Mese: febbraio 2020

La lobby delle rinnovabili mette sotto accusa Jonathan Franzen

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Datemi del pessimista o dell’umanista, ma non mi pare che la natura dell’uomo sia mai fondamentalmente cambiata. Questa è la frase con cui Jonathan Franzen si è guadagnato un processo nel tribunale per intellettuali che osano dire la verità sulla catastrofe ambientale. Un tribunale che non è di destra, non è repubblicano, e non è neppure sovvenzionato dalla lobby dei combustibili fossili: è un tribunale organizzato dagli stessi sostenitori della economia verde, circolare, Green New Deal. E la formulazione dell’accusa proviene da uno dei massimi giornali europei, per la qualità del giornalismo, e cioè il tedesco DER SPIEGEL. 

Lo SPIEGEL si scaglia contro Franzen in un articolo uscito qualche giorno fa nella sua edizione on line (Gefaerliches schwarz-weiss Denken). L’autore, Stefan Rahmstorf, commenta un contributo che Franzen scrisse l’anno scorso per il NEW YORKER, e ora tradotto anche in tedesco, What if we stopped pretending climate change can be stopped?. 

Le polemiche sulle idee di Franzen non ci riguarderebbero, o per lo meno sarebbero di esclusivo interesse degli appassionati di buona letteratura non fiction (che ormai racconta la fine dell’Età dei Mammiferi, la distruzione dell’equilibrio climatico terrestre e l’angoscia esistenzialista che ne deriva), se non fosse che tentare di demolire Franzen rivela le intenzioni, sconclusionate e inefficaci, della lobby verde. E quindi dei giochi in corso a Bruxelles per convincere l’opinione pubblica che il Green New Deal è un miracolo e ci trarrà d’impaccio salvando il clima e disinnescando la bomba del populismo neofascista. 

Secondo Rahmstorf, Jonathan Franzen è poco informato sui dati dello IPCC, ne cita a casaccio, perché “ama le frasi ad effetto. La guerra al cambiamento climatico si vince o si perde con le argomentazioni, secondo lui. E tuttavia, nella realtà dei fatti, si tratta di limitare i danni e di assicurare un futuro possibilmente buono e minimamente accettabile per i nostri figli e nipoti”. Le mancanze di Franzen dipenderebbero dalla sua impostazione ideologica di fondo, e cioè che “la protezione del clima è in contrapposizione con la protezione della natura”. 

Il motivo dell’attacco alle posizioni ambientaliste di Franzen è chiarissimo quando Rahmstorf ricorda ai lettori che nel 2019 in Europa per la prima volta l’energia elettrica prodotta della rinnovabili è stata maggiore di quella prodotta dal carbone. Non un cenno, tuttavia, al fatto che, anche se miglioriamo sulle rinnovabili, la domanda di energia è in continuo aumento, stando ai dati della IEA (International Energy Agency) su percentuali del 2017-2018: “La domanda di energia nel mondo è cresciuta del 2.3% l’anno scorso, l’incremento più rapido di questa decade, una performance eccezionale sostenuta da una robusta economica globale e da necessità più consistenti di riscaldamento e refrigerazione in alcune regioni”.

Purtroppo, Stefan Rahmstorf mostra o di non aver letto con attenzione Franzen o di averlo maliziosamente male interpretato. A scopo politico. Per Rahmstorf, infatti, nell’ultimo summit di Davos la finanza internazionale si sarebbe riconosciuta nelle preoccupazioni dei Fridays for Future e avrebbe compreso, in tutta coscienza, che è suonato il rintocco della mezzanotte ed è ora di spiegare le vele verde smeraldo del futuro. 

Ma a questo punto della faccenda (con il mese di gennaio più caldo di sempre alle spalle e + 20 gradi Celsius in Antartide) la questione politica non è affatto se e come ridurre drasticamente le nostre emissioni serra. Il dilemma culturale consiste piuttosto nel trovare il modo di convincere l’opinione pubblica, e cioè la base delle democrazie rappresentative occidentali, ad accordare il necessario consenso alle misure draconiane previste dagli scenari climatici formulati dall’IPCC. 

È di questo che discute, con estremo acume, Jonathan Franzen, riferendosi a dati in peer review e non, come insinua lo SPIEGEL, a percentuali fittizie e inesatte: “Benché le azioni di un singolo individuo abbiano zero effetto sul clima, questo non significa che siano prive di significato. Ognuno di noi deve compiere una scelta etica (…) Si può andare avanti a sperare che la catastrofe sia preventivabile e sentirsi sempre più frustrati o arrabbiati per la mancanza di azione del mondo. Oppure, possiamo accettare il disastro ormai incombente e riformulare il significato della speranza”. 

Che cosa c’è di così pericoloso in queste affermazioni? Nulla. Se non la denuncia, del tutto sensata, che “salvare il Pianeta” era uno slogan verde del 1988, che forse oggi non ha più la stessa consistenza logica o pragmatica. Certo che teoricamente possiamo ridurre le emissioni, ricorda Franzen, ma nessuno ha davvero intenzione di ridurle. E questa verità imbarazza i propugnatori del partito dell’ottimismo verde. È probabile che il bisogno psicologico di continuare a credere in una svolta sostenibile, o come volete chiamarla, sia una esigenza emotiva più che un concreto esame di realtà sullo stato del Pianeta. 

Ma sono queste le riflessioni di Franzen che sottoscrivo pienamente e che penso farebbero bene ad ascoltare i profeti delle rinnovabili: “Gli attivisti mi ricordano i leader religiosi che temono che, senza la promessa della salvezza eterna, le persone sarebbero meno motivate a comportarsi bene. Nella mia esperienza, i non credenti non amano ciò che li circonda meno dei credenti. Ed è per questo che mi chiedo che cosa succederebbe se, invece di negare la realtà, cominciassimo a dirci la verità”.

E dunque: “In tempi di crescente caos, la gente cerca protezione nel tribalismo e nelle forze armate piuttosto che nel ruolo della legge e la nostra migliore difesa contro questo tipo di distopia è mantenere le nostre democrazie funzionanti, e far funzionare il sistema legale, e le comunità. Da questo punto di vista, ogni intenzione orientata verso una società più giusta e civile può essere considerata azione ricca di senso a favore del clima (climate action). Assicurare che le elezioni siano trasparenti è azione a favore del clima. Combattere le estreme diseguaglianze economiche è azione climatica. Sostenere la stampa libera e indipendente è azione a favore del clima”. 

PS la traduzione dei passaggi dal testo originale in inglese è mia.

SE SEI ARRIVATO FIN QUI: è disponibile su Apple podcast e Spotify la prima puntata del podcast di Tracking Extinction. Il podcast per persone coraggiose che vogliono capire come l’estinzione della biodiversità modifica e condiziona la loro vita di tutti i giorni. 

Negare la complessità della crisi ecologica è una minaccia globale, sostiene il nuovo rapporto di FutureEarth

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Le minacce alla sopravvivenza del Pianeta sono tutte correlate e possono essere riassunte in 5 macro aree di rischio. Questa la conclusione a cui è arrivato il primo rapporto onnicomprensivo sullo stato del Pianeta, e delle società umane, di questo 2020, firmato da FutureEarth, un network di scienziati e istituti di ricerca tra i migliori nel definire scenari ecologici. Hanno collaborato a questa edizione – Our Future on Earth – 222 top scientist di 52 Paesi. 

Esattamente come fu per il rapporto Ipbes del maggio 2019, anche questo vastissimo studio punta su un concetto finora sottovalutato nella informazione mainstream, e cioè la interconnessione tra aspetti diversi della crisi globale: il fallimento nella implementazione di politiche reali ed efficaci sui cambiamenti climatici, gli eventi meteorologici estremi (come l’ondata di calore a oltre 40 Celsius che ha colpito l’Europa continentale nel luglio del 2019), il collasso della biodiversità globale e degli ecosistemi, la disponibilità di acqua potabile (stress idrico) e la disponibilità di cibo (che comprende la nostra capacità di produrlo, il cibo, sotto la pressione di pattern climatici alterati), e infine l’emergere del populismo di destra.

Secondo gli autori, è fondamentale che l’opinione pubblica comprenda che tutti questi aspetti della nostra realtà ecologica del XXI secolo hanno un equivalente sociale sempre più visibile anche per chi abbia scelto di non informarsi sullo stato di salute del Pianeta Terra: “l’erosione della fiducia e dei valori condivisi da una società; il deterioramento delle infrastrutture sociali; la diseguaglianza, che è in crescita; l’intensificarsi del nazionalismo politico; la sovrappopolazione; il declino della salute mentale”. L’aspetto più preoccupante di tutto questo è tuttavia il rifiuto delle forze politiche e di parte del mondo scientifico di farsi carico dei problemi sul tavolo adottando una visione complessiva delle crisi in atto: “Nonostante le connessioni tra questi aspetti siano ubique, molti scienziati e politici lavorano in istituzioni che sono abituate a pensare e ad agire su singoli indici di rischio isolati, uno per volta. Questo atteggiamento deve cambiare, bisogna cominciare a pensare ai rischi uno correlato all’altro”. 

Non è dunque solo il populismo di destra a coltivare ciò che Our Future on Earth definisce “il negazionismo della complessità”: dopo decenni di impostazione ingegneristica nella descrizione e nella analisi della catastrofe ecologica ci troviamo, vien da dire, finalmente, nella condizione di ammettere che senza un approccio antropologico non saremo in grado di approntare neppure una delle misure indispensabili per affrontare il duro futuro che ci attende. Per tradurre in azione obiettivi veri di sostenibilità economica è infatti indispensabile un radicale cambiamento di mentalità nel tessuto stesso delle società civili, cambiamento che dovrà intaccare abitudini consolidate, priorità esistenziali e progetti personali. 

Ma è molto importante comprendere che ci troviamo all’interno di un esperimento biologico globale del tutto inedito. E questo aumenta esponenzialmente il rischio potenziale. 

Se osserviamo i processi di estinzione, le attività umane hanno prodotto effetti domino le cui conseguenze finali, sono ancora sconosciute: “Per fare un esempio, quando l’umanità cambia i suoi schemi di consumo, differenti porzioni di terra vengono convertiti all’agricoltura e differenti rotte commerciali vengono stabilite sui mari. Le politiche governative intendono procedere in una direzione, sostenendo magari la produzione agricola, e finiscono con il nuocere alla biodiversità. Questi fattori di cambiamento non agiscono in maniera isolata: interagiscono l’uno con l’altro e l’impatto di questi fattori combinati è spesso più grande della semplice somma delle parti. In parte a causa di questa complessità, non è semplice predire come gli ecosistemi cambieranno in risposta a fattori del tipo del cambiamento climatico. I modelli attuali che prevedono alterazioni su larga scala agli schemi vegetazionali presenti oggi, come l’espansione delle foreste boreali dentro la tundra Artica, non possono però predire i cambiamenti nella composizione delle specie nelle comunità di piante e alberi, su una scala più ridotta. Su scala locale, infatti, altre cose sono più importanti, come il tipo di suolo e la presenza o la assenza di erbivori e impollinatori”. 

A questo va a sommarsi un’altra questione molto dibattuta: che cosa succederà alle specie native di ogni singolo habitat, per quanto degradato o già in parte modificato dalla presenza di agricoltura intensiva, industrie, impianti di diffusione e produzione di energia? Queste specie saranno soppiantate dalle specie invasive appartenenti però allo stesso scacchiere geografico, cioè da quelle specie che sono già in movimento verso nord a causa dell’aumento delle temperature? Oppure saranno queste specie, i nuovi “profughi” del mondo animale, a venire eliminati dai legislatori perché entreranno in competizione con specie più utili dal punto di vista economico? O meglio tollerate dai cittadini?

Abbiamo davanti un anno di impegno scientifico notevole. Il tentativo di fronteggiare l’emorragia di biodiversità sta infatti dando carburante ad un intenso lavoro giuridico, che ha lo scopo di fissare i limiti di uso del Pianeta all’interno di una diversa consapevolezza del disastro in corso. 

Entro quest’anno aspettiamo dalla CBD (Convention on Biological Diversity) la revisione degli Obiettivi di Aichi (fissati nel lontano 2010) che avrà luogo il prossimo autunno a Kunming, Cina, un nuovo trattato globale per la protezione delle specie animali. Il Global Deal for Nature, annunciato su SCIENCE ad aprile del 2019, si prefigge di riconsegnare allo stato naturale il 50% delle terre degradate e degli oceani iper-sfruttati entro il 2050. 

Entro il 2020 le Nazioni Unite dovrebbero definire una nuova cornice giudica che regolamenti anche l’uso degli oceani oltre le giurisdizioni nazionali. Tre miliardi di persone dipendono dagli ecosistemi marini come primaria fonte di proteine. E l’inquinamento, i commerci via nave, il prelievo eccessivo dagli stock ittici sono quasi raddoppiati negli ultimi 10 anni.

Rimane come sempre aperta la domanda di tutte le domande: come conciliare una protezione maggiore del Pianeta (tradotto: lasciare agli altri esseri viventi una porzione di mondo tutta per loro) con una demografia umana in continua crescita?

SE SEI ARRIVATO FIN QUI – ti ricordo che Tracking Extinction è anche su Apple Podcast e Spotify.

 

Ecco perché non abbiamo mai tempo per leggere un giornale

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Non ho tempo. Questa è la scusa che la maggior parte delle persone adduce per giustificare la propria ignoranza sul destino del Pianeta, della atmosfera satura di CO2 e della specie animali. Non ho neppure dieci minuti al giorno per leggere un solo articolo di giornale. Una auto-assoluzione così perentoria da liquidare in mezzo secondo il peso specifico che la parola “tempo” porta con sé. Il tempo è la risorsa più deperibile di tutte quelle, naturali e artificiali, che abbiamo a disposizione ed è per questo che è, inevitabilmente, un concetto filosofico della modernità. Il tempo dà forma all’esistenza, ma l’esistenza stessa è il prodotto del tempo: ogni essere vivente proviene da una lunghissima evoluzione ed è nel tempo profondo (il tempo paleontologico) che trovano un significato i suoi geni e la sua storia. Noi siamo il tempo perché è il tempo la radice fondamentale del nostro essere su questo Pianeta, come intuì Heidegger. 

Questo ci riporta al fatto che, affermando di non avere abbastanza tempo per dedicarci ad un minimo di informazione sul cambiamento climatico e sulla sesta estinzione, non stiamo parlando tanto della nostra agenda, quanto piuttosto della nostra esistenza. Stiamo cioè parlando del fatto che il nostro esistere è maciullato da impegni decisi all’esterno, da burocrazie e compiti di ufficio. L’esistenza ci sfugge di mano e quindi non abbiamo attenzione per le condizioni biologiche del Pianeta. 

La malattia non è la mancanza di tempo, ma il nostro vuoto interiore.

Una prospettiva molto più terrificante della generica ammissione di colpa sull’interesse pari allo zero per genette (finite nei ristoranti gourmand cinesi) e ghepardi (presto allevati in batteria in Sudafrica), giusto per fare un paio di esempi freschi di cronaca. La verità intima del cittadino tipo che se ne frega del giornalismo ambientale è piuttosto questa: il sentimento consolidato, ma impregnato di comfort, che la propria vita sia governata da altri e che i propri progetti siano stati abbandonati per forza di un destino già segnato. 

Una sorta di: non vivo e quindi me ne frego.

La crisi del tempo che manca è una crisi esistenziale ed è da questa crisi esistenziale di massa che vien fuori l’indifferenza per il collasso della biodiversità della Terra. È cioè impossibile sviluppare, e soprattutto nutrire, una responsabilità ecologica senza una matura riflessione sul modo in cui si vive il proprio tempo. Unico e irripetibile.

Mi pare che di questo discuta con grande lucidità un libro che non c’entra nulla, almeno superficialmente, con la catastrofe ambientale, e che però ha moltissimo da dire proprio agli indecisi, gli ignavi, i codardi, gli apatici, gli Oblomov e i pigri che ancora ignorano che viviamo in una epoca analoga a quella della fine dei dinosauri. Solo che stavolta ci sono di mezzo mammiferi, anfibi, insetti e uccelli. Questo libro è “Riconquista il tuo tempo” (Rizzoli) di Andrea Giuliodori, autore e anima di un blog di crescita personale a 7 cifre di visitatori all’anno, efficacemente.com.

“Se da un lato lo scorrere del tempo si caratterizza per la sua inevitabilità, è altrettanto vero che il tempo è la risorsa più democratica che abbiamo. Io, te e l’uomo più ricco e potente della terra avremo sempre e comunque giornate della stessa durata. (…) Ho capito infatti che se non volevo rinunciare ai miei sogni dovevo innanzitutto iniziare a spendere diversamente il mio tempo, ma soprattutto dovevo trovare il modo di riconquistarlo il mio tempo”, scrive Giuliodori.

Ritrovare il proprio tempo, cosa vuole dire ? Vuole dire essere consapevoli del proprio tempo, di quanto ne abbiamo a disposizione. Impegnarlo su un progetto vero, personale, forte, sensato e ambizioso. Ma vuol dire anche, a mio parere, vivere come cittadini del tempo, cioè come cittadini della propria epoca storica. Stare dentro il tempo permette di recuperare la possibilità di fare qualcosa della propria vita e di farlo in modo coerente con la stagione della storia umana in cui ci è capitato di nascere.