La guerra fantasma contro il Pianeta attraverso il prisma di Marc Bloch

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Non sappiamo se siamo in guerra. Non sappiamo neppure se questo possa essere definito un conflitto, perché le forze armate sono per ora lontane dalle nazioni maggiormente responsabili dello scontro. Non ci sono neppure dichiarazioni di belligeranza palesi, impugnabili, depositate nelle cancellerie di mezzo mondo, in questa crisi ecologica. Neil Levy, che insegna al Centre for Practical Ethics di Oxford ritiene ad esempio che questo passaggio storico non assomigli né ad un evento bellico né ad una grande recessione economica. 

Il motivo è presto detto: a differenza di qualunque evento bellico, anche il più sanguinoso e crudele, la catastrofe ecologica non finirà con la firma di un trattato di pace. Le evidenze scientifiche a nostra disposizione ci dicono invece che la traiettoria ormai imboccata a tutta velocità è per certi aspetti irreversibile. Uno studio uscito nell’ottobre del 2018 sulla PNAS ( Mammal diversity will take millions of years to recover from the current biodiversity crisis ) avverte che gli esseri umani hanno già spazzato via dalla faccia della Terra 2 milioni e mezzo di storia evolutiva, corrispondente a 300 specie di mammiferi. Se anche oggi traducessimo in politiche concrete misure di protezione severissime contro l’emorragia di estinzione, servirebbero ai mammiferi e alle altre forme di vita del Pianeta tra i 5 e i 7 milioni di anni per tornare a condizioni numeriche pre-umane. Per quanto riguarda il clima, l’anidride carbonica pompata in atmosfera negli ultimi 150 anni ha innescato effetti domino dall’esito imprevedibile, spingendo almeno 9 parametri ecologici e fisici al punto di non ritorno. Li ha elencati e discussi CARBONBRIEF. Tra questi 9: la trasformazione della foresta amazzonica in una savana, l’interruzione della AMOC (Atlantic Meridional Overturning Circulation, la circolazione di acque calde e fredde nel sistema Atlantico-Artico che produce il clima temperato di metà Europa occidentale); lo scioglimento del permafrost in Alaska e Siberia e il conseguente “biome shift”, cioè lo spostamento verso nord degli habitat di taiga e foresta boreale; l’alterazione del sistema monsonico dell’Africa Occidentale e quindi del Sahel. 

Per i pochi che usano informarsi sullo stato del Pianeta questo significa soltanto una cosa: una crescente, oscura angoscia. Non tanto il sentimento di impotenza personale, quanto piuttosto la consapevolezza di una perdita irreversibile che diventerà motivo di afflizione per tutte le generazioni dopo di noi. 

Si ripropone dunque anche a noi una domanda che ha tormentato per un secolo gli intellettuali russi dell’Ottocento: che fare? 

Un buon suggerimento, anzi, una lunga lista di buone intenzioni improntate a rara saggezza, proviene da Marc Bloch, uno dei più grandi storici del Novecento. Ha parlato di lui, incrociando, io credo, anche il nostro presente ecologico, Alessandro Barbero in una lectio magistralis di stupefacente freschezza disponibile su YouTube: Alessandro Barbero spiega Marc Bloch. 

Bloch intanto fu uomo di studio, di biblioteche e di campi di battaglia in egual misura. Decorato nella Prima Guerra Mondiale, combatté fino all’Armistizio anche nella Seconda, perché non si tirò mai indietro al richiamo della sua patria e dell’urgenza storica e infatti poi finì con coraggio a servire nella Resistenza. Decisione che gli costò la vita. Bloch, spiega Barbero, rivoluzionò la storiografia francese perché comprese, nelle trincee di fango, sangue e materiale cerebrale esploso dei suoi compagni, che “la storia non è fatta solo di grandi imprese, ma è fatta di tutto, non c’è nulla nella vita che non interessi ad uno storico”. Un metodo non troppo dissimile da quello di Charles Darwin. 

Nel 1929 Bloch fondò, insieme all’amico Lucien Febvre, la rivista Les Annales, che infatti prendeva in considerazione ambiti dell’esperienza umana mai prima considerati: la psicologia della testimonianza, la storia dei prezzi e dei salari, l’antropologia, per via dei riti e delle credenze religiose. E molto altro.

Barbero porta un esempio straordinario della mentalità di Bloch, che aveva capito quanto i dettagli apparentemente volgari, rozzi, insignificanti, polverosi siano invece gli indizi dei movimenti sotterranei di pensiero e materiali che, alla fine, producono gli eventi estremi e mastodontici, come ad esempio una guerra. Barbero racconta infatti come Marc Bloch, cattedratico della Sorbona, si fosse messo a studiare l’abitudine delle massaie francesi di preparare la marmellata al principio dell’autunno.

Ma perché tutte queste confetture? Perché lo zucchero nel 1935 costa poco. É sempre stato così? Certo che no, scopre Bloch. É così adesso, perché lo zucchero in commercio viene dalla barbabietola, e non dalla costosa canna da zucchero caraibica. Le barbabietole le seminiamo anche qui a casa nostra. Ai tempi delle nostre trisavole non ci si poteva permettere questo “rito borghese”. Ed ecco, allora, “una storia dimenticata della nostra storia di Francia”. 

Concentrati come siamo sulle statistiche roboanti del cambiamento climatico, sulla lettura macroscopica delle trasformazioni ecologiche in corso, prestiamo poca attenzione alle alterazioni funzionali che sono sotto i nostri occhi. Al fatto, ad esempio, che quest’anno non abbiamo avuto l’inverno. O alla fioritura anticipata dei ciliegi, durante il Carnevale. Eppure, nulla di ciò a cui siamo avvezzi, anche nella nostra dieta, è scontato o eterno: tutto, invece, è ormai entrato in una spirale di sottrazione, deperimento, scomparsa.

La marmellata di Bloch che racconta la storia di Francia è il confine su cui si infrange anche la ricerca di un consenso sui sacrifici necessari ad arginare il declino del Pianeta. Perché solo attraverso minuzie di questo genere, per lo più ignorate dal giornalismo ambientale da salotto, la catastrofe diventa finalmente tangibile ed evidente. Pensiamo a cosa accadrebbe se questa estate l’acqua venisse razionata e i parrucchieri dovessero tagliare il numero di pacchetti “sciampo e piega” per le loro clienti. O se un ridimensionamento della nostra disponibilità energetica imponesse a migliaia di massaie di rinunciare a stirare camice e lenzuola. Il fatto che una guerra non sia mai stata dichiarata o che non ci troviamo sotto bombardamenti nemici non significa che non siamo entrati da tempo in una condizione radicale. 

Bloch, tra le altre cose, quando si trovò al fronte durante l’invasione nazista in Francia, scrisse anche che la sua generazione scopriva troppo tardi quanto snob fosse stato il ritiro dorato degli anni precedenti. La comoda vita sprofondati in poltrona a comporre saggistica sofisticata in ottimo francese. Mentre la società civile franava su se stessa. Ogni individuo conta, quanto alla costruzione della comunità, scrisse Bloch. E anche qui abbiamo di che attingere sul nostro presente, non per sentirsi meno disperati, ma più partecipi di sicuro: sentirsi responsabili del nostro tempo è un dovere civile. 

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