionale, che continua a importare illegalmente scaglie di pangolino, ossa di tigre, bile di serpente e addirittura feci di pipistrello.  

Questa, infine, è una crisi biologica perché denuda la fragilità terrificante di un sistema economico che è fondato sul negazionismo climatico, sulle diseguaglianze sociali, sulla povertà da lavoro salariato i cui miserrimi guadagni finiscono di botto all’arrivo della pandemia. È l’iper-capitalismo, come lo definisce l’economista Thomas Piketty, che ha finalmente mostrato il suo tallone d’Achille. Un sistema basato sulla produzione di beni di consumo, in espansione perenne, non è tarato per reggere la tensione di un fermo produttivo massiccio allo scopo di contenere il numero dei morti. In questa crisi biologica è evidente ciò su cui concordava il panel di esperti che nel pomeriggio di ieri hanno partecipato ad un seminario di due ore e mezza su ZOOM, in diretta da Londra, organizzato da PLAN B ed Extinction Rebellion, a cui io stessa sono stata invitata come giornalista ambientale. Dobbiamo passare da una “economia di crescita” ad una “economia del benessere”. Ossia, una economia che produca il necessario in una ottica esistenziale: beni indispensabili ad una vita ricca di significato, di progetti compatibili con il Pianeta, con i diritti umani e animali, insomma, di nuovo, con il fenomeno biologico nella sua interezza. 

Nelle parole di Thomas Piketty: “non è possibile avere flussi liberi di capitale e libero scambio di beni e di servizi se non si possiede anche un sistema comune, verificabile, di obiettivi sociali ( un salario minimo, diritti del lavoro), una giustizia fiscale (una tassazione minima comune dei principali attori economici globali) e una protezione ambientale (ad esempio, dei target di emissioni verificabili)”. 

L’espansione delle rinnovabili minaccia le aree protette del Pianeta

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L’espansione delle energie rinnovabili (solare fotovoltaico, eolico onshore, idroelettrico) minaccia molte aree protette cruciali per la conservazione delle specie ed è un obiettivo energetico che potrebbe entrare in rotta di collisione con le esigenze di protezione degli ultimi habitat selvaggi. Questa la conclusione di uno studio condotto da un team di ricercatori esperto nella misurazione dell’estensione e dello stato di salute della wilderness del Pianeta, pubblicato oggi sulla rivista GLOBAL CHANGE BIOLOGY. 

“Abbiamo identificato 2.206 impianti ad energia rinnovabile completamente operativi all’interno dei confini delle aree protette, con altri 922 impianti in corso di sviluppo”, spiegano gli autori. Le aree sotto protezione ambientale prese in considerazione sono di 3 tipi: le aree protette in maniera stringente (secondo i criteri della IUCN), le aree cruciali per la biodiversità del Pianeta (Key Biodiversity Areas) e gli ultimi lembi di wilderness, le terre ancora completamente selvagge. Questo significa che il 17% di tutti gli impianti a rinnovabili del mondo (12.658) è situato dentro territori che dovrebbero essere destinati solo alla protezione di piante e animali. 

I dati raccolti sollevano importanti dubbi sulla possibile rotta di collisione tra gli obiettivi di mitigazione dei cambiamenti climatici (con le quote di rinnovabili ritagliate sugli obiettivi di riduzione delle emissioni, così come deciso nella carta di Parigi del 2015 dalla UNFCCC) e la drammatica urgenza di protezione di migliaia di specie, e degli ecosistemi in cui vivono. Un rischio non nuovo, ma che rappresenta un tabù gigantesco: “gli impianti a energia rinnovabile possono essere ad uso intensivo di suolo e ad alto impatto sulle aree destinate alla conservazione e poca attenzione è stata prestata a capire se l’effetto aggregato delle transizioni energetiche possa anche costituire una minaccia sostanziale per la biodiversità globale”. 

Questo è il primo censimento globale dei luoghi del Pianeta in cui c’è, e ci sarà probabilmente anche in futuro, sovrapposizione tra impianti a rinnovabili per la produzione di energia elettrica e i parchi nazionali, le aree naturalistiche protette e le terre selvagge.

Nel mondo, 2.206 (17.4%) impianti di produzione di energia rinnovabile sopra i 10 MW si trovano all’interno di importanti aree per la conservazione della natura. Almeno 169 sono dentro i confini di 122 aree classificate come “aree sotto stretta protezione” secondo i criteri della IUCN, luoghi dove non dovrebbe esserci neppure l’ombra di centrali elettriche; altri 42 impianti stanno in 25 regioni selvagge (willderness) e infine 1.147 sono all’interno di 583 aree cruciali per la biodiversità. La sovrapposizione riguarda tutto il mondo: la maggior parte in Europa occidentale (la Germania in testa), mentre il Medioriente e l’Africa sono in cima alla lista per numero di strutture all’interno delle aeree protette. La Cina e il Nord America, infine, guidano la classifica per quanto riguarda la wilderness “occupata” da impianti di produzione. 

Ancora oggi il settore energetico, nel mondo, tende a non includere la biodiversità nei propri piani di sviluppo, una amara verità che i fautori del cosiddetto “sviluppo sostenibile” fingono di ignorare. “Le rinnovabili sono ‘basate sulla natura’ soltanto per il fatto che sono cruciali nel ridurre le emissioni di carbonio e nel combattere un catastrofico cambiamento climatico. E tuttavia rappresentano anche uno sviluppo industriale, spesso su larga scala, che può avere un massiccio, negativo impatto sull’ambiente e sulla biodiversità – spiega James Allan, della University of Queensland, St.Lucia, Australia, tra gli autori dello Studio – Questo impatto si verifica attraverso la loro impronta fisica – ripulire un habitat della vegetazione, aprire strade e vie di accesso agli spazi selvaggi. O anche attraverso il loro impatto una volta in azione: le turbine eoliche uccidono gli uccelli, le dighe tagliano le correnti dei corsi d’acqua e le rotte migratorie dei pesci”. 

Entro la fine di questo decennio c’è da aspettarsi un incremento di questa tendenza di una media del 42%. Il Nepal, considerato un paradiso naturalistico, progetta di costruire impianti in 110 importanti aree sotto protezione ambientale, soprattutto dighe. Stessa cosa in India, che ha 74 dighe in via di realizzazione in 48 aree in teoria protette. In Africa, e in particolare in Tanzania, c’è il progetto, potenzialmente catastrofico, della diga della Stieglers Gorge, all’interno della Selous, una riserva leggendaria bene UNESCO. “In Africa abbiamo solo una sovrapposizione tra un impianto solare fotovoltaico e una area protetta, e cioè il Katavi National Park in Marocco”, aggiunge Jose A. Rehbein, sempre della University of Queensland, anche lui autore della ricerca. 

Il Cile sta pensando a un piano di rinnovabili su scala nazionale e in Africa molte nazioni discutono sulla opportunità di un “corridoio energetico” lungo tutto il continente. Per questo, secondo Allan, i negoziati di Kunming del prossimo autunno avranno un peso significativo nel definire gli anni a venire: “Una volta che i Paesi si impegno su forti obiettivi di conservazione sotto l’ombrello della Convenzione Mondiale per la Biodiversità a Kunming, i conservazionisti potranno allora cominciare a chiedere conto delle loro azioni e provare ad avere certezze che gli impegni siano portati a buon fine. Questi grandi accordi globali sono importanti perché pongono una agenda per la conservazione, mondiale, e questo influenza la conservazione a tutti i livelli, orientando i finanziamenti”. 

Una cosa è certa: sempre più evidenze scientifiche ci confermano che non esiste protezione del Pianeta senza una concessione di spazio a faune, foreste, praterie, ecosistemi lacustri e marini. Ci può piacere o no, ma la proposta di lasciare il 50% della Terra ai non umani è una prospettiva fondata su dati molto concreti. James Allan: “Non sono necessariamente d’accordo sul 50%, ma comunque concordo che abbiamo assoluto bisogno di dare alla natura abbastanza spazio per prosperare, libera da ogni impatto umano. Questo studio è un gran passo in avanti, perché dimostra che anche ciò che noi percepiamo come ‘sviluppo green’ compromette e danneggia la biodiversità. La chiave per uscirne è una pianificazione migliore. Abbiamo una mappa delle aree significative per la biodiversità, adesso dobbiamo lasciarle stare, lasciarle sole. Chi si occupa di mitigazione dei cambiamenti climatici dovrebbe evitare questi luoghi, non possono essere usati come offset o per la mitigazione stessa, devono essere esclusi da ogni tipo di investimento. Ci sono già abbastanza territori ormai degradati con un buon potenziale energetico da consentirci di far fronte ai bisogni energetici umani senza danneggiare la biodiversità”. 

Biodiversità artificiale in vendita

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Steve Galster, fondatore di FREELAND, una Ngo con sede a Bangkok che si batte da anni contro il traffico di specie selvatiche, è stato chiarissimo nel definire il nostro presente: “Questa è una vendetta di Madre Natura”. Ci troviamo in una situazione che la maggior parte di noi considerava una esagerazione degli ambientalisti con i capelli lunghi, le ciabatte birkenstok e le magliette Patagonia: il brusco risveglio alla realtà. Non puoi progettare di fare quello che vuoi del Pianeta per secoli e poi non aspettarti un big ben. Ecco, adesso ci siamo dentro e qualche parola più corposa del solito va detta. 

In questa pandemia non sono all’opera soltanto i classici schemi di sfruttamento delle faune: la gabbia, l’allevamento intensivo, il prelievo a mano armata, grazie a gang di contrabbandieri e bracconieri, direttamente dalle foreste, lo stoccaggio degli animali in mercati e macelli pubblici. Qui c’è qualcosa di più, che, purtroppo, ha fatto letteralmente la storia della nostra espansione sul Pianeta ed è inscritto nei geni della nostra specie. Mi riferisco alla capacità di Homo sapiens di manipolare le altre specie fino ad alterare la composizione stessa delle popolazioni animali degli ecosistemi, costruendo, nello stesso tempo, nuovi habitat artificiali dalle implicazioni ecologiche sconosciute. 

Era il 2006 quando uscì negli Stati Uniti “Il pianeta degli slum”, del sociologo ambientalista americano Mike Davis. Una indagine impressionante, schietta, che racconta le baraccopoli del Pianeta e l’esito finale della diseguaglianza economica in un capitalismo di rapina. Ecco, in questo libro Mike Davis si chiede, verso la fine, che cosa accadrà nel nostro futuro quando immesse megalopoli in Africa Occidentale, Sud est Asiatico e America del Sud diventeranno anche dei bacini di raccolta per decine di milioni di persone. Nessuno, scrive Davis, sa che cosa succede in una concentrazione tale di esseri viventi. E si riferisce alle malattie.

Un proxy di analisi ce lo danno però, proprio gli “wet market” e i “pet market” asiatici. I wet market sono gli spacci all’ingrosso del tipo di quelli di Wuhan, e invece i pet market sono i mercati di specie esotiche acquistate per la loro bellezza, come animali da compagnia. I pet market sono pericolosi tanto quanto i mercati di carne fresca, macellata sul posto, e nessuno in questo momento se ne sta occupando con la dovuta apprensione. Ne ha parlato il TIME in una inchiesta molto dettagliata firmata da Charlie Campbell, che ha scritto da Bangkok, Tailandia.  

Campbell ha visitato il Chatuchak Market, uno dei mercati di specie esotiche più famoso dell’Asia, e del mondo: un posto visitato da 22,5 milioni di persone ogni anno, un posto dove puoi mettere le mani, soldi permettendo, su qualunque cosa sia abbastanza graziosa o morbida o sgargiante, quanto a colori di piume o pelle, da attirare l’interesse dei trafficanti. Steven Galster ha accompagnato Campbell al Chatuchak e spiega un aspetto della faccenda che va ben oltre la crudeltà inflitta agli animali: “gli allevatori spesso aggiungono al loro breeding stock ( il gruppo di individui usati per la riproduzione in cattività, NDR) creature selvatiche, per ampliare il pool genetico”. È pratica comune, infatti, vendere non solo animali trafugati dai loro habitat, ma anche animali allevati che però appartengono a specie non domestiche. Questo significa che, senza nessun controllo, gli allevatori manipolano il patrimonio genetico di popolazioni di specie tenute in cattività, creando in laboratorio gruppi geneticamente modificati che non esistono in natura. “Le stesse catene commerciali di rifornimento (supply chain) che rifornivano Wuhan procurano animali anche ad alti mercati, che sono bombe a orologeria sparse per tutta la regione”. 

Non soltanto in Cina le wild farm sono luoghi dove si prova a potenziare, migliorare e quindi rendere più appetibile per il mercato specie animali selvatiche. Il Sudafrica è saldamente aggrappato a questa concezione di “sviluppo sostenibile”, come viene definito dal Governo, da una ventina d’anni, ma la situazione sta peggiorando. Il Ministero dell’Agricoltura e il Ministero dell’Ambiente lavorano di comune accordo per implementare le fattorie e i ranch e fornire il nulla osta per la messa in batteria di altre 33 specie. Il mondo scientifico del Paese è insorto, ma la direzione è purtroppo chiara: “Lo scorso 20 gennaio, un gruppo di ecologi, biologi e addirittura la South African Hunters and Game Association, hanno firmato e reso pubblico un documento inquietante: The implications of the reclassification of South African wildlife species as farm animals. Nella seconda pagina del paper è scritto: “A causa della mancanza di trasparenza e di dettagli, non sappiamo effettivamente come queste specie saranno gestite e, perciò, quali saranno le implicazioni ecologiche. L’approdo finale e logico di questa legislazione è tuttavia che noi avremo 2 popolazioni per ciascuna specie: una selvatica e una addomesticata. A nostro parere mantenere questa distinzione sarà molto costoso, ammesso che si riveli possibile. Quindi, le varietà addomesticate di animali selvatici rappresenteranno una nuova minaccia, di tipo genetico, per le faune selvatiche indigene del Sudafrica, minaccia che a quel punto sarà virtualmente impossibile prevenire o rendere reversibile”.

Ma c’è un altro aspetto dei pet market, più oscuro. 

Il modo in cui noi umani creiamo contesti biologici nuovi.

Nei pet market vengono ammassate, concentrate, specie che in natura non appartengono allo stesso assemblage, non sono cioè endemiche dello stesso habitat. Queste specie sono ammucchiate  chiuse in gabbie l’una accanto all’altra, in un contesto biologico del tutto artificiale senza nessuna precauzione sanitaria. Un video girato da 60MinutesAustralia e riproposto sul sito di FREELAND ha filmato questo genere di posti a “biodiversità artificiale”: un piccolo di Serval rinchiuso in una gabbietta ha lo sguardo stravolto di un animale a cui abbiamo strappato tutto, a parte lo scambio gassoso nei polmoni che lo tiene ancora in vita. Da questi lager artificiali che propongono una aberrante riscrittura della biodiversità possono emergere zoonosi a strettissimo legame di parentela con il Covid-19. Questo Serval è l’immagine simbolo, per quanto mi riguarda, della pandemia.

Per tutte queste ragioni,  Paul R. Ehrlich ha introdotto in questi giorni il concetto di “epidemiological environment: per oltre mezzo secolo gli scienziati hanno espresso preoccupazione per il deterioramento di ciò che mi piace chiamare un ambiente epidemiologico. Quest’ambiente consiste in una costellazione di circostanze che influenzano gli schemi di una malattia e i fattori che riguardano la salute. Tra queste circostanze ci sono la dimensione delle popolazioni e la loro densità, la dieta, la velocità e il tipo dei sistemi di trasporto, le sostanze tossiche, la distruzione del clima, la frequenza dei contatti uomo-animale, la disponibilità di strutture mediche con isolamento, le scorte di medicine, i vaccini, e le attrezzature mediche. L’ambiente epidemiologico include anche le norme culturali: i livelli di istruzione, l’equità economica nelle società, la competenza di chi governa”. 

La “growth mania”, l’ossessione per la crescita economica di economisti e politici, che ha ipnotizzato anche milioni di cittadini, non basta a spiegare la sottovalutazione collettiva dei rischi posti dalla distruzione della biodiversità per nutrire una demografia inarrestabile, perché viviamo “in un mondo che non ha ancora riconosciuto i suoi problemi di sovrappopolazione e consumismo o il loro impatto sulla salute e il benessere, connessi alla regressione socio-culturale: la crescente xenofobia, il razzismo, il pregiudizio religioso, il sessismo e, soprattutto, le iniquità economiche. Come spiegarlo? Ci sono cause già note, come il potere del denaro, non soltanto in politica, ma anche nella cultura globale nel suo complesso. Ma un elemento fondamentale è la diffusa ignoranza, in parte dovuta alla rottura del sistema di istruzione, che permette, ad esempio, a un folto gruppo di svariati economisti, politici e decision-makers di credere alla crescita infinita della popolazione e del consumo. La vasta incapacità delle ‘persone colte’ nell’elaborare un pensiero è di frequente espressa da frasi come questa, non abbiamo un problema con la popolazione, ma solo un problema con l’eccesso di consumismo”.

L’emergenza di questi giorni dimostra che i numeri non sono retorica a buon mercato, ma, in un sistema biologico, questione di vita o di morte. Ed è proprio la radice biologica di questa catastrofe collettiva a dover essere posta sotto i riflettori dei media, se mai fosse possibile. Perché per quanto mostruoso possa sembrarci questo dolore, esso ha una sua logica biologica. Siamo solo noi ad averlo dimenticato. 

 

Catarsi collettiva

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L’orrore, stavolta, ci sta appiccicato addosso. E abbiamo paura, eccome. Paura vera. Secondo alcuni psicologi sperimentali, molti di noi amano la crime-fiction perché assistere alla crudeltà nell’atmosfera ovattata dei nostri appartamenti ci dà una sensazione di conforto estremo. C’era già arrivato Elias Canetti, in “Massa e Potere”, il suo libro più anticonvenzionale. Per Canetti, l’individuo comune gode nel guardare la disgrazia spaventosa caduta su qualcun altro perché questo lo fa sentire al sicuro. Come nessun’altra esperienza. Uno, salvo, contro tutti gli altri, perduti. La meschinità della sopravvivenza. Da tre settimane possiamo affermare che questa prospettiva antropologica è ribaltata, se non altro nella misura in cui noi Europei, figli privilegiati dell’Occidente ricco, ci siamo improvvisamente accorti che l’orrore non è esterno, lontano, esotico, terzomondista. L’orrore è la nostra quotidianità. 

Un orrore da tragedia greca. Un dolore ateniese, per così dire, che riscrive il vocabolario della realtà di questa primavera del terzo decennio del ventunesimo secolo. Già, ma in questa tragedia siamo ancora al primo episodio. Non sappiamo se, quando e come avremo l’opportunità di attraversare il momento più costruttivo del dramma, che Aristotele, nel sesto libro della Poetica, identificava con un mutamento di stato d’animo: “la tragedia, mediante una serie di casi che “suscitano pietà e terrore, ha per effetto di sollevare e purificare l’animo da siffatte passioni”.

Pietà e terrore: è l’eziologia di questi sentimenti che dovremmo ricostruire per comprendere come sia possibile lo sgomento orrendo che chiunque di noi ha provato dinanzi alle immagini dei camion dell’Esercito che, di notte, scortavano fuori Bergamo le salme di centinaia di persone che non era semplicemente possibile seppellire, o bruciare. 

Davanti a certe scene il buonismo non serve a nulla. Occorre invece, con urgenza, chiedersi qual’è l’origine di questo dolore. Perché delle due una: o siamo di fronte ad un evento stocastico, ad una sventura imprevedibile, fatale, o siamo invece dinanzi ad una eruzione sintomatica che ha delle cause precise. Che sarebbe auspicabile circoscrivere, e quindi affrontare con la dovuta serietà. 

Da decenni sappiamo che la deforestazione rampante frammenta gli habitat e aumenta la possibilità di contatto con specie animali vettori di zoonosi sconosciute. Questo scenario ecologico causa-effetto è noto e costituisce quindi, almeno negli ambienti scientifici, un rischio concreto e già dimostratosi possibile. Basta un nome su tutto per capire di cosa stiamo parlando: ebola. Era il lontano 2001 quando un articolo uscito sulla Royal Society analizzava la “frequenza delle epidemie di malattie infettive su scala mondiale” nell’arco di tempo 1980-2013, arrivando alla conclusione che “le malattie di origine batterica, vitale e zoonotica e quelle causate da patogeni trasmessi tramite vettori-ospiti sono la maggior parte di quelle verificatesi”. Uno studio pubblicato dalla prestigiosa rivista medica Lancet nel 2012 identificava 400 nuove malattie comparse a partire dal 1940, precisando che “6 su 10 sono zoonosi”. Su ENSIA, Kate Jones, una ecologa della UCL di Londra,intervistata su questa pandemia da John Vidal, ha detto che l’emergere di questo tipo di infezioni costituisce una “crescente e molto significativa minaccia alla salute globale, alla sicurezza e all’economia”. Nel 2008, la Jones e il suo team avevano scoperto 335 malattie “emerse tra il 1960 e il 2004, il 60% delle quali veniva da animali non umani”. 

Deforestando il Pianeta (ad esempio per mangiare barrette di cioccolato Kinder con olio di palma o per coltivare soia destinata agli allevamenti intensivi di bovini da carne) apriamo le porte all’ignoto. 

Un secondo punto importante per ragionare a freddo è il peso dell’estinzione negli equilibri biologici del Pianeta. 

La deforestazione, infatti, non è l’unico fattore che influisce sul rischio epidemico. I cambiamenti negli ecosistemi, come, ad esempio, le siccità prolungate indotte dall’aumento delle temperature globali, hanno infatti conseguenze sulle popolazioni animali, che a loro volta possono accelerare e favorire la diffusione di virus letali per l’uomo. Un esempio noto riguarda gli uccelli nel continente nordamericano: “il rischio del virus del Nilo Occidentale, a cui sono esposti gli Stati Uniti, cresce quando crolla la diversità delle specie avicole, e, in modo analogo, la sindrome di Lyme aumenta con il precipitare del numero di specie di mammiferi”. E questo avviene, secondo uno studio pubblicato nel 2013 dalla PNAS, perché “gli ospiti dei virus che sono più efficaci nel trasmettere i patogeni (ospiti competenti) tendono a resistere e quelli meno competenti, invece, a sparire, quando declina la biodiversità”. Le specie che rispondono meglio alle alterazioni ambientali sono quelle generaliste: quelle con adattamenti più particolari, minuti, sono più suscettibili rispetto alle alterazioni del loro habitat. Decimando la biodiversità, favoriamo i generalisti, che, però, sono anche i più bravi nel trasportare patogeni sconosciuti. Questo significa che più accresciamo il rischio di estinzione complessivo degli ecosistemi, più ci esponiamo, su numerosi fronti, ad un rischio epidemiologico inedito. 

Questo ci riporta dunque, senza pietà direi, alla questione della verità propinata all’opinione pubblica. Durante tutto l’anno scorso il movimento dissidente inglese Extinction Rebellion ha posto la verità in cima alle proprie priorità politiche, con un gesto che è stato finora molto poco capito dalla stampa, sempre compiacente con il tentativo di minimizzare categorie di pensiero considerate non alla moda. Lungi dal possedere unicamente una sfumatura religiosa o, peggio ancora, filosofica, la verità dovrebbe essere al centro delle preoccupazioni deontologiche dei media. Perché è evidente che ci troviamo nel pieno di una conflagrazione: stiamo pagando il prezzo di un uso folle delle risorse naturali del Pianeta e ormai la cronaca non può pretendersi immune dal discorso ambientale.

Nella puntata del 20 marzo scorso, la verità è stata evocata dalla nota psicologa Maria Rita Parsi nel corso della trasmissione di La7 “L’Aria che tira” condotta da Myrta Merlino. La Parsi ha sostenuto che è importante dire la verità ai cittadini, che questa crisi tremenda non sarà di breve durata e che servirà molta forza d’animo. C’è da chiedersi donde possa trarre ispirazione questa magnanimità, se non viene dato avvertimento alle gente comune della causa di questa malattia e, quindi, del fatto che se non ci muoviamo ad affrontare le ragioni del disastro non saremo pronti a ciò che verrà.

Perché altre, di epidemie del genere, ne potrebbero venire. Perché su un Pianeta sempre più caldo l’esperimento avviato in ogni ecosistema disponibile ci espone ad un futuro che potrebbe farci guardare ai venti anni che abbiamo alle spalle come all’ultima età dell’oro della Terra. È il caso dunque di aggiungere un terzo punto a questa riflessione.

E cioè la demografia umana. La deforestazione e la defaunazione hanno come motore interno una demografia inarrestabile, e presuntuosa. David Quammen, leggendario giornalista ambientale americano, è stato chiarissimo sul New York Times, in un pezzo con un titolo programmatico: We made the coronavirus epidemic. Siamo stati noi a farlo, il coronavirus. 

Quammen: “l’emergenza di Wuhan non è un evento nuovo. È parte di una sequenza di contingenze connesse tra loro che affonda lontano nel passato e si spinge avanti, nel futuro, fintanto che persisteranno le circostanze attuali. Perciò, quando ci facciamo prendere dalla preoccupazione per questa epidemia, cominciamo ad avere timore della prossima. Oppure facciamo qualcosa per affrontare le circostanze attuali. Queste circostanze includono 7.6 miliardi di esseri umani affamati: alcuni di loro impoveriti e disperati di proteine; altri benestanti e spreconi, con il potere di viaggiare dappertutto con un aeroplano. Questi fattori non hanno precedenti sul pianeta Terra: sappiamo dai reperti fossili, per assenza di evidenze diverse, che nessun animale di grossa taglia è mai stato tanto abbondante quanto gli umani sono ora, anche mettendo da parte la loro efficace arroganza verso le risorse. E una conseguenza di questa abbondanza, di quel potere, e del disturbo ecologico conseguente, sono gli scambi di virus, prima da animale ad essere umano e poi da umano ad umano, qualche volta su scala pandemica (…). Il nCoV-2019 non è stato un evento nuovo o una sventura che si è abbattuta su di noi. È stata ed è la parte di di un pacchetto delle nostre che compiamo noi umani”. 

Purtroppo non sono pochi gli editoriali che, in mezzo a questo disastro, inneggiano alla de-responsabilizzazione dell’individuo, chiamato, guarda un po’, ad assumersi l’onere delle misure restrittive necessarie, almeno in parte, a salvare una generazione di anziani che è la memoria storica di questo Paese. Il nemico di uno di questi interventi ( errori di forma in lingua italiana a parte) sarebbe “l’ordine costituito”. Si incolperebbe l’individuo disinvolto, concentrato sulla sua oretta di jogging, per non attaccare invece la “narrazione dominante”. Purtroppo, simili baggianate sono state apprezzate su Facebook anche da qualche direttore di testata “green”. Persiste, infatti, la tendenza suicida dell’ambientalismo italiano a non coinvolgere la coscienza di ciascuno di noi nella direzione presa dalla nostra civiltà. Ma quel che è più grave in questo momento è proprio lo scarico di responsabilità storica rispetto alle origini della tragedia, alle sue radici profonde. Di questo ambientalismo salottiero facciamo ormai anche a meno. È fasullo, non serve a niente e a nessuno e, anzi, confonde.

In una nota vocale registrata sul sito web della ECOHEALTH ALLIANCE, un gruppo di ricerca impegnato a documentare e studiare la relazione tra la distruzione degli ecosistemi e le ripercussioni sulla salute umana, il direttore del team, Peter Daszak, ha invece centrato la questione: gestire il rischio di una pandemia del tipo di questa richiede di rivedere la nostra relazione con il Pianeta. Nella tragedia greca la via di uscita dal conflitto non era mai un negoziato, una trattativa e tanto meno un compromesso. L’uomo, imprigionato dalle conseguenze delle sue stesse azioni, poteva scegliere di assumersi tutta la responsabilità delle sue omissioni e dei suoi delitti. Era la strada dell’eroismo. Una strada di una moralità assoluta, che a noi è sempre più sconosciuta, impegnati come siamo a dare per scontata la prosperità e i capricci di società obese di roba, e avare di pensiero. Per i Greci, l’orrore aveva almeno una utilità, riconoscersi immensamente deboli di fronte alla enormità delle leggi del cosmo, ma pur sempre capaci di ammetterlo. Solo compreso questo, c’era spazio per la giustizia. E la rinascita. 

PS – Le cause della crisi di estinzione assomigliano a un conflitto tragico. Se vuoi saperne di più, puoi ascoltare la Settima Puntata del Podcast di Tracking Extinction. 

L’egoismo dell’ignoranza

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La mancanza di pensiero genera egoismo. L’egoismo contemporaneo non è solo un vizio della emotività, ma anche una gigantesca, sottostimata, carenza nella capacità di interpretare l’esperienza sociale, le priorità economiche e le nostre responsabilità. Osservato in queste settimane di sconcerto collettivo, l’egoismo appare per quello che è nelle società ricche occidentali: una inibizione, grave, delle facoltà analitiche, sostituite da un conformismo assoluto. 

Lo ha in qualche modo detto anche l’economista Marcello Esposito su VITA a proposito della superficialità di Christine Lagarde: “La Lagarde non è in grado di elaborare un pensiero alto, quindi non ci conterei neanche quando la situazione sarà generalizzata. Ma neanche la Ursula Von Der Leyen è in grado. Basti pensare al fatto che sta usando uno slogan vecchio di 60 anni. Siamo tutti berlinesi l’ha inventato JFK. È evidente la falsità, la costruzione e il fatto che non gliene frega niente. A Bruxelles sono i re degli acronimi. Se non usano parole proprie il segnale è chiaro. Non potrà dipendere dagli euro burocrati. Dipenderà dai singoli Stati”. 

Marc Bloch, il geniale storico francese, aveva opinioni simili, molto ben documentate, sulle cause della disfatta della Francia nel 1940: “tutta una formazione intellettuale deve essere messa sotto accusa”. E soprattutto: “In una nazione, nessun corpo professionale è mai totalmente responsabile da solo dei propri atti. La solidarietà collettiva è troppo forte perché una autonomia morale di tal genere sia possibile. Gli stati maggiori hanno lavorato con gli strumenti che il Paese aveva fornito loro e sono vissuti in un clima psicologico che non avevano creato da soli; erano, essi medesimi, ciò che di loro avevano fatto gli ambienti umani da cui traevano origine e ciò che il complesso della comunità francese aveva permesso loro di essere”. 

Il pensiero inesistente, o peggio ripetitivo, muffito, fatto di slogan, delle autorità europee non sarebbe tale senza un sostanzioso aiuto dal basso. 

Per decenni istituzioni e cittadini hanno coltivato, insieme, un egoismo ignorante che ci ha impedito, anno dopo anno, di affrontare e pensare la catastrofe ecologica come una immensa crisi globale del nostro essere umani. I risultati dello stress-test sono arrivati da Wuhan, Cina continentale. 

Ma che cosa è questo egoismo sorretto da una ignoranza orgogliosa e prepotente?

Senza questo tipo antropologico, l’egoista socialmente ineccepibile, che paga le tasse e le bollette con puntualità, non sarebbe mai stato possibile giungere alla emergenza sanitaria globale. Che non è altro che il sintomo macroscopico della defaunazione e dei processi di estinzione già inarrestabili, come ha spiegato con chiarezza cristallina Telmo Pievani.  Una presunzione apparentemente innocua, un distacco dal destino altrui apparentemente sobrio, razionale, improntato al più schietto buon senso (corrispondente ad espressioni del tipo “non posso salvare il mondo da solo”, “cosa posso farci, io?”). Questo tipo di egoismo è un atteggiamento mentale verso il Pianeta e la comunità umana che, se soltanto chi lo pratica sin dalla tenera adolescenza conoscesse il peso specifico europeo di questa parola, dovremmo definire una Weltanschauung. Una concezione del mondo, della vita, della politica, delle relazioni affettive e di se stessi. Milioni di persone nelle nostre nazioni ricche e obese di comodità a basso costo hanno scelto questa via. Il loro unico obiettivo, direbbe Adorno, era farsi accettare il più velocemente possibile entro una struttura produttiva che avrebbe, con le sue regole in apparenza democratiche, scritto al posto loro tutte le istruzioni del gioco. Fornendo il più utile dei privilegi, il più importante, per coscienze ormai intorpidite: il privilegio di essere esonerati dalla responsabilità delle proprie scelte. Abbandonato, e anzi ribaltato, il principio di ardimento in nome del quale Faust accetta il patto col Diavolo (“sento di poter portare tutto il dolore e tutta la felicità del mondo”), l’egoista moderno rivendica invece per sé la superegoica accettazione dello status quo. Il suo toolkit mentale di sopravvivenza lo eleva al di sopra delle categorie sociali di cui si sente superiore, per ordine altrui, si intende: il rivoluzionario, il sindacalista, l’ambientalista, l’umanista, il precario, il disoccupato. È gonfio di autocompiacimento, l’egoista, perché avverte su di sé l’approvazione della burocrazia e del potere. Non riesce neanche a capire cosa intendeva Stephen Biko, l’attivista nero che perse la vita nel suo Paese, in Sudafrica, battendosi contro l’apartheid: “l’arma più potente nelle mani dell’oppressore è la mentre dell’oppresso”. 

A questo genere di egoismi va attribuita una imputabilità precisa. Dovrebbe essere letto in questa direzione anche il recentissimo studio (è uscito il 16 marzo su NATURE ENERGY) della Università di Leeds, Regno Unito, sulle diseguaglianze sociali nello sfruttamento dell’energia. Analizzando dati provenienti dalla World Bank e dall’Unione Europea gli autori hanno potuto dimostrate che “tra tutti i Paesi e le classi di reddito nello studio, il 10% più ricco consuma circa 20 volte più energia del 10% più povero. Inoltre, al crescere del reddito, la gente spende i propri soldi proprio sui beni energy-intensive, come ad esempio i pacchetti vacanze o le automobili, contribuendo alla diseguaglianza energetica”.

Non sono informazioni che ci fanno saltare sulla sedia, se abbiamo saputo tenere gli occhi aperti sulla realtà. 

L’egoista medio, infatti, che se ne frega del Pianeta, mostra alcuni atteggiamenti tipici, che, per quanto possa suonare strano ad un certo buonismo ambientalista, gli valgono il riconoscimento sociale. L’egoista di norma non legge libri, non si informa sui giornali, perché ha scelto di sprofondare in una pigrizia intellettuale totale; non si fida della conoscenza ereditata, meditata, tramandata ed esercitata in professioni ad alto contenuto di skill analitici ( le “competenze”), in nome del suo diritto a esprimere un punto di vista personale; ma, all’opposto, si affida alla nozione dominante di “società efficiente, giusta, comoda” come farebbe con il cardiochirurgo che lo metterà in circolazione extracorporea; è convinto che la verità non esiste, e che quindi anche il suo parere è verità, almeno fino a quando non ha bisogno, per salvarsi la pelle, di qualcuno che davvero ne sa più di lui. 

L’Italia vanta il primato di 30 milioni di analfabeti funzionali e forse sarebbe il caso di vedere la correlazione tra la disponibilità a ignorare i recenti decreti sulla sicurezza sanitaria e questo vuoto disarmante di strumenti cognitivi essenziali. Ma non si tratta solo di libri, di biblioteche e di statistiche di lettura (abbiamo avuto bisogno di un comunicato ufficiale di Amazon per accorgerci che i libri, tappati in casa, sono beni indispensabili). Paghiamo adesso il conto di una carestia devastante nella fame di informazioni, che tradotto è questo: desiderio di comprendere il proprio tempo leggendo i giornali e soprattutto i giornali che parlano della crisi ecologica. 

Per questo l’egoismo dell’ignoranza non è solo una carenza individuale, ma appare ormai come una responsabilità collettiva. I cui risvolti penali, su scala continentale, ci sono scoppiati in faccia come le bombe tedesche sugli attoniti generali francesi, convinti che la guerra aerea fosse una bagattella da salotto. 

L’angoscia borghese ai tempi della pandemia

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Il collasso o l’implosione del nostro sistema economico sotto stress sanitario globale potrebbe essere una gigantesca opportunità. È piuttosto impopolare dirlo, troppo diretto e franco, ma molto sensato. Anche io la penso così. Ma orientando la nostra bussola sui nostri bisogni umani più intimi, risvegliati alla vita dal rallentamento delle agende quotidiane, come se molti di noi fossero finalmente, vivaddio, usciti alla luce del sole dalla Caverna di Platone, commettiamo forse una meschinità che ha già purtroppo preso possesso dell’informazione televisiva. Si parla pochissimo dell’origine di questa malattia, dei pipistrelli e dei pangolini (specie in via di estinzione, ricordiamolo) che probabilmente sono i numeri uno nella catena di trasmissione di questa zoonosi. Molti di noi sono cioè molto impegnati, e a ragione, a discutere delle conseguenze positive di uno stop forzato ( a Milano, secondo Ispra, i particolati da combustione sono già crollati del 30%), ma dimenticano che i protagonisti occulti dell’emergenza sono le 42 specie animali selvatiche vendute fino a poco tempo fa nei mercati alimentari come quello di Wuhan. Dietro tutto questo c’è il commercio di specie selvatiche e, quindi, lo svuotamento delle foreste del Pianeta (la empty forest sindrome, su cui i ricercatori lanciano l’allarme dagli anni Ottanta).

Non una parola sul ruolo dello sfruttamento delle faune, in questa crisi globale, è venuta da Stefano Massini, nel suo lungo editoriale a PIAZZA PULITA che ha condensato in 10 punti cosa non sarà più come prima, a emergenza finita. E non una parola si trova, su questo aspetto, neppure nel pur ottimo editoriale di Marco Revelli su IL MANIFESTO: “Il fatto che il provvedimento preso appaia al tempo stesso terribile e ragionevole – un ossimoro – ci dice quanto a fondo in effetti il male sia arrivato a toccarci «nell’osso e nella carne» (per usare le parole che nel libro di Giobbe il satana rivolge a dio), polverizzando d’un colpo ogni nostra consolidata abitudine. Ogni precedente «pensato» orientato alla convivenza civile in un «sistema sociale», travolto dalle nuove – pre-umane, dis-umane – regole dei «sistemi viventi». (…) In questa luce anche il virus probabilmente si «umanizzerebbe». Non nel senso di diventare meno feroce. Ma di rivelare quella specifica ferocia tipica di noi «ultimi uomini». Di offrire davvero, come aveva intuito Susan Sontag, la malattia come metafora di una condizione umana e sociale. In fondo, la sua logica selettivamente darwiniana in base alle chances di sopravvivenza, non è la stessa che almeno un paio di decenni di egemonia neoliberista ci hanno inculcato con il principio di prestazione, dichiarando inutili gli improduttivi (i «vecchi», in primis) e meritevoli i vincenti?”. 

Le due questioni, enormi, che abbiamo davanti sono allora due. La tenuta del capitalismo e la sua pertinenza con la crisi ecologica del XXI secolo, la eventualità cioè che il capitalismo non sia fisiologicamente in grado di rispondere ad una emergenza di questa portata, come ha proposto il New York Times nella sua nota editoriale The Interpreter (When efficiency isn’t enough); e la nostra relazione storica con le faune della Terra, cioè l’atteggiamento che abbiamo tenuto nei confronti delle altre specie negli ultimi 75 anni. 

Perché una pandemia sprigionatasi dalla trasmissione animale-uomo di una zoonosi sconosciuta è una esternalità, nel linguaggio del capitalismo. Cioè un effetto collaterale della produzione di profitto. Certo che si sapeva che avrebbe potuto verificarsi, vedi la SARS. Vedi Ebola. Anche il cambiamento climatico e le estinzioni sono una esternalità, del resto. Ma come ha scritto lo scorso 11 marzo Yanis Varoufakis “é impossibile riconoscere il pericolo del cambiamento climatico, impegnarsi a fronteggiarlo e continuare a pensare al capitalismo come a un sistema naturale che è in grado di svoltare rapidamente per diffondere e condividere una prosperità green. Trump ha ragione: il cambiamento climatico è la Waterloo del capitalismo. Semplicemente non c’è un percorso verosimile verso la stabilizzazione del clima che possa mantenersi coerente con i principali pilastri del capitalismo. Il sistema in cui viviamo, a differenza di quello raccontato dai libri di testo delle facoltà di economia, si trasforma in un meccanismo patologico, in un meccanismo che ha una dinamica interna di riciclo di se stesso: gli oligopoli estraggono valore deperibile dagli esseri umani e dalla natura ad una velocità pazzesca, finanziati dalla finazializzazione che produce debito, e che, a sua volta, alimenta gli oligopoli che accaparrano risorse”. Dobbiamo riflettere quindi, adesso che il tempo per pensare, comodi sul divano, non manca, che l’ossatura dell’organismo socio-economico in cui riponevamo tutta la nostra fiducia, lo stesso che ha tagliato migliaia di posti letto negli ospedali in nome della spending review, “non accetterà mai i limiti della crescita fisica e i limiti del prelievo necessari per contenere il cambiamento climatico, perché non sopravvivrebbe”. 

Mai come in questo passaggio negli ultimi 75 anni l’angoscia borghese assomiglia allo smascheramento impudico di colui che è stato colto in fragrante, un Nikolaj Stavrogin che non può più giustificarsi neppure con il proprio cinismo.

Questo non è solo il tempo della zoonosi di Wuhan. Ci troviamo in una condizione planetaria di ciò che gli ecologi chiamano “shift” e cioè un passaggio di livello, nella struttura ecologica e biologica, attraverso un cambiamento brusco, più o meno rapido, che prima altera e poi modifica in modo permanente i biomi. La velocità con cui avviene questa trasformazione degli ecosistemi (tipo di vegetazione, catene trofiche e ciclo dei nutrienti, composizione delle specie animali presenti) varia, ma è indubbio che l’intero Pianeta sia ormai entrato in una fase di “regime shifts” per azione diretta e combinata dei cambiamenti climatici, della defaunazione, dell’estinzione e dello sfruttamento delle risorse naturali per le attività umane. Ne hanno parlato diffusamente qualche giorno fa in una Communication su NATURE ( volume 11, Article number: 1175 (2020))  Gregory S. Cooper, Simon Willcock e John A. Dearing. Il concetto chiave della loro ricerca, condotta lavorando su 12 modelli matematici differenti, è questo: il passaggio di livello (shift) “si verifica in modo sproporzionatamente più veloce negli ecosistemi più grandi”. Come l’Amazzonia e le barriere coralline dei Caraibi. 

Gli shift rapidi sono fuori dal nostro controllo e coinvolgono l’organizzazione fondamentale del fenomeno biologico sul nostro Pianeta. Il data base internazionale REGIMESHIFT.ORG ne conta, già in corso, 28. Questo è il contesto geografico, storico, ecologico e di conseguenza economico in cui la pandemia si espande, conquistando ogni aspetto della nostra esistenza. Qualunque cronaca dello scottante presente deve, per motivi deontologici, dire alla gente comune che il disastro in corso è un destino condiviso di uomini e animali, in cui gli animali hanno già pagato un tributo enorme di sofferenza. 

La falsa sicurezza di una società che ignora il potere della sventura

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Ci è di botto piombata addosso una consapevolezza antica, che i Greci inserivano nella costituzione stessa del cosmo: la sventura improvvisa. Il colpo del destino che cambia tutte le carte in tavola, soprattutto dove c’era una saccente prosperità economica. I miti più impressionanti della storia ellenica ruotano attorno a questa categoria di realtà, la tragedia, spuntata dal nulla là ove, un attimo prima, c’era il potere: Edipo, Ippolito, Agamennone. Sono nomi che molti di noi non hanno mai sentito prima, o hanno preferito dimenticare, e che invece faremmo bene a riesumare dalle polverose soffitte della nostra coscienza rimbambita e assopita.

L’appello alla “Milano che lavora” firmato e condiviso, lo scorso 28 febbraio, da Beppe Sala ben rappresenta il climax della arroganza culturale cui ci siamo abituati da tempo immemorabile, certi che convincersi della propria superiorità regionale, genetica o culturale (se mai si può parlare di cultura di fronte a certa povertà di concetti e intendimento) fosse un diritto assoluto. Migliaia di milanesi imbecilli hanno accolto con fervore il proclama di Sala, sentendosi iscritti al club della Italia che conta e produce, anche quando ingurgita aperitivi discettando del nulla. È bastata una settimana perché questa prospettiva cieca, muta e sorda venisse smascherata per quello che è: l’ennesima dimostrazione di una inquietante ignoranza sul vero colore dei tempi che stiamo vivendo. 

Negli anni davanti a noi il rischio, la fatalità, il pericolo non verranno solo dagli effetti dei cambiamenti climatici (inondazioni, ondate di calore, piogge torrenziali), ma anche dalla risposta sociale non deterministica a questi stessi trend ecologici. Come riporta infatti oggi un articolo uscito sulla PNAS ( Interactions between changing climate and biodiversity: Shaping humanity’s future): “Benché le traiettorie fondamentali di questi cambiamenti siano ben conosciuti, molte delle probabili conseguenze sono avvolte nell’incertezza a causa delle ancora poco chiare interazioni tra differenti fattori di cambiamento e, quindi, dei loro effetti finali sugli ecosistemi e sulle società”. 

I tipping point ( punti di non ritorno) ecologici sono anche punti di svolta, imprevedibile, sul piano sociale. Il fatto che, dinanzi ad una emergenza sanitaria globale, le istituzioni debbano fare appello al buon senso, evidentemente scarso, dei più giovani; o anche il fatto che occorra spiegare ai bambini, iperviziati ed ipercoccolati, che non è tempo di vacanza, ma di obbedienza, ecco, tutto questo dimostra che non siamo affatto preparati a fronteggiare restrizioni psicologiche e materiali severe al nostro egoismo consumistico. Ma che non siamo neppure pronti a smantellare, per prendere finalmente ossigeno, la pusillanimità che ci hanno insegnato essere, per quanti almeno hanno scelto di crederci, la migliore forma di adattamento sociale. 

Abbiamo coltivato con cieca determinazione una sicurezza autoprotettiva che, ora, si rivela immensamente fragile, e cioè costruita su pregiudizi storici che hanno sorretto l’economia rapace degli ultimi decenni senza incontrare opposizione civile, oltre che politica. Questa sicurezza si è espressa sia nei confronti delle questioni ambientali che verso le diseguaglianze sociali, le disparità di reddito e la cosiddetta austerity. Convinti che un sistema sanitario nazionale moderno fosse inossidabile e immortale ( e quindi che, tutto sommato, neppure i tagli al personale e ai posti letto potessero comprometterne l’efficienza), abbiamo permesso che i nostri ospedali fossero considerati una voce di bilancio da ridimensionare con sforbiciate neo-liberiste. Convinti che il destino delle faune del Pianeta non ci riguardasse, nelle nostre belle e narcisistiche vite urbane, abbiamo ritenuto inutile informarci sui lager cinesi in cui vengono allevati, trafficati, ammassati e macellati animali appartenenti a specie protette, in via di estinzione o semplicemente sempre più rare a causa della defaunazione. Quanti dei giornalisti accreditati impegnati in dirette tv 24 ore su 24, su ogni sorta di emittente, hanno ricordato al pubblico sbalordito e impotente che il destino di genette e pangolini, in Cina, è ormai anche il nostro?

La guerra insegna molto sulla natura degli esseri umani. La violazione delle quarantena, le denunce, le fughe verso il Meridione in piena notte sono tutti sintomi della impreparazione psicologica collettiva ad uno stato di minaccia permanente. Questa impreparazione deriva dalle gestione politica delle nostre vite e delle nostre menti in un regime culturale di abbassamento programmato dell’attenzione, della osservazione, della partecipazione alla propria epoca e ai suoi problemi più scottanti. Perché va detto ai milioni di Italiani che non sanno neppure cosa sia il wildlife trade e non hanno mai considerato opportuno mettersi a leggere giornali nelle loro giornate oberate di business o di notifiche facebook, che una minaccia di portata bellica l’abbiamo sopra le nostre teste da decenni e si chiama catastrofe ecologica. Il coprifuoco nazionale ha scoperchiato il vaso di Pandora e denunciato il fallimento dell’ambientalismo: nessuna mobilitazione del tipo di quella in corso adesso nel nostro Paese è stata mai pianificata contro la morte del Pianeta. Meglio, nessuna di questo genere verrà mai tradotta in Decreto Legge, per foreste, lupi, leoni, insetti, api. 

Ciò che infatti manca radicalmente è il consenso generale sulle misure estreme, perché molti pensano di far per se stessi, di fregarsene, di minimizzare. Come fanno del resto, nello stesso identico modo, quando si viene a parlare di clima e defaunazione. Ma il consenso alla “guerra totale” a scopo di sopravvivenza lo hai, mostruosa lezione tedesca del 1943-44, quando ti sei preparato il terreno con anni di propaganda, di lavorio metodico, di informazione capillare, se vogliamo vedere l’aspetto più nobile di una diffusione a tappeto di una visione della realtà potente, innovativa, in una parola: nuova. L’entusiasmo ipnotizzato dinanzi al discorso di Goebbels allo Sportpalast di Berlino il 18 febbraio 1943, un entusiasmo criminale, capace di prolungare la guerra per ancora due anni, capace di ingaggiare mente e cuore di milioni di tedeschi in altri mesi di assassinii e crimini contro l’umanità, dovrebbe farci tremare. 

Se c’è un aspetto del nostro carattere ipermoderno e avvizzito nelle comodità che abbiamo sotto gli occhi in questo principio di marzo è la totale mancanza di una coscienza pubblica, diffusa sulla possibilità di eventi catastrofici improvvisi. Della sventura, che fa dire ad Odisseo nel XIX canto dell’Odissea “ero il primo tra gli uomini, e Zeus mi abbatté”. 

Ed è invece questo che dovremmo pretendere dalla classe politica, la costruzione assennata e competente di un comune sentire sulla ormai conclamata catastrofe della biosfera. 

Photo Credit: Fabio Saracino, Castel del Monte, Abruzzo. Da leggere la sua cronaca Facebook di queste giornate. Arguta e controcorrente. 

Sì, è ok non avere figli

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Auspicare il controllo della demografia umana è anti-femminista, disumano e razzista. È questa l’accusa mossa da Meehan Crist, writer in residence in Biological Sciences alla Columbia University, New York, lo scorso 14 febbraio in un public talk al British Museum di Londra organizzato dalla prestigiosa London Review of Books all’interno della rassegna Winter Lectures. Sotto le ben mascherate spoglie di un ragionamento a tutto tondo sulla tenuta civile di un modello sociale fondato sull’uso dei combustibili fossili non meno che dalla libertà di scelta, la Crist ha in realtà articolato una accusa infamante nei confronti di parte dell’ambientalismo militante. Arrivando ad affermare lche parlare di riduzione delle nascite significherebbe avere simpatie per il nazionalsocialismo e chissà quale fantasia eugenetica. Per Crist, infatti, i movimenti e i ricercatori con pubblicazioni in peer review che predicano la necessità di ridurre la popolazione umana traggono ispirazione dalla “Ecologia Profonda e dal Terzo Reich”. La London Review of Books non è nuova ad ospitare scritti che denunciano il discorso sulle nascite, con un taglio decisamente conservatore, viziato da uno snobismo neanche troppo celato.

Ma l’intervento del 14 febbraio di Meehan Crist al British Museum è una altra cosa, per la gravità sconsiderata delle affermazioni contenute in un discorso solo apparentemente conciliante e moderato, che si pronuncia invece a tutto tondo con toni spropositati e disinformati a difendere un antropocentrismo sempre più pericoloso. Mentre è purtroppo impensabile che in un Paese cattolico come l’Italia il dibattito sulla sovrappopolazione raggiunga mai una visibilità pubblica consistente, resta il fatto che affrontare il tabù della riproduzione umana è diventato un banco di prova per l’onestà intellettuale, fuori e dentro i soliti campi dell’ecologismo militante o accademico. Non sarebbe infatti giusto rimanere in silenzio di fronte ad attacchi così sconsiderati al sacro santo diritto di difendere il “Pianeta vivente” partendo da un punto di vista non religioso, non tradizionale e non paternalistico.

Secondo Population Matters, il think tank londinese che si occupa di divulgare consapevolezza sulla incompatibilità tra la demografia umana e il futuro del Pianeta “il pezzo della Crist ripete lo stanco, anacronistico e convenzionale luogo comune sulle campagne che riguardano la popolazione, ancor in voga per alcune persone, a dispetto di ogni evidenza della suo essere erroneo. Fondamentalmente, la sua analisi consiste in questo, che sollevare preoccupazioni sulla popolazione o proporre famiglie più piccole come soluzione ai problemi ambientali escluda per definizione tutte le altre soluzioni. Parlare di popolazione significa allora essere o cechi o complici di razzismo, colonialismo e desiderio di controllo del corpo delle donne”. 

In effetti, almeno all’inizio, la Crist riconosce che il diritto di scelta se diventare madre o meno “comincia a sfocare rapidamente, quando ammettiamo che le condizioni per la prosperità degli esseri umani sono distribuite in modo così diseguale e che, in una epoca di catastrofe ecologica, fronteggiamo uno spettro di possibilità per il futuro in cui queste stesse condizioni non esisteranno più in modo affidabile”. Dunque avere un figlio non è più soltanto un moto intimo e irrazionale, ma, anche, ormai, “un atto politico, che con sempre maggior forza ci richiese di confrontarci non solo con la complessità biopolitica della gravidanza e della nascita, ma anche con le eredità interconnesse del colonialismo, del razzismo e del patriarcato”, sulla linea di confine, insomma, tra ciò che è personale e ciò che funziona su di un piano globale. 

Ma è proprio questo principio, il fatto incontestabile che ogni nostra decisione è un prisma di risonanze al di fuori della nostra diretta sfera di influenza, che Meehan Crist non riesce a mantenere saldo. E a scandagliare con la necessaria lucidità. 

La responsabilità maggiore dello stato attuale del Pianeta, infatti, non sarebbe ascrivibile secondo Meehan Crist alla direzione che la nostra civiltà avrebbe imboccato negli ultimi 2 secoli, quanto piuttosto di un capitalismo aggressivo e immorale, un regista nascosto più simile al Grande Fratello di Orwell che alla moderna struttura economico-finanziaria delle società avanzate. Il gioco di prestigio delle multinazionali coincide con l’invenzione, per Crist, della “impronta ecologica (carbon footprint)”, strumento indispensabile per caricare sulle spalle del singolo cittadino la colpa del disastro del Pianeta e del cambiamento climatico. All’altro estremo di questa “strategia della colpevolizzazione” starebbe l’ideologia malthusiana della sovrappopolazione. Anche Bill McKibben, probabilmente il giornalista ambientale più famoso al mondo, fondatore di 350.org e pioniere del giornalismo scientifico sui cambiamenti climatici, non sarebbe immune da questo revanscismo malthusiano, visto che “più di 20 anni fa, nel suo libro Maybe One (Forse Uno) confezionò un sermone neo-malthusiano per i suoi seguaci americani a proposito del danno, limitato, che avrebbe recato al Pianeta rendere un solo figlio una norma culturale”. 

Meehan Crist ritiene che “recentemente, la logica della impronta di carbonio sia stata associata alle idee sulla popolazione umana in un modo allarmante”. E si lancia in esempi che non sono tratti dalla cronaca ambientale o ambientalista, ma dalla cronaca politica in contesti di esercizio distorto delle libertà democratiche. La faziosità di questi esempi è sconcertante: una campagna di sterilizzazione forzata su donne che avevano già avuto 2 o 3 figli in Uzbekistan; o o su donne positive all’HIV in Cile, Namibia e Sudafrica. 

Ma c’è di più. Le pericolose idee ecologiste troverebbero una eco nell’appello sottoscritto da 11mila scienziati (gente che pubblica in peer review, non su giornali scandalistici di provincia, sia chiaro) nel novembre 2019 su BioScience per arginare il collasso della biodiversità. Uno degli autori, William Ripple, che è uno dei massimi esperti di grandi carnivori e di metapopolazioni, tra le azioni indispensabili cita l’avere meno figli. “Ma questa utopia è difficile da immaginare senza al contempo pensare al bagno di sangue che ci condurrebbe lì”, scrive la Crist, supponendo che chi è per la pillola anticoncezionale abbia in testa lo sterminio programmato di qualche milione di persone. “La stessa aritmetica nutre le fantasie eco-fasciste che attraversano la destra on line Deep Green e hanno contribuito ad incitare le sparatorie di massa in Texas e Nuova Zelanda. In queste oscure visioni del futuro, la purezza razziale salverà il Pianeta. Confini chiusi e veganismo”. E tutto questo dal momento che “la Ecologia Profonda e il Terzo Reich servono da ispirazione”; inoltre “sarebbe fin troppo azzardato ignorare la tendenza dell’anti-umanismo (e in particolare trend come la sociobiologia, il Malthusianesimo e la Ecologia Profonda) nel nutrire politicamente il Darwinismo sociale”. E questo è davvero singolare, perché anche qui in Italia verifichiamo ogni giorno come la Destra razzista non abbia alcun interesse nell’ambiente. E come, invece, appellandosi al Cristianesimo, invochi il sacro valore della famiglia, magari anche numerosa. 

La Crist ignora palesemente i numeri e i risultati del Rapporto Ipbes del 2019, che ci dice fino a che punto la perdita di habitat sia una concausa della estinzione di massa in corso. E scrivendo che “desiderare meno figli è un terribile punto di partenza per ogni politica” Crist dimostra di non conoscere neppure il dibattito sulla tenuta ed utilità dei parchi nazionali nella conservazione, o le valutazioni attorno dei limiti genetici delle popolazioni isolate e frammentate di qualunque specie. Non conosce insomma il concetto di spazio in biologia ed ecologia. 

Ognuno di noi è responsabile del ruolo e delle scelte che compie nella epoca storica in cui gli è toccato in sorte di vivere. Di più, ognuno di noi ha il dovere di essere consapevole delle evidenze scientifiche che definiscono non solo le condizioni ecologiche ed evolutive della nostra presenza sul Pianeta, ma anche delle conseguenze che tutto questo implica all’interno della storia della civiltà. Non possiamo fare finta di niente e acconciare la nostra coscienza, sull’avere figli, come donne e uomini dell’Ottocento. Il grande psicoanalista Wilfred Bion sosteneva che il soggetto, ossia l’Io pensante, è chiamato a prendersi la responsabilità non solo di ciò che ha fatto, ma anche di ciò che ha compreso di se stesso e della sua storia. Altro che “mettere sulle spalle degli individui singoli la responsabilità della crisi climatica è barbarico”: ma a cosa mai sarebbe servito il petrolio estratto negli ultimi 70 anni? Per produrre un profitto astratto per la BP o la ENI? Non lo abbiamo forse bruciato per avere lo stile di vita a cui siamo così ferocemente affezionati?

“Proprio come per gli attivisti che lavorano sulla plastica e il rewilding sanno che i loro non sono gli unici problemi sul tavolo, e nemmeno le uniche soluzioni, così chi fa campagne sulla popolazione riconosce che affrontare la demografia è soltanto una delle molte azioni essenziali alla salvezza del nostro Pianeta. Credere che la popolazione sia un problema non significa affatto sostenere l’attuale sistema economico”, puntualizza Popolation Matters, “considerare innocenti le compagnie petrolifere o tenere in scarsa considerazione le diseguaglianze globali, essere un fan del consumismo e non pensare ad affrontare tutte queste questioni. È assurdo trarre simili conclusioni, un segno di ignoranza o anche peggio (…) E in modo analogo, ritenere i cambiamenti nello stile di vita a livello individuale validi e basati su solide giustificazioni non sposta il biasimo da fattori istituzionali, politici od economici”. 

La cultura del consumo, o del super-consumo, è infatti l’altra faccia della presunzione di poterci riprodurre all’infinito. La stessa demografia in espansione è una esigenza del capitalismo, che ha bisogno di consumatori su statistiche infinite; e il consumismo, da parte sua, presuppone le negazione sistematica degli offsett, ossia degli effetti collaterali della produzione sui sistemi naturali. Senza miliardi di consumatori neppure la migliore compagnia petrolifera potrebbe avere i conti in attivo. Il ragionamento di Meehan Crist contiene infatti un determinante vizio di logica: il super-consumo non nasce per decisione degli amministratori delegati delle compagnie petrolifere con piattaforme off-shore, ma è una esigenza antropologica inscritta nelle premesse della Rivoluzione Industriale, come ha spiegato Peter Sloterdijk.

Il consumismo-capitalismo trova nelle riserve energetiche fossili (petrolio e gas) il carburante per ciò che Sloterdijk chiama “Lebensentlastung” e cioè sgravio dalla fatica di conquistare il pane per vivere, dalla maledizione del lavoro nei campi durato per millenni. Il desiderio assoluto di vivere meglio, di avere di più, di avere qualcosa. È da questo motore psicologico che si avvia il processo di costruire delle economie moderne a incremento progressivo di tecnologia. Senza lo sgravio, sarebbe stato impensabile sia progettare il sogno di una democrazia infinita sia sostenere una demografia in espansione infinita. 

Ciò che più conta, non si tratta ora di tentare, con ben misere possibilità di successo, un ridimensionamento del super-consumo, quanto piuttosto di invertire le aspettative esistenziali e materiali che le fonti fossili hanno generato nella umanità attuale. Tra queste aspettative vi è il sentimento, evidentemente condiviso da Crist, che la nostra specie non debba fare un passo indietro e cominciare a pagare il conto. Non certo per disegnare un risarcimento ideologico verso le altre specie, ma sostanzialmente per comprendere che senza le altre specie, quindi senza habitat ampi e integri, una Terra sovrappopolata non sarà più vivibile. Perché non sarà più un Pianeta magnifico, ma un enorme ghetto. 

Con buon pace e serenità dei partiti politici che sostengono pacchetti di banalità disinformate come quelle propinate al British Museum da Meehan Crist, la “capacità di carico” degli ecosistemi non è una idea “eco-fascista” ma un parametro scientifico affidabile che sta a fondamento di molto di ciò che sappiamo ad oggi sulla defaunazione, sulla estinzione e sui tipping point, i punti di non ritorno dei sistemi biologici oltre i quali si aprono scenari del tutto inediti e imprevedibili. Inoltre, la dimensione culturale del progresso non è un espediente retorico della BP, ci spiace. Il progresso è un costrutto culturale europeo di elaborazione illuministico-settecentesca, pervasivo e ancora radicato nella nostra stessa idea di Occidente e di economia, tanto da funzionare tutt’oggi nella logica impossibile, ancorché diffusissima, dello “sviluppo sostenibile” e della “crescita verde”.  

“Per me, avere un bambino ha significato avere un impegno con la vita e stringere un legame con le possibilità di un futuro ancora umano su questo Pianeta sempre più caldo. Significa chiudere con la purezza morale”. Schopenhauer si sarebbe fatto una crassa risata. Perché qui non c’è in ballo nessuna purezza morale, ma la sconcertante brutalità della biologia. Se vogliamo davvero attribuire un significato metafisico alle capacità cerebrali umane, allora dovremmo accettare il fatto che la responsabilità di essere ciò che siamo, una specie in grado di far fuori tutte le altre, è l’imperativo etico più consistente in un atteggiamento maturo verso la Terra. 

Nelle parole di Population Matters: “Quando si arriva a parlare di popolazione, ci sono due domande a cui le persone preoccupate dovrebbero rispondere: contribuisce ai nostri problemi e ci sono soluzioni etiche, pratiche ed efficaci che possiamo dispiegare ? La risposta è un empatico sì ad entrambe. Certamente il numero di noi che richiede terra, acqua, cibo, energia, infrastrutture e merci varie crea pressione sulle risorse naturali e sull’ambiente, ci sono una quantità enorme di evidenze scientifiche robuste a suffragare questa semplice intuizione. Ciò non vuol dire che atteggiamenti consumistici, sprechi e una distribuzione ineguale di ricchezze, con la ingiustizia sistematica che ne deriva, siano irrelevanti, certo che no; significa, invece, che vedere le cose in termini binari del tipo di un aut/aut è controproducente e semplicistico. Quando si arriva finalmente alle soluzioni, è ancora più assurdo pretendere che non ci siano modi etici per ridurre i nostri numeri. I tassi di fertilità sono già stati abbassati in modo etico ed efficace attraverso il rafforzamento di buone soluzioni in tutto il mondo, e le proiezioni delle Nazioni Unite mostrano che anche piccoli cambiamenti nella fertilità possono avere un effetto rilevante sui numeri complessivi in poche generazioni”. 

African Oil Dream: in espansione i progetti petroliferi africani

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L’Africa ha bisogno dei combustibili fossili e il cambiamento climatico non può essere una scusa per tagliar fuori centinaia di milioni di africani dal diritto all’elettricità. Questa la presa di posizione, fermissima, di NJ Ayuk,  Executive Chairman della  AFRICAN ENERGY CHAMBER, di Johannesburg, Sudafrica, un network di imprenditori, dignitari e soggetti governativi che collaborano per l’implementazione della reti energetiche sul continente. 

Una bordata non da poco al perbenismo climatico di noi Europei. 

Ma, soprattutto, Ayul ha sollevato la questione della autonomia decisionale dei Paesi africani nella transizione energetica: “dovrebbero essere gli Africani, e non della gente che viene da fuori con aria saccente, a decidere quando è il momento giusto per chiudere con i carburanti fossili in Africa, se mai avverrà. Mettere sotto pressione l’Africa perché agisca in un altro modo è un insulto, un atteggiamento non certo migliore che gettarci aiuti stranieri presupponendo che gli Africani siano incapaci di costruire un futuro migliore per se stessi. È anche una forma di ipocrisia da parte di Paesi e persone che godono della sicurezza, della più lunga aspettativa di vita, dei comfort e delle opportunità economiche associate con una disponibilità di energia abbondante e affidabile, dire:  Forza, Africa, è ora, basta combustibili fossili per te ! Misure estreme per tempi di emergenza !”.

L’intervento di Ayuk è in aperta polemica con le istituzioni occidentali come la World Bank e la Banca Europea per gli Investimenti (EIB) e di quello che Ayuk ritiene essere un approccio occidentale al problema del cambiamento climatico. Ayuk, che ha ribadito le sue posizioni alla BBC in una intervista in diretta alle 6.30 del mattino lo scorso 3 marzo, ha scritto: “sono d’accordo sul fatto che il cambiamento climatico debba essere preso seriamente, ma non possiamo accettare risposte sull’onda di forti emozioni (knee-jerk). Non possiamo derubare il nostro continente dei benefici significativi realizzabili con operazioni su petrolio e gas, grazie alle opportunità economiche fornite dalla monetizzazione delle risorse naturali in iniziative di importanza critica sull’energia prodotta dal gas. Non sono assolutamente per uno stop sui programmi delle rinnovabili, devono essere implementati e spero lo saranno di più. Sto semplicemente dicendo che è troppo presto per un approccio aut-aut tra fonti verdi e fonti fossili”.

Dal futuro energetico dell’Africa dipende buona parte del destino energetico del Pianeta. E la ragione sta in un indice di analisi della realtà che continua ad essere il convitato di pietra del dibattito ambientale: la demografia umana. Lo ha spiegato con ricchezza di dettagli la EIA (International Energy Agency) nel rapporto AFRICA ENERGY OUTLOOK 2019. 

La popolazione africana è la più giovane del mondo, Entro il 2040 una persona su due al mondo sarà africana e nel 2023 il continente sarà più popolato della Cina e dell’India. Questo significa che “più di mezzo miliardo di persone andranno ad ingrossare la popolazione urbana africana entro il 2040, più di quante ne abbia assorbite in 20 anni il boom economico ed energetico cinese”. E tuttavia “oggi, 600 milioni di persone non hanno accesso all’elettricità e circa 900 milioni di persone non possono cucinare con una fonte di energia pulita; finora, gli sforzi dispiegati per fornire i moderni servizi di uso dell’elettricità sono riusciti a fronteggiare in modo inadeguato la crescita della popolazione”.

Tutto questo, mentre le emissioni di gas serra del continente valgono solo per il 2% del totale mondiale. Un altro parametro, tuttavia, è ancora più indicativo: ad oggi, in Africa c’è il più basso indice al mondo di proprietà di un qualche apparecchio per la refrigerazione degli ambienti (condizionatore, ventilatore e così via). Eppure, riporta la EIA, nel 2018 le persone che avrebbero avuto bisogno di un condizionatore erano 700 milioni, che nel 2040 saliranno a 1200 milioni. Tutto questo in uno scenario di cambiamento climatico. 

Sempre secondo lo AFRICA ENERGY OUTLOOK 2019, l’Africa negli anni a venire sarà sempre più una potenza globale sui mercati del petrolio e del gas: “la crescita prevista nella domanda di petrolio è più alta di quella cinese e seconda soltanto a quella dell’India, poiché il volume delle autovetture è destinato a più che raddoppiare (e la maggior parte di queste auto avrà una scarsa efficienza energetica) e il GPL (gas liquefatto) si sta imponendo come carburante pulito per cucinare. Il peso crescente dell’Africa si fa sentire anche sui mercati di gas naturale, essendo il continente la terza fonte, al mondo, per il soddisfacimento della domanda di gas naturale”. 

In anni recenti “una serie di scoperte significative di depositi di gas naturale sono avvenute in Egitto, Africa Orientale (Mozambico e Tanzania), Africa occidentale (Senegal e Mauritania) e Africa meridionale, che valgono, insieme, per il 40% delle scoperte di gas, nel mondo, tra il 2011 e il 2018”. 

Nel cocktail energetico dei prossimi decenni avranno il loro posto il biogas, l’etanolo e il gas naturale: “la domanda di elettricità in Africa, attualmente, è di 700 terawatt/ora, con le economie del Nord Africa e del Sud Africa che valgono per il 70% del totale. Eppure”, continua la EIA, “sono i Paesi dell’africa sub-sahariana che fronteggeranno la crescita di domanda più consistente nella entro il 2040”. Il potenziale per il solare è enorme: ad oggi sono attivi impianti a pannelli solo per 5 gigawatts, meno dell’1% del totale globale, ma che potrebbero salire a 320 gigawatts nel 2040; l’eolico è in espansione in Etiopia, Kenya, Senegal e Sudafrica. 

Ma ci sono anche altri fattori da considerare. 

Elettricità vuol dire investimenti enormi non solo negli impianti di produzione, ma anche nelle reti di diffusione. Esigenza che si somma alle preoccupazioni ambientali per il boom di collegamenti infrastrutturali e le loro implicazioni sui restanti bacini di foreste e biodiversità. Il destino dei primati, e delle ultime popolazioni di grandi scimmie, è particolarmente buio e ormai in rotta di collisione con la fame di energia e di strade del continente, come hanno dimostrato numerosi studi recenti. 

Le osservazioni di NJ Ayuk (la AFRICAN ENERGY CHAMBER non ha dato risposta ad una mia email con la richiesta di ulteriori delucidazioni) denunciano un nervo scoperto dell’intera costruzione negoziale, ma anche culturale, delle trattative sul clima. La comunione di intenti globale sul passaggio alle rinnovabili ed ad una qualche transizione dalla economia fossile ad un modello più coerente con la catastrofe ambientale è solo una illusione. I punti forti delle affermazioni di Ayul ci riportano indietro nel tempo, al 1992, quando la questione post-coloniale della giustizia climatica è diventata argomento politico. Sarebbe ridicolo sostenere che l’irrigidimento delle posizioni degli attori in campo si siano ammorbidite in questi 28 anni. 

Fino a che punto il risentimento e il disagio post-coloniale lavorino nei corridoi sotterranei del disastro ambientale traspare da un reportage spettacolare di Bill McKibben scritto per il New Yorker ( tra parentesi, lo stesso magazine per cui scrive Jonathan Franzen) nel 2017: The Race to Solar Power in Africa. McKibben, spostandosi tra Ghana, Costa d’Avorio e Tanzania, ha documentato il tipo di imprenditoria che sta ampliando il mercato del solare in Africa: “molti imprenditori occidentali vedono l’energia solare in Africa come una opportunità per raggiungere un mercato ampio e fare così dei profitti considerevoli”. Questi imprenditori sono spesso persone che hanno lavorato nella Silicon Valley; una degli intervistati, Nicole Poindexter, fondatrice e C.E.O. della Black Star, è stata trader sui derivati con una laurea ad Harvard. Lo stesso McKibben, arrivando negli uffici di una altra compagnia, la Off-Grid Electric ad Arusha, in Tanzania, ammette “l’atmosfera ricordava Palo Alto o Mountain View”.

Le domande poste da NJ Ayuk contengono, allora, quanto meno un legittimo dubbio. Sulla pertinenza e sulla opportunità di espandere il discorso sul clima oltre la confortevole zona di benessere psicologico dell’Occidente, smettendola di parlare sempre dal nostro punto di vista. Bisogna spostarsi sulle rinnovabili, ma farlo non è un passaggio indolore o una autostrada ad una sola corsia, come vorrebbero farci credere i sostenitori acritici di Greta Thunberg. La faccenda è molto più complicata e coinvolge anche il retaggio culturale di stagioni storiche che vorremmo dimenticate, ma che sono ancora vive e vegete. Quanto meno nella percezione psicologica che molte nazioni africane hanno del nostro atteggiamento nel pieno del collasso del Pianeta. E, signori e signori, la percezione dell’opinione pubblica è il più dirompente e sottovalutato dei fattori politici. Come ha detto la climatologa Kate Marvel, climatologa del Goddard Institute for Space Studies della NASA: “You can’t put the legacy of colonialism in a climate model”. 

Potrebbero intanto partire ad aprile del 2021 i lavori per la costruzione della più lunga conduttura di petrolio al mondo, tra Uganda e Tanzania: lo East African Crude Oil Pipeline. Questi i numeri: 900 miglia dal Lake Albert al porto di Tanga, Tanzania, sull’Oceano Indiano;  12 riserve naturalistiche  e 200 fiumi attraversati; 500 pozzi di estrazione, 216mila barili al giorno. Ne avevo parlato lo scorso giugno (2019) su LA STAMPA, a proposito del futuro impatto ambientale nella foresta protetta di Minziro, Tanzania. 

World Wildlife Day 2020, comincia il biodiversity super year

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Ogni forma di vita sul Pianeta è degna di protezione. Questo il motto del World Wildlife Day che si celebrerà domani, 3 marzo. Una dichiarazione di intenti nient’affatto superflua in un anno che la IUCN ha già definito “biodiversity super year”, per via del lungo percorso negoziale che dovrebbe portarci, il prossimo autunno, alla stesura di un accordo globale per gli ecosistemi e le faune analogo alla carta di Parigi per il clima del 2015. 

Lo scopo della giornata sarà diffondere consapevolezza sul legame imprescindibile tra le faune selvatiche e la nostra sopravvivenza. “Sustaining all life on Earth” è però soprattutto, mi pare, se pur sotto il velo di Maja dell’equilibrismo di circostanza, un richiamo politico e culturale. È giunto il momento storico di concedere alle faune della Terra il diritto alla prosperità.

E tuttavia non dobbiamo negarci, ha scritto Carl Safina sul magazine di informazione ambientale della Università di Yale, che i tempi sono lugubri. I numeri sulla biodiversità non ci restituiscono semplicemente una condizione generale di declino, ma più precisamente quelli di una catastrofe globale. La defaunazione è, più ancora dell’estinzione, il nostro contesto quotidiano: l’assottigliamento progressivo dell’abbondanza numerica degli individui che compongono una singola specie. “Ogni specie, presa individualmente, non ha abbastanza voce per vocalizzare questa opera tragica. Ma, mentre la sofferenza cresce come in un coro di voci, le specie, insieme, cantano il dolore degli esseri viventi”, dice Safina. E a questo punto è essenziale riconoscere che “il diluvio universale siamo noi, i miliardi di persone, cresciuti sino a ingolfare il mondo”.

In un contesto di disperazione che pietrifica il sentimento orgoglioso che abbiamo di noi stessi – perché le evidenze scientifiche ci dicono che la nostra specie si dimostra incompatibile con la vita su questo Pianeta – Safina ricorda però l’importanza assoluta dell’impegno del singolo, in ogni singola, benché apparentemente insignificante, azione a protezione di una specie locale, di un bosco, di un angolo di habitat lacustre vicino a casa che ancora pullula di animali e di piante. Infatti, “negli inizi incerti e traballanti di uno sforzo individuale, possono esserci in incubazione grandi cose”. 

Per questo 2 marzo, allora, ho scelto di raccogliere storie di animali e scoperte scientifiche che non hanno fatto 10K sui social media, ma che, ciascuna a suo modo, racconta perché le faune selvatiche sono quanto di più meraviglioso e prezioso abbiamo al mondo. 

Il 12 febbraio scorso, AFRICA GEOGRAPHIC ha reso noto che in Gabon, in una area contigua allo Ivindo National Park, le fotocamere a trappola hanno documentato la presenza di 4 tassi melanistici (Mellivora capensis). I ricercatori che studiano le foreste tropicali del Gabon non pensavano che qui ci fosse questa specie, né tanto meno ne avevano mai visto degli esemplari neri. La notizia ha fatto seguito a quella resa pubblica su Twitter lo scorso 11 agosto: un leopardo fotografato sempre con una foto-trappola in Guinea Equatoriale. La scoperta è stata segnalato dall’ecologo e primatologo David Fernandez della Università di Bristol. Sempre in Guinea Equatoriale è stata documentata la presenza dei gorilla di montagna e di alcuni scimpanzé nel Monta Alen National Park ( su Twitter: @dfer_phd). Perché queste notizie sono importanti: l’Africa Occidentale ed Equatoriale non è ancora completamente defaunizzata, è anzi un hot spot importantissimo per quello che è rimasto in lembi di foreste tropicali primarie. 

I più recenti studi genetici hanno scoperto che il lupo hymalaiano è una specie a sé stante di lupo. Perché questa notizia è importante: le popolazioni di una specie hanno caratteristiche genetiche uniche, adattative. Ogni paesaggio potrebbe quindi ospitare una sottospecie o addirittura una specie a parte. Per questo la conservazione di tutti gli habitat ancora ecologicamente funzionanti è cruciale. 

Lo scorso 28 gennaio la Corte Suprema in India ha deciso che si può tentare di reintrodurre su suolo nazionale il ghepardo africano. Il ghepardo asiatico è infatti stato spazzato via dal subcontinente il secolo scorso. Come cioè possa essere anche lontanamente logico in un contesto demografico come quello indiano, lo ha detto un vignettista geniale su Twitter (Green Humour at @thetoonguy). Tigre e leopardo accolgono un ghepardo sullo sfondo di una metropoli industriale e gli dicono: “Benvenuto in India. Ti abbiamo preparato una pedana elettronica per esercitarci con lo sprint, perché non ci sono davvero abbastanza spazi aperti, qui, per il tuo savanna lifestyle”. La vignetta è stat pubblicata il 29 gennaio. Perché questa ironia contiene una verità amara di cui dovremmo occuparci: la demografia umana è sempre più incompatibile con la presenza dei grandi predatori, soprattutto dei grandi felini.

Il 23 gennaio il brillante e giovane ecologo del Texas Jay Lombardi ha postato su Twitter una foto raccolta con foto-trappola di un avvistamento eccezionale: un bobcat con un pattern di strisce e macchie simile all’ocelotto. L’esemplare, fotografato il 31 gennaio 2019, è stato avvistato nel Texas meridionale. Secondo Lombardi (@JayLombardi87), questo disegno inusuale del manto potrebbe essere prodotto da un gene recessivo. Perché questa notizia è strepitosa: una volta queste specie di felini popolavano il sud degli Stati Uniti. In Texas c’erano anche i giaguari. Oggi i felini sono in buona misura stati estirpati dai loro habitat americani, come accade all’ocelotto, rarissimo da queste parti. Una protezione più stretta concederebbe margini di recupero a specie estremamente resilienti e plastiche, come ovunque nel mondo sono i felini.

Secondo i dati raccolti dalla Landmark Foundation, Sud Africa, le province del Capo Occidentale e Orientale (Western and Eastern Capes) sono popolate ancora da circa 553 leopardi, divisi in 3 gruppi geneticamente distinti che però mostrano i primi segni di inbreeding. Spesso i pastori perseguitano i leopardi così come uccidono i caracal, per evitare danni alle pecore. Perché questa notizia è importante: aumentare la connettività tra le aree protette o semi protette è indispensabile perché le popolazioni recuperino numericamente . La connettività è uno degli obiettivi della conservazione al 2050, uno dei grandi temi in discussione in attesa del documento di Kunming.