Mese: gennaio 2020

C’è ancora spazio per la tigre indocinese nella Yai Forest della Tailandia

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Anche la tigre indocinese è ad un passo dall’estinzione. Ce ne sono solo 221 ancora allo stato selvaggio nel mondo, in due soli Paesi dell’Asia: la Tailandia e il Myanmar. Nella foresta del Dong Phayayen-Khao Yai Forest Complex della Tailandia (a nord di Bangkok e confinante, all’estremo est, con la Cambogia) 22 forse 30 tigri riescono ancora a riprodursi. La conferma viene dalla pubblicazione sulla rivista Biological Conservation dei risultati di una ricerca effettuata da tre team: Panthera, il Dipartimento per la conservazione delle specie selvatiche e delle foreste della Thailandia (Department of National Parks, Wildlife and Plant Conservation, DNP), la Freeland Foundation (che si occupa di contrastare il traffico di animali selvatici e il bracconaggio) e WildCRU (il think tank della Università di Oxford per i grandi predatori). 

Per capirci, stiamo parlando di una sottospecie di tigre, la Panthera tigris corbetti. La corbetti abitava un secolo fa tutte le foreste a latifoglie del sud est asiatico. Ne ho vista una impagliata al museo di storia naturale di Hanoi, in Vietnam, nel 2015. Un esemplare rarissimo anche per il tachidermista che le ha regalato l’eternità. 

Il fatto che in questa area protetta della Tailandia, patrimonio mondiale UNESCO, le tigri siano ancora in grado di riprodursi è una notizia positiva e per un motivo sostanziale. Quando una specie comincia ad essere estremamente rarefatta dal punto di vista numerico, non è raro che anche la sua fitness riproduttiva (la capacità di produrre nuove generazioni) crolli. Qui, la densità demografica delle tigri è di 0.63 ogni 100 chilometri quadrati: “questo studio è stato condotto nel Thap Lan-Pang Sida Tiger Conservation Landscape (TCL) dello Yai Forest Complex che ha una estensione di 4445 chilometri quadrati e si pensa possa sostenere un habitat sufficiente per una media di 50 tigri adulte”. I dati sono stati raccolti con fototrappole collocate in 88 punti strategici; le tigri sono state identificate e quindi contate grazie al particolare disegno di strisce nere che caratterizza in modo unico il manto di ciascun individuo. 

Ma le tigri della Yai Forest hanno un futuro? Perché futuro significa che la popolazione deve crescere e quindi allargare il proprio habitat. “Le chance di aumentare numericamente dipende sostanzialmente dalla nostra abilità nel ridurre le minacce. In questo contesto geografico, per queste tigri, ciò significa lavorare a livello delle comunità locali, del governo e degli stake holders, che devono mettere risorse economiche e volontà politica nel combattere il bracconaggio degli animali che sono le prede della tigre”, sostiene Chris Hallam, Monitoring Advisor Panthera. Le premesse sono buone secondo Abishek Harihar, PopulationEcologist nel Tiger Program sempre di Panthera: “Al momento, il governo della Tailandia è molto impegnato nella protezione di questa popolazione di tigri. E un supporto di questo tipo spesso si rivela decisivo per cominciare e sostenere un recupero numerico. Il DPKY Landscape si estende su 4000 chilometri quadrati e il nostro studio era focalizzato su circa 500 chilometri quadrati. Sì, c’è spazio per le tigri qui”. 

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Ho chiesto ad Abishek Harihar se tutto questo ha un riscontro anche nella genetica. Se cioè un gruppo così ridotto di individui può essere sufficiente per un incremento demografico funzionale: “22 individui è un numero molto piccolo, Da un punto di vista strettamente genetico si raccomanda sempre che una popolazione di circa 25 femmine in età riproduttiva. Tuttavia, questa considerazione è basata sulla esperienza diretta più che sulla teoria. Anche se studiamo il corredo genetico di questa popolazione, non possiamo dire con certezza se 22 è un numero di tigri coerente con un recupero. Detto tutto questo, questo paesaggio geografico ha il potenziale per sostenere più tigri di quante ce ne siano ora. Per questo, gli sforzi di conservazione devono essere indirizzi ad aiutare questo recupero in un contesto che ha importanza globale”. 

Questo studio sulle tigri della Yai Forest è rilevante anche per un altro motivo. 

I censimenti dei grandi predatori sono diventati una faccenda politica in tutto il mondo.

Nel 2010 tredici nazioni si sono incontrare a San Pietroburgo, in Russia, per il Global Tiger Summit. Obiettivo: pianificare interventi di conservazione che raddoppino i numeri della specie, da 3200 rimaste a 6400 entro il 2022. Un obiettivo di enorme ambizione, forse addirittura eccessiva. Perché le tigri aumentino, serve spazio. 

Lo scorso novembre è stato pubblicato sul magazine PHYS.ORG un articolo firmato da Biarne Rosjo dell’Università di Oslo dal titolo preoccupante: “Indian authorities may have exaggerated claims of rising tiger numbers”. L’articolo è circolato su Twitter attraverso la rete di biologi e conservazioni che si occupano di grandi carnivori, dei grandi felini e dei problemi di conservazione delle popolazioni isolate, una condizione tipica, ormai, di tutte le tigri rimaste. Le autorità indiane, scrive Rosjo, sostengono che il numero complessivo di tigri sia raddoppiato dal 2006, ma “è quasi impossibile che una popolazione di tigri cresca a questa velocità senza una spiegazione precisa”. L’India dichiarava 1411 tigri nel 2006, mentre lo scorso luglio ha reso nota la cifra di 2.967 tigri. Secondo il dottor Arjun Gopalaswamy della Wildlife Conservation Society (WCS) questi numeri sarebbero il risultato di errori metodologici e matematici. 

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La tigre potrebbe essere già entrata nel novero di specie che il geografo ed ecologo Chris Darymont (nel 2015 coniò il termine di “super predatore” per Homo sapiens) insieme ad altri colleghi ha definitopolitical populations: “Considerando il conflitto politico che circonda la protezione o la riduzione delle popolazioni di carnivori, avanziamo l’ipotesi che le stime sulle popolazioni (abbondanza e trend) e le politiche ad esse associate siano eccezionalmente sensibili proprio all’influenza politica. Ipotizziamo che alcuni governi e altre organizzazioni giustifichino politicamente le loro preferenze per rapporti o sovra o sotto dimensionanti sulle popolazioni di carnivori senza giustificazioni empiriche, creando così ciò che noi definiamo political population”. Un discorso che secondo gli autori vale già per orsi bruni, lupi e lince euro-asiatica. 

I predatori di vertice o di media taglia hanno ampi home-range ed entrano perciò in conflitto con le esigenze abitative, economiche e demografiche degli esseri umani. Ovunque: in Europa (pensiamo al Trentino), in Africa, in Nord America e a maggior ragione in Asia, nelle ex terre della tigre, tutte nazioni iperpopolate. Non c’è green economy o Green New Deal che possa sovvertire questi semplice dato biologico. Tutte le specie, il milione a rischi di estinzione secondo il Rapporto Ipbes 2019, sono a un passo dall’abisso a causa della eccessiva demografia umana, ma per i grandi gatti lo scontro con l’essere umano è particolarmente fatale. Come ha detto John Goodrich, coordinatore del Siberian Tiger Project “perché le tigri esistano, dobbiamo volerlo. Oggi come non mai”. Questo significa una sola cosa: affrontare con estrema schiettezza la questione della riproduzione umana. 

Photo Credits: Panthera Press Office

Una lezione sull’estinzione da una komunalka di San Pietroburgo

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Non sappiamo più vivere. In una epoca di estinzione ad andar perdute sono le cose più semplici, che rendono la vita non solo degna di essere vissuta, ma piena di dignità. Anche nelle circostanze più avverse, come la penuria economica, un governo dispotico, la guerra. In una epoca di estinzione le persone pretendono sempre di più, nutrono aspettative maniacali, si aspettano ricompense e diritti.   Suppongono che tutto sia dovuto. E così siamo smarriti in un nichilismo che è prima di tutto la incapacità di mettere a fuoco gli elementi di cui è fatta la vita reale, non quella sognata, auspicata, incensata, costruita a tavolino. A questo pensavo mentre leggevo la pagina che Iosif Brodksij dedica ai suoi genitori nel saggio In una stanza e mezzo (all’interno della raccolta Fuga da Bisanzio, Adelphi), a come vivevano i suoi genitori a San Pietroburgo negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso.

Ecco che cosa scrive il poeta russo: “Prendevano tutto come la cosa più naturale: il sistema, la loro impotenza, la loro povertà, il loro figlio scapestrato. Cercavano semplicemente di arrangiarsi come meglio potevano: di non far mancare il cibo sulla tavola (e di renderlo commestibile, di qualunque cibo si trattasse); di arrivare alla fine del mese; e benché dovessimo sempre tirare avanti da un giorno di paga all’altro, cercavano di imboscare qualche rublo per il ragazzo, ossia cinema, visite ai musei, libri, ghiottonerie. Piatti, utensili, vestiti, biancheria, tutto quello che avevamo era sempre pulito, lustro, stirato, rammendato, inamidato. La tovaglia era sempre immacolata e fresca, il paralume spolverato, il parquet lucido, senza un grano di polvere. La cosa sorprendente è che non erano mai annoiati. Stanchi sì, ma mai annoiati.

Per quasi tutto il tempo che passavo a casa, li vedevo in piedi: a cucinare, a lavare, ad anfanare avanti e indietro fra la cucina comune e la nostra stanza e mezzo, ad armeggiare intorno a questo o quel pezzo del patrimonio domestico. Per i pasti si sedevano, naturalmente, ma mia madre la ricordo seduta quasi soltanto davanti alla macchina per cucire, la sua Singer a pedale, china ad aggiustare vestiti, rivoltare colletti di vecchie camicie, riparare o riadattare vecchie giacchette. Quanto a mio padre, usava la sedia solo per leggere il giornale o mettersi al tavolo da lavoro. A volte la sera seguivano un film o un concerto sul nostro televisore del 1952”. 

Quest’uomo e questa donna sono i genitori di un Premio Nobel per la letteratura. Gente come loro sapeva arrivare al midollo delle cose ed insegnava ai propri figli come farlo. Contavano ogni rublo, ma erano certi che per diventare persone decenti i libri e i musei sono indispensabili. Questo tipo di persone aveva un legame così congenito con la realtà che difficilmente ometteva di accorgersi di ciò che accadeva loro attorno. 

Noi siamo ormai tutto l’opposto. Ed è per questo che non riusciamo a mettere a fuoco la catastrofe ecologica. Non viviamo in una komunalka, ma in un labirinto di oggetti e di sogni svincolati dal principio di realtà. Rileggete questa pagina così elementare, così fondamentale: i genitori di Brodksij non conoscevano la noia. Per noi è pane quotidiano. 

Kunming 2020, la biodiversità deve diventare mainstream in ogni settore della società civile

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“I cambiamenti di ampia portata che sono necessari per raggiungere la visione del 2050 richiederanno un livello di collaborazione senza precedenti che coinvolgerà l’intera società”, così si legge nella bozza preparatoria per il summit internazionale della Convenzione Mondiale sulla Biodiversità delle Nazioni Unite, che si terrà a Kunming, in Cina, il prossimo autunno.

Perché questo appuntamento è importante? Perché a Kunming verranno tirate le somme della protezione della biodiversità del Pianeta negli ultimi dieci anni: cosa abbiamo recuperato, quanto è grave l’estinzione in corso, che cosa dobbiamo fare senza più dilazioni. La dichiarazioni di intenti della bozza pone però sin da ora quello che a mio parere è il vero punto caldo di un summit che, purtroppo, dovrà constatare il fallimento degli obiettivi di Aichi, e cioè gli obiettivi di conservazione degli ecosistemi progettati per il 2020 e quasi tutti disattesi. Il punto caldo è la questione sociale, cioè il disperato bisogno di una reazione civile a favore delle faune e degli habitat nelle società iper-urbanizzate soprattutto delle nazioni più ricche.

L’appello della Convenzione ad una mobilitazione delle coscienze conferma quanto la crisi di estinzione sia solo l’altra faccia di una crisi antropologica profondamente inscritta nei nostri schemi di produzione di benessere e ricchezza materiale. È pragmaticamente impossibile mettere in piedi strategie efficaci per la biodiversità al 2050 senza un cambio di passo nelle abitudini, nel comune sentire, nelle idee sulla vita e sulla morte di milioni di occidentali.  

L’intera “theory of change” del summit di Kunming si fonda su questo presupposto: “la teoria riconosce l’urgenza di una azione politica su scala globale, regionale e nazionale, necessaria per trasformare i modelli economici, sociali e finanziari, in modo che i trend che hanno aggravato la perdita di biodiversità siano stabilizzati entro i prossimi 10 anni, e che entro i prossimi 20 ci sia un recupero degli ecosistemi. Questo permetterà  di raggiungere, entro il 2050, la visione della Convenzione di una armonia con la natura”. 

Siamo di fronte a un problema prima di tutto politico. La società civile deve essere consapevole, per libera scelta, della crisi di estinzione e quindi esercitare il proprio diritto democratico alla rappresentanza preoccupandosi che i diritti propri e altrui siano tenuti in conto nella massima serietà: “c’è uno scarto temporale tra natura e società, tra il momento in cui vengono prese le decisioni e il momento in cui i cambiamenti cominciano a diventare visibili. Questo scarto deve essere considerato quando si stabiliscono degli obiettivi e le azioni utili a raggiungerli”. 

Vediamoli allora, alcuni dei questi obiettivi post Aichi:

Evitare ogni perdita netta entro di territorio integro (non ancora sfruttato per attività economiche ) entro il 2030 negli ecosistemi di acqua dolce, marini e terrestri; aumentarne anzi l’estensione almeno del 20% entro il 2050;

Mantenere o rafforzare la diversità genetica del 50% entro il 2030 e per le specie del 90% entro il 2050;

Avere il controllo di tutte le vie di introduzione delle specie aliene invasive, raggiungendo entro il 2030 una riduzione del 50% del tasso di nuovi arrivi, ed eradicando le specie aliene già insediate nel 50% dei siti geografici sempre entro il 2030; 

Ridurre entro il 2030 l’inquinamento da eccesso di nutrienti, sostanze biocide, rifiuti in plastica di almeno il 50%;

Assicurare entro il 2030 che il prelievo, il commercio e l’uso delle specie selvatiche sia legale e su livelli sostenibili;

Integrare il valore della biodiversità nella pianificazione politica nazionale e locale, nelle strategie di riduzione della povertà. Entro il 2030 la biodiversità deve essere mainstream in tutti i settori.

Il minimo comune denominatore di questa visione è tuttavia la demografia umana, che è incompatibile con obiettivi così ambiziosi.

Lo ISS – Institute for Security Studies di Pretoria, Sud Africa, un think tank autorevole sulle questioni africane, ha riportato lo scorso 15 gennaio numeri impressionanti sulla crescita demografica nella cosiddetta area geografica dei G5: Burkina Faso, Chad, Mali, Niger e Mauritania. Gli effetti sinergici dei cambiamenti climatici, che riducono la resa netta delle coltivazioni già più bassa della media africana (1,2 tonnellate per ettaro rispetto alla media di 3.6 per ettaro del continente), e della instabilità sociale (crescono i movimenti con affiliazioni terroristiche) si somma all’effetto destabilizzante di una popolazione in continua crescita. “I Paesi del G5 hanno bassi livelli di sviluppo economico anche considerando gli standard continentali. Nel 2018 il reddito pro capite era considerevolmente sotto la media dei gruppi sociali e basso e medio reddito dell’Africa nella sua interezza. Questo è in parte dovuto alla rapida crescita demografica di queste nazioni”, avvertono gli autori dell’articolo. “Le previsioni dicono che la popolazione totale del G5 crescerà di quasi il doppio entro il 2040, dagli attuali 81 milioni di persone nel 2018  a 152 milioni di persone”. Oggi, 33 milioni di persone in questa porzione di Africa vivono con meno di 1 dollaro al giorno e il 30% non ha accesso all’acqua potabile.

Il Burkina e il Chad hanno ancora degli habitat sufficientemente intatti per tentare ambiziosi progetti di recupero e conservazione dei grandi mammiferi africani: la W-Arly-Penjari in Burkina, area transfrontaliera con Niger e Benin, cruciale per il leone dell’Africa Occidentale, e lo Zakouma National Park in Chad, dove la Giraffe Conservation Foundation lavora dalla primavera scorsa per sostenere la popolazione della giraffa di Kordofan, una sottospecie ormai criticamente minacciata. 

È impossibile pretendere di delineare programmi efficaci di protezione della biodiversità senza portare al centro del dibattito sull’umanità il nostro diritto, ormai svanito, ad una riproduzione incontrollata. E per quanto possa suonare impopolare dirlo, questo dilemma riguarda tanto la parte ricca del mondo quanto le nazioni in miseria, come il G5 in Africa Occidentale. 

A chi abbia abbastanza coraggio da capire a che punto di disprezzo della vita altrui siamo arrivati distruggendo le faune del Pianeta, a chi, dunque, voglia capire quanto devastante sia la crisi di estinzione attuale e intenda fare un figlio, consiglio di vedere questo cartoon capolavoro di Steve Cutts: The Turning Point.

Perché è di questo che parleremo a Kunming.

 

Alla Pilotta di Parma la ferocia e il genio degli uomini del Rinascimento

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Possiamo rintracciare e recuperare i volti, le espressioni e gli sguardi degli uomini e delle donne che fecero l’impresa, edificando le premesse del capitalismo globale e della civiltà occidentale così come la conosciamo? Sì. Per questo visitare un Museo di pittura rinascimentale, oggi, è un in-sight nel carattere europeo e nelle cause profonde della crisi ecologica.

In una gelida mattina di gennaio, Parma è la città perfetta per un giallo di provincia. Una di quelle storie enigmatiche e macabre che rendono giustizia ai monumenti cinquecenteschi e medievali del centro storico e alla nebbia rada e lattiginosa, che stringe d’assedio la Pilotta, il complesso di proporzioni monumentali eretto proprio sul finire del secolo fatale della Riforma protestante. 

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Il Cinquecento è per davvero un secolo sanguinario di assassinii, scomuniche e saccheggi, ma è anche il laboratorio storico dell’avventura più estrema delle nazioni europee, e cioè la costruzione di un impero economico globale. Tutto il secolo rimane costantemente in bilico tra ardimento e ferocia, le due caratteristiche più decisive del carattere europeo. Anche Parma vive in questo periodo una stagione di espansione che non ha precedenti. Nel 1583 Ottavio Farnese ordina la costruzione della Pilotta. Al suo interno, nel 1618, anno dello scoppio della Guerra dei Trent’anni, Ranuccio I decide di edificare il Teatro in legno, il primo teatro moderno dell’Occidente. Qui alla Pilotta, verso la fine del Cinquecento, Ranuccio II trasferisce da Roma le collezioni di famiglia, tra le più raffinate delle corti aristocratiche del tempo. Le casse del Ducato sono vuote, su suolo tedesco la fede cattolica è pronta al macello contro i protestanti. Eppure, Ranuccio ci crede, in una galleria d’arte. 

La grande pittura europea racchiude le tracce più evidenti di questa danza di sangue e genio. Nei volti, nello sguardo, nei gesti degli uomini e delle donne ritratte sui quadri in esposizione alla Pilotta puoi vedere ancora oggi l’ardore, la paura, il coraggio di un tempo di dirompenti rivoluzioni nel pensiero e nella politica. Alla Pilotta c’è però soprattutto  il capolavoro ideologico di Ranuccio II. Il Farnese pretendeva che i visitatori della sua galleria si sentissero protagonisti del proprio tempo e figli di un passato a tratti eroico. Non era solo propaganda, era una idea di grandezza coerente con il risveglio di un’epoca che cominciava a sentirsi il centro del mondo conosciuto. Camminando per i corridoi della Pilotta – attenzione: quasi tutti privi di riscaldamento – si provano ancora oggi queste sensazioni. Paura, esaltazione, ammirazione: polvere da sparo, santi in estasi, boschi cupi e torrenti fangosi, velluto, seta e piume. L’Europa scopriva se stessa mentre sprofondava nell’abisso delle guerre di religione. Il visitatore della Pilotta assiste come al rallentatore, secolo dopo secolo, allo sviluppo dell’atteggiamento psicologico che ha prodotto il nostro dominio assoluto sul Pianeta. Il raggiungimento del massimo del potere riducendo quasi a zero foreste e animali, e senza nessuno scrupolo morale. I I grandi uomini del Cinquecento e del Seicento sono dei mostri, ma anche i campioni di qualcosa che oggi diamo per scontato nella nostra identità: il culto sovrano della bellezza e quindi dell’arte. Quegli uomini furono gli attori inconsapevoli di quel grande dramma che i Farnese pretendevano di rappresentare nel loro teatro: la parabola umana sul Pianeta Terra. 

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Il Rinascimento è un esplodere di sentimenti. Un quadro sensazionale in questa prospettiva storica è la Madonna dell’Umiltà con il Bambino del Beato Angelico (1425-30). Nello sguardo della Madonna il tempo si ferma. Il mondo si risolve tutto nei piccoli gesti di affetto delle manine del piccolo che scostano appena dal collo il velo della madre, come a voler voltare pagina. Noi moderni pretendiamo di nascondere la crudeltà, lontano da sguardi indiscreti. Crediamo che questo pudore ci renda più umani. Solo il personale specializzato conosce i mattatoi, di qualunque genere. Quel che ci dimentichiamo è che sentimenti come questo tipo di tenerezza li abbiamo imparati in epoche di una violenza estrema.

I Greci lo sapevano. Per questo mettevano in scena gli eccessi delle passioni e le disgrazie più orripilanti per tenere a bada il terrore che l’uomo è capace di infliggere a se stesso. Anche il teatro Farnese è ispirato ad una visione filosofica della storia, e della vita. Sul finire del Cinquecento, andava di moda una interpretazione eccentrica delle cose del mondo, e cioè la mnemotecnica. Alcuni filosofi pensavano che la mente potesse trovare nella profondità dei propri ricordi il filo di Arianna dell’intera esperienza storica umana. Come in uno spettacolo teatrale ben realizzato. Il progetto del teatro Farnese poggia anche su queste idee. I Ma la Seconda Guerra Mondiale segna la nemesi di queste premesse. Il teatro è in legno, abete rosso del Friuli, e senza combustibili gli inverni a Parma erano tremendi. I cittadini stavano riducendo in pezzi il teatro di ispirazione greca, ben prima che l’ordigno bellico facesse il suo mestiere. Pannelli e assi finivano nei camini e nelle stufe. Il simbolo della razionalità e della creatività occidentale ridotto in cenere a causa di una guerra totale in cui l’umanità aveva sconfessato tutte le promesse della civiltà. Per questo oggi questo teatro è un monito inquietante degli effetti finali della catastrofe ecologica, proprio mentre anche l’Australia brucia a temperature fino a 45 gradi Celsius. 

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Dopo l’arrivo nel Nuovo Mondo, uno spazio sconfinato si allarga davanti ai nostri progenitori, gli Europei di cinque secoli fa. Dal 1492 in avanti possono ragionare su come sfruttare le risorse naturali del Pianeta con maggiore ambizione. Religione ed uso delle specie vegetali e animali sono armi forgiate nella stessa fucina. Nella sala  numero 10, che apre sul Cortile del Guazzatoio, c’è una Discesa dalla Croce di un Anonimo intagliatore fiammingo. È del XVI secolo. Materiale: un dente di ippopotamo. Specie animali risucchiate dalla cultura occidentale.

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Qualche volta, gli addii sono indispensabili. Le tele a tema religioso tardo gotiche sono distanti anni luce da noi. Ma per diventare Moderni non è stato sufficiente chiudere le porte al Medioevo, e con un certo tipo di religiosità. Bisognava anche abbandonare il mondo antico, e quindi procedere oltre il Rinascimento stesso. Serviva un nuovo Dio. E questa divinità fu la ragione degli Illuministi. Nel Settecento le rovine dell’Antichità diventano uno sfondo, uno scena, un contorno. Nel quadro di Riccardo Bellotto (Capriccio con Campidoglio, 1740 circa, Sala della Pittura Veneta) la gente passeggia vicino al Campidoglio come se niente fosse. Nello stesso periodo in cui le navi europee trasportano schiavi dall’Africa Occidentale alle piantagioni di canna zucchero del Nuovo Mondo, l’europeo si abitua a volere di più del poco che ha. A chiedersi se possegga dei diritti e se sia lecito, per soddisfarli, sfruttare a morte altri popoli, milioni di animali esotici e intere foreste. La risposta è un sì convinto. 

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E allora ecco Canaletto (Capriccio con edifici palladiani, 1750 circa), che mostra quale fosse l’argomento delle conversazioni dotte nei salotti dove si sorseggiava il caffè e la cioccolata delle Indie Orientali. Un capannello di uomini, forse mercati, discute fuori di un edificio sontuoso, dall’architettura prodigiosamente ardita. Sembra di udire lo sciabordio dell’acqua nel canale, a Venezia, e il suono un po’ smorzato delle campane. E poi un crepitio ancora poco consistente, ma dal timbro chiaro: la corsa del progresso. Ormai, gli Europei hanno cambiato idea sulla storia, non la pensano più come i Farnese. Le azioni umane, e soprattutto le guerre, non puntano alla perfezione, ma alla potenza. La storia non è un cosmo compiuto e ordinato. È invece una freccia del tempo, un continuo andare avanti. L’organismo sociale ha smesso di genuflettersi sugli altari della pia devozione religiosa. È  diventato un predatore avido di bellezza ed energia. Il mercante è il nobiluomo al cui modello tutti aspirano. Gli edifici sono spettatori dei commerci, come gemme su una corona.

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Adesso è la volontà umana la forza di gravità del Pianeta. Gli elementi naturali perdono significato fuori della sfera di influenza degli esseri umani. È la svolta ecologica del secolo, già rintracciabile nelle nature morte di Cristoforo Munari (Natura morta con frutta e porcellana, dei primi dell’Ottocento, e Natura morta con frutta, porcellana, vetri e mandola).

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È così che gli animali perdono dignità. Nel quadro di Pier Francesco Cittadini (Ritratto di bambina con cagnolino, metà del XVII secolo) una bambina forse costretta a vestire già i panni di una piccola dama dispone a suo piacimento di un cane addomesticato. Il collare del cucciolo è troppo alto, troppo stretto. Siamo noi che, d’ora in avanti, decidiamo che vive e chi muore. E per sentirci meno crudeli, riduciamo a camerieri qualche specie di mammifero a noi congeniale. 

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E poi ci sono loro. I condottieri. Al primo piano (l’impalcatura non è adatta a chi soffre di vertigini) c’è il campione di guerra di Frans Pourbus il Vecchio, dipinto nel 1580. Ti fissa spavaldo come un hipster londinese. La sua eleganza è affilata tanto quanto la sua spada.

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Lui è della stessa razza di Alessandro Farnese, ritratto nel 1559 da Alonso Sanchez Coello, il pittore di corte di Filippo II di Asburgo, Re di Spagna. Guarda bene in faccia questi due. Facce che sono caratteri. Caratteri che sono un destino. Il tuo. Casting per un film lungo cinque secoli, di cui oggi leggiamo i titoli di coda. Anche se siamo moderni, non siamo più progressisti di questi due giovani maschi pronti alla guerra. Siamo disumani quanto loro. Questo ragazzino di casa Farnese non ha neanche bisogno di essere arrogante. È padrone della sua volontà di agire. E nella sua intenzione tutto è già al posto giusto, come la luce sulla sua armatura. Riconosciamo noi stessi nella sua sicurezza. Perché siamo ormai tutti coinvolti in un progetto globale che nacque nel cuore e nella mente di giovani come lui. 

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(Cover: Zaganelli, dettaglio del ritratto di Barbara Pallavicino con il padre, secondo decennio del XVI secolo)

 

Parlare del futuro, oggi, è solo fare propaganda

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“Di futuro ce n’è tanto, e a causa della sua abbondanza è propaganda. Come l’erba”. Firmato Iosif Brodskij. Parole sconcertanti, se pensiamo che abbiamo alle spalle un anno e mezzo di proclami, denunce e dichiarazioni sulla fine del mondo entro 12 anni, in mancanza di politiche climatiche adeguate. Brodskij era nato il 24 maggio del 1940 a Pietroburgo (allora Leningrado) e quindi possiamo dire che di catastrofi, di eventi bellici e di rivoluzioni qualcosa ne sapeva. A suo parere il futuro non è fonte di angoscia e neppure un tesoro da conquistare. È semplicemente propaganda. 

Le leggi del mercato ci insegnano che un bene ampiamente disponibile viene venduto ad un prezzo basso perché non è una merce ricercata, o rara. Così sarebbe il futuro: siccome nessuno sa cosa accadrà, quali ipotesi troveranno conferma nella realtà, il domani può essere dissipato in attesa di una maggiore chiarezza, o nella speranza di conferme, oppure, anche, nel desiderio che le previsioni fosche siano una allucinazione collettiva. Entrambi questi atteggiamenti, la dilazione continua, tipica della politica, e l’utopia edulcorata, appannaggio dei personaggi alla Greta Thunberg, strumentalizzano il futuro senza uno scopo preciso se non quello di dissolvere nel nulla il bruciante, spietato e indigesto cinismo che invece servirebbe spargere a piene mani per scongiurare il peggio. 

È così che il futuro (il nostro, quello delle specie animali) arriverà però il 21 gennaio prossimo a Davos, in Svizzera, per il cinquantesimo meeting annuale del World Economic Forum. Quest’anno la questione ambientale sarà al centro delle discussioni con un deciso appello al buon senso: come salvare il Pianeta. Alcuni punti chiave del meeting sono quindi già stati pubblicati sul sito dell’appuntamento: “il mondo degli affari ha bisogno di assumersi la responsabilità del proprio impatto sul clima; abbracciare un futuro più verde aprirà a nuove opportunità di business; un approccio integrato e basato sulla natura è il miglior modo per procedere in questa direzione; negli ultimi 50 anni gli standard di vita sono cresciuti, ma a discapito del clima”. 

Il riferimento allo standard di vita, per lo meno occidentale, è il passaggio più importante degli articoli introduttivi pubblicati sul sito del World Economic Forum. Qui si punta il dito dritto alla questione, e cioè come assicurare prosperità economica al nostro futuro in un Pianeta su cui la scarsità di risorse è già entrata in una spirale discendente. Anna Richards, Chief Executive Officer di Fidelity International cita addirittura uno storico dell’economia, R.H.Tawney, per meglio illustrare il tipo di congiuntura attuale: “Le certezze di una epoca saranno i problemi della successiva”. 

E i problemi della successiva sono presto detti. Stando ai dati della IEA (International Energy Agency) in un contributo della primavera scorsa, che fotografia il 2018: “La domanda di energia nel mondo è cresciuta del 2.3% l’anno scorso, l’incremento più rapido di questa decade, una performance eccezionale sostenuta da una robusta economica globale e da necessità più consistenti di riscaldamento e refrigerazione in alcune regioni. Il gas naturale emerge come il carburante preferenziale, con i maggiori introiti e un conto del 45% sulla crescita complessiva di energia”. Entro il 2050, sempre secondo la IEA, l’aria condizionata sarà il principale driver della richiesta energetica nel mondo. 

Il tipo di discorso economico in corso di preparazione a Davos si regge anch’esso su una idea propagandistica di futuro. In uno scenario globale a quasi 8 miliardi di esseri umani, tutti avidi di un miglioramento sostanziale nelle proprie condizioni di vita, i cambiamenti climatici e l’estinzione di massa (il fatto che il Pianeta sta diventando una monocoltura umana) vengono ascritti ad un disegno provvidenziale di innovazione tecnologica e conversione ideologica. Non si presta alcuna attenzione al tipo di futuro che costruiamo con questo tipo di scelte, ma soltanto al fatto che ci sia un futuro.

Nelle dittature comuniste la monocromia della propaganda era intrisa di conformismo e di omologazione. Il futuro era abbondante, perché conteneva la promessa di un destino compiuto e perfetto. Le ricette erano finalmente state trovate, non restava che applicarle. Ma sarebbe meglio ricordare che questa idea di futuro si fondava sul principio di redenzione implicito nella riflessione di Marx. Il riscatto delle masse sarebbe passato per il passaggio di proprietà dei mezzi di produzione. E noi oggi sappiamo che la storia non finisce, anzi comincia, proprio nel momento in cui chi riesce a mettere le mani sui mezzi di produzione immagina e traduce in realtà un nuovo tipo di esistenza. Possibilità di redenzione e fiducia nella provvidenza sono la storia stessa del capitalismo. Ogni propaganda si sgonfia all’urto della realtà. E per il capitalismo vale ciò che scrisse un grandissimo giornalista ambientale danese, Thorkild Hansen: il capitalismo comincia con la ricchezza e finisce con la povertà. 

Il rischio micidiale nell’abbandono delle aspirazioni politiche che animava l’attivismo degli ambientalisti negli anni Novanta e nei primi anni Duemila è di consegnare quella domanda di giustizia ad una altra ideologia provvidenziale, che ha già un apparato burocratico pronto a stampare moduli e tabelle per un regime verde, rinnovabile, circolare. 

La ricostruzione archeologica del passato è un proxy dell’estinzione

 

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Bisogna aggiungere un nuovo termine al lessico ambientale del 2020:  usable past. Il passato adatto per essere usato come uno strumento di lavoro e di ragionamento. Ne hanno discusso diffusamente  un paio di settimane fa su The Conversation due antropologhe, Elizabeth Sawchuck della Stony Brook, New York, e Mary Prendergast, della Università di Madrid. Il titolo del loro intervento è Archaeological discoveries are happening faster than ever before, helping refine the human story. In sintesi: le scoperte archeologiche degli ultimi venti anni stanno rivoluzionando la nostra conoscenza del passato dell’umanità fornendoci un aiuto notevole nella interpretazione del destino ecologico della nostra specie nel XXI secolo. 

Mai come ora la paleogenetica, le rivelazioni satellitari, l’analisi molecolare dei residui organici sui fossili, insomma la scienza archeologica, sono in grado di costruire un passato parlante, che ci può spiegare al millimetro come siamo arrivati a dominare il Pianeta e a portare la biosfera sul limite del collasso sistemico. Ma non è tutto. È dal passato estinto, o ridotto a pochi frammenti, attraverso una rigorosa analisi scientifica, che approdiamo ad una rivalutazione filosofica del tempo. Il passato “pronto per l’uso” è un proxy, e cioè un indicatore esistenziale della nostra identità più profonda e del nostro legame con il Pianeta. 

Le autrici, nella loro rassegna delle conquiste più recenti nel campo dell’archeologia applicata, fanno riferimento alla paleo-antropologia, che ha fatto passi da giganti nel fornici indizi attendibili su come siamo passati dalle scimmie Driopiteco del medio Miocene alle Australopitecine africane: “Gli antropologi stanno cominciando a comprendere che i nostri antenati Homo sapiens avevano molti più contatti con le altre specie umane di quanto si fosse pensato precedentemente. Oggi, l’evoluzione umana assomiglia sempre meno all’albero della vita di Darwin e sempre di più alla corrente di un fiume, fangosa, piena di torrenti e affluenti”. 

La paleo-genetica fornisce anche nuove prove a supporto dell’importanza delle collezioni dei musei di storia naturale del mondo: “La paleo-genetica rivela sorprendenti scoperte sulle piante e gli animali, a partire dagli antichi semi e dagli scheletri che giacciono nei magazzini dei musei (…) il DNA non è la sola molecola che rivoluziona gli studi sul passato. Lo studio delle paleo-proteine può determinare la specie a cui appartiene un fossile e di recente, infatti, ha permesso di collegare una scimmia estinta alta 9 piedi, pesante oltre 500 chilogrammi, di 2 milioni di anni fa, agli oranghi di oggi”. Le autrici si riferiscono qui al Gigantopithecus, una paleo-scimmia asiatica che da anni inchioda alla sedia davanti al computer i paleontologi che studiano i passaggi evolutivi che hanno portato alla comparsa delle Australopitecine in Africa.

Tutto questo è possibile perché, come spiegano le autrici, l’incrocio di grandi moli di dati da ambiti differenti svela schemi evolutivi ed ecologici insospettabili. Lo usable past è insomma il risultato di uno sguardo complessivo sulle specie estinte e il loro ambiente, ma può essere anche il prodotto di una analisi materiale allargata alle tecniche di sopravvivenza di intere civiltà.

E infatti il termine stesso, usable past, proviene dall’archeologia africana. Sawchuck e Pendergast riprendono il termine da un articolo della studiosa Amanda L.Logan uscito sulla rivista AFRICAN ARCHEOLOGICAL REVIEW (September 2019, VOL 36, Issue 3) e intitolato Usable Pasts Forum: Critically Engaging Food Security. Riferimento a mio parere non causale, dal momento che il peso del passato è oggi centrale nel dibattito sulla riformulazione del nostro sguardo sull’Africa. E ciò che accadrà in Africa nei prossimi 30 anni deciderà buona parte di ciò che accadrà al resto del mondo. Ma non solo: il punto di vista sul passato degli intellettuali africani è indispensabile, proprio qui in Europa, per mettere correttamente a fuoco la nostra responsabilità ecologica e i limiti ideologici della nostra civiltà. Scrive la Logan: “Usable pasts è un approccio che esplora come il passato possa essere rilevante per il presente. Bassey Andah, uno dei primi archeologi africanisti ad impiegare questo termine, definiva lo usable past come ‘un passato che non soltanto infonde orgoglio, ma aiuta anche gli Africani a costruire unità socio-politiche equipaggiate a combattere la povertà culturale e a negoziare la domanda di giustizia a livello sia nazionale che internazionale”. Posizioni vicinissime a quelle di Felwine Sarr. 

Il risultato finale di una indagine archeologica e paleo-ecologica sconfina dunque nell’ambito della sociologia, della politica, dell’economia e quindi del contesto ambientale globale in cui viviamo. Lo usable past è l’insieme dei passaggi storici, delle scelte e delle condizioni ambientali che, influenzandosi a vicenda, compongono la lista di opzioni a nostra disposizione oggi. 

Australia, il continente dove il destino ha cambiato direzione

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In Australia è finalmente diventato chiaro che cosa sia il destino di questo XXI secolo. Gli incendi che da mesi devastano il sud del Paese sono un inferno per gli uomini e per gli animali. Non solo per le persone di nazionalità australiana, che hanno perso tutto. Anche per mezzo miliardo di animali morti e per quelli che moriranno nei prossimi mesi perché il loro habitat non esiste più. Questa apocalisse non è però la nemesi degli avvertimenti sul cambiamento climatico, inascoltati e derisi per decenni. È arrivato il momento di pagare il conto, e questo lo sanno anche i bambini ormai. Stiamo assistendo, comodamente seduti in poltrona dall’altra parte del mondo, nella fredda Europa, a qualcosa di nuovo. Il destino degli esseri umani si è trasformato nel destino delle specie animali, e viceversa. 

Per capirlo, basta guardare la dedizione, l’abnegazione e la tenerezza con cui moltissimi volontari dei centri di recupero e persone comuni hanno offerto acqua e riparo a koala, vombati e canguri sconvolti dal fuoco e dalle ustioni. Una intera nazione, nelle mani e nei cuori di gente come noi, in bermuda e magliette stinte, combatte contro il trauma della distruzione totale insieme ad animali annichiliti, che si affidano ai loro salvatori con fiducia. Quasi con amore. È molto di più di una espressione della “trans-species relationship”, l’empatia cognitiva tra specie diverse descritta dalla neurospicologia evolutiva di scuola americana. Qui non si tratta solo di aver riconosciuto nella sofferenza animale la propria sofferenza. Il soccorso agli animali braccati dal muro di fuoco di una atmosfera satura di CO2 è un atto di coscienza. Il destino umano ha cambiato direzione, nel New South Wales.

Nel pensiero occidentale il destino è un privilegio degli esseri umani. Soltanto agli uomini è concesso di andare incontro al proprio scopo definitivo, incontrando la propria vocazione eroica oppure soccombendo alla ineluttabilità delle forze della natura. Per i Greci, l’eroe è quasi più venerabile di un dio, perché l’eroe ha il coraggio supremo di andare fino in fondo al suo demone (il suo carattere più autentico) costi quel che costi. Nel Cristianesimo, la regione di Stato della civiltà occidentale che conquista il Pianeta facendone terra di saccheggio, il destino diventa provvidenza. Un disegno di salvezza e di redenzione, anche questo riservato alla creatura apice della creazione, l’uomo. Ma da dove viene il destino? È questa la domanda che il pensiero europeo, nonostante tutto, rimette in circolazione dopo la prima guerra mondiale. È la lingua tedesca a fornirci le coordinate sostanziali per capire che cosa accade di nuovo, all’indomani di una presa di coscienza assoluta sulla capacità umana di annichilire la civiltà. In tedesco destino si dice Schicksal, che significa “ciò che è mandato”. Heidegger insistette parecchio su questa parola, nei suoi ultimi corsi universitari. Se qualcosa è mandato, deve provenire da un luogo. E il destino è esattamente questo: ciò che arriva a noi da premesse lontane, nello spazio e nel tempo. Il destino è il copione su cui sono scritte le coordinate spazio-tempo fondamentali della nostra esistenza.

Io credo che il destino sia il Pianeta. E il Pianeta è la storia evolutiva delle faune e degli ecosistemi. Noi, come soggetti determinati nella nostra biografia personale, e come individui della specie Homo sapiens, dobbiamo rispondere della nostra appartenenza al Pianeta. Il nostro destino è allora rispondere a questo richiamo di responsabilità. Poiché il Pianeta non è composto di soli uomini e donne, ma di milioni di specie animali e vegetali, accettare il proprio destino significa condividere il diritto di esistere delle altre specie, farlo proprio, sentirselo sulla pelle. Il destino non è una via speciale tracciata per gli uomini da chissà quale divinità superiore. É il sentimento di esistenza comune tra uomini e animali. Gli Australiani si sono scoperti non solo braccati del fuoco, ma anche terribilmente vicini agli animali endemici del loro mondo, del loro paesaggio, delle loro case. Hanno capito che non c’è destino di uomini che non sia destino di animali.