Mese: febbraio 2020

La guerra fantasma contro il Pianeta attraverso il prisma di Marc Bloch

9788866970811_0_0_634_75

Non sappiamo se siamo in guerra. Non sappiamo neppure se questo possa essere definito un conflitto, perché le forze armate sono per ora lontane dalle nazioni maggiormente responsabili dello scontro. Non ci sono neppure dichiarazioni di belligeranza palesi, impugnabili, depositate nelle cancellerie di mezzo mondo, in questa crisi ecologica. Neil Levy, che insegna al Centre for Practical Ethics di Oxford ritiene ad esempio che questo passaggio storico non assomigli né ad un evento bellico né ad una grande recessione economica. 

Il motivo è presto detto: a differenza di qualunque evento bellico, anche il più sanguinoso e crudele, la catastrofe ecologica non finirà con la firma di un trattato di pace. Le evidenze scientifiche a nostra disposizione ci dicono invece che la traiettoria ormai imboccata a tutta velocità è per certi aspetti irreversibile. Uno studio uscito nell’ottobre del 2018 sulla PNAS ( Mammal diversity will take millions of years to recover from the current biodiversity crisis ) avverte che gli esseri umani hanno già spazzato via dalla faccia della Terra 2 milioni e mezzo di storia evolutiva, corrispondente a 300 specie di mammiferi. Se anche oggi traducessimo in politiche concrete misure di protezione severissime contro l’emorragia di estinzione, servirebbero ai mammiferi e alle altre forme di vita del Pianeta tra i 5 e i 7 milioni di anni per tornare a condizioni numeriche pre-umane. Per quanto riguarda il clima, l’anidride carbonica pompata in atmosfera negli ultimi 150 anni ha innescato effetti domino dall’esito imprevedibile, spingendo almeno 9 parametri ecologici e fisici al punto di non ritorno. Li ha elencati e discussi CARBONBRIEF. Tra questi 9: la trasformazione della foresta amazzonica in una savana, l’interruzione della AMOC (Atlantic Meridional Overturning Circulation, la circolazione di acque calde e fredde nel sistema Atlantico-Artico che produce il clima temperato di metà Europa occidentale); lo scioglimento del permafrost in Alaska e Siberia e il conseguente “biome shift”, cioè lo spostamento verso nord degli habitat di taiga e foresta boreale; l’alterazione del sistema monsonico dell’Africa Occidentale e quindi del Sahel. 

Per i pochi che usano informarsi sullo stato del Pianeta questo significa soltanto una cosa: una crescente, oscura angoscia. Non tanto il sentimento di impotenza personale, quanto piuttosto la consapevolezza di una perdita irreversibile che diventerà motivo di afflizione per tutte le generazioni dopo di noi. 

Si ripropone dunque anche a noi una domanda che ha tormentato per un secolo gli intellettuali russi dell’Ottocento: che fare? 

Un buon suggerimento, anzi, una lunga lista di buone intenzioni improntate a rara saggezza, proviene da Marc Bloch, uno dei più grandi storici del Novecento. Ha parlato di lui, incrociando, io credo, anche il nostro presente ecologico, Alessandro Barbero in una lectio magistralis di stupefacente freschezza disponibile su YouTube: Alessandro Barbero spiega Marc Bloch. 

Bloch intanto fu uomo di studio, di biblioteche e di campi di battaglia in egual misura. Decorato nella Prima Guerra Mondiale, combatté fino all’Armistizio anche nella Seconda, perché non si tirò mai indietro al richiamo della sua patria e dell’urgenza storica e infatti poi finì con coraggio a servire nella Resistenza. Decisione che gli costò la vita. Bloch, spiega Barbero, rivoluzionò la storiografia francese perché comprese, nelle trincee di fango, sangue e materiale cerebrale esploso dei suoi compagni, che “la storia non è fatta solo di grandi imprese, ma è fatta di tutto, non c’è nulla nella vita che non interessi ad uno storico”. Un metodo non troppo dissimile da quello di Charles Darwin. 

Nel 1929 Bloch fondò, insieme all’amico Lucien Febvre, la rivista Les Annales, che infatti prendeva in considerazione ambiti dell’esperienza umana mai prima considerati: la psicologia della testimonianza, la storia dei prezzi e dei salari, l’antropologia, per via dei riti e delle credenze religiose. E molto altro.

Barbero porta un esempio straordinario della mentalità di Bloch, che aveva capito quanto i dettagli apparentemente volgari, rozzi, insignificanti, polverosi siano invece gli indizi dei movimenti sotterranei di pensiero e materiali che, alla fine, producono gli eventi estremi e mastodontici, come ad esempio una guerra. Barbero racconta infatti come Marc Bloch, cattedratico della Sorbona, si fosse messo a studiare l’abitudine delle massaie francesi di preparare la marmellata al principio dell’autunno.

Ma perché tutte queste confetture? Perché lo zucchero nel 1935 costa poco. É sempre stato così? Certo che no, scopre Bloch. É così adesso, perché lo zucchero in commercio viene dalla barbabietola, e non dalla costosa canna da zucchero caraibica. Le barbabietole le seminiamo anche qui a casa nostra. Ai tempi delle nostre trisavole non ci si poteva permettere questo “rito borghese”. Ed ecco, allora, “una storia dimenticata della nostra storia di Francia”. 

Concentrati come siamo sulle statistiche roboanti del cambiamento climatico, sulla lettura macroscopica delle trasformazioni ecologiche in corso, prestiamo poca attenzione alle alterazioni funzionali che sono sotto i nostri occhi. Al fatto, ad esempio, che quest’anno non abbiamo avuto l’inverno. O alla fioritura anticipata dei ciliegi, durante il Carnevale. Eppure, nulla di ciò a cui siamo avvezzi, anche nella nostra dieta, è scontato o eterno: tutto, invece, è ormai entrato in una spirale di sottrazione, deperimento, scomparsa.

La marmellata di Bloch che racconta la storia di Francia è il confine su cui si infrange anche la ricerca di un consenso sui sacrifici necessari ad arginare il declino del Pianeta. Perché solo attraverso minuzie di questo genere, per lo più ignorate dal giornalismo ambientale da salotto, la catastrofe diventa finalmente tangibile ed evidente. Pensiamo a cosa accadrebbe se questa estate l’acqua venisse razionata e i parrucchieri dovessero tagliare il numero di pacchetti “sciampo e piega” per le loro clienti. O se un ridimensionamento della nostra disponibilità energetica imponesse a migliaia di massaie di rinunciare a stirare camice e lenzuola. Il fatto che una guerra non sia mai stata dichiarata o che non ci troviamo sotto bombardamenti nemici non significa che non siamo entrati da tempo in una condizione radicale. 

Bloch, tra le altre cose, quando si trovò al fronte durante l’invasione nazista in Francia, scrisse anche che la sua generazione scopriva troppo tardi quanto snob fosse stato il ritiro dorato degli anni precedenti. La comoda vita sprofondati in poltrona a comporre saggistica sofisticata in ottimo francese. Mentre la società civile franava su se stessa. Ogni individuo conta, quanto alla costruzione della comunità, scrisse Bloch. E anche qui abbiamo di che attingere sul nostro presente, non per sentirsi meno disperati, ma più partecipi di sicuro: sentirsi responsabili del nostro tempo è un dovere civile. 

Ecocidio e cronocidio nel pensiero di Emmanuel Dongala

IMG_6667 2

Il nostro Paese vive una contraddizione surreale. Pur essendo sulla rotta obbligata dei movimenti migratori dall’Africa sub-sahariana e tropicale verso le coste europee, continua a guardare alle genti africane con lo sguardo degli anni Sessanta. Fermate cento persone a caso e chiedete loro se hanno mai letto uno scrittore africano. Forse la maggior parte oserà rispondere che non sapeva neppure l’avesse, l’Africa, una letteratura degna di nota. E invece sì, l’ha eccome, e penso valga la pensa riflettere, parecchio, sul capolavoro di Emmanuel Dongala, L’uomo di vento, edizioni Epochè 2010.

Questo romanzo, che nel 1988 valse all’autore il prestigioso Grand Prix Littéraire d’Afrique Noir, riesce a tenere insieme tre discorsi: il colonialismo e le sue conseguenze sull’economia regionale delle nazioni africane, lo sfruttamento delle risorse naturali e quindi la crisi ecologica, e infine ciò che qui chiamerò cronocidio. Il cronocidio è la distruzione programmata del passato sotto forma di legame con gli antenati, identità culturale e relazione con gli ecosistemi di origine. In questo caso, con la foresta tropicale del Congo Brazzaville. Pur non affrontando direttamente la questione ambientale, Dongala riesce a porre in sequenza causa-effetto la visione economica coloniale e post-coloniale con la disintegrazione del passato comune, della eredità ancestrale che era, un tempo, il collante sociale delle popolazioni africane. 

Facendo questo, però, Dongala parla anche al cuore occidentale. A noi. Perché in questo libro è l’uomo bianco che fa fuori il suo stesso passato per riuscire nell’impresa di mettere a profitto il mondo intero, foreste, animali e persone. Nella costruzione di questo ordine economico rapace, è stato indispensabile, per l’uomo occidentale, disinnescare il simbolismo del passato, per consegnare intenzioni e volontà politiche alla sola edificazione di un presente di prosperità. Una delle caratteristiche più impressionanti del capitalismo moderno è infatti la liquidazione del passato. Nulla conta se non il vantaggio del presente. E Dongala sembra averlo compreso da uno scacchiere geografico lontano migliaia di chilometri dalle biblioteche delle grandi capitali europee. 

L’ecocidio presuppone quindi il cronocidio, cioè la negazione della relazione fondamentale che lega gli uomini al loro passato. Agli antenati, alla tradizione, e alla propria storia biologica, cioè alla filogenesi. Il capitalismo avanzato nega alle economie “in via di sviluppo” il loro, proprio passato, liquidando al contempo l’appartenenza umana alla parabola evolutiva del Pianeta. 

Prima di inoltrarci nei concetti di ecocidio e di cronocidio, voglio fare una premessa: Dongala non assolve gli Africani incolpando i soli Occidentali. Anzi, denuncia la complicità dei capi villaggio, la corruzione e la meschinità degli maggiorenti che per avidità aprirono le porte allo straniero. Si sente nel romanzo, quindi, una lontana eco del capolavoro di Romain Gary Le radici del cielo (Neri Pozza). La realtà non è tutta bianca e tutta nera, ed è per questo che è così disperata e intricata. Anzi, Dongala suggerisce qui che sono proprio le vittime a doversi prendere la responsabilità di quanto è accaduto, facendo dire al protagonista, Mandala Mankunku: “bisognerà fare tutto il possibile perché le generazioni future non pensino che tutto ciò sia accaduto solo per colpa degli stranieri. Non bisogna mai dimenticare, padre, la propria cupidigia e le proprie debolezze”. 

Direi che, visti i tempi che viviamo, potremmo anche aggiungere una glossa a questo ragionamento: dovremmo fare del nostro meglio per evitare che le prossime generazioni ignorino la nostra inerzia e indifferenza verso i cambiamenti ecologici e la catastrofe di estinzione. 

Vediamo allora cosa si intende per ecocidio.

L’ecocidio è “il danno esteso, la distruzione o la perdita di un ecosistema, o di più ecosistemi, di un dato territorio, o per deliberata azione umana o per altre ragioni, portato ad un punto tale da aver compromesso o compromettere seriamente in futuro il pacifico uso di quel territorio da parte dei suoi abitanti”. Questa è la definizione di ecocidio proposta da Polly Higgins, l’avvocato inglese che si è battuta fino alla sua prematura morte, a poco più di 50 anni, nel 2019, per l’inserimento di questo reato nello Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale dell’Aja. All’articolo 5 lo Statuto elenca le cinque tipologie di crimini “di rilevanza internazionale” che rientrano nella giurisdizione della Corte: genocidio, crimini contro l’umanità, crimini di guerra, crimini di aggressione. La Higgins e il suo gruppo premevano perché a questa lista venisse aggiunto il crimine di ecocidio. E questo perché “una legge di imputazione del crimine di ecocidio avrebbe una azione di deterrenza per gli investitori nei confronti di pratiche ecocidiarie e li metterebbe in guardia dal sottoscriverle. Persone con responsabilità decisionali di alto livello – i CEO e i ministri di governo – diventerebbero responsabili di ecocidio dal punto di vista personale e criminale, ad esempio avendo preso parte a pratiche ecocidiarie o avendo fornito i permessi per esse quando conoscevano o avrebbero dovuto conoscerne le conseguenze”, riporta STOPECOCIDE.EARTH. 

Il cronocidio, invece, è un sottoprodotto del capitalismo. È la presunzione che non esista un legame strutturante con il patrimonio culturale acquisito e che, quindi, economia e tecnologia possano espandersi in completa libertà ed autonomia, all’infinito, con il solo scopo di massimizzare il profitto del presente. Il cronocidio presuppone dunque di liberarsi dai vincoli della tradizione che definiscono anche i limiti di uso delle risorse – umane, animali, naturali – varcata la soglia dei quali gli effetti collaterali del loro impiego massivo superano i vantaggi ottenuti. Nella cultura del cronocidio il passato non ha più valore, a meno che non venga messo a reddito, come accade ad esempio con il patrimonio artistico, che non rappresenta più un contesto simbolico in cui riconoscersi e ritrovarsi, ma è diventato passatempo e turismo.  Ma la dismissione industriale del passato è all’opera anche sul Pianeta Terra, con i suoi ecosistemi e le sue faune. È da questo punto di vista che, credo, si possa impiegare la metafora stessa di Dongala e cioè “la morte degli Antenati”. 

Il vecchio Lukeni, il decano vecchio e saggio del villaggio (siamo nel Congo Brazzaville di inizio Novecento) dice a Mankunku: “la storia di un popolo non deve morire con coloro che l’hanno vissuta, dev’essere trasmessa di bocca in bocca, di memoria in memoria”. Per Mankunku la morte di Lukeni sarebbe una disgrazia irrecuperabile: “non possiamo perdere tutto quello che sa, un popolo non può vivere senza memoria”. E tuttavia, Mankunku è troppo giovane per non appartenere ad una epoca di mezzo, in cui la sua sete di conoscenza trova un terreno fertile nelle novità scientifiche e tecnologiche introdotte in Congo dai Francesi: “Non basta più essere gli anelli di trasmissione del sapere degli Antenati e nemmeno essere soltanto i depositari di un sapere stabilito per sempre”.

Lukeni sa che nelle parole di Mankunku c’è l’esigenza di una rottura, di una distruzione che non può tener buono il passato, se vuole affermarsi. In questa volontà di cambiamento (che Dongala non identifica con il progresso, ma con il desiderio umano di uscire dai propri confini) gli Antenati non possono più avere cittadinanza. Inutili, come gli sciamani dinanzi a un medico laureato in Medicina a Parigi: “il grande disegno che nei secoli abbiamo tracciato insieme noi e i nostri Antenati (…) sono vissuto fino ad oggi in una società il cui ideale era la propria perpetrazione. I nostri Antenati e noi stessi l’avevamo costruita così bene da aver paura di qualsiasi individuo che si discostasse dalle norme ammesse, perché il minimo falso movimento, il minimo elemento sottratto o aggiunto rischiava di far crollare l’intero edificio”. 

Le conseguenze della rottura con gli Antenati, in una civiltà in cui l’intero cosmo sociale si reggeva sulla linea di continuità spirituale e legislativa con le generazioni antiche, innesca degli effetti domino dirompenti. Il primo francese che arriva al villaggio e strappa al Capo la firma sulla concessione d’uso del suo regno festeggia sparando con un fucile inglese a decine di elefanti (oggi in Brazzaville e in Gabon gli elefanti si contano al lumicino). Arrivano i cash crops da esportazione (caucciù e palma da olio). E infatti “la foresta era diventata ostile perché non capiva quella sete di distruzione che li aveva improvvisamente invasi (…) celava sempre più accuratamente i frutti commestibili e la selvaggina. E loro ne avevano talmente paura da odiarla. La fiducia tra la foresta e gli uomini, che erano sempre vissuti in simbiosi materiale e spirituale, si era rotta: si escludevano mutualmente, gli uni erano diventati parassiti dell’altra e vice versa”. Oggi abbiamo studi scientifici in peer review su questi effetti ecologici sistemici, che si chiamano sindrome della foresta vuota e defaunazione. 

I colonizzatori francesi avevano smesso già da un pezzo, in patria, di credere negli Antenati. La rivoluzione industriale, in senso strettamente marxista, ha imposto una agenda di lavoro che esclude la devozione per il passato in quanto ostacolo all’efficienza produttiva. Il fatto che ogni oggetto sia replicabile in serie, in catena di montaggio, priva qualunque manufatto delle sua unicità estetica e simbolica. La creazione artigianale, artistica  e intellettuale non potrà più invecchiare e scivolare nel passato come punto di riferimento per il futuro; potrà solo eclissarsi, surclassata dal nuovo. I colonizzatori francesi hanno imparato fino in fondo, insieme ai loro amici europei delle nazioni europee, la lezione fondamentale dell’Illuminismo Settecentesco: la trionfale parabola umana è progresso. 

Senza cronocidio, il progresso è impossibile, ma anche impensabile. Ma “nella savana senz’anima abbandonata dal respiro degli Antenati urlano le trombe”, come ha scritto il poeta senegalese Birago Diop. Uccidere il passato consente di aprire le porte ad una era di conquiste (la medicina, la ferrovia, la fine delle uccisioni rituali, ad esempio dei neonati gemelli o albini, l’astronomia, la chimica), ma riduce l’esperienza del mondo di ciascun essere vivente al suo sfruttamento economico e politico. 

Potremmo quindi, tenendo buona la definizione di ecocidio, così ridefinire il cronocidio: “la perdita di un orizzonte culturale normativo, in una data cultura, che determina il progressivo assottigliamento della nozione di limite per deliberata azione umana nei processi di uso delle risorse, animali e umane, sino al punto da compromettere le condizioni di esistenza psicologiche, emotive e civili della comunità che ne soffre”. 

È il nipote del vecchio Lukeni, laureato in chimica industriale negli Stati Uniti, che dice nel modo più limpido possibile dove la liquidazione del “mondo degli Antenati” abbia condotto bianchi europei e neri africani: “Prima della colonizzazione, tu e tutti quelli della tua generazione vivevate in un mondo chiuso, un sistema chiuso dove gli scambi con l’esterno erano controllabili e reversibili. Allora era semplice tenere il mondo sotto controllo. Dopo l’arrivo della colonizzazione, il sistema è diventato incontrollabilmente aperto, ogni cosa tende naturalmente verso un disordine più grande. Non si può più distinguere facilmente causa ed effetto. In questo senso tu hai ragione, le cose sono più complicate di prima, gli Antenati e il loro mondo equilibrato non hanno più posto”. 

La lobby delle rinnovabili mette sotto accusa Jonathan Franzen

jonathan-franzen-libro-635x635

Datemi del pessimista o dell’umanista, ma non mi pare che la natura dell’uomo sia mai fondamentalmente cambiata. Questa è la frase con cui Jonathan Franzen si è guadagnato un processo nel tribunale per intellettuali che osano dire la verità sulla catastrofe ambientale. Un tribunale che non è di destra, non è repubblicano, e non è neppure sovvenzionato dalla lobby dei combustibili fossili: è un tribunale organizzato dagli stessi sostenitori della economia verde, circolare, Green New Deal. E la formulazione dell’accusa proviene da uno dei massimi giornali europei, per la qualità del giornalismo, e cioè il tedesco DER SPIEGEL. 

Lo SPIEGEL si scaglia contro Franzen in un articolo uscito qualche giorno fa nella sua edizione on line (Gefaerliches schwarz-weiss Denken). L’autore, Stefan Rahmstorf, commenta un contributo che Franzen scrisse l’anno scorso per il NEW YORKER, e ora tradotto anche in tedesco, What if we stopped pretending climate change can be stopped?. 

Le polemiche sulle idee di Franzen non ci riguarderebbero, o per lo meno sarebbero di esclusivo interesse degli appassionati di buona letteratura non fiction (che ormai racconta la fine dell’Età dei Mammiferi, la distruzione dell’equilibrio climatico terrestre e l’angoscia esistenzialista che ne deriva), se non fosse che tentare di demolire Franzen rivela le intenzioni, sconclusionate e inefficaci, della lobby verde. E quindi dei giochi in corso a Bruxelles per convincere l’opinione pubblica che il Green New Deal è un miracolo e ci trarrà d’impaccio salvando il clima e disinnescando la bomba del populismo neofascista. 

Secondo Rahmstorf, Jonathan Franzen è poco informato sui dati dello IPCC, ne cita a casaccio, perché “ama le frasi ad effetto. La guerra al cambiamento climatico si vince o si perde con le argomentazioni, secondo lui. E tuttavia, nella realtà dei fatti, si tratta di limitare i danni e di assicurare un futuro possibilmente buono e minimamente accettabile per i nostri figli e nipoti”. Le mancanze di Franzen dipenderebbero dalla sua impostazione ideologica di fondo, e cioè che “la protezione del clima è in contrapposizione con la protezione della natura”. 

Il motivo dell’attacco alle posizioni ambientaliste di Franzen è chiarissimo quando Rahmstorf ricorda ai lettori che nel 2019 in Europa per la prima volta l’energia elettrica prodotta della rinnovabili è stata maggiore di quella prodotta dal carbone. Non un cenno, tuttavia, al fatto che, anche se miglioriamo sulle rinnovabili, la domanda di energia è in continuo aumento, stando ai dati della IEA (International Energy Agency) su percentuali del 2017-2018: “La domanda di energia nel mondo è cresciuta del 2.3% l’anno scorso, l’incremento più rapido di questa decade, una performance eccezionale sostenuta da una robusta economica globale e da necessità più consistenti di riscaldamento e refrigerazione in alcune regioni”.

Purtroppo, Stefan Rahmstorf mostra o di non aver letto con attenzione Franzen o di averlo maliziosamente male interpretato. A scopo politico. Per Rahmstorf, infatti, nell’ultimo summit di Davos la finanza internazionale si sarebbe riconosciuta nelle preoccupazioni dei Fridays for Future e avrebbe compreso, in tutta coscienza, che è suonato il rintocco della mezzanotte ed è ora di spiegare le vele verde smeraldo del futuro. 

Ma a questo punto della faccenda (con il mese di gennaio più caldo di sempre alle spalle e + 20 gradi Celsius in Antartide) la questione politica non è affatto se e come ridurre drasticamente le nostre emissioni serra. Il dilemma culturale consiste piuttosto nel trovare il modo di convincere l’opinione pubblica, e cioè la base delle democrazie rappresentative occidentali, ad accordare il necessario consenso alle misure draconiane previste dagli scenari climatici formulati dall’IPCC. 

È di questo che discute, con estremo acume, Jonathan Franzen, riferendosi a dati in peer review e non, come insinua lo SPIEGEL, a percentuali fittizie e inesatte: “Benché le azioni di un singolo individuo abbiano zero effetto sul clima, questo non significa che siano prive di significato. Ognuno di noi deve compiere una scelta etica (…) Si può andare avanti a sperare che la catastrofe sia preventivabile e sentirsi sempre più frustrati o arrabbiati per la mancanza di azione del mondo. Oppure, possiamo accettare il disastro ormai incombente e riformulare il significato della speranza”. 

Che cosa c’è di così pericoloso in queste affermazioni? Nulla. Se non la denuncia, del tutto sensata, che “salvare il Pianeta” era uno slogan verde del 1988, che forse oggi non ha più la stessa consistenza logica o pragmatica. Certo che teoricamente possiamo ridurre le emissioni, ricorda Franzen, ma nessuno ha davvero intenzione di ridurle. E questa verità imbarazza i propugnatori del partito dell’ottimismo verde. È probabile che il bisogno psicologico di continuare a credere in una svolta sostenibile, o come volete chiamarla, sia una esigenza emotiva più che un concreto esame di realtà sullo stato del Pianeta. 

Ma sono queste le riflessioni di Franzen che sottoscrivo pienamente e che penso farebbero bene ad ascoltare i profeti delle rinnovabili: “Gli attivisti mi ricordano i leader religiosi che temono che, senza la promessa della salvezza eterna, le persone sarebbero meno motivate a comportarsi bene. Nella mia esperienza, i non credenti non amano ciò che li circonda meno dei credenti. Ed è per questo che mi chiedo che cosa succederebbe se, invece di negare la realtà, cominciassimo a dirci la verità”.

E dunque: “In tempi di crescente caos, la gente cerca protezione nel tribalismo e nelle forze armate piuttosto che nel ruolo della legge e la nostra migliore difesa contro questo tipo di distopia è mantenere le nostre democrazie funzionanti, e far funzionare il sistema legale, e le comunità. Da questo punto di vista, ogni intenzione orientata verso una società più giusta e civile può essere considerata azione ricca di senso a favore del clima (climate action). Assicurare che le elezioni siano trasparenti è azione a favore del clima. Combattere le estreme diseguaglianze economiche è azione climatica. Sostenere la stampa libera e indipendente è azione a favore del clima”. 

PS la traduzione dei passaggi dal testo originale in inglese è mia.

SE SEI ARRIVATO FIN QUI: è disponibile su Apple podcast e Spotify la prima puntata del podcast di Tracking Extinction. Il podcast per persone coraggiose che vogliono capire come l’estinzione della biodiversità modifica e condiziona la loro vita di tutti i giorni. 

Negare la complessità della crisi ecologica è una minaccia globale, sostiene il nuovo rapporto di FutureEarth

IMG_2708

Le minacce alla sopravvivenza del Pianeta sono tutte correlate e possono essere riassunte in 5 macro aree di rischio. Questa la conclusione a cui è arrivato il primo rapporto onnicomprensivo sullo stato del Pianeta, e delle società umane, di questo 2020, firmato da FutureEarth, un network di scienziati e istituti di ricerca tra i migliori nel definire scenari ecologici. Hanno collaborato a questa edizione – Our Future on Earth – 222 top scientist di 52 Paesi. 

Esattamente come fu per il rapporto Ipbes del maggio 2019, anche questo vastissimo studio punta su un concetto finora sottovalutato nella informazione mainstream, e cioè la interconnessione tra aspetti diversi della crisi globale: il fallimento nella implementazione di politiche reali ed efficaci sui cambiamenti climatici, gli eventi meteorologici estremi (come l’ondata di calore a oltre 40 Celsius che ha colpito l’Europa continentale nel luglio del 2019), il collasso della biodiversità globale e degli ecosistemi, la disponibilità di acqua potabile (stress idrico) e la disponibilità di cibo (che comprende la nostra capacità di produrlo, il cibo, sotto la pressione di pattern climatici alterati), e infine l’emergere del populismo di destra.

Secondo gli autori, è fondamentale che l’opinione pubblica comprenda che tutti questi aspetti della nostra realtà ecologica del XXI secolo hanno un equivalente sociale sempre più visibile anche per chi abbia scelto di non informarsi sullo stato di salute del Pianeta Terra: “l’erosione della fiducia e dei valori condivisi da una società; il deterioramento delle infrastrutture sociali; la diseguaglianza, che è in crescita; l’intensificarsi del nazionalismo politico; la sovrappopolazione; il declino della salute mentale”. L’aspetto più preoccupante di tutto questo è tuttavia il rifiuto delle forze politiche e di parte del mondo scientifico di farsi carico dei problemi sul tavolo adottando una visione complessiva delle crisi in atto: “Nonostante le connessioni tra questi aspetti siano ubique, molti scienziati e politici lavorano in istituzioni che sono abituate a pensare e ad agire su singoli indici di rischio isolati, uno per volta. Questo atteggiamento deve cambiare, bisogna cominciare a pensare ai rischi uno correlato all’altro”. 

Non è dunque solo il populismo di destra a coltivare ciò che Our Future on Earth definisce “il negazionismo della complessità”: dopo decenni di impostazione ingegneristica nella descrizione e nella analisi della catastrofe ecologica ci troviamo, vien da dire, finalmente, nella condizione di ammettere che senza un approccio antropologico non saremo in grado di approntare neppure una delle misure indispensabili per affrontare il duro futuro che ci attende. Per tradurre in azione obiettivi veri di sostenibilità economica è infatti indispensabile un radicale cambiamento di mentalità nel tessuto stesso delle società civili, cambiamento che dovrà intaccare abitudini consolidate, priorità esistenziali e progetti personali. 

Ma è molto importante comprendere che ci troviamo all’interno di un esperimento biologico globale del tutto inedito. E questo aumenta esponenzialmente il rischio potenziale. 

Se osserviamo i processi di estinzione, le attività umane hanno prodotto effetti domino le cui conseguenze finali, sono ancora sconosciute: “Per fare un esempio, quando l’umanità cambia i suoi schemi di consumo, differenti porzioni di terra vengono convertiti all’agricoltura e differenti rotte commerciali vengono stabilite sui mari. Le politiche governative intendono procedere in una direzione, sostenendo magari la produzione agricola, e finiscono con il nuocere alla biodiversità. Questi fattori di cambiamento non agiscono in maniera isolata: interagiscono l’uno con l’altro e l’impatto di questi fattori combinati è spesso più grande della semplice somma delle parti. In parte a causa di questa complessità, non è semplice predire come gli ecosistemi cambieranno in risposta a fattori del tipo del cambiamento climatico. I modelli attuali che prevedono alterazioni su larga scala agli schemi vegetazionali presenti oggi, come l’espansione delle foreste boreali dentro la tundra Artica, non possono però predire i cambiamenti nella composizione delle specie nelle comunità di piante e alberi, su una scala più ridotta. Su scala locale, infatti, altre cose sono più importanti, come il tipo di suolo e la presenza o la assenza di erbivori e impollinatori”. 

A questo va a sommarsi un’altra questione molto dibattuta: che cosa succederà alle specie native di ogni singolo habitat, per quanto degradato o già in parte modificato dalla presenza di agricoltura intensiva, industrie, impianti di diffusione e produzione di energia? Queste specie saranno soppiantate dalle specie invasive appartenenti però allo stesso scacchiere geografico, cioè da quelle specie che sono già in movimento verso nord a causa dell’aumento delle temperature? Oppure saranno queste specie, i nuovi “profughi” del mondo animale, a venire eliminati dai legislatori perché entreranno in competizione con specie più utili dal punto di vista economico? O meglio tollerate dai cittadini?

Abbiamo davanti un anno di impegno scientifico notevole. Il tentativo di fronteggiare l’emorragia di biodiversità sta infatti dando carburante ad un intenso lavoro giuridico, che ha lo scopo di fissare i limiti di uso del Pianeta all’interno di una diversa consapevolezza del disastro in corso. 

Entro quest’anno aspettiamo dalla CBD (Convention on Biological Diversity) la revisione degli Obiettivi di Aichi (fissati nel lontano 2010) che avrà luogo il prossimo autunno a Kunming, Cina, un nuovo trattato globale per la protezione delle specie animali. Il Global Deal for Nature, annunciato su SCIENCE ad aprile del 2019, si prefigge di riconsegnare allo stato naturale il 50% delle terre degradate e degli oceani iper-sfruttati entro il 2050. 

Entro il 2020 le Nazioni Unite dovrebbero definire una nuova cornice giudica che regolamenti anche l’uso degli oceani oltre le giurisdizioni nazionali. Tre miliardi di persone dipendono dagli ecosistemi marini come primaria fonte di proteine. E l’inquinamento, i commerci via nave, il prelievo eccessivo dagli stock ittici sono quasi raddoppiati negli ultimi 10 anni.

Rimane come sempre aperta la domanda di tutte le domande: come conciliare una protezione maggiore del Pianeta (tradotto: lasciare agli altri esseri viventi una porzione di mondo tutta per loro) con una demografia umana in continua crescita?

SE SEI ARRIVATO FIN QUI – ti ricordo che Tracking Extinction è anche su Apple Podcast e Spotify.

 

Ecco perché non abbiamo mai tempo per leggere un giornale

IMG_6585

Non ho tempo. Questa è la scusa che la maggior parte delle persone adduce per giustificare la propria ignoranza sul destino del Pianeta, della atmosfera satura di CO2 e della specie animali. Non ho neppure dieci minuti al giorno per leggere un solo articolo di giornale. Una auto-assoluzione così perentoria da liquidare in mezzo secondo il peso specifico che la parola “tempo” porta con sé. Il tempo è la risorsa più deperibile di tutte quelle, naturali e artificiali, che abbiamo a disposizione ed è per questo che è, inevitabilmente, un concetto filosofico della modernità. Il tempo dà forma all’esistenza, ma l’esistenza stessa è il prodotto del tempo: ogni essere vivente proviene da una lunghissima evoluzione ed è nel tempo profondo (il tempo paleontologico) che trovano un significato i suoi geni e la sua storia. Noi siamo il tempo perché è il tempo la radice fondamentale del nostro essere su questo Pianeta, come intuì Heidegger. 

Questo ci riporta al fatto che, affermando di non avere abbastanza tempo per dedicarci ad un minimo di informazione sul cambiamento climatico e sulla sesta estinzione, non stiamo parlando tanto della nostra agenda, quanto piuttosto della nostra esistenza. Stiamo cioè parlando del fatto che il nostro esistere è maciullato da impegni decisi all’esterno, da burocrazie e compiti di ufficio. L’esistenza ci sfugge di mano e quindi non abbiamo attenzione per le condizioni biologiche del Pianeta. 

La malattia non è la mancanza di tempo, ma il nostro vuoto interiore.

Una prospettiva molto più terrificante della generica ammissione di colpa sull’interesse pari allo zero per genette (finite nei ristoranti gourmand cinesi) e ghepardi (presto allevati in batteria in Sudafrica), giusto per fare un paio di esempi freschi di cronaca. La verità intima del cittadino tipo che se ne frega del giornalismo ambientale è piuttosto questa: il sentimento consolidato, ma impregnato di comfort, che la propria vita sia governata da altri e che i propri progetti siano stati abbandonati per forza di un destino già segnato. 

Una sorta di: non vivo e quindi me ne frego.

La crisi del tempo che manca è una crisi esistenziale ed è da questa crisi esistenziale di massa che vien fuori l’indifferenza per il collasso della biodiversità della Terra. È cioè impossibile sviluppare, e soprattutto nutrire, una responsabilità ecologica senza una matura riflessione sul modo in cui si vive il proprio tempo. Unico e irripetibile.

Mi pare che di questo discuta con grande lucidità un libro che non c’entra nulla, almeno superficialmente, con la catastrofe ambientale, e che però ha moltissimo da dire proprio agli indecisi, gli ignavi, i codardi, gli apatici, gli Oblomov e i pigri che ancora ignorano che viviamo in una epoca analoga a quella della fine dei dinosauri. Solo che stavolta ci sono di mezzo mammiferi, anfibi, insetti e uccelli. Questo libro è “Riconquista il tuo tempo” (Rizzoli) di Andrea Giuliodori, autore e anima di un blog di crescita personale a 7 cifre di visitatori all’anno, efficacemente.com.

“Se da un lato lo scorrere del tempo si caratterizza per la sua inevitabilità, è altrettanto vero che il tempo è la risorsa più democratica che abbiamo. Io, te e l’uomo più ricco e potente della terra avremo sempre e comunque giornate della stessa durata. (…) Ho capito infatti che se non volevo rinunciare ai miei sogni dovevo innanzitutto iniziare a spendere diversamente il mio tempo, ma soprattutto dovevo trovare il modo di riconquistarlo il mio tempo”, scrive Giuliodori.

Ritrovare il proprio tempo, cosa vuole dire ? Vuole dire essere consapevoli del proprio tempo, di quanto ne abbiamo a disposizione. Impegnarlo su un progetto vero, personale, forte, sensato e ambizioso. Ma vuol dire anche, a mio parere, vivere come cittadini del tempo, cioè come cittadini della propria epoca storica. Stare dentro il tempo permette di recuperare la possibilità di fare qualcosa della propria vita e di farlo in modo coerente con la stagione della storia umana in cui ci è capitato di nascere.