La lobby delle rinnovabili mette sotto accusa Jonathan Franzen

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Datemi del pessimista o dell’umanista, ma non mi pare che la natura dell’uomo sia mai fondamentalmente cambiata. Questa è la frase con cui Jonathan Franzen si è guadagnato un processo nel tribunale per intellettuali che osano dire la verità sulla catastrofe ambientale. Un tribunale che non è di destra, non è repubblicano, e non è neppure sovvenzionato dalla lobby dei combustibili fossili: è un tribunale organizzato dagli stessi sostenitori della economia verde, circolare, Green New Deal. E la formulazione dell’accusa proviene da uno dei massimi giornali europei, per la qualità del giornalismo, e cioè il tedesco DER SPIEGEL. 

Lo SPIEGEL si scaglia contro Franzen in un articolo uscito qualche giorno fa nella sua edizione on line (Gefaerliches schwarz-weiss Denken). L’autore, Stefan Rahmstorf, commenta un contributo che Franzen scrisse l’anno scorso per il NEW YORKER, e ora tradotto anche in tedesco, What if we stopped pretending climate change can be stopped?. 

Le polemiche sulle idee di Franzen non ci riguarderebbero, o per lo meno sarebbero di esclusivo interesse degli appassionati di buona letteratura non fiction (che ormai racconta la fine dell’Età dei Mammiferi, la distruzione dell’equilibrio climatico terrestre e l’angoscia esistenzialista che ne deriva), se non fosse che tentare di demolire Franzen rivela le intenzioni, sconclusionate e inefficaci, della lobby verde. E quindi dei giochi in corso a Bruxelles per convincere l’opinione pubblica che il Green New Deal è un miracolo e ci trarrà d’impaccio salvando il clima e disinnescando la bomba del populismo neofascista. 

Secondo Rahmstorf, Jonathan Franzen è poco informato sui dati dello IPCC, ne cita a casaccio, perché “ama le frasi ad effetto. La guerra al cambiamento climatico si vince o si perde con le argomentazioni, secondo lui. E tuttavia, nella realtà dei fatti, si tratta di limitare i danni e di assicurare un futuro possibilmente buono e minimamente accettabile per i nostri figli e nipoti”. Le mancanze di Franzen dipenderebbero dalla sua impostazione ideologica di fondo, e cioè che “la protezione del clima è in contrapposizione con la protezione della natura”. 

Il motivo dell’attacco alle posizioni ambientaliste di Franzen è chiarissimo quando Rahmstorf ricorda ai lettori che nel 2019 in Europa per la prima volta l’energia elettrica prodotta della rinnovabili è stata maggiore di quella prodotta dal carbone. Non un cenno, tuttavia, al fatto che, anche se miglioriamo sulle rinnovabili, la domanda di energia è in continuo aumento, stando ai dati della IEA (International Energy Agency) su percentuali del 2017-2018: “La domanda di energia nel mondo è cresciuta del 2.3% l’anno scorso, l’incremento più rapido di questa decade, una performance eccezionale sostenuta da una robusta economica globale e da necessità più consistenti di riscaldamento e refrigerazione in alcune regioni”.

Purtroppo, Stefan Rahmstorf mostra o di non aver letto con attenzione Franzen o di averlo maliziosamente male interpretato. A scopo politico. Per Rahmstorf, infatti, nell’ultimo summit di Davos la finanza internazionale si sarebbe riconosciuta nelle preoccupazioni dei Fridays for Future e avrebbe compreso, in tutta coscienza, che è suonato il rintocco della mezzanotte ed è ora di spiegare le vele verde smeraldo del futuro. 

Ma a questo punto della faccenda (con il mese di gennaio più caldo di sempre alle spalle e + 20 gradi Celsius in Antartide) la questione politica non è affatto se e come ridurre drasticamente le nostre emissioni serra. Il dilemma culturale consiste piuttosto nel trovare il modo di convincere l’opinione pubblica, e cioè la base delle democrazie rappresentative occidentali, ad accordare il necessario consenso alle misure draconiane previste dagli scenari climatici formulati dall’IPCC. 

È di questo che discute, con estremo acume, Jonathan Franzen, riferendosi a dati in peer review e non, come insinua lo SPIEGEL, a percentuali fittizie e inesatte: “Benché le azioni di un singolo individuo abbiano zero effetto sul clima, questo non significa che siano prive di significato. Ognuno di noi deve compiere una scelta etica (…) Si può andare avanti a sperare che la catastrofe sia preventivabile e sentirsi sempre più frustrati o arrabbiati per la mancanza di azione del mondo. Oppure, possiamo accettare il disastro ormai incombente e riformulare il significato della speranza”. 

Che cosa c’è di così pericoloso in queste affermazioni? Nulla. Se non la denuncia, del tutto sensata, che “salvare il Pianeta” era uno slogan verde del 1988, che forse oggi non ha più la stessa consistenza logica o pragmatica. Certo che teoricamente possiamo ridurre le emissioni, ricorda Franzen, ma nessuno ha davvero intenzione di ridurle. E questa verità imbarazza i propugnatori del partito dell’ottimismo verde. È probabile che il bisogno psicologico di continuare a credere in una svolta sostenibile, o come volete chiamarla, sia una esigenza emotiva più che un concreto esame di realtà sullo stato del Pianeta. 

Ma sono queste le riflessioni di Franzen che sottoscrivo pienamente e che penso farebbero bene ad ascoltare i profeti delle rinnovabili: “Gli attivisti mi ricordano i leader religiosi che temono che, senza la promessa della salvezza eterna, le persone sarebbero meno motivate a comportarsi bene. Nella mia esperienza, i non credenti non amano ciò che li circonda meno dei credenti. Ed è per questo che mi chiedo che cosa succederebbe se, invece di negare la realtà, cominciassimo a dirci la verità”.

E dunque: “In tempi di crescente caos, la gente cerca protezione nel tribalismo e nelle forze armate piuttosto che nel ruolo della legge e la nostra migliore difesa contro questo tipo di distopia è mantenere le nostre democrazie funzionanti, e far funzionare il sistema legale, e le comunità. Da questo punto di vista, ogni intenzione orientata verso una società più giusta e civile può essere considerata azione ricca di senso a favore del clima (climate action). Assicurare che le elezioni siano trasparenti è azione a favore del clima. Combattere le estreme diseguaglianze economiche è azione climatica. Sostenere la stampa libera e indipendente è azione a favore del clima”. 

PS la traduzione dei passaggi dal testo originale in inglese è mia.

SE SEI ARRIVATO FIN QUI: è disponibile su Apple podcast e Spotify la prima puntata del podcast di Tracking Extinction. Il podcast per persone coraggiose che vogliono capire come l’estinzione della biodiversità modifica e condiziona la loro vita di tutti i giorni. 

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