Mese: Novembre 2019

Roger Hallam di XR non è un antisemita

Roger Hallam co-fondatore di XR è stato accusato dal settimanale tedesco DIE ZEIT di essere un antisemita. Hallam ha infatti detto che il genocidio degli ebrei d'Europa è l'ennesimo riproporsi di uno schema storico. Il riferimento ai genocidi coloniali in Africa è d'obbligo. L'intera questione riguarda l'urgenza culturale e politica di inserire la catastrofe ecologica in una storia della civiltà umana.

(Credits: raccolta fotografica Wannsee Museum, Berlin)

È giusto paragonare la distruzione, politicamente pianificata, del nostro Pianeta (tradotto: non fare nulla per fronteggiare la catastrofe climatica e la sesta estinzione di massa, lasciando che siano le prossime generazioni, morti compresi, a pagare i nostri debiti) con il genocidio dei cittadini europei di religione ebraica durante la Shoah? Roger Hallam lo ha fatto. Non credo che le sue affermazioni siano oltraggiose. Roger Hallam di XR non è un antisemita.

Allora perché tutta questa gran polemica contro di lui?

Hallam, co-fondatore di Extinction Rebellion, ha detto la sua sulla dimensione storica dei genocidi in una intervista rilasciata dal Galles, dove vive, al settimanale tedesco DIE ZEIT. L’intervista è uscita ieri, 21 novembre, sul numero in edicola (N° 48/2019), un pezzo firmato da Hannah Knuth e intitolato ““Fast eine normale Ereignis”, che tradotto significa “un avvenimento quasi normale”.

Le riflessioni di Hallam, che adesso vedremo nel dettaglio, sono state immediatamente bollate, etichettate e spedite in rete come antisemite. Extinction Rebellion UK ha preso le distanze dal suo uomo di punta con un comunicato stampa: “XR UK denuncia senza riserve i commenti odierni del nostro co-fondatore Roger Hallam al magazine tedesco Die Zeit, fatte a titolo personale in relazione al lancio del suo libro.

Le persone di origine ebraica e molti altri sono profondamente feriti dai commenti di oggi. Una audizione interna è stata avviata con il team di XR Conflict su come gestire il processo decisionale che affronterà la questione.

Siamo per un approccio di riparazione e conservazione, preferibilmente, e tuttavia in alcuni casi l’espulsione è necessaria (…) Esprimiamo la nostra solidarietà ad XR Germany, alle comunità ebraiche e a tutti coloro che sono stati toccati dall’Olocausto, nel passato e ai giorni nostri”. 

Ma che cosa ha detto Roger Hallam?

Secondo DIE ZEIT, avrebbe “relativizzato l’Olocausto”, parlando dei genocidi, e sostenendo che non faccia bene ai tedeschi considerare lo sterminio compiuto dai nazisti come un caso isolato: “La dimensione fuori scala di questo trauma può essere paralizzante. Può impedire che si impari qualcosa da quanto accaduto (The extremity of a trauma can create a paralysis in actually learning the lessons from it)”.

Hallam ricorda come nei ultimi 500 anni siano accaduti ripetutamente eventi genocidiari: “per essere onesti, si potrebbe anche dire: un genocidio è un avvenimento quasi normale (a regular event)”. E dunque l’olocausto è per Hallam “”just another fuckery in human history”, soltanto un’altra, disgraziata macchia nella storia dell’umanità.

Alle 10.38 del mattino di ieri lo stesso DIE ZEIT ha ripreso ancora la notizia, stavolta pubblicandola in inglese. 

Nell’intervista, Hallam aveva paragonato i fatti europei con i fatti africani occorsi durante il periodo coloniale: “Il fatto è che milioni di persone sono state uccise in circostanze estremamente cruente, con regolarità, nel corso della storia (millions of people have been killed in vicious circumstances on a regular basis throughout history)”, ad esempio in Congo, per mano belga, nel XIX secolo ( chi volesse saperne qualcosa di più, da una voce che nulla ha a che fare con la manipolazione politica, legga Gli anelli di Saturno di W.J.Sebald). 

Ora, che il genocidio sia un evento ripetuto e ripetibile nella storia umana, non è una ipotesi strampalata o tendenziosa di Roger Hallam, ma una riflessione storico-sociologica da parecchi anni.

Ricordo il lavoro di Jacques Sémelin, Purificare e distruggere (Einaudi), che indaga lo “schema genocidiario” tra Germania, Rwanda e Yugoslavia, individuando più di un parallelismo tra questi differenti scacchieri geografici.

Ecco il frontespizio del volume pubblicato da Einaudi: “Risultato di piú di vent’anni di ricerche e analisi sul tema della violenza, delle sue espressioni estreme, dei suoi usi politici e degli esiti che hanno scandito la storia del XX secolo, questo libro si propone di reperire una logica, per quanto atroce e terribile, nell’inferno dei genocidi”.

Leggere lo sterminio programmato degli ebrei europei (e della civiltà yiddish, che il solito stuolo di benpensanti mai cita probabilmente perché ignora lo splendore della cultura yiddish spazzata via per sempre dalla faccia della Terra) come accadimento isolato, metafisico, unico non è neppure la posizione di Zygmunt Bauman, che in Modernità e Olocausto (Il Mulino), opera coraggiosa e controcorrente (siamo in pochissimi a citare quando si tratta di Nazismo) sostiene che l’Olocausto non sia un fallimento della Modernità, ma un suo prodotto.

Bauman dice in questo suo libro qualcosa che non ci piace per nulla sentirci dire, e cioè che siamo fatti, noi Moderni, della stessa materia e matrice da cui vennero fuori i cittadini comuni tedeschi che aderirono al regime e contribuirono così allo sterminio.

E io credo che Hallam intendesse proprio qualcosa del genere, arrischiandosi ad affermare che il genocidio è stato uno strumento di espansione dell’Europa (Americhe, Africa ed Asia), un meccanismo di imposizione della supremazia europea (conferenza di Berlino del 1884), uno strumento di affermazione dell’economia capitalista globale (colonialismo a partire dal 1500).

Una posizione intellettuale che personalmente ho spesso difeso qui su Tracking Extinction e che ritengo indispensabile per mettere bene a fuoco il destino ecologico che abbiamo davanti a noi. 

Sono temi e fatti scomodossimi, che incutono in tutti noi vergogna e rabbia ( la rabbia di colui che sa di aver commesso un crimine, ma non è disposto ad assumersi la responsabilità della sua colpa), nonostante proprio in Germania da qualche anno vengano affrontati quanto meno pubblicamente. 

Nel 2016-2017 la spettacolare mostra al DHM sull’Unter der Linden “Deutscher Kolonialismus”, ha raccontato lo sterminio degli Herero, in Namibia; lo Humboldt Forum (il prossimo museo di etnografia e arte africana), per ora ancora cantiere aperto, ha suscitato un dibattito infinito e finalmente fertile sulle azioni e le intenzioni europee in Africa, e non più tardi di questa primavera DER SPIEGEL ha pubblicato uno speciale, Von Herren und Sklaven – wie die Europaer die Welt unterjochten ( Signori e Schiavi – come gli Europei hanno sottomesso il mondo) coerente con tutto questo.

In questo volume, compare anche una intervista al professor Juergen Zimmerer, che insegna storia all’Università di Amburgo ed è una autorità rispettata e riconosciuta negli studi sull’Africa, il colonialismo e i genocidi. A Zimmerer è stato chiesto se i tedeschi non soffrano di una “amnesia coloniale”, visto che quasi nessuno sembra ricordare che la Germania, prima del primo conflitto mondiale, era una potenza coloniale.

“E’ stato a lungo così, ma qualcosa sta cominciando a cambiare. Con il colonialismo le cose non vanno come per il nazionalsocialismo, si è sviluppato un atteggiamento a malapena critico (…) A mio parere, la storia coloniale tedesca non finisce nel 1919, ma nel 1945. La politica nazionalsocialista si limitò a cambiare il luogo del colonialismo, perché adesso l’obiettivo si chiamava Europa orientale.

Hitler descriveva la Russia come la nostra India”.  E a proposito del genocidio degli Herero in Nambia, Zimmerer ricorda che il generale Lothar von Trotha, l’esecutore materiale della repressione della rivolta e delle uccisioni di massa, “già nel 1897 riteneva che fosse in corso una guerra razziale tra Europei ed Africani, che si sarebbe conclusa con lo sterminio o di una parte o dell’altra. Si trattava evidentemente del concetto di terrore razziale”. 

Se vogliamo attenerci al nostro contesto nazionale, in Italia, anche qui posizioni analoghe sui diversi genocidi sono note da anni, dal momento che appartengono ormai al patrimonio storiografico contemporaneo. Faccio solo un esempio: la enciclopedia sulla storia della Shoah pubblicata da UTET nel 2008.

Il primo volume è dedicato alla Crisi dell’Europa, lo sterminio degli ebrei e la memoria del XX secolo e contiene contributi dei più vari e articolati sulle premesse politiche, ideologiche e coloniali che portarono al genocidio ebraico, mostrando come prima degli anni Trenta le nazioni europee avessero già sperimentato comportamenti genocidiari fuori dai nostri confini, lontano dalla nostra zona di comfort, in Africa, ad esempio.

Un titolo per tutti: il saggio di Isabel Hul “Cultura militare e ‘soluzioni finali’ nelle colonie: l’esempio della Germania guglielmina”. 

La domanda che dobbiamo porci allora è: per quale motivo Roger Hallam di Extinction Rebellion è stato messo alla gogna?

Per quale motivo non è più lecito tentare una valutazione complessiva della nostra storia fuori da categorie religiose, mistiche, mitologiche, e dirci invece, faccia a faccia, chi siamo veramente e con quali intenzioni criminali ci apprestiamo a consegnare alle future generazioni un Pianeta distrutto?

Perché dobbiamo vivere questa forma di pudore auto-censurato, una forma di pigra flagellazione della nostra stessa coscienza, sentendoci dire che non ci è consentito coltivare il massimo rispetto per le vittime della Shoah, per ogni singolo uomo, donna e bambino ebreo morto per mano nazista senza però rinunciare a denunciare gli schemi omicidi che stanno dietro l’apatia politica sulle faccende ambientali?

Non siamo di fronte, magari, ad un altro caso Handke, accusato di nefandezze mai dette, per la sola colpa di aver scritto idee e pensieri non allineati con le stesse narrative potenti dei giornali potenti, compromessi con la politica fino al collo, che ci stanno portando a un Pianeta a + 4°C, + 5 °C ? 

E diciamo allora una parola anche sul trauma.

Tutti noi sappiamo che un trauma prende in ostaggio il futuro.

La storica Marianne Hirsch lo chiama “post memory”: la relazione con il passato già accaduto che la generazione successiva all’evento traumatico porta ancora con sé, come fatto personale, ma anche collettivo e culturale, fino al punto che il ricordo, la memoria, formano il presente con una intensità attualizzata, fatta di storie, immagini e comportamenti.

La storica britannica Olivette Otele ritiene che una attitudine psico-emotiva di questo tipo coinvolga anche le memorie coloniali e successive alla fine della schiavitù. La psicoanalisi non ci dice forse la stessa cosa, quando prova a far chiarezza sulle sofferenze che non riusciamo ad elaborare?

Siamo nel XXI secolo e abbiamo dietro di noi secoli di atrocità: la nostra coscienza contemporanea è fatta di traumi, di proiezioni, di omissioni, di rimozioni. Ammetterlo ci potrebbe aiutare a progettare un futuro diverso, mentre demonizzare questa condizione della mente umana, collettiva, di oggi, del nostro scottante presente, porta solo carburante al motore del vero negazionismo, quello che presuppone di continuare a compiere omicidi di massa con il beneplacito della società di massa. 

Perché è indispensabile leggere Peter Handke?

IMG_6510 2

Quando lo scorso ottobre è stato annunciato il premio Nobel per la letteratura a Peter Handke un coro di polemiche ha investito le motivazioni dell’Accademia Svedese. Queste motivazioni al conferimento del Nobel ci dicono che Handke ha vinto “per l’efficacia di un lavoro che con semplicità linguistica ha esplorato la periferia e la specificità dell’esperienza umana”. Che cosa vuol dire che Handke ha camminato nelle periferie della vita umana? Perché è indispensabile leggere Peter Handke?

Questo Nobel per la letteratura è già diventato una guerra di critiche e disgusto. Secondo alcuni, Handke sarebbe una sorta di raffinatissimo fascista, viste le sue posizioni sulla Serbia e le guerre nei Balcani.

Personalmente, finora non avevo mai letto con attenzione nessuno dei suoi libri. Ma in tempi di rivisitazione della nostra imbarazzata coscienza europea, che finalmente s’attarda a prendere in considerazione le proprie responsabilità non tedesche in svariate forme di genocidio in giro per il mondo, non fa mai male soffermarsi su di un autore controverso.

Da dove cominciare? Un po’ per caso, un po’ alla ricerca della sua voce originale in tedesco, ho ascoltato Handke nel trailer di un film documentario (“Bin im Wald, kann sein, pass Ich mich verspaeteossia, Se sono nel bosco, è possibile che tardi un po’) che gli è stato dedicato qualche anno fa e che fu presentato al Festival del Cinema di Locarno. 

Un vecchio di 73 anni, magro, dallo sguardo azzurro e vigile, che passeggia nel bosco della sua casa in campagna. Un vecchio che prende appunti con la matita, disegna, raccoglie funghi. Un vecchio elegante, bello, che scrive di piccole cose con la stessa precisione poetica con cui sceglie ogni sostantivo delle sue frasi dense, appiccicate alla morbidezza dei suoi gesti.

Questa luminosa semplicità, che proviene da una intelligenza vivissima, m’è subito sembrata una epifania di qualcosa che non esiste più nella nostra Europa, una condizione del nostro spirito continentale di cui Peter Handke è uno degli ultimi, meravigliosi vecchi.

Quel modo, insomma, di stare al mondo che una volta si chiamava Bildung in lingua tedesca, e che non era, fino agli anni ’60 del secolo scorso, niente altro che la ruvida, brutale certezza che i giovani li si tira grandi con la letteratura. Insegnando loro a guardare il mondo, ossia ad allenare la mente sull’osservazione poetica delle cose.

E forse dovremmo, giusto appunto, ricordarci che poesia non è solo comporre versi, ma fermarsi sulle piccole pieghe, sulle increspature, sui fruscii, sugli scricchiolii.

Handke questo lo fa da sempre, perché ha imparato a farlo, perché lo sa fare come solo un genio può arrivare a farlo, e perché è uno degli ultimi europei che sanno guardare il mondo con lo sguardo di Goethe.

Tra il 1832 e il 1833, allo sfiorire della sua vita, Goethe scrisse di se stesso: “Nato per vedere/Chiamato a guardare (Zum Sehen geboren/ Zum Schauen bestellt). Bestellen in tedesco significa che qualcosa, o qualcuno, è formato in modo da stare in una certa posizione.

Si è umani, scrisse Goethe per se stesso e per i posteri, quando si dà voce allo sguardo sul mondo, che possiamo guardare perché siamo fatti per accorgerci del mondo, per stupircene. Questo è il modo in cui Peter Handke scrive. Ed è per questo che la sua prosa ha esplorato le periferie dell’anima umana.

In periferia la vita è grezza, essenziale, spoglia. 

Oggi il modo alla Handke, diciamo così, è in via di disfacimento, anzi, potremmo dire che è ormai quasi incomprensibile alle nuove generazioni, a cui è stato invece insegnato, sui banchi di scuola, che stare al mondo in modo poetico frega la carriera, e che imparare a leggere è tutto sommato strumentale, non indispensabile.

E tuttavia, la penuria di capacità di osservazione degli elementi naturali e umani conduce ad uno stato di miseria divorante: la incapacità attuale, collettiva, di massa, di mettere a fuoco la catastrofe ecologica. 

Chi fa scorrere lo sguardo, silenzioso e in attesa, sul Pianeta, sui boschi, sugli animali, sulle carpe del Danubio nel mercato di Belgrado, si accorge che il Pianeta sta morendo. Si pone domande sul destino delle specie animali. Ha dentro di sé, un individuo del genere, il cosmo, e non la home page di Amazon. 

E infatti la scrittura di Peter Handke è un programma politico, ossia un modo di vivere intero, in cui c’è coerenza tra atti e intenzioni, tra sentimento dell’esistenza e volontà critica.

“Del mio viaggio attraverso la Serbia ho scritto come da sempre scrivo i miei libri, le mie opere letterarie: un narrare lento, interrogante; ogni capoverso tratta e narra un problema, di rappresentazione, di forma, di grammatica – di verosimiglianza estetica; e questo, come da sempre in ciò che scrivo, dalla prima all’ultima parola” (Premessa di Eine winterliche Reise zu den Fluessen Donau, Save, Morawa und Drina oder Gerechtigkeit fuer Serbien).

Per gli stessi motivi, mi pare, nel viaggio in Serbia sulla Drina (non ho letto sola parola fascista in questo capolavoro), Handke scrive, polemizzando giustamente con il perbenismo sciatto del giornalismo pressapochista: “Il mio lavoro è un altro. Registrare i fatti bruti, e va bene. Per una pace comunque c’è bisogno di una cosa ancora diversa, che non sia da meno dei fatti. Adesso tiri fuori la poetica? Sì, se viene intesa come l’esatto contrario della nebulosità. O, invece di ‘poetica’, diciamo meglio l’elemento unificante, avvolgente – l’impulso alla rimembranza collettiva come unica possibilità di riconciliazione, per la seconda, comune infanzia. E come? Quanto ho annotato qui era destinato, oltre a questo o quel lettore tedesco, anche a questo o quel lettore in Slovenia, Croazia, Serbia, in base all’esperienza che proprio seguendo il tortuoso percorso della registrazione di determinate cose secondarie, comunque molto più efficace che attraverso il martellamento dei fatti principali, si risveglia quel ricordo collettivo, quella seconda infanzia comune. ‘In quel punto del ponte c’è stata per anni una asse traballante’ – ‘Sì, te ne sei accorto anche tu?’ ‘In un punto sotto il matroneo si sentiva l’eco dei passi’ – ‘Sì, te ne sei accorto anche tu?’.

Oppure semplicemente deviare dalla prigionia, di noi tutti, nelle chiacchiere della storia e dell’attualità verso un presente incomparabilmente più fecondo: ‘Guarda, adesso nevica. Guarda, lì giocano dei bambini’ (l’arte della deviazione; l’arte come deviazione essenziale). E così là sulla Drina sentii la necessità di far danzare un sasso sull’acqua, lanciandolo  verso la sponda bosniaca (solo che poi non ne trovai neanche uno)”.

Ecco perché a mio parere dobbiamo leggere Peter Handke.

Con la sua prosa Handke protegge le cose e gli elementi, lo spazio e il tempo.

Ovunque attorno a noi la profondità delle epoche ormai trascorse, secoli di storie e di atrocità, di missioni impossibili e di una salvezza sempre agognata si intrecciano in un racconto eterno che è il mondo: “Non era nostalgia di casa. Non era quello ad attrarre là. Le bancarelle del latte, anche se ormai da tempo erano fuori servizio, marcite, distrutte o crollate; i fienili, anche se il fieno, quello di tantissimi anni prima, era muffito e guasto; le capanne nei campi, anche se l’ultima delle brocche per il sidro che da sempre vi erano riposte era stata ridotta in cocci dal gelo dell’inverno e nessun topo di campagna avrebbe più cercato di scovare le croste di pane ormai pietrificate o le cotenne di speck trasformate in cuoio: ebbene, tutti quei luoghi tranquilli erano ancora lì, aspettavano qui, in me e accanto a me, e in particolare tutt’intorno a me.

Può darsi che la loro esistenza non fosse più così concreta, tangibile e ‘riconoscibile’ come era un tempo, ma forse proprio per questo essa risultava meno vulnerabile alle attuali circostanze – tanto più capace di resistere, perfino di opporre una maggiore resistenza ( tratto da Saggio sul luogo tranquillo, Versuch ueber den Stillen Ort). 

IMG_6511 2

A Berlino sulle orme dei Von Humboldt

In preparazione della spettacolare mostra sui fratelli Alexander e Wilhelm von Humbold al DHM - Deutsches Historisches Museum di Berlino (inaugurazione il prossimo 19 novembre) cresce di intensità nella capitale tedesca il dibattito sul ruolo dei musei nell’Europa che verrà. Una conversazione collettiva, che riaccende l'interesse del continente per l'importanza di Berlino come capitale d'Europa. A Berlino sulle orme dei Von Humboldt, dunque.

In preparazione della spettacolare mostra sui fratelli Alexander e Wilhelm von Humbold al DHM – Deutsches Historisches Museum di Berlino (inaugurazione il prossimo 19 novembre) cresce di intensità nella capitale tedesca il dibattito sul ruolo dei musei nell’Europa che verrà. Una conversazione collettiva, che riaccende l’interesse del continente per l’importanza di Berlino come capitale d’Europa. A Berlino sulle orme dei Von Humboldt, dunque.

Alexander, il più famoso dei due, fu un geniale ed avventuroso geografo, tra i messimi esploratori dell’America Latina; suo fratello Wilhelm, invece, scelse la strada degli studi umanistici e si dedicò alla filosofia ed alla linguistica.

Due menti affini, poliedriche, che seppero esprimere le due anime profonde dell’Europa tra il XVIII e il XIX secolo, passaggio decisivo nella costruzione della modernità economica e scientifica.

Due biografie che, da sole, ci raccontano delle contraddizioni implicite nella spinta espansionistica del vecchio continente, fatta di schiavismo, scoperte botaniche e geologiche, rapacità commerciale e una intuizione raffinatissima sul posto dell’uomo nel cosmo. 

In una epoca di estinzione i musei stanno ritornando ad essere, nonostante la retorica low cost dell’intrattenimento di massa, ciò per cui furono progettati ormai secoli fa: luoghi in cui è possibile, nello sgomento e nella fascinazione, scoprire le cause remote delle attitudini culturali umane che ci hanno condotto al nostro sconvolgente presente di distruzione del Pianeta.

Qualunque tipo di museo è coinvolto in questo processo di auto-riconoscimento (le tracce del nostro ingegno, delle nostre conquiste e delle nostre elaborazioni morali sono ovunque), ma un ruolo senza dubbio singolare lo hanno, ormai, le collezioni etnologiche di Berlino, che dicono con sconcertante attualità quanto sia indispensabile ripensare la nostra relazione con il continente africano.

La crisi migratoria in corso ci obbliga infatti a chiederci con urgenza chi siano i popoli con cui abbiamo a che fare e per quale motivo sembra che l’unico atteggiamento possibile nei confronti dell’Africa, per buona parte degli Europei, sia di pietistica commiserazione. Per questo la mostra sui fratelli Von Humbold arriva al momento giusto nel posto giusto. 

Al centro di quell’impressionante “acropoli della memoria e del futuro” che è, oggi, l’Isola dei Musei di Berlino. 

L’attitudine all’esplorazione degli Humboldt è alla radice dell’impresa economica moderna, cioè la costruzione di un capitalismo transoceanico in grado di connettere tutti i mercati del globo. Ma è anche il carattere originario dell’esperienza scientifica.

La scorsa primavera SCIENCE ha pubblicato un vasto reportage che svela la verità delle nostre collezioni scientifiche: per i primi naturalisti del ‘700 era indispensabile appoggiarsi ai capitani in forza sulla rotta degli schiavi per recuperare piante, animali, ossa, insetti che poi divennero, nelle capitali europee del nebbioso nord, reperti.

In maniera non diversa l’etnologia ottocentesca nasce in un clima di curiosità ed esotismo, razzismo e ferrea volontà di studio, ma è proprio la sua ansia descrittiva che ha finito con l’acconsentire alla rapina di oggetti d’arte africana, gli stessi che ora sono custoditi nei principali musei europei.

Capolavori rubati, trafugati, sulla cui restituzione si rincorrono oggi pareri discordanti. Felwine Sarr, l’economista e filosofo senegalese incaricato nel 2018 dal presidente francese Emanuelle Macron di stilare, insieme alla storica Bénédicte Savoy, un rapporto speciale sulla questione della restituzione, ha spiegato l’intera questione a DIE ZEIT con una chiarezza encomiabile.

“Si tratta di rifondare una relazione tra Africa ed Europa. La questione della restituzione è soltanto il primo livello di un dibattito non così interessante. La terza parte del nostro Rapporto (ndr, per Emanuelle Macron) è, a onor del vero, la più importante, ma anche la meno discussa. Di solito nessuno la legge. Eppure qui noi abbiamo parlato di nuovi legami etnici e della loro chance di divenire effettivi.

Poiché gli oggetti, è questo, sono ormai parte tanto dell’Africa quanto dell’Europa. Sono oggetti rituali, ma sono anche pezzi da museo. Se prendiamo sul serio questa forma di ‘creolizzazione’, allora questi oggetti possono essere interpretati come dei mediatori, degli strumenti, per ricostruire la storia e avvicinare l’una all’altra Africa ed Europa. Soltanto a quel punto saremo in grado di trovare un terreno comune di cooperazione e rispetto”. 

La collega di Sarr, Bénédicte Savoy, è una delle curatrici della mostra su Humboldt.

Di tutto questo non c’è traccia sui giornali italiani, benché il nostro Paese sia dal 2013 al centro del tifone tropicale delle migrazioni dall’Africa all’Europa. Quando si tratta di Africa, la stampa nostrana o insiste su retoriche da sinistra obsoleta (dedita al piagnisteo piuttosto che alla analisi della realtà) o, all’opposto, dà spazio ai deliri razzisti della destra semianalfabeta.

Si ottiene così l’obiettivo inconscio di perpetuare gli stereotipi sull’Africa tipici degli anni Settanta e Ottanta (africani poveri, malnutriti, morti di fame, che non potrebbero mai avere qualcosa da dire alla coltissima Europa).

Non è un caso che un discorso del genere permei ogni partito politico, come si è visto a ottobre nella Leopolda di Firenze, trampolino per Italia Viva. Matteo Renzi s’è lanciato in una concione sulla necessità di aiutare a casa loro gli Africani, installando però milioni di pannelli solari europei nel deserto del Sahara in modo da ottenere, a casa altrui, la nostra indipendenza energetica.

Questa narrativa Renzi la sfrutta anche sulla sua pagina Facebook. Domenica 3 novembre ha postato un articolo di giornale (probabilmente dal Corriere della Sera), di sapore neocoloniale ( Eni, Coldiretti e Bonifiche Ferraresi che investono sull’agricoltura sostenibile in Ghana): “L’unico modo per gestire l’immigrazione è investire in Africa. Farlo come Europei, non lasciarlo fare ai cinesi. Aiutarli a casa loro, si direbbe con uno slogan. Eni, Coldiretti e Bonifiche ferrarei ci stanno provando sul serio. Bravi!”.

Quindi il messaggio è chiaro. Essendo incapaci di sviluppare un proprio modello economico post capitalista, i paesi dell’Africa occidentale come il Ghana vanno ricolonizzati seguendo le linee guida (già viste) dell’esportazione dello sviluppo. Tacendo delle voci africane, come Sarr, che rivendicano il diritto dell’Africa di pensare da sola, di riscoprire la propria autonomia di rappresentazione nel XXI secolo.

Questo neocolonialismo ignorante e suicida (i cambiamenti climatici imporranno la loro agenda all’Europa, attraverso le genti africane, nonostante le sparate da boy scout cattolico di Matteo Renzi) può essere sconfitto esplorando gli oggetti di un museo.

Nel tempo dell’estinzione, delle macerie e della memoria, le tracce dei nostri atteggiamenti culturali più spietati e antichi stanno nei musei, nei libri, nelle opere d’arte. In ciò che abbiamo creato, o rubato, mentre imparavamo a diventare sempre più crudeli, con il Pianeta e i nostri simili. 

Intanto, in attesa della conferenza stampa di inaugurazione della mostra al DHM, è uscito in Germania il libro dello storico storico americano H.Glenn Penny: Sulle orme di Humboldt. La tragica storia della etnologia tedesca”. Glenn si sofferma sulla figura di Adolf Bastian, un ex medico di marina che negli ultimi 25 anni dell’Ottocento fondò le collezioni berlinesi sulla scorta di una idea oggi dismessa di raccolta museale: una iper-collezione, un Museo dei Popoli, e cioè il museo universale dell’umanità tutta.

Bastian non credeva quindi che il museo dovesse essere una platea di oggetti esotici in mostra, ma una officina in grado di produrre conoscenza. La sua impostazione, per Glenn, è andata persa a tutto vantaggio della concezione del museo come prodotto preconfezionato senza un largo orizzonte.

Di qui la sua opposizione allo Humboldt Forum: “sarà solo una altra collezione senz’anima, con in più un bar per bersi un espresso”.

L’alternativa dovrebbe assomigliare alle speranze di Adolf Bastian: fare di questo luogo un posto in cui apprendere la storia delle sue collezioni, con l’aiuto di curatori e studiosi di quei Paesi da cui gli oggetti artistici provengono. Per ora, non è affatto cosa da poco che nella fredda Berlino di inizio inverno le quasi perdute foreste tropicali dell’Africa centrale ed Occidentale abbiano una voce, che rincorre le nostre voci, che cercano la sua.