La ricostruzione archeologica del passato è un proxy dell’estinzione

 

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Bisogna aggiungere un nuovo termine al lessico ambientale del 2020:  usable past. Il passato adatto per essere usato come uno strumento di lavoro e di ragionamento. Ne hanno discusso diffusamente  un paio di settimane fa su The Conversation due antropologhe, Elizabeth Sawchuck della Stony Brook, New York, e Mary Prendergast, della Università di Madrid. Il titolo del loro intervento è Archaeological discoveries are happening faster than ever before, helping refine the human story. In sintesi: le scoperte archeologiche degli ultimi venti anni stanno rivoluzionando la nostra conoscenza del passato dell’umanità fornendoci un aiuto notevole nella interpretazione del destino ecologico della nostra specie nel XXI secolo. 

Mai come ora la paleogenetica, le rivelazioni satellitari, l’analisi molecolare dei residui organici sui fossili, insomma la scienza archeologica, sono in grado di costruire un passato parlante, che ci può spiegare al millimetro come siamo arrivati a dominare il Pianeta e a portare la biosfera sul limite del collasso sistemico. Ma non è tutto. È dal passato estinto, o ridotto a pochi frammenti, attraverso una rigorosa analisi scientifica, che approdiamo ad una rivalutazione filosofica del tempo. Il passato “pronto per l’uso” è un proxy, e cioè un indicatore esistenziale della nostra identità più profonda e del nostro legame con il Pianeta. 

Le autrici, nella loro rassegna delle conquiste più recenti nel campo dell’archeologia applicata, fanno riferimento alla paleo-antropologia, che ha fatto passi da giganti nel fornici indizi attendibili su come siamo passati dalle scimmie Driopiteco del medio Miocene alle Australopitecine africane: “Gli antropologi stanno cominciando a comprendere che i nostri antenati Homo sapiens avevano molti più contatti con le altre specie umane di quanto si fosse pensato precedentemente. Oggi, l’evoluzione umana assomiglia sempre meno all’albero della vita di Darwin e sempre di più alla corrente di un fiume, fangosa, piena di torrenti e affluenti”. 

La paleo-genetica fornisce anche nuove prove a supporto dell’importanza delle collezioni dei musei di storia naturale del mondo: “La paleo-genetica rivela sorprendenti scoperte sulle piante e gli animali, a partire dagli antichi semi e dagli scheletri che giacciono nei magazzini dei musei (…) il DNA non è la sola molecola che rivoluziona gli studi sul passato. Lo studio delle paleo-proteine può determinare la specie a cui appartiene un fossile e di recente, infatti, ha permesso di collegare una scimmia estinta alta 9 piedi, pesante oltre 500 chilogrammi, di 2 milioni di anni fa, agli oranghi di oggi”. Le autrici si riferiscono qui al Gigantopithecus, una paleo-scimmia asiatica che da anni inchioda alla sedia davanti al computer i paleontologi che studiano i passaggi evolutivi che hanno portato alla comparsa delle Australopitecine in Africa.

Tutto questo è possibile perché, come spiegano le autrici, l’incrocio di grandi moli di dati da ambiti differenti svela schemi evolutivi ed ecologici insospettabili. Lo usable past è insomma il risultato di uno sguardo complessivo sulle specie estinte e il loro ambiente, ma può essere anche il prodotto di una analisi materiale allargata alle tecniche di sopravvivenza di intere civiltà.

E infatti il termine stesso, usable past, proviene dall’archeologia africana. Sawchuck e Pendergast riprendono il termine da un articolo della studiosa Amanda L.Logan uscito sulla rivista AFRICAN ARCHEOLOGICAL REVIEW (September 2019, VOL 36, Issue 3) e intitolato Usable Pasts Forum: Critically Engaging Food Security. Riferimento a mio parere non causale, dal momento che il peso del passato è oggi centrale nel dibattito sulla riformulazione del nostro sguardo sull’Africa. E ciò che accadrà in Africa nei prossimi 30 anni deciderà buona parte di ciò che accadrà al resto del mondo. Ma non solo: il punto di vista sul passato degli intellettuali africani è indispensabile, proprio qui in Europa, per mettere correttamente a fuoco la nostra responsabilità ecologica e i limiti ideologici della nostra civiltà. Scrive la Logan: “Usable pasts è un approccio che esplora come il passato possa essere rilevante per il presente. Bassey Andah, uno dei primi archeologi africanisti ad impiegare questo termine, definiva lo usable past come ‘un passato che non soltanto infonde orgoglio, ma aiuta anche gli Africani a costruire unità socio-politiche equipaggiate a combattere la povertà culturale e a negoziare la domanda di giustizia a livello sia nazionale che internazionale”. Posizioni vicinissime a quelle di Felwine Sarr. 

Il risultato finale di una indagine archeologica e paleo-ecologica sconfina dunque nell’ambito della sociologia, della politica, dell’economia e quindi del contesto ambientale globale in cui viviamo. Lo usable past è l’insieme dei passaggi storici, delle scelte e delle condizioni ambientali che, influenzandosi a vicenda, compongono la lista di opzioni a nostra disposizione oggi. 

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