Il cambiamento climatico è un romanzo incompiuto

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Basilea, Svizzera, Europa – Nella considerazione inattuale intitolata Sull’utilità e il danno della storia per la vita, Nietzsche scrisse che ciò che è vivo, ciò che aspira ad essere vivo e non ridotto ad apatia ed inerzia, deve possedere una atmosfera. Una “misteriosa sfera vaporosa” che nasconde e protegge. Si tratta di una illusione, di un effetto emotivo, Nietzsche lo sapeva, ma sapeva anche che in questa atmosfera si nasconde la forza propulsiva di ogni vita, e cioè il sentimento della sorpresa. Chi è curioso del mondo, si lascia sorprendere dal mondo. Avverte il mistero del mondo, che è una sua illusione, ma che lo incanta e lo spinge ad esplorare la geografia dello spirito e dei continenti.

I contemporanei di Nietzsche pensavano di potersi sbarazzare di queste chiacchiere antiche, così le giudicavano, grazie alla scienza. Per loro, la storia stessa non era altro che una scienza del già accaduto. Nietzsche commiserava questo storicismo e vi opponeva invece la forza chirurgica dell’oblio. Chiudersi in un presente creativo, che non si sente epigono di nessuno. Ancora oggi, l’idea che abbiamo della storia, e cioè del nostro XXI secolo, è decisiva nel fallimento di una azione politica globale sul cambiamento climatico. Anzi, dovremmo ammettere che se ieri a Torino c’erano 17 gradi Celsius, il 25 dicembre, la ragione è che il cambiamento climatico non è mai diventato né storico né storicizzato. Semplicemente, non è mai diventato una narrazione.

Al tempo di Nietzsche, lo storicismo era una narrazione, poderosa anche, ed era per questo che Nietzsche la detestava. Lo storicismo non era altro che una venerazione totale per un passato immobile, un oggetto di culto religioso. A forza di adorare i padri, i figli erano diventati degli impostori impotenti come Amleto, che non sa quasi più nemmeno come si chiama di nome e di cognome. Naturalmente Nietzsche aveva la sua personale adorazione per i grandi nomi del passato, ma riteneva anche che la vita potesse continuare a macinare grandezza solo infischiandone del già fatto. 

Qualche decennio più tardi fu un altro tedesco, Walter Benjamin, a spingersi ancora più oltre nella interpretazione della storia e della propria epoca, sgombrando il campo dai dubbi rimasti nel rifugio alpino di Sils Maria. Benjamin comprese che la modernità, il primo Novecento per intenderci, aveva infine imboccato una via opposta a quella ancora battuta nei giorni mortali di Nietzsche. Il Novecento chiudeva i conti con il passato attraverso le sue nuove tecnologie di massa, il cinema e la fotografia. Svaniva l’epoca dell’aura, e cioè del potere intrinseco alle invenzioni artistiche e intellettuali di condensare in modo magnifico le intuizioni più dirompenti dello sguardo umano sul mondo. E sorgeva invece sulla linea dell’orizzonte il tempo dello shock, cioè della sorpresa, della novità, della riproducibilità in serie dell’effetto di stupore improvviso. 

Ma in una epoca dello shock nessun avvenimento può, alla lunga, conservare il proprio significato più autentico. Nessuna disgrazia, nessuna novità, nessun evento bellico o economico può tenere il passo con l’incalzare, alle sue spalle, di qualcosa di ancora più nuovo. La fine dell’aura apre forse le porte alla produzione industriale della modernità antropologica, ma predispone l’umanità a perdere il sentimento della realtà nuda, cruda, atroce, impellente, urgente. La stessa spietata realtà che Nietzsche identificava con la spinta psicologica propulsiva della civiltà. 

Il cambiamento climatico è esattamente quel tipo di realtà nietzschiana che noi non siamo più in grado di considerare reale. 

Già all’inizio degli anni Ottanta, il cambiamento climatico è condannato a smarrirsi come un fiume nel deserto. Ad evaporare nella mente dei più, a sbiadire sino a diventare un vocabolario insulso e pallido di termini quali sostenibilità, riscaldamento globale, emissioni serra, green economy, green new deal. Il cambiamento climatico non è mai maturato e non è mai cresciuto: è ancora oggi ciò che era 40 anni fa, uno sconosciuto, indigesto al sentire comune di una civiltà che pretende lo shock, e non sa cosa farsene dell’aura.

La civiltà dello shock è anche la civiltà che ha dimenticato la tradizione. La tradizione è il passato come punto di riferimento nei suoi valori fondativi, ma anche, e probabilmente soprattutto, il limite oltre il quale il mondo non appartiene alla volontà umana, ma a se stesso. Tradotto: nelle società europee tradizionali, fino alla seconda guerra mondiale, la tradizione era ancora abbastanza forte da lasciar immaginare che qualcosa potesse sopravvivere all’azione umana. Questo “qualcosa” noi, oggi, figli dei moderni movimenti di pensiero ambientalisti, lo chiamiamo “Pianeta Terra”. Quando la tradizione e l’aura svaniscono, non rimane che un campo aperto ad ogni tipo di ardimento, ben oltre gli auspici di Nietzsche. Quel che resta, infatti, è il diritto continuo alla sperimentazione sulle risorse naturali, sui limiti chimici e biologici della Terra, sul predisporre l’esistenza umana a funzionare come una macchina. 

Su questa linea di ragionamento si è mosso, nei suoi ultimi anni, il più grande filosofo italiano, Emanuele Severino: “Il nostro è un tempo interessante anche perché è un unicum. Stiamo abbandonando la tradizione. Ma la tecnica destinata al dominio non si è ancora fatta innanzi. In questa fase intermedia anche il livello di intelligenza della gente ne risente. Nel Settecento i servi origliavano alla porta delle sale dei padroni dove si eseguivano Mozart e Haydn. Stavano lì a sentire. Se adesso pensiamo che il corrispettivo di Mozart e di Haydn è la musica pop e che la gente va in estasi per la musica pop, ecco, è accaduto qualcosa di profondo. Certo, le condizioni di vita del servo del Settecento erano pessime, ma allora anche i re, se avevano mal di denti, non se la passavano bene. Però l’abbandono della tradizione, di quella tradizione che può dire alla tecnica “guarda che tu non puoi fare tutto quello che sei capace di fare”, provoca uno stato di decadenza e di smarrimento che giustifica anche i fenomeni di cui parlava lei. La superficialità del nostro tempo ha ragioni profonde”.

E qui si innesta la ridicolaggine priva di ogni mordente ed efficacia di movimenti come il Fridays for Future ( quante centinaia di giovani hanno deciso di farsi bocciare pur di gridare il loro sdegno contro l’irresponsabilità dei potenti?), delle Sardine (nichilismo è una parola troppo abusata, e insufficiente, per descrivere il nulla del loro presunto manifesto) e della narrazione, quella sì stucchevole ma ben architetta, sorta attorno a Greta Thunberg. Non c’è aura nelle discussioni su questa giovane ragazzina svedese, ma solo il vuoto di idee di movimenti ambientalisti che non hanno il sentimento né del passato né del presente. Sono figli del tempo della replicazione incontrollata di curiosità effimere, di prodotti di consumo, di effetti scenici. Non riuscendo a vedere il proprio tempo, gli ambientalisti smarriscono per strada tutti gli obiettivi dell’ambientalismo. E l’ambientalismo stesso rimane un oggetto senza forma, una narrazione senza plot, un romanzo incompiuto. Uno shock, di cui domani già nessuno si interessa più. 

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