Una lezione sull’estinzione da una komunalka di San Pietroburgo

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Non sappiamo più vivere. In una epoca di estinzione ad andar perdute sono le cose più semplici, che rendono la vita non solo degna di essere vissuta, ma piena di dignità. Anche nelle circostanze più avverse, come la penuria economica, un governo dispotico, la guerra. In una epoca di estinzione le persone pretendono sempre di più, nutrono aspettative maniacali, si aspettano ricompense e diritti.   Suppongono che tutto sia dovuto. E così siamo smarriti in un nichilismo che è prima di tutto la incapacità di mettere a fuoco gli elementi di cui è fatta la vita reale, non quella sognata, auspicata, incensata, costruita a tavolino. A questo pensavo mentre leggevo la pagina che Iosif Brodksij dedica ai suoi genitori nel saggio In una stanza e mezzo (all’interno della raccolta Fuga da Bisanzio, Adelphi), a come vivevano i suoi genitori a San Pietroburgo negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso.

Ecco che cosa scrive il poeta russo: “Prendevano tutto come la cosa più naturale: il sistema, la loro impotenza, la loro povertà, il loro figlio scapestrato. Cercavano semplicemente di arrangiarsi come meglio potevano: di non far mancare il cibo sulla tavola (e di renderlo commestibile, di qualunque cibo si trattasse); di arrivare alla fine del mese; e benché dovessimo sempre tirare avanti da un giorno di paga all’altro, cercavano di imboscare qualche rublo per il ragazzo, ossia cinema, visite ai musei, libri, ghiottonerie. Piatti, utensili, vestiti, biancheria, tutto quello che avevamo era sempre pulito, lustro, stirato, rammendato, inamidato. La tovaglia era sempre immacolata e fresca, il paralume spolverato, il parquet lucido, senza un grano di polvere. La cosa sorprendente è che non erano mai annoiati. Stanchi sì, ma mai annoiati.

Per quasi tutto il tempo che passavo a casa, li vedevo in piedi: a cucinare, a lavare, ad anfanare avanti e indietro fra la cucina comune e la nostra stanza e mezzo, ad armeggiare intorno a questo o quel pezzo del patrimonio domestico. Per i pasti si sedevano, naturalmente, ma mia madre la ricordo seduta quasi soltanto davanti alla macchina per cucire, la sua Singer a pedale, china ad aggiustare vestiti, rivoltare colletti di vecchie camicie, riparare o riadattare vecchie giacchette. Quanto a mio padre, usava la sedia solo per leggere il giornale o mettersi al tavolo da lavoro. A volte la sera seguivano un film o un concerto sul nostro televisore del 1952”. 

Quest’uomo e questa donna sono i genitori di un Premio Nobel per la letteratura. Gente come loro sapeva arrivare al midollo delle cose ed insegnava ai propri figli come farlo. Contavano ogni rublo, ma erano certi che per diventare persone decenti i libri e i musei sono indispensabili. Questo tipo di persone aveva un legame così congenito con la realtà che difficilmente ometteva di accorgersi di ciò che accadeva loro attorno. 

Noi siamo ormai tutto l’opposto. Ed è per questo che non riusciamo a mettere a fuoco la catastrofe ecologica. Non viviamo in una komunalka, ma in un labirinto di oggetti e di sogni svincolati dal principio di realtà. Rileggete questa pagina così elementare, così fondamentale: i genitori di Brodksij non conoscevano la noia. Per noi è pane quotidiano. 

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